Ginevra Agliardi. Pollach: vita e opere: differenze tra le versioni

Da EFL - Società Storica Lombarda.
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L’attenzione verso il classicismo si accentuò probabilmente negli anni della sua formazione presso Vanvitelli alla reggia di Caserta ma la lezione barocca non venne del tutto dimenticata.
 
L’attenzione verso il classicismo si accentuò probabilmente negli anni della sua formazione presso Vanvitelli alla reggia di Caserta ma la lezione barocca non venne del tutto dimenticata.
 
Delle sue numerosissime opere me ne interessano tre in particolare in questa tesi, quelle relative ai progetti dei giardini, ovvero: il progetto per il Piano della Cavalchina con i suoi giardini, quello per i Giardini Pubblici e soprattutto quello per il Giardino di Monza. Rimando però per l’analisi di queste opere al terzo capitolo.
 
Delle sue numerosissime opere me ne interessano tre in particolare in questa tesi, quelle relative ai progetti dei giardini, ovvero: il progetto per il Piano della Cavalchina con i suoi giardini, quello per i Giardini Pubblici e soprattutto quello per il Giardino di Monza. Rimando però per l’analisi di queste opere al terzo capitolo.
 
1.6 L’arrivo di Pollach a Milano
 
Il quadro generale della situazione milanese di metà Settecento che ho seppur sommariamente dipinto, l’analisi delle situazioni politiche, culturali e artistiche che portarono al rinnovamento dello stile in chiave neoclassica permettono di comprendere l’atmosfera in cui si trovò immerso Pollach al suo arrivo a Milano.
 
Leopoldo Pollach nacque a Vienna nel 1751. Il padre Giuseppe Pollach era Maestro Muratore della Casa Imperiale nella Cancelleria del Dipartimento d’Italia e capomastro al servizio del principe Kaunitz  . Fu dal padre che provenne la vocazione per l’architettura e, probabilmente, dallo stretto contatto con la Cancelleria del Dipartimento d’Italia, l’idea di trasferirsi a Milano per lavorare presso la Fabbrica del Palazzo Ducale.
 
Poche sono le notizie sulla sua formazione. Si sa che all’età di 20 anni venne mandato a bottega da Paolo Ulrico Triendl  . In seguito alla morte di questi, si iscrisse alla scuola di architettura dell’Accademia di Belle Arti di Vienna dove ebbe come maestro Vincenz Fischer . Alcuni disegni pervenutici mostrano un Pollach “fortemente influenzato dai modi viennesi tardo barocchi” ; alla raccolta Bertarelli (Milano) è conservato un suo disegno della facciata della Chiesa di San Carlo Borromeo a Vienna  . Questa è l’unica testimonianza pervenuta in Italia relativa alla sua formazione viennese e dimostra un interesse ancora presente verso lo stile barocco. 
 
Nel 1775 arrivò a Milano con questa lettera di presentazione destinata al conte di Firmian  :
 
 
Si presenterà all’E(ccellenza) V(ostra) con questa mia Leopoldo Pollac figlio del Maestro Muratore di questa Casa della Cancelleria del Dipartimento d’Italia.
 
Questo giovane, che si è applicato con molta diligenza nella teoria dell’arte del padre, e disegna con molta pulizia, si trasferisce ora a Milano col desiderio di poter impiegare la sua opera alla Fabbrica del R(egio) Ducale Palazzo, e generalmente a fare in Italia de’progressi nella sua arte, essendo determinato a questo fine di penetrare col tempo anche più avanti in Italia.
 
  Prima di partire, egli mi ha fatto istanza a volerlo accompagnare e raccomandare all’E(ccellenza) V(ostra), ed io sulla fiducia d’una buona riuscita di questo giovane, e in riflesso ai servizi che va prestando il di lui padre, mi sono prestato volentieri alla di lui domanda.
 
  A V(ostra) E(ccellenza), che per massima, e per inclinazione favorisce li talenti delli giovani artisti, io raccomando dunque detto Pollac, perché voglia compiacergli accordandogli la di Lei protezione, e procurargli da S(ua) A(ltezza) R(eale) l’Arciduca il permesso di poter essere impiegato, come desidera, presso codesta fabbrica  del Palazzo di Corte, e generalmente favorirlo nelle opportunità a poter utilmente impiegare nella sua cariera il tempo durante il di Lui soggiorno a Milano.
 
Sono col solito distinto rispetto
 
Di V(ostra) E(ccellenza)
 
Vienna 17 aprile 1775 Dev(otissi)mo ed Obbl(igatissi)mo Serv(ito)re
 
Kaunitz Rittberg
 
 
 
 
 
 
Si legge nella risposta di Firmian al Kaunitz del 20 maggio  :
 
 
(…) ho subito incaricato l’architetto Piermarini di doverlo impiegare nella fabbrica della corte, e gli ho efficacemente raccomandato di doverlo particolarmente assistere ed istruire con attenzione; cosichè a quest’ora egli già lavora in corte, e del rimanente punto non dubito dell’esattezza del Piermarini nel prestargli tutto il soccorso per il di lui maggiore ammaestramento (…)
 
 
Pollach entrò quindi nella scena milanese dalla porta principale: raccomandato dal Cancelliere austriaco e protetto da Firmian, si ritrovò allievo di quel maestro che terrà le fila dell’architettura milanese per più di due decenni.
 
Tra il 1775 e il 1780 lo troviamo, fedele discepolo, seguire, rilevare e compiere piccoli interventi nelle fabbriche del maestro. Contemporaneamente ai lavori per Palazzo Ducale, dove venne nominato «Cassiere di fabbrica»  , disegnò un progetto per la facciata di palazzo Greppi; del 1778 sono dei disegni per la Porta Orientale e tra il 1776 e il 1778 fu capomastro nei lavori di Palazzo Belgiojoso.
 
E’ opportuno a questo punto aprire una piccola parentesi storica. Nel 1751 Maria Teresa scrisse:
 
 
“Io giudicherei cosa (…) da biasimarsi, se si continuasse a donare o trasferire proprietà agli eclesiastici. Poiché da un lato non ne hanno bisogno, e dall’altro non usano di ciò che hanno, purtroppo come dovrebbero, e sono così di grave peso al pubblico. Infatti nessun convento si mantiene ne limiti della sua regola, e vi vengono ammessi molti oziosi. Tutto ciò richiederà un gran rimedio, che io intendo applicare col tempo dopo un’opportuna riflessione” 
 
 
Conseguenze dirette di questa riflessione furono: la tassazione del clero, la diminuzione di alcune feste di precetto, la limitazione della manomorta, la fine del monopolio ecclesiastico sugli studi di teologia, la riduzione della vestizioni di frati e monache e la soppressione di vari monasteri (soprattutto quelli appartenenti agli ordini contemplativi) .
 
Con la morte di Maria Teresa nel 1780 e la salita al trono di Giuseppe II, queste riforme si accentuarono, dando origine a quel fenomeno storico comunemente chiamato Giuseppinismo.
 
Strettamente legata alla riforma ecclesiastica fu quella degli studi. L’istruzione era stata fino ad allora completamente in mano ai collegi-università di religiosi e patrizi. I primi avevano il monopolio delle discipline teologiche e filosofiche; i secondi quello delle materie professionali come la giurisprudenza e la medicina. Generalmente, in queste facoltà, più che il merito contavano i titoli nobiliari e il soldo. Negli anni Sessanta la decadenza degli studi statali era giunta ad un livello insostenibile. E’ documentato che l’Università di Pavia era costituita da sei stanze così sporche e buie che, nelle giornate nuvolose, gli studenti stentavano a poter scrivere; le attrezzature scientifiche erano completamente mancanti e i fondi stanziati erano talmente scarsi che per lo studio dell’anatomia era disponibile un solo cadavere l’anno!  Diverse riforme erano già state varate negli anni Cinquanta ma fallirono a causa del potere ancora esercitato dai ceti dominanti.
 
Le modifiche del sistema giuridico e religioso, che portarono all’indebolimento di patriziato e clero, favorirono lo sviluppo delle riforme scolastiche e permisero la creazione di nuove leve al servizio dello Stato.
 
Ci fu un lungo dibattito sulla scelta della città che doveva ospitare l’Università rinnovata. Nel 1769  si decise di ridare a Pavia il ruolo di Università dello Stato. Vennero così avviati quattro corsi di laurea: teologia, legge, filosofia e medicina. A Milano furono invece mantenute le Scuole Palatine, creati i corsi di specializzazione post-laurea e l’Accademia di Belle arti. Fu pure ideato un piano scientifico, che provvedeva allo stanziamento di fondi per la  ristrutturazione delle sedi.
 
 
1.7 Pollach e l’Accademia di Brera 
 
Nel 1773, la soppressione della Compagnia del Gesù, permise alla Regia Ducal Camera di entrare in possesso del seicentesco palazzo dei Gesuiti situato nella contrada di Brera. Il riadattamento dell’edificio venne affidato al Piermarini che, cercando di ottenere il maggior decoro con la minor spesa, si limitò a creare un nuovo ingresso e a ristrutturare gli interni. Vennero riuniti in un'unica sede: le Scuole Palatine, la Biblioteca (1786), la società Patriottica  , l’orto botanico, l’osservatorio astronomico, i laboratori di chimica e fisica e l’Accademia di Belle Arti. Divenne il centro di sperimentazione per le nuove culture letterarie, scientifiche, naturalistiche e artistiche. Nel luglio del 1775 Firmian scrisse a Kaunitz:
 
 
“Veramente il Regio Ginnasio di Brera va’ a divenire di una comodità, e magnificenza per le Scienze, ed Arti che forse non avrà il pari in Italia” e continuava “Ivi sono tutte le scuole minori e maggiori. Un insigne Biblioteca, l’Osservatorio Astronomico con un eccellente Meccanico e suo Laboratorio. Il gabinetto e Laboratorio per Ottica, l’Orto Botanico principalmente per li medicinali, la Spezziaria colla scuola che si farà di farmaceutica, il Laboratorio chimico, le Scuole per la Pittura, Scultura, Architettura, ed Ornati, il Gabinetto , ed aula per le ostensioni di Fisica Sperimentale”  .
 
 
Brera divenne nel giro di pochi anni il punto di riferimento della cultura cittadina in ogni campo.
 
Possiamo considerarla l’istituzione che più rappresentò i tempi nuovi: da centro culturale nelle mani dei Gesuiti, divenne un luogo d’amministrazione statale, in cui la cultura era considerata un servizio gratuito offerto ai cittadini.
 
Nel campo artistico l’Accademia, fondata nel 1775-1776, sottrasse a Parma il ruolo di guida.
 
Luogo d’incontro delle maggiori personalità artistiche del momento, servì da centro irradiatore del nuovo neoclassicismo lombardo. Come presidente venne nominato il principe Alberico Barbiano di Belgiojoso che, come vedremo nel prossimo capitolo, fu uno dei più importanti mecenati di quel periodo.
 
Parini descrisse il ritratto ideale per la figura del Segretario e, nonostante lui stesso aspirasse a questa carica, la scelta cadde su Carlo Bianconi. I professori vennero chiamati in base alle indicazione del Piermarini: la cattedra di pittura andò a Traballesi, quella di scultura a Franchini, il disegno ad Aspari, l’incisione al Vangelisti, che si era formato a Parigi, e quella di ornato a Giocondo Albertolli. La sua scuola d’ornato fu detta la prima in Europa e vi si formarono Percier e Fontaine, i due architetti di Napoleone. Su tutti vegliava Parini.
 
Nonostante i desideri di efficienza e disciplina della corte viennese non tutto funzionava alla perfezione: frequenti erano le rivalità tra insegnanti e le assenze dall’insegnamento, soprattutto quelle di Piermarini e del Pollach, spesso oberati dal lavoro.
 
 
Torniamo ora a quest’ultimo. Nel 1776, l’anno dopo il suo arrivo in Italia, Pollach risultava iscritto all’Accademia tra gli allievi di Piermarini. Rapidamente passò dall’altra parte della cattedra, perché incaricato dal suo maestro ad insegnare Prospettiva. Nel 1785 sostituiva Marcellino Segrè come professore di Elementi di Architettura.
 
Con l’arrivo dei francesi, Piermarini, troppo compromesso con gli austriaci e considerato inadeguato per servire il nuovo regime, venne messo da parte: tornerà nella sua nativa Foligno. A Pollach invece venne data una possibilità: nel giugno del 1798 fu nominato Primo Architetto e professore dell’Accademia di Brera, in sostituzione del suo maestro. Purtroppo questa carica durò solo tre mesi: in seguito all’intercettazione di alcune sue lettere dirette in Austria, fu incarcerato. Le lettere non contenevano nulla di compromettente. Venne dichiarato innocente dopo tre giorni  ma l’episodio bastò a fargli perdere comunque la cattedra di Brera, che fu affidata prima all’amico Giacomo Albertolli e, nel 1805, all’abate Zanoja. 
 
Nel 1799, con il temporaneo ritorno degli austriaci, Pollach riottenne la cattedra di Brera e fu nominato Regio Architetto. Ma la storia non gli fu favorevole e, di nuovo, nel 1800 perse tutto. Si concluse così il rapporto tra Pollach e l’Accademia.
 
 
1.8 I lavori di Pollach
 
Pollach rivestì diversi ruoli professionali. Fu professore, ingegnere, “funzionario statale”, architetto a servizio della corte e dei privati.  La sua attività architettonica si può facilmente schematizzare in gruppi, tralasciando solo qualche piccolo singolo intervento  .
 
Lavorò tra il 1783 e il 1792 a servizio dello Stato a Pavia (l’Università, i collegi, gli orfanotrofi e l’ospedale). Dal 1790 iniziarono le committenze dei privati per le ville e i giardini. I teatri rappresentano una tipologia con cui si confrontò lungo tutta la sua carriera. Le chiese non rappresentano che un piccolo aspetto della sua architettura. Diversi furono gli interventi “tecnici”, come la sistemazione della caserma di S. Vittore a Milano o la soppressione di croci ed altarini dai punti di maggior intralcio per la viabilità stradale. Tentò varie volte di ottenere commissioni in Austria ma senza successo  .
 
 
1.9 L’attività di Pollach a Pavia
 
Dopo il riconoscimento di Pavia come Università dello Stato venne steso un programma per la riqualificazione delle strutture preesistenti (quelle sei aule buie e sporche di cui  ho detto sopra), per la creazione di nuovi spazi e di attrezzature scientifiche, adatte alle moderne esigenze.
 
I lavori vennero affidati a Piermarini che, affiancato dal Pollach, li portò avanti fino al 1782. Con la morte del Firmian l’Architetto di Stato perse il suo maggior protettore e, forse perché poco gradito al Wilzeck, si ritirò dall’impresa, affidandola nel 1783 al suo aiutante austriaco.
 
Giuseppe II scrisse nel 1769 a proposito dell’Università:
 
 
L’université est ici dans un tres pitoyable état sans un Livre, ni instruments  . 
 
 
Nel 1782, in occasione del secondo viaggio in Italia, diede disposizioni affinché gli edifici che dovevano essere costruiti fossero belli e sobri con esterni lisci e semplici ; si preoccupò poi in modo particolare che l’Orto Botanico e i laboratori fossero ben organizzati.  L’imperatore divenne il committente diretto delle fabbriche dell’università. Di conseguenza Pollach fu fortemente condizionato nei suoi progetti sia dalle strutture preesistenti che dalle richieste imperiali. Nei primi due anni si dedicò a piccoli interventi e all’ultimazione di progetti già avviati. Nel 1785 iniziò la progettazione del Teatro Anatomico : Piermarini lo aveva già realizzato ma, essendo stato giudicato “difettoso”, venne distrutto. Lunghe furono le vicende per la sua progettazione: venne chiesto consiglio al Professor Scarpa il quale, pur avendo visto i più moderni Teatri Anatomici di Francia, Inghilterra e Germania a cavea semicircolare, ripropose il tradizionale modello circolare. Pollach accettò questa idea, proponendo alcune modifiche ma Giuseppe II pretese la riduzione a forma semicircolare. Pollach stese un progetto che fu bocciato dall’Imperatore:
 
 
“tanto per li soverchi ornati di Lusso, di statue, di Cariatidi, di cui lo vedo ornato, quanto per l’ampiezza capace di duecento cinquanta Scolari, numero che non si troverà giammai.” 
 
 
L’imperatore mandò a Milano una serie di indicazioni; Pollach ne rispettò alcune e propose altre modifiche e, nel 1786, il progetto venne finalmente approvato. Il nuovo Teatro, formato da una cavea semicircolare venne decorato con nicchie contenenti busti di uomini illustri e coperto da una semicupola a spicchi. La disposizione definitiva  rispondeva alle esigenze di sobrietà, funzionalità, dimensioni proporzionate, buona illuminazione ed areazione.
 
Non molto diverse sono le vicende per la costruzione del Teatro di Fisica  creato l’anno seguente. Qui le decorazioni più lineari si rifanno ad alcuni elementi adottati dal Palladio nel Teatro Olimpico: il semicerchio è composto da colonne che si stagliano nelle cavità delle finestre e sorreggono una possente architrave semicircolare; nei due punti terminali dell’emiciclo si aprono nicchie contenenti statue.
 
Altri interventi di rilievo nell’Università furono: l’ampliamento della Biblioteca, la sistemazione della facciata sulla Strada Nuova e del portico Teologico, un progetto per la Casa d’Ostetrica e per l’abitazione del R. Professore Mascheroni. Nel 1792 sistemò le serre dell’Orto Botanico: anche qui le direttive di Vienna furono molto precise. Ciò era dovuto probabilmente alla tendenza della corte ad imporre modelli e soluzioni già sperimentate a Vienna  .
 
L’ampliamento dell’Università portò allo sviluppo dei Collegi. Troviamo Pollach impegnato negli stessi anni nelle fabbriche del Collegio Calchi-Ghislieri con il progetto di una nuova ala e nel Collegio Germanico-Ungarico, con i rifacimenti delle facciate, di una parte nuova e dello scalone principale.
 
Due delle conseguenze della riforma ecclesiastica furono lo svuotamento di edifici religiosi con il conseguente necessario riutilizzo di questi e il dovere-desiderio dello Stato di supplire le istituzioni religiose nella cura dei malati e nel ricovero di orfani e anziani.
 
Pollach si trovò coinvolto anche in questo programma governativo: venne incaricato del  riadattamento dell’Ospedale di S. Matteo, del Seminario Generale e della trasformazione dell’ex- monastero di San Felice in Orfanotrofio maschile.
 
 
1.10 Pollach e l’Accademia di Parma
 
Titolo con cui Pollach sempre si firmava era quello di accademico di Parma e Bologna. Abbiamo già visto sopra come l’Accademia di Parma abbia svolto un ruolo importante nell’architettura della seconda metà del Settecento. Vediamo ora nello specifico i contatti che Pollach ebbe con essa.
 
Amico intimo di Leopoldo era Giacomo Albertolli, nipote del più noto Giocondo; anche lui architetto, si era formato presso l’Accademia alla scuola del Petitot.
 
La corrispondenza tra i due amici  , relativa ai primi anni Ottanta, dà l’idea di un rapporto di amicizia e di stima sincera e lascia intuire l’atteggiamento di protezione e rispetto che l’Albertolli aveva verso l’amico austriaco. Capita di leggere che Giacomo mandasse a Leopoldo le minute della lettere ufficiali  , che lo spingesse a uscire dal suo “guscio” per procurarsi clienti e commissioni  , o che lo incitasse ad entrare nella Accademia di Parma.
 
 
“Carissimo amico e Signore Parma li 10 Maggio 1785 Io credo che a quest’ora lei avrà consegnato il suo disegno a qualche d’uno(…) perché assolutamente lei non deve trascurare di mandarlo  per qualunque persuasione in contrario: poiché il dire che le accademie hanno per legge di non accettare che uomini mediocri è assolutamente falso, perché basta scorrere gli annali dei letterati, e si vedrà  che anche i più sublimi genj sono aggregati alle accademie e non isdegnano nel frontespizio delle loro opere di tesserne il catalogo delle varie accademie cui sono ascritti, non lasciando anche le più piccole, come si vede nelle opere di Voltaire e di molti altri che dopo avere numerate le accademie principali di Londra, Parigi, Pietroburgo, Berlino, Montpelliar es. in fine mettono sempre socio dell’accademia di Bolognia….
 
(…) a lei per esempio (…)può produrre dei vantaggi rapporto al suo paese, e per mettersi un poco  alla cognizione del mondo”  .
 
 
Pollach mandò il disegno richiesto, che venne mostrato da Giacomo al Petitot. Questi ne restò ammirato.
 
Per accedere all’Accademia di Parma era consigliabile avere una lettera di presentazione,
 
 
“io ci accennai il Signore Conte Serbelloni ed il Signore Marchese Bossi per soggetti che potessero dare delle informazioni delle qualità personali, cioè che non sia persona vile, ne di cattivo credito(…)”
 
 
Ecco cosa successe il giorno dell’ammissione:
 
 
“Rivt.mo  Sig.re ed amico       Parma il primo di luglio 1785
 
Venerdì di sera
 
 
Stamattina aspettava lettera da lei che mi partecipasse d’aver fatto scrivere al Sig.re Segretario Conte Rezzonico dal sig.re Bianconi, o da qualche altro signore a lei più comodo, come ci significai di dover fare nell’ultima mia, ma io non ho ricevuto niente e nemmeno il Conte Rezzonico ha ricevuto niente: bisognia dire che V.S. non abbia potuto far in tempo. E’ vero che già anche senza lettera, né alcuna raccomandazione, ne alcuna persona che proponesse direttamente in accademia il suo disegno la cosa è andata a meraviglia, e di meglio non poteva andare stante che come avrà saputo dalla lettera scritta da mio padre allo zio, lei fu accettato come accademico nella seconda assemblea senza nemmeno venire alla ballottazione sicchè si può dire a pieni voti (…)  fu pubblicato alla presenza del Sovrano con molte lodi, voglio dire in una maniera molto onorifica per lei lodando il disegno presentato, senza  eccezione alcuna di critica, e chiamandolo anche accademico clementino, sicchè tutto andrà alla stampa ; (…) non ostante se lei non ha fatto scrivere a quest’ora non manchi di farlo che ciò farà sempre bene, voglio dire al Segretario Rezzonico: che io poi le manderò la copia della lettera da scrivere a M. Petitot, essendo stato lui veramente che ha parlato molto, e che lo ha sostenuto, sicchè ci vuole una lettera di ringraziamento…”
 
 
Seppure non indispensabili per sottolineare che Pollach fu ammesso a “pieni voti”, queste lettere sono nondimeno piccole e pittoresche aperture sul carattere di Pollach e su  situazioni concrete  dei suoi primi anni milanesi. Ci fanno in particolare capire che il giovane Pollach aveva un carattere piuttosto timido e riservato; conosceva il marchese Bossi e il conte Serbelloni  ; era probabilmente in buoni rapporti con il collega Giocondo Albertolli; suscitò l’ammirazione e quindi la protezione di Petitot per merito del suo disegno e non per raccomandazione. Su quest’ultimo architetto la Zàdor ci dice:
 
 
“(…)lavorava qui (a Parma) e allontanandosi dalle esagerazioni barocche, determinava eccellenti mobili ed interni intimi. Questo architetto ha avuto una grande efficacia su Pollach. Il rapporto diretto con l’arte francese è in ogni modo significativo”  .
 
 
In un altro articolo sottolinea che quest’influsso non indirizzò Pollach verso l’architettura francese rivoluzionaria, ma ne raffinò il senso delle proporzioni, dell’armonia e della grazia  . L’ascendente di Petitot era documentata da alcune incisioni, probabilmente di interni, viste dalla studiosa prima della guerra ed ora perdute. E’ nota la capacità  di Pollach nel disegnare mobili e arredamenti  ed è interessante che ci sia una testimonianza delle influenze di gusto francese provenienti da Parma. Frequentemente, l’architetto, oltre a disegnare il progetto generale dell’edificio, si soffermava sui dettagli, sulla scelta delle decorazioni e disegnava gli arredamenti. Questo avvenne sia negli edifici di carattere pubblico, ad esempio nell’università, nell’orfanotrofio e nell’Ospedale di Pavia o in alcune chiese, che negli edifici di carattere privato come le ville, i palazzi e i giardini  . Il suo interesse verso l’arredamento era tale che aveva il progetto di stampare un libro di incisioni su questo tema. Purtroppo non venne mai realizzato e moltissimi suoi disegni sono andati dispersi.
 
E’ documentato, sia grazie ad una lettera del Albertolli, sia sulla base dei diversi schizzi compiuti da Pollach, un viaggio a Roma in compagnia del conte Alessanndro Serbelloni nel 1793.
 
Di questo tratterò nel prossimo capitolo, dedicato ai viaggi, alle amicizie e alle letture dell’architetto viennese.
 
 
1.11 I Teatri di Pollach
 
Sono numerosi nell’opera di Pollach i progetti per teatri da lui disegnati. Purtroppo pochi sono quelli che riuscì a realizzare. Primo e significativo interesse verso questa tipologia è documentato da un rilievo che fece a Parma nel 1780 del Teatro Farnese. L’importanza che questo teatro ebbe è nota e famosa è pure l’influenza che su di esso ebbe il Teatro Olimpico di Palladio. Primi “teatri” in cui Pollach si cimentò furono quelli dell’Università di Pavia (1785-87), di cui ho già parlato prima.
 
Nel 1794-1795 disegnò un progetto per il Teatro Hofburg a Vienna già in parte costruito. Questo progetto era particolarmente complesso a causa dello spazio angusto in cui l’edificio si trovava inserito e dello sfasamento tra l’asse mediana della sala e quella della facciata. Pollach andò a Vienna due volte per cercare di ottenerne la commissione ma, nonostante le brillanti soluzioni proposte, non riuscì a ottenerne l’incarico.
 
Nel 1798 propose un progetto per la facciata del Teatro Patriottico della Società dei Filodrammatici a Milano. Il disegno mostra un architettura carica e pesante, che la fortuna volle non venisse mai realizzato.
 
Nel 1803 la sorte gli fu finalmente favorevole: progettò e diede inizio alla costruzione del Teatro Sociale a Bergamo. Lo spazio su cui si doveva edificare il nuovo teatro era limitato e stretto tra le vie della vecchia città. Pollach diede prova di grande abilità riuscendo ad inserire armonicamente la struttura neoclassica nel contesto medioevale. Utilizzò nella facciata una pietra che si legasse bene con gli altri edifici e si limitò a inserire gli elementi classici in “bassorilievo”.
 
Il piccolo atrio d’ingresso immette nell’ampia sala. Per capire quello che questo Teatro fu è necessaria oggi una buona dose d’immaginazione a causa dello stato di degrado in cui si trova attualmente. Pollach non ebbe la possibilità di vedere la sua unica opera teatrale ultimata, perché morì nel 1806 e il teatro venne concluso nel 1808.
 
Per quanto riguarda i progetti delle ville e dei giardini rimando al terzo capitolo.
 
 
1.12 Gli ultimi anni
 
Il 9 maggio 1796 l’arciduca Ferdinando lasciava la capitale che aveva governato per 15 anni. Al loro arrivo i Francesi trovarono una città dove i segni del benessere erano evidenti sia nelle persone che nell’aspetto della città: le strade erano lastricate e illuminate, il traffico di carri e carrozze era intenso, le case numerate. L’entusiasmo del popolo che accolse i Francesi come liberatori e fece issare alberi della libertà in molte piazze venne ben presto deluso. I nuovi invasori iniziarono a saccheggiare, a compiere atti di vandalismo e ad imporre forti tasse.
 
Con il nuovo governo Cisalpino ci fu una fortissima richiesta di architetture effimere destinate alla celebrazione delle glorie repubblicane o a giochi di pubblico intrattenimento.
 
Lo stile dell’architettura repubblicana era ben diverso da quello del periodo austriaco, perché diversa era la finalità. Alle forme misurate, sobrie e delicate dell’architettura del primo neoclassicismo si sostituirono quelle grandiose e pure: simbolo della Roma Repubblicana. 
 
Gli architetti dell’Accademia e quelli fino ad allora esclusi dalla pubblica committenza cercarono di ingraziarsi il nuovo regime.
 
Piermarini, pur iscrivendosi alla “società repubblicana per la pubblica istruzione”, non riuscì ad entrare nelle grazie del nuovo governo e dopo qualche tempo si ritirò a Foligno. Pollach fu un altro degli esclusi: l’intimità e il calore delle sue architetture, gli spazi a dimensione “umana” erano ormai inadeguati alle richieste del nuovo regime. Era ormai giunto il momento dei rigori puristi di Cagnola e Canonica.
 
Durante il ritorno degli austriaci (aprile 1799 – giugno1800) le cose mutarono a favore di Pollach, ma erano destinate a durare pochi mesi.
 
Nel 1803 Pollach ottenne la sua ultima commissione pubblica: fu nominato Architetto della Fabbrica del Duomo. Il motivo di questa nomina è da ricercarsi nel fatto che era riuscito a diminuire notevolmente i costi per ultimare la facciata: questi, infatti, passarono da 1.300.000 a 700.000 lire. Durante i tre anni che gli restavano da vivere riuscì a risolvere il problema delle impalcature necessarie per ultimare l’edificio. Tuttavia, non riuscì a terminare il lavoro, perché morì nel 1806.
 
Il figlio Giuseppe  , pure lui architetto, sperò di ereditare la prestigiosa opera interrotta dal padre ma si dovette accontentare di una collaborazione accanto allo Zanoja.
 
  
  
 
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Versione delle 15:35, 26 ott 2011

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1. Pollach: vita e opere


1.1 Il momento storico-culturale

L’ondata di riforme che negli anni Sessanta del XVIII secolo portò a un mutamento sostanziale della società lombarda e al tramonto della Milano del “Giovin Signore”, ha la sua origine nella politica “illuminata” intrapresa da una serie di governatori al servizio della casa d’Austria. Il primo tra questi fu Francesco Colloredo (1718–1725) che, nel tentativo di riorganizzare la macchina statale, diede il via ad un censimento allo scopo di ridistribuire in modo più equo il peso fiscale. Questa operazione, se portata a compimento, avrebbe permesso non solo di ridare fiato all’economia e al commercio, ma anche di affrontare eventuali spese belliche. Fondamentale per lo sviluppo di uno Stato moderno, il censimento partì faticosamente nel 1718 ma riuscì ad essere messo in atto solo negli anni Sessanta durante il governo di Carlo Firmian. La causa di questa lentezza fu l’opposizione del ceto nobiliare , che vedeva minacciati i propri privilegi. Pietro Verri, certo non sempre tenero con l’amministrazione austriaca, scrisse tuttavia a proposito di questa manovra fiscale:

“con equità si distribuiscono i pesi pubblici a misura delle forze di ognuno; si è resa chiara l’amministrazione delle pubbliche imposte, e si è annientato il dispotismo dei potenti sui deboli, dando alle comunità un governo democratico, dipendente da un tribunale custode della legge” .

Altro governatore illuminato che aprì la strada alle grandi riforme fu Gianluca Pallavicini. Quando Maria Teresa salì al trono nel 1740 era ancora inesperta e giovanissima e si trovò coinvolta nella pesantissima guerra di successione. Trovò allora in Pallavicini un validissimo governatore, cui affidare il controllo della guerra in Lombardia. Tenace, onesto, abile, Pallavicini si rese conto di quanto fosse necessario un risanamento dell’amministrazione lombarda. Per questo diede inizio alla riorganizzazione dell’esercito e al sistema fiscale, attraverso la fondazione del Banco di S. Ambrogio e del Monte Santa Teresa, cercò di sviluppare l’economia con la promozione della Fiera, portò avanti il censimento, semplificò i dazi. Gli succedette Beltrame Cristiani (1702-1758) che portò avanti le riforme già avviate e cercò di sradicare l’opposizione locale. In questo periodo venne sciolto il Consiglio d’Italia e i suoi poteri vennero trasferiti a Vienna presso la Cancelleria di Corte e Stato nel Dipartimento d’Italia (1757) . Questo nuovo organo di potere segnò il definitivo tramonto dell’oligarchia del patriziato lombardo, che non aveva più alcun potere decisionale, ed ebbe un ruolo importantissimo, spesso poco considerato, nelle riforme degli anni Sessanta. Generalmente si attribuisce il merito di questa svolta “illuminata” alle persone di Maria Teresa, Kaunitz, Firmian e a quel gruppo d’illuministi lombardi che appoggiarono, seppure a fasi alterne, il governo di Vienna. Secondo le testimonianze di Pietro Verri però, le cose non andarono esattamente così:

“L’imperatrice pochissimo si intrica degli affari del Milanese, e se non è qualche volta per qualche impegno di collocare qualche persona a lei affetta, si regola sul parere del principe di Kaunitz. Questo parere è sempre in iscritto e si chiama rapporto; il principe lo sottoscrive, ma chi fa i rapporti sono quelli del Dipartimento” .

Ancora, sempre riferito al Kaunitz, Verri scrive:

“unicamente interessandosi per i fermieri e nel resto prendendosi pochissimo pensiero di questa piccola e remota provincia di una vasta Monarchia, lasciò ogni cura ai subalterni. Il primo padrone fu Du Beyne, poi Giusti, poi Sperges, e i cambiamenti di essi furono lo stesso che la mutazione di un sovrano” .

Con Joseph von Sperges l’attenzione di Vienna si rivolse alle riforme ecclesiastiche, scolastiche e della pubblica assistenza. Come vedremo, queste coinvolgeranno Pollach nei primi quindici anni della sua attività milanese. A proposito di Firmian le testimonianze di Sperges, Giuseppe II o di Pietro Leopoldo Granduca di Toscana ci parlano di un governatore retto e devoto all’impero ma descrivono anche la sua “indicibile indolenza” e l’eccessiva autorità lasciata ai segretari. Per l’approfondimento della figura di questo ministro, che resse la Lombardia dal 1758 al 1782, data della sua morte, rimando al prossimo capitolo, dove mi concentrerò soprattutto su alcuni aspetti della sua formazione culturale – piuttosto che su quelli politici – al fine di individuare possibili contatti con Pollach. La vita intellettuale milanese trovò nell’Accademia dei Trasformati il punto di partenza di quella “primavera dei lumi” che darà i suoi frutti più maturi negli anni Sessanta. Fondata da Giuseppe Carlo Imbonati nel 1743, aveva come “cigni” gli esponenti di diverse classi sociali: accanto a nobili ed ecclesiastici sedevano poeti e letterati di più modesta estrazione sociale. Nelle riunioni in casa Imbonati, accanto ai temi più frivoli, tipici del mondo arcadico settecentesco , venivano discussi problemi che riguardavano la morale e la società. Qui Giuseppe Parini lesse le sue prime odi civili: La vita rustica, La salubrità dell’aria e Dialogo sulla nobiltà. Quest’ultimo, in sintonia con la politica austriaca, conteneva un’aspra critica contro i privilegi di nascita. Nel 1761 Parini scriveva nell’avvio al Discorso sopra la poesia:

“Lo spirito filosofico, che quasi genio sorto a dominar la letteratura di questo secolo, scorre, colla facella della verità accesa nelle mani, non pur l’Inghilterra, la Francia e l’Italia, ma la Germania e le Spagne, dissipando le tenebre de’pregiudizi autorizzati dalla lunga età e dalle venerande barbe de’ nostri maggiori, finalmente perviene a ristabilire nel loro trono il buon senso e la ragione. A lui si debbono i progressi che quasi subitamente hanno fatto per ogni dove le scienze tutte, e il grado di perfezione a cui sono arrivate le arti” .

Questo bellissimo manifesto rappresenta simbolicamente l’inizio di quel decennio che vedrà nascere le più importanti opere dell’Illuminismo lombardo. Il primo sintomo del mutamento filosofico, culturale e sociale annunciato da Parini si trova in quel gruppo di giovani aristocratici che iniziò a riunirsi in casa di Pietro Verri a partire dall’inverno del 1761. Scopo delle riunioni era di leggere, imparare, meditare e discutere sulla situazione della società. Ne facevano parte: Cesare Beccaria, Luigi Lambertenghi, Giuseppe Visconti di Saliceto, Pietro Secco-Comeno, Giambattista Biffi e, dal 1764, anche l’abate Alfonso Longo e il barnabita Paolo Frisi. Leader del gruppo, sia per motivi di età che per riconosciuta maggiore conoscenza del mondo, era Pietro Verri. Le letture principali erano gli scrittori inglesi e francesi che rispondevano ai nomi di Locke, Hume, Montesquieu, Voltaire, d’Alembert, Condillac, Rousseau. “Questa piccola e oscura società di amici collegati dall’amore dello studio, dalla virtù, dalla somiglianza della condizione, e niente stimata nella opinione pubblica” prese il nome di “Accademia dei Pugni”. I suoi soci erano accomunati al poeta di Bosisio dal desiderio di creare una società composta da individui liberi e uguali, in cui coincidessero felicità privata e felicità pubblica. Erano contrari all’intolleranza religiosa, ai privilegi e all’ozio nobiliare, al sacrificio dell’individualità del singolo in nome dell’appartenenza al gruppo familiare, ai pregiudizi e alle superstizioni. Strumento di diffusione delle idee maturate in questo piccolo gruppo fu il Caffè, periodico pubblicato tra il 1764 e il 1766. Accanto alle “pagine più impegnate contro i pregiudizi e le storture del tempo si alternano quelle ispirate al gusto del gioco e della creazione fantastica e disimpegnata, gli articoli dedicati all’economia, alle scienze, alla tecnica si alternano con quelli di argomento letterario o morale” . Tuttavia, l’esperienza dei Pugni e del Caffè terminò nel giro di pochi anni. Nel 1766 il gruppo iniziò a disgregarsi a causa della partenza da Milano di Frisi, Longo, Beccaria e Alessandro Verri e dei crescenti impegni di Pietro Verri nell’amministrazione lombarda. Ormai, comunque, l’esperienza del Caffè, come pure le numerose opere pubblicate tra il 1763 e il 1766 da Parini, Pietro Verri e Beccaria , avevano segnato la rottura con il passato e l’inizio della società dei Lumi. E’ il momento di passaggio dall’Arcadia all’Illuminismo.

Quali sono le vicende artistiche della Lombardia di quel tempo? Nel 1771 il giovanissimo Arciduca Ferdinando (nato nel 1756), terzogenito di Maria Teresa, si insediava in Lombardia e in seguito al matrimonio con Maria Beatrice d’Este, avvenuto a Milano il 15 ottobre dello stesso anno, diventava governatore in questa provincia. Con l’arrivo della coppia arciducale, il primo problema che Firmian dovette risolvere fu quello di dare ai giovani sposi una dimora dignitosa, che potesse pienamente svolgere le funzioni di una corte. Il ministro plenipotenziario, durante il suo incarico alla corte di Napoli, aveva conosciuto Luigi Vanvitelli (1700-1773): così, non trovando in Lombardia nessun architetto degno di costruire una reggia, lo chiamò a Milano. Come luogo destinato ad ospitare il nuovo edificio fu scelto quello su cui sorgeva l’ex Palazzo Ducale. Nel tentativo di migliorare il rapporto di subordinazione in cui il palazzo si era sempre trovato rispetto al Duomo, Vanvitelli propose di distruggere l’edificio preesistente per sostituirlo con un nuovo grandioso palazzo. L’eccessivo costo del progetto spinse la corte di Vienna a rifiutarlo e a chiedere all’architetto di mantenere almeno una parte del vecchio palazzo. Vanvitelli, rifiutandosi di apporre modifiche alla sua idea, tornò a Caserta, lasciando il suo posto all’allievo prediletto: Giuseppe Piermarini (1734-1808). “Il mio discepolo Signor Giuseppe Piermarini darà a conoscere che non invano è stato sotto la mia direzione ad apprendere la difficilissima professione dell’architettura” . Piermarini stese un progetto più discreto e, ottenendo l’approvazione di Vienna, edificò il Palazzo Reale. Come nota Wittkower: “Con l’allievo del Vanvitelli, Giuseppe Piermarini, s’apre a Milano il periodo del vero neoclassicismo” .

1.2 L’architettura neoclassica a Milano Il Neoclassicismo, che ebbe nella Roma di Winckelman e Piranesi il suo centro di irradiazione, si sviluppò in tutta Europa secondo modi, tempi e ispirazioni locali e diverse. Milano e la Lombardia rappresentarono uno dei maggiori centri di sviluppo di questa corrente. La prima spiegazione di questo fatto risiede nella politica di rinnovamento intrapresa dal regime austriaco, che implicava un necessario riadattamento degli edifici statali. Come si vedrà più avanti, tutti gli edifici “svuotati” dalla riforma ecclesiastica, di cui lo Stato entrò in possesso, dovevano essere trasformati in uffici, orfanotrofi, ospedali, ospizi, scuole, università, accademie. Lo Stato si trovò per la prima volta a dover sostituire privati e clero in tutte quelle funzioni sociali che, nei secoli precedenti, erano state in buona parte a loro affidate. E’ evidente che queste nuove esigenze si sposavano perfettamente con lo stile neoclassico: con la sua armonia e la sua linearità, riusciva a imprimere alla città un carattere unitario e ordinato, dove il singolo edificio, risultava subordinato alle necessità dell’insieme. Un secondo motivo può essere cercato nella circostanza che l’arrivo dell’Arciduca nel 1771 coincise con la fine del periodo “eroico” delle riforme e l’inizio di un periodo in cui gli ingranaggi della macchina statale dovevano trovare un clima di “tranquilla e metodica applicazione” per potersi rodare . Insomma, l’architettura si mise al servizio dello Stato. E’ quindi dal favorevole incontro tra le idee di rinnovamento maturate in centro Italia e il “fertile” terreno lombardo, preparato dagli austriaci, che nasce il neoclassicismo milanese. Piermarini, al contrario di Vanvitelli, era adattissimo a svolgere il ruolo di architetto di Corte: bravo e ben preparato ma non ancora famoso, si piegò docilmente alle richieste del governo e fu disposto a riadattare edifici preesistenti e a prestare attenzione alle due regole fondamentali di economia e decoro. Nella mostra L’idea della magnificenza civile , tenutasi a Milano nel 1978, sono stati individuati tre momenti diversi dell’architettura neoclassica lombarda. Il primo va dal 1770 al 1796; il secondo dal 1796 al 1815; il terzo dal 1815 al 1848. La possibilità di individuare con una discreta sicurezza l’inizio e la fine di questi tre periodi è legata al mutare dei regimi che determinano di volta in volta il mutamento dei linguaggi neoclassici. Questo schema è però applicabile alla committenza pubblica e non a quella privata, come vedremo nel caso di Pollach. In questa tesi mi soffermo sullo stile del primo periodo. Quali furono i modelli architettonici che lo ispirarono? La ricerca di un “puro” ritorno all’antico, che tanto condizionò alcune correnti neoclassiche, non fu una caratteristica del primo neoclassicismo milanese . Mezzanotte ha scritto in proposito:

“L’antichità non fu sentita nell’ultimo trentennio del secolo (XVIII) come un richiamo imperativo o come fonte indispensabile e insostituibile di ispirazione e di imitazione” .

Accanto agli antichi convivevano come modelli le diverse correnti architettoniche che si erano sviluppate nei secoli precedenti: Rinascimento, Palladianesimo e persino Barocco diedero il loro contributo: ciò che nacque però fu del tutto originale. Al riguardo, Bianchi Bandinelli, riferendosi al Rinascimento e al Neoclassicismo, ha notato:

“… in entrambe le età nelle quali si guardò con particolare interesse all’antica, ne fu tratto una sorta di mito, nel quale trovò espressione lo spirito del proprio tempo. Nell’uno e nell’altro caso si è parlato di una rinascita dell’antichità; in realtà sorse ogni volta da quel contatto e da quella speculazione qualche cosa di completamente nuovo, che era fondamentalmente diverso dall’antichità stessa e non poteva essere altrimenti” .

L’antichità classica, tornata alla luce nel Rinascimento, divenne modello insostituibile per i successivi quattro secoli. Snaturata dal Manierismo, ricomparse con forza tra il 1580 e il 1625 e sopravvisse modestamente, come corrente indipendente, accanto ai “giganti” del Barocco. Alla fine del XVII secolo riemerse nel “classicismo tardo barocco” e ebbe in Carlo Fontana il suo rappresentante migliore. Il nuovo classicismo, contaminato da elementi borrominiani e da effetti scenografici, si espresse durante il Settecento nelle opere di Fuga, Juvarra e Vanvitelli. Preludio al Neoclassicismo e in contrapposizione con il rococò, divenne la corrente predominante del Settecento e trovò nel veneziano Carlo Lodoli il suo maggior teorico. Egli riportò l’attenzione sul principio della corrispondenza tra “lo scopo di una costruzione e il carattere della sua architettura” e sentì la necessità di un ritorno a forme semplici e naturali. Lodoli aprì la strada alle opere di Laugier e al neoclassicismo di Milizia. Il classicismo tardo barocco arrivò a Milano nel 1756 con un certo ritardo. In questa data, Benedetto Alfieri, allievo di Juvarra, progettò la facciata verso giardino di Palazzo Monti (ora Sormani). Fu subito chiaro il desiderio di abbandonare i deliziosi ricci del barocchetto teresiano per tornare a una architettura più pura e geometrica. Con la venuta di Vanvitelli nel 1771 arrivò uno dei massimi esponenti di questa corrente classicista. E’ difficile schematizzare in un discorso l’influenza avuta da Palladio sul neoclassicismo: essa emerge, nell’architettura neoclassica, sia attraverso reminiscenze e citazioni delle sue architetture, sia attraverso i suoi trattati che furono considerati, accanto a quelli di Vitruvio, le opere teoriche di base per la formazione di un buon architetto. Come vedremo, Pollach fu fortemente influenzato da Palladio ma questo emergerà poco a poco dall’analisi delle opere e della formazione culturale dell’architetto austriaco. Gli architetti che portarono al rinnovamento architettonico lombardo si erano tutti formati altrove: Piermarini e, per breve periodo, Simone Cantoni (1739-1818), presso Vanvitelli; Cantoni, Carlo Felice Soave (1749-1803), Giocondo (1742-1839) e Giacomo Albertolli, Faustino Rodi (1751-1833) all’Accademia di Parma; Leopoldo Pollach a Vienna; i Gerli in Francia; solo Gallori e Carlo Giuseppe Merlo (1690-1761) rappresentavano la continuità con la scuola locale.

1.3 L’Accademia di Parma Mezzanotte individua nell’Accademia di Parma uno dei motivi principali della differenziazione del neoclassicismo lombardo de quello degli altri centri italiani. Fondata nel 1752 da Guglielmo Du Tillot, ministro di Filippo di Borbone, interessato a creare qui un centro di irradiazione della cultura francese, quest’Accademia svolse per diversi decenni un ruolo fondamentale nella formazione e nello sviluppo di una nuova cultura, sia letteraria che artistica. A capo dell’Accademia venne posto dal 1753 l’architetto Alexandre Petitot (1727-1801), allievo di Jacques-Germain Soufflot, che introdusse il gusto per l’antico a Parma, fu architetto delle fabbriche ducali e grande disegnatore di oggetti, mobili, costumi e apparati per le feste. In questa Accademia si favorì

“ una architettura classicheggiante, priva di preoccupazioni archeologiche, o scarsamente interessata a queste, propensa ai precetti e ai moduli del Vignola e del Palladio, favorevole a opere dalle quali spirano semplicità arcadica, razionalità di concetti e nobili ideali civili; ma nelle quali in realtà viene posto l’accento sulla purificazione del repertorio decorativo piuttosto che sul rinnovamento dei contenuti. Si forma così una scuola dove gli aggressivi richiami del Milizia erano tranquillamente ignorati” .

Molta attenzione venne prestata alla qualità grafica dei disegni: si esclusero schizzi e macchie per prediligere disegni puliti dai colori caldi e uniformi. E’ quindi comprensibile, come vedremo, l’approvazione che i disegni di Pollach ricevettero in questo ambiente. L’Accademia conobbe i suoi anni migliori tra il ’70 e il ’90, venendo poi spodestata dal suo ruolo di guida dalla fama di Brera.

1.4 Il contributo delle scienze e della letteratura Come ho già accennato nel paragrafo precedente, la nascita del neoclassicismo fu aiutata anche dalle nuove idee illuministe maturate all’interno della società milanese. Per questo è opportuno soffermarsi, seppur brevemente, su alcuni contributi che uomini di scienze e lettere diedero all’arte in quel periodo. Nel Dell’architettura – Dialoghi scritto nel 1770 Ermenegildo Pini teorizzò che l’architetto non poteva più basarsi sull’esperienza ma doveva fondare i suoi progetti su esatti calcoli matematici. Mostrava così di essere al corrente di quegli studi di scienze delle costruzioni che si andavano diffondendo in Francia e i cui maggiori teorici erano Briseux, Blondel, d’Aviler, Courtonne. La sua opera continuava poi elogiando i principi vitruviani di fermezza, comodità e decoro e sosteneva che la bellezza degli edifici non consiste nella ricchezza e nella stranezza delle loro decorazioni ma nell’ordine, nella simmetria e nella semplicità . Pietro Verri, nel carteggio che tiene con il fratello tra il 1766 e il 1782, si mostrò particolarmente interessato alle vicende edilizie che andavano cambiando il volto della città e seguì soprattutto ciò che avveniva nell’edilizia pubblica, riportando numerose osservazioni sulle opere di Vanvitelli e Piermarini e “intorno al ’70 (…) esprime giudizi che ricalcano le idee dell’Algarotti, del Temanza e del Winckelmann” . Parini, “ripulendo” in chiave classica la poesia dai riccioli svenevoli dell’arcadia, preannunciò quello che, pochi anni dopo, fece Piermarini nell’architettura. Nel 1777 scrisse nel De’ principi delle Belle Lettere, massima opera teorica del Neoclassicismo lombardo,

“l’arte ha il fine di interessare, di commuovere dilettando. Il massimo dei piaceri è prodotto dalla varietà” . 

L’arte neoclassica deve conciliare interesse, varietà e unità. Come vedremo, Pollach aveva ben presenti questi tre fini quando progettò il giardino di Villa Pesenti. Foscolo, nel suo Saggio sulla letteratura italiana contemporanea del 1818 ci ricorda che, tra i pochi libri ritrovati presso Parini alla sua morte, si trovavano due copie delle Biografie de’ Pittori del Vasari, lacerate dalla continua consultazione . E’ interessante, anche per il discorso accennato sopra sul rapporto tra neoclassicismo lombardo e rinascimento, ritrovare tra i suoi libri quest’opera fondamentale per lo studio dell’arte di quel periodo. Furono trovati inoltre libri di Winckelmann, Bardon, Webb, che rivelano il suo atteggiamento attivo verso il rinnovamento dell’arte in corso . E’ utile soffermasi un poco sui contatti diretti di Parini con il mondo dell’arte. Strettissimi furono i rapporti con l’Accademia di Brera e con la cerchia degli artisti che vi lavoravano. Venne spesso chiamato a suggerire i soggetti iconografici per le decorazioni dei nuovi edifici. Sue furono le iconografie di Palazzo Reale e Palazzo Greppi, dove lavorò accanto a Traballesi, Knoller, Franchi, Levati, Albertolli, come pure le iconografie della Scala, del teatro di Novara e di palazzo Belgiojoso. E’ probabile che Pollach, lavorando accanto a Piermarini nella maggior parte di questi edifici, avesse già avuto la possibilità di conoscere il Parini. Tuttavia è certo che ebbe i contatti più diretti con lui nella Villa Belgiojoso, da lui stesso progettata. Anche se le indicazioni del poeta erano dirette alla folta équipe di scultori è verosimile supporre che qualche confronto tra architetto e poeta possa essere avvenuto. Esiste un legame tra i bassorilievi sulla facciata a “mezzogiorno” della Villa Begiojoso ispirati dal Parini e il progetto di Pollack del giardino con i suoi monumenti? Sarebbe uno studio interessante da iniziare: purtroppo non ho trovato per il momento nulla a questo proposito.

1.5 Piermarini

Non è questa la sede per un analisi dell’opera di Piermarini . I rapporti di Pollach con il suo maestro verranno messi in luce, dove necessario, nei prossimi capitoli. E’ però interessante notare qui che Piermarini arrivò a Roma con la vocazione per la matematica ma, affascinato dalle architetture romane, cambiò i suoi studi. Non si limitò allo studio dell’architettura antica e rinascimentale ma si appassionò anche ai maestri barocchi: in particolare a Rainaldi, Pietro da Cortona e Borromini. Questa sua passione è documentata da alcuni suoi rilievi architettonici.

L’attenzione verso il classicismo si accentuò probabilmente negli anni della sua formazione presso Vanvitelli alla reggia di Caserta ma la lezione barocca non venne del tutto dimenticata. Delle sue numerosissime opere me ne interessano tre in particolare in questa tesi, quelle relative ai progetti dei giardini, ovvero: il progetto per il Piano della Cavalchina con i suoi giardini, quello per i Giardini Pubblici e soprattutto quello per il Giardino di Monza. Rimando però per l’analisi di queste opere al terzo capitolo.


NOTE