Lotte ed evoluzioni in seno alla curia episcopale: differenze tra le versioni
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| + | '''Le rivalità dei clans''' | ||
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| + | I movimenti migratori in seno alla nobiltà bergamasca si spiegano, almeno in alcuni casi, non con motivi economici, ma con le lotte nel seno stesso della curia. I vescovi, a loro volta provenienti dal milieu capitaneale, sembrano praticare regolarmente nepotismo e clientelismo e manifestano una forte tendenza a dotare i propri parenti ed amici spogliando i lignaggi che godevano del favore del vescovo precedente. Questi moti convulsivi sono largamente ammortizzati dalla persistenza complessiva del personale feudale e dalla pesantezza del sistema: sono necessarie talora numerose generazioni perché un lignaggio sottoposto alla pressione dei vescovi finisca per abbandonare i ridotti montagnosi che gli erano stati affidati. La posizione della maggior parte dei feudi, di difficile accesso nelle valli alpine, facilita ancora la resistenza di quelli che li detengono. L’esempio dei Martinengo illumina bene questi fenomeni di resistenza al cambiamento: i vescovi Atto da Vimercate e Arnolfo da Landriano li costringono poco a poco a rinunciare, talora con la forza, alla maggior parte dei loro domini; ma quarant’anni dopo la morte del vescovo Ambrogio, i suoi nipoti e i suoi pronipoti detengono ancora il feudo del gonfalone, che non cedono che all’inizio del XII secolo. Analogamente, i vassalli dotati da Arnolfo da Landriano con beni tolti ai Martinengo oppongono la forza dell’inerzia, per dozzine d’anni, ai decreti pontifici e sinodali che hanno reso irrite le investiture accordate da questo vescovo scismatico. Queste rivalità di clans non sembrano del resto tradursi in opposizioni ideologiche: la lotta delle investiture vede il vescovo Arnolfo e i suoi capitana, Mozzi e Martinengo in testa, allinearsi nello stesso campo e partecipare insieme ai placiti imperiali, negli stessi anni in cui guerreggiano eventualmente fra loro. | ||
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| + | '''I [[Mozzi]], i [[Martinengo]] e i ''clientes'' di Arnolfo da Landriano''' | ||
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| + | Il dettaglio degli schieramenti all’interno della curia si riassume facilmente: il successore di Ambrogio Martinengo, il milanese Atto da Vimercate (1058-1075), comincia a riprendere ai Martinengo i loro possedimenti. La clientela episcopale sembra tuttavia rimanere stabile durante il suo episcopato; i parenti di Atto costituiscono il solo elemento nuovo, ma rimarranno in una posizione marginale a Bergamo. È nel corso dell’episcopato di Arnolfo da Landriano (1076-1098) e durante la lunga vacanza che segue (1098-1112) che si verificano i grandi mutamenti nella composizione della curia e nel suo ruolo politico. Arnolfo rovina la posizione dei Martinengo strappando loro la rocca di Clusone e costringendoli ad abbandonare le miniere e le signorie che occupavano nelle valli. Anche l’insediamento di alcuni Mozzi a Milano e soprattutto a Brescia verso la stessa epoca potrebbe essere conseguenza dell’ostilità del vescovo nei loro confronti; ma nulla lo conferma. La caduta dei Martinengo è sufficiente a modificare sensibilmente le geografia feudale della diocesi, considerata l’estensione dei feudi che detenevano. Una buona parte dei beni distribuiti da Arnolfo ai suoi clientes (nota grazie alle restituzioni più tardi copiate sul Rotulus) sembra provenire dalle loro spoglie. | ||
| + | È l’epoca in cui i beni dei Giselbertini nella parte settentrionale del comitato sono immessi sul mercato dal loro rifluire verso il sud: l’agitazione sociale, religiosa e politica nella quale si trova immersa questa generazione di fine secolo si accompagna dunque a considerevoli trasferimenti di proprietà e di poteri signorili. È senza dubbio a quest’epoca che si verificano i mutamenti di equilibrio che fanno passare la realtà del potere politico e territoriale dalle mani dei grandi signori di antica estrazione a quelle del patriziato cittadino che entra a sua volta nella curia episcopale. | ||
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| + | È sempre durante il vescovato di Atto e di Arnolfo, entrambi usciti dalla nobiltà capitaneale milanese, che giunge al proprio apogeo un altro fenomeno, di portata minore: il radicamento, più o meno duraturo, di nobili milanesi in territorio bergamasco. Si tratta di una manifestazione della mobilità comune a tutta la nobiltà lombarda del tempo, di cui abbiamo già dato esempi; questa mobilità è tuttavia particolarmente sviluppata presso i milanesi, e costituisce un aspetto della preminenza politica della metropoli e della sua volontà di dominio in Lombardia. Bergamo non è la città più toccata da questo fenomeno: Cremona, Lodi soprattutto, vedono affluire i milites milanesi, in un clima del resto impregnato d’ostilità; ai confini delle tre città, il territorio cremasco è per essi una zona di espansione particolarmente intensa. Il loro insediamento prende due forme che ritroviamo anche a Bergamo. Si osserva d’un lato un radicamento dei lignaggi milanesi nelle regioni limitrofe al loro proprio territorio: è così che la riva sinistra dell’Adda è interamente assoggettata sino alla metà del XII secolo alla loro influenza. Il monastero di Pontida è molto orientato verso Milano, S. Ambrogio rivendica Calusco e i suoi vassalli vi detengono - debolmente - dei benefici, e i confini sud-occidentali del territorio bergamasco, a contatto con l’Insula Fulcheria, sono popolati da signori di castello milanesi che hanno intessuto multipli rapporti con signori bergamaschi e cremaschi: in questa zona, la nozione di una frontiera lineare, in senso moderno, è totalmente anacronistica sino a Federico I. L’insediamento milanese prende un’altra forma, anch’essa classica prima dei comuni: allorché un nuovo vescovo viene scelto in un’altra città, egli conduce con sé tutto un gruppo di amici e di parenti, che dota spesso generosamente. È così che appariranno nella curia bergamasca dei da Vimercate e dei da Landriano, venuti con Atto e Arnolfo. La loro presenza, abbastanza duratura, rimane tuttavia discreta. Per i da Vimercate, non costituisce tuttavia che uno degli aspetti del loro insediamento nel bergamasco: essi hanno in effetti possedimenti d’un lato e dall’altro dell’Adda, attorno a Brivio, e conservano sulla riva sinistra solidi punti di appoggio sino al pieno XIII secolo. Non sono quasi presenti a Bergamo, ad eccezione del canonico Oberto, camerario del vescovo e riccamente dotato di benefici (1163-1180) . | ||
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| + | '''Gruppo dominante feudale, gruppo dominante comunale: rinnovamenti e continuità''' | ||
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| + | Una ultima fase di reazione segue la deposizione di Arnolfo nel 1098: i beneficiari della sua prodigalità sono poco a poco costretti alla restituzione, ma i Martinengo e quelli fra i Mozzi che sono partiti per Brescia sono definitivamente scomparsi. Soprattutto, la rete feudale del vescovato è stata troppo lacerata dalle crisi successive per sopravvivere come sistema di governo, e le ripercussioni locali della lotta delle investiture sono, come ovunque nell’Italia del Nord, troppo gravide di conseguenze politiche e sociali perché l’antico sistema possa sopravvivere o almeno adattarsi: una parte dei capitanei riappare nel corso del XII secolo fra i consoli, ma il comune è ai suoi esordi un monopolio quasi esclusivo dei cives che hanno preso gusto al potere attorniando il vescovo Arnolfo e che, dopo la sua caduta, hanno conservato questo gusto e trovato il modo di soddisfarlo. Un gruppo dirigente viene così allontanato dal potere, ma le relazioni feudali sulle quali riposava in parte la sua potenza sono ben lontane dal perdere la loro importanza: i dirigenti del primo comune riprendono di fatto una gran parte degli antichi feudi episcopali, estendendo così ampiamente il loro controllo nel contado. Le relazioni feudali rimarranno un elemento importante della distribuzione dei poteri, della ricchezza, dell’organizzazione sociale durante l’epoca comunale. | ||
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| + | segue '''[[La città - L’agglomerato urbano tra continuità e crescita]]''' | ||
Versione delle 19:22, 20 ago 2007
(da Dai Longobardi agli esordi del Comune, in A.A .VV. Storia economica e sociale di Bergamo, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, Vol. 2 – I Primi millenni.* Dalla Preistoria al Medioevo (2007), pp. 733-735.
Le rivalità dei clans
I movimenti migratori in seno alla nobiltà bergamasca si spiegano, almeno in alcuni casi, non con motivi economici, ma con le lotte nel seno stesso della curia. I vescovi, a loro volta provenienti dal milieu capitaneale, sembrano praticare regolarmente nepotismo e clientelismo e manifestano una forte tendenza a dotare i propri parenti ed amici spogliando i lignaggi che godevano del favore del vescovo precedente. Questi moti convulsivi sono largamente ammortizzati dalla persistenza complessiva del personale feudale e dalla pesantezza del sistema: sono necessarie talora numerose generazioni perché un lignaggio sottoposto alla pressione dei vescovi finisca per abbandonare i ridotti montagnosi che gli erano stati affidati. La posizione della maggior parte dei feudi, di difficile accesso nelle valli alpine, facilita ancora la resistenza di quelli che li detengono. L’esempio dei Martinengo illumina bene questi fenomeni di resistenza al cambiamento: i vescovi Atto da Vimercate e Arnolfo da Landriano li costringono poco a poco a rinunciare, talora con la forza, alla maggior parte dei loro domini; ma quarant’anni dopo la morte del vescovo Ambrogio, i suoi nipoti e i suoi pronipoti detengono ancora il feudo del gonfalone, che non cedono che all’inizio del XII secolo. Analogamente, i vassalli dotati da Arnolfo da Landriano con beni tolti ai Martinengo oppongono la forza dell’inerzia, per dozzine d’anni, ai decreti pontifici e sinodali che hanno reso irrite le investiture accordate da questo vescovo scismatico. Queste rivalità di clans non sembrano del resto tradursi in opposizioni ideologiche: la lotta delle investiture vede il vescovo Arnolfo e i suoi capitana, Mozzi e Martinengo in testa, allinearsi nello stesso campo e partecipare insieme ai placiti imperiali, negli stessi anni in cui guerreggiano eventualmente fra loro.
I Mozzi, i Martinengo e i clientes di Arnolfo da Landriano
Il dettaglio degli schieramenti all’interno della curia si riassume facilmente: il successore di Ambrogio Martinengo, il milanese Atto da Vimercate (1058-1075), comincia a riprendere ai Martinengo i loro possedimenti. La clientela episcopale sembra tuttavia rimanere stabile durante il suo episcopato; i parenti di Atto costituiscono il solo elemento nuovo, ma rimarranno in una posizione marginale a Bergamo. È nel corso dell’episcopato di Arnolfo da Landriano (1076-1098) e durante la lunga vacanza che segue (1098-1112) che si verificano i grandi mutamenti nella composizione della curia e nel suo ruolo politico. Arnolfo rovina la posizione dei Martinengo strappando loro la rocca di Clusone e costringendoli ad abbandonare le miniere e le signorie che occupavano nelle valli. Anche l’insediamento di alcuni Mozzi a Milano e soprattutto a Brescia verso la stessa epoca potrebbe essere conseguenza dell’ostilità del vescovo nei loro confronti; ma nulla lo conferma. La caduta dei Martinengo è sufficiente a modificare sensibilmente le geografia feudale della diocesi, considerata l’estensione dei feudi che detenevano. Una buona parte dei beni distribuiti da Arnolfo ai suoi clientes (nota grazie alle restituzioni più tardi copiate sul Rotulus) sembra provenire dalle loro spoglie. È l’epoca in cui i beni dei Giselbertini nella parte settentrionale del comitato sono immessi sul mercato dal loro rifluire verso il sud: l’agitazione sociale, religiosa e politica nella quale si trova immersa questa generazione di fine secolo si accompagna dunque a considerevoli trasferimenti di proprietà e di poteri signorili. È senza dubbio a quest’epoca che si verificano i mutamenti di equilibrio che fanno passare la realtà del potere politico e territoriale dalle mani dei grandi signori di antica estrazione a quelle del patriziato cittadino che entra a sua volta nella curia episcopale.
I milanesi
È sempre durante il vescovato di Atto e di Arnolfo, entrambi usciti dalla nobiltà capitaneale milanese, che giunge al proprio apogeo un altro fenomeno, di portata minore: il radicamento, più o meno duraturo, di nobili milanesi in territorio bergamasco. Si tratta di una manifestazione della mobilità comune a tutta la nobiltà lombarda del tempo, di cui abbiamo già dato esempi; questa mobilità è tuttavia particolarmente sviluppata presso i milanesi, e costituisce un aspetto della preminenza politica della metropoli e della sua volontà di dominio in Lombardia. Bergamo non è la città più toccata da questo fenomeno: Cremona, Lodi soprattutto, vedono affluire i milites milanesi, in un clima del resto impregnato d’ostilità; ai confini delle tre città, il territorio cremasco è per essi una zona di espansione particolarmente intensa. Il loro insediamento prende due forme che ritroviamo anche a Bergamo. Si osserva d’un lato un radicamento dei lignaggi milanesi nelle regioni limitrofe al loro proprio territorio: è così che la riva sinistra dell’Adda è interamente assoggettata sino alla metà del XII secolo alla loro influenza. Il monastero di Pontida è molto orientato verso Milano, S. Ambrogio rivendica Calusco e i suoi vassalli vi detengono - debolmente - dei benefici, e i confini sud-occidentali del territorio bergamasco, a contatto con l’Insula Fulcheria, sono popolati da signori di castello milanesi che hanno intessuto multipli rapporti con signori bergamaschi e cremaschi: in questa zona, la nozione di una frontiera lineare, in senso moderno, è totalmente anacronistica sino a Federico I. L’insediamento milanese prende un’altra forma, anch’essa classica prima dei comuni: allorché un nuovo vescovo viene scelto in un’altra città, egli conduce con sé tutto un gruppo di amici e di parenti, che dota spesso generosamente. È così che appariranno nella curia bergamasca dei da Vimercate e dei da Landriano, venuti con Atto e Arnolfo. La loro presenza, abbastanza duratura, rimane tuttavia discreta. Per i da Vimercate, non costituisce tuttavia che uno degli aspetti del loro insediamento nel bergamasco: essi hanno in effetti possedimenti d’un lato e dall’altro dell’Adda, attorno a Brivio, e conservano sulla riva sinistra solidi punti di appoggio sino al pieno XIII secolo. Non sono quasi presenti a Bergamo, ad eccezione del canonico Oberto, camerario del vescovo e riccamente dotato di benefici (1163-1180) .
Gruppo dominante feudale, gruppo dominante comunale: rinnovamenti e continuità
Una ultima fase di reazione segue la deposizione di Arnolfo nel 1098: i beneficiari della sua prodigalità sono poco a poco costretti alla restituzione, ma i Martinengo e quelli fra i Mozzi che sono partiti per Brescia sono definitivamente scomparsi. Soprattutto, la rete feudale del vescovato è stata troppo lacerata dalle crisi successive per sopravvivere come sistema di governo, e le ripercussioni locali della lotta delle investiture sono, come ovunque nell’Italia del Nord, troppo gravide di conseguenze politiche e sociali perché l’antico sistema possa sopravvivere o almeno adattarsi: una parte dei capitanei riappare nel corso del XII secolo fra i consoli, ma il comune è ai suoi esordi un monopolio quasi esclusivo dei cives che hanno preso gusto al potere attorniando il vescovo Arnolfo e che, dopo la sua caduta, hanno conservato questo gusto e trovato il modo di soddisfarlo. Un gruppo dirigente viene così allontanato dal potere, ma le relazioni feudali sulle quali riposava in parte la sua potenza sono ben lontane dal perdere la loro importanza: i dirigenti del primo comune riprendono di fatto una gran parte degli antichi feudi episcopali, estendendo così ampiamente il loro controllo nel contado. Le relazioni feudali rimarranno un elemento importante della distribuzione dei poteri, della ricchezza, dell’organizzazione sociale durante l’epoca comunale.
segue La città - L’agglomerato urbano tra continuità e crescita