Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 4ª)

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Le Crociate e gli ordini cavallereschi
(Parte 2ª)


La rapida affermazione in tutta Europa dei cavalieri di Cristo era senza dubbio dovuta anche al fatto che sebbene parte della Palestina e della Siria fossero occupate militarmente dai Crociati, l’itinerario terrestre dei pellegrini non era certo divenuto più sicuro. Nonostante la costante sorveglianza dei Templari, in Asia continuarono gli agguati delle bande arabe, e anzi si aggiunsero i pericoli legati allo stato di guerra pressoché permanente tra il regno crociato di Gerusalemme e gli emiri di Damasco. I pellegrini continuarono tuttavia a preferire i viaggi via terra, almeno fin tanto che sopravvisse il Regno di Gerusalemme [54]: i pericoli del mare erano infatti reali, ed innumerevoli erano le navi che naufragavano. Chi salpava non aveva garanzie di un approdo sicuro sulla terraferma, e spesso si trovava a dover temere per il peggio. È vero che il “passagium”, come si chiamava nel Medioevo il trasporto dei pellegrini e delle merci dai porti dell’Europa mediterranea fino ai porti del Levante, era limitato alla bella stagione, e si svolgeva dai primi giorni di marzo fino agli ultimi giorni di settembre; nei mesi invernali gli stessi marinai sconsigliavano infatti chiunque di avventurarsi in mare, fosse pure per brevi tragitti, come ad esempio dalla Puglia all’Albania [55]. Ma talvolta anche d’estate si scatenavano sul mare tempeste talmente furiose da far naufragare intere flotte di navi cariche di migliaia di pellegrini.

Per farsi un’idea, è sufficiente leggere il resoconto del viaggio narrato da un oscuro pellegrino di nome Sevulfo, forse uno pseudonimo di chi orgogliosamente poteva dire di avercela fatta [Saewlfus = sea-wolf, cioè lupo di mare]: partito il 13 luglio 1102 da Monopoli, fu investito da una tempesta appena uscito in mare aperto, e il giorno stesso in cui era salpato fu costretto a rientrare in porto per riparare in qualche modo i danni alla nave. Ripartito da Brindisi “in un giorno disgraziato”, si diresse verso Corfù e da lì “spinto da una grande tempesta”, raggiunse il primo di agosto l’isola di Cefalonia, dove per cause imprecisate morirono alcuni suoi compagni di viaggio. Passando da Polipoli e Patrasso, sbarcò il 9 agosto a Corinto dove, secondo la narrazione “soffrì molte contrarietà”. Oltrepassato l’istmo fino al porto di Hoste, proseguì poi a piedi (“qualcuno però sugli asini”) e dopo due giorni di marcia arrivò a Tebe; il giorno seguente era a Negroponte (l’antica Càlcide nell’isola Eubea) dove, noleggiata un’altra nave, riprese il mare per dirigersi a Rodi. Passato anche questo scalo, fu di nuovo “spinto da una fortissima tempesta” verso Patera, e da lì a Cipro. Lasciamo ora allo stesso Sevulfo la narrazione diretta dell’arrivo in Terrasanta:


“Partendo dall’isola di Cipro fummo sbattuti per sette giorni da tempeste marine prima di poter giungere al porto, in maniera che in una sola notte per il vento forte e contrario venimmo spinti a ritornare indietro; ma per divina clemenza, che è sempre vicina a chi la invoca sinceramente, e da noi fu invocata con grande compunzione, siamo ritornati di nuovo sul giusto cammino; però per sette notti fummo talmente scoraggiati per la pericolosa tempesta, che quasi tutti avevano perso la speranza di salvarsi. La mattina [dell’ottavo giorno] al sorgere del sole apparve anche il lido del porto di Giaffa [56] davanti a noi, e siccome lo spavento di tanto pericolo ci aveva gettati nella più grande tristezza, una gioia improvvisa ed insperata ci fece diventare immensamente allegri. E così dopo un arco di 13 settimane, come partimmo da Monopoli in giorno di domenica, vivendo sempre o sulle onde del mare, o sulle isole in tuguri e capanne, perché i Greci non sono ospitali, approdammo al porto di Giaffa con grande gioia e rendimento di grazie [al Signore] proprio in giorno di domenica […]

Nello stesso giorno in cui approdammo, un tale mi disse, credo per ispirazione divina: «Signore, sbarca oggi stesso, perché può essere che questa notte o domani all’alba arrivi una tempesta, e non potrai più scendere a terra». Appena sentii ciò, preso dalla voglia di sbarcare, noleggiai una barca e con tutte le mie cose me ne andai a terra. Durante il tragitto il mare sì agitava, aumentò il movimento delle onde fino a diventare una forte tempesta, ma aiutato dalla divina grazia, giunsi al lido sano e salvo. Che altro dì meglio? per il lungo disagio, riposammo. Il seguente mattino, mentre uscivamo dalla chiesa, udimmo il muggito delle onde, grida di popolo: tutti accorrevano stupefatti per le seguenti disgrazie mai sentite prima. Anche noi, ansiosi, correndo insieme agli altri, andammo alla spiaggia. Arrivati, vedemmo le onde innalzarsi più alte dei monti, e vedemmo una quantità innumerevole di annegati di ambedue i sessi miseramente distesi sulla spiaggia, e vedemmo pure navi che sbattendosi l’una contro l’altra si rompevano a pezzi. Ma chi poteva udire qualche altra voce oltre il muggito del mare e il fragore delle navi? Questi suoni infatti superavano il chiasso della gente e lo strepito dì tutti i gruppi. Mentre la nostra nave era la più grande e la più forte, molte altre invece, cariche di frumento e di altre merci e di pellegrini che venivano e andavano, sebbene erano tenute in qualche modo ferme al fondo del mare con ancore e funi, come venivano sballottate dai marosi! Quanti alberi di navi si abbattevano paurosamente! Quante mercanzie venivano gettate a mare! Alla vista di tale sciagura quali occhi tanto duri come la pietra potevano trattenere le lacrime?

Non stemmo a guardare a lungo, poiché le ancore per la violenza delle onde e dei marosi scivolarono giù, mentre le funi si rompevano e le navi, allentate dalle terribili onde ormai senza speranza di scampo, ora venivano sollevate in alto, ora cacciate in un abisso, e a poco a poco venivano alla fine gettate sull’arenile o sugli scogli: poi si urtavano disgraziatamente coi fianchi e così dalla tempesta venivano fatte a pezzi: né i formidabili venti le lasciavano ritornare in alto mare senza danno, né la poca profondità dell’arena le lasciava arrivare illese alla spiaggia.

Ma a che giova dire con quanti pianti, sia i marinai che i pellegrini, venuta meno la speranza di salvezza, si attaccavano chi alle navi, chi agli alberi, chi alle antenne, chi ai banchi dei rematori? Che altro dovrei aggiungere?

Alcuni per lo stordimento si sono ivi stesso annegati; altri stando così attaccati furono decapitati sotto ì miei stessi sguardi dai legni della propria nave, lì stesso, ciò che sembrava a molti incredibile; altri ancora, strappati dalle tavole della nave, erano di nuovo risucchiati nelle profondità marine. Vi erano di quelli che, sapendo nuotare, da se stessi si affidavano alle onde: e in tal modo la maggior parte perirono. Ci furono pochissimi che, coscienti delle proprie forze, giunsero con sicurezza sani e salvi alla spiaggia.

Alla fine, prima che io mi allontanassi dalla spiaggia, delle trenta più grandi navi, alcune delle quali sono chiamate popolarmente Dormundi, altre Gulafri, ed altre Catti, tutte cariche di pellegrini di Terra Santa o di mercanzie, rimasero appena sette in buono stato. Delle persone di ambedue i sessi in quel giorno ne morirono più di mille. In un sol giorno mai si vide una disgrazia così grande! Ma il Signore per la sua bontà mi salvò tra tutti questi morti: a Lui l’onore e la gloria per tutta l’eternità. Amen” [57].


Alcuni anni dopo, toccò a San Teotonio [58] di subire le ingiurie del mare. La narrazione del suo viaggio riferisce che egli impiegò dieci settimane di navigazione per giungere a Bari, dove a causa della bonaccia dovette fermarsi sei settimane.


"Infine spirando venti favorevoli, salì sulla nave. Poi i nocchieri affidarono le vele ai venti per andare verso Gerusalemme: ma, avendo navigato alcuni giorni, tutti si trovarono nel pericolo di vita per un’improvvisa tempesta dì mare. […]. Mentre, dunque, la nave incrociava il promontorio della Malea [59], improvvisamente il ciclo si oscurò, ed ecco che le nuvole si addensarono per la violenza del vento, con cui il mare, capovolto fin dal fondo, faceva delle onde simile a montagne di acqua: ed ora affondavano la nave, disturbata dal loro moto nell’abisso, ed ora dal funesto abisso l’alzavano di nuovo sulla parte superiore della loro cresta: e di nuovo apertesi le onde, ci gettavano in basso e, ciò che era straordinario, tiravano in alto l’acqua del mare come se fosse un vero canale, che i marinai chiamano cifo. Però i marinai, che già prevedevano la tempesta, appena la nave incominciò a traballare tra l’impeto delle onde, con somma prestezza staccarono l’albero e, gettatolo tra le onde, cominciarono a togliere le vele e a legare le antenne, e a mettere insieme tutto l’armamento della nave e dei marinai, perché non fossero assorbiti dalla violenza del mare; e per alleggerire la nave, cominciarono a gettare in mare i vasi e, dopo tutto, non poterono avere un momento di riposo. Intanto il mare andava crescendo su di loro, atterriti dalla paura di morire: a cose terribili succedevano cose più terribili, infatti oltre la tempesta che poteva incutere paura di morire, fu visto da tutti quelli che stavano in grande pericolo di mare, una bestia mostruosa e molto terribile e talmente spaventosa che i marinai non la potevano paragonare a nessuna bestia; i suoi occhi (come ci riferiva il Santo) apparivano come fiaccole di fuoco accese; alcuni dicevano che era un dragone, altri un mostro, altri un demonio.

[…] S’era ormai sul punto di non sperare alcuna salvezza, perché a farli morire vi erano le onde del mare, le quali infierivano ferocemente e già tutti, essendo agitati e con le membra svigorite per la paura, o per lo stesso pericolo di morte, o per la vista della bestia, sì rassegnavano pronti a morire, pregando con lacrime l’aiuto dell’Onnipotente: affinché Egli, che li aveva consegnati a una morte cotanto spaventosa, si degnasse accogliere nella sua grande bontà le loro anime, o concedesse misericordiosamente la sua assistenza per salvarli. Anche il Signor Teotonio, inginocchiatosi, pregava con le lacrime, e tutto occupato in Dio, invocò, dopo i salmi e le litanie il Dominatore in questo modo: O Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, Figlio di S. Maria, che insieme al Padre e allo Spirito Santo sei Uno e Dio nella eccelsa Trinità, soccorri noi che ci troviamo in un grandissimo pericolo, affinché meritiamo di vedere il glorioso Sepolcro della tua Santa Risurrezione, per il quale siamo venuti dalla fine del mondo per venerarlo e baciarlo, e possiamo ringraziarti per la tua salvezza (concessaci). (Teotonio) incoraggiava tutti e, come meglio poteva, li consolava esortandoli a confessarsi l’un l’altro e a perdonarsi vicendevolmente le loro colpe e a pregare con fede, ponendo la loro speranza in Dio; e avvertiva che se perseverassero, sì sarebbe manifestato tra breve la clemenza del Redentore. E così avvenne. Infatti mentre tutti questi avvenimenti succedevano nel mare, l’Onnipotente Dio manifestò meravigliosamente la sua misericordia. Quand’ecco per un’impensata corrente d’aria, il mare si fece più calmo, e a poco a poco rimaste infrante le masse d’acqua, si rese tranquillo. Incominciò quindi a sorgere una nuova luce: tutti quelli che sembravano destinati a morire, si guardavano meravigliati, e lieti ringraziarono Dio, lodandolo e cantando per bene il Gloria a Dio nel più alto dei cieli, perché misericordiosamente si degnò salvarli da quel pericolo mortale.

Salvatosi dunque dal mare della Malea insieme agli altri che si trovavano sulla nave, dopo tre settimane, da quando s’imbarcò nel porto di Bari e passò il mare, approdò a Giaffa, dopo aver fatto lunghissimi giri nel mare […] [60]


Questi “lunghissimi giri” danno l’idea di quanto le imbarcazioni allora fossero realmente in balìa delle onde, e colpisce davvero quanto elevato fosse il tributo richiesto dal Mediterraneo, per poterlo solcare da una sponda all’altra. Anche le cronache della spedizione di Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, partito nel 1191 con 108 navi per la terza crociata, si aprono con la descrizione di un viaggio che dovette essere un vero incubo [61]:

"[…] Ecco che all’improvviso ci accorgiamo che il vento cessa in maniera che fummo costretti dalla necessità a restare fermi con le ancore calate tra la Calabria e il Mongibello (Etna). Nella mattina seguente, cioè nel giorno della Cena del Signore, Colui che sottrae i venti dai suoi nascondigli e li riconduce fuori, ci mandò per tutto la giornata un vento continuo, però non abbastanza sufficiente, spingendo la flotta con poca forza. E poi nella notte seguente cessò completamente. Però nel giorno della Parasceve ci assale un vento contrario che ci spingeva da sinistra. Il mare sconvolto si agitava fino dal fondo per le travolgenti ondate e per l’ingrossarsi della burrasca. Lo scroscio delle onde che s’infrangevano e l’impetuosità dei venti che facevano scricchiolare le navi incutevano a tutti uno spavento non piccolo. Quindi per l’eccessiva irruenza dei venti il servizio dei marinai cessò completamente; infatti i dirigenti non potevano guidare delle navi così sbattute. Venivano trasportate verso l’ignoto; si rompe la fila delle navi che già vanno in diverse direzioni, [tutti] si affidano solo alla cura di Dio, ormai disperati d’ogni umano aiuto. Risolvemmo di tollerare pazientemente ogni traversia per quanto la poteva sopportare la nostra umana debolezza, tenendo presente il Nostro Salvatore, il quale in quel giorno volle sopportare un’immeritata sofferenza per noi [peccatori]. Le navi dunque erravano separatamente ed erano sparse in diverse direzioni; fra tanti sbatacchiamenti gli stomachi della gente erano diventati insofferenti, il dolore di testa eccitava la nausea, e dagli ammalati sparì una parte non trascurabile del senso di discernimento. Ma già al calare della giornata a poco a poco quel vento furioso e quel mare gonfio e iroso si calmò. E così, con un vento costante abbastanza favorevole per il nostro voto, i marinai, riprese le forze e il coraggio, si adoperarono ad avanzare sulla dritta strada.

Il re invece per nulla spaventato per quel grande scompiglio, non tralasciò di incoraggiare gli altri, affinché resistessero con fiducia, e sperassero che tempi migliori darebbero loro coraggio. Egli pure soleva avere per abitudine sulla sua nave una grandissima candela accesa nella lanterna, la quale posta in alto dava luce a tutti intorno e indicava la strada ai naviganti. Aveva marinai espertissimi del mare, i quali avevano resistito alla violenza dei venti impiegando quel tanto sufficiente di abilità umana. Quindi tutti cercavano, con quegli sforzi che potevano seguire la regia nave che aveva la lucerna accesa. Il re nondimeno aspettava per molto tempo tenacemente immobile la flotta dispersa dalla tempesta, fino a quando le navi, scorta la luce, si fossero radunate attorno a lui. Egli in simile maniera e con amore prendeva cura di guidare la flotta, simile alla gallina che desidera [accovacciarsi] sopra i suoi pulcini. Anche nella seguente notte, veleggiando con venti favorevoli, correvamo senza urti e senza rischi. E così pure nel giorno del sabbato di Pasqua e dello stesso giorno della grande festa di Pasqua fino al mercoledì. In quel giorno vedemmo l’isola di Creta, cui il re approdò per riposare e per radunare la flotta; quando le navi giunsero colà, il re si commosse grandemente per le venticinque navi che non comparvero. Su quei monti scoscesi dell’isola di Creta, esiste un collo che si sporge al di sopra degli altri, come se fosse la cima di quei monti, ed è chiamato il “Cammello”, che secondo ciò che dicono i marinai esperti del mare, stabilisce la mezza strada con quell’isola tra Messina della Sicilia e la città di Acri della Palestina.

Il giorno dopo, giovedì, il re con tutta quella sua moltitudine ritornò alle navi, e salitovi sopra, ricominciò il viaggio. Quand’ecco calato il giorno, il vento, diventato più forte, ma non eccessivamente, spingeva la flotta frontalmente con abbastanza forza, con un impeto non minore, ma non dissimile dal volo degli uccelli, con le vele gonfie e l’albero un po’ inclinato. E così quel vento, continuando per tutta la notte, lanciò violentemente all’alba tutta la flotta con le vele calate contro l’isola chiamata Rodi. Non vi era un porto dove potevamo approdare, ma gorghi prolungati nella terra. Però da quel giorno fino al lunedì seguente, in cui approdammo all’isola di Rodi, ci riconfortavamo col riposo che era tanto più dolce quanto più desiderato. […] E siccome il re stava ammalato, siamo restati colà alcuni giorni durante i quali il re aspettava quelle navi disperse che avevamo perdute e le galee che sarebbero giunte colà, che sempre lo seguivano […].

Passati dieci giorni, ciò che è abbastanza, nella fertile e ricca isola di Rodi, andammo alla flotta, e intraprendemmo il viaggio cominciato il giorno primo maggio. Venivamo trasportati a vele spiegate in un luogo, di cui non vi è un altro più pericoloso nel mare, detto golfo di Satàlia [62] […] La nave del re era sempre in prima nell’intero viaggio. […]. Nella Vigilia di S. Marco Evangelista, poco prima del tramonto, il cielo copri le nubi di nera caligine, ed ecco il soffio delle tempeste, l’impetuoso vento che, sconvolgendo le acque mosse del mare, assale di fronte i naviganti […] Tre navi del re non lungi dalla terra vengono sconquassate dagl’irruenti flutti, e vengono sommersi alcuni che vi stavano dentro. Tra gli altri rimase sommerso Ruggero, soprannominato il “Cattivo Cagnolino”, sigillifero del re, e [con lui] fu perduto il sigillo del re. Ma poi il corpo di Ruggero fu spinto dai marosi sulla spiaggia, e un popolano, avendo trovato il sigillo, lo portò a vendere all’esercito. E cosi il sigillo fu ricuperato e restituito al re [...]" [63].


Nonostante i pericoli delle tempeste, i viaggi via terra cessarono quasi del tutto e soprattutto dopo la definitiva scomparsa degli Stati crociati si affermarono le traversate via mare, che diventarono il modo normale di intraprendere il pellegrinaggio in Terrasanta. Tutti i resoconti di viaggio ai Luoghi Santi si espressero da allora in termini di rotte marittime, per lo più con destinazione Giaffa, Tripoli di Siria, o anche Alessandria d’Egitto, che tornò ad essere ben più facilmente raggiungibile che non attraverso il lungo percorso a piedi attraverso il deserto.

Ricordiamo infatti che l’Egitto era considerato parte integrante di quelle terre che erano meta di un santo pellegrinaggio, anche se naturalmente solo un numero relativamente ristretto di persone poteva ampliare tanto il proprio itinerario, a meno che non vi concorressero motivazioni particolari, di carattere non strettamente devozionale. È il caso, ad esempio, della missione di Burcardo di Strasburgo, vicario del vescovo di quella città, inviato nel 1175 da Federico Barbarossa, re di Germania, quale suo ambasciatore straordinario presso Saladino (definito “re di Babilonia”) [64]. Sebbene fosse vescovo, e la sua missione l’avesse comunque condotto fino a Gerusalemme, il suo viaggio non sembra fosse vissuto con l’autentico spirito del pellegrino, e il suo racconto si discosta per molti versi dalle analoghe descrizioni del suo tempo. Burcardo partì da Genova il 6 settembre e fece rotta verso l’isola di Malta, passando davanti alle coste orientali della Corsica e della Sardegna e girando per il Capo Lilibeo (Sicilia). Da lì puntò direttamente sulle coste settentrionali della Cirenaica dove, sbarcato, poté osservare i costumi di quel popolo. Da qui si diresse verso Alessandria d’Egitto, dove approdò, avendo passato 47 giorni di viaggio sul mare. Dopo aver visitato la città, si recò al Cairo, ma non vi trovò Saladino, che nel frattempo si era trasferito a Damasco. Dovette allora recarsi in Siria e a Damasco giunse dopo venti giorni dì viaggio, di cui sette attraverso il deserto del Sinai. Della misteriosa missione non sappiamo nulla, né se effettivamente incontrò Saladino e in caso con quali esiti. Sappiamo però che terminata la sua ambasciata, scese da Damasco in Palestina per visitare i Luoghi Santi e continuò il suo cammino verso l’Egitto passando da Ascalona (“ritornai fino a Babilonia attraversando per otto giorni il deserto”). Curiosamente Burcardo non spese una parola nel suo resoconto di viaggio per descrivere i Luoghi Santi (Gerusalemme viene appena citata, come tappa intermedia tra Acri ed Ascalona), ma fu invece particolarmente attento nella descrizione dell’Egitto e di diversi aspetti del mondo musulmano [65]. Considerata l’analoga esperienza narrata da Gian Paolo Pesenti quasi 450 anni dopo, vale la pena di riportare quanto descritto dal vescovo-ambasciatore sull’Egitto dei Saraceni:


"[…] Poi continuando il viaggio, da lì giunsi dopo sei giorni a una terra barbara abitata dagli Arabi [66]. Questa razza di gente, non avendo case, vive all’aperto, e abita sparsa dovunque. Poiché essa dice che, in considerazione della ricompensa divina, non cura di edificare le case e di abitarle per un sì breve tempo di vita. Coltivano poco la terra e vivono del solo bestiame. Uomini e donne camminano quasi nudi, all’infuori d’un semplice panno col quale coprono le parti vergognose. Quella gente è poverissima, priva d’ogni comodità, inerme e nuda, negra, brutta e anche debole.

Navigando quarantasette giorni sul mare, vidi diverse qualità di pesci. Vidi infatti un pesce grande che, come potei congetturare, era lungo 340 braccia. Vidi pure dei pesci che volavano sul mare per un tiro d’un arco o d’una balista.

Capitolo 2 – Alessandria. Finalmente entrai nel porto di Alessandria, dove s’innalza un’altissima torre [67] (costruita) con pietre, per indicare il porto ai naviganti, perché la terra d’Egitto è piana; sopra quella torre arde il fuoco per tutta la notte allo scopo di mostrare il porto a coloro che si avvicinano, evitando così di naufragare.

Alessandria è una città eccellente, molto bella per le sue case, per gli orti e per un’innumerevole popolazione; è abitata da Saraceni, Giudei e Cristiani, e dipende dal governo del re di Babilonia [68]. La primitiva estensione di questa città, secondo quello che appare dalle sue antiche vestigia, fu grandissima. Infatti si estendeva per la lunghezza di quattro miglia e per la larghezza d’un miglio. Un canale d’acqua proveniente dall’Eufrate [69] la lambiva da un lato, e dall’altro lato era protetta dal Gran Mare [70]. Attualmente la medesima città è ristretta sopra una grande pianura, dal canale del predetto Nilo fino al mare. Bisogna sapere che il Nilo e l’Eufrate hanno una medesima acqua.

In Alessandria ogni razza di gente segue liberamente la sua religione. Questa città è molto salubre; vi trovai molti centenari e vecchi. Questa città è fortificata da un muro basso e senza fossati. Bisogna anche sapere che il suddetto porto paga annualmente di pedaggio cinquanta mila monete d’oro, che equivalgono a più di otto mila marchi di puro argento. Questa città è frequentata da diverse razze di gente con le loro mercanzie. Questa città non ha acqua dolce, all’infuori di quella che viene raccolta una volta all’anno nelle cisterne per mezzo dell’acquedotto del sopraddetto Nilo.

Nella medesima città vi sono molte chiese dei Cristiani. Tra le quali vi è la chiesa del Beato Marco Evangelista fuori le mura della nuova città, posta vicino al mare. In essa vidi diciassette sepolcri pieni di ossa e di sangue di martiri, dì cui ci sono ignoti i loro nomi. Vidi pure una cappella nella quale il medesimo Evangelista scrisse il suo Vangelo, dove ricevette il martirio e il luogo della sua sepoltura, da cui fu rubato dai Veneziani. In quella chiesa viene eletto e consacrato il Patriarca e, dopo la morte, viene seppellito. Quei Cristiani infatti hanno il Patriarca che obbedisce alla Chiesa dei Greci.

Nella medesima città vi era un grandissimo palazzo del Faraone, innalzato su enormi colonne dì marmo, di cui si vedono ancora i resti.

Vidi presso Alessandria che il Nilo veniva condotto fuori del suo alveo attraverso un piccolo spazio dì terra verso un campo e là, senza lavoro o intelligenza umana, stando per un certo tempo, si muta in sale purissimo [71]. Ogni anno il Nilo suole crescere, irrigare e fecondare tutto l’Egitto, perché là è rara la pioggia. Comincia a crescere verso la meta di giugno fino alla festa di Santa Croce. Da quel tempo incomincia a decrescere fino all’Epifania del Signore. Attenzione: che nella decrescenza l’acqua passa subito, e dove appare la terra, là immediatamente il contadino affonda l’aratro e vi mette il seme. In marzo mietono il frumento. Quella terra non produce altra granaglia che frumento e orzo bellissimo. Ogni genere di legumi si raccoglie dalla festa di S. Martino fino al seguente marzo; parimenti anche la frutta degli orti e delle erbe.

Le pecore e le capre di quella terra partoriscono due volte all’anno, o almeno danno un parto di due gemelli, Sentii dire pure che le asine vengono concepite dai cavalli.

I Cristiani abitano in tutto l’Egitto sia nelle città che nei villaggi, e pagano una tassa al re di Babilonia. Quasi ogni villaggio ha una chiesa cristiana. Ma quella razza di gente è poverissima e vive poveramente.

Capitolo 3 - La città di Babilonia, il balsamo e la sorgente della B. Maria V. Nota che da Alessandria fino alla Nuova Babilonia [72] vi sono tre giorni di cammino per terra, sette giorni risalendo il fiume.

Bisogna sapere che vi sono tre Babilonie: la prima sul fiume Cobar, dove regnò Nabucodonosor, in cui vi fu la torre di Babele. E dicono che questa sia stata abbandonata per la sua antichità; è distante dalla Nuova Babilonia oltre trenta giorni di cammino. Ci fu anche un’altra Babilonia in Egitto, situata sul fiume Nilo, ai piedi d’un monte, quando regnò il Faraone; essa dista dalla Nuova Babilonia sei miglia. E anche questa fu distrutta.

Invece la Nuova Babilonia è posta in una pianura vicino al Nilo, e nel passato fu una grandissima città e ancor oggi è abbastanza eccellente e popolosa, ricca d’ogni prodotto della terra, abitata da soli mercanti, verso la quale si dirigono con frequenza la navi cariche di spezie dall’India [73] attraverso il Nilo e da lì vengono condotte in Alessandria. Dovunque nelle strade e nelle piazze vi sono magazzini di granaglie e di legumi.

A un miglio dalla Nuova Babilonia si trovano nel deserto due monti [74] costruiti con grandissime pietre di marmo e con altre pietre volutamente squadrate: opera meravigliosa, distante tra loro un tiro d’arco, e sono quadrati e della stessa voluminosità, cioè in lunghezza e altezza. Infatti ambedue sono lunghe un tiro d’arco fortissimo, e alti due tiri d’arco.

Parimenti presso la Nuova Babilonia, a un terzo di miglio, vi sta un’altra magnifica città, chiamata Cairo, nella quale vi è la residenza del re, palazzi del re e dei capi, e la caserma dei soldati. Questa città militare è situata presso il Nilo; i suoi edifici non sono meno meravigliosi che sontuosi, circondati da un muro e attorniati da bellissimi giardini. In questa città vi abitano Saraceni, Giudei e Cristiani. Ogni popolo segue la sua religione. E là vi sono molte chiese cristiane.

A un miglio da questa città si trova l’orto del balsamo, della grandezza di mezza giornata di cammino; il legno del balsamo è simile al legno d’una vite di tre anni, e le sue foglie simili alle foglie d’un piccolo trifoglio. Nel tempo della maturazione, verso la fine di Maggio, si fende la corteccia del legno nella maniera che è conosciuta dagli operai. Il liquore di quella vigna scende a goccia a goccia e viene raccolto in vasi di vetro; e per sei mesi viene nascosto, fermentato e chiarito dallo stereo della colomba; e dopo si separa il liquore dalla feccia.

Quest’orto ha una sorgente da cui viene irrigato, perché non lo si può irrigare con altra acqua. Osserva bene, che, in nessuna parte del mondo cresce il balsamo all’infuori di questo luogo [75].

La Beata Vergine col Nostro Salvatore, per sfuggire alla persecuzione di Erode, si era rifugiata presso questa sorgente, e là si tenne nascosta per un certo tempo insieme al suo Figlio, lavando a quell’acqua i panni del Bambino, secondo le necessità della natura umana. Perciò fino a oggi quella sorgente è tenuta in venerazione dai Saraceni, portando colà ceri e incenso, quando vanno a lavarsi. All’Epifania vi si raduna da ogni parte una grandissima moltitudine di gente e si lava colla suddetta acqua. I Saraceni infatti credono che la Beata Vergine abbia concepito il Cristo per mezzo d’un angelo, l’abbia partorito, e che sia rimasta vergine dopo il parto. Essi dicono che questo Figlio della Vergine sia stato un santo Profeta, e che fu assunto mirabilmente in cielo con anima e corpo, e celebrano la festa della sua nascita. Però negano che Egli sia figlio di Dio, e (credono) invece che fu battezzato, crocifisso, morto e sepolto. Essi pretendono di osservare la legge di Cristo e degli Apostoli per il fatto che sono circoncisi; noi al contrario non la osserviamo. Credono anche che gli Apostoli furono profeti; e venerano molti martiri e confessori.

Similmente vicino al Cairo vi sta un albero antichissimo e altissimo, che s’inchinò alla Beata Vergine, quando passò per quel luogo col Salvatore e raccolse da esso i datteri, e poi immantinente si eresse. In quell’istante i Saraceni se ne accorsero, e per invidia verso la Beata Vergine fecero dei tagli all’albero su due lati. Nella seguente notte l’albero si solidificò e rimase dritto, fino a oggi si vedono quei tagli. Anche i Saraceni venerano quell’albero che viene illuminato ogni notte dalle candele. Vi sono in Egitto altri luoghi abitati dalla Beata Vergine e che sono venerati dai Cristiani e dai Saraceni.

Capitolo 4 - Il fiume Nilo, le bestie dell’Egitto e il paradiso dei Saraceni. Il Nilo, come l’Eufrate, è per quantità di acqua maggiore del Reno; esce dal Paradiso (terrestre); la sua sorgente è sconosciuta agli uomini, ad eccezione di quanto abbiamo appreso dalla (Sacra) Scrittura [76]; il lento corso fa l’acqua torbida; abbonda di pesci, che non sono abbastanza gustosi. Alleva cavalli indomiti che vanno a nascondersi sott’acqua e che spesso escono fuori [77]. Nutre anche infiniti coccodrilli, la qual razza di animali ha la forma d’una lucertola; ha quattro zampe, e gambe grosse e corte. La sua testa è come la testa d’una scrofa. È un animale che cresce in lungo e in largo ed ha grossi denti. Si mette al sole, e se trova altri animali o persone, li uccide.

In Egitto esiste pure una chiesa cristiana vicino alla quale vi sta un pozzo che è secco per tutto l’anno, ad eccezione dell’annuale festa di quella chiesa. In quella circostanza l’acqua cresce fino all’orlo in modo che tutti i Cristiani, venuti alla festa, trovano acqua sufficiente. Terminata la festa, l’acqua sparisce come prima.

Parimenti (partendo) dalla Nuova Babilonia (si cammina) per sei giorni circa nel deserto, e (si trova) l’allume, che è la tintura dei fulloni; la si coglie da alcune montagne e la si raccoglie per l’uso del re [78]. Ugualmente in Egitto si confeziona il colore indaco. L’Egitto abbonda di molte specie di uccelli. Parimenti in Egitto non si raccoglie oro, argento, o altro genere di metallo; però la (ricchezza della) terra sovrabbonda quella dell’oro. L’Egitto alleva cavalli molto buoni.

In Egitto vi è abbondanza di pappagalli che vengono dalla Nubia [79]. La Nubia dista da Babilonia venti giorni di cammino, ed è territorio cristiano che ha un re, ma il suo popolo è incivile, e la terra è coperta di selve. Ugualmente in Egitto vengono allevati mille o due mila pulcini in un forno per mezzo del fuoco, e (quindi) senza la gallina; codesto metodo è usato dal re. L’Egitto è terra caldissima; raramente piove. Similmente il Monte Sinai dista da Babilonia sette giorni di cammino nel deserto.

Là i Saraceni credono di avere il paradiso in terra, dove passeranno dopo questa vita. Credono che in esso vi siano quattro fiumi: il primo di vino, il secondo di latte; il terzo di miele, il quarto di acqua; e dicono che in quel luogo nasce ogni genere di frutta, e mangeranno e berranno a volontà [80]. Ciascuno di loro per soddisfare la loro concupiscenza si uniranno ogni giorno a una nuova vergine, e se qualcuno di essi viene ucciso in battaglia da un Cristiano, (crede) che in paradiso userà ogni giorno dieci vergini. Alla mia domanda di quale destino avrebbero cedeste donne che attualmente vivono con loro e dove andrebbero a finire quelle vergini che secondo loro ogni giorno sarebbero violate, non sapevano cosa rispondermi.

L’Egitto abbonda di diversi generi di uccelli e di vari frutti della terra. Hanno poco vino a causa di una proibizione della legge (della loro religione); ma per la natura del suolo potrebbe produrre molto vino, se venisse coltivata (la vite).

Capitolo 5 - Viaggio verso Damasco attraverso il deserto dei Sinai. Da Babilonia passai a Damasco attraversando il deserto per 20 giorni di cammino senza trovare terre coltivate. Il deserto è formato da terra sabbiosa, e si estende per pianure e montagne senza produrre assolutamente niente, eccetto alcuni bassi arbusti, ma in pochi luoghi. Quel territorio è di un clima smoderato: nell’inverno fa molto freddo, nell’estate fa molto caldo. È difficilissimo e insicuro passare per quella zona, perché quando soffiano ì venti, la strada viene talmente coperta dalla sabbia, che non può essere conosciuta se non dai beduini, i quali abbastanza spesso passano per quei luoghi e guidano gli altri passeggeri, come il nocchiero conduce i naviganti sul mare.

Nota che il deserto nutre leoni, struzzi, cinghiali, onagri, cioè asini selvatici e lepri. Rarissimamente si trova l’acqua, se non ogni quattro o cinque giorni. Il mare dell’India tocca il deserto da un lato. Anche il Mar Rosso tocca il deserto da un lato, presso il quale passai due notti. Vidi pure le settantadue palme nel luogo dove Mosè, dopo aver percosso la roccia, fece scaturire l’acqua [81]. Passai per il Monte Sinai camminando per due giorni. Nota che nessun uomo conobbe l’ampiezza e i confini del deserto; perché è senza strade, come il mare. Dopo che uscii dal deserto, trovai una pianura che nel passato fu abitata dai Cristiani, ma che attualmente è devastata e coltivata in rari pezzi, perché si trova in una regione di Cristiani e Saraceni. […]

Capitolo 8 - Viaggio attraverso la Terra Santa fino a Babilonia e costumi dei Saraceni. Parimenti da Damasco, passando per Tiberiade, andai fino ad Acri e da lì fino a Gerusalemme, e da Gerusalemme fino ad Ascalona [82]. Questa città, posta sul mare, è piccola, molto fortificata da mura e fossati ed è abbastanza sana. Da lì ritornai fino a Babilonia attraversando per otto giorni il deserto. In questo tragitto trovai la strada coperta di salgemma per un gran miglio, e vidi molti asini e buoi selvatici.

Guarda che presso il Cairo esiste un pubblico postribolo di meretrici. Le donne saracene camminano coperte e velate con veli e non entrano mai nelle moschee. Sono affidate alla scrupolosa custodia degli eunuchi, in modo che le grandi matrone mai escono dalle loro case se non per ordine dei loro mariti. Nota che nessuno osa entrare, né il fratello, né altro parente dell’uomo o della donna senza il consenso del marito. Gli uomini vanno cinque volte, tra il giorno e la notte, a pregare nelle loro chiese; e invece delle campane usano il banditore, alla cui chiamata di solito sogliono riunirsi. E osserva che i Saraceni religiosi sogliono lavarsi con acqua (prima della preghiera) a qualsiasi ora, cominciando dalla testa e dalla faccia, si lavano le mani, le braccia, le gambe, i piedi, le pudenda, l’ano, e dopo vanno a pregare, e mai pregano senza (chiedere) perdono (a Dio).

Credono infatti nel Signore, creatore di tutte le cose, e dicono che Maometto è il loro santissimo profeta e autore della loro legge (religiosa), che i Saraceni vicini o lontani sogliono visitare nei loro pellegrinaggi con grandissima devozione. Sono pure venerati alcuni altri personaggi, autori delle loro leggi (religiose). A ogni Saraceno è lecito avere simultaneamente e legittimamente sette donne, e il marito provvede a ciascuna di esse separatamente alle spese richieste e promesse nel contratto delle nozze. Inoltre se avrà schiave o serve, con esse si prende la licenza di peccare, come se questa pratica non cagionasse peccato. Se qualcuna di quelle fanciulle avrà concepito, subito diventa libera. e se il Saraceno vorrà stabilire come erede qualcuno dei suoi figli sia della serva che della donna libera, lo potrà fare a suo piacimento. Ciononostante vi sono dei Saraceni così religiosi che non hanno più d’una sola moglie. È lecito avere meno di sette mogli, ma non di più, eccetto se sono concubine, come abbiamo detto. […] [83].


È interessante questa attenzione nuova al lato “turistico” del viaggio: che si trattassero delle prime avvisaglie di un umanesimo che timidamente iniziava a trasformare la visione del mondo da parte dell’uomo medievale, o la semplice ed insolita espressione di persone di buon senso che non avevano imbrigliato la propria umana curiosità con l’ottusità del fanatismo religioso, fatto sta che in quest’epoca iniziano a comparire i primi resoconti di viaggio dal sapore non più solo prettamente devozionale, ma anche in certo qual modo “turistico”. Un aspetto, questo, che sembra poi essere fortemente presente nel Pellegrinaggio di Gierusalemme di Gian Paolo Pesenti.

Dei tanti diari di viaggio in Terrasanta, da questo punto di vista un notevole spiraglio di novità ci viene offerto dall’Itinerarium Terrae Sanctae di Wilbrand von Oldenburg (1211-12) [84] e, per ciò che ci interessa, soprattutto dall’Iter ad Terram Sanctam di un certo Magister Thetmarus, un pellegrino proveniente dalla Renania, che approfittando di un periodo di tregua tra cristiani e musulmani, visitò nel 1217 non solo Gerusalemme e i luoghi circostanti, ma anche Damasco, Baghdad, e il deserto del Sinai [85]. È interessante leggere quanto scrive dei suoi viaggi nel deserto, e comparare la sua esperienza con quella del Pesenti, vissuta qualche secolo dopo ma, crediamo, in condizioni sostanzialmente invariate:


"[…] Continuai attraversando il deserto di Faran e una valle sabbiosa posta tra i monti. Ed è di tale natura che quando il vento [soffia], [questo] sparge la sabbia dei monti situati dall’una e dall’altra parte, perche quei monti sono tutti sabbiosi, e la sparge cosi densamente che il cammino diventa pericoloso anche per i viandanti, perché la sabbia viene sparsa dal vento come la neve o la grandine, e riempie le fosse, copre le vie e avvolge i passanti. Nessuno potrebbe trovare la via ad eccezione dei Beduini, che conoscono la via e la zona ed hanno la consuetudine di camminare per quella via. Io ho viaggiato in questa valle nella stagione invernale e tanto era il caldo che appena lo potevo sopportare, nessuno può camminare d’estate a causa dell’eccessivo calore. […] Bisogna osservare che sono molti i pericoli di quel deserto. I leoni sono frequenti; vidi le loro orme fresche, i serpenti e molti altri vermi nocivi. Anche la pioggia [è pericolosa], perche quando piove, l’acqua ricevuta dai monti riempie il deserto con tale inondazione: che nessun uomo può evitare il pericolo. Così pure il calore; perche l’eccessivo calore costringe i viandanti alla spossatezza e alla penuria dell’acqua che si trova [solo] ogni cinque o sei giorni. [Sono pericolosi] anche i ladroni arabi contadini e i Beduini, dei quali si temono le razzie. Durante l’estate nessuno può attraversare questo deserto; anche gli uccelli sono pochi in esso. […]" [86]


Tornando ai pellegrini in Terrasanta, la loro affluenza divenne così grande, che si dovettero costruire intere flotte di decine e di centinaia di navi, ognuna delle quali poteva ordinariamente trasportare, oltre l’equipaggio formato da cinquanta o più marinai, da cento a duecento persone, con le armi, il bagaglio e la merce [87]. Tale sviluppo fu principalmente sostenuto dalle repubbliche marinare italiane, che vantavano un’esperienza di navigazione, di commerci e di guerre marittime anche contro i musulmani, di circa tre secoli. Non mancarono tentativi di costruire navi colossali che potevano trasportare fino a mille e cinquecento pellegrini [88]. In un importante porto d’imbarco quale era Messina, dal Natale 1189 si dovette addirittura cominciare a regolare le partenze.

Emblematico di questa transizione tra il percorso compiuto a piedi e quello compiuto via mare fu l’itinerario della famosa “crociata dei fanciulli”, tracciato con un’ingenuità che suonerebbe davvero comica se non avesse avuto esiti così tristemente tragici: gli oltre ventimila bambini, suddivisi in due gruppi guidati rispettivamente da un dodicenne francese di nome Stefano e un ragazzo tedesco di nome Nicola, attraversarono nell’estate del 1212 le Alpi alla volta di Genova, Ancona e Brindisi, convinti che il mare si sarebbe disseccato dinanzi a loro, come aveva fatto il Mar Rosso con Mosè; e che essi sarebbero così giunti in Terrasanta a piedi, via mare, senza bagnarsi un dito. Inutile dire che giunti sul bagnasciuga, peraltro già decimati dagli strapazzi di un viaggio massacrante attraverso l’Europa e le Alpi [89], il mare non si aprì e la crociata fallì sul nascere: molti tentarono di tornare a casa, altri si fermarono in Italia; qualcuno a Marsiglia riuscì a trovare un passaggio via mare da parte di alcuni mercanti, ma di sette navi salpate, due naufragarono presso le coste della Sardegna senza lasciar superstiti, le altre cinque raggiunsero l’Algeria, dove tutti i bambini vennero prontamente catturati e venduti come schiavi . Un altro fallimento, non a tutti noto, è quello di san Francesco d’Assisi, che nel 1211 partì per la Terrasanta ma fu costretto a rimpatriare in seguito a un naufragio avvenuto lungo le coste della Dalmazia. Ci riprovò inutilmente nel 1213 e finalmente con successo sei anni più tardi, ma con finalità diverse: l’intento era infatti di tentare una mediazione tra Crociati e musulmani. Nell’estate 1219 sbarcò con alcuni compagni ad Acri, qualche mese più tardi era a Damietta sul delta del Nilo dove con Frate Illuminato fu catturato e tenuto prigioniero alcuni giorni dal sultano Melek el-Kamel (che tentò di convertire), e poi, ripassando per la Palestina, dopo aver visitato il Santo Sepolcro, tornò sempre via mare sbarcando a Venezia . A parte però il pericolo delle tempeste, se i venti erano favorevoli, dai porti della Puglia a quelli della Palestina una nave a vela di quell’epoca poteva impiegare un mese, compresa una o due soste che si facevano lungo il cammino . Proprio per evitare i rischi del maltempo, i marinai cercavano prudentemente di costeggiare il più possibile la terraferma, e ciò non era difficile dai porti d’Italia fino a Rodi, tappa obbligatoria di quasi tutte le navi dell’Europa mediterranea dirette verso il Levante. La trappola mortale sorprendeva piuttosto il più delle volte fra Rodi e Cipro e fra quest’isola e la costa asiatica della Palestina e della Siria. Spesso le navi puntavano allora da Rodi sulla città di San Simeone, porto d’Antiochia , costeggiando l’Anatolia, per poi scendere lungo la costa siriana e libanese fino ad Acri, a Cesarea e a Giaffa. Era all’incirca la rotta che poi seguì Gian Paolo Pesenti, il quale appunto non si azzardò a compiere la lunga traversata di “trecento miglia” da Larnaca a Giaffa . In qualche caso, anche i pellegrini del nord Europa compivano gran parte del percorso in nave. Uno dei più lunghi (e più antichi) itinerari via mare per la Terrasanta fu quello compiuto nel 1110 dal re di Norvegia Sigurd I Magnusson, che giunse a destinazione con 60 navi e 10 mila uomini dopo due anni di viaggio . Un altro lungo percorso venne descritto negli Annales Stadenses Auctore Alberto, la cui compilazione dovrebbe essere avvenuta intorno al 1251-52 circa. Dopo aver presentato in forma di dialogo tra due monaci, Tirri e Firri, tutti i possibili itinerari per Roma, Alberto di Stade (cittadina alla foce dell’Elba, a una trentina di km da Amburgo) esponeva il «trans mare iter versus Iherusalem», descrivendo una rotta di navigazione costiera che dalle Fiandre giungeva sino a Marsiglia, per poi deviare verso la Sicilia e puntare quindi in direzione delle coste siriane o palestinesi . Questo lungo tragitto, che poteva durare uno o due anni, era preferito quasi sempre da pellegrini armati che viaggiavano a flotte di quaranta o sessanta navi. In tal caso, il primo inverno lo passavano in Inghilterra o in qualche porto della Spagna atlantica . In seguito però, i pellegrini provenienti dal nord preferirono sempre più imbarcarsi per la Terrasanta nei porti adriatici , e in particolare a Venezia, ormai divenuta padrona dell’Adriatico e intermediaria privilegiata nei rapporti economici e politici dell’Occidente col mondo musulmano. Addirittura, anche i pellegrini che intendevano recarsi a Gerusalemme dopo essere stati a Roma, risalivano la penisola per imbarcarsi a Venezia. Si può dire che a partire dal XIV secolo, quello fosse ritenuto l’imbarco pressoché d’obbligo per qualunque viaggiatore diretto in Oriente. Più raramente, si prendeva il mare nei porti dell’Adriatico centrale, ma sempre su navi veneziane. Il prestigio che la Serenissima si era guadagnata in questo particolare tipo di navigazione era dovuto non solo all’indiscutibile predominio conquistato sulle rotte verso l’oriente, ma anche e soprattutto alla severità delle norme fissate dagli Statuti marittimi della città, che garantivano una notevole sicurezza al viaggio e una moralità professionale quale nessun altro porto mediterraneo poteva offrire. Nel frattempo, Gerusalemme era ricaduta in mano musulmana, ma pochi mesi prima di morire, il Saladino aveva firmato il 2 settembre 1192 un armistizio con i Crociati, secondo cui i pellegrini potevano visitare indisturbati i luoghi santi, e i sacerdoti romano-cattolici erano autorizzati a dir messa presso il Santo Sepolcro, a Betlemme e a Nazareth. Nel 1229 l’imperatore Federico II riottenne per alcuni anni la città santa, che venne tuttavia definitivamente perduta dai cristiani nel 1244. Sulle orme di Francesco, i Frati Minori iniziarono a compiere in questi anni diverse missioni di mediazione e pacificazione . Con un breve papale inviato al Patriarca di Gerusalemme (che risiedeva a San Giovanni d’Acri), il Papa li autorizzò ad impiantarsi in oriente con la costruzione di conventi e oratori. E sappiamo che essi si stabilirono a Gerusalemme, nelle vicinanze dell’attuale quinta stazione della Via Crucis, fin dal 1229, creando così le basi per una stabile presenza cristiana in Terrasanta anche dopo la fine del regno di Gerusalemme, avvenuta nel 1291 . Ma le fonti dell’epoca informano sull’esistenza di conventi dei Frati Minori prima del 1291 anche ad Acco, Tripoli, Sidone, Tiro, Antiochia, e Giaffa, dove San Luigi IX fece costruire loro un convento e una chiesa nel 1252/53. Di tale presenza si ha ulteriore testimonianza nelle cronache dell’Ordine che riguardavano le successive sconfitte crociate seguite dalla caduta di Asdud nel 1265, di Antiochia e di Jaffa nel 1268, di Tripoli nel 1289, e di Acri nel 1291, poiché vi vengono ricordati i frati che vi persero la vita . Alla partenza dei cavalieri crociati dagli ultimi avamposti sulla costa orientale del Mediterraneo, i Frati Minori restarono o ritornarono in Terra Santa come cappellani dei prigionieri e dei mercanti occidentali, o come inviati papali; l’isola di Cipro servì da base di partenza di questi nuovi tentativi di ritorno pacifico in Terra Santa.


Continua a

3 - Le Crociate e gli ordini cavallereschi (parte 3ª)


NOTE

[54] Poiché l’attraversamento dell’Anatolia costituiva comunque un tragitto molto pericoloso, il miglior compromesso restava quello di un percorso comunque via terra, ma notevolmente più lungo. Scrive padre De Sandoli: “Ai grandi pellegrinaggi non era prudente attraversare diametralmente l’Anatolia centrale. Da pochi decenni essa era occupata da popolazioni turche, le quali, essendo musulmane e nemiche del nome cristiano, strenuamente sì opposero con le armi al passaggio dei pellegrini della Prima Crociata e, sebbene rimasero sconfitti (1 Luglio 1097), dopo pochi anni riuscirono nuovamente a riunire le forze e a contrastare il passaggio ad un altro numeroso gruppo di pellegrini lombardi, francesi e tedeschi (8 Settembre 1101); lo stesso accadde più tardi ai pellegrini del re Corrado III di Germania (Ottobre, 1147) e di Luigi VII di Francia (Gennaio 1148) che vollero tentare quell’accorciatoia. Questi numerosi gruppi di pellegrini armati ebbero la disgrazia di essere sorpresi nel deserto prima dalla fame, dalle sete e dalle epidemie, e poi dai guerrieri turchi che, sopravvenendo nel momento più critico, davano loro l’ultimo colpo dì grazia. Perciò quel tratto di strada, che per sé aveva il vantaggio d’essere più breve, rimase interdetto a tutti i pellegrini. Il giro attraverso l’Anatolia occidentale e meridionale era meno rischioso e fu praticato da pellegrini solitari, specialmente quando le condizioni politiche erano più favorevoli per i Cristiani.”. Lo stesso De Sandoli precisa quale fosse la parte asiatica del percorso: “Dopo la visita alle chiese e ai luoghi più famosi di Costantinopoli, i pellegrini passavano al litorale opposto attraverso il Bosforo, chiamato a quell’epoca «Braccio di San Giorgio». Poi ricominciava la via terrestre che conduceva a Nicomedia e a Nicea e continuava verso sud-ovest nell’Anatolia abitata ancora da Cristiani greci e, giunta all’altezza del golfo di Adalia o Satalia, si dirigeva sul golfo di Alessandretta, attraversando, potendo, la Licaonia, abitata da Turchi, e la Cilicia, abitata da Cristiani armeni. Girato il golfo di Alessandretta, dopo poche decine di chilometri giungeva ad Antiochia, capoluogo d’un ducato crociato e punto d’incontro dei pellegrini che arrivavano da Gerusalemme o da Costantinopoli.” (P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit., p. X). Tra le ultime testimonianze di itinerario compiuto attraverso la penisola anatolica, vi è l’Ad loca sancta itinerarium di un certo Othmarus, un sacerdote che intraprese il viaggio intorno al 1165 partendo da Heinburg, presso Bratislava. Giunto a Costantinopoli dopo oltre quaranta giorni di cammino, lungo lo stesso itinerario obbligato che aveva percorso anche Goffredo di Buglione, Othmar attraversò poi il Bosforo, andò a Nicea, e si diresse verso il sultanato turco di Qonia (Iconia), capitale della Licaonia, dove giunse dopo una quindicina di giorni di cammino. Passando poi per la regione armena della Cilicia, giunse dopo altri venti giorni circa ad Antiochia, capitale di un ducato crociato. Da qui, seguendo le coste della Siria e del Libano, giunse infine in Palestina: l’intero viaggio era durato più di tre mesi, ma - a giudicare almeno dallo scarno diario – senza particolari incidenti. Cfr. P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II, cit., pp. 296-305).

[55] Durante i mesi invernali le navi restavano ancorate in un porto sicuro, anche se si trovavano in acque straniere, lontano dalla patria.

[56] Ricordiamo che Acri, poi divenuto il principale approdo dei Crociati, era ancora in mano musulmana: sarebbe poi stata conquistata il 15 maggio 1104.

[57] P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 8-11. Dopo un soggiorno di sette mesi in Terrasanta, Sevulfo ripartì da Giaffa il 17 Maggio 1103, domenica di Pentecoste; costeggiando con una grossa nave i lidi della Terra Santa, del Libano e della Siria, raggiunse Tortosa (Siria), che era stata da poco occupata dal duca Raìmondo di Tolosa. Dal porto di Lattachia (Siria) proseguì il viaggio puntando prima verso la punta settentrionale dell’isola di Cipro, toccando altri due piccoli porti e giungendo poi sul continente al porto di Antiochia la Piccola, nel golfo della moderna Aclàlia. Da lì, costeggiando attorno all’Asia Minore, si inoltrò nei Dardanelli e nel Mar di Marmara e giunse ad Eraclèa, a 16 chilometri da Costantinopoli. Ma a questo punto il racconto dei suo pellegrinaggio si interrompe bruscamente. In tutto Sevulfo impiegò 92 giorni per il viaggio di andata e 106 per quello di ritorno, mentre 216 furono i giorni di permanenza in Palestina.

[58] Canonico regolare di S. Agostino, Teotonio (1080-1160) proveniva dalla Galizia, dove era priore di Vise, ed era già stato in Terrasanta nel 1103, al seguito di Enrico di Borgogna, conte del Portogallo; là si era fermato alcuni anni. Dopo questo secondo pellegrinaggio, rifiutò ogni carica di prestigio (compresa la dignità vescovile) e fondò nel 1134 il monastero di Santa Croce presso Coimbra. Frammenti dei resoconti di viaggio in Palestina sono pubblicati in P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 33-41.

[59] Capo Malea è la più orientale delle tre penisole della costa meridionale del Peloponneso, vicina all’isola di Citera.

[60] P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 35-37.

[61] Formalmente alleatosi con il re di Francia Filippo II Augusto, re Riccardo aveva incontrato colui che considerava più che altro un rivale a Vézelay, luogo di pellegrinaggio in Borgogna da dove una quarantina d’anni prima Bernardo di Chiaravalle aveva chiamato alla seconda crociata. Qui i due monarchi si erano dati appuntamento a Messina, dove avrebbero riunito le loro forze per tentare di recuperare la perduta Gerusalemme (l’imperatore Federico Barbarossa era appena morto annegato in Cilicia, impegnato nella stessa missione). Imbarcatosi a Marsiglia nel luglio 1190 – mentre Filippo Augusto impegnò Genova e la sua flotta per il trasporto delle truppe crociate – Riccardo aveva svernato nel porto siciliano, dimostrando di non avere in realtà particolare fretta. Da Messina Filippo Augusto salpò alla fine di marzo del 1191, e Riccardo lo seguì un paio di settimane più tardi. Ma mentre il pauroso sovrano francese raggiunse S. Giovanni d’Acri in una ventina di giorni di tranquilla navigazione, Riccardo impiegò un paio di mesi per arrivare a destinazione.

[62] Satalia corrisponde all’attuale Antalya (o Adalia), sulla costa meridionale della Turchia. Cfr. Gervasio di Tilbury (Gervasius Tilleberiensis), Otia Imperialia (1212 ca.) Parte terza, II.3: “Tra Rodi e Cipro ci sono degli scogli chiamati comunemente il golfo di Satalia, dove si dice che la testa della Gorgone fu gettata a mare; questi scogli si trovano di fronte alla città di Satalia, che si dice appartenga al sultano d’Iconio. Sembra che la Gorgone fosse una cortigiana la cui bellezza faceva perdere il senno agli uomini. Fu Perseo a gettare la sua testa in mare. Gli abitanti del luogo raccontano che un cavaliere era perdutamente innamorato di una regina; non avendo potuto avere con lei dei rapporti carnali, si unì alla donna di nascosto, dopo la sua morte e sepoltura, e il frutto dell’unione fu questa testa così mostruosa: al momento del concepimento, il cavaliere udì nell’aria una voce che diceva: «Ciò che verrà partorito, genererà la perdita e la distruzione di tutte le cose a causa del suo sguardo». Nove mesi dopo, il cavaliere, aprendo la tomba, vi trovò la testa, che evitò sempre di guardare in faccia; quando la afferrava, mostrandola davanti ai suoi nemici, li annientava all’istante, loro e le loro città. Poi un giorno, essendo in nave, si addormentò, con la testa appoggiata al grembo della sua amante; quest’ultima rubò di nascosto la chiave dello scrigno dove era richiusa la testa e, non appena la guardò, piena di stupida curiosità qual era, morì. Al suo risveglio, il cavaliere scoprì la cosa: pazzo di dolore, afferrò la testa, la sollevò e sotto lo sguardo del viso che aveva in mano, morì insieme alla nave. Si narra anche che la testa risalga in superficie ogni sette anni, mettendo in pericolo i navigatori”.

[63] Ricardus Canonicus Londoniensis Itinerarium Peregrinorum et gesta regis Ricardi [Il cammino dei pellegrini e le imprese del re Riccardo, del canonico Riccardo di Londra], Libro II, capp. 27-30, pubblicato in P. SABINO DE SANDOLI, Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, vol. II cit., pp. 123-161.