Ginevra Agliardi. Descrizione del progetto di villa Pesenti-Agliardi

Da EFL - Società Storica Lombarda.
Versione del 26 ott 2011 alle 11:44 di Gian paolo (Discussione | contributi)

(diff) ← Versione meno recente | Versione attuale (diff) | Versione più recente → (diff)

Torna a Ginevra Agliardi. Il progetto di Leopoldo Pollach per il giardino di villa Pesenti-Agliardi a Sombreno


1. Descrizione del giardino di villa Pesenti-Agliardi e riproduzione del progetto



Nel 1798 il cittadino Pietro Pesenti, giunto al culmine della propria carriera politica nel Dipartimento del Serio, decise di ristrutturare la villa Pesenti a Breno, nei pressi di Bergamo, per trasformarla in luogo d’incontro per i politici del tempo. Fra gli architetti più accreditati la scelta cadde su Leopoldo Pollach.

Pesenti gli espose una serie di desideri e di esigenze che questi doveva rispettare e gli commissionò, oltre alla ristrutturazione della casa, l’invenzione ex-novo del giardino. Oggi il progetto che Pollach propose per soddisfare le richieste del committente è quasi totalmente integro ed è composto da ventinove tavole così suddivise: una pianta generale della villa e del giardino, venti disegni relativi agli edifici e alle vedute del giardino, tre piante, tre prospetti e due sezioni della villa. Sulla base di questi disegni è possibile descrivere il giardino che l’architetto austriaco propose di realizzare ma che non venne mai portato a termine. La villa è situata ai limiti del paese. La strada che vi giunge, prima di arrivare in aperta campagna si allarga in un piazzale ombroso: da un lato è posta una fontana [1] incorniciata da due scale curve che invitano a salire verso la collina; dall’altro si trova il lungo prospetto della villa in cui è posto l’ingresso principale. Attraverso questo si entra in un atrio, non molto vasto e illuminato da tre arcate orientate a sud verso il giardino.

La corte, delimitata dalla villa da un lato, dalle scuderie e dalle rimesse per le carrozze dall’altro, è occupata da un grande parterre quadrato a prato.

Questo spazio cubico si apre a sua volta e si dilata nel vicino spazio circolare, composto da una rotonda, sempre a prato, con un obelisco al centro. Tutto attorno una siepe di carpini e una corona di tigli creano giochi di chiaroscuro e isolano questo spazio geometrico dal resto del giardino. Da qui si sfilano due vialetti che, come quinte teatrali, conducono nel retroscena. Il cammino è però subito interrotto da due cancelli in legno. Il percorso va iniziato dunque da un altro lato. (1) Nel lato a mattino della corte quadrata è posto un cancello in ferro attraverso cui si accede a un lungo viale di tigli dove il sentiero e il prato risultano in ordine invertito: quest’ultimo occupa la parte centrale e due vialetti lo costeggiano.

Sul fondo appare il Tempio del Silenzio, sulla destra una fitta e irregolare parete di carpini che, impedendo alla vista di andare oltre, invita lo sguardo a spaziare dall’altro lato del viale. Qui si apre l’ampio anfiteatro della collina, coltivata a vite, e l’occhio è attirato da una torre medioevale posta a metà della salita.

Accanto al viale di tigli si incontrano quattro grandi aiuole rettangolari, che lo accompagnano lungo tutta la sua lunghezza. Queste, destinate alla coltivazione degli ortaggi, sono bordate per giocare sui diversi effetti delle forme e dei colori delle verdure. Mazzi di rapanelli, porri, carote, asparagi, sedano e finocchi: gli stessi che ritroviamo dipinti e lumati in oro zecchino nel salone centrale della villa.

Dopo le aiuole, superata un’alta siepe di carpini, si entra nel giardino a fiori all’olandese. Posto di rimpetto alla facciata a mattina della villa, può essere goduto anche dalle sale dell’appartamento del padrone. E’ pensato come una grande sala fiorita circondata da un muro di verde. Al centro, scendendo qualche gradino, si raggiunge una vasca rettangolare che termina in due grosse conchiglie. Attorno alla vasca il prato è delimitato da alcune piccole terrazze, che colmando il dislivello lo riportano all’altezza del resto del giardino. Su di esse sono posti numerosi vasi di fiori. Accanto, verso la collina, sono collocati cinque ninfei. Proseguendo si arriva in un’altra “stanza” dove una statua di Najade versa un sottile filo d’acqua nella vasca sottostante e offre al visitatore un po’ di rinfresco.

Sulla destra della fontana un piccolo viale conduce in una stanza segreta. Le pareti di carpini alte e fitte a cui fa da soffitto la volta del cielo e una panchina concedono un luogo per una sosta. Tornando all’esedra della Najade si scopre una prospettiva inaspettata: laggiù in fondo, lontano e irraggiungibile, s’intravede l’obelisco di una meridiana.

Continuando il percorso tracciato sul progetto tra lo zig-zag dei vialetti e si giunge a quel Tempio del Silenzio posto come sfondo al viale di tigli. Entrando, ci si trova in una ombrosa e fresca sala circolare con il pavimento in seminato veneziano, le lesene corinzie in stucco lucido marmorizzato e la cupola a cassettoni decorati con rosoni. (2)

Da qui, attraverso una piccola porta, si passa nella lunghissima agrumiera, edificio che resta vuotato durante la stagione estiva. Le sue vetrate si affacciano su un semi-ottagono a prato; due viali ne seguono il perimetro.

Lungo le vetrate e sui lati del primo viale sono disposti i vasi di coccio che portano in rilievo lo stemma e l’ideogramma di Pietro Pesenti. In essi crescono le preziose piante di limoni e cedri. Il secondo viale è invece fiancheggiato da un doppio filarie di tigli, potati in modo da alternare tratti di viale ombrosi a tratti assolati.

Al termine del lungo edificio di vetro dell’agrumiera vi è una stanza circolare dedicata alle soste autunnali. In questo luogo il visitatore si può riposare accanto al camino, gustando i frutti autunnali del giardino: uva, nespole, castagne e fichi.

La sala circolare è separata dalla serra da tre arcate, attraverso cui si vedono le piante di agrumi quando rientrano durante l’inverno; nel muro vi sono due nicchie per statue e una porta che immette in una stanza rustica destinata agli attrezzi dell’ortolano.

Dal centro della agrumiera si scorgono due vedute che, aprendosi verso il cuore del giardino, invitano a proseguire il cammino offrendo alla vista orizzonti lontani. (3)

Ritornando al semi-ottagono un breve vialetto conduce ad un grande spazio rettangolare, suddiviso in tre aiuole: è un grande poteger. Su questo spazio si affaccia la casa dell’ortolano: un piccolo edificio rustico tutto in mattoni con le aperture bordate in pietra. Sul retro, architettonicamente legato a questo, quasi a formare un tutt’uno, vi è una filanda con ventiquattro fornelli. Vi si può accedere sia dalla casa dell’ortolano, attraverso un piccolo corridoio, che dai campi circostanti, da un ingresso posto sul retro.

Continuando a seguire il disegno tracciato da Pollach dalle aiuole del potager, il percorso diventa più paesaggistico.

Un piccolo sentiero parte dal fianco della grande ortaglia e raggiunge una radura circolare dominata da una quercia secolare; un sedile permette di fermarsi a contemplare questo “monumento” naturale. Dal lato sinistro di questa “stanza” si accede, attraverso una tortuosa apertura tra le rocce, ad una grotta. Da questa sgorga una fonte d’acqua che, uscendo dalle umide cavità, si trasforma nel fiume che divide in due parti il giardino.

Riprendendo un vialetto che costeggia il primo tratto del percorso dell’acqua, all’improvviso, sulla sinistra, si apre un “balcone” attraverso cui si scopre tutta la campagna circostante: i boschi, i campi e le colline in lontananza. Siamo ai limiti del giardino. (4)

Il vialetto prosegue fino a un bivio: a destra un ponte di legno riporta all’ortaglia; a sinistra si raggiunge una piazza rotonda contornata di piante di pini a cima.

Dietro ad essa, in un angolo estremo del giardino, ottenuta attraverso un gioco spaziale di nicchie e contro-nicchie, vi è una stanza verde. Come Pollach spiega nell’indice, questo è uno spazio dedicato ad una statua il cui soggetto è scelto dal committente.

Questo spazio è dominato dalla Torre dei venti. Un edificio a tre piani, composti da una stanza ciascuno, collegati tra loro da una scaletta a chiocciola. In cima il belvedere ha la forma della lanterna di un faro. Questo luogo è riservato alla contemplazione dall’alto del giardino e della campagna circostante.

Guardando verso monte si scorgono i sentieri tortuosi, le folte chiome dei carpini moderatamente potati, i giochi di verdi nelle varie piazze geometriche, piantumate con essenze diverse - i pini, i tigli, i castagni d’india, la vite, gli alberi da frutta e gli spazi erbosi; qua e là si intravede qualche edificio, il luccichio del fiume, in lontananza i colori dei fiori del giardino all’olandese e, accanto, la grande villa. Sullo sfondo domina la collina e, più lontano, la sagoma delle Prealpi. Verso mezzogiorno invece si contempla dall’alto quella campagna poco prima intravista dal balcone: i lunghi filari di gelsi alternati alle coltivazioni di frumento e di grano, le cascine isolate nella pianura, la corona dei colli che conducono fino a Bergamo.

La Torre dei Venti è anche luogo di meditazione, di lettura e, nelle serate estive, posizione ideale per studiare l’astronomia.

Da qui, per un sentiero irregolare si giunge al frutteto dalla forma geometrica. Le piante, coltivate a spalliera, formano esagoni concentrici che terminano in una vasca circolare posta al centro. Attorno, in corrispondenza dei raggi, si scopre un ricco gioco di prospettive: vedute di breve, media e lunga profondità si susseguono.

Da sud i primi due raggi sono subito interrotti dalla boscaglia di carpini; poi, ruotando lentamente, si presentano alla vista, in sequenza: la piazza dei pini; la limonaia all’estremo opposto del giardino; una folta macchia di verde; il fiume e, dietro, il Tempio della Pace; di nuovo il fiume ma questa volta attraversato da un ponte di cotto.

Se si segue quest’ultimo raggio si giunge all’edificio dei bagni. Costruito a mo’ di ponte, congiunge le due rive del fiume e permette a quest’ultimo di uscire elegantemente dal giardino. Qui ci si può dedicare alla pulizia e alla cura del corpo, facendo il bagno o rilassandosi nel “gabinetto di sudare”.

Attraversato il fiume, il sentiero riprende e costeggia il muro di cinta camuffato dal verde. D’improvviso un altro “balcone simile al predetto” apre uno scorcio sull’esterno del giardino. Questa volta però si affaccia sulla via che “mette alli campi verso la Castagna”, diventando un punto di osservazione anche per il passante sulla strada. La vista offerta è quella del lago e, più lontano, del Cinotafio egizio. (5)

Il viale si immerge poi nella galleria verde di carpini per sboccare finalmente in uno slargo irregolare. Al centro vi è un edificio circolare già visto dal frutteto ma ora raggiunto: è il Tempio della Pace.

Da qui si aprono una serie di prospettive: sulla sinistra, incorniciata da due irregolari quinte di cespugli, si vede l’ “arca antica” e, dalla massa degli alberi sullo sfondo, svetta la punta del monumento alla libertà; di fronte si apre un lungo viale di castagni d’India; in uno scorcio si intravede l’obelisco della meridiana; infine, sulla destra la strada si allarga in una sorta di imbuto e termina nel fiume.

Da qui si può vedere con un solo colpo d’occhio tutto il percorso dell’acqua: la grotta da cui sgorga, la dolce serpentina tra le macchie di verde e le rive erbose, il piccolo lago, la silenziosa uscita di scena sotto l’edificio dei bagni.

Il viale degli castagni d’India sbuca su un largo prato di forma irregolare destinato al gioco detto del Tisco. Dietro a questo, in un semicerchio viene coltivata la vigna d’Alcatico per l’uso domestico al cui centro sorge un pergolato tondo.

Numerosi altri sono i viali ed i percorsi che Pollach tracciò sul progetto e che si potrebbero seguire ma gli elementi principali che costituiscono il giardino sono stati nominati e non è il caso di dilungarsi oltre in questa descrizione. (6)


NOTE

[1] Il piazzale avanti all’ingresso e la fontana, ora costruiti, nel 1798 esistevano solo nell’immaginazione dell’architetto ma, trattandosi di una descrizione virtuale, mi sono presa la libertà di immaginarli già realizzati.