Ginevra Agliardi. Pollach: vita e opere
1.1 Il momento storico-culturale
L’ondata di riforme che negli anni Sessanta del XVIII secolo portò a un mutamento sostanziale della società lombarda e al tramonto della Milano del “Giovin Signore”, ha la sua origine nella politica “illuminata” intrapresa da una serie di governatori al servizio della casa d’Austria.
Il primo tra questi fu Francesco Colloredo (1718–1725) che, nel tentativo di riorganizzare la macchina statale, diede il via ad un censimento allo scopo di ridistribuire in modo più equo il peso fiscale. Questa operazione, se portata a compimento, avrebbe permesso non solo di ridare fiato all’economia e al commercio, ma anche di affrontare eventuali spese belliche.
Fondamentale per lo sviluppo di uno Stato moderno, il censimento partì faticosamente nel 1718 ma riuscì ad essere messo in atto solo negli anni Sessanta durante il governo di Carlo Firmian. La causa di questa lentezza fu l’opposizione del ceto nobiliare [1], che vedeva minacciati i propri privilegi.
Pietro Verri, certo non sempre tenero con l’amministrazione austriaca, scrisse tuttavia a proposito di questa manovra fiscale:
“con equità si distribuiscono i pesi pubblici a misura delle forze di ognuno; si è resa chiara l’amministrazione delle pubbliche imposte, e si è annientato il dispotismo dei potenti sui deboli, dando alle comunità un governo democratico, dipendente da un tribunale custode della legge” [2].
Altro governatore illuminato che aprì la strada alle grandi riforme fu Gianluca Pallavicini. Quando Maria Teresa salì al trono nel 1740 era ancora inesperta e giovanissima e si trovò coinvolta nella pesantissima guerra di successione. Trovò allora in Pallavicini un validissimo governatore, cui affidare il controllo della guerra in Lombardia. Tenace, onesto, abile, Pallavicini si rese conto di quanto fosse necessario un risanamento dell’amministrazione lombarda. Per questo diede inizio alla riorganizzazione dell’esercito e al sistema fiscale, attraverso la fondazione del Banco di S. Ambrogio e del Monte Santa Teresa, cercò di sviluppare l’economia con la promozione della Fiera, portò avanti il censimento, semplificò i dazi.
Gli succedette Beltrame Cristiani (1702-1758) che portò avanti le riforme già avviate e cercò di sradicare l’opposizione locale. In questo periodo venne sciolto il Consiglio d’Italia e i suoi poteri vennero trasferiti a Vienna presso la Cancelleria di Corte e Stato nel Dipartimento d’Italia (1757) [3].
Questo nuovo organo di potere segnò il definitivo tramonto dell’oligarchia del patriziato lombardo, che non aveva più alcun potere decisionale, ed ebbe un ruolo importantissimo, spesso poco considerato, nelle riforme degli anni Sessanta.
Generalmente si attribuisce il merito di questa svolta “illuminata” alle persone di Maria Teresa, Kaunitz, Firmian e a quel gruppo d’illuministi lombardi che appoggiarono, seppure a fasi alterne, il governo di Vienna. Secondo le testimonianze di Pietro Verri però, le cose non andarono esattamente così:
“L’imperatrice pochissimo si intrica degli affari del Milanese, e se non è qualche volta per qualche impegno di collocare qualche persona a lei affetta, si regola sul parere del principe di Kaunitz. Questo parere è sempre in iscritto e si chiama rapporto; il principe lo sottoscrive, ma chi fa i rapporti sono quelli del Dipartimento” [4].
Ancora, sempre riferito al Kaunitz, Verri scrive:
“unicamente interessandosi per i fermieri e nel resto prendendosi pochissimo pensiero di questa piccola e remota provincia di una vasta Monarchia, lasciò ogni cura ai subalterni. Il primo padrone fu Du Beyne, poi Giusti, poi Sperges, e i cambiamenti di essi furono lo stesso che la mutazione di un sovrano” [5].
Con Joseph von Sperges l’attenzione di Vienna si rivolse alle riforme ecclesiastiche, scolastiche e della pubblica assistenza. Come vedremo, queste coinvolgeranno Pollach nei primi quindici anni della sua attività milanese.
A proposito di Firmian le testimonianze di Sperges, Giuseppe II o di Pietro Leopoldo Granduca di Toscana ci parlano di un governatore retto e devoto all’impero ma descrivono anche la sua “indicibile indolenza” [6] e l’eccessiva autorità lasciata ai segretari.
Per l’approfondimento della figura di questo ministro, che resse la Lombardia dal 1758 al 1782, data della sua morte, rimando al prossimo capitolo, dove mi concentrerò soprattutto su alcuni aspetti della sua formazione culturale – piuttosto che su quelli politici – al fine di individuare possibili contatti con Pollach.
La vita intellettuale milanese trovò nell’Accademia dei Trasformati il punto di partenza di quella “primavera dei lumi” che darà i suoi frutti più maturi negli anni Sessanta. Fondata da Giuseppe Carlo Imbonati nel 1743, aveva come “cigni” gli esponenti di diverse classi sociali: accanto a nobili ed ecclesiastici sedevano poeti e letterati di più modesta estrazione sociale. Nelle riunioni in casa Imbonati, accanto ai temi più frivoli, tipici del mondo arcadico settecentesco [7], venivano discussi problemi che riguardavano la morale e la società. Qui Giuseppe Parini lesse le sue prime odi civili: La vita rustica, La salubrità dell’aria e Dialogo sulla nobiltà. Quest’ultimo, in sintonia con la politica austriaca, conteneva un’aspra critica contro i privilegi di nascita.
Nel 1761 Parini scriveva nell’avvio al Discorso sopra la poesia:
“Lo spirito filosofico, che quasi genio sorto a dominar la letteratura di questo secolo, scorre, colla facella della verità accesa nelle mani, non pur l’Inghilterra, la Francia e l’Italia, ma la Germania e le Spagne, dissipando le tenebre de’pregiudizi autorizzati dalla lunga età e dalle venerande barbe de’ nostri maggiori, finalmente perviene a ristabilire nel loro trono il buon senso e la ragione. A lui si debbono i progressi che quasi subitamente hanno fatto per ogni dove le scienze tutte, e il grado di perfezione a cui sono arrivate le arti” [8].
Questo bellissimo manifesto rappresenta simbolicamente l’inizio di quel decennio che vedrà nascere le più importanti opere dell’Illuminismo lombardo.
Il primo sintomo del mutamento filosofico, culturale e sociale annunciato da Parini si trova in quel gruppo di giovani aristocratici che iniziò a riunirsi in casa di Pietro Verri a partire dall’inverno del 1761. Scopo delle riunioni era di leggere, imparare, meditare e discutere sulla situazione della società. Ne facevano parte: Cesare Beccaria, Luigi Lambertenghi, Giuseppe Visconti di Saliceto, Pietro Secco-Comeno, Giambattista Biffi e, dal 1764, anche l’abate Alfonso Longo e il barnabita Paolo Frisi. Leader del gruppo, sia per motivi di età che per riconosciuta maggiore conoscenza del mondo, era Pietro Verri. Le letture principali erano gli scrittori inglesi e francesi che rispondevano ai nomi di Locke, Hume, Montesquieu, Voltaire, d’Alembert, Condillac, Rousseau.
“Questa piccola e oscura società di amici collegati dall’amore dello studio, dalla virtù, dalla somiglianza della condizione, e niente stimata nella opinione pubblica” [9] prese il nome di “Accademia dei Pugni”. I suoi soci erano accomunati al poeta di Bosisio dal desiderio di creare una società composta da individui liberi e uguali, in cui coincidessero felicità privata e felicità pubblica. Erano contrari all’intolleranza religiosa, ai privilegi e all’ozio nobiliare, al sacrificio dell’individualità del singolo in nome dell’appartenenza al gruppo familiare, ai pregiudizi e alle superstizioni.
Strumento di diffusione delle idee maturate in questo piccolo gruppo fu il Caffè, periodico pubblicato tra il 1764 e il 1766.
Accanto alle “pagine più impegnate contro i pregiudizi e le storture del tempo si alternano quelle ispirate al gusto del gioco e della creazione fantastica e disimpegnata, gli articoli dedicati all’economia, alle scienze, alla tecnica si alternano con quelli di argomento letterario o morale” [10].
Tuttavia, l’esperienza dei Pugni e del Caffè terminò nel giro di pochi anni. Nel 1766 il gruppo iniziò a disgregarsi a causa della partenza da Milano di Frisi, Longo, Beccaria e Alessandro Verri e dei crescenti impegni di Pietro Verri nell’amministrazione lombarda. Ormai, comunque, l’esperienza del Caffè, come pure le numerose opere pubblicate tra il 1763 e il 1766 da Parini, Pietro Verri e Beccaria [11], avevano segnato la rottura con il passato e l’inizio della società dei Lumi. È il momento di passaggio dall’Arcadia all’Illuminismo.
Quali sono le vicende artistiche della Lombardia di quel tempo?
Nel 1771 il giovanissimo Arciduca Ferdinando (nato nel 1756), terzogenito di Maria Teresa, si insediava in Lombardia e in seguito al matrimonio con Maria Beatrice d’Este, avvenuto a Milano il 15 ottobre dello stesso anno, diventava governatore in questa provincia.
Con l’arrivo della coppia arciducale, il primo problema che Firmian dovette risolvere fu quello di dare ai giovani sposi una dimora dignitosa, che potesse pienamente svolgere le funzioni di una corte.
Il ministro plenipotenziario, durante il suo incarico alla corte di Napoli, aveva conosciuto Luigi Vanvitelli (1700-1773): così, non trovando in Lombardia nessun architetto degno di costruire una reggia, lo chiamò a Milano. Come luogo destinato ad ospitare il nuovo edificio fu scelto quello su cui sorgeva l’ex Palazzo Ducale. Nel tentativo di migliorare il rapporto di subordinazione in cui il palazzo si era sempre trovato rispetto al Duomo, Vanvitelli propose di distruggere l’edificio preesistente per sostituirlo con un nuovo grandioso palazzo.
L’eccessivo costo del progetto spinse la corte di Vienna a rifiutarlo e a chiedere all’architetto di mantenere almeno una parte del vecchio palazzo.
Vanvitelli, rifiutandosi di apporre modifiche alla sua idea, tornò a Caserta, lasciando il suo posto all’allievo prediletto: Giuseppe Piermarini (1734-1808). “Il mio discepolo Signor Giuseppe Piermarini darà a conoscere che non invano è stato sotto la mia direzione ad apprendere la difficilissima professione dell’architettura” [12].
Piermarini stese un progetto più discreto e, ottenendo l’approvazione di Vienna, edificò il Palazzo Reale.
Come nota Wittkower: “Con l’allievo del Vanvitelli, Giuseppe Piermarini, s’apre a Milano il periodo del vero neoclassicismo” [13].
1.2 L’architettura neoclassica a Milano
Il Neoclassicismo, che ebbe nella Roma di Winckelman e Piranesi il suo centro di irradiazione, si sviluppò in tutta Europa secondo modi, tempi e ispirazioni locali e diverse.
Milano e la Lombardia rappresentarono uno dei maggiori centri di sviluppo di questa corrente. La prima spiegazione di questo fatto risiede nella politica di rinnovamento intrapresa dal regime austriaco, che implicava un necessario riadattamento degli edifici statali. Come si vedrà più avanti, tutti gli edifici “svuotati” dalla riforma ecclesiastica, di cui lo Stato entrò in possesso, dovevano essere trasformati in uffici, orfanotrofi, ospedali, ospizi, scuole, università, accademie. Lo Stato si trovò per la prima volta a dover sostituire privati e clero in tutte quelle funzioni sociali che, nei secoli precedenti, erano state in buona parte a loro affidate. È evidente che queste nuove esigenze si sposavano perfettamente con lo stile neoclassico: con la sua armonia e la sua linearità, riusciva a imprimere alla città un carattere unitario e ordinato, dove il singolo edificio, risultava subordinato alle necessità dell’insieme.
Un secondo motivo può essere cercato nella circostanza che l’arrivo dell’Arciduca nel 1771 coincise con la fine del periodo “eroico” delle riforme e l’inizio di un periodo in cui gli ingranaggi della macchina statale dovevano trovare un clima di “tranquilla e metodica applicazione” per potersi rodare [14]. Insomma, l’architettura si mise al servizio dello Stato.
È quindi dal favorevole incontro tra le idee di rinnovamento maturate in centro Italia e il “fertile” terreno lombardo, preparato dagli austriaci, che nasce il neoclassicismo milanese. Piermarini, al contrario di Vanvitelli, era adattissimo a svolgere il ruolo di architetto di Corte: bravo e ben preparato ma non ancora famoso, si piegò docilmente alle richieste del governo e fu disposto a riadattare edifici preesistenti e a prestare attenzione alle due regole fondamentali di economia e decoro.
Nella mostra L’idea della magnificenza civile [15], tenutasi a Milano nel 1978, sono stati individuati tre momenti diversi dell’architettura neoclassica lombarda. Il primo va dal 1770 al 1796; il secondo dal 1796 al 1815; il terzo dal 1815 al 1848. La possibilità di individuare con una discreta sicurezza l’inizio e la fine di questi tre periodi è legata al mutare dei regimi che determinano di volta in volta il mutamento dei linguaggi neoclassici. Questo schema è però applicabile alla committenza pubblica e non a quella privata, come vedremo nel caso di Pollach. In questa tesi mi soffermo sullo stile del primo periodo.
Quali furono i modelli architettonici che lo ispirarono?
La ricerca di un “puro” ritorno all’antico, che tanto condizionò alcune correnti neoclassiche, non fu una caratteristica del primo neoclassicismo milanese [16]. Mezzanotte ha scritto in proposito:
“L’antichità non fu sentita nell’ultimo trentennio del secolo (XVIII) come un richiamo imperativo o come fonte indispensabile e insostituibile di ispirazione e di imitazione” [17].
Accanto agli antichi convivevano come modelli le diverse correnti architettoniche che si erano sviluppate nei secoli precedenti: Rinascimento, Palladianesimo e persino Barocco diedero il loro contributo: ciò che nacque però fu del tutto originale.
Al riguardo, Bianchi Bandinelli, riferendosi al Rinascimento e al Neoclassicismo, ha notato:
“… in entrambe le età nelle quali si guardò con particolare interesse all’antica, ne fu tratto una sorta di mito, nel quale trovò espressione lo spirito del proprio tempo. Nell’uno e nell’altro caso si è parlato di una rinascita dell’antichità; in realtà sorse ogni volta da quel contatto e da quella speculazione qualche cosa di completamente nuovo, che era fondamentalmente diverso dall’antichità stessa e non poteva essere altrimenti” [18].
L’antichità classica, tornata alla luce nel Rinascimento, divenne modello insostituibile per i successivi quattro secoli. Snaturata dal Manierismo, ricomparse con forza tra il 1580 e il 1625 e sopravvisse modestamente, come corrente indipendente, accanto ai “giganti” del Barocco. Alla fine del XVII secolo riemerse nel “classicismo tardo barocco” [19] e ebbe in Carlo Fontana il suo rappresentante migliore. Il nuovo classicismo, contaminato da elementi borrominiani e da effetti scenografici, si espresse durante il Settecento nelle opere di Fuga, Juvarra e Vanvitelli. Preludio al Neoclassicismo e in contrapposizione con il rococò, divenne la corrente predominante del Settecento e trovò nel veneziano Carlo Lodoli il suo maggior teorico. Egli riportò l’attenzione sul principio della corrispondenza tra “lo scopo di una costruzione e il carattere della sua architettura” [20] e sentì la necessità di un ritorno a forme semplici e naturali. Lodoli aprì la strada alle opere di Laugier e al neoclassicismo di Milizia.
Il classicismo tardo barocco arrivò a Milano nel 1756 con un certo ritardo. In questa data, Benedetto Alfieri, allievo di Juvarra, progettò la facciata verso giardino di Palazzo Monti (ora Sormani). Fu subito chiaro il desiderio di abbandonare i deliziosi ricci del barocchetto teresiano per tornare a una architettura più pura e geometrica. Con la venuta di Vanvitelli nel 1771 arrivò uno dei massimi esponenti di questa corrente classicista.
È difficile schematizzare in un discorso l’influenza avuta da Palladio sul neoclassicismo: essa emerge, nell’architettura neoclassica, sia attraverso reminiscenze e citazioni delle sue architetture, sia attraverso i suoi trattati che furono considerati, accanto a quelli di Vitruvio, le opere teoriche di base per la formazione di un buon architetto.
Come vedremo, Pollach fu fortemente influenzato da Palladio ma questo emergerà poco a poco dall’analisi delle opere e della formazione culturale dell’architetto austriaco.
Gli architetti che portarono al rinnovamento architettonico lombardo si erano tutti formati altrove: Piermarini e, per breve periodo, Simone Cantoni (1739-1818), presso Vanvitelli; Cantoni, Carlo Felice Soave (1749-1803), Giocondo (1742-1839) e Giacomo Albertolli, Faustino Rodi (1751-1833) all’Accademia di Parma; Leopoldo Pollach a Vienna; i Gerli in Francia; solo Gallori e Carlo Giuseppe Merlo (1690-1761) rappresentavano la continuità con la scuola locale.
1.3 L’Accademia di Parma
Mezzanotte individua nell’Accademia di Parma [21] uno dei motivi principali della differenziazione del neoclassicismo lombardo de quello degli altri centri italiani.
Fondata nel 1752 da Guglielmo Du Tillot, ministro di Filippo di Borbone, interessato a creare qui un centro di irradiazione della cultura francese, quest’Accademia svolse per diversi decenni un ruolo fondamentale nella formazione e nello sviluppo di una nuova cultura, sia letteraria che artistica. A capo dell’Accademia venne posto dal 1753 l’architetto Alexandre Petitot (1727-1801), allievo di Jacques-Germain Soufflot, che introdusse il gusto per l’antico a Parma, fu architetto delle fabbriche ducali e grande disegnatore di oggetti, mobili, costumi e apparati per le feste.
In questa Accademia si favorì
“ una architettura classicheggiante, priva di preoccupazioni archeologiche, o scarsamente interessata a queste, propensa ai precetti e ai moduli del Vignola e del Palladio, favorevole a opere dalle quali spirano semplicità arcadica, razionalità di concetti e nobili ideali civili; ma nelle quali in realtà viene posto l’accento sulla purificazione del repertorio decorativo piuttosto che sul rinnovamento dei contenuti. Si forma così una scuola dove gli aggressivi richiami del Milizia erano tranquillamente ignorati” [22].
Molta attenzione venne prestata alla qualità grafica dei disegni: si esclusero schizzi e macchie per prediligere disegni puliti dai colori caldi e uniformi. È quindi comprensibile, come vedremo, l’approvazione che i disegni di Pollach ricevettero in questo ambiente.
L’Accademia conobbe i suoi anni migliori tra il ’70 e il ’90, venendo poi spodestata dal suo ruolo di guida dalla fama di Brera.
1.4 Il contributo delle scienze e della letteratura
Come ho già accennato nel paragrafo precedente, la nascita del neoclassicismo fu aiutata anche dalle nuove idee illuministe maturate all’interno della società milanese.
Per questo è opportuno soffermarsi, seppur brevemente, su alcuni contributi che uomini di scienze e lettere diedero all’arte in quel periodo.
Nel Dell’architettura – Dialoghi scritto nel 1770 Ermenegildo Pini teorizzò che l’architetto non poteva più basarsi sull’esperienza ma doveva fondare i suoi progetti su esatti calcoli matematici. Mostrava così di essere al corrente di quegli studi di scienze delle costruzioni che si andavano diffondendo in Francia e i cui maggiori teorici erano Briseux, Blondel, d’Aviler, Courtonne.
La sua opera continuava poi elogiando i principi vitruviani di fermezza, comodità e decoro e sosteneva che la bellezza degli edifici non consiste nella ricchezza e nella stranezza delle loro decorazioni ma nell’ordine, nella simmetria e nella semplicità [23].
Pietro Verri, nel carteggio che tiene con il fratello tra il 1766 e il 1782, si mostrò particolarmente interessato alle vicende edilizie che andavano cambiando il volto della città e seguì soprattutto ciò che avveniva nell’edilizia pubblica, riportando numerose osservazioni sulle opere di Vanvitelli e Piermarini e “intorno al ’70 (…) esprime giudizi che ricalcano le idee dell’Algarotti, del Temanza e del Winckelmann” [24].
Parini, “ripulendo” in chiave classica la poesia dai riccioli svenevoli dell’arcadia, preannunciò quello che, pochi anni dopo, fece Piermarini nell’architettura. Nel 1777 scrisse nel De’ principi delle Belle Lettere, massima opera teorica del Neoclassicismo lombardo, [25]
“l’arte ha il fine di interessare, di commuovere dilettando. Il massimo dei piaceri è prodotto dalla varietà” [26].
L’arte neoclassica deve conciliare interesse, varietà e unità. Come vedremo, Pollach aveva ben presenti questi tre fini quando progettò il giardino di Villa Pesenti. Foscolo, nel suo Saggio sulla letteratura italiana contemporanea del 1818 ci ricorda che, tra i pochi libri ritrovati presso Parini alla sua morte, si trovavano due copie delle Biografie de’ Pittori del Vasari, lacerate dalla continua consultazione [27]. È interessante, anche per il discorso accennato sopra sul rapporto tra neoclassicismo lombardo e rinascimento, ritrovare tra i suoi libri quest’opera fondamentale per lo studio dell’arte di quel periodo. Furono trovati inoltre libri di Winckelmann, Bardon, Webb, che rivelano il suo atteggiamento attivo verso il rinnovamento dell’arte in corso [28].
È utile soffermasi un poco sui contatti diretti di Parini con il mondo dell’arte.
Strettissimi furono i rapporti con l’Accademia di Brera e con la cerchia degli artisti che vi lavoravano. Venne spesso chiamato a suggerire i soggetti iconografici per le decorazioni dei nuovi edifici. Sue furono le iconografie di Palazzo Reale e Palazzo Greppi, dove lavorò accanto a Traballesi, Knoller, Franchi, Levati, Albertolli, come pure le iconografie della Scala, del teatro di Novara e di palazzo Belgiojoso.
È probabile che Pollach, lavorando accanto a Piermarini nella maggior parte di questi edifici, avesse già avuto la possibilità di conoscere il Parini. Tuttavia è certo che ebbe i contatti più diretti con lui nella Villa Belgiojoso, da lui stesso progettata. Anche se le indicazioni del poeta erano dirette alla folta équipe di scultori [29] è verosimile supporre che qualche confronto tra architetto e poeta possa essere avvenuto.
Esiste un legame tra i bassorilievi sulla facciata a “mezzogiorno” della Villa Begiojoso ispirati dal Parini e il progetto di Pollack del giardino con i suoi monumenti? Sarebbe uno studio interessante da iniziare: purtroppo non ho trovato per il momento nulla a questo proposito.
1.5 Piermarini
Non è questa la sede per un analisi dell’opera di Piermarini [30]. I rapporti di Pollach con il suo maestro verranno messi in luce, dove necessario, nei prossimi capitoli. È però interessante notare qui che Piermarini arrivò a Roma con la vocazione per la matematica ma, affascinato dalle architetture romane, cambiò i suoi studi. Non si limitò allo studio dell’architettura antica e rinascimentale ma si appassionò anche ai maestri barocchi: in particolare a Rainaldi, Pietro da Cortona e Borromini. Questa sua passione è documentata da alcuni suoi rilievi architettonici.
L’attenzione verso il classicismo si accentuò probabilmente negli anni della sua formazione presso Vanvitelli alla reggia di Caserta ma la lezione barocca non venne del tutto dimenticata.
Delle sue numerosissime opere me ne interessano tre in particolare in questa tesi, quelle relative ai progetti dei giardini, ovvero: il progetto per il Piano della Cavalchina con i suoi giardini, quello per i Giardini Pubblici e soprattutto quello per il Giardino di Monza. Rimando però per l’analisi di queste opere al terzo capitolo.
NOTE
[1] Sulla resistenza della nobiltà lombarda alle riforme austriache: M. BENES, D. S. HARRIS (a cura di), Villas and gardens in early modern Italy and France, Cambridge 2001.
[2] P. VERRI, Memorie storiche sulla economia pubblica dello stato di Milano, in Scritti vari, a cura di G. Carcano, vol. I, Firenze 1854, p. 466.
[3] Come vedremo in seguito, presso quest’organo lavorò come Maestro Muratore Giuseppe Pollach, padre di Leopoldo.
[4] P. e A. VERRI, Carteggio dal 1766 al 1797, a cura di E. Greppi, A. Giulini, Milano 1923, vol. IV, pp. 322-323.
[5] P. VERRI, Memoria cronologica dei cambiamenti pubblici dello Stato di Milano, in Lettere e scritti inediti, a cura di C. Casati, Milano 1879 -1881, vol. IV, p. 350.
[6] A. WANDRUSZKA, L’Austria e le provincie italiane, Bologna 1981, p. 64.
[7] Ad esempio: I piaceri della villeggiatura, Sul mangiare, I giochi etc.
[8] G. PARINI, Prose, a cura di E. Bellorini, Bari 1913, vol. I, p. 315.
[9] Verri a Carli, 6 aprile 1762, in Lettere e scritti inediti…, cit., vol. I, pp. 154-155.
[10] C. CAPRA, La Lombardia austriaca nell’età delle riforme, 1706 – 1796, Torino 1987, p. 213.
[11] Parini scrive: Il Mattino (1763), Il Mezzogiorno, (1765), La educazione (1764), L’innesto del vaiolo (1765), Il Bisogno (1766); Pietro Verri: le Meditazioni sulla felicità (1763); Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene (1764).
[12] P. MEZZANOTTE, L’architettura a Milano nel settecento, in Storia di Milano, vol. XII, Milano 1959, p. 686.
[13] R. WITTKOWER, Arte e architettura in Italia – 1600-1750, Torino 1958, p. 335.
[14] C. CAPRA, La Lombardia austriaca…, cit. p. 284.
[15] L’idea della magnificenza civile - Architettura a Milano 1770-1848, catalogo della mostra, a cura di L. Patetta, Milano 1978.
[16] Fu invece importante riferimento del secondo neoclassicismo milanese; in realtà se ne avverte qualche sintomo già prima del 1796: alcuni allievi del Piermarini lo incitavano infatti a rivolgersi verso forme più antiche e pure.
[17] G. MEZZANOTTE, Architettura neoclassica in Lombardia, Napoli 1966, p. 6.
[18] R. BIANCHI BANDINELLI, Storicità dell’arte classica, Firenze 1950, p. 249.
[19] R. WITTKOWER, Arte e architettura in Italia – 1600-1750, Torino 1958, p. 318.
[20] Ibi, p. 320.
[21] Per approfondimenti: P. MARTINI, La scuola francese delle Belle Arti e gli artisti della provincia di Parma e Piacenza dal 1777 al 1862, Parma 1862; P. MARTINI, La R. Accademia Parmense di Belle Arti, Parma 1873; G. ALLEGRI TASSONI, G. LOMBARDI, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma 1952; M. PELLEGGRI (a cura di), L’Accademia Parmense di Belle Arti, Parma 1979; G. VENTURI, Le Accademie, in « Storia dell’Emilia Romagna», vol. II, Bologna 1076-1981; A. MUSSARI, Neoclassicismo senza modelli: l’Accademia di Belle Arti di Parma tra il periodo napoleonico e la restaurazione 1796-1820, Parma 1986.
[22] G. MEZZANOTTE, Architettura neoclassica in Lombardia, Napoli 1966, p.9.
[23] E. PINI, Dell’architettura – Dialoghi, Milano 1770.
[24] G. MEZZANOTTE, Architettura neoclassica…, cit. p. 1.
[25] Per approfondimenti in proposito cfr. M. FUBINI Dall’arcadia al Parini, Milano 1951.
[26] G. MEZZANOTTE, Architettura neoclassica… cit. p. 4.
[27]F. MAZZOCCA, Parini consulente degli artisti e la diffusione del gusto neoclassico, in La Milano del Giovin Signore, a cura di F. Mazzocca - A. Morandotti, Milano 1999.
[28] F. MAZZOCCA, Parini consulente degli artisti e la diffusione del gusto neoclassico…, cit.
[29] Vi lavorarono: Francesco e Donato Carabelli, Angelo Pizzi, Andrea da Casareggio, Grazioso Rusca e Carlo Pozzi.
[30] Per questa rimando alle numerose pubblicazioni sull’architetto: D. CESARINI, Giuseppe Piermarini architetto neoclassico, saggio bibliografico, Foligno 1983; AA.VV., Piermarini e il suo tempo, catalogo della mostra, Milano 1983. Più recenti sono AA.VV., La Villa Reale di Monza, Monza 1985; AA.VV., Giuseppe Piermarini – I disegni di Foligno. Il volto piermariniano della Scala, Milano 1998.