Ginevra Agliardi. Pollach: vita e opere (parte seconda)
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1.6 L’arrivo di Pollach a Milano
Il quadro generale della situazione milanese di metà Settecento che ho seppur sommariamente dipinto, l’analisi delle situazioni politiche, culturali e artistiche che portarono al rinnovamento dello stile in chiave neoclassica permettono di comprendere l’atmosfera in cui si trovò immerso Pollach al suo arrivo a Milano.
Leopoldo Pollach nacque a Vienna nel 1751. Il padre Giuseppe Pollach era Maestro Muratore della Casa Imperiale nella Cancelleria del Dipartimento d’Italia e capomastro al servizio del principe Kaunitz [31]. Fu dal padre che provenne la vocazione per l’architettura e, probabilmente, dallo stretto contatto con la Cancelleria del Dipartimento d’Italia, l’idea di trasferirsi a Milano per lavorare presso la Fabbrica del Palazzo Ducale.
Poche sono le notizie sulla sua formazione. Si sa che all’età di 20 anni venne mandato a bottega da Paolo Ulrico Triendl . In seguito alla morte di questi, si iscrisse alla scuola di architettura dell’Accademia di Belle Arti di Vienna dove ebbe come maestro Vincenz Fischer . Alcuni disegni pervenutici mostrano un Pollach “fortemente influenzato dai modi viennesi tardo barocchi” ; alla raccolta Bertarelli (Milano) è conservato un suo disegno della facciata della Chiesa di San Carlo Borromeo a Vienna . Questa è l’unica testimonianza pervenuta in Italia relativa alla sua formazione viennese e dimostra un interesse ancora presente verso lo stile barocco.
Nel 1775 arrivò a Milano con questa lettera di presentazione destinata al conte di Firmian :
Si presenterà all’E(ccellenza) V(ostra) con questa mia Leopoldo Pollac figlio del Maestro Muratore di questa Casa della Cancelleria del Dipartimento d’Italia. Questo giovane, che si è applicato con molta diligenza nella teoria dell’arte del padre, e disegna con molta pulizia, si trasferisce ora a Milano col desiderio di poter impiegare la sua opera alla Fabbrica del R(egio) Ducale Palazzo, e generalmente a fare in Italia de’progressi nella sua arte, essendo determinato a questo fine di penetrare col tempo anche più avanti in Italia.
Prima di partire, egli mi ha fatto istanza a volerlo accompagnare e raccomandare all’E(ccellenza) V(ostra), ed io sulla fiducia d’una buona riuscita di questo giovane, e in riflesso ai servizi che va prestando il di lui padre, mi sono prestato volentieri alla di lui domanda. A V(ostra) E(ccellenza), che per massima, e per inclinazione favorisce li talenti delli giovani artisti, io raccomando dunque detto Pollac, perché voglia compiacergli accordandogli la di Lei protezione, e procurargli da S(ua) A(ltezza) R(eale) l’Arciduca il permesso di poter essere impiegato, come desidera, presso codesta fabbrica del Palazzo di Corte, e generalmente favorirlo nelle opportunità a poter utilmente impiegare nella sua cariera il tempo durante il di Lui soggiorno a Milano. Sono col solito distinto rispetto
Di V(ostra) E(ccellenza) Vienna 17 aprile 1775 Dev(otissi)mo ed Obbl(igatissi)mo Serv(ito)re Kaunitz Rittberg
Si legge nella risposta di Firmian al Kaunitz del 20 maggio :
(…) ho subito incaricato l’architetto Piermarini di doverlo impiegare nella fabbrica della corte, e gli ho efficacemente raccomandato di doverlo particolarmente assistere ed istruire con attenzione; cosichè a quest’ora egli già lavora in corte, e del rimanente punto non dubito dell’esattezza del Piermarini nel prestargli tutto il soccorso per il di lui maggiore ammaestramento (…)
Pollach entrò quindi nella scena milanese dalla porta principale: raccomandato dal Cancelliere austriaco e protetto da Firmian, si ritrovò allievo di quel maestro che terrà le fila dell’architettura milanese per più di due decenni. Tra il 1775 e il 1780 lo troviamo, fedele discepolo, seguire, rilevare e compiere piccoli interventi nelle fabbriche del maestro. Contemporaneamente ai lavori per Palazzo Ducale, dove venne nominato «Cassiere di fabbrica» , disegnò un progetto per la facciata di palazzo Greppi; del 1778 sono dei disegni per la Porta Orientale e tra il 1776 e il 1778 fu capomastro nei lavori di Palazzo Belgiojoso. E’ opportuno a questo punto aprire una piccola parentesi storica. Nel 1751 Maria Teresa scrisse:
“Io giudicherei cosa (…) da biasimarsi, se si continuasse a donare o trasferire proprietà agli eclesiastici. Poiché da un lato non ne hanno bisogno, e dall’altro non usano di ciò che hanno, purtroppo come dovrebbero, e sono così di grave peso al pubblico. Infatti nessun convento si mantiene ne limiti della sua regola, e vi vengono ammessi molti oziosi. Tutto ciò richiederà un gran rimedio, che io intendo applicare col tempo dopo un’opportuna riflessione”
Conseguenze dirette di questa riflessione furono: la tassazione del clero, la diminuzione di alcune feste di precetto, la limitazione della manomorta, la fine del monopolio ecclesiastico sugli studi di teologia, la riduzione della vestizioni di frati e monache e la soppressione di vari monasteri (soprattutto quelli appartenenti agli ordini contemplativi) . Con la morte di Maria Teresa nel 1780 e la salita al trono di Giuseppe II, queste riforme si accentuarono, dando origine a quel fenomeno storico comunemente chiamato Giuseppinismo. Strettamente legata alla riforma ecclesiastica fu quella degli studi. L’istruzione era stata fino ad allora completamente in mano ai collegi-università di religiosi e patrizi. I primi avevano il monopolio delle discipline teologiche e filosofiche; i secondi quello delle materie professionali come la giurisprudenza e la medicina. Generalmente, in queste facoltà, più che il merito contavano i titoli nobiliari e il soldo. Negli anni Sessanta la decadenza degli studi statali era giunta ad un livello insostenibile. E’ documentato che l’Università di Pavia era costituita da sei stanze così sporche e buie che, nelle giornate nuvolose, gli studenti stentavano a poter scrivere; le attrezzature scientifiche erano completamente mancanti e i fondi stanziati erano talmente scarsi che per lo studio dell’anatomia era disponibile un solo cadavere l’anno! Diverse riforme erano già state varate negli anni Cinquanta ma fallirono a causa del potere ancora esercitato dai ceti dominanti. Le modifiche del sistema giuridico e religioso, che portarono all’indebolimento di patriziato e clero, favorirono lo sviluppo delle riforme scolastiche e permisero la creazione di nuove leve al servizio dello Stato. Ci fu un lungo dibattito sulla scelta della città che doveva ospitare l’Università rinnovata. Nel 1769 si decise di ridare a Pavia il ruolo di Università dello Stato. Vennero così avviati quattro corsi di laurea: teologia, legge, filosofia e medicina. A Milano furono invece mantenute le Scuole Palatine, creati i corsi di specializzazione post-laurea e l’Accademia di Belle arti. Fu pure ideato un piano scientifico, che provvedeva allo stanziamento di fondi per la ristrutturazione delle sedi.
1.7 Pollach e l’Accademia di Brera Nel 1773, la soppressione della Compagnia del Gesù, permise alla Regia Ducal Camera di entrare in possesso del seicentesco palazzo dei Gesuiti situato nella contrada di Brera. Il riadattamento dell’edificio venne affidato al Piermarini che, cercando di ottenere il maggior decoro con la minor spesa, si limitò a creare un nuovo ingresso e a ristrutturare gli interni. Vennero riuniti in un'unica sede: le Scuole Palatine, la Biblioteca (1786), la società Patriottica , l’orto botanico, l’osservatorio astronomico, i laboratori di chimica e fisica e l’Accademia di Belle Arti. Divenne il centro di sperimentazione per le nuove culture letterarie, scientifiche, naturalistiche e artistiche. Nel luglio del 1775 Firmian scrisse a Kaunitz:
“Veramente il Regio Ginnasio di Brera va’ a divenire di una comodità, e magnificenza per le Scienze, ed Arti che forse non avrà il pari in Italia” e continuava “Ivi sono tutte le scuole minori e maggiori. Un insigne Biblioteca, l’Osservatorio Astronomico con un eccellente Meccanico e suo Laboratorio. Il gabinetto e Laboratorio per Ottica, l’Orto Botanico principalmente per li medicinali, la Spezziaria colla scuola che si farà di farmaceutica, il Laboratorio chimico, le Scuole per la Pittura, Scultura, Architettura, ed Ornati, il Gabinetto , ed aula per le ostensioni di Fisica Sperimentale” .
Brera divenne nel giro di pochi anni il punto di riferimento della cultura cittadina in ogni campo. Possiamo considerarla l’istituzione che più rappresentò i tempi nuovi: da centro culturale nelle mani dei Gesuiti, divenne un luogo d’amministrazione statale, in cui la cultura era considerata un servizio gratuito offerto ai cittadini. Nel campo artistico l’Accademia, fondata nel 1775-1776, sottrasse a Parma il ruolo di guida. Luogo d’incontro delle maggiori personalità artistiche del momento, servì da centro irradiatore del nuovo neoclassicismo lombardo. Come presidente venne nominato il principe Alberico Barbiano di Belgiojoso che, come vedremo nel prossimo capitolo, fu uno dei più importanti mecenati di quel periodo. Parini descrisse il ritratto ideale per la figura del Segretario e, nonostante lui stesso aspirasse a questa carica, la scelta cadde su Carlo Bianconi. I professori vennero chiamati in base alle indicazione del Piermarini: la cattedra di pittura andò a Traballesi, quella di scultura a Franchini, il disegno ad Aspari, l’incisione al Vangelisti, che si era formato a Parigi, e quella di ornato a Giocondo Albertolli. La sua scuola d’ornato fu detta la prima in Europa e vi si formarono Percier e Fontaine, i due architetti di Napoleone. Su tutti vegliava Parini. Nonostante i desideri di efficienza e disciplina della corte viennese non tutto funzionava alla perfezione: frequenti erano le rivalità tra insegnanti e le assenze dall’insegnamento, soprattutto quelle di Piermarini e del Pollach, spesso oberati dal lavoro.
Torniamo ora a quest’ultimo. Nel 1776, l’anno dopo il suo arrivo in Italia, Pollach risultava iscritto all’Accademia tra gli allievi di Piermarini. Rapidamente passò dall’altra parte della cattedra, perché incaricato dal suo maestro ad insegnare Prospettiva. Nel 1785 sostituiva Marcellino Segrè come professore di Elementi di Architettura. Con l’arrivo dei francesi, Piermarini, troppo compromesso con gli austriaci e considerato inadeguato per servire il nuovo regime, venne messo da parte: tornerà nella sua nativa Foligno. A Pollach invece venne data una possibilità: nel giugno del 1798 fu nominato Primo Architetto e professore dell’Accademia di Brera, in sostituzione del suo maestro. Purtroppo questa carica durò solo tre mesi: in seguito all’intercettazione di alcune sue lettere dirette in Austria, fu incarcerato. Le lettere non contenevano nulla di compromettente. Venne dichiarato innocente dopo tre giorni ma l’episodio bastò a fargli perdere comunque la cattedra di Brera, che fu affidata prima all’amico Giacomo Albertolli e, nel 1805, all’abate Zanoja. Nel 1799, con il temporaneo ritorno degli austriaci, Pollach riottenne la cattedra di Brera e fu nominato Regio Architetto. Ma la storia non gli fu favorevole e, di nuovo, nel 1800 perse tutto. Si concluse così il rapporto tra Pollach e l’Accademia.
1.8 I lavori di Pollach Pollach rivestì diversi ruoli professionali. Fu professore, ingegnere, “funzionario statale”, architetto a servizio della corte e dei privati. La sua attività architettonica si può facilmente schematizzare in gruppi, tralasciando solo qualche piccolo singolo intervento . Lavorò tra il 1783 e il 1792 a servizio dello Stato a Pavia (l’Università, i collegi, gli orfanotrofi e l’ospedale). Dal 1790 iniziarono le committenze dei privati per le ville e i giardini. I teatri rappresentano una tipologia con cui si confrontò lungo tutta la sua carriera. Le chiese non rappresentano che un piccolo aspetto della sua architettura. Diversi furono gli interventi “tecnici”, come la sistemazione della caserma di S. Vittore a Milano o la soppressione di croci ed altarini dai punti di maggior intralcio per la viabilità stradale. Tentò varie volte di ottenere commissioni in Austria ma senza successo .
1.9 L’attività di Pollach a Pavia Dopo il riconoscimento di Pavia come Università dello Stato venne steso un programma per la riqualificazione delle strutture preesistenti (quelle sei aule buie e sporche di cui ho detto sopra), per la creazione di nuovi spazi e di attrezzature scientifiche, adatte alle moderne esigenze. I lavori vennero affidati a Piermarini che, affiancato dal Pollach, li portò avanti fino al 1782. Con la morte del Firmian l’Architetto di Stato perse il suo maggior protettore e, forse perché poco gradito al Wilzeck, si ritirò dall’impresa, affidandola nel 1783 al suo aiutante austriaco. Giuseppe II scrisse nel 1769 a proposito dell’Università:
L’université est ici dans un tres pitoyable état sans un Livre, ni instruments .
Nel 1782, in occasione del secondo viaggio in Italia, diede disposizioni affinché gli edifici che dovevano essere costruiti fossero belli e sobri con esterni lisci e semplici ; si preoccupò poi in modo particolare che l’Orto Botanico e i laboratori fossero ben organizzati. L’imperatore divenne il committente diretto delle fabbriche dell’università. Di conseguenza Pollach fu fortemente condizionato nei suoi progetti sia dalle strutture preesistenti che dalle richieste imperiali. Nei primi due anni si dedicò a piccoli interventi e all’ultimazione di progetti già avviati. Nel 1785 iniziò la progettazione del Teatro Anatomico : Piermarini lo aveva già realizzato ma, essendo stato giudicato “difettoso”, venne distrutto. Lunghe furono le vicende per la sua progettazione: venne chiesto consiglio al Professor Scarpa il quale, pur avendo visto i più moderni Teatri Anatomici di Francia, Inghilterra e Germania a cavea semicircolare, ripropose il tradizionale modello circolare. Pollach accettò questa idea, proponendo alcune modifiche ma Giuseppe II pretese la riduzione a forma semicircolare. Pollach stese un progetto che fu bocciato dall’Imperatore:
“tanto per li soverchi ornati di Lusso, di statue, di Cariatidi, di cui lo vedo ornato, quanto per l’ampiezza capace di duecento cinquanta Scolari, numero che non si troverà giammai.”
L’imperatore mandò a Milano una serie di indicazioni; Pollach ne rispettò alcune e propose altre modifiche e, nel 1786, il progetto venne finalmente approvato. Il nuovo Teatro, formato da una cavea semicircolare venne decorato con nicchie contenenti busti di uomini illustri e coperto da una semicupola a spicchi. La disposizione definitiva rispondeva alle esigenze di sobrietà, funzionalità, dimensioni proporzionate, buona illuminazione ed areazione. Non molto diverse sono le vicende per la costruzione del Teatro di Fisica creato l’anno seguente. Qui le decorazioni più lineari si rifanno ad alcuni elementi adottati dal Palladio nel Teatro Olimpico: il semicerchio è composto da colonne che si stagliano nelle cavità delle finestre e sorreggono una possente architrave semicircolare; nei due punti terminali dell’emiciclo si aprono nicchie contenenti statue. Altri interventi di rilievo nell’Università furono: l’ampliamento della Biblioteca, la sistemazione della facciata sulla Strada Nuova e del portico Teologico, un progetto per la Casa d’Ostetrica e per l’abitazione del R. Professore Mascheroni. Nel 1792 sistemò le serre dell’Orto Botanico: anche qui le direttive di Vienna furono molto precise. Ciò era dovuto probabilmente alla tendenza della corte ad imporre modelli e soluzioni già sperimentate a Vienna . L’ampliamento dell’Università portò allo sviluppo dei Collegi. Troviamo Pollach impegnato negli stessi anni nelle fabbriche del Collegio Calchi-Ghislieri con il progetto di una nuova ala e nel Collegio Germanico-Ungarico, con i rifacimenti delle facciate, di una parte nuova e dello scalone principale. Due delle conseguenze della riforma ecclesiastica furono lo svuotamento di edifici religiosi con il conseguente necessario riutilizzo di questi e il dovere-desiderio dello Stato di supplire le istituzioni religiose nella cura dei malati e nel ricovero di orfani e anziani. Pollach si trovò coinvolto anche in questo programma governativo: venne incaricato del riadattamento dell’Ospedale di S. Matteo, del Seminario Generale e della trasformazione dell’ex- monastero di San Felice in Orfanotrofio maschile.
1.10 Pollach e l’Accademia di Parma Titolo con cui Pollach sempre si firmava era quello di accademico di Parma e Bologna. Abbiamo già visto sopra come l’Accademia di Parma abbia svolto un ruolo importante nell’architettura della seconda metà del Settecento. Vediamo ora nello specifico i contatti che Pollach ebbe con essa. Amico intimo di Leopoldo era Giacomo Albertolli, nipote del più noto Giocondo; anche lui architetto, si era formato presso l’Accademia alla scuola del Petitot. La corrispondenza tra i due amici , relativa ai primi anni Ottanta, dà l’idea di un rapporto di amicizia e di stima sincera e lascia intuire l’atteggiamento di protezione e rispetto che l’Albertolli aveva verso l’amico austriaco. Capita di leggere che Giacomo mandasse a Leopoldo le minute della lettere ufficiali , che lo spingesse a uscire dal suo “guscio” per procurarsi clienti e commissioni , o che lo incitasse ad entrare nella Accademia di Parma.
“Carissimo amico e Signore Parma li 10 Maggio 1785 Io credo che a quest’ora lei avrà consegnato il suo disegno a qualche d’uno(…) perché assolutamente lei non deve trascurare di mandarlo per qualunque persuasione in contrario: poiché il dire che le accademie hanno per legge di non accettare che uomini mediocri è assolutamente falso, perché basta scorrere gli annali dei letterati, e si vedrà che anche i più sublimi genj sono aggregati alle accademie e non isdegnano nel frontespizio delle loro opere di tesserne il catalogo delle varie accademie cui sono ascritti, non lasciando anche le più piccole, come si vede nelle opere di Voltaire e di molti altri che dopo avere numerate le accademie principali di Londra, Parigi, Pietroburgo, Berlino, Montpelliar es. in fine mettono sempre socio dell’accademia di Bolognia…. (…) a lei per esempio (…)può produrre dei vantaggi rapporto al suo paese, e per mettersi un poco alla cognizione del mondo” .
Pollach mandò il disegno richiesto, che venne mostrato da Giacomo al Petitot. Questi ne restò ammirato. Per accedere all’Accademia di Parma era consigliabile avere una lettera di presentazione,
“io ci accennai il Signore Conte Serbelloni ed il Signore Marchese Bossi per soggetti che potessero dare delle informazioni delle qualità personali, cioè che non sia persona vile, ne di cattivo credito(…)”
Ecco cosa successe il giorno dell’ammissione:
“Rivt.mo Sig.re ed amico Parma il primo di luglio 1785 Venerdì di sera
Stamattina aspettava lettera da lei che mi partecipasse d’aver fatto scrivere al Sig.re Segretario Conte Rezzonico dal sig.re Bianconi, o da qualche altro signore a lei più comodo, come ci significai di dover fare nell’ultima mia, ma io non ho ricevuto niente e nemmeno il Conte Rezzonico ha ricevuto niente: bisognia dire che V.S. non abbia potuto far in tempo. E’ vero che già anche senza lettera, né alcuna raccomandazione, ne alcuna persona che proponesse direttamente in accademia il suo disegno la cosa è andata a meraviglia, e di meglio non poteva andare stante che come avrà saputo dalla lettera scritta da mio padre allo zio, lei fu accettato come accademico nella seconda assemblea senza nemmeno venire alla ballottazione sicchè si può dire a pieni voti (…) fu pubblicato alla presenza del Sovrano con molte lodi, voglio dire in una maniera molto onorifica per lei lodando il disegno presentato, senza eccezione alcuna di critica, e chiamandolo anche accademico clementino, sicchè tutto andrà alla stampa ; (…) non ostante se lei non ha fatto scrivere a quest’ora non manchi di farlo che ciò farà sempre bene, voglio dire al Segretario Rezzonico: che io poi le manderò la copia della lettera da scrivere a M. Petitot, essendo stato lui veramente che ha parlato molto, e che lo ha sostenuto, sicchè ci vuole una lettera di ringraziamento…”
Seppure non indispensabili per sottolineare che Pollach fu ammesso a “pieni voti”, queste lettere sono nondimeno piccole e pittoresche aperture sul carattere di Pollach e su situazioni concrete dei suoi primi anni milanesi. Ci fanno in particolare capire che il giovane Pollach aveva un carattere piuttosto timido e riservato; conosceva il marchese Bossi e il conte Serbelloni ; era probabilmente in buoni rapporti con il collega Giocondo Albertolli; suscitò l’ammirazione e quindi la protezione di Petitot per merito del suo disegno e non per raccomandazione. Su quest’ultimo architetto la Zàdor ci dice:
“(…)lavorava qui (a Parma) e allontanandosi dalle esagerazioni barocche, determinava eccellenti mobili ed interni intimi. Questo architetto ha avuto una grande efficacia su Pollach. Il rapporto diretto con l’arte francese è in ogni modo significativo” .
In un altro articolo sottolinea che quest’influsso non indirizzò Pollach verso l’architettura francese rivoluzionaria, ma ne raffinò il senso delle proporzioni, dell’armonia e della grazia . L’ascendente di Petitot era documentata da alcune incisioni, probabilmente di interni, viste dalla studiosa prima della guerra ed ora perdute. E’ nota la capacità di Pollach nel disegnare mobili e arredamenti ed è interessante che ci sia una testimonianza delle influenze di gusto francese provenienti da Parma. Frequentemente, l’architetto, oltre a disegnare il progetto generale dell’edificio, si soffermava sui dettagli, sulla scelta delle decorazioni e disegnava gli arredamenti. Questo avvenne sia negli edifici di carattere pubblico, ad esempio nell’università, nell’orfanotrofio e nell’Ospedale di Pavia o in alcune chiese, che negli edifici di carattere privato come le ville, i palazzi e i giardini . Il suo interesse verso l’arredamento era tale che aveva il progetto di stampare un libro di incisioni su questo tema. Purtroppo non venne mai realizzato e moltissimi suoi disegni sono andati dispersi. E’ documentato, sia grazie ad una lettera del Albertolli, sia sulla base dei diversi schizzi compiuti da Pollach, un viaggio a Roma in compagnia del conte Alessanndro Serbelloni nel 1793. Di questo tratterò nel prossimo capitolo, dedicato ai viaggi, alle amicizie e alle letture dell’architetto viennese.
1.11 I Teatri di Pollach Sono numerosi nell’opera di Pollach i progetti per teatri da lui disegnati. Purtroppo pochi sono quelli che riuscì a realizzare. Primo e significativo interesse verso questa tipologia è documentato da un rilievo che fece a Parma nel 1780 del Teatro Farnese. L’importanza che questo teatro ebbe è nota e famosa è pure l’influenza che su di esso ebbe il Teatro Olimpico di Palladio. Primi “teatri” in cui Pollach si cimentò furono quelli dell’Università di Pavia (1785-87), di cui ho già parlato prima. Nel 1794-1795 disegnò un progetto per il Teatro Hofburg a Vienna già in parte costruito. Questo progetto era particolarmente complesso a causa dello spazio angusto in cui l’edificio si trovava inserito e dello sfasamento tra l’asse mediana della sala e quella della facciata. Pollach andò a Vienna due volte per cercare di ottenerne la commissione ma, nonostante le brillanti soluzioni proposte, non riuscì a ottenerne l’incarico. Nel 1798 propose un progetto per la facciata del Teatro Patriottico della Società dei Filodrammatici a Milano. Il disegno mostra un architettura carica e pesante, che la fortuna volle non venisse mai realizzato. Nel 1803 la sorte gli fu finalmente favorevole: progettò e diede inizio alla costruzione del Teatro Sociale a Bergamo. Lo spazio su cui si doveva edificare il nuovo teatro era limitato e stretto tra le vie della vecchia città. Pollach diede prova di grande abilità riuscendo ad inserire armonicamente la struttura neoclassica nel contesto medioevale. Utilizzò nella facciata una pietra che si legasse bene con gli altri edifici e si limitò a inserire gli elementi classici in “bassorilievo”. Il piccolo atrio d’ingresso immette nell’ampia sala. Per capire quello che questo Teatro fu è necessaria oggi una buona dose d’immaginazione a causa dello stato di degrado in cui si trova attualmente. Pollach non ebbe la possibilità di vedere la sua unica opera teatrale ultimata, perché morì nel 1806 e il teatro venne concluso nel 1808. Per quanto riguarda i progetti delle ville e dei giardini rimando al terzo capitolo.
1.12 Gli ultimi anni Il 9 maggio 1796 l’arciduca Ferdinando lasciava la capitale che aveva governato per 15 anni. Al loro arrivo i Francesi trovarono una città dove i segni del benessere erano evidenti sia nelle persone che nell’aspetto della città: le strade erano lastricate e illuminate, il traffico di carri e carrozze era intenso, le case numerate. L’entusiasmo del popolo che accolse i Francesi come liberatori e fece issare alberi della libertà in molte piazze venne ben presto deluso. I nuovi invasori iniziarono a saccheggiare, a compiere atti di vandalismo e ad imporre forti tasse. Con il nuovo governo Cisalpino ci fu una fortissima richiesta di architetture effimere destinate alla celebrazione delle glorie repubblicane o a giochi di pubblico intrattenimento. Lo stile dell’architettura repubblicana era ben diverso da quello del periodo austriaco, perché diversa era la finalità. Alle forme misurate, sobrie e delicate dell’architettura del primo neoclassicismo si sostituirono quelle grandiose e pure: simbolo della Roma Repubblicana. Gli architetti dell’Accademia e quelli fino ad allora esclusi dalla pubblica committenza cercarono di ingraziarsi il nuovo regime. Piermarini, pur iscrivendosi alla “società repubblicana per la pubblica istruzione”, non riuscì ad entrare nelle grazie del nuovo governo e dopo qualche tempo si ritirò a Foligno. Pollach fu un altro degli esclusi: l’intimità e il calore delle sue architetture, gli spazi a dimensione “umana” erano ormai inadeguati alle richieste del nuovo regime. Era ormai giunto il momento dei rigori puristi di Cagnola e Canonica. Durante il ritorno degli austriaci (aprile 1799 – giugno1800) le cose mutarono a favore di Pollach, ma erano destinate a durare pochi mesi. Nel 1803 Pollach ottenne la sua ultima commissione pubblica: fu nominato Architetto della Fabbrica del Duomo. Il motivo di questa nomina è da ricercarsi nel fatto che era riuscito a diminuire notevolmente i costi per ultimare la facciata: questi, infatti, passarono da 1.300.000 a 700.000 lire. Durante i tre anni che gli restavano da vivere riuscì a risolvere il problema delle impalcature necessarie per ultimare l’edificio. Tuttavia, non riuscì a terminare il lavoro, perché morì nel 1806. Il figlio Giuseppe , pure lui architetto, sperò di ereditare la prestigiosa opera interrotta dal padre ma si dovette accontentare di una collaborazione accanto allo Zanoja.
NOTE
Per tutta la documentazione al riguardo rimando a ZÀDOR A., Leopoldo Pollack 1751- 1806, «L’Arte», 67 (1963), 2, pp.347-48. Nato nel 1700 a Vienna, il Triental era al termine della sua carriera: morì il 6 aprile 1772. Fino agli anni Trenta del Settecento il suo lavoro più importante fu la collaborazione alla costruzione della Piaristenkirche Maria Trau a Vienna. Dal 1750 al 1752 fu Capomastro in un considerevole numero di fabbriche per la corte e, più tardi, divenne architetto imperiale. Dal 1756 ebbe la responsabilità dei cantieri edili viennesi. La sua attività culminò nella costruzione della Margarethener Josefskirche che presentava degli esterni semplici e classicheggianti. Nacque in Baviera nel 1729, morì a Vienna nel 1810. Si iscrisse nel 1749 all’Accademia di Vienna dove, in seguito insegnò “arte della costruzione”. Oltre che architetto fu scultore e decoratore di interni. Per quest’ultima disciplina Pollach mostrò un particolare interesse. Sarebbe interessante capire quanto il Fischer abbia influito su di lui. A. ZÀDOR, Appunti sulle perdute «Carte di Pollack», «Storia Architettura – quaderni di critica», (1975),1, p.16. A.TERRANOVA, M.C. RODESCHINI, Leopoldo Pollach architetto 1751-1806, catalogo della mostra, (a cura di) Italia Nostra, Bergamo, aprile 1978, p. 15. Archivio di Stato di Milano, Studi, P.A. 198. Purtroppo l’intestazione della lettera è rovinata. E’ chiaro che il cancelliere austriaco si è limitato ad apporre solo la firma senza probabilmente neppure leggere il contenuto della lettera. Archivio di Stato di Milano, Studi, P.A. 198. Numerosi sono i rendiconti da lui firmati. E. WANGERMANN, The Austrian Archivement, 1700-1800, Thames and Hudson, London 1973, pp.74-75. C. CAPRA, La Lombardia austriaca nell’età delle riforme, 1706 – 1796, Torino 1987, p. 231. Documenti conservati all’Archivio di Stato di Milano, Studi, p.a., cart. 173. Reale Istituto di Scienze, Lettere ed Arti, oggi Istituto Lombardo. G. RICCI, Il luogo della cultura, dell’arte, e della scienza: Brera, in La Milano del Giovin Signore, cit.
Si legge in data 9 Termidoro dell’anno VI Repubblicano la seguente lettera indirizzata dal Ministro della Polizia Generale al Direttorio Esecutivo: “ Dall’estratto che vi accludo delle lettere in lingua perquisite al detenuto Leopoldo Pollach Professore di Architettura, non rilevasi alcun emergente contro di lui. Non ha dunque altra risultanza, che quella a voi nota data dalle lettere intercettate a Brescia. Io son d’avviso che non sia giusto, ed opportuno condurlo davanti al tribunale(…).” Archivio di Stato di Milano, Studi, p.a. 198. Riporto in appendice la cronologia schematica delle opere di Pollach. La Zàdor in Perdute carte…, cit. p.16, elenca diversi edifici che Pollach progettò per l’Austria e l’Ungheria.
Ne riporto l’elenco: Un disegno in data 1 febbraio 1798 che si riferisce a uno studio di ponte sul Danubio presso Mautern. A Vienna il teatro Hofburg, di cui parlerò nel capitolo dedicato ai teatri. A Buda il Palazzo Esterhàzy . A Vienna il Palazzo Grassalkovich. Le ville e case di caccia per la famiglia Zichy. A Buda il Palazzo Esterhàzy . Pollach non andò mai in Ungheria nonostante ci vivesse il fratellastro Michele(1773-1855): uno dei maggiori architetti neoclassici d’Ungheria.
S.K. PADOVER, Joseph II, l’Empereur révolutionnaire, 1741 – 1790, Paris 1935, p. 204. Ibi, pp. 184 e 214. Ora conosciuta come “Aula Scarpa” dal nome di un noto professore del tempo. L. MAGGI, Gli edifici promossi da Giuseppe II a Pavia: l’attività di Leopoldo Pollach, in «Bollettino della società pavese di storia patria», (1979), 1, p.103. Ora “Aula Volta”. I disegni delle serre sono in parte conservati all’Archivio di Stato di Milano, Studi, p.a., 450. L. POLLACK, Carte manoscritte 278 riguardanti l’attività di Pollack e Albertiolli, riunite in un volume-folio, Biblioteca d’arte del Castello di Milano. (Purtroppo si hanno solo le lettere che Albertolli mandò a Pollach e non le risposte, dal momento che i documenti provengono dalle carte di Pollach e non di Albertolli. Come vedremo da alcuni documenti riguardanti il Giardino di Sombreno, Pollach non scrive in un italiano impeccabile! Si legge in data 13 novembre 1783: “(…) si trova a Monza questa Signora Principessa di Parma, lei dovrebbe domenica, in grande uniforme, presentarsi alla medesima a Monza (…) autorizzato a fare questo passo dall’essere stato quest’anno accettato alla Sua Accademia”, continua dicendo che al seguito della Principessa vi è la “Contessa Sanvitali, sua prima dama di Parma, quella che attualmente fa fare i progetti per la Sua fabbrica(…). Di nuovo vi raccomando di non mancare di andare a Monza, chi non si getta fuori dal guscio, resterà sempre sepolto come si suol dire. Suo amico Giacomo Albertolli” L. POLLACK, Carte manoscritte 278 riguardanti l’attività di Pollack e Albertiolli, riunite in un volume-folio, Biblioteca d’arte del Castello di Milano, N° 167-170. Parma, 14 giugno 1785. L. POLLACK, Carte manoscritte 278 riguardanti l’attività di Pollack e Albertiolli, riunite in un volume-folio, Biblioteca d’arte del Castello di Milano, N° 200-203. L. POLLACK, Carte manoscritte 278 riguardanti l’attività di Pollack e Albertiolli, riunite in un volume-folio, Biblioteca d’arte del Castello di Milano, N° 163 – 166. Come vedremo in seguito questa conoscenza diventerà una profonda amicizia. A. ZÀDOR, Leopoldo Pollach 1751-1806, in «L’Arte», 62 (1963), 2, p. 350. ZÀDOR A., Appunti sulle perdute «Carte di Pollack», «Storia Architettura – quaderni di critica», (1975),1, p. 16. Nella villa di Sombreno esistono ancora alcuni arredamenti originari da lui disegnati e fatti costruire. Un esempio di arredamento per giardini è presente nel progetto di Sombreno. Il Pollach era padre di una numerosa famiglia. In un documento conservato alla Società Storica Lombarda nel Fondo Bertarelli, faldone n° 3 si legge:
“Viene dispensato dal prestar servizio nella Guardia Nazionale perché padre di otto figli viventi. Attesto io sottoscrito parroco della chiesa di San Francesco di Paola che nel libro dello stato delle anime trovasi registrata la sottodescritta famiglia (…) Architetto Leopoldo Pollach anni 45 - Giustina (Giuseppina) Coffer, moglie attualmente incinta anni 35 Giuseppe anni 15 – Giuditta anni 14 - Domitilla anni 13 – Cesare anni 11 – Ludovico anni 10 – Massimiliano anni 9 – Ester anni 7 - Anna Rachele anni 1 per fede, li 6 gennaio 1797”.