Ginevra Agliardi. 3. I giardini del tempo

Da EFL - Società Storica Lombarda.

Torna a Ginevra Agliardi. Il progetto di Leopoldo Pollach per il giardino di villa Pesenti-Agliardi a Sombreno


3.1 Il giardino paesaggistico in Europa [1]

Al fine di comprendere meglio il progetto di Pollach per la villa Pesenti, è opportuno descrivere lo sviluppo del giardino cosiddetto “all’inglese” in Europa e in Italia.

Nella prima parte di questo capitolo viene analizzato, sia pur brevemente, il pensiero che ispirò i giardini inglesi, seguendo al tempo stesso la loro diffusione, a partire dal 1730, prima in Inghilterra, poi in Francia, Germania e Italia. Un’attenzione particolare verrà prestata ai progetti del Piermarini, di cui Pollach, probabilmente, ebbe esperienza diretta.

Nella seconda parte del capitolo verranno analizzati alcuni dei progetti di Pollach anteriori o contemporanei a quello di Sombreno.

È ormai convinzione unanime della critica l’idea secondo cui i precursori del giardino all’inglese furono: il crescente interesse per la botanica; le filosofie illuministe; l’idea della libertà della natura in contrapposizione alla tirannide dei giardini di Le Nôtre; alcune letterature tra cui i giardini di Armida di Tasso e di Paradise Lost di Milton; gli arcadici paesaggi disseminati di rovine antiche dipinti da Claude Lorrain, Nicolas Poussin, Salvatore Rosa, Gaspar Dughet e, soprattutto, la riscoperta del mondo classico greco e romano grazie anche ai ritrovamenti di Ercolano e Pompei. Scienza, filosofia, letteratura, pittura, architettura, archeologia: ognuna di queste discipline diede il suo contributo per “ridare un’anima” ai giardini.

Il termine pittoresco, con cui spesso viene descritto il nuovo giardino, derivò proprio dall’idea che l’architetto-giardiniere dovesse, utilizzando la natura, riprodurre scene simili a quelle rappresentate nei quadri dei pittori sopra citati. Se ne può trovare un esempio nel giardino di Stourhead progettato dallo stesso proprietario, il banchiere Henry Hoare II, e costruito in varie fasi nel corso del Settecento. Ispirandosi probabilmente all’Eneide - in particolare alla discesa di Enea agli inferi -, il proprietario scelse come fonte di ispirazione il quadro di Enea a Delo dipinto da Lorrain (già proprietà della National Gallery di Londra) [2].

Nei giardini come questo l’artista-giardiniere, dosando con arte gli elementi offertigli dalla natura, ricostruiva nello spazio del giardino una serie di scene impreziosite da eyecatchers: architetture costruite in stile classico, gotico, cinese, egizio. Nei primi tempi le architetture inserite nei giardini imitavano, ovviamente in scala ridotta, noti monumenti della classicità antica e moderna (ad esempio il Pantheon o il progetto palladiano per il ponte di Rialto). Per volontà del committente ad ogni elemento decorativo del giardino corrispondeva un preciso significato politico, filosofico, estetico o simbolico.

Il giardino, più della casa, divenne specchio delle idee e del gusto del padrone. I giardini di Stow, e in particolare i Elysian Fields, costruiti su progetto di William Kent nel 1733, ad esempio, erano stati voluti da Lord Temple come manifesto di precisi ideali politici [3]; Wörlitz, vicino a Dessau nel 1764, era nato per il desiderio del principe Franz von Anhalt-Dessau di rappresentare nel giardino alcuni aspetti reali o ideali della sua vita pubblica e privata, desiderio già realizzato secoli prima dall’imperatore Adriano nella sua villa di Tivoli; il giardino di Ermenonville, nei pressi di Parigi, voluto dal marchese de Giardin, nacque dalla filosofia di Rousseau e seguiva il modello delle descrizioni fatte dal filosofo nella Nouvelle Héloïse. Quest’ultimo giardino divenne, dopo la morte di Rousseau, un luogo consacrato alla sua memoria.

"Il giardino assume ora una dimensione raccolta, dimessa, percorso da trame varie che consentono il passaggio di piccolissimi gruppi, e che incoraggiano le passeggiate solitarie. Il visitatore viene guidato nel suo itinerario lungo il giardino, e invitato a partecipare emotivamente ai diversi “quadri” che via via gli si presentano dinanzi, suscitando in lui ben precise associazioni. Il giardino diventa l’intimo confidente del proprietario, che gli affida i sentimenti più reconditi, le aspirazioni, le aspettative e le delusioni, amico fidato che sa mantenere i segreti. Si instaura per tanto, tra l’opera e che l’ha creata un rapporto di complicità" [4].

Ogni giardino divenne un unicum irripetibile governato da precise leggi proprie, effetto della commistione tra le teorie del giardino “moderno”, i desideri del proprietario e la capacità dell’architetto di interpretare le une e gli altri.

Come vedremo, il giardino di villa Pesenti a Sombreno nacque proprio dalla fusione di questi tre elementi: le tipologie standardizzate del giardino moderno, le idee politiche di Pietro Pesenti e la capacità di Pollach di rielaborare con un linguaggio personale i primi due elementi.

Quando il giardino all’inglese divenne una moda, perse gran parte di questo spirito originario, trasformandosi spesso in un luogo standardizzato di svago privato.

Le trasformazioni dal modello francese al modello inglese non furono poche: alle forme geometriche del modello francese si sostituirono forme irregolari, alle linee rette quelle curve, alla simmetria l’irregolarità, ai terrazzamenti i dolci declivi, agli zampilli delle fontane le rumorose cascate, alle acque ferme dei bacini il lento movimento dei fiumi, alle siepi potate la libertà delle forme naturali, a una composizione che, pur viva ed in perenne crescita, restava sempre uguale a se stessa, lo stupore dei mutamenti delle piante, alla noia suscitata da un paesaggio che veniva rapidamente capito nel suo insieme la sorpresa e la scoperta di visioni sempre diverse [5]. La libertà e la naturalezza con cui la natura si esprimeva nei giardini inglesi era però del tutto apparente; in realtà l’architetto non perse il suo ruolo di artefice, semplicemente lo trasformò.

Tasso espresse bene questo concetto in una noto verso:

l’arte, che tutto fa, nulla si scopre. [6]

Si è già fatto cenno nel capitolo precedente all’importanza che ebbero gli scritti di Lord Shaftesbury, Joseph Addison e Alexander Pope per lo sviluppo del giardino paesaggistico inglese. Forti furono, infatti, le critiche che questi intellettuali mossero alla concezione del giardino alla francese e alla tirannia che, attraverso esso, l’uomo manifestava sulla natura.

Dopo lo sviluppo di idee teoriche che prepararono il campo alle realizzazioni pratiche, il primo elemento che, secondo Horace Walpole, segnò la rottura tra il giardino formale alla francese e quello paesaggistico fu lo ha-ha [7]. Walpole ne attribuì l’invenzione a Bridgeman, architetto di transizione tra il giardino formale e quello paesaggistico. Lo ah-ah era un fosso che, sostituendosi al muro di cinta, segnava il limite invalicabile del giardino: la parete interna al giardino era costituita da un muro verticale mentre l’altra, con un declivio più dolce, riportava il terreno all’altezza del giardino. Questo stratagemma permetteva, nascondendo la recinzione, di trasformare il paesaggio circostante in luogo appartenente al giardino stesso. Come vedremo Pollach non utilizzò mai lo ah-ah ma cercò di raggiungere lo stesso scopo, risolvendo il problema in un altro modo.

Il giardino inglese [8] nacque intorno al 1730 per opera di William Kent (1685–1748). L’artista inglese cominciò la sua carriera artistica come pittore e visse a Roma tra il 1707 e il 1719. Qui conobbe Lord Burlington con cui, tornato in Inghilterra, diede vita al movimento neo palladiano e al giardino paesaggistico. Kent abbandonò la pittura per dedicarsi all’arte dei giardini ma la sua esperienza pittorica gli fu comunque utile, dato lo stretto legame tra le due arti del tempo. In poco tempo divenne il primo grande architetto paesaggista inglese. I suoi principali interventi furono quelli a Chiswick, Stowe, Claremont e a Rousham.

Proprio questi giardini vennero aperti al pubblico in determinati giorni: cosa che li rese accessibili ad un pubblico ampio e internazionale.

L’iniziale mancanza di trattati che codificassero le regole per la costruzione dei giardini trasformarono gli interventi di Kent in una sorta di “trattato vivente” da prendere a modello.

Il giardino di Stowe fu il più visitato e continuamente arricchito di nuove scene e follies [9], tanto che, solo nel XVIII secolo, uscirono tredici guide su di esso. Qui lavorarono i grandi architetti-giardinieri inglesi, da Bridegemann a Kent a Capability Brown, che lo trasformarono gradualmente da giardino formale a giardino paesaggistico.

Lancelot Brown [10] fu l’architetto-giardiniere protagonista tra gli anni quaranta e il 1783 e venne soprannominato Capability Brown per l’abilità con cui sapeva trasformare il terreno “interrogando” il genius loci. Iniziò a lavorare come giardiniere ma, dopo aver assistito Kent durante la trasformazione del giardino di Stowe, divenne egli stesso architetto.

Perfezionando il paesaggismo dei giardini del suo maestro, eliminò ogni residuo formale: fece arrivare prati e boschi fino ai piedi della villa, prosciugò paludi, innalzò colline, spostò interi villaggi, insomma modellò l’aspetto dei luoghi come uno scultore fa con l’argilla.

Brown svincolò il giardino dal “principio di associazione”, nonostante fosse uno dei fondamenti della nuova idea del giardino, e per questo motivo fu contrario ad una eccessiva concentrazione di edifici. Preferiva lasciare che il visitatore contemplasse liberamente la natura piuttosto che frastornarlo con continui cambiamenti di “scene”, impregnati di riferimenti politici, filosofici, morali ed estetici. Fu inoltre contrario all’introduzione di architetture non appartenenti alla cultura del luogo.

Molti riconobbero in Capability il miglior interprete del landscape garden ma, come vedremo, non fu questi il modello di Pollach.

Le teorie di Capability non furono però condivise da tutti. Chambers, nella sua Dissertation on Oriental Garden, sferrò un attacco polemico contro il modo di progettare di Brown, accusando il suo giardino di essere “insipido e volgare” [11], dal momento che differiva pochissimo dalla natura dei comuni campi coltivati. Per questo Chambers propose un rinnovamento di questa arte sulla base delle suggestioni dei giardini cinesi.

Proprio da questi due opposti giudizi nacque una spaccatura tra gli interpreti del giardino all’inglese:

da un lato si schierarono “i sostenitori di un indissolubile legame tra giardino e pittura di paesaggio, e del ruolo fondamentale del principio di associazione” facenti capo a Chambers, dall’altro si posero “i paladini di un più libero rapporto con la natura, dove l’animo viene incoraggiato dalla mancanza di stimoli esterni e dalla riposante grandiosità della scena ad abbandonarsi a solitarie, personali meditazioni” [12] facenti capo a Capability.

Senza ripercorrere tutta la storia della diffusione del gusto cinese [13], è qui importante sottolineare di nuovo il ruolo che ebbe il libro di Chambers. Le Dissertation vennero stampate nel 1772 in Inghilterra e tradotte in francese nel 1773 e in tedesco nel 1775. Chambers fu fortemente criticato in Inghilterra e giustamente accusato di riportare notizie inventate e false. Venne accolto, tuttavia, con entusiasmo [14] in Francia, dove il suo libro contribuì in modo notevole allo sviluppo del giardino anglo-cinese.

L’idea dell’oriente che veniva diffusa nel mondo occidentale da alcuni europei, tra cui Chambers, spesso non corrispondeva alla realtà ma semplicemente agli interessi dei fautori di quella corrente.

"La grande novità estetica del primo Settecento inglese non poteva essere presentata semplicemente come un prodotto della creatività di alcuni artisti. (…) Sembrava necessario un luogo, e non utopico, nel quale quei principi estetici fossero già operanti da millenni: fu scelta la Cina (che divenne nella fabulazione storico-propagandistica degli interessati, il luogo d’origine virtuale del giardino romantico)". [15]

Nei giardini europei iniziarono ad apparire, accanto agli edifici classici, pagode cinesi, obelischi e piramidi egiziane, costruzioni medioevali, cappelle gotiche, lapidi e rovine: i primi sintomi dell’eclettismo e del preromanticismo. Anche Pollach, come vedremo, lasciò emergere nei suoi giardini alcuni elementi preromantici ed eclettici di questo tipo.

Un ulteriore aspetto da considerare per capire la fortuna che ebbe il giardino paesaggistico è quello economico. I giardini alla francese, oltre a sottrarre molta terra alla coltivazione e al pascolo, erano estremamente impegnativi da mantenere. Infatti richiedevano intere squadre di giardinieri per potare le siepi, pulire i viali, curare i condotti delle fontane e disegnare e piantare i parterre. Il giardino inglese al contrario, trasformando la spontaneità della natura in criterio di bellezza estetica, alleggeriva il giardiniere dal suo lavoro e restituiva il terreno al pascolo. Senza contare che la visione di una mandria accanto alle rovine o ai monumenti contribuiva ad accrescere l’idea di realismo e avvicinava la scena ai paesaggi rappresentati nei dipinti.

Nelle ferme ornée, che ebbero una particolare fortuna in Francia, vennero integrate nel giardino anche le coltivazioni, con la conseguenza di restituire all’agricoltura vaste aree di terreno.

Le differenze culturali e territoriali che esistevano tra l’Inghilterra e gli altri Paesi europei resero impossibile il trapianto inalterato del giardino inglese nelle altre nazioni. Francia, Germania e Italia interpretarono, modificarono e alterarono profondamente le caratteristiche del giardino paesaggistico [16]. Come vedremo, le idee che godettero di maggior fortuna fuori dall’Inghilterra furono quelle di Chambers.

Il primo giardino paesaggistico realizzato fuori dall’Inghilterra fu quello voluto dal giovane principe Franz von Anhalt-Dessau che, tornato in Germania dopo un viaggio in Inghilterra, decise di assecondare la nuova moda. Da qui l’idea di realizzare il giardino di Wörlitz, con l’autorevole aiuto del Winckelmann. Come conferma il Venturi, le teorie di Chambres ebbero la meglio:

"La residenza di Wörlitz, vicina a Dessau, […] più che sugli aspetti naturali del giardino è organizzata secondo un iter ad sapientiam che attraversa luoghi teatrali piuttosto che scene pittoresche". [17]

La costruzione del parco venne iniziata nel 1764.

In Francia la prima sperimentazione in chiave naturalistica fu quella di Ermenonville, terminata intorno al 1770 e, come già detto, ispirata al romanzo di Rousseau.

L’Italia arrivò per ultima e non fu radicale nelle sue scelte. Inizialmente il giardino all’inglese non fu che un episodio laterale rispetto al giardino di impostazione italo-francese.


3.2 Il giardino paesaggistico in Italia


Nel discorso pronunciato a Padova nel 1792 Pindemonte, tra l’altro, riferiva:

“(…) La Germania non meno ha molti giardini che sono o ch’esser vorrebbero inglesi, e parecchi ne abbiamo presentemente anche noi, ma io non ne conosco che tre: l’uno a Caserta, che nascer vidi sotto la direzione di un valente artista tedesco, l’altro non lungi da Cremona, che appartiene ai due coltissimi e gentilissimi fratelli Piccenardi, e il terzo presso Genova disegnato da quel senator Lomellini, che fu così applaudito ministro a Parigi della sua repubblica” [18]

Esistevano però altri giardini molto probabilmente noti al Pindemonte ma non citati in queste righe, come ad esempio il giardino che il Cesarotti stava costruendo proprio in quegli anni a Selvazzano e il giardino all’inglese della reggia di Monza, costruito dal Piermarini già da una quindicina d’anni.

Rimandando la descrizione di quest’ultimo alla parte dedicata ai giardini del Piermarini, consideriamo gli esempi menzionati da Pindemonte.


Caserta

Il giardino paesaggistico di Caserta [19] nacque dall’iniziativa di Sir William Hamilton [20]. Fu lui a proporre il progetto a Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta, che già da una decina d’anni aveva realizzato il Petit Trianon di Versailles, e dell’Arciduca Ferdinando, che nel 1778 aveva realizzato il giardino inglese a Monza.

Dopo aver avuto l’appoggio della regina, Sir Hamilton, seguendo il consiglio dell’amico Sir Joseph Banks [21], incaricò il giardiniere inglese John Andrew Graefer [22] di scegliere il luogo più adatto per la realizzazione del giardino.

A proposito dei suoi intenti Sir Hamilton scriveva all’amico Banks:

«… Abbiamo adesso cinquantaquattro acri recintati. Vi installeremo, oltre al giardino di delizie, un orto botanico ed un frutteto. Inoltre creeremo una sorta di ferme ornée, ove sperimenteremo diversi tipi di foraggio per il bestiame. È mia intenzione che il giardino, oltre a divertire la Reggia, il principe ereditario e le principesse, risulti di pubblica utilità. Dovrà offrire suggerimenti per ogni sorta di nuove coltivazioni; e i nobili se lo desidereranno, potranno trarre vantaggio dagli esperimenti ripetendoli nei loro possedimenti». Sfortunatamente tale illuminata concezione non incontrava l’approvazione del Re: «Sua Maestà sostiene che in questi luoghi la natura non necessiti di assistenza; anche la maggioranza della nobiltà professa la medesima opinione. […]. Certo è duro lavorare per gente incapace di apprezzare le novità, preoccupata solo dei costi…Nondimeno queste persone cambieranno idea appena cominceranno ad udire i commenti (che certo non mancheranno) dei viaggiatori stranieri. Allora comprenderanno quanto grande sia l’utilità di questo giardino» [23].

Interessante è lo spirito illuminista e scientifico che animava gli intenti di Sir Hamilton: l’Orto Botanico per lo sviluppo di questa scienza, la ferme ornée dedicata alle sperimentazioni agricole, il frutteto per supplire ai fabbisogni della reggia e, in generale, l’idea di un giardino di pubblica utilità.

La paternità inglese del giardino di Caserta è evidente e difatti è considerato uno dei giardini più all’inglese costruiti in Italia.

Nel 1790 venne affiancato al giardiniere inglese l’architetto Carlo Vanvitelli, che progettò le strutture architettoniche presenti nel giardino, senza alterare però il carattere predominante paesaggistico-botanico. Come già a Monza il giardino inglese di Caserta non fu altro che una sperimentazione a lato del vasto giardino alla francese.


Torre de’Picenardi (Cremona)

Il secondo giardino nominato dal Pindemonte è quello di Torre de’ Picenardi in provincia di Cremona [24]. Il giardino, voluto e pensato dai due padroni di casa Giuseppe e Luigi Ottavio Picenardi, fu diviso in tre zone: quella regolare di fronte alla villa, quella sistemata all’inglese sul lato sinistro e quella, realizzata negli anni Novanta, ispirata a episodi dell’Orlando Furioso. Anche in questo caso il giardino paesaggistico pare più un esperimento nato accanto alle forme più tradizionali e non l’unico protagonista, come invece era accaduto in Francia e in Germania.

Le prime due parti furono realizzate probabilmente sul finire degli anni Settanta perché il Tiraboschi [25] sostiene che in quel periodo numerose furono le persone che cominciarono a visitare i giardini delle Torri.

Tra essi il più illustre fu l’Arciduca Ferdinando che vi si recò nel 1777 e l’anno successivo. In questa data il giardino non era sicuramente terminato ma almeno il progetto generale era stato tracciato. È possibile che l’Arciduca abbia tratto ispirazione dall’opera dei Picenardi per la costruzione del giardino a Monza.

Diamo una rapida occhiata alla planimetria. Il primo settore occupa lo spazio di fronte all’ex castello, dove un vasto spazio, geometricamente diviso, termina in un emiciclo delimitato da olmi e castagni. L’asse centrale crea una lunga prospettiva che termina nell’Arco della Concordia, copia di un arco trionfale [26], allora ritenuto opera del Palladio. Sul lato sinistro del giardino alla francese si affaccia il secondo settore in cui il giardino è organizzato all’inglese: l’ex fossato del castello diventa un fiume irregolare sulle cui acque si specchia il tempio del Genius Loci. Accanto a questo è posto un colombario e tutto attorno sono disposte urne, sarcofagi, cippi, are e lapidi romane [27]. Nel centro del fiume sorge l’isola di Esculapio, dio della guarigione e della medicina. Su una piccola penisola è costruito un anfiteatro mentre a fianco si trovano le rovine di un teatro antico. Al di là del fiume la vite occupa uno spazio rettangolare diviso in otto spicchi, al cui centro sorge il Tempio di Bacco. Questo era un elemento piuttosto diffuso nei giardini italiani paesaggistici, presente anche nel progetto di Francesco Bettini per la villa di Dolfin e in quasi tutti i progetti di Pollach.

Osservando la struttura del giardino, viene facile pensare che i fratelli Picenardi avessero letto l’articolo di Verri uscito sul “Caffè” nel 1764 e da esso avessero tratto ispirazione. Il giardino dei Picenardi, infatti, fu uno dei primissimi esempi di giardino paesaggistico, filosofico e “illuministico” in Italia.


Villa Lomellini, Pegli (Genova)

Il terzo giardino nominato dal Pindemonte è quello del Senator Lomellina a Pegli in Liguria.

Il Lomellini, colto e brillante uomo politico, fu ambasciatore della repubblica genovese a Parigi, città in cui strinse rapporti d’amicizia con i maggiori esponenti dell’illuminismo francese. Probabilmente in Francia maturò l’idea di ristrutturare la sua casa secondo il nuovo gusto inglese. I lavori di risistemazione cominciarono alla fine degli anni Settanta perché, all’inizio degli anni Ottanta il Lomellina scriveva al Frisi:

“Il mio bosco non è più quello che era quando ella mi favorì, è divenuto a forza di lavori che sempre continuo, un giardino alla moda inglese.” [28]

Il giardino venne arricchito con una capanna per eremita, alcune finte rovine, una cascina, un teatrino, una torre e un lago da cui si dipartivano diversi ruscelli.


Villa Querini, Altichiero (Padova) [29]

Uno dei primi giardini “moderni”, non nominato dal Pindemonte ma iniziato nella seconda metà degli anni Sessanta, fu quello costruito ad Altichiero sul progetto [30] dello stesso padrone di casa Angelo Querini. Questi fu senatore dello Stato Veneto, impegnato in prima persona nella modernizzazione delle strutture statali e in alcune riforme agrarie. Fu uomo colto e sostenitore di idee fisiocratiche, massoniche e illuministe, che in parte ispirarono il suo giardino.

Definire questo giardino moderno anziché inglese è forse più appropriato perché, se le forme che lo costituivano erano ancora geometriche, il pensiero che lo creò e che lo animò lo rese moderno. Fu un giardino filosofico illuminista ed è proprio per questo aspetto che è interessante analizzarlo nel corso di questa tesi. Come vedremo in seguito, diversi erano gli elementi che lo accomunavano al giardino pensato da Pollach per Sombreno.

La villa e il giardino Querini [31] sorsero sulle rive del Brenta ma, in contrasto con il lusso delle altre ville della zona, il complesso di Altichiero fu volutamente semplice ed essenziale. In esso nulla era stato lasciato al caso, ciò che era gradevole doveva risultare anche utile e viceversa, il bene del proprietario e il bene della comunità dovevano coincidere. Una parte del giardino era dedicata alle sperimentazioni agricole mentre un’altra zona disegnava un’allegoria della vita e un poema morale.

Al centro dell’atrio della casa era stata posta ad “accogliere” gli ospiti una statua della dea Flora. Uscendo dalla casa e dirigendosi verso il Brenta si percorreva una galleria di carpini culminante in una “stanza” a cielo aperto, anch’essa di carpini, dove sorgeva l’altare dell’amicizia eretto alla memoria di un amico defunto. Da questa stanza partivano due lunghe braccia di un unico viale, alle cui estremità erano poste due statue: da un lato Silene e dall’altro Cerere, in atto di ringraziamento verso il Senato Veneto per un decreto a favore dell’agricoltura. Su uno dei lati della villa una serie di piccoli Poteger erano dedicati ai fabbisogni della villa. Sul lato opposto, al centro di uno spazio quadrato occupato da un bosco di piante da frutto, era stata posta una colombaia e un’altra voliera dedicata allo studio dei diversi uccelli. Superata la strada pubblica, di fronte alla villa, vi era un altro appezzamento di terreno su cui si sviluppava il resto del giardino. Questo spazio venne diviso in due parti da un lungo viale che si concludeva nel tempio di Apollo, dio del Sole. Da un lato del viale una lunga e stretta striscia di terra era coperta da un Bosco delle antichità, percorso da diversi sentieri lungo i quali erano disposti pezzi archeologici egizi, greci e romani. Non mancavano poi alcuni riferimenti al Medio Evo. Tra le statue antiche vi era quella di Bacco posta in rapporto al pergolato di vite che copriva un sentiero lungo quanto un lato del bosco.

Un labirinto costruito in modo particolare stava a rappresentare l’allegoria della vita, ed invitava il visitatore alla meditazione. L’uscita del labirinto portava chi lo percorreva in un bosco: una allegoria della morte, disseminata di lapidi e sarcofagi.

Un amplissimo appezzamento di terra era invece dedicato alle sperimentazioni per lo studio e il miglioramento dell’agricoltura. Era una specie di Ferme Ornée.

La villa è stata protetta dalle “ire di Giove” da un parafulmine, segno dell’interesse verso le sperimentazioni scientifiche.


Villa Dolfin, Mincana (Padova)

Vediamo ora un altro interessante progetto, opera posteriore di qualche anno, di Francesco Bettini per la villa di Andrea Dolfin a Mincana sempre in Veneto. Dalla planimetria disegnata dal Bettini nel 1780 [32] si nota la profonda diversità da quello del Querini. Il giardino, che si sviluppava dietro alla casa, era pienamente paesaggistico e lo spirito che lo pensò era evidentemente lontano dalle allusioni filosofico-allegorico-morali presenti nel giardino di Altichiero. In esso erano disposti diversi “distretti” [33] ognuno caratterizzato da alcuni edifici.

Eccone alcuni esempi. In una zona destinata al pascolo degli animali sorgeva una rovina gotica attrezzata nel suo interno con gli strumenti necessari per la lavorazione del formaggio. Poco distante si trovava la stalla per il ricovero degli animali, mentre sulla riva del fiume vi era la capanna del pescatore; accanto a questa stava una vigna con al centro un tempio dedicato a Bacco. Sulla riva opposta il Bettini aveva disposto un boschetto, dove si trovavano gli attrezzi per i Giochi Campestri, e un tempio che serviva da sala da biliardo. Nel mezzo di un Giardino all’Olandese sorgeva un tempio dedicato a Venere e poco oltre una Pagoda.

Bettini progettò numerosi altri edifici ma già da quanto descritto emerge l’idea ispiratrice di questo giardino, per alcuni versi simile a quella del giardino di Pollach per il Pesenti.

Nel progetto del Bettini lo scopo principale era quello di intrattenere l’ospite attraverso il diletto, la curiosità e lo stupore. Forti erano le influenze del giardino anglo-cinese di moda in Francia, Paese in cui sia il Bettini che il Dolfin soggiornarono a lungo. Un’attenzione particolare venne data all’aspetto botanico. Il Bettini, nella descrizione che fece del giardino, nominò moltissime specie di piante con l’esatta indicazione del luogo dove piantarle e del modo con cui accostarle tra loro.

La descrizione, fino a qui abbozzata, dei giardini che si svilupparono in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta (del secolo XVIII) necessariamente non completa, tratteggia tuttavia l’humus culturale presente in Italia prima che Pollach compisse i suoi progetti.

Dalla descrizione risulta inoltre evidente come in Italia non predominò uno stile preciso ma convissero diversi modi di concepire il giardino moderno: all’inglese nella reggia di Caserta, anglo-cinese nel progetto di Bettini, illuministico-filosofico-morale-antiquario a Torre de’Picenardi e ad Altichiero. Si nota inoltre che in Italia mancò, fatta eccezione forse per il Bettini, quella figura professionale di architetto-giardiniere, tipica invece in Inghilterra (Kent, Capability…): a Caserta, infatti, Graefer venne “importato” dall’Inghilterra, mentre negli altri casi analizzati furono gli stessi committenti i progettisti dei loro giardini.

Se si escludono i fratelli Picenardi che non uscirono mai dall’Italia, ciò che fece scattare negli altri committenti il desiderio di creare un nuovo giardino furono i soggiorni e i contatti avuti con i giardini moderni visitati in Francia ed Inghilterra.

Nei casi che ora analizzeremo, invece, la situazione fu differente, perché il committente affidò la sistemazione del giardino ad un vero e proprio architetto.



NOTE

[1] Per approfondimenti: J.D.HUNT, P. WILLIS (a cura di), The Genius of the Place. The English Landscape Garden 1620 – 1820, Cambridge, Mass., e London 1988 (prima ed London 1975); Il giardino a Milano per pochi e per tutti 1288-1945, catalogo della mostra, a cura di V. Vercelloni, Milano 1986; M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto tra Sette e Ottocento e le sue fonti, Milano 1988; J. BROWN, Arte e architettura dei giardini inglesi, Milano 1989; M. MOSSER - G. TEYSSOT, L’architettura dei giardini d’occidente: dal Rinascimento al Novecento, Milano 1990; S. FARINA, La cultura del giardino: i giardini all’inglese a Milano a fine ‘700, Milano 1994; F. MUZZILLO, Paesaggi informali: Capability Brown e il giardino paesaggistico inglese del diciottesimo secolo, Napoli 1995.

[2] M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto tra Sette e Ottocento e le sue fonti, Milano 1988, p. 41. La tesi viene ripresa anche da G. VENTURI, I «lumi» del giardino: teoria e pratica del giardino all’inglese in Lombardia tra Sette e Ottocento, in A. Tagliolini (a cura di), Il giardino italiano dell’Ottocento, Milano 1990, p. 24.

[3] Nel parco furono realizzati templi dedicati alla Concordia, alla Vittoria, alle Dame Illustri; in una scena furono contrapposti il tempio della Virtù Antica, in perfette condizioni, e il tempio della Virtù Moderna, in rovina.

[4] M. AZZI VISENTINI, Il giardino Veneto…, cit. p. 43.

[5] M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto…, cit. p. 31.

[6] T. TASSO, La Gerusalemme Liberata, canto XVI, verso 40.

[7] H. WALPOLE, The History of Modern Gardening, in Anecdotes of Panting in England, vol. IV, London, 1771, p.233-83; ed. italiana Saggio sul giardino moderno, a cura di G. Franci e E. Zago, Firenze 1991, p. 82. Il nome, ci riferisce Walpole, deriva dall’esclamazione di stupore che emise uno dei primi visitatori che vide il manufatto. Per approfondimenti sulla vera etimologia della parola cfr. V. VERCELLONI, Il giardino…, cit, p. 88.

[8] G. VENTURI, I «lumi» del giardino… cit. pp.19-35.

[9] Oggi il giardino di Stowe contiene 36 follies di diversi stili: classico, gotico, rustico, eclettico.

[10] G. VENTURI, Storia delle motivazioni teoriche del primo giardino all’inglese in Italia, in AA.VV. La Villa Reale di Monza, a cura di F. De Giacomi, Milano 1999, pp.189-196.

[11] V. VERCELLONI, Il giardino…, cit. p. 141.

[12] M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto…, cit. p. 53.

[13] Per approfondimenti: A. O. LOVEJOY, The chinese origin of a romanticism, saggio raccolto in Essay in the History of Ideas, Baltimora, 1948. H. HOUNOR, L’arte della cineseria, Firenze 1963. R. WITTKOWER, English Neo-Palladianism, the Landscape Garden, China and the Enlightenment, «L’Arte» (1969), 6, pp. 18-35. Il giardino, la cina e l’illuminismo, saggio contenuto nel libro Palladio e il Palladianesimo, Torino 1984.

[14] I francesi sostennero però che fosse stato un loro connazionale a riportare per primo in Europa le notizie sul mondo cinese.

[15] V. VERCELLONI, Il giardino a Milano… cit., p. 86.

[16] M. ZOPPI, Storia del giardino europeo, Roma 1995, p. 115-136.

[17] G. VENTURI, Storia delle motivazioni teoriche del primo giardino all’Inglese in Italia…, cit. p. 197.

[18] I. PINDEMONTE, Dissertazione sui giardini Inglesi e sul merito di ciò in Italia… cit. L’affermazione contiene un’inesattezza: Giovanni Antonio Grafer, giardiniere che creò il giardino di Caserta era inglese.

[19] Per approfondimenti: C. KNIGHT, Il giardino inglese di Caserta, Napoli 1986; C. DE SETA, Il giardino della reggia di Caserta, in M. Mosser, G. Teyssot (a cura di), L’architettura dei giardini d’occidente: dal Rinascimento al Novecento, Milano 1990, pp.323-5. C. MARINELLI, Il giardino all’inglese di Caserta, «Neoclassico» (1993), 3, pp.42-51.

[20] Sir William Hamilton fu l’inviato straordinario di Sua Maestà Britannica presso il Regno delle Due Sicilie. Fu socio della Royal Society di Londra, massima accademia scientifica Europea, e per oltre trent’anni ne fu il “corrispondente” da Napoli tenendo informati gli studiosi britannici sull’attività eruttiva del Vesuvio e sulle scoperte archeologiche a Pompei.

[21] Sir Joseph Banks viaggiò in tutto il mondo con l’intento di compiere studi botanici e scientifici; venne eletto nel 1779 ai vertici della Royal Society divenendone il più celebre presidente. La fitta corrispondenza, composta da oltre settemila lettere, con studiosi di tutta Europa, dimostrano come Banks impersonificasse di fatto il nobile ideale di sovranazionalità della scienza. Lo abbiamo già incontrato nel corso della tesi come amico di Ludovico Belgiojoso.

[22] John Andrew Graefer, allievo del celebre botanico Philip Miller aveva lavorato a Croome, alle dipendenze del conte di Coventry, e a Kensington Gore, presso il ricco mercante James Vere. Noto nell’ambiente botanico per aver introdotto in Inghilterra numerose piante esotiche, alcune delle quali dal Giappone, il giardiniere godeva l’amicizia di William Aiton, l’addetto ai Parchi Reali. Quando venne chiamato a Caserta nel 1785 stava lavorando presso la ditta “Thompson e Gordon”, importanti vivaisti londinesi.

[23] La lettera conservata al British Museum, Additional Manuscripts 34048. 43-44, è pubblicata da C. KNIGHT, Il giardino inglese di Caserta, Napoli 1986, p. 39.

[24] Per approfondimenti: F. GHIRARDELLI DELFÓ, Il giardino Picenardi. Poema postumo, Parma 1818; C. FASSATI BIGLIONI, Riminescenze della villa Picenardi. Lettera di una colta giovane dama che può servire di guida a chi bramasse visitarla, Cremona 1819; G. SOMMI PICENARDI, Le Torri de’ Picenardi. Memorie e illustrazioni, Cremona 1909; P. CARPEGIANNI, Giardini cremonesi fra ‘700 e ‘800. Torre de’ Picenardi-San Giovanni in Croce, Cremona 1990.

[25] Ivi, p. 8.

[26] Si tratta dell’ora distrutto arco posto nel Campo Marzio di Vicenza.

[27] Queste lapidi erano reperti archeologici romani oggi trasferiti al Castello Sforzesco di Milano.

[28] Lettera riportata in: M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto…, cit. p. 88.

[29] Per approfondimenti: G. ERICANI, La storia e l’utopia nel giardino del senator Querini ad Altichiero, in Piranesi e la cultura antiquaria, atti del convegno, Roma 1983, pp.171-85; M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto tra Settecento e Ottocento e le sue fonti, Milano 1988, pp.113-136; M.AZZI VISENTINI, Fermenti innovativi nel giardino veneto del secondo Settecento da Villa Querini ad Altichiero a Prato della Valle, in C. Mozzarelli e G. Venturi (a cura di), L’Europa delle corti alla fine dell’antico regime, atti del convegno, Roma 1991, pp 249-76; M. AZZI VISENTINI, L’arte dei giardini, Milano 1999, pp. 123-135.

[30] Riporto qui l’indice che affianca la planimetria del giardino:

PLAN de la campagne de Mr. le Sénateur ANGELO QUIRINI à ALTICHIERO –

Village à deux milles et demie de Padoue.

AAA. Maison et autres Corps de logis

aaa. Potager

B Autel de l’Amitié

C Silène

D Colombier

E Volières

F Coffee house

G Cerès

H Conversation Suisse

I Jardin botanique

LLL Berceau en vigne

K Arthemise

M Temple et Statue d’Apollon

NNNN Essai d’Agriculture

O Cabane de la Folie / P Autel des Furies dans un bosquet pour la chasse aux petits oiseaux

Q Colonne et Statue d’Hercule

R Petit Bois aux Antiques 1 Faune, 2 Petit Bacchus, 3 Euripide, 4 (…), 5 La Fortune, 6 Venus 7 Monument pur le Grand Duc de Toscane, 8 Marius, 9 Monuments Hétrusques

S Pavillon Chinois, Temple et Statue de Venus

T Le Canope on Pièces Antiques Egyptiennes

[…]

V Autel de Delos, et statue de Bacchus

X Bois de Young

[…]

[31] Della villa e del giardino non resta oggi che una planimetria e una ricca descrizione lasciata da contessa Giustiniana Wynne Rosenberg.

[32] Progetto conservato a Roma nell’Archivio Doria-Pamphili con la descrizione che lo stesso Bettini fece del progetto stesso per il committente. I due documenti sono stati pubblicati da M. AZZI VISENTINI, in Il giardino veneto…, Cit. pp.171-194 e in M. AZZI VISENTINI, L’arte dei giardini…, Cit. pp.115-122.

[33] Il Silva nel suo trattato utilizzò questo nome per definire le diverse zone che costituivano il giardino.