Ginevra Agliardi. 3. I giardini del tempo (parte seconda)

Da EFL - Società Storica Lombarda.

Torna a Ginevra Agliardi. Il progetto di Leopoldo Pollach per il giardino di villa Pesenti-Agliardi a Sombreno

3.2 Il giardino paesaggistico in Italia


Nel discorso pronunciato a Padova nel 1792 Pindemonte, tra l’altro, riferiva:

“(…) La Germania non meno ha molti giardini che sono o ch’esser vorrebbero inglesi, e parecchi ne abbiamo presentemente anche noi, ma io non ne conosco che tre: l’uno a Caserta, che nascer vidi sotto la direzione di un valente artista tedesco, l’altro non lungi da Cremona, che appartiene ai due coltissimi e gentilissimi fratelli Piccenardi, e il terzo presso Genova disegnato da quel senator Lomellini, che fu così applaudito ministro a Parigi della sua repubblica” [18]

Esistevano però altri giardini molto probabilmente noti al Pindemonte ma non citati in queste righe, come ad esempio il giardino che il Cesarotti stava costruendo proprio in quegli anni a Selvazzano e il giardino all’inglese della reggia di Monza, costruito dal Piermarini già da una quindicina d’anni.

Rimandando la descrizione di quest’ultimo alla parte dedicata ai giardini del Piermarini, consideriamo gli esempi menzionati da Pindemonte.


Caserta

Il giardino paesaggistico di Caserta [19] nacque dall’iniziativa di Sir William Hamilton [20]. Fu lui a proporre il progetto a Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta, che già da una decina d’anni aveva realizzato il Petit Trianon di Versailles, e dell’Arciduca Ferdinando, che nel 1778 aveva realizzato il giardino inglese a Monza.

Dopo aver avuto l’appoggio della regina, Sir Hamilton, seguendo il consiglio dell’amico Sir Joseph Banks [21], incaricò il giardiniere inglese John Andrew Graefer [22] di scegliere il luogo più adatto per la realizzazione del giardino.

A proposito dei suoi intenti Sir Hamilton scriveva all’amico Banks:

«… Abbiamo adesso cinquantaquattro acri recintati. Vi installeremo, oltre al giardino di delizie, un orto botanico ed un frutteto. Inoltre creeremo una sorta di ferme ornée, ove sperimenteremo diversi tipi di foraggio per il bestiame. È mia intenzione che il giardino, oltre a divertire la Reggia, il principe ereditario e le principesse, risulti di pubblica utilità. Dovrà offrire suggerimenti per ogni sorta di nuove coltivazioni; e i nobili se lo desidereranno, potranno trarre vantaggio dagli esperimenti ripetendoli nei loro possedimenti». Sfortunatamente tale illuminata concezione non incontrava l’approvazione del Re: «Sua Maestà sostiene che in questi luoghi la natura non necessiti di assistenza; anche la maggioranza della nobiltà professa la medesima opinione. […]. Certo è duro lavorare per gente incapace di apprezzare le novità, preoccupata solo dei costi…Nondimeno queste persone cambieranno idea appena cominceranno ad udire i commenti (che certo non mancheranno) dei viaggiatori stranieri. Allora comprenderanno quanto grande sia l’utilità di questo giardino» [23].

Interessante è lo spirito illuminista e scientifico che animava gli intenti di Sir Hamilton: l’Orto Botanico per lo sviluppo di questa scienza, la ferme ornée dedicata alle sperimentazioni agricole, il frutteto per supplire ai fabbisogni della reggia e, in generale, l’idea di un giardino di pubblica utilità.

La paternità inglese del giardino di Caserta è evidente e difatti è considerato uno dei giardini più all’inglese costruiti in Italia.

Nel 1790 venne affiancato al giardiniere inglese l’architetto Carlo Vanvitelli, che progettò le strutture architettoniche presenti nel giardino, senza alterare però il carattere predominante paesaggistico-botanico. Come già a Monza il giardino inglese di Caserta non fu altro che una sperimentazione a lato del vasto giardino alla francese.


Torre de’Picenardi (Cremona)

Il secondo giardino nominato dal Pindemonte è quello di Torre de’ Picenardi in provincia di Cremona [24]. Il giardino, voluto e pensato dai due padroni di casa Giuseppe e Luigi Ottavio Picenardi, fu diviso in tre zone: quella regolare di fronte alla villa, quella sistemata all’inglese sul lato sinistro e quella, realizzata negli anni Novanta, ispirata a episodi dell’Orlando Furioso. Anche in questo caso il giardino paesaggistico pare più un esperimento nato accanto alle forme più tradizionali e non l’unico protagonista, come invece era accaduto in Francia e in Germania.

Le prime due parti furono realizzate probabilmente sul finire degli anni Settanta perché il Tiraboschi [25] sostiene che in quel periodo numerose furono le persone che cominciarono a visitare i giardini delle Torri.

Tra essi il più illustre fu l’Arciduca Ferdinando che vi si recò nel 1777 e l’anno successivo. In questa data il giardino non era sicuramente terminato ma almeno il progetto generale era stato tracciato. È possibile che l’Arciduca abbia tratto ispirazione dall’opera dei Picenardi per la costruzione del giardino a Monza.

Diamo una rapida occhiata alla planimetria. Il primo settore occupa lo spazio di fronte all’ex castello, dove un vasto spazio, geometricamente diviso, termina in un emiciclo delimitato da olmi e castagni. L’asse centrale crea una lunga prospettiva che termina nell’Arco della Concordia, copia di un arco trionfale [26], allora ritenuto opera del Palladio. Sul lato sinistro del giardino alla francese si affaccia il secondo settore in cui il giardino è organizzato all’inglese: l’ex fossato del castello diventa un fiume irregolare sulle cui acque si specchia il tempio del Genius Loci. Accanto a questo è posto un colombario e tutto attorno sono disposte urne, sarcofagi, cippi, are e lapidi romane [27]. Nel centro del fiume sorge l’isola di Esculapio, dio della guarigione e della medicina. Su una piccola penisola è costruito un anfiteatro mentre a fianco si trovano le rovine di un teatro antico. Al di là del fiume la vite occupa uno spazio rettangolare diviso in otto spicchi, al cui centro sorge il Tempio di Bacco. Questo era un elemento piuttosto diffuso nei giardini italiani paesaggistici, presente anche nel progetto di Francesco Bettini per la villa di Dolfin e in quasi tutti i progetti di Pollach.

Osservando la struttura del giardino, viene facile pensare che i fratelli Picenardi avessero letto l’articolo di Verri uscito sul “Caffè” nel 1764 e da esso avessero tratto ispirazione. Il giardino dei Picenardi, infatti, fu uno dei primissimi esempi di giardino paesaggistico, filosofico e “illuministico” in Italia.


Villa Lomellini, Pegli (Genova)

Il terzo giardino nominato dal Pindemonte è quello del Senator Lomellina a Pegli in Liguria.

Il Lomellini, colto e brillante uomo politico, fu ambasciatore della repubblica genovese a Parigi, città in cui strinse rapporti d’amicizia con i maggiori esponenti dell’illuminismo francese. Probabilmente in Francia maturò l’idea di ristrutturare la sua casa secondo il nuovo gusto inglese. I lavori di risistemazione cominciarono alla fine degli anni Settanta perché, all’inizio degli anni Ottanta il Lomellina scriveva al Frisi:

“Il mio bosco non è più quello che era quando ella mi favorì, è divenuto a forza di lavori che sempre continuo, un giardino alla moda inglese.” [28]

Il giardino venne arricchito con una capanna per eremita, alcune finte rovine, una cascina, un teatrino, una torre e un lago da cui si dipartivano diversi ruscelli.


Villa Querini, Altichiero (Padova) [29]

Uno dei primi giardini “moderni”, non nominato dal Pindemonte ma iniziato nella seconda metà degli anni Sessanta, fu quello costruito ad Altichiero sul progetto [30] dello stesso padrone di casa Angelo Querini. Questi fu senatore dello Stato Veneto, impegnato in prima persona nella modernizzazione delle strutture statali e in alcune riforme agrarie. Fu uomo colto e sostenitore di idee fisiocratiche, massoniche e illuministe, che in parte ispirarono il suo giardino.

Definire questo giardino moderno anziché inglese è forse più appropriato perché, se le forme che lo costituivano erano ancora geometriche, il pensiero che lo creò e che lo animò lo rese moderno. Fu un giardino filosofico illuminista ed è proprio per questo aspetto che è interessante analizzarlo nel corso di questa tesi. Come vedremo in seguito, diversi erano gli elementi che lo accomunavano al giardino pensato da Pollach per Sombreno.

La villa e il giardino Querini [31] sorsero sulle rive del Brenta ma, in contrasto con il lusso delle altre ville della zona, il complesso di Altichiero fu volutamente semplice ed essenziale. In esso nulla era stato lasciato al caso, ciò che era gradevole doveva risultare anche utile e viceversa, il bene del proprietario e il bene della comunità dovevano coincidere. Una parte del giardino era dedicata alle sperimentazioni agricole mentre un’altra zona disegnava un’allegoria della vita e un poema morale.

Al centro dell’atrio della casa era stata posta ad “accogliere” gli ospiti una statua della dea Flora. Uscendo dalla casa e dirigendosi verso il Brenta si percorreva una galleria di carpini culminante in una “stanza” a cielo aperto, anch’essa di carpini, dove sorgeva l’altare dell’amicizia eretto alla memoria di un amico defunto. Da questa stanza partivano due lunghe braccia di un unico viale, alle cui estremità erano poste due statue: da un lato Silene e dall’altro Cerere, in atto di ringraziamento verso il Senato Veneto per un decreto a favore dell’agricoltura. Su uno dei lati della villa una serie di piccoli Poteger erano dedicati ai fabbisogni della villa. Sul lato opposto, al centro di uno spazio quadrato occupato da un bosco di piante da frutto, era stata posta una colombaia e un’altra voliera dedicata allo studio dei diversi uccelli. Superata la strada pubblica, di fronte alla villa, vi era un altro appezzamento di terreno su cui si sviluppava il resto del giardino. Questo spazio venne diviso in due parti da un lungo viale che si concludeva nel tempio di Apollo, dio del Sole. Da un lato del viale una lunga e stretta striscia di terra era coperta da un Bosco delle antichità, percorso da diversi sentieri lungo i quali erano disposti pezzi archeologici egizi, greci e romani. Non mancavano poi alcuni riferimenti al Medio Evo. Tra le statue antiche vi era quella di Bacco posta in rapporto al pergolato di vite che copriva un sentiero lungo quanto un lato del bosco.

Un labirinto costruito in modo particolare stava a rappresentare l’allegoria della vita, ed invitava il visitatore alla meditazione. L’uscita del labirinto portava chi lo percorreva in un bosco: una allegoria della morte, disseminata di lapidi e sarcofagi.

Un amplissimo appezzamento di terra era invece dedicato alle sperimentazioni per lo studio e il miglioramento dell’agricoltura. Era una specie di Ferme Ornée.

La villa è stata protetta dalle “ire di Giove” da un parafulmine, segno dell’interesse verso le sperimentazioni scientifiche.


Villa Dolfin, Mincana (Padova)

Vediamo ora un altro interessante progetto, opera posteriore di qualche anno, di Francesco Bettini per la villa di Andrea Dolfin a Mincana sempre in Veneto. Dalla planimetria disegnata dal Bettini nel 1780 [32] si nota la profonda diversità da quello del Querini. Il giardino, che si sviluppava dietro alla casa, era pienamente paesaggistico e lo spirito che lo pensò era evidentemente lontano dalle allusioni filosofico-allegorico-morali presenti nel giardino di Altichiero. In esso erano disposti diversi “distretti” [33] ognuno caratterizzato da alcuni edifici.

Eccone alcuni esempi. In una zona destinata al pascolo degli animali sorgeva una rovina gotica attrezzata nel suo interno con gli strumenti necessari per la lavorazione del formaggio. Poco distante si trovava la stalla per il ricovero degli animali, mentre sulla riva del fiume vi era la capanna del pescatore; accanto a questa stava una vigna con al centro un tempio dedicato a Bacco. Sulla riva opposta il Bettini aveva disposto un boschetto, dove si trovavano gli attrezzi per i Giochi Campestri, e un tempio che serviva da sala da biliardo. Nel mezzo di un Giardino all’Olandese sorgeva un tempio dedicato a Venere e poco oltre una Pagoda.

Bettini progettò numerosi altri edifici ma già da quanto descritto emerge l’idea ispiratrice di questo giardino, per alcuni versi simile a quella del giardino di Pollach per il Pesenti.

Nel progetto del Bettini lo scopo principale era quello di intrattenere l’ospite attraverso il diletto, la curiosità e lo stupore. Forti erano le influenze del giardino anglo-cinese di moda in Francia, Paese in cui sia il Bettini che il Dolfin soggiornarono a lungo. Un’attenzione particolare venne data all’aspetto botanico. Il Bettini, nella descrizione che fece del giardino, nominò moltissime specie di piante con l’esatta indicazione del luogo dove piantarle e del modo con cui accostarle tra loro.

La descrizione, fino a qui abbozzata, dei giardini che si svilupparono in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta (del secolo XVIII) necessariamente non completa, tratteggia tuttavia l’humus culturale presente in Italia prima che Pollach compisse i suoi progetti.

Dalla descrizione risulta inoltre evidente come in Italia non predominò uno stile preciso ma convissero diversi modi di concepire il giardino moderno: all’inglese nella reggia di Caserta, anglo-cinese nel progetto di Bettini, illuministico-filosofico-morale-antiquario a Torre de’Picenardi e ad Altichiero. Si nota inoltre che in Italia mancò, fatta eccezione forse per il Bettini, quella figura professionale di architetto-giardiniere, tipica invece in Inghilterra (Kent, Capability…): a Caserta, infatti, Graefer venne “importato” dall’Inghilterra, mentre negli altri casi analizzati furono gli stessi committenti i progettisti dei loro giardini.

Se si escludono i fratelli Picenardi che non uscirono mai dall’Italia, ciò che fece scattare negli altri committenti il desiderio di creare un nuovo giardino furono i soggiorni e i contatti avuti con i giardini moderni visitati in Francia ed Inghilterra.

Nei casi che ora analizzeremo, invece, la situazione fu differente, perché il committente affidò la sistemazione del giardino ad un vero e proprio architetto.


NOTE