Da leggenda a storia: la “Genealogia d’Astino”

Da EFL - Società Storica Lombarda.

di GIAN PAOLO AGLIARDI

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1. V’è un misterioso documento da tempo noto, piuttosto ignorato e di recente valorizzato. Si tratta di una pergamena redatta nel Monastero d’Astino del XIII sec. relativa ad eventi dal 1007 con riferimenti alle famiglie Lallio (Dell’Alio poi Agliardi e anche probabilmente Adelasio), Martinengo, Terzi e per via femminile ai Camisano, Malaspina e Pallavicino) che venne autenticata il 28 febbraio 1467 a richiesta d’Antonio de Martinengo [1].

Il testo del documento venne riportato da Alemanio Fino nelle sue Seriane (1576-80) [2] e citato da Celestino [3] e da Pietro Spino, ed è poi stato studiato e pubblicato nel 1930 da Mons. Paolo Guerrini. Recentemente se ne è occupato François Menant (2007), che la definisce Genealogia d’Astino e la ritiene molto interessante malgrado la coesistenze di dati certi con altri evidentemente errati o dubbi,o espressi in modo da ingenerare equivoci (opinione condivisa in parte dal Guerrini). Questo documento era stata sollecitato dai Lallio ed esplicitava i loro diritti ad esenzioni tributarie e di vessilliferi imperiali, privilegi di cui però non si ha altra notizia.

2. Come figura negli archivi delle famiglie citate? In quello Agliardi è riportato in forma incompleta in una cronologia di famiglia dal 1007 al 1684; dall’archivio Martinengo abbiamo avuto una traduzione molto accurata del testo latino riportato da Guerrini; dai Terzi è citata con qualche variante che figura anche nell’Enciclopedia Nobiliare di V. Spreti [4].

3. Nonostante si sia sempre dato scarso credito al contenuto del documento, il recente affiorare di dati storici più precisi sugli eventi avvenuti attorno all’alba del famoso anno Mille, sia riguardanti la Lombardia, che il Sacro Romano Impero e l’Ungheria, fornisce conferme e concomitanze che consentono un sempre più aggiornato esame critico del documento stesso. Esso va evidentemente letto in un’ottica che lo veda riferito non alla “fotografia” di un preciso momento ma un arco di tempo di circa due secoli, dal 1007 al sec. XIII, quando venne compilato in Astino deducendolo da testi esistenti [5]. Secondo questa nuova prospettiva, si potrebbe tentare di formulare un’ipotesi di interpretazione.

L’ipotesi è che si tratti di una pagina sbiadita del conflitto tra Arduino ed Enrico II e i suoi alleati, i Vescovi di Brescia e Bergamo [6]. Vi era infatti stata una ribellione da parte di Arduino che si era proclamato re d’Italia, e l’Imperatore, appoggiandosi al vescovo, era sceso in Lombardia nel 1004 fugando Arduino, e poi ancora nel 1014 per riaffermare la propria autorità. Impegnato a domare non solo Arduino in Italia, ma anche i feudatari ribelli in Germania e i confinanti Polacchi - lotte particolarmente impegnative proprio intorno al 1006-1007 -, Enrico II era aiutato, anche militarmente, da suo cognato Stefano, Re d’Ungheria [7]. È dunque possibile che Rolomfanardo, impropriamente detto re nel documento di Astino, fosse piuttosto un condottiero ungherese da Stefano delegato al servizio dell’Imperatore, tanto carismatico da essere indicato come re dalle sue truppe.

Le resistenze di Arduino non si erano sopite nemmeno dopo la sua sconfitta con la discesa imperiale nel 1004; è quindi possibile che nel 1007 occorresse l’invio ai Vescovi di rinforzi imperiali, magari pannonici, e che tra costoro ci fosse, come fiduciario “interprete”, il nostro Longofredo, che dal documento risulta sposato con Honesta della famiglia Camposampiero, anch’essa - guarda caso - discesa in Italia in quegli anni al seguito dell’imperatore e poi stabilitasi nella Marca Trevigiana [8]; sempre secondo il documento, Longofredo si sarebbe convertito al Cristianesimo per amore della consorte; non è quindi da escludere che fosse utilizzato per i contatti che vi erano in quegli anni con la Curia romana, con i Vescovi fedeli all’impero e con i Monasteri per conto di Stefano o di Enrico, entrambi ferventi Cristiani, cognati e anche Santi. È pensabile che Longofredo, lodato come probus e nobilis vir, fosse favorito in quelle delicate incombenze da un’elevata cultura e una buona conoscenza della lingua latina.

L’ipotesi di un invio nel 1007 da parte imperiale di un corpo di spedizione, trova conferma anche nella notizia relativa a un analogo viaggio militare fatto in quell’anno in Italia nel seguito imperiale da Obizzo degli Obizzi, guerriero e capostipite dell’omonima famiglia, stabilitasi poi sia in Toscana che nel castello del Cataio a Padova [9]. Ma non mancano altri indizi.

Nel 1007 Pietro, vescovo d’Asti, irriducibile partigiano di Arduino d’Ivrea, venne deposto da Enrico II e sostituito con Alrico, fratello del marchese di Torino Olderico Manfredi, operazione che presuppone una forte presenza militare.

Sempre nel 1007 venne inoltre fondata l’Abbazia di San Benedetto Po: ciò conferma il noto interesse imperiale per le abbazie in Italia e per il loro ruolo non solo spirituale, ma anche come importanti centri strategici.

In quegli anni era evidente l’appoggio imperiale ai Vescovi, allo scopo di farne dei fedeli feudatari. Il punto più critico del documento sta nell’affermazione secondo cui si dicono fondate o così può sembrare dai tre figli di Longofredo, dopo il 1007, famiglie che invece esistevano già ed erano importanti. Il caso più evidente è quello dei Martinengo: il considerare Leopardo il capostipite di questa illustre stirpe può far subito pensare a un clamoroso falso. L’importante famiglia dei “de Martinengo” non solo a quell’epoca esisteva da tempo, ma era già anche molto potente, tanto è vero che Ambrogio II, figlio di Lanfranco da Martinengo, fu un importante Vescovo di Bergamo dal 1023 fino al 1057. È facile pensare che già da prima della sua nomina Ambrogio dovesse contare in curia, se si considerano i rapporti allora esistenti tra l’Imperatore e l’episcopato. Inoltre sembra che i Martinengo avessero alcune terre anche in bresciana [10].

Lo stesso dicasi sia per Mologno, dove Longofredo avrebbe costruito il “castrum”, sia per Lallio, che sarebbe stato fortificato dal primogenito Igeforte: noi oggi sappiamo infatti che sia Mologno che Lallio esistevano da tempo. Quanto ai Terzi, risultavano già presenti in quel tempo a Bergamo in curia con l’arcidiacono Teoderolfo e a Terzo, divenuto poi Borgo di Terzo, dove esiste tuttora un imponente palazzo che era loro sino a non molti anni or sono.

Quindi se è evidentemente improprio parlare di fondazione di famiglie di quei nomi, da vari documenti emergono però spunti che potrebbero avallare l’ipotesi di un fondamento di verità della tradizione riportata dal codice duecentesco.

Si può infatti azzardare l’ipotesi che si tratti piuttosto di un inserimento, mediante matrimoni favoriti dalla curia bergamasca, di questi giovanotti nei “clan/famiglie” preesistenti, come evidenti pedine imperiali lasciate a presidiare la strategicamente importante Valle Cavallina.

A quell’epoca la potentissima famiglia dei Gisalbertini, conti di Bergamo, avendo incautamente appoggiato Arduino in una certa fase del conflitto, era stata emarginata dal suo potere feudale nella parte più settentrionale della bergamasca, a favore dell’episcopato, forte anche dell’appoggio di Enrico II.

Non si può forse pensare che le tre pedine dell’esercito imperiale, insediate in luogo importante come la val Cavallina, venissero in qualche modo inserite nell’ambiente bergamasco, come eventuali “feudatari” della curia, là dove in precedenza dominavano i Gisalbertini?

Forse ciò può essere avvenuto dopo l’insediamento nel 1013 del vescovo Alcherio, non più filo-Arduino come il suo predecessore Reginfredo. Alcherio fu favorito dall’Imperatore, con la chiusura della vertenza per le corti di Almenno, Lecco, Brivio e Lavello, che furono assegnate ai vescovi di Bergamo; e d’altra parte i Martinengo dovettero essere ampiamente favoriti dalla probabile presenza sin da allora nella curia bergomense del rev.do Ambrogio II di Lanfranco Martinengo, che nel 1023 divenne potente vescovo di Bergamo, in ottimi rapporti con Enrico II [11].

La presenza di persone fidate inserite in famiglie ben radicate era di evidente interesse imperiale, ma anche di interesse dei Vescovi suoi alleati, specialmente in Val Cavallina; e inevitabilmente costituiva un motivo di potenziamento delle stesse famiglie interessate.

La politica nuziale, come pacificatrice alleanza con importanti famiglie del posto, era molto praticata e nel documento d’Astino è ben documentata a proposito della figlia di Longofredo, Flos-de-monte, sulla quale torneremo più avanti.

È inoltre possibile che i tre fratelli, oltre che delle eventuali mogli, venissero anche dotati di sub-infeudamenti vescovili: cosa evidentissima per i numerosi feudi vescovili in val Calepio, ma soprattutto nel bresciano, assegnati nei secoli successivi ai Martinengo. È significativo che la “genealogia d’Astino” parli esplicitamente di arrivo nell’episcopato bergamasco e poi per i Martinengo in quello bresciano.

Per quanto riguarda le costruzioni di torri e castelli, ricordate nella “genealogia d’Astino”, si può ipotizzare trattarsi piuttosto di restauri di edifici abbandonati perchè danneggiati dalle guerre. Ciò può essere solo ipotizzabile per Mologno [12] e per i Terzi, ma trova precisa conferma e quindi credibilità per i Martinengo, se la si riferisce a quanto avvenuto loro sin da prima del 1007 come domini di Ghisalba e dopo con le edificazioni in val Calepio [13], ma soprattutto con gli infeudamenti in diocesi bresciana, grazie ad appoggi vescovili - il vescovo Manfredo (1134-54) era probabilmente un Martinengo - cui accenna la “genealogia d’Astino”. Va sottolineato che il documento venne redatto più di duecento anni dopo e quindi non fotografa un preciso momento, ma una serie di eventi dilazionati nel tempo, molti dei quali hanno precisi riscontri come anche per le famiglie ivi citate dei Camposampiero [14] (tuttora esistente), Massano, Camisano [15], Malaspina [16] e Pallavicino [17].

Certamente il fatto che in quell’inizio millennio gli atti notarili fossero rari e ancor più i cognomi molto nebulosi e legati quasi solo a famiglie con ruoli feudali e politici di grande rilievo, non facilita la ricerca per le pedine minori e ci priva di possibili conferme, tuttavia anche la tradizione orale aveva pure un suo valore.

Un ulteriore indizio che darebbe credito alla genealogia di Astino è dato da Pandolfo Nassino (n. 1486), autore di un Registro di molte cose seguite in Brescia compilato intorno al terzo o quarto decennio del XVI secolo; in questo scritto egli elencava in modo piuttosto fazioso le famiglie bresciane e quelle immigrate, che evidenziava con un certo sciovinismo; citando i Martinengo, precisava che in origine erano bergamaschi e che si chiamavano dall’Alio [18]. Fausto Lechi, che riporta questo elenco nelle Dimore Bresciane, lo commenta come un malanimo del Nassino ed un gesto di spregio verso i Martinengo richiamando l’aglio, ma Lechi non sapeva di questa tradizionale, anche se avvolta in un velo leggendario, comune origine.

Tornando al rapporto con il potere vescovile, le ipotesi sopra accennate sembrano trovare ulteriore conferma nell’interessante parallelismo tra l’importanza dei reverendi sostenitori e le fortune dei loro protetti. Così ad Ambrogio II di Lanfranco Martinengo, che nel 1023 fu vescovo di Bergamo, corrisponde la sempre maggior importanza dei discendenti di Leopardo; all’arcidiacono Teuderolfo de Terzi, il solido radicamento dei Terzi [19]; privi i Lallio di un evidente protettore, sembra che un po’ meno successo avessero i successori di Jgeforte, che risulta immesso in quella misteriosa famiglia detta anche dell’Aleo con un feudo piuttosto piccolo e vago, malgrado i prestigiosi benefici che risulterebbero loro attribuiti nella “genealogia d’Astino”, ma solo lì.

Ciò spiegherebbe il successivo smembramento della famiglia, che non mantenne un’identità così forte come quella dei Terzi e soprattutto dei Martinengo.


CONCLUSIONI

Vediamo dunque quali sono i problemi più ostici anche per probabili distorsioni:

- La presenza di un re d’Ungheria e Boemia chiamato Rolonfanardo, di cui non si sono trovate tracce. Sembra assurdo pensarlo come un predecessore di Stefano: si salterebbe nel buio di molti e turbolenti anni della storia ungherese, rispetto alla data del 1007 che è ben precisata e con tutti i relativi agganci e conferme sopra indicati. Potrebbe però trattarsi di un incaricato del re Stefano: un Margravio così potente da essere presentato dalle sue truppe come re. Anche la possibile storpiatura del suo nome potrebbe spiegare la irreperibilità del personaggio, che, per quanto decantato comandante, potrebbe non emergere nella storia Ungherese. Poi non abbiamo potuto consultare Archivi Ungheresi o Boemi, e men che meno quelli della misteriosa Sclavaria.

- Considerare i figli maschi di Longofredo come “fondatori” delle tre famiglie, che peraltro esistevano già da tempo, sarebbe un evidente errore. In effetti però nel documento originale non si parla esplicitamente di fondatori o capostipiti delle suddette famiglie ma di “derivazione”, mentre l’indicazione come fondatori appare in una traduzione fatta in epoca con larghe tendenza encomiastiche e ben anteriore agli studi storici di Mozzi, Lupo ecc.


Vediamo ora quali sono i dati certi e e quelli ipotizzabili, però credibili, nel contesto storico e cronologico:

- Circa l’autenticità del documento, vi è ulteriore e preciso riscontro grazie ai nomi e relative date e luoghi con i Camposampiero, i Massano, Camisano, Malaspina e Pallavicino.

- Circa il dubbio su un’ipotizzata ma sconosciuta “invasione di Ungari”, vi è in antitesi l’ipotesi di una spedizione in Italia ordinata da Enrico II nel 1007, data riportata nel documento e che trova conferma nella concomitante discesa in Italia in quell’anno di Obizzo degli Obizzi, guerriero al servizio dell’imperatore e anche dalla documentata presenza in Italia in quegli stessi anni dei Camposampiero, collegabili anch’essi ad Enrico II.

- L’ipotesi della spedizione militare è avvalorata da notizie di un ritorno di aggressività del marchese Aduino non pago della sconfitta nel 1004.

- Nel 1007 Pietro, vescovo d’Asti, irriducibile partigiano di Arduino d’Ivrea, venne deposto da Enrico II e sostituito con Alrico, fratello del marchese di Torino Olderico Manfredi, operazione che presuppone una forte presenza militare.

- Sempre nel 1007 venne inoltre fondata l’Abbazia di San Benedetto Po. Ciò conferma il noto interesse imperiale per le abbazie in Italia e per il loro ruolo non solo spirituale, ma anche come importanti centri strategici.

- Quanto agli Ungari, è noto che Stefano re d’Ungheria aiutava anche militarmente suo cognato Enrico II a domare i ribelli in Germania, in Italia e nella confinante Polonia, lotte particolarmente impegnative proprio intorno al 1006-1007.

- Anche la figura di Longofredo di Heufemia, convertito al Cristianesimo per amore della moglie Honesta di Campo Sancti Petri, per quanto sinteticamente presentata, è plausibile e interessante.

- Sarebbe interessante verificare l’ipotesi, che ci sembra plausibile, di inserimenti in seguito a nozze nei rispettivi “clan famiglie”, favorite dagli ecclesiastici della curia dei Bergamo anche per compiacere l’Imperatore accasando i tre giovanotti, evidenti pedine imperiali collocate in posizione strategica a presidiare la val Cavallina, importante via di comunicazione. La politica “nuziale” è chiaramente indicata per la sorella loro.

- È inoltre possibile che siano stati eventualmente favoriti anche come “sub feudatari Vescovili”; è significativo che la “genealogia d’Astino” parli esplicitamente di arrivo nell’episcopato bergamasco e poi per i Martinengo in quello bresciano.

- Le successive carriere delle tre famiglie sono, a ben guardare, correlate con l’importanza dello “sponsor” ecclesiastico, cosa che è molto evidente per i Martinengo e anche in parte per i Terzi. In Svizzera è tuttora in uso l’abbinamento dei cognomi paterno e materno.

- Certamente il fatto che in quell’inizio millennio gli atti notarili fossero rari e ancor più i cognomi molto nebulosi e legati quasi solo a famiglie con ruoli feudali e politici di grande rilievo, non facilita la ricerca per le pedine minori e ci priva di possibili conferme, tuttavia anche la tradizione orale aveva pure un suo valore.

- Circa la costruzione di molti castra [20] attribuita a Longofredo e figli si possono trovare della spiegazioni solo in un ottica che li consideri diversificate per tipologia e scaglionate nel tempo e nello spazio.

Ciò vale soprattutto per i Martinengo, anche Capitani della Pieve di Ghisalba, con espansione di grande rilievo in val Calepio in un primo tempo e poi gigantesca nel bresciano dove costruirono innumerevoli e molto importanti edifici.

Per i dell’Alio o Lallio abbiamo la pieve e il castello di Mologno, che poi fu raso al suolo (non sappiamo quando), di cui vi sono gli accurati rilievi delle fondazioni. Anche per il castrum nel vico di Lallio [21] - che sembrerebbe molto piccolo - ed altri luoghi e casi analoghi, si può pensare ad eventuali restauri di edifici danneggiati dalle guerre di quegli anni e poi di nuovo abbandonati senza lasciare segno nella storia. V’è poi quello di Lurano che appartenne almeno in parte per qualche secolo ad un ramo degli Agliardi che poi ebbero beni a Levate e ne gestirono di vescovili a Verdello. Va ricordato che nel 1217 ser Ayardus di ser Lanfranci Ayardi fu console e gastaldo delle miniere d’argento vescovili (già dei Martinengo) ad Ardesio [22].

Per i Terzi, infine, oltre al documentato castello poi palazzo a Borgo di Terzo, confinante con Mologno, che fu loro sino a pochi decenni or sono, non mancano certo esempi nei dintorni e soprattutto quello splendido a Trescore.

Sombreno, 30 maggio 2007 (Revisione gennaio 2008)


Vedi anche:

De alio, Lalio, Ayardi e Adelasio di Gian Paolo Agliardi.

L’affermazione dei grandi lignaggi di François Menant (in A.A .VV. Storia economica e sociale di Bergamo, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, Vol. 2 – I Primi millenni.* Dalla Preistoria al Medioevo (2007), pp. 722 segg..


NOTE

[1] Autentica 28 febbraio 1467, nel palazzo del Podestà a S. Agata, ad istanza «Magnifici et generosi militis insignis et patricii Veneti domini Antoni de Martinengo».

[2] Seriane d’Alemanno Fino – Ex memor. Antiq. Sancti Sepulcri de Astino – Memor. Domus. Terbio –.

[3] Celestino, p. 1, l. 10 cap. 15

[4] Nella memoria intitolata «Titoli nobiliari e stemmi dei marchesi Terzi di Bergamo», Milano, 1931, si legge: «La nobilissima e antichissima famiglia dei marchesi Terzi di Bergamo, le cui origini dallo storico Mario Lupo si fanno risalire a Longofredo di Eusonia, uno dei conti di Isbruc, che stabilitosi nel contado di Bergamo vi edificò castelli e fortezze, è iscritta nell’ultimo Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano». Longofredo lasciò a Bergamo i suoi discendenti che da Enrico II e da Federico Barbarossa ottennero il titolo di liberi baroni” (VITTORIO SPRETI, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 1932, vol. VI, pp. 577-578).

[5] Il documento di Astino riporta testualmente: “Scripta et Inventa in libris nobilium, antiquitus scripta, qui sunt in monesterio Sancti Sepulcri de Astino”.

[6] Salvo – per Bergamo - l’ostilità del Vescovo Reginfredo (996-1013); di costui, nel 1013 (appena dopo la sua morte), si lamenterà l’arcidiacono Teuderolfo de Terzi. “Certo è che fino dall’anno 1016 in documenti dell’archivio della Cattedrale di Bergamo, è ricordato Teoderolfo, arcidiacono della Chiesa di Bergamo e figlio di quondam Arnoldo del luogo di Tertio o di Terzo. Pertanto già prima del mille e prima di Enrico II, viveva a Terzo, Arnoldo, padre di Teoderolfo, e doveva essere potente se suo figlio giunse al grado di arcidiacono, ossia di amministratore della Diocesi” (VITTORIO SPRETI, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 1932, vol. VI, pp. 577-578). La voce è a cura di Mons. Giuseppe Locatelli).

[7] Stefano il Santo re d’Ungheria aveva sposato Gisella di Baviera sorella di Enrico II.

[8] Capostipite della famiglia Camposampiero risulta essere un certo Tiso, “cavaliere oriundo dalla Vestfalia, vassallo di Enrico Duca dì Baviera (993) e venuto in Italia al seguito del figlio di costui, l’imperatore di Germania Enrico II dal quale fu infeudato (1013)” (Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, edizione XXIII, 2005-2009, Roma, Collegio Araldico, 2005, p. 273). La notizia è alquanto importante, perché offre elementi di conferma alla veridicità sostanziale del documento di Astino. Difficilmente i Camposampiero nella Marca Trevigiana, o a Padova dove poi si trasferirono, ne potevano infatti conoscere il contenuto.

[9] Cfr. la voce Castello del Catajo dell'enciclopedia multimediale Wikipedia, dove si dice che “la famiglia Obizzi, di origine borgognona giunse in Italia con il capostipite Obicio I, capitano di ventura al seguito dell’imperatore Arrigo II, nel 1007. Stabilitasi inizialmente a Lucca, si spostò in seguito nel territorio della Repubblica di Venezia”, dove costruì il famoso castello del Catajo.

[10] Sulla discussa questione dell’origine della famiglia Martinengo, vedi, oltre al volume citato di Mons. Guerrini, ARVENO SALA, Fra Bergamo e Brescia una famiglia capitanale nei secoli XI e XII. I «de Martinengo», in Monumenta Brixiae Historica, Fontes, X, Brescia, Ateneo di Brescia, 1990; JÖRG JARNUT, Bergamo 568-1098, Bergamo, Archivio Bergamasco, 1980; F. MENANT, Lombardia feudale, Milano, 1992; ID. Campagnes lombardes au moyen âge, Roma, 1993; ALESSANDRO PONTOGLIO-BINA, I Principi o Domini «de Martinengo», conti e i ministeriales «de Vailate» detti ghisalbertini, poi conti di Bergamo e conti palatini due distinte famiglie, in Memorie dell’Ateneo di Salò, vol. VIII, Seconda serie, Anno 1997-1998. Chiara la loro origine bergamasca già prima del 1000; sembra accantonata l’ipotesi della loro derivazione dai Gisalbertini.

[11] Ambrogio II Martinengo andò poi a visitare l’Imperatore in Germania poco prima che questi morisse.

[12] Mologno - di cui esiste il rilievo delle fondazioni - sarebbe l’epicentro da cui si sarebbero poi allontanati e irradiati (forse scacciati dai potenti Suardi) gli Ayardi: il ramo principale verso Bergamo e dintorni, gli altri verso Sovere, Costa Volpino, il bresciano, il Trentino e la Germania.

[13] JARNUT, JÖRG. Collocazione storica del Palazzetto di Calepio, estratto da “Bergomum”, Bollettino della Biblioteca Civica di Bergamo, 1974, n. 3-4; CHIODI, LUIGI. Del misterioso “Palazzetto” di Calepio, estratto da “Bergomum”, Bollettino della Biblioteca Civica di Bergamo, 1971, n. 4.

[14] Cfr. nota 8. Lo Spreti la definisce “Famiglia antichissima di legge Salica nota nella storia della Marca Trevigiana dal 1064 infeudata da Corrado il Salico nella Terra di Roncaglia entrata poi a far parte della nobiltà Padovana” (VITTORIO SPRETI, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 1932, vol. II, p. 262).

[15] Anche i conti di Camisano ebbero una vistosa fioritura nei primi decenni del nuovo millennio: “Il nome della località fu sempre inteso come la risultanza di due termini fusi in uno: Cà di Misano o Masano, intendendosi, con quest’ultimo, indicare un personaggio storico del secolo X o XI, al quale si vorrebbe far risalire la fondazione, o almeno la denominazione del luogo. […] Il nome di Camisano balza d’un tratto al primo piano della nostra antica storia, quando vi presero dimora e feudo i famosi Conti di Camisano. Il primo di essi fu quel Maginfredo, figlio di Gisalberto II Conte di Bergamo, che iniziò la discendenza del ramo cremasco. Il Castello fu sua dimora fortificata per un decennio, dal 1016 al 1026. Questi conti, trasferitisi poi a Crema, ebbero parte così importante nelle vicende della città da fondere la loro storia con la storia di essa inseparabilmente. Richilda dei Conti di Camisano, sorella del primo Maginfredo, andò sposa, nel 1016, al grande Bonifacio Marchese di Toscana, padre della famosa Contessa Matilde di Canossa, e portò in dote a Bonifacio il feudo di Crema e dell’isola Fulcheria: ragione per cui Matilde poté, nel 1098 farne la cessione a Cremona, dando occasione a quell’ostilità continua e vicendevole che doveva culminare con la distruzione di Crema. (1160) (v. il sito http://amicinemicidicamisanostory.blogspot.com).

[16] Già il Muratori, seguito poi dal Litta, esprimeva l’opinione che i Malaspina discendessero dallo stesso stipite dal quale avrebbero avuto origine i Pallavicino (e anche gli Estensi). La questione è ancora dibattuta, ma certamente le due famiglie sono da collegarsi all’importante famiglia degli Obertenghi, poi decaduta. Può essere interessante notare che un nipote del marchese Alberto, capostipite degli Obertenghi († 1014), si chiamava Guglielmo Francesco ma era detto “Francigena”, appellativo che ritroviamo nella genealogia di Astino. Per onor di verità, bisogna tuttavia anche rilevare che il marchese Oberto Obizzo, padre del suddetto Alberto, sostenne fin dal 1004 il partito di Arduino di Ivrea contro Enrico II, dunque difficilmente poteva imparentarsi con la famiglia del nostro Longofredo. Nel 1015 Alberto fu però dall’imperatore fatto prigioniero, e si potrebbe allora azzardare l’ipotesi di un matrimonio combinato come atto di pacificazione… ma qui davvero la fantasia rischia di condurre troppo lontano. (cfr. VITTORIO SPRETI, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 1932, vol. IV, p. 252)

[17] “Nel 996, durante il regno degli Ottoni in Italia, Adalberto Pallavicino, il probabile capostipite di questa e di altre dinastie, è alla Corte di re Ottone III di Germania: lo aiuta nelle sue guerre e ne ottiene in cambio favori, denaro e terre. Da lui ebbero origine le famiglie degli Estensi, degli Obizzo, dei Massa, dei Malaspina” (Torre Pallavicina. Briciole di storia. A cura di Rosa Comendulli. Torre Pallavicina, Biblioteca Comunale, 1992, p. 59).

[18] FAUSTO LECHI, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Brescia, Edizioni di storia bresciana, 1983, Vol. 4 “Il Cinquecento nel Territorio”, Appendice, p. 444: “Martinenghi: questa casa antiquamente lo suo cognome era dell’Alio et fo et dicesi che veneno de Martinengo et chi de Gisalba terre bergamasche […]”. In nota, il Lechi commentava: “Sui Martinengo, che non gli dovevano andare a genio, il Nassino lascia trapelare l’incertezza delle origini; se potevano o no discendere dagli antichi conti di Martinengo, illustre famiglia bergamasca nell’Alto medio evo. Quel cognome «dell’Alio» buttato lì, come a caso, induce nel dubbio”.

[19] FRANÇOIS MENANT, Dai Longobardi agli esordi del Comune, in A.A .VV., Storia economica e sociale di Bergamo – I Primi millenni.**, p. 47. Il nome di famiglia nato da un antenato comune è il distintivo che permette di identificare i membri di un medesimo complesso familiare…. allorché un ramo comincia a separarsi dal tronco principale accosta al nome dell’antenato comune quello del suo proprio capostipite che finisce per eclissare il primo.

[20] Edificavit castrum del alio et multa alia castra in plano et plebem de molonio…

[21] Castrum vescovile di Lallio

[22] FRANÇOIS MENANT, Bergamo comunale: storia, economia e società, in A.A .Vv. Storia economica e sociale di Bergamo Vol. 3 – I Primi millenni.** Il Comune e la Signoria Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, 1999, p. 143.