Ginevra Agliardi. 2. Pollach: Letture, amicizie, viaggi (parte seconda)
2.1.2 I trattati sui giardini
Dopo aver visto i titoli dei libri sui giardini che Pollach sicuramente lesse, è importante capire quale ruolo ebbero questi trattati e come si sviluppò questo tipo di letteratura in Europa e in Italia.
Culla della nuova Arte dei giardini fu l’Inghilterra del primo Settecento. Le sue origini coincidono e si confondono con quelle del Neoclassicismo inglese. Le principali coscienze intellettuali di questi due movimenti furono: il conte di Shaftesbury, Wiliam Kent, di ritorno da un soggiorno di 12 anni a Roma, Alexander Pope, Joseph Addison e Lord Burlington, persona di riferimento del gruppo.
La letteratura sui giardini [21] si può dividere in due parti: quella che contribuì a creare l’idea del nuovo gusto e a disarcionare la moda francese prima della nascita della nuova arte e quella che la razionalizzò e ne stabilì le regole dopo le prime realizzazioni. La prima si sviluppò, in Inghilterra, tra il 1710 e il 1730. Shaftesbury pubblicò dal 1710 su The moralists le sue grida contro i giardini formali, contrapponendo ad essi la bellezza della natura selvaggia. The Guardian ospitò gli scritti di Pope:
Sembra proprio che l’obbiettivo dei giardinieri sia d’allontanarsi il più possibile dalla natura. Non ci si contenta nemmeno più di far assumere alle piante forme geometriche, ma addirittura si vogliono superare i limiti imposti dall’arte topiaria. Contrastando la crescita naturale delle piante le si tratta in guida di materia inerte, pretendendo convertirle in sculture, fino a dar loro l’aspetto sgraziatissimo di statue d’uomini o d’animali [22].
Sullo Spectator del 25 giugno 1712 Addison scrisse:
“La natura allo stato selvaggio può essere trasformata in una sorta di giardino” e continua, in polemica con il giardino francese, “ Poco vantaggioso per un privato cittadino sottrarre tanta terra al pascolo e al solco. Ma perché non si può trasformare un intera proprietà in una specie di giardino, mediante frequenti piantagioni che possono risultare tanto profittevoli quanto piacevoli per il proprietario?” [23]
Importanti furono inoltre i trattati sperimentali di Switzer The Nobleman, Gentleman and Gardener’s Recreation pubblicato a Londra nel 1715 e di Langley New Principes of Gardening, pubblicato sempre a Londra nel 1728.
Il 1715 è simbolicamente considerato la data d’inizio del movimento neo-palladiano in Inghilterra. In quest’anno apparvero le pubblicazioni del primo numero del Vitruvius Britannico, e la traduzione in inglese dei Quattro libri dell’Architettura di Palladio: opere fondamentali per lo sviluppo del Neoclassicismo inglese.
Nello stesso anno avvenne un importante mutamento nel parlamento inglese, una apertura verso una politica più liberale: i Whigs salirono al potere. Non è ora il momento di spiegare il significato di questa svolta politica ma sarà utile ritornarvi in ogni caso nel seguito del nostro discorso.
Veniamo ora al Vitruvio Britannico, opera incontrata negli scaffali della biblioteca di Pollach. Con quest’opera, i fondatori del movimento neo-palladiano, promotori della pubblicazione, desideravano riportare alla luce le purezze dell’antichità in contrapposizione alle bizzarrie barocche. L’idea che viene esposta a proposito dei giardini nell’introduzione di quest’opera è stata ben riassunta dalla Azzi Visentini [24]:
"In un primo momento (…) impostando il giardino secondo un tracciato irregolare, all’apparenza più naturale, si pensava di seguire l’esempio degli antichi. Ciò rientrava in quel auspicato ritorno all’idillica età primordiale, identificata con la Roma repubblicana e dell’inizio dell’impero della quale politicamente l’Inghilterra georgiana si proclamava erede ideale, e che era rappresentata in architettura da Vitruvio , ai cui principi, degenerati nel Barocco, si intendeva ora richiamarsi. (…) Dallo studio dei classici greci e latini si scopre che irregolare era pure il paesaggio amato dagli antichi, disseminato di tempietti, edicole, monumenti e lapidi, proprio come quello delle tele di Lorrain, Poussin e Salvator Rosa, dove le rovine erano eloquenti segni del tempo trascorso." [25]
Autore dei primi tre volumi del Vitruvio Britannico (1715 – 1717 – 1725) fu Campbell: architetto di origini scozzesi amico di Lord Burlington (a cui ristrutturò il palazzo di Londra secondo i principi del nuovo gusto neoclassico-palladiano).
Lo scopo di quest’opera era quello di illustrare le più importanti dimore d’Inghilterra per influenzare lo sviluppo dell’architettura in senso antibarocco; l’opera ebbe un forte peso nell’evoluzione dell’architettura classica e non solo palladiana.
Tra le incisioni di edifici classici inglesi, vi sono pubblicate le architetture di Inigo Jones, l’architetto che nel 1600 promosse il Rinascimento italiano tramite i riferimenti ai modelli palladiani. Nei progetti contemporanei compaiono le architetture di Lord Burlington, architetto dilettante come lui stesso si definiva, e quelle dello stesso Campbell.
Data l’importanza sempre maggiore che l’arte dei giardini andava acquistando, nel Vitruvio Britannico si iniziarono ad illustrare e documentare anche i progetti dei giardini. Dal terzo volume le piante degli edifici rappresentati non sono più isolate ed astratte in mezzo ad una pagina bianca ma vengono inserite nella loro situazione reale all’interno dei giardini che li circondano anche se si tratta, per lo più, di giardini ancora geometrici [26]. Compaiono anche le prime tavole dedicate interamente ai giardini. (Sono però solo cinque su cento!)
Il Vitruvius venne continuato da Woolfe e Gandon con altri due volumi. Il quarto fu pubblicato nel 1739 a Londra nella forma di raccolta di incisioni dei disegni di F. Badeslade e F. Rocque. Qui, il tema dei giardini trova uno sviluppo maggiore e vengono illustrati i principali complessi di recente costruzione. Una delle tavole rappresenta la planimetria del giardino di Chiswick di Lord Burlingthon: attorno alla pianta sono disposti dei piccoli riquadri con le diverse vedute degli edifici che decorano il giardino. Questo progetto, realizzato da Bridgeman prima e in seguito da Kent, non è ancora pienamente un giardino paesaggistico: lunghe assi principali scandiscono lo spazio ma, nei singoli riquadri, la geometria scompare lasciando il posto a forme irregolari. E’ molto vicino alle sperimentazioni teoriche di Switzer e Langley. Nel quinto volume pubblicato nel 1767 e nei volumi successivi i giardini non compaiono più.
A partire dagli anni Trenta, dopo la creazione dei primi progetti per opera di Kent, uscirono una serie di guide dedicate alla visita di questi giardini. I Parchi inglesi erano visitabili dal pubblico in determinati giorni e orari. Le pubblicazioni più numerose riguardano i giardini di Stowe; ne uscirono tredici solo nel XVIII secolo [27].
Vediamo ora i libri che cercarono di regolare l’arte dei “giardini moderni”. Il primo trattato che analizzò sistematicamente e stabilì le regole dell’arte dei giardini dopo le prime realizzazioni fu scritta da Thomas Whately con il titolo di Observations on modern gardening, Illustrated by Descriptions pubblicato a Londra nel 1770.
Il trattato ebbe un notevole successo tanto che solo in Inghilterra tra il 1770 e il 1793 fu ristampato in 17 edizioni e, nel 1771, venne tradotto in tedesco e in francese con il titolo L’art de former les Jardins Modernes, ou l’art des Jardins Anglais. Pollach possedeva questa edizione.
"L’Inghilterra si identificava in misura così convincente in quel nuovo paesaggio, da garantire ampio successo al libro che ne esprimeva tecniche e principi: il trattato di Whately, di tipo nuovo, non più solo tecnico e al servizio pratico di una poetica consolidata, ma finalizzato alla formazione di una nuova e a guidare i sentimenti per essa necessari." [28]
In questo trattato viene analizzata e codificata l’opera “paesaggistica” del Brown e viene sottolineata la sua capacità di “consultare” il genius loci, e di saperlo ritrovare in ogni tipo di terreno.
"Whately inizia con l’esame dei materiali forniti dalla natura: terreno, vegetazione, acqua e rocce, ai quali vanno accostati gli edifici che sono invece interamente opera dell’uomo. Questi sono l’opposto delle rocce nella cui composizione l’uomo non ha messo mano e se l’avesse ciò non deve apparire. Distingue il ruolo degli edifici, che possono essere semplici oggetti disposti per completare un quadro, o elementi funzionali, con lo scopo di offrire un riparo o invitare a una pausa. Condanna la presenza di costruzioni esotiche dove si vuole rappresentare una scena naturale, rilevando che in simili situazioni una rovina o una capanna, assolvono benissimo allo scopo. L’esotico, dal greco al cinese al turco possono trovarsi nei giardini dove essi hanno una esclusiva funzione ornamentale. (…) per la prima volta si sono prese in considerazioni gli effetti della luce sui giardini, e quindi specificate le ore del giorno, e le stagioni più adatte per meglio godere particolari scene." [29]
Vengono portati come esempi i giardini più importanti d’Inghilterra: Stowe, Painshill. Leasowes, Woburn e Hagley. Quest’opera segnò il punto di partenza della ricchissima letteratura sui giardini.
L’edizione francese venne curata da Latipe che aggiunse all’opera una lunga premessa per poterla meglio presentare al pubblico francese; in essa inserì la descrizione del palazzo di Pechino fatta da Attiret e precedente allo scritto di Chambers e pose inoltre l’accento sul primato francese nella invenzione del giardino paesaggistico.
Questo libro fu importantissimo e ciò è inoltre dimostrato dal fatto che sia Hirshfeld che altri trattati posteriori si siano rifatti in parte ad esso.
Dopo la pubblicazione del volume di Whately, il dibattito sui giardini moderni divenne vivace ed acceso in tutta Europa. Una delle questioni più frequentemente discussa fu se la nuova arte meritasse o no un posto tra le arti liberali. Whately, dopo una serie di considerazioni, pose la nuova architettura come superiore rispetto alla pittura di paesaggio: “Gardening…is as superior to landskip panting, as a reality to a representation” [30]. Altro oggetto di dibattito fu quello del merito dell’invenzione del giardino paesaggistico. Latipe dà il merito a Dufresny che, già dai tempi del Re Sole, aveva proposto, in alternativa a Le Nôtre, l’idea del giardino irregolare. In Italia il merito si attribuisce al Tasso, ai pittori di paesaggio del ‘600, o ancor prima, al Parco di Torino costruito per volontà del principe Carlo Emanuele I, Duca di Savoia. Chambres nel suo Dissertation on Oriental Gardening, pubblicato a Londra nel 1772, diede il merito dell’invenzione ai cinesi [31]. Con la pubblicazione di questo trattato, Chambres fece nascere un diverso modo di concepire il naturalismo. Come vedremo in seguito l’architettura dei giardini inglesi si divise in due correnti: da un lato Capability Brown e il suo “naturalismo” e dall’altra Chambres con il giardino concepito come una serie di scene pittoriche che si susseguono. Questa linea avrà la meglio sia in Francia dove addirittura questo tipo di giardino si chiamerà anglo-cinese che in Europa in generale. La campagna inglese, con le sue dolci e verdi colline e con l’abbondanza d’acqua, è base fondamentale per lo sviluppo della linea di Brown, mentre la campagna francese e quella della pianura padana risultano meno adatte e, forse per questo, sposano la linea di Chambres.
La Francia diede i suoi migliori contributi allo sviluppo dell’arte dei giardini con la filosofia di Rousseau. La concezione del rapporto tra l’uomo e la natura viene profondamente modificato: l’uomo non è più il padrone ma viene posto allo stesso livello della natura ed entra in dialogo con essa. Il giardino classico viene criticato perché esprime l’idea che l’uomo sia il padrone della natura. Mentre prima le piante e le forme, attraverso la potatura, venivano piegate al gusto dell’uomo, ora invece si esprimono secondo le loro regole.
Rousseau, nella Nouvelle Héloïse, del 1761 descrive un immaginario giardino collocato ai piedi delle Alpi dove tutto sembra naturale non artificiale (sebbene ogni dettaglio sia pensato e creato dall’uomo). La filosofia e le descrizioni di Rousseau trovano una realizzazione nel giardino di Ermenonville (1762-1770) dove, dopo la morte del filosofo, l’isola posta al centro del lago verrà trasformata in cenotafio a lui dedicato: un sarcofago classico circondato da sedici pioppi. È l’idea del giardino come luogo della memoria. Idea già annunciata dal Pope, ripresa a Wörlitz e diffusa in moltissimi giardini, non ultimi quelli di Pollach a Riva di Chieri e a Villa Amalia.
Il primo trattato francese sull’arte dei nuovi giardini fu scritto da Watelet nel 1774 e pubblicato a Parigi con il titolo di Essai sur les jardins. Forti sono le influenze di Whately. Lo scrittore è il proprietario del Moulin Joli, giardino costruito sull’idea della ferme ornée: il giardino in cui utilità e bellezza si fondono. Nel 1776 Jean-Marie Morel pubblica la sua Théorie des Jardins.
Il contributo europeo più importante per l’arte dei giardini è però tedesco.
Tra il 1779 e il 1785 viene pubblicato a Lipsia il Theorie der Gartenkunst, Hirschfeld.
Quest’opera, pubblicata in tedesco e subito tradotta in francese,
“nonostante le ripetizioni e la disorganica organizzazione, ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del giardino all’inglese nel resto d’Europa e in particolare in Italia” [32]
È un opera estesissima in cinque volumi che propone una definitiva sistemazione teorica e tecnica di tutte le sperimentazioni compiute in Europa fino ad ora.
"L’importanza di questa summa è enorme; con essa tutti i cultori della materia e tutti gli ormai numerosi dilettanti dell’arte dei giardini hanno un testo organico ed esauriente, capace di soddisfare ogni problema filosofico relativo al giardino, ogni esigenza di modelli di riferimento, ogni curiosità tecnica e pratica." [33]
Per la sua realizzazione l’autore riuscì ad ottenere aiuti da ogni parte d’Europa: molti gli scrissero, inviando le descrizioni del proprio giardino e fu organizzata un’équipe per redigere i disegni della pubblicazione. Nacque una specie di “enciclopedia” in cui venivano analizzati i più svariati problemi legati al landscape garden: l’analisi degli elementi che lo costituivano, la sua storia, la sua dignità artistica, le due principali “scuole” che si formarono in Inghilterra; in questo trattato furono inoltre pubblicate le incisioni dei più noti giardini paesaggistici del tempo.
Al termine di ogni volume viene riportata la descrizione di giardini costruiti in tutta Europa.
Hirschfeld condanna gli edifici decorativi dei giardini che non appartengono alla cultura europea e analizza non solo i giardini delle ville e dei palazzi ma anche quelli destinati ad uso pubblico come i giardini per ospedali, di università, di accademie, di cimiteri. In realtà questa enorme opera dedusse parte delle sue informazioni da trattati precedentemente scritti (Chambres, Whately, Home…) anche perché il suo autore non visitò mai i giardini inglesi.
Veniamo ora all’Italia.
Come visto sopra, Pollach possedeva le Opere dell’Algarotti. Si tratta di un autore che andava proponendo un nuovo genere di “pittura”:
“un nuovo genere, direi quasi, di pittura, il qual consiste a pigliar un sito dal vero, e ornarlo dipoi con belli edifizi o tolti di qui e di là, ovveramente ideali. In tal modo si viene a riunire natura ed arte e si può fare un raro innesto di quanto ha l’una di più studiato su quello che l’altra presenta di più semplice. Nel qual semplice per altro ci sono andature, e certi accidenti, che male immaginare si potriano dall’artista il più eccellente” [34]
Algarotti accenna così, delicatamente, al problematico rapporto tra pittura, natura incontaminata e paesaggio. Inoltre, in una lettera scritta a William Pitt nel 1765, vagheggia di:
“tornare nel delizioso soggiorno di Stow e di fare la corte a V. E. e a mylord (Temple) nel tempio della Concordia, in cui ella ha posto la pietra angolare; fabbrica rara di cui V.E. solamente poteva essere in Inghilterra il Palladio” [35]
Come si vede, l’autore è a conoscenza e apprezza le novità che fioriscono oltre la Manica. Quello che però viene generalmente considerato il punto di partenza dell’interesse dell’Italia verso l’arte dei giardini è l’intervento di Pietro Verri sulle pagine de Il Caffè. Nel 1764 egli pubblica, sul giornale - manifesto dell’Illuminismo lombardo, un articolo in cui descrive una immaginaria giornata trascorsa tra Le delizie della villa. I tre giardini da cui essa è circondata rappresentano una interessante previsione di quello che avverrà in Italia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 del Settecento. Riporto brevi e significativi passi.
"Il primo giardino “è tutto di gusto Francese (…) propriamente fatto pel gusto del secolo”; il secondo, consacrato all’utilità, “è destinato alla Botanica del palato: ivi trovate tutte le erbe, e i frutti più saporiti dell’Asia, dell’Africa, e dell’America, (…) col mezzo delle serre riscaldate attentamente ivi avete i frutti più esotici, e pellegrini;(…)tutto qui servir deve o all’istruzione, o ai piaceri dell’odorato, e della mensa”; il terzo, vero e proprio giardino all’Inglese, “ sembra a chi lo mira dal bel principio ancora da farsi: ivi non vedete viali, non parterre, non simmetria alcuna, ma bensì la natura ferace, che ha prodotto una sorta di boscaglia irregolare per dove non si sa bene come entrare; ma avvicinandovi un sentiero vi guida in quel delizioso boschetto (…) nel mezzo di questo incantato boschetto v’è una circolare pianura, nella quale stanno pittorescamente sparsi diversi rottami d’antica Architettura, colonne, archi, piedistalli, iscrizioni” [36].
Si trovano qui astrattamente prefigurati i giardini di Caserta, Monza, Torre de’ Picenardi e le serre di Donato Silva.
Il Milizia, di cui Pollach possedeva quasi tutte le opere [37], non si interessa direttamente alle questioni sulla nuova arte ma vi accenna in alcune occasioni: nel 1767 ne Le vite de’ più celebri architetti [38], dove sostiene che l’architettura debba disegnare anche i giardini; nel 1781 in Principi di architettura civile e nel 1787 in Dizionario delle arti del disegno dove scrive sotto il termine «Giardinaggio»:
“Il giardino deve essere adatto al clima: è una puerilità voler un giardino inglese, turco, cinese, o tutti tre insieme. Le fontane sono belle in Italia, ma in Olanda accrescerebbero di più l’acquosità…” [39].
Suggerisce inoltre di coniugare nel giardino il bello con l’utile, servendosi anche di piante che possano dare frutti utili alla casa.
Prosegue poi con una classificazione tipologica dei giardini e dei loro caratteri particolari: 1- gai e ridenti; 2 - dolci e malinconici; 3 - romanzeschi e magici; 4 - gravi, sublimi e maestosi. Compie così una catalogazione dei giardini a sulla base dei sentimenti che essi suscitano. E’ una classificazione di carattere romantico, lontano da certi aspetti di razionalismo neoclassico, tipici di questo steso autore. Dopo aver tracciato una breve storia del giardino, liquida la nuova moda con questa frase:
“Que’ buoni cittadini che amano la campagna e il giardinaggio leggeranno con piacere l’Hirschfeld, e s’istruiranno” [40]
Che Pollach avesse in grande considerazione il Milizia è confermato sia dalla presenza di quasi tutte le sue opere nella biblioteca dell’architetto austriaco, sia da una lettera che Giacomo Albertolli scrisse a Pollach in occasione del suo viaggio a Roma, in cui si legge:
"In Roma si ricordi di visitare il famoso Milizia, a cui essa ha delle obbligazioni"; [41]
Non sappiamo se le obbligazioni a cui si riferisce Albertolli siano di tipo intellettuale o di carattere pratico. Si può però intuire che Pollach conoscesse personalmente il Milizia, sebbene non esista nessun altro documento che possa approfondire la questione. Come vedremo, nella progettazione dei suoi giardini, Pollach condivise le idee di Milizia ed è probabile che avesse seguito il suo consiglio di consultare lo Hirschfeld.
Nel 1792 Ippolito Pindemonte, da poco rientrato dall’Inghilterra, venne invitato dall’abate Cesarotti, segretario dell’Accademia di Scienze, Lettere, Arti di Padova, a tenere un discorso all’Accademia sull’arte dei giardini. Argomento che stava particolarmente a cuore al Cesarotti perché, dal 1790, aveva iniziato la costruzione di un giardino di gusto moderno nella sua villa di Selvazzano. Pindemonte, a questo proposito, sostenne che bisogna essere in grado di valutare in modo distaccato se il luogo è adatto o meno alla costruzione di un giardino irregolare: un terreno ondulato, vario e piuttosto esteso si presta bene alla mano dell’architetto-giardiniere, mentre è meglio, per un terreno piano e privo di ampie vedute, una sistemazione più regolare.
"Alcuni pertanto potrebber dire, che non dovremmo privarci di quella spezie di bello, che ne’ giardini regolari si trova, di que’ pergolati, di quelle spalliere, di que’giuochi e spruzzi mirabili d’acqua, di que’verdi ricami (…), e goder poi delle bellezze semplici e schiette, e certo infinitamente superiori, in mezzo ai campi, su la riva de’ fiumi, tra i monti e le valli, cioè nelle braccia, per così dire della vera ed originale natura. (…) perché, avendo due piaceri, rimaner vorremmo con uno solo?" [42]
Pindemonte rivalutò così la funzione del giardino all’italiana. Attribuì poi a Tasso il merito dell’invenzione del giardino irregolare, che Walpole, invece, aveva attribuito a Milton.
"Ma ciò, che l’ingegnoso autore (Walpole) ha detto del Milton, a me pare, che assai più convenevolmente si sarebbe pronunziato d’un nostro italiano, cioè dell’immortale Torquato Tasso" [43].
Il pensiero del Pindemonte non è molto diverso da quello esposto da Latapie [44], tranne per il fatto che rappresenta una lettura “all’italiana” dei giardini.
Nel dibattito sui giardini apertosi all’Accademia intervenne, nel 1795 Cesarotti e, l’anno dopo, Mabil. Nel 1798 Cesarotti tenne altri due discorsi [45]. Tra le tesi del Cesarotti e del Mabil c’era anche quella, già sostenuta dal Pindemonte, del primato italiano nella invenzione del giardino irregolare.
Il dibattito avviato a Padova non suppliva però alla mancanza di un trattato italiano sui giardini. L’Italia, in questo campo, aveva un ritardo di trent’anni rispetto alle altre nazioni europee ed è solo nel 1801 che compariranno gli scritti di Silva e Mabil.
Visto che i maggiori progetti di giardini di Pollach si collocano negli anni Novanta, sembrerebbe a prima vista inutile prendere in considerazione i due testi del 1801, ma non è comunque del tutto privo di senso darvi un occhiata. Partiamo dal Mabil che, nell’avviso al lettore della sua Teoria dell’arte de’ giardini, scrive:
“quegli che per primo (…) diede una compiuta teoria delle regole, che devono seguirsi nella composizione dei giardini, (…) fu il Signor Hirschfeld.(…) opera, scritta e stampata originariamente in tedesco, tradotta contemporaneamente in francese, e stampata a Lipsia nel 1779 in cinque tomi in 8°, ha per titolo Théorie de l’Art des Jardins, par C.C.L. Hirschfeld, (…). Qui se ne presenta, non saprei dire, se un’analisi, un estratto, un compendio; e se osassi definire io stesso il mio lavoro, direi che è l’opera stessa, ma scritta con minor profusione, con minor pompa e rigoglio. Ho letto il mio testo di seguito e per intero; me ne son ben, per così dire, nodrito, infiammato; poi l’ho riletto capo per capo, ho preso la penna ed ho scritto…”.
Come si vede, Mabil compì quindi un compendio del trattato dello Hirschfeld, dichiarandolo chiaramente, d’altro canto, fin dall’inizio.
Il Silva, invece, che pubblicò nello stesso anno a Milano il suo Dell’arte dei giardini inglesi, non fu altrettanto chiaro al riguardo.
Si legge nell’avviso de L’editore a chi legge:
“La mancanza di libri che trattino nel nostro idioma dell’arte dei giardini moderni, e l’eccessivo prezzo e la rarità di quelli altrove pubblicati, mi hanno indotto a procacciarmi la presente opera. Coloro che conoscono quella del C.L. Hirschfeld assai voluminosa, approveranno tutto ciò ch’è stato tolto da essa, come pure le interessanti aggiunte, e le non poche variazioni eseguite dall’italiano autore.”
Grande merito del Silva è stato quello di aver “ripulito” e in parte arricchito, soprattutto nella seconda edizione (1813), l’opera dello Hirschfeld. L’averla resa più leggibile ed “economica” ne ha sicuramente facilitato la divulgazione in Italia.
Il metodo utilizzato da Silva per “compendiare” l’opera tedesca è però diverso da quello di Mabil: egli infatti tende, nella maggior parte del suo trattato, a copiare dall’autore tedesco, limitandosi spesso a fare un lavoro – si direbbe oggi - di “seleziona, copia e incolla”. È strano che, nell’edizione del 1813, il riferimento a Hirschfeld venga tolto dalla prefazione e relegato in una delle ultime note [46].
Questo rapido accenno alla trattatistica italiana conferma il fatto che lo Hirschfeld fosse conosciuto e ben noto in Italia ma che necessitava di essere reso più economico e di più agevole lettura. Le probabilità che Pollach lo avesse consultato sono altissime, specialmente se si considera che una copia dell’edizione francese del 1779 è tutt’oggi conservata alla Biblioteca Braidense.
Dalle notizie fin qui riportate, risulta quindi che Pollach fosse bene aggiornato nel campo dei trattati del tempo sui giardini.
Segue Parte terza
NOTE
[21] Per una analisi più dettagliata ed approfondita a questo riguardo rimando a: Il giardino a Milano per pochi e per tutti 1288-1945, catalogo della mostra, a cura di V. Vercelloni, Milano 1986, pp. 82-120.
[22] A. POPE, The Guardian, 173, 29 settembre 1713.
[23] J. ADDISON, The Spectator, n. 414, 25 giugno 1712, London.
[24] Purtroppo non sono riuscita a consultare quest’opera, perché l’unica copia di pubblica consultazione in Lombardia, era conservata alla biblioteca Braidense ma venne rubata nel 1978. Esistono i primi tre volumi del trattato nella biblioteca di Manzoni a Brusuglio ma non è presente il quarto volume: quello fondamentale per capire lo sviluppo dei giardini.
[25] M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto…, cit. p. 34.
[26] Solo Claremont presenta un itinerario in un bosco irregolare.
[27] La prima guida uscì nel 1732 ad opera di West con il titolo di Stowe: the garden. Nel 1739 fu pubblicato: A general Plan of the Woods, Park and Garden of Stowe scritta da Sarah Bridgeman.
[28] V.VERCELLONI, Il giardino a Milano… cit. p. 132.
[29] M. AZZI VISENTINI, Il giardino veneto… cit. p. 72.
[30] M. AZZI VISENTINI, L’arte dei giardini, Milano 1999, p. 11-12.
[31] Per uno studio più approfondito rimando a: R. WITTKOWER, Il giardino, la Cina e l’Illuminismo, in AA. VV., Palladio e il palladianesimo, Torino 1984.
[32] M. AZZI VISENTINI, L’arte dei giardini… cit. p. 15.
[33] V. VERCELLONI, Il giardino a Milano… cit. p. 151.
[34] F. ALGAROTTI, Opere, vol. VI, Livorno 1765, p. 74.
[35] A. GRAF, L’anglomania e l’influsso inglese in Italia nel secolo XVIII, Torino 1911, p. 60.
[36] VERRI P., Delizie della villa, in Il Caffè – ossia brevi e vari discorsi distribuiti in fogli periodici, a cura di S. Romagnoli, Milano 1960, p. 123.
[37] Queste le sue opere: Le vite de’ più celebri architetti (1768), poi ristampato con il titolo Memorie degli architetti antichi e moderni (1781), Del Teatro (1772), Principj di architettura civile (1781), Dell’arte di vedere nelle belle arti del disegno secondo i principi di Sculzer e di Mengs (1781), Roma delle belle arti del disegno (1787); Dizionario delle arti del disegno (1787), Lettere varie (1767-1790).
[38] Poi ristampato con il titolo Memorie degli architetti antichi e moderni (1781).
[39] F. MILIZIA, Dizionario delle arti del disegno, Bolzano 1827 p. 62.
[40] Ibidem.
[41] Tratterò più a lungo di questa lettera nella parte dedicata ai viaggi di Pollach.
[42] I. PINDEMONTE, Dissertazione sui giardini Inglesi e sul merito di ciò in Italia, presentato all’Accademia di scienze, lettere ed arti di Padova nel 1792 e inserita nel volume IV degli atti dell’accademia medesima, Verona 1817.
[43] I. PINDEMONTE, Dissertazione sui giardini Inglesi e sul merito di ciò in Italia,… cit.
[44] Cfr. la premessa fatta da Latapie alle Observations on modern gardening, Illustrated by Descriptions.
[45] Questi interventi, esclusi quello del Malacarne (poco interessante perché portò a sostegno della sua tesi una lettera di Tasso falsificata), sono stati raccolti in un volumetto miscellaneo: Operette di varj autori intorno ai giardini inglesi ossia moderni, Verona 1817.
[46] “L’opera del signor Hirshfeld, originariamente in tedesco, e dappoi tradotta in francese (…) ricavata in gran parte da altri autori, ridonda di bellezze che sono state da noi copiate, ridonda di inesattezze e d’errori, che da noi sono stati corretti; ha molte lacune e mancanze, alle quali si è cercato di supplire, molte fastidiose superfluità che da noi sono state tolte (…) Di tutta quest’opera vi ha un eccellente compendioso estratto del sig. cav. Luigi Mabil. Bassano 1801, che è pervenuto alla nostra conoscenza sul finire della stampa della prima edizione.” E. SILVA, Dell’arte de’ giardini inglesi, a cura di G. Venturi, Milano 1976, p. 311.