La famiglia Lupi - Braverie e controversie

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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'Gabriele Medolago, Il Castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 159-160:


La famiglia Lupi ebbe anche vicende burrascose e controversie, soprattutto nei secoli XV-XVII. Nel XVI secolo ebbero controversie con il Monastero di San Paolo d’Argon per il possesso di beni a Cenate. Il 1° aprile 1563 nella chiesa di Santa Maria Maggiore fu ucciso il conte Achille fu conte Coriolano Brembati ad opera di aderenti della Famiglia Albani. A questo fatto parteciparono [Ottavio] di Giovanni Maria di Filippo di Detesalvo e Salvo di Giovanni Maria di Petrino di Detesalvo, cioè due cugini in secondo grado, pronipoti del condottiere Detesalvo. Con Ducale dell’8 maggio vennero avocati alle prigioni di Venezia Giovanni Domenico Albani, come uno dei principali uccisori del conte Brembati, Ottavio Lupi, come cooperatore ed Innocenzo Manara, come consocio. Con sentenza del 1° settembre, pronunziata dal Consiglio dei X Ottavio fu condannato al bando perpetuo e, quando fosse stato preso, alla pena di morte, con pena meno dura rispetto gli altri, cioè di essere decapitato fra le due colonne di San Marco, e fu posta una taglia di 500 ducati. Fu condannato a lieve maggioranza dato che vi era chi propendeva per la prigione a vita. Ottavio era stato accolto in casa da Pietro Rota che si era ritirato a Lugo di Romagna e da qui andava tramando progetti di vendetta d’accordo con Giovanni Domenico Albani. Ancora nell’agosto 1566 venne sorpresa una sua corrispondenza cifrata con Febo Colleoni di Bergamo per attentare alla vita di Salvo Lupi e Marc’Antonio Olmo, amici dei Brembati. Nella lettera prometteva larghi compensi, assicurando che gli interessati non sparagneranno spesa e parlando di Girolamo e Giovanni Battista Solza e di Giovanni Battista Brembati diceva È bene fare qualche cosa, ma io voria il Brembato. Il Consiglio dei X diede istruzioni per la protezione di Salvo Lupi e dell’Olmo. Il 23 marzo 1566 Filippo II di Spagna, su richiesta di Giovanni Battista Brembati, diede ordine di arrestare Giovanni Francesco, Giovanni Domenico, Giovanni Battista fratelli Albani ed il padre Giovanni Girolamo, Ottaviano Lupi, Pietro Rota, Porto Porti, Ettore di Soragna, Giovanni Paolo Cucchi, Baccio da Firenze, Sauro Romano, Francesco Fontanella, per l’uccisione di Achille Brembati. Per quanto è stato ricostruito, Giovanni Domenico Albani aveva commissionato l’omicidio, il fratello Giovanni Francesco ed Ottaviano Lupi fecero credere al podestà che si volesse fare la pace, inducendo così il Brembati a venire in Santa Maria. Per la pace fra le famiglie nel 1567 furono mandati a Venezia i principali capifazione: per gli Albani Enea Tasso, Febo Colleoni, il dottor Cesare Agosti, Giovanni Battista Cagnola e Giacomo Rota; per i Brembati Salvo, Giacomo e Gerolamo Lupi, i fratelli Giovanni Battista Federico ed Ezechiele Solza e Marc’Antonio Olmo. Il 3 marzo 1568 si fece pace davanti ai capi del Consiglio dei X fra il dottor Enea Tassi, il dottor Febo Colleoni, Cesare Agosti, Giovanni Battista Cagnola, Giacomo Rota, da una parte, e Salvo Lupi, Giacomo e Girolamo dottori, Giovanni Battista, Federico, Ezechiele fratelli Solza e Marc’Antonio Olmo dall’altra. Il 27 maggio 1586 Gerolamo Lupi e Troilo suo figlio, padre e fratello di Francesco che era stato nei giorni precedenti ferito in casa sua, dichiararono che Antonio Celino e Giovanni Battista figlio di questi, Orazio di Aurelio del Lino de Viscardi, mastro Paolo follatore fu mastro Andrea Beni, suocero del suddetto fu Francesco, Francesco e Gerolamo ed il suocero avevano avuto notizia certa per mezzo di un sacerdote che Antonio Celino, Giovanni Battista ed Orazio non avevano avuto alcuna colpa. Nelle Visite pastorali troviamo anche alcuni comportamenti censurati dall’autorità ecclesiastica. Nella Visita ad Alzano Sopra del 31 novembre 1565 troviamo fra gli inconfessi e non comunicati Giovanni Antonio Lupi con i suoi figli Troilo e Francesco. Nel 1575 si disse che Salvo Lupi aveva usurpato terre della chiesa di Cenate per 36 pertiche da circa 28 anni e che Giovanni Lupi aveva espresso la volontà di restituirle. Si ordinò di provvedere in tal senso. Nel 1587 Giovanni Battista Lupi abitante a Cenate da vari anni non si confessava, come pure Maddalena, sua serva e concubina vecchia. Fortunato fu Orazio Lupi abitante a Bergamo fu bandito e gli furono confiscati beni dalla Camera fiscale che li vendette ad Ercole Beretta che li acquistò a nome di Alessandra vedova di Giovanni Maria Lupi il 29 gennaio 1633. Aveva fatto testamento giovedì 2 dicembre 1632 lasciando eredi i fratelli Flaminio e Giulio ed i discendenti maschi legittimi consegnandolo in atti di Gaspare Besi, morì ancora bandito ed il testamento fu pubblicato il 12 gennaio 1634. Troilo Lupi a Chiuduno nel 1668 è registrato fra gli inconfessi a Pasqua, nel 1692 non si confessava da 14 anni. Nel libro dei morti di San Martino in Cenate troviamo questa annotazione: 30 maggio [1672] Antonio figlio di Gio Poloni, d’anni 10 fu ammazzato dal lupo. Certamente si tratta però di un attacco da parte di un animale e non di un Lupi. La mattina del 27 aprile 1677 verso le ore 15 vicino al Mercato delle scarpe il dottor Giovanni Algisi fu ucciso dall’abate Lupi e dai suoi servitori con due stilettate ed una coltellata. All’epoca vi erano due Lupi con il titolo di abate: Ambrogio, cassinense, che però aveva ormai circa 77 anni, ed Ottavio, sacerdote secolare di non ancora 26 anni. Più probabilmente si tratta quindi di quest’ultimo. Il 30 ottobre 1678 verso mezzogiorno sotto le mura vicino a Pelabrocco furono scambiate archibugiate fra Giovanni Paolo Barili ed altri con lui e gli uomini di Vittorio Lupi. Rimasero feriti il Barili ed un suo uomo e dall’altra parte Carlo Antonio Pesci ed il fattore del Lupi. Alle ore 2 circa del 22 luglio 1681 Giovanni Maria Viges, luganese esercitante l’attività di fornaciaio in Borgo Santa Caterina, andava con suonatori facendo serenate nel Borgo. Capitatovi Pietro Lorenzi servitore di Vittorio Lupi ed un suo compagno che pare servisse anch’egli in quella casa, armati d’archibugi, Pietro chiese al Viges che gli concedesse i suonatori per valersene anch’egli, ma l’altro glieli negò. Pietro con l’altro che era con lui, portatosi presso la porta di Santa Caterina, si espresse con una persona in modo da indicare che intendeva far violenza al Viges, che vi giunse circa un’ora dopo con i suonatori, Pietro formulò parole di risentimento e di minaccia ed abbassati gli archibugi, non riuscendo un astante a sanare la controversia, furono sparate due o tre archibugiate prima dal Lorenzi e poi dal compagno, che si crede avessero anche armi corte, ed il Viges, ferito mortalmente in un braccio e nel petto, spirò la notte del 6. Nel 1718 si dice che in passato fra il defunto padre di Corrado ed il defunto Vittorio e le altre famiglie vi era stata gravissima inimicizia per divisioni, ma da qualche anno vivevano in concordia. Corrado e Carlo, zio e nipote, chiesero al papa di concedere un oratorio privato, anche per dar motivo di maggior unione e pacificazione delle famiglie.

CONTROVERSIE CON IL COMUNE DI CENATE

Nel corso dei secoli i Lupi ebbero alcune controversie con il Comune per il possesso di beni comunali e per gli oneri fiscali. Una Ducale del 3 marzo 1483 stabilì che il Comune di Cenate potesse tagliar legnami e pascolare come in beni comunali nei boschi pretesi da Filippo e fratello Lupi. Il 3 aprile 1595, con atto del notaio Lodovico Belani, i fratelli Orazio e Giovanni Maria fu Gerolamo si accordarono con altri Cittadini di Bergamo per procedere contro il Comune di Cenate nella causa che vi era fra loro. Nel 1596 i Lupi occupavano un pascolo comunale a Cenate e con bravura e percosse non permettevano che alcuno vi si recasse con animali. Una controversia per l’usurpazione di beni comunali si ebbe anche negli anni 1627 e 1628. Il 16 marzo 1649 il Capitano approvò la convenzione da farsi fra gli eredi di Alessandro, di Corrado e di Flaminio Lupi ed il Comune di Cenate. Il 18 a Bergamo nella bottega di libreria esercitata dagli eredi del fu Gregorio Gadaldi, situata sotto il palazzo del Podestà, vicinia di San Michele dell’Arco, Donato Zambelli fu Domenico e Giovanni Maria Morotti fu Pietro, sindaci procuratori deputati del Comune di Cenate eletti con sindacato del giorno 9 in atti di Pietro Cazzani, si accordarono con Flaminio fu Orazio Lupi anche come erede di Alessandro Lupi ed a nome di Laura, vedova di Francesco Casali ed Ottavia, vedova di Galeazzo Grumelli, sorelle di Alessandro ed eredi, e Vittorio fu Corrado. I Lupi rinunziarono ai diritti che derivavano loro dall’atto in data 14 dicembre 1488 rogato da Bartolomeo Graziadio Crotti Vitalba che dava la possibilità ai loro coloni, massari, lavoratori e “pachari”, di far pascolare, raccogliere strame e far legna nei boschi comunali che erano stati affittati a privati. Rinunziarono poi alla richiesta di far si che i beni tornassero d’uso comune in virtù di atto del 30 marzo 1637 rogato da Gaspare Besio. Per le taglie ed altro avrebbero pagato al Comune 12 soldi annui per ogni denaro d’estimo, ed altrettanto per il passato. Se i Lupi avessero poi acquisito altri beni che pagavano le tasse con il Comune ed in esso fossero stati estimati avrebbero dovuto pagare gli aggravi e le taglie. L’atto venne rogato dal notaio Simone Donati e da Ventura Pelandi fu Giovanni Maria e Pietro Maria Crescino detto Toia Bernardi.