La famiglia Lupi - Il Fedecommesso di Giovanni Maria Lupi (1536)

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'Gabriele Medolago, Il Castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 157-158:


Il 21 marzo 1536, con atto del notaio Giorgio Vavassori di Medolago, Giovanni Maria figlio del fu cavalier Filippo Lupi fece il suo testamento, istituendo un fidecommesso. Lasciò eredi i figli Ottaviano ed Alessandro con condizione che in caso di loro decesso senza figli maschi legittimi e naturali sarebbero dovuti succedere i fratelli Zaccaria e Filippo fu Troilo, suo fratello defunto, e Giovanni Antonio fu Franceschino, altro suo fratello. Ottaviano morì senza figli legittimi e lasciò erede il fratello Alessandro. Questi ebbe due figli naturali legittimati, Scipione e Gabriele, oltre ad una femmina, Grata, e li istituì eredi con testamento in data 15 giugno 1582 redatto a Bergamo nella vicinia di San Giovanni dell’Ospedale, con atto di Gabriele Lazzaroni. Alla morte di Alessandro nel 1584 si aprì una causa per il possesso dei beni, pretesi da un lato dai figli Scipione e Gabriele, dall’altro da Giovanni Maria fu Zaccaria e da suo nipote Zaccaria fu Troilo fu Zaccaria fu Giovanni Antonio fu cavalier Filippo e da un altro ancora dai tutori di Francesco o Franceschino, figlio minore del fu Giovanni Giacomo fu Giovanni Antonio fu Franceschino fu cavalier Filippo. Giovanni Francesco Dazioli e Francesco Viscardi, tutori e curatori testamentari di Franceschino, il 7 settembre 1584, dopo la morte di Alessandro, di fronte al podestà richiesero i beni fidecommissari, pretendendo metà del fedecommesso. Giovanni Maria e Zaccaria pretendevano che i beni fossero assegnati totalmente a loro, asserendo che Franceschino era nato da uno stipite illegittimo, cosa che i tutori negavano. Il vicario pretorio vicegerente sentenziò a favore di Franceschino contro Giovanni Maria e Gabriele. Giovanni Maria si oppose, ribadendo che Franceschino era nato da uno stipite illegittimo e sostenendo di essere più vicino di grado e ricordando di aver fatto molte spese per la lite, anche a nome di Franceschino, anche a Venezia per ottenere il saldo della provvisione spettante ad Alessandro. Il 6 marzo 1585 i tutori e curatori testamentari di Francesco nominarono procuratore Giovanni Maria. Giovanni Maria e Zaccaria volevano altresì che Gabriele riacquistasse i beni alienati dal padre e dallo zio. Il 14 marzo 1587 vi fu una sentenza con atto di Giovanni Antonio Caversenio cancelliere dei consoli di giustizia. Il 25 giugno 1588, con sentenza arbitrale di Lodovico Benaglio conte di Sanguineto e dottore in utroque, rogata da Alessandro Ghirardelli, furono decretate alcune deduzioni da farsi al fedecommesso, ma nella sentenza furono trovati da entrambe le parti alcuni errori e quindi il 7 settembre se ne ebbe una seconda. L’8 aprile 1589 con atto di Bartolomeo Carminati, Giovanni Maria a nome suo e del nipote Zaccaria, ed i tutori di Franceschino, assegnatigli il 15 aprile 1586 dal podestà, cioè Caterina sua madre e Fermo Pianca, si accordarono che un terzo dei beni fedecommissari sarebbe spettato a Franceschino, dopo aver fatte le detrazioni con l’erede Gabriele. L’8 agosto, con atto di Francesco Moioli, Giovanni Maria e Gabriele concordarono di assegnare l’arbitrato al conte Benaglio. Gabriele in caso i beni fossero pervenuti a lui li avrebbe venduti a Giovanni Maria che si impegnava ad acquistarli per il prezzo che sarebbe stato stabilito, nella vendita sarebbero stati compresi anche beni non sottoposti a fedecommesso che Gabriele aveva a Chiuduno ed a Colognola di Val Cavallina. Il 22 maggio 1590 con atto di Andrea fu Cristoforo Cazzani il Benaglio sentenziò sulle deduzioni dal fidecommesso da assegnarsi a Gabriele. Dichiarò il valore dei beni del fedecommesso e di quelli non soggetti ad esso, ricevuti per eredità dal fratello. Fra i beni del fedecommesso vi erano anche tre parti della casa di Bergamo, il castello di Chiuduno e le case da massaro con le case del Baradel e di altri luoghi. Fra i beni liberi vi era un quarto della casa di Rosate. Il 3 luglio, con atto del Cazzani, il Benaglio sentenziò fra Giovanni Maria e Franceschino per l’assegnazione a quest’ultimo di un terzo dei beni fedecommissari. Fra quelli assegnati a Giovanni Maria vi furono un sedime dei massari sulla strada maestra che passava per Chiuduno verso Grumello ed un diritto d’acqua, oltre alla seconda parte della casa di Rosate. Con atto del 18 agosto Gabriele Lupi, per mezzo del suo procuratore Giovanni Paolo Casotti, nominato con atto di Giuseppe Bresciani del 22 dicembre 1589, vendette a Giovanni Maria i beni di Chiuduno e Bergamo, fra i quali la cava di pietre molari in Val del Fico a Chiuduno e la casa di Rosate. Riassumendo si può dire che dal fedecommesso furono dedotti alcuni beni che vennero assegnati a Gabriele che li vendette a Giovanni Maria, unitamente ad altri suoi beni non fedecommissari. Il resto del fedecommesso fu invece assegnato a Giovanni Maria, Zaccaria e Franceschino un terzo ciascuno.