Pietro Pesenti

Da EFL - Società Storica Lombarda.
Ritratto del conte Pietro Pesenti. Collezione privata
Bortolo Fumagalli (1781-1863) opp. Jean-François Bosio (1764-1827), Ritratto di Pietro Pesenti
Lettera del Comitato esecutivo a Giuseppe Locatelli Milesi per la Mostra del Risorgimento a Milano del 1906

(luglio 1771 † 21 settembre 1826)

[Genealogia]

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GINEVRA AGLIARDI, Il progetto di Leopoldo Pollach per il giardino di villa Pesenti-Agliardi a Sombreno, con un’Appendice di testi inediti, tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Lettere Moderne, A. A. 2001-2002 (Pubblicato in “Saggi e memorie di Storia dell’Arte”, 26, a cura della Fondazione Giorgio Cini), pp. 11-20:


La famiglia Pesenti proveniva dalla val Brembana e si stabilì a Breno (oggi Sombreno) nel 1473 e a Bergamo nel 1527. Il ricco patrimonio di casa Pesenti si formò con il commercio dei tessuti. I Pesenti furono inizialmente proprietari di una “bottega” sulla via principale della città alta di Bergamo, detta Corsarola, ma nel 1577 trasferirono l’attività nella torre del Gombito. Nel 1610 Francesco Pesenti comprò la casa dei Rivola presso la Rocca ed aumentò i suoi possedimenti di Berno. Un secolo dopo, nel 1710 Giuseppe Pesenti ottenne il titolo di conte insieme al feudo di Claviano in Friuli. Nel 1755 il canonico Giovanni Pesenti, prozio di Pietro e appassionato collezionista d’arte, istituì nel suo testamento la primogenitura. La famiglia si divise in diversi rami: quello a qui apparteneva Pietro era conosciuto come il ramo dei “Pesentì della Rocca”, dal luogo in cui la famiglia risiedeva in Città Alta.

Pietro Pesenti nacque nel luglio del 1771 dal conte Donato e dalla nobildonna Margherita Sonzogni . Unico figlio maschio, rimase orfano di padre all’età di 22 anni. A causa dell’eredità nacquero lunghi ed aspri litigi tra madre e figlio. La prima pretendeva di essere padrona dei beni del marito defunto, il secondo ribadiva il diritto alla primogenitura. I dissidi familiari si risolsero, dopo una causa giudiziaria, con la vittoria del figlio che ereditò tutti i beni paterni, corrispondendo in cambio alla madre un assegno annuo: Pietro rimase così in giovane età padrone di se stesso e delle proprie notevoli sostanze. Entusiasta degli avvenimenti storici che in quegli anni stavano profondamente mutando l’Europa, partecipò attivamente alla vita politica bergamasca.

Non si hanno notizie degli studi del Pesenti, ma certo non si distinse particolarmente per statura culturale: fu piuttosto uomo politico e mecenate.


2 - L’arrivo dei francesi e la Repubblica Bergamasca

Il 25 dicembre 1796 il Generale Baraguey entrò a Bergamo a capo dalle truppe francesi. Quello che doveva apparire un pacifico passaggio di truppe straniere impegnate contro un altro belligerante, si rivelò ben presto come una vera e propria occupazione. Il conte Alessandro Ottolini, capitano e vice podestà veneto a Bergamo, conscio della debolezza della guarnigione veneziana, tentò di tenere lontani i francesi, offrendo loro come alloggio il Lazzaretto ma nel giro di poche ore i francesi riuscirono a penetrare in Città Alta, a prendere il controllo di tutte le porte della città, impossessandosi della Rocca. L’Ottolini, nonostante le numerose sollecitazioni mandate alla Serenissima, non riuscì ad ottenere rinforzi e fu costretto ad accettare lo stato di fatto. Ebbero così inizio tre mesi di convivenza tra il governo veneto e l’esercito francese: il primo manteneva apparentemente il potere ma di fatto chi comandava erano i secondi.

Parte della popolazione vide però nelle truppe francesi i liberatori e i portatori delle nuove idee democratiche della Rivoluzione. Il timore che gli Inquisitori veneti ancora suscitavano, mise però a freno i primi entusiasmi. Tra i primi a sbilanciarsi fu Pietro Pesenti che, il giorno successivo all’arrivo delle truppe francesi, invitò a casa sua il Generale Baraguey e il suo stato maggiore, organizzando per loro una serie di festeggiamenti. Tra gli invitati figurava anche il vescovo Dolfin. Uno dei primi incidenti in cui apparve chiaro il desiderio di opposizione al governo veneto da parte di alcuni cittadini fu l’incendio del Teatro Riccardi. Erano stati programmati per i primi giorni di gennaio alcuni spettacoli da rappresentare nel teatrino di Cittadella. L’Ottolini, temendo che gli oppositori al governo veneto, forti dell’appoggio dei francesi, cogliessero l’occasione per mostrare il loro scontento nei confronti della Serenissima, decise di spostare gli spettacoli al Teatro Riccardi, posto in città Bassa, luogo simbolicamente meno importante. Constatando che il provvedimento preso non era sufficiente, il vice podestà fece smontare il teatrino di Cittadella senza avvisare i proprietari. La conseguenza fu che qualche giorno dopo il Teatro Riccardi veniva dato alle fiamme: il messaggio di protesta era evidente e non fu difficile ipotizzare i responsabili del gesto. Nella lista dei presunti colpevoli figuravano i seguenti nomi: Giovanni Battista Lombardi, impresario del demolito teatrino; Ridolfo Longhi, Gaetano Pezzoli, Francesco Scotti e il conte Vincenzo Zanchi, comproprietari dello stesso teatrino; il conte Pietro Pesenti, il nobil uomo Marco Alessandri , il conte Pietro Calepio e il marchese Alessandro Solza, presunti istigatori. Ci fu anche un processo per la condanna dei colpevoli, che però non giunse mai a conclusione a causa dello sviluppo degli avvenimenti politici. Come vedremo, questo processo venne riaperto da vari governi ed usato come capro espiatorio per colpire l’avversario: Pesenti stesso ne rimase direttamente coinvolto.

Nel marzo del 1797 la situazione precipitò. Un certo Hermite, appositamente e segretamente mandato a Bergamo dal Generale Landrieux, direttore del servizio di polizia segreta di Bonaparte, sobillò la rivolta. La mattina del 12 marzo, si recò in Piazza Vecchia seguito da un centinaio di popolani. Fu una rivolta senza spargimenti di sangue: le forze dell’ordine veneziane non spararono un colpo. L’Ottolini, trovandosi nella impossibilità di reagire per mancanza di uomini e mezzi e cosciente dell’inettitudine del Senato veneto, mandò un disperato appello al Provveditore straordinario Battaja a Brescia, nella speranza di ricevere rinforzi e istruzioni sul da farsi. Ma questo appello, come vedremo, fu vano.

Nella notte tra il 12 e il 13 marzo, a palazzo Roncalli, dove alloggiava il comandante francese Faivre, una riunione presieduta dal Hermite eleggeva la nuova Municipalità provvisoria della Repubblica Bergamasca.

Per la difesa e il mantenimento dell’ordine pubblico nella neonata Repubblica, vennero istituiti due corpi militari: la Guardia Nazionale, al cui comando venne posto l’ex conte Pietro Pesenti con il grado di Generale, e la Legione bergamasca, costituita da volontari, affidata al Generale ex conte Giordano Alborghetti: era la fine del dominio veneto a Bergamo durato quasi cinquecento anni. In risposta all’appello dell’Ottolini non arrivò da Brescia nessun rinforzo. L’unica cosa che partì da quella città in direzione di Bergamo fu un mandato di arresto per i conti Pietro Pesenti, Pietro Caleppio, il signor Luigi Marchesi e un’altra trentina di rivoluzionari, che però fu intercettato dai bergamaschi rivoluzionari. A questo punto, considerato traditore della Repubblica Bergamasca, l’Ottolini fu sollecitato a partire da una delegazione di patrioti bergamaschi capeggiata da Hermite e composta da Alborghetti e Pesenti. Quest’ultimo si rivolse al vice podestà con queste parole: I vostri delitti meriterebbero foste arrestato, ma la repubblica Bergamasca, più generosa e più clemente della Veneta, ve li perdona e vi ordina di partire dentro un’ora.

Per Venezia la perdita di Bergamo fu un gravissimo colpo, sia perché questa città era considerata una delle più fedeli alla Serenissima sia perché diede l’esempio alle altre città della Repubblica. Il 17 marzo, infatti, anche Brescia era sul punto di ribellarsi. Giunta questa notizia a Bergamo la Municipalità decise di inviarle rinforzi. La sera di quello stesso giorno i generali Pesenti e Alborghetti marciarono su Brescia e il giorno dopo le loro truppe entrarono in quella città.

Il Pesenti ricoprì la carica di Generale della Guardia Nazionale solo per poco tempo. Il 14 aprile, infatti, il Comitato militare, nel tentativo di riorganizzare l’apparato militare della Repubblica, emanò alcune norme da applicare all’esercito; il Pesenti, forse per disaccordi con il Comitato, presentò le sue dimissioni.

Di lì a poco però, durante la riorganizzazione dei Comitati della Municipalità , Pesenti entrò a far parte dei Comitati di Polizia e Difesa.


3 - Incarichi politici nel Dipartimento del Serio

La provvisoria Municipalità di Bergamo durò solo cinque mesi. Bonaparte nel maggio del 1797, in seguito al trattato di Campoformio, fondò a Milano la Repubblica Cisalpina, stato satellite della Repubblica Francese, e nel luglio dello stesso anno vi annesse quelle Repubbliche indipendenti, come Bergamo e Brescia, rette fino ad allora da un governo provvisorio. La Repubblica Bergamasca fu trasformata in Dipartimento del Serio e il 5 agosto furono eletti da Bonaparte i cinque Amministratori del Dipartimento: Gian’Antonio Piccinelli, Pietro Pesenti, Giovanni Pezzoli, Alessandro Gavazzeni e Francesco Marinoni. Questi godevano di amplissimi poteri, dal momento che, secondo la legge del 1 Termidoro a. V. (19 luglio 1797), nessun provvedimento delle Municipalità doveva essere eseguito, se non riportava l’approvazione degli amministratori centrali. A capo dell’Amministrazione veniva posto un presidente, eletto tra i cinque componenti. Questi aveva il diritto di occupare la carica di presidente per un massimo di tre mesi. Pietro Pesenti si ritrovò quindi a ricoprire una delle maggiori cariche del Dipartimento e fu Presidente dell’Amministrazione tra il febbraio e l’aprile del 1798. In questi stessi mesi, il Corpo Legislativo della Cisalpina, per far fronte alle necessità economiche dello Stato, “privatizzò” molti beni provenienti dalla soppressione delle corporazioni religiose. Il Pesenti, forse per dare il buon esempio e garantire la fiducia nello stato, acquistò beni per 260.000 lire , di cui però, a causa dei successivi avvenimenti politici, non entrò completamente in possesso. Dopo essere stato presidente, Pesenti restò a far parte degli Amministratori del Dipartimento del Serio sicuramente fino al primo settembre di quell’anno.

Nell’ambito di questa tesi è importante sottolineare che fu proprio durante questo periodo di successi politici che il Pesenti commissionò al Pollack la ristrutturazione della Villa di Breno. Il progetto riporta infatti la data del 1798.


4 - 1799-1800 – L’occupazione austriaca e il carcere

Dopo la sconfitta dell’aprile 1799 i francesi furono costretti a ritirarsi dall’Italia, lasciando il campo libero agli eserciti austriaci e russi. Fu la fine della prima Repubblica Cisalpina. Gli eserciti imperiali, formati da oltre 20 mila soldati, entrarono a Bergamo alla fine di aprile. Molti dei sostenitori della Repubblica, all’avvicinarsi delle truppe imperiali, temendo le persecuzioni e non volendo tradire i propri ideali, scelsero l’esilio volontario. Tra di essi vi erano Marco Alessandri, Pietro Caleppio, Antonio Roncalli.

Il Pesenti, insieme ad altri, sperò che il riconoscimento dato dall’Austria alla Repubblica Cisalpina quale potenza legittima e indipendente avrebbe in qualche modo tutelato coloro che ricoprirono cariche politiche sotto quel governo, e decise di rimanere a Bergamo. L’illusione del Pesenti svanì rapidamente: fu infatti tra i primi a subire gravi persecuzioni. La notte stessa in cui gli eserciti vincitori entrarono in Bergamo, la sua casa venne saccheggiata: furono trafugati mobili, arazzi, argenti, denaro e numerosi quadri, compresi quelli di Fra’ Galgario, Sassoferrato, Van Dick, Moroni, Lotto, Carracci, Guercino, Bellini, Veronese, Tintoretto, Rubens, Luini.

Il 3 maggio venne istituito un tribunale di polizia “consacrato a mantenere negli Abitanti li sentimenti di fedeltà, e di ubbidienza dovuti all’Augustissimo Sovrano” . Pietro Pesenti era fortemente sospettato sia per le sue opinioni politiche e per il ruolo centrale che ebbe durante le Repubbliche che per le accuse di complicità per l’incendio del teatro Riccardi, di cui si è detto sopra. Per questi motivi fu tra i primi ad essere arrestati, rimanendo in carcere per i tredici mesi dell’occupazione austriaca.

Il processo per il teatro Riccardi venne riaperto. Le pesanti accuse e le ingenti sanzioni che durante il periodo repubblicano erano state inflitte a Ottolini, ora tornarono a ricadere sui repubblicani. Pesenti e gli altri dovevano risarcire a Ottolini e alla città ingenti somme e scontare alcuni anni di carcere. Gli avvenimenti politici interruppero però un’altra volta – e definitivamente - il corso del processo.


5 - La seconda Cisalpina e il Regno d’Italia

Dopo aver superato il San Bernardo ed essere rientrato a Milano il 2 giugno del 1800, Napoleone sconfisse l’esercito del Generale Melas nella battaglia di Marengo. Con questa vittoria Bonaparte annullò gli effetti delle conquiste austriache e ristabilì la Repubblica Cisalpina. A Bergamo, la notizia del ritorno di Napoleone ridestò vive speranze nei Repubblicani e mise in fuga coloro che, cambiando schieramento, erano passati dalla parte degli austriaci . Il 3 giugno, un gruppo di ragazzi, animato dalle notizie che giungevano da Milano, si armò e costrinse i carcerieri di S. Agata al liberare i prigionieri politici, tra i quali vi era anche Pesenti. Abbiamo già accennato ai saccheggi che furono compiuti nella casa della Rocca all’arrivo degli eserciti nemici; dopo un anno di occupazione i danni inflitti al patrimonio Pesenti erano molto più vasti: un terzo delle vaste proprietà sulla riviera di Salò era stato completamente saccheggiato; i raccolti distrutti; i redditi dei possedimenti in territorio bergamasco erano stati requisiti dai militari; il Pesenti si ritrovò dopo un anno di carcere con le proprietà devastate, debiti da pagare e numerose famiglie coloniche da mantenere.

L’otto giugno il generale Giuseppe Lechi, alla testa della Legione Italica , entrava in Bergamo ricevuto da una congregazione di cittadini. Con la caduta del governo austriaco fu necessario formare un’Amministrazione Provvisoria del Bergamasco e quest’incarico fu assegnato dal generale Teuliè a Vincenzo Spini, Francesco Arrigoni, Agostino Cerdelli, Carlo Cerri e Pietro Pesenti. Il 9 luglio fu nominata l’Amministrazione Dipartimentale e Municipale del Serio. Pesenti fu nominato presidente della magistratura e, con l’Arrigoni, fu posto a capo del Comitato delle Finanze per la città e la provincia di Bergamo. Il 16 luglio Pesenti annunziava l’attivazione della nuova magistratura di cui era a capo.

Per dare un’idea del carattere di Pietro Pesenti, oltre che delle sue cariche, basterà citare un episodio avvenuto nel dicembre di quello stesso anno. Il Ministro di Giustizia e Polizia Generale della Cisalpina aveva proposto al Pesenti di entrare a far parte della commissione che doveva raccogliere due milioni di lire necessari all’esercito. Questi soldi avrebbero dovuto essere richiesti a coloro che si erano compromessi con il passato governo austriaco. Il Pesenti rifiutò quest’incarico perché, avendo subito ritorsioni durante il dominio austriaco, non voleva avvalersi di un incarico pubblico per sfogare i propri rancori.

Le ristrettezze economiche in cui si ritrovava la Cisalpina e le pesantissime spese militari che il governo francese era costretto a sostenere per le continue guerre, crearono in breve tempo una difficile situazione per i territori posti sotto il controllo francese. Furono imposte pesantissime tasse per il sostentamento delle truppe . Il Pesenti non fu esente da queste tassazioni e numerose furono le sue petizioni al governo per l’ingiustizia della tassazione che gli veniva imposta . Non è necessario, nell’ambito di questa tesi, dilungarsi ancora sugli aspetti della politica del Dipartimento del Serio in cui Pesenti si trovò coinvolto. L’ultimo incarico pubblico che merita però di essere evidenziato per completare la vita politica del Pesenti è quello del 1801. In quest’anno fu convocata a Lione, per volontà di Napoleone, una Consulta straordinaria della Repubblica Cisalpina. Lo scopo era quello di “fissare le basi di tutte le Leggi Organiche per l’attivazione dell’Atto Costituzionale, ed inoltre per dare al Primo Console que’ lumi ch’Egli potesse bramare per nominare i Membri, che dovrebbero formare la prima composizione dei tre Collegi Elettorali (Dotti, Possidenti e Commercianti)”.

Il Pesenti fu eletto fra i deputati del Dipartimento del Serio come rappresentante della sua città ed inviato in Francia.

È noto che i comizi di Lione proclamarono la Repubblica Italiana ed elessero come presidente Napoleone e come vice-presidente Francesco Melzi d’Eril. Furono inoltre stabiliti tre Collegi elettorali: quello dei possidenti, quello dei commercianti e quello dei dotti. Pietro Pesenti fu eletto Membro del Collegio Elettorale dei Possidenti. Grazie a questa nomina fu invitato tre anni dopo a partecipare all’incoronazione di Napoleone a Re d’Italia.

Dal 1805 il nome di Pietro Pesenti non compare più negli atti pubblici. Con la fine della seconda Cisalpina e la nascita dell’Impero il Pesenti si ritirò, infatti, a vita privata.


6 - Il ritorno degli austriaci e gli ultimi anni

Il 22 aprile 1814 gli austriaci tornarono a Bergamo. L’atteggiamento di Pesenti nei confronti dei nuovi invasori fu in linea con l’atteggiamento sempre avuto nei confronti degli stati assolutisti. Erano probabilmente ancora vivi in lui i ricordi della lunga prigionia subita nel 1799, i saccheggi e gli ingenti danni recati al suo patrimonio. La sua fu una protesta passiva, fatta da “privato cittadino”. Costretto a dare alloggio militare all’esercito austriaco, mostrò, proprio in questa ospitalità, tutta la sua avversione verso il nuovo regime e numerose furono le proteste degli ospiti di casa Pesenti giunte alla Municipalità di Bergamo. Il Pesenti risultò “compreso nello scarsissimo numero di renitenti al proprio dovere che fornivano alloggi totalmente sforniti, non già di mobili di lusso, ma benanche di quelli della più grande indispensabile necessità, e che la decenza esige.”

Tali erano le lamentele degli ospiti che lo stesso Podestà e i Savi Municipali furono costretti a intervenire minacciando “di ricorrere a mezzi di rigore se non rimuoveva la causa dei continui reclami dei militari rimediando senza ritardo al disordine”. Dovettero invitarlo di nuovo qualche tempo dopo ad “arredare convenientemente nel termine di 24 ore” gli alloggi destinati a un colonnello perché “totalmente sforniti dei mobili occorrenti, essendo i pochi esistenti nel più grande deperimento, e perfino indecenti”. Questa ospitalità contrastava profondamente con quella data ai militari francesi nel 1796, allietata, come si è accennato, da banchetti e ricevimenti.

Il Pesenti era ormai prossimo ad eclissarsi definitivamente dalla vita cittadina. Nel 1818 per la prima volta apparve un sintomo di quella malattia che lo afflisse negli ultimi anni della sua vita: la pazzia. Il delirio lo spinse, in quella occasione, a scrivere lettere piene di insulti e di scritte diffamatorie a pubblici e privati cittadini, a cui, una volta ritornato in sé, dovette porgere le sue scuse. Ebbe una seconda manifestazione di pazzia all’inizio del 1819 quando vittima degli attacchi fu il notaio Agazzi, amico fedelissimo. Riavutosi per la seconda volta scrisse all’amico la seguente lettera: “Voi siete stato testimone ieri della mia situazione ed avete compreso quanto io soffro. Non mi abbandonate per pietà, perché la mia disperazione è al colmo. Non dimenticate che l’anno andante è molto più doloroso di quello del 1799, perché non spero ora quello che non dubitavo allora.(…)

Dopo la vostra partenza io sono stato sempre, come sono di una inquietudine estrema; il tempo con acqua e freddo mi ha destate vivamente le convulsioni per maggiormente nuocermi. Sono veramente ridotto all’estremo, certo che se io devo restare in questa situazione ancora non posso resistere. Per quanto vi immaginiate affliggente il mio stato, non arriverete mai a conoscerlo nella sua estensione. È pur crudele per un riscaldo di testa , di cui nessun uomo può garantirsi, che io abbia a soffrire tanti guai. Credetemi io devo andare a finire male; vi assicuro che il mio fisico ha sofferto moltissimo; veglie, indigestioni, e debolezza di mente e pensieri continui di cose malinconiche mi distruggono il temperamento, sicché non è possibile di resistere a lungo. La mia situazione è straordinaria ed inconcepibile. Paolo abbiate carità, non consultatemi ma comandatemi, ma obbligatemi a quella determinazione che trovaste convenire al mio caso, che merita compassione, pietà ed assistenza dall’umanità ed in specialità amicizia.”

Questa lettera, scritta durante uno degli ultimi momenti di lucidità, fu profetica.

Nel 1820 Pietro Pesenti ricadde in uno stato di pazzia e venne legalmente interdetto a Milano. L’anno seguente fu ricoverato nel manicomio di Aversa, nei pressi di Napoli. Le cure inizialmente ottennero buoni effetti ed il Pesenti godette alcuni periodi di relativa lucidità ma nel 1823 si aggravò in modo irreversibile. Deformato dalla malattia, obeso, con lo sguardo spento e frequenti attacchi di convulsioni, venne ricondotto nella sua villa di Sombreno dove, accudito da due camerieri, passò gli ultimi anni della sua vita. Morì a Sombreno il 21 settembre del 1826.