Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 5: differenze tra le versioni

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Carta della Palestina, dal Pauli, codice diplomatico del Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano (Roma, 1594)
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La mattina seguente, che fu il primo d’Aprile doppo un longo contrasto, & disturbo per l’interesse del Cafarro, inviatisi fuori della porta circa a un miglio, alquanto giu di strada, a man manca, ne fu mostrato il luogo, ove è il pozzo; sopra’l quale assiso Nostro Signore dimandò da bere alla Samaritana, dal quale benché con fatica levati alcuni sassi dalla bocca, cavassimo acqua, & per devotione ne bevessimo. V’era quì anco per memoria del tutto, fatta una bella Chiesa, ma l’insulto del tempo, o degl’huomini l’havea distrutta . Seguitando il viaggio per una bella pianuretta, & per monticelli assai abondanti d’olive, verso sera arrivassimo a Canlate, & allogiassimo alla campagna. La mattina seguente, che fu alli doi d’Aprile, levati all’aurora, & cavalcando, a mezza mattina da un alto colle, vedessimo di lontano la desiata, bramata, sospirara Santa Città di Gierusalemme, onde subito balzati per allegrezza da Cavallo, basciata la terra con giubilo infinito, cantassimo il Te Deum laudamus.  
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'''<center>PELLEGRINAGGIO Di Gierusalemme.
Rimontati, senza aspettar il resto della Caravana, cavalcando di buon passo, per colli, & pianure, che tutte tempestate vedevansi d’infinite roine di Theatri, aquedotti, & Edifitij, quasi tutti spianati fin alli fondamenti, passata l’hora di mezzo giorno, arrivassimo alla Città, & ne fu detto, che andassimo alla porta chiamata, Babel Cali, che di la entraressimo.  
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Quì dismontati, mandassimo aviso al Convento, al Reverendo Padre Guardiano della nostra venuta, il quale mandò il Truciman maggiore, per la licenza del Sangiacco, & ottenutala, ne venne à ritrovar alla porta, ne fece entrare, & ne condusse al Convento, ove fussimo incontrati da molti di quei Reverendi Padri, & molto accarezzati da tutti, & in particolare da quelli, che erano venuti in nostra compagnia da Vinegia, fino in Cipro. & havendo prima buona pezza discorso delle cose a loro, & a noi avvenute per il viaggio, è doppò presa la refettione, che tra tanto altri ci haveano apprestata, passassimo il restante di quel giorno fino presso a sera, visitando divotamente la desiata Chiesa, & rimirando quel puoco commodo Convento.
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di
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Gio. Paolo Pesenti.
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'''LIBRO. II</center>'''
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Giunti noi con l’aiuto di Giesù Nostro Signore in Gierusalemme, sani e salvi, la prima sera diedero ordine li R. Padri di far la Processione, & a tutti i Pellegrini, come è l’usanza, lavati prima i piedi dal Padre Angelo da Messina, qual havendo sofferto le fatiche più de vinti anni continui in servitù di quelli Santi luoghi, meritò da Sua Santità essere eletto dignissimo Guardiano, & da un altro asciugati, & da tutti gli altri altri Padri cantanti Salmi in processione, in passando con genuflessione baciati, ci diedero poi una candela in mano accesa, & ci condussero in processione a visitar la Chiesa cantando il ''Te Deum laudamus'' '''[68]''', & altri himni alli tre Altari, che sono fatti a somiglianza di quelli, che erano nel Santo monte Sion, il maggiore in memoria dello Spirito Santo disceso sopra gli Apostoli, & qui si cantò ''Veni Creator Spiritus'' '''[69]'''.
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Quello che è posto a mano destra eretto in memoria dell’ultima Cena celebrata da detto Signor con suoi Apostoli, all’hora che instituì il Santissimo Sacramento dell’Eucharestia, & quì si cantò il ''Pange lingua'' '''[70]'''.
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E’l terzo che è a mano sinistra, rappresentante il loco, ove Christo, Signor nostro, doppo la sua gloriosissima resurettione a porte chiuse a gli Santi Apostoli apparve, quando S. Tomaso toccò le sue Santissime piaghe, & quì si cantò, il Salmo ''Exultet Caelum laudibus'' '''[71]'''; a tutti quali Altari è di continuo Indulgenza Plenaria, a chi confessato divotamente vi dira un Pater, & una Ave Maria.
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Finita questa processione, andassimo a riposare, & dormire, essendo già quatro settimane, che non havevamo spogliati i drappi di notte mai, ne meno dormito sopra letti. La mattina seguente, che fu alli tre d’Aprile, giorno del Mercordi Santo, perche la Domenica delle palme il R. Padre Guardiano, per esser amalato, non haveva potuto andar in Betefage '''[72]''', a far la cerimonia rappresentante la venuta di N. Sig. in Gierusalemme, da Betfage alla Città sopra un’Asina, all’hora che’l popolo con acclamationi, palme, & Olive facendovi tapezzaria sotto i piedi di fronde, & di vestimenti in segno di riverenza, & allegrezza, l’accolse, & accompagnò, si risolse andarvi questa mattina, che però levati per tempo molti Padri & i pellegrini vi si andò.
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Arrivati al loco, ove già era la villa di Betfage, hora tutta distrutta, il qual loco è nel monte Oliveto, & letto l’Evangelo, ''Dominus appropinquasset, Jesus Hierosolymis, & venisset huc Betphage ad montem Oliveti etc'' '''[73]'''.
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Mandati due Frati a pigliar l’Asina, sopra d’essa montò il detto Padre Guardiano seguendolo noi tutti cantando orationi, & gittandogli palme, & le nostre vesti sotto a piedi, & questo fin’appresso le mura della Città, ove è la Porta Aurea '''[74]''', per la quale Giesù Christo entrò, c’hora è murata, & di se mostra la sola forma. Quì dato fine alla processione, ritornassimo al Monasterio '''[75]''', parte per una via, parte per l’altra, per schifare i rumori.
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Subito che si hebbe desinato venne il Truciman maggiore, che si chiama M. Annà, & adimandò, che tutti i Pellegrini dovessero pagare secondo il solito al Sangiacco i Cafarri, che poi ne haveria fatto aprire la porta della Chiesa del Santo Sepolcro '''[76]'''. Fu scritto ad uno per uno il nostro nome, & bisognò dar quatordeci cecchini per persona, pagamento che si fa parte per l’entrar nella città, & parte per l’entrar nella detta Chiesa. Havendo tutti pagato il tributo, s’aspettò che l’interprete ritornasse dal Sangiacco per la chiave, preparandosi fra tanto molti Padri, & i Pellegrini per andar al tempio. Poco doppò venne il Sangiacco con le chiavi, & aperto ci lasciò entrar tutti: indi chiusa la porta, e trattenute dall’istesso le chiavi, noi altri pellegrini ritrovandosi in questa Santissima Chiesa, a niuna altra seconda, ammirabondi, & attoniti nel pensar al luogo, ove eravamo, per allegrezza, anco, & per giubilo non sapevamo quasi che fare.
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Di che avedutosi un R. Padre molto divoto, & prattico de’ Santi luoghi di questa Chiesa, venite, disse, meco, che vi mostrero il tutto, & narrerovvi come questa Chiesa sia governata, & da chi. Et prima ne condusse alla Sacrestia di dove si va per certi luoghi, che servono per albergo, & anticamente v’era un Convento. Questa Sacrestia è fatta nel luogo ove N. Signore doppo la sua gloriosa Resurettione prima che ad ogn’altro, apparve alla afflittissima sua Madre '''[77]''', & vi è un bellissimo altare, ove si celebra, & ha dai lati due Capellette in una delle quali, posta a man destra, era riposta altre volte in un loco serrato sopra ad’un altare una parte della Santissima Croce, ma a certo tempo, che furono fatti prigioni per una persecutione tutti i R. Padri, havendo lasciati questi Santi luoghi in guardia degli Armeni, essi ne levorno detta parte di Croce, & se la portarono in Armenia. Alla sinistra v’è un’altra simile Capelletta con l’altare, sopra’l quale quale è una finestra con una ferrata, per cui si vede una parte della Colonna '''[78]''', ove fu legato, & flagellato Nostro Signore, che è di rosso marmo. Quì questo R. Padre mentre, si apparechiavano tutti per dire il Santo offitio, disse come in questa Santa Chiesa, stavano sempre al governo sette sorti di Religioni Christiane, Franchi, intendendo per questi tutti i Christiani d’Europa, Greci, Armeni, Giorgiani, Siriani, Cossiti detti Giacobiti, & Abissini: che tutti n’hanno qualche particolar luogo in governo, tratenendovisi di continuo, e che era stata edificata da Santa Elena Madre di Costantino Imperatore.
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La parte, che molto grande soprasta al Santissimo Sepolcro, e di forma ritonda, simile a Santa Maria rotonda in Roma con molte Colonne di porfido, sopra le quali vi girano loggie, & vi da lume un’ampia fenestra, pure di forma ritonda, la quale s’apre in mezzo alla Copola, che è formata da cento, e trenta due travi. Fa poi dalla parte verso levante una gran nave, che rinchiude in se molti altri luoghi Santi, & in particolare la parte del Santo Monte Calvario, dove fu crocifisso il Redentor del mondo '''[79]'''.
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In questo mentre li R. Padri incominciorono l’officio, al quale stessimo attenti fin che fu fornito; indi si apparorno per far la processione, & a noi altri Pellegrini, che eravamo da quatordeci, diedero una Candela accesa per uno in mano, e un libretto, nel qual si legevano gl’hinni, soliti a cantarsi nell’andar da un un loco Santo, all’altro, & le orationi, che vi si dicono. Et prima in detto luogo all’Altare, ove è la Colonna della flagellatione, cantato il suo hinno, & dette le sue orationi '''[80]''', un R. Padre levato in piedi fece un breve, affettuoso Sermone del seguente tenore ma con modi e pensieri molto più eccellenti:
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Carissimi fratelli, che di si lontani paesi, non senza gravi pericoli, & patimenti al fin sete con l’aiuto del eterno Iddio quì giunti, & fatti degni di poter vedere, & visitare questi Sacratissimi luoghi, considerate in questa parte, & con gl’occhi della mente, contemplate il Sig. de gl’Angioli da Manigoldi villanamente maneggiato, & a questa Colonna, che quà riposta, vedete, indegnamente legato. Fù fredda & dura quella Colonna: ahi che più freddo, & duro sarà il nostro cuore, se quì non s’intenerisce è si scalda d’amore. Ma oime delle battiture chi ne può dir la fierezza? chi ne sa dir il numero? voi spiriti celesti, che invisibilmente presenti, mirasti, & ammirasti Dio per i peccatori in tal modo patiente, che n’adorasti il sangue à pieni rivi scorrente, voi che incapaci di dolore potesti vedere l’oggetto d’ogni maggior dolore, dite l’horror di quelle pene, ridite la continuata tempesta di quei colpi. Oime, oime, & tutto per noi, e tutto per nostra salute, e redentione. Sacratissimo Marmo, ò, dite ne sia sempre ne’ nostri cori conservata viva, e divota la memoria: e serva a voi fratelli per motivo di pentirvi delle vostre colpe, per ricordo a non commetterle mai più.
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Doppo il ragionamento, detto un Pater, & un’Ave Maria, levossi la processione, e a due a due, seguendo la Croce, accompagnandola anco noi Pellegrini, cantando l’hinno, e piegando a man manca in detta Chiesa, giungessimo al luogo, ove Giesù Christo fu posto prigione '''[81]''', mentre che s’accomodava il loco per crocifigerlo. Quì noi posti in gienocchione, finito l’hinno, & le orationi, il detto R. Padre fece un novo ragionamento, di cui parmi che questo fusse il soggetto.
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Mirate fratelli, & considerate il luogo, ove doppò d’esser stato preso, legato, flagellato, incoronato, & deluso, fu condotto, e tenuto il Ré della gloria. Pensate la maniera, e’l modo co’l quale, quì fu tenuto legato da gente dogn’altra più malvaggia & crudele, che ne fece ogni stratio, e famelica della sua carne, sitibonda del suo sangue niuna altra cosa bramava più che la sua morte. Ma come di quì lo strascinorno al loco del martirio? con che maniera, quanto villana, e crudele? Con che fretta, quanto impatiente, & oltragiosa? e quanto era il sangue, che dalle infinite sue piaghe usciva? O terra ove si sparse, o anima, per cui si sparse.
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Quì noi versando lagrime bacciando la terra, facessimo oratione, è di là partendo, e seguitando l’ordine della processione s’inviassimo verso la Capella, che ha un Altare fabricato ivi apunto, ove furno divise le vestimenta del Signore, & sopra di esse gettate le sorti '''[82]'''. Quì cantato l’hinno, & le orationi '''[83]''', cosi ripigliò il detto R. Padre:
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Fissate gl’occhi della consideratione quì, o fratelli, meditando che quì, quì, dico io, le più pretiose vestimenta, tinte del più pregiato colore, che possa trovarsi mai, perche imporporate del Sangue di Dio, furno sparse, gettate, calpestate, & vilmente da birri, & canaglia lacerate, partite & per scorno maggiore, giocate a sorte.
  
  
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  L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.
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'''[68]''' Qui Bartolomeo Fontana, curatore della seconda edizione del Pellegrinaggio di Gierusalemme (1628), inserisce l’intero testo del ''Te Deum'': ''Te Deum laudamus, te Dominum confitemur; Te aeternum Patrem omnis terra veneratur. Tibi omnes Angeli, tibi coeli et universale Potestates: Tibi Cherubim et Seraphim, Incessabili voce proclamant: «Sanctus, Sanctus. Sanctus, Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt coeli et terra maiestatis gloriae tuae». Te gloriosus Apostolorum chorus; Te Prophetarum laudabilis numerus; Te Martyrum candidatus laudat exercitus. Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia: Patrem immensae maiestatis; Venerandum tuum verum, et unicum Filium; Sanctum quoque Paraclitum Spiritum. Tu, Rex gloriae, Christe. Tu Patris sempiternus es Filius. Tu ad liberandum suscepturus hominem, non horruisti Virginis uterum. Tu devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna coelorum. Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris. Judex crederis esse venturus. Te ergo quaesumus tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti. Aeterna fac cum Sanctis tuis, in gloria numerari. Salvum fac populum, Domine, et benedic haereditati tuae; Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum. Per singulos dies benedicimus te; et laudamus nomen tuum in saeculum saeculi. Dignare, Domine, die isto sine peccato nos custodire. Miserere nostri Domine. Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in te. In te Domine speravi; non confundar in aeternum. Segue l’HYMNUS: Urbs Ierusalem beata / Dicta pacis visio; / Quae construitur in coelis / Vivis ex lapidibus / et angelis coronata, / Ut sponsata comite. / Nova veniens e coelo / Nuptiali talamo / Preparata ut sponsata / Copuletur Domino / Plateae / et muri eius / Ex auro purissimo. / Portae nitent margaritis / Adytis patentibus: / At virtute meritorum / Illuc introducitur / Omnis qui ob Christi nomen / Hic in mundo premitur. / Tunsionibus pressurus: / Ex politi lapides / Suis coaptantur locis / Per manus artificis: / Disponuntur permansuri / Sacris aedificijs. / Gloria et homnor Deo / Usquequaque altissimo / Una Patri, Filioque, / Inclito Paraclito, / Cui laus est et potestas, / Per aeterna specula. Amen. Infine l’ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus fac nos tibi sempre, et devotam gerere voluntatem, et maiestati tuae sìncero corde servire. Per Christum Donum nostrum. Amen''. Riportiamo d’ora in poi in nota i testi delle orazioni aggiunte dal Fontana per l’edizione del 1628 del Pellegrinaggio.
  Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.
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  La parte più antica, e più abitata, della città si trova sulla sponda destra del Nilo, nella parte sudorientale ai piedi della cittadella. L’impianto urbanistico della città vecchia è ancora oggi quello tipico di un centro abitato medievale, con un caotico addensamento di costruzioni tra vie strette e tortuose, circa 300 moschee e un migliaio di minareti.
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'''[69]''' ''Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita, / imple superna gratia, quæ tu creasti, pectora. / Qui diceris Paraclitus, donum Dei altissimi, / fons vivus, ignis, caritas et spiritalis unctio. / Tu septiformis munere, dextræ Dei tu digitus, / tu rite promissum Patris sermone ditans guttura. / Accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus, / infirma nostri corporis, virtute firmans perpeti. / Hostem repellas longius pacemque dones protinus; / ductore sic te prævio vitemus omne noxium. / Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium, / te utriusque Spiritum credamus omni tempore. / Gloria Patri Domino, / Natoque, qui a mortuis / Surrexit, ac Paraclito / in saeculorum seecula. Amen''. Segue l’ANTIPHONA: ''Hic Spiritus Santus Discipulis aparuit, et tribuit eis crismatam dona alleluia. Hic repleti sunt omnes Spiritu sancto alleluia. Et ceperunt loqui alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in loco isto gloriosissimo corda fidelium sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen''.
  Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo.
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Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni.
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'''[70]''' ''Pange lingua gloriosi / corporis mystérium, / sanguinisque pretiosi, / quem in undi pretium, / fructus ventris generosi, / rex effundit gentium. / Nobi datus, nobis natus / ex intacta Vírgine, / et in mundo conversatus, / sparso verbi sémine, / sui moras incolatus / miro cláusit órdine. / In supremæ nocte cœnæ / récumbens cum frátribus, / observata lege plene / cibis in legálibus, / cibum turbæ duodenæ / se dat suis mánibus. / Verbum caro, panem verum / verbo carnem efficit: / fitque sanguis Christi merum; / et, si sensus déficit, / ad firmandum cor sincerum / sola fide súfficit. / Tantum ergo Sacramentum / veneremur cérnui: / et antíquum documentum / novo cedat rítui: / præstet fides supplementum / sénsuum défectui. / Genitori, Genitoque / laus et iubilátio, / salus, honor, virtus quoque / sit et benedíctio: / procedenti ab utroque / compar sit laudátio. Amen. Segue l’ANTIPHONA: O Sacrum convivium in quo Christus sumitur, recolitur memoria passionis eius meus impletur gratia, et futura gloriae, nobis pignus datur,alleluia. Panem verum de Coelo, hic prestitisti eis, alleluia. Omne delectamentum in se habentem, alleluja''. Infine l’ORATIO: ''Deus qui in hoc sacratissimo Cenaculo nobis sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti, tribune quaesumus ita nos corporis,et sanguinis tui sacra mysteria venerari, et redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus, qui vivis, et regnas in saecula saculorum. Amen.''
  Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici.
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  Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto.
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'''[71]''' ''Exsultet coelum laudibus, / Resultet terra gaudiis, / Apostolorum gloriam / Sacra canunt solemnia. / Vos saecli iusti iudices, / Et vera mundi lumina: / Votis  precamur cordium, Audite preces supplicum. / Qui caelum verbo clauditis, / Serasque eius solvitis: / Nos a peccatus omnibus / Solvite iussu, quaesumus. / Quorum praecepto subditur / Salus et languor omnium / Sanate egros moribus, / Nos reddentes virtutibus. / Ut cum iudex advenerit / Christus in fine saeculi, / Nos sempiterni gaudij / Faciat esse compotes. / Deo patri sit Gloria, / Eiusque soli Filio, / cum Spirito Paraclito, / Et nunc et in perpetuum. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Cum esset sero in die illa una Sabbatorum, et fores essent clause, ubi Discipuli erant congregati in unum, stetit Iesus in medio eorum, et dixit, Pax vobis gavisi sunt viso Domino, alleluia. Quia vidisti me Thoma credidisti,alleluia. Beati qui non viderunt, et crediderunt, alleluia. Infine l’ORATIO: Domine Iesu Christe, qui sero dici tuae Resurrectionis sacratiss. Virgini Matri tuae, Discipulisque trepidantibus mortalitate deposita gloriosus, et gaudens in hoc sacro loco apparuisti, et vt te Deum verum, et hominem à mortuis resuscitatum demonstrantes coram eis comedisti, ac eos multipliciter recreasti, dilectum Apostolum tuum Thomam post dies octo te benignum, et affabilem ostendendo, tactis sacris cicatricibus tuis fide fondasti, ac nos sua dubitatione firmasti. Concede nobis famulis tuis exemplo resurrectionem tuam credere, et venerari, et ad celestem gloriam precibus ipsius pervenire mereamur. Qui vivis, et regnas &c.''
  Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi.
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  Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta.
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'''[72]''' Betfage, l’attuale Kafr-el-Tur, che in ebraico significa “casa dei fichi verdi”, si trova alle porte di Betania e di Gerusalemme, risalendo verso la cima dell’Oliveto, monte che fa parte di una piccola catena montuosa che circonda la città santa. Betfage è il luogo dove Gesù incontrò Marta e Maria prima della risurrezione di Lazzaro e da dove egli partì con un puledro per entrare a Gerusalemme il giorno delle palme. Qui, sulle le rovine di un’antica chiesa del IV secolo, nel 1883 venne costruito un santuario.
  Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”.
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  Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia.
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'''[73]''' ''Cumappropinquasset Iesus Hierosolymis, et venisset hic in Betphage ad montem Oliveti, tunc misit hinc duos Discipulos suos dicens eis, ite in Castellum, quot contra vos est, et statim imvenietis asinam alligatam, et pullum, cum ea solvite, et adduciate mihi. Si quis vobis. Quia his aliquit dixerit dicite Dominus opus habet''. Segue l’ORATIO: ''Omnipotens aeterne Deus: qui Dominum nostrum Iesum Christum die azimorum, super pullum Asine hinc Hierosolymam descendere fecisti: et turbas Iudaeorum vestimenta, ac arborum ramos ante eum sternere, Osannaque decantare in laudem ipsius docuisti: fac nos quaesumus famulos tuos, et eiusdem filij tui sectari humilitatis exemplum, et illorum consequi meritum; Per eundem Christum Dominuum nostrum, &c.''
  Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima.
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  La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino.
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'''[74]''' La Porta d’Oro venne costruita dai Bizantini nel VII secolo e quindi murata dai Turchi nel 1530. Già in precedenza però esisteva in questo punto una porta, perché si ritrova negli Atti con il nome di “Porta Speciosa” o “Bella”, e negli scritti di Giuseppe Flavio con il nome di “Nicanore”. Essa deve il suo nome al fatto che fosse in bronzo di Corinto; era la porta che consentiva il passaggio dall’atrio dei gentili in quello delle donne. L’edizione del 1628 inserisce qui la seguente ANTIPHONA: ''Rex tuus venit Hierusalem, sedens super Asinam, et pullum, filium subiugalis. Aperite mihi portam Iustitie. Resp. Et ingressus in ea confitebor Domino''. Segue l’ORATIO: ''Clementissime Domine, Iesu Christe, qui die Palmarum fidelissima populorum in te credentium stipatus caterva per hanc Sacratissimam Portam super pullum Asine, ut nobis praeberes humilitates exemplum Hierosolymam ingredi voluisti praesta quaesumus, ut tuae nos humilitatis imitantes vestigia per illam Coelorum Ianuam, quae tu es, Hierusalem supernam ingredi mereamur. Qui vivis, et regnas in unitate &c.''
  Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza.
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  San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi.
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'''[75]''' Si tratta presumibilmente del piccolo convento dei francescani addetti all’officiatura della basilica.
  Chiaro riferimento alla sfinge di Giza.
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  La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base.
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'''[76]''' Il Santo Sepolcro è il luogo più santo di Gerusalemme, quello che senza dubbio ha sempre concentrato su di sé le emozioni più segrete di ogni visitatore. All’epoca di Gesù questo luogo si trovava fuori dalle mura della città, in quanto luogo di esecuzioni capitali, e senza dubbio era molto più alto dell’attuale (dai 5 ai 10 metri), perché tutti da lontano dovevano trarre monito dalla vista dei condannati. Era chiamato Golgota dall’aramaico ''gulgoleth'', che significa la collina del teschio, un po’ per la sua forma tondeggiante che assomigliava a quella di un cranio e un po’ per la leggenda che voleva qui la sepoltura del teschio di Adamo. Poco distante vi era il sepolcro nuovo costruito da Giuseppe d’Arimatea nel suo orto e messo a disposizione per la sepoltura di Gesù. Proprio questa collina in cui si trovava il sepolcro di Cristo sembrò adatto, nel 135 d.C., all’imperatore Adriano per costruirvi il Foro e il Campidoglio dell’Aelia Capitolina, dove si sarebbe adorata la classica triade di Giove, Giunone e Venere. Adriano voleva mortificare così le speranze ebraiche che, anche dopo la distruzione del Tempio, continuavano a venerare questi luoghi sacri. Fortunatamente, per costruire il Tempio Capitolino, Adriano non spianò le rocce in cui erano scavati i sepolcri, ma si limitò a riempire le cavità e a livellare il terreno accumulandovi sopra grosse quantità di terra da riporto. Facendo così creò, come base per il tempio, una sorta di enorme terrazza che preservò le tombe dalla distruzione. Nel 325 Elena, madre di Costantino il Grande, e il vescovo Macario, si erano convinti di avere trovato, sotto il Campidoglio, il sepolcro di Cristo. Gli scavi che l’imperatrice fece iniziare subito portarono effettivamente alla luce il sepolcro di Cristo pressoché intatto e, in un fossato, le croci di Gesù e dei due ladroni. Costantino affidò agli architetti Zenobio ed Eustazio di Costantinopoli l’incarico di dare un assetto monumentale alla tomba e fece erigere una prima chiesa, iniziata nel 326 e terminata nel 335: fece asportare tutti i blocchi di roccia lasciandone solo due, quello del Golgota dove venne issata una croce sormontata dal ciborio e quella del sepolcro di Cristo, isolato da un’enorme costruzione rotonda a cui fu dato il nome di Anàstasis, che significa Resurrezione. La basilica vera e propria sorgeva sul lato est della Rotonda, aveva cinque navate e una cripta a ricordo del ritrovamento della croce. Fu questa la basilica che distrussero i persiani di Cosroe nel 614. La ricostruzione iniziò 15 anni più tardi sotto l’abate Modesto e la chiesa rimase intatta fino a che il califfo fatimida el Hakem la rase completamente al suolo nel 1009. Quando i Crociati, il 15 luglio 1099, conquistarono la città, trovarono la chiesa così come era stata ricostruita nel 1084 dall’imperatore Costantino Monomaco: bella sì, ma non quella che loro stimavano degna per custodire il corpo del Salvatore. Si impegnarono dunque i Crociati in una enorme opera di abbellimento e di trasformazioni radicali e la nuova chiesa fu consacrata nel 1149. La facciata del complesso del Santo Sepolcro, in stile romanico, fu così realizzata intorno alla metà del XII secolo, in epoca crociata. Due ordini sovrapposti di arcate ogivali a ghiere multiple con fregi a scanalature e a foglia, e d’ispirazione classica, poggiano su fasci di colonne sormontate da capitelli di raffinata lavorazione. La basilica rimase pressoché immutata fino a quando un furioso incendio, forse doloso, nel 1808, la devastò in gran parte. In questa triste occasione, il mondo occidentale non prestò attenzione alle richieste di aiuto per la sua ricostruzione, impegnato come era sulle vicende napoleoniche che tenevano occupata l’Europa. Ne seppero approfittare i monaci greci, divisi dai latini da una lunga e insanabile rivalità, che ottennero il permesso di restaurare la chiesa, rimanendo così unici arbitri della situazione. Ma non si trattò, purtroppo, di restauro, quanto di una nuova distruzione, perché venne sistematicamente cancellato tutto quello che poteva ricordare il mondo latino. Oggi il Santo Sepolcro è dunque diverso da come lo vide Gian Paolo Pesenti ed è suddiviso fra sei comunità religiose: cattolica, greco-ortodossa, armena (queste tre hanno una zona abbastanza vasta), copta, siriana, abissina (il cui convento si trova sul tetto della chiesa). Il cortile lastricato su cui si affaccia la basilica presenta sulla destra il Convento greco di Sant’Abramo che sorge sulla parte occidentale del Foro di Aelia Capitolina, la Cappella armena di San Giovanni e quella copta di San Michele; sul lato sinistro sono visibili le absidi di tre cappelle greche: San Giacomo, San Giovanni e Santi Quaranta Martiri. Sopra quest’ultima si innesta la possente torre campanaria di epoca crociata, visibilmente tronca in quanto la parte sommitale crollò nel 1545.
  La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.
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Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.
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'''[77]''' Non si tratta di una sacrestia, ma di una vera e propria cappella, ossia della “cappella dell’Apparizione”. L’apparizione di Gesù risorto alla Madonna non è riportata dai Vangeli, ma affermata da sempre dalla tradizione. Attualmente questa cappella è il luogo ufficiale dei cattolici latini in quanto i padri francescani vi celebrano le liturgie ordinarie e hanno qui il loro coro.
  Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
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  Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
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'''[78]''' La colonna della flagellazione è venerata ancora oggi dai fedeli in questo luogo. Si tratta di un tronco di colonna di porfido alta 0,75 m. Va ricordato che a Roma, nella chiesa di Santa Prassede, esiste un’altra “colonna della flagellazione”: si tratta di una bassa colonna di diaspro, non datata, che pare sia stata portata da Gerusalemme a Roma dal cardinale Colonna, che nel 1223 accompagnò la sesta crociata. Si racconta che la reliquia fosse caduta in mano dei saraceni e che il cardinale dovvette proprio ad essa la libertà e la vita. Non possiamo sapere se una di queste colonne sia effettivamente stata usata per la flagellazione di Gesù, ma è molto probabile che entrambe avessero tale orribile funzione: colonne così basse si prestavano meglio a legare le mani al condannato, lasciando il torso completamente scoperto a ricevere le sferzate.
  È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
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  Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
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'''[79]''' La basilica del Santo Sepolcro è molto grande e ingloba il Calvario (cfr nota 76).
  Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882).
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  Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente).
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'''[80]''' ''Eia, fratres Carissimi / Christi mortis misteria / Canamus, et vestigia / Sequamur corde flebili. / Qui poenam primi criminis / Delet vigore sanguinis / Huncad columnam acriter / Cedit Pilatus pessime. / Cur sic, o crudelissime / Flagellis eum percutis / A quo vitam acceperas / Vitam conaris rapere? / Cur tu columna solvere / Tunc noluisti Dominum, / Cum te crudeles milites / Rigassent eius sanguine. / Cur non fregisti villico / Tinc in columna impia, / Dolore Christi nimio / Flagellis tantis languidi? / Iam ornans sudit sanguinem, Qui potuti sufficere: / Nam gutta huius sanguinis / Thesaurus fuit omnium, / Nos ergo, qui diligimus / Hunc flagellatum Dominum / Rogamus, ut criminibus / Suis ignoscat meritis. / Gloria tibi Domine / Pro tanto fuso sanguine / Et alafarum copia / Vulti sacro rigida. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Apprehendit Iesus Pilatus, et ad columnam ligatum, fortiter flagellavit. Languores nostros ipse tulit. Et dolores nostros ipse portavit. Infine l’ORATIO: Adesto nobis Coriste Salvator per tuam penalem flagellationem, et per tuum stillantem, et aspersum sanguinem pretiosum: ut omnia peccata nostra deleas: nobisque tuam gratiam tribuas; et ab omni pericolo, et adversitate protegas; et ad vitae aeterne gaudia nos perducas. Qui vivis, et regnas &c.''
  La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo.
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  Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale.
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'''[81]''' In fondo ad una galleria lunga 24 m, formata da 7 archi, si trova ancor oggi una cappella, officiata dai greci, che si presenta come un ambiente assai ristretto, già parte degli edifici più antichi sorti sul luogo. La denominazione di “Prigione di Cristo”, entrata nell’uso comune a partire dal VII secolo, fa riferimento alla notte di detenzione di Gesù, dopo l’arresto nel Getsemani. È opinione diffusa, invece, che questo ambiente costituisca la testimonianza visibile di un antico carcere annesso al Foro dell’Aelia Capitolina.
  In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone.
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  Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso.
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'''[82]''' Proseguendo per la galleria che conduce alla prigione di Cristo di trovano due cappelle: quella di San Longino, che non viene citata da Pesenti, e quella della Divisione delle Vesti qui nominata. Detta cappella è di proprietà degli Armeni.
  Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”.
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  Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento.
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'''[83]''' HYMNUS: ''Canamus modo canticum / Ad Salvatoris gloriam / Dicamusque iniuriam / Quam passus est ab impijs. / A Patre qui est genitus / A quo semperque gignitur, / Sed idem in assentia / Patris atque paracliti. / Qui a xoelorum sedibus / Descendit huc obediens / In habituque hominis / Proprietate moriens / Qui Coelos implet lumine, / Ornatoque syderibus, / Et quem adorant Angeli / Vestitu privant milites. / Qui vitam dedit mortuis / Donatque sanctis gloriam / Amore motus fervido / Et charitatis opere. / Qui vinum fundit vincis / Fructusque dat arboribus, / Suis privatur tunicis / Sicque nudus relinquitur. / Qui vestis volatilia / Diversisque coloribus / Ac ornat agros roseis / Ipse privatur vestibus. / O gens iniqua pessima, / Quis te ditavit crimine / Ut fortem in has ponere / Vestes atque dividere / Hic super sacratissimas / Vestes miserunt milites, / Dantesque fortes omnibus / Ut unusquisque raperet. / Hic locus est sanctissimus / Ubi davit oraculum / Completum est in sortibus / De Christi sacris vestibus / Praecamur ergo cernui / Te creatorem speculi / Iam sic privatus vestibus Nos indec virtutibus. Amen''. Segue l’ANTIPHONA: ''Milites postquam crucifixerunt Iesum, acceperunt vestimenta sua dantes uniquique militi partem. Diviserunt sibi vestimenta mea. Et super vestem meam miserunt sortem. Infine l’ORATIO: Benigne Iesu Christe, qui pro nostra redentione, ab indignis peccatorum manibus, non solum in cruce nudus sospendi, et mori evoluisti, sed etiam tua sacralissima vestimenta partiri, et donari permisisti, concede: ut spoliati virijs, virtutibusque, adornati, tibi Deo vivo, et vero in celesti gloria praesentari mereamur. Qui vivis, et regnas cum Deo Patri &c.''
  La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso.
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  Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo.
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  La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita.
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  La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata.
+
  Barberia, attuale Maghreb.
+
  Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia).
+
  La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit).
+
  La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino.
+
  Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra.  
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  Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico.
+
  Etna.
+
  Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria.
+
  Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit).
+
  La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi.
+
  Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo.
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La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli.
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  Tropea.
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  Amantea.
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  Palinuro.
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  Acciaroli, attualmente in Campania.
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  Capri.
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  Banditore, araldo.
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Versione attuale delle 22:23, 6 ott 2009

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PELLEGRINAGGIO Di Gierusalemme.

di

Gio. Paolo Pesenti.

LIBRO. II


Giunti noi con l’aiuto di Giesù Nostro Signore in Gierusalemme, sani e salvi, la prima sera diedero ordine li R. Padri di far la Processione, & a tutti i Pellegrini, come è l’usanza, lavati prima i piedi dal Padre Angelo da Messina, qual havendo sofferto le fatiche più de vinti anni continui in servitù di quelli Santi luoghi, meritò da Sua Santità essere eletto dignissimo Guardiano, & da un altro asciugati, & da tutti gli altri altri Padri cantanti Salmi in processione, in passando con genuflessione baciati, ci diedero poi una candela in mano accesa, & ci condussero in processione a visitar la Chiesa cantando il Te Deum laudamus [68], & altri himni alli tre Altari, che sono fatti a somiglianza di quelli, che erano nel Santo monte Sion, il maggiore in memoria dello Spirito Santo disceso sopra gli Apostoli, & qui si cantò Veni Creator Spiritus [69].

Quello che è posto a mano destra eretto in memoria dell’ultima Cena celebrata da detto Signor con suoi Apostoli, all’hora che instituì il Santissimo Sacramento dell’Eucharestia, & quì si cantò il Pange lingua [70].

E’l terzo che è a mano sinistra, rappresentante il loco, ove Christo, Signor nostro, doppo la sua gloriosissima resurettione a porte chiuse a gli Santi Apostoli apparve, quando S. Tomaso toccò le sue Santissime piaghe, & quì si cantò, il Salmo Exultet Caelum laudibus [71]; a tutti quali Altari è di continuo Indulgenza Plenaria, a chi confessato divotamente vi dira un Pater, & una Ave Maria.

Finita questa processione, andassimo a riposare, & dormire, essendo già quatro settimane, che non havevamo spogliati i drappi di notte mai, ne meno dormito sopra letti. La mattina seguente, che fu alli tre d’Aprile, giorno del Mercordi Santo, perche la Domenica delle palme il R. Padre Guardiano, per esser amalato, non haveva potuto andar in Betefage [72], a far la cerimonia rappresentante la venuta di N. Sig. in Gierusalemme, da Betfage alla Città sopra un’Asina, all’hora che’l popolo con acclamationi, palme, & Olive facendovi tapezzaria sotto i piedi di fronde, & di vestimenti in segno di riverenza, & allegrezza, l’accolse, & accompagnò, si risolse andarvi questa mattina, che però levati per tempo molti Padri & i pellegrini vi si andò.

Arrivati al loco, ove già era la villa di Betfage, hora tutta distrutta, il qual loco è nel monte Oliveto, & letto l’Evangelo, Dominus appropinquasset, Jesus Hierosolymis, & venisset huc Betphage ad montem Oliveti etc [73].

Mandati due Frati a pigliar l’Asina, sopra d’essa montò il detto Padre Guardiano seguendolo noi tutti cantando orationi, & gittandogli palme, & le nostre vesti sotto a piedi, & questo fin’appresso le mura della Città, ove è la Porta Aurea [74], per la quale Giesù Christo entrò, c’hora è murata, & di se mostra la sola forma. Quì dato fine alla processione, ritornassimo al Monasterio [75], parte per una via, parte per l’altra, per schifare i rumori.

Subito che si hebbe desinato venne il Truciman maggiore, che si chiama M. Annà, & adimandò, che tutti i Pellegrini dovessero pagare secondo il solito al Sangiacco i Cafarri, che poi ne haveria fatto aprire la porta della Chiesa del Santo Sepolcro [76]. Fu scritto ad uno per uno il nostro nome, & bisognò dar quatordeci cecchini per persona, pagamento che si fa parte per l’entrar nella città, & parte per l’entrar nella detta Chiesa. Havendo tutti pagato il tributo, s’aspettò che l’interprete ritornasse dal Sangiacco per la chiave, preparandosi fra tanto molti Padri, & i Pellegrini per andar al tempio. Poco doppò venne il Sangiacco con le chiavi, & aperto ci lasciò entrar tutti: indi chiusa la porta, e trattenute dall’istesso le chiavi, noi altri pellegrini ritrovandosi in questa Santissima Chiesa, a niuna altra seconda, ammirabondi, & attoniti nel pensar al luogo, ove eravamo, per allegrezza, anco, & per giubilo non sapevamo quasi che fare.

Di che avedutosi un R. Padre molto divoto, & prattico de’ Santi luoghi di questa Chiesa, venite, disse, meco, che vi mostrero il tutto, & narrerovvi come questa Chiesa sia governata, & da chi. Et prima ne condusse alla Sacrestia di dove si va per certi luoghi, che servono per albergo, & anticamente v’era un Convento. Questa Sacrestia è fatta nel luogo ove N. Signore doppo la sua gloriosa Resurettione prima che ad ogn’altro, apparve alla afflittissima sua Madre [77], & vi è un bellissimo altare, ove si celebra, & ha dai lati due Capellette in una delle quali, posta a man destra, era riposta altre volte in un loco serrato sopra ad’un altare una parte della Santissima Croce, ma a certo tempo, che furono fatti prigioni per una persecutione tutti i R. Padri, havendo lasciati questi Santi luoghi in guardia degli Armeni, essi ne levorno detta parte di Croce, & se la portarono in Armenia. Alla sinistra v’è un’altra simile Capelletta con l’altare, sopra’l quale quale è una finestra con una ferrata, per cui si vede una parte della Colonna [78], ove fu legato, & flagellato Nostro Signore, che è di rosso marmo. Quì questo R. Padre mentre, si apparechiavano tutti per dire il Santo offitio, disse come in questa Santa Chiesa, stavano sempre al governo sette sorti di Religioni Christiane, Franchi, intendendo per questi tutti i Christiani d’Europa, Greci, Armeni, Giorgiani, Siriani, Cossiti detti Giacobiti, & Abissini: che tutti n’hanno qualche particolar luogo in governo, tratenendovisi di continuo, e che era stata edificata da Santa Elena Madre di Costantino Imperatore.

La parte, che molto grande soprasta al Santissimo Sepolcro, e di forma ritonda, simile a Santa Maria rotonda in Roma con molte Colonne di porfido, sopra le quali vi girano loggie, & vi da lume un’ampia fenestra, pure di forma ritonda, la quale s’apre in mezzo alla Copola, che è formata da cento, e trenta due travi. Fa poi dalla parte verso levante una gran nave, che rinchiude in se molti altri luoghi Santi, & in particolare la parte del Santo Monte Calvario, dove fu crocifisso il Redentor del mondo [79].

In questo mentre li R. Padri incominciorono l’officio, al quale stessimo attenti fin che fu fornito; indi si apparorno per far la processione, & a noi altri Pellegrini, che eravamo da quatordeci, diedero una Candela accesa per uno in mano, e un libretto, nel qual si legevano gl’hinni, soliti a cantarsi nell’andar da un un loco Santo, all’altro, & le orationi, che vi si dicono. Et prima in detto luogo all’Altare, ove è la Colonna della flagellatione, cantato il suo hinno, & dette le sue orationi [80], un R. Padre levato in piedi fece un breve, affettuoso Sermone del seguente tenore ma con modi e pensieri molto più eccellenti:

Carissimi fratelli, che di si lontani paesi, non senza gravi pericoli, & patimenti al fin sete con l’aiuto del eterno Iddio quì giunti, & fatti degni di poter vedere, & visitare questi Sacratissimi luoghi, considerate in questa parte, & con gl’occhi della mente, contemplate il Sig. de gl’Angioli da Manigoldi villanamente maneggiato, & a questa Colonna, che quà riposta, vedete, indegnamente legato. Fù fredda & dura quella Colonna: ahi che più freddo, & duro sarà il nostro cuore, se quì non s’intenerisce è si scalda d’amore. Ma oime delle battiture chi ne può dir la fierezza? chi ne sa dir il numero? voi spiriti celesti, che invisibilmente presenti, mirasti, & ammirasti Dio per i peccatori in tal modo patiente, che n’adorasti il sangue à pieni rivi scorrente, voi che incapaci di dolore potesti vedere l’oggetto d’ogni maggior dolore, dite l’horror di quelle pene, ridite la continuata tempesta di quei colpi. Oime, oime, & tutto per noi, e tutto per nostra salute, e redentione. Sacratissimo Marmo, ò, dite ne sia sempre ne’ nostri cori conservata viva, e divota la memoria: e serva a voi fratelli per motivo di pentirvi delle vostre colpe, per ricordo a non commetterle mai più.

Doppo il ragionamento, detto un Pater, & un’Ave Maria, levossi la processione, e a due a due, seguendo la Croce, accompagnandola anco noi Pellegrini, cantando l’hinno, e piegando a man manca in detta Chiesa, giungessimo al luogo, ove Giesù Christo fu posto prigione [81], mentre che s’accomodava il loco per crocifigerlo. Quì noi posti in gienocchione, finito l’hinno, & le orationi, il detto R. Padre fece un novo ragionamento, di cui parmi che questo fusse il soggetto.

Mirate fratelli, & considerate il luogo, ove doppò d’esser stato preso, legato, flagellato, incoronato, & deluso, fu condotto, e tenuto il Ré della gloria. Pensate la maniera, e’l modo co’l quale, quì fu tenuto legato da gente dogn’altra più malvaggia & crudele, che ne fece ogni stratio, e famelica della sua carne, sitibonda del suo sangue niuna altra cosa bramava più che la sua morte. Ma come di quì lo strascinorno al loco del martirio? con che maniera, quanto villana, e crudele? Con che fretta, quanto impatiente, & oltragiosa? e quanto era il sangue, che dalle infinite sue piaghe usciva? O terra ove si sparse, o anima, per cui si sparse.

Quì noi versando lagrime bacciando la terra, facessimo oratione, è di là partendo, e seguitando l’ordine della processione s’inviassimo verso la Capella, che ha un Altare fabricato ivi apunto, ove furno divise le vestimenta del Signore, & sopra di esse gettate le sorti [82]. Quì cantato l’hinno, & le orationi [83], cosi ripigliò il detto R. Padre:

Fissate gl’occhi della consideratione quì, o fratelli, meditando che quì, quì, dico io, le più pretiose vestimenta, tinte del più pregiato colore, che possa trovarsi mai, perche imporporate del Sangue di Dio, furno sparse, gettate, calpestate, & vilmente da birri, & canaglia lacerate, partite & per scorno maggiore, giocate a sorte.


Vai a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 6


NOTE

[68] Qui Bartolomeo Fontana, curatore della seconda edizione del Pellegrinaggio di Gierusalemme (1628), inserisce l’intero testo del Te Deum: Te Deum laudamus, te Dominum confitemur; Te aeternum Patrem omnis terra veneratur. Tibi omnes Angeli, tibi coeli et universale Potestates: Tibi Cherubim et Seraphim, Incessabili voce proclamant: «Sanctus, Sanctus. Sanctus, Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt coeli et terra maiestatis gloriae tuae». Te gloriosus Apostolorum chorus; Te Prophetarum laudabilis numerus; Te Martyrum candidatus laudat exercitus. Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia: Patrem immensae maiestatis; Venerandum tuum verum, et unicum Filium; Sanctum quoque Paraclitum Spiritum. Tu, Rex gloriae, Christe. Tu Patris sempiternus es Filius. Tu ad liberandum suscepturus hominem, non horruisti Virginis uterum. Tu devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna coelorum. Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris. Judex crederis esse venturus. Te ergo quaesumus tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti. Aeterna fac cum Sanctis tuis, in gloria numerari. Salvum fac populum, Domine, et benedic haereditati tuae; Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum. Per singulos dies benedicimus te; et laudamus nomen tuum in saeculum saeculi. Dignare, Domine, die isto sine peccato nos custodire. Miserere nostri Domine. Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in te. In te Domine speravi; non confundar in aeternum. Segue l’HYMNUS: Urbs Ierusalem beata / Dicta pacis visio; / Quae construitur in coelis / Vivis ex lapidibus / et angelis coronata, / Ut sponsata comite. / Nova veniens e coelo / Nuptiali talamo / Preparata ut sponsata / Copuletur Domino / Plateae / et muri eius / Ex auro purissimo. / Portae nitent margaritis / Adytis patentibus: / At virtute meritorum / Illuc introducitur / Omnis qui ob Christi nomen / Hic in mundo premitur. / Tunsionibus pressurus: / Ex politi lapides / Suis coaptantur locis / Per manus artificis: / Disponuntur permansuri / Sacris aedificijs. / Gloria et homnor Deo / Usquequaque altissimo / Una Patri, Filioque, / Inclito Paraclito, / Cui laus est et potestas, / Per aeterna specula. Amen. Infine l’ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus fac nos tibi sempre, et devotam gerere voluntatem, et maiestati tuae sìncero corde servire. Per Christum Donum nostrum. Amen. Riportiamo d’ora in poi in nota i testi delle orazioni aggiunte dal Fontana per l’edizione del 1628 del Pellegrinaggio.

[69] Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita, / imple superna gratia, quæ tu creasti, pectora. / Qui diceris Paraclitus, donum Dei altissimi, / fons vivus, ignis, caritas et spiritalis unctio. / Tu septiformis munere, dextræ Dei tu digitus, / tu rite promissum Patris sermone ditans guttura. / Accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus, / infirma nostri corporis, virtute firmans perpeti. / Hostem repellas longius pacemque dones protinus; / ductore sic te prævio vitemus omne noxium. / Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium, / te utriusque Spiritum credamus omni tempore. / Gloria Patri Domino, / Natoque, qui a mortuis / Surrexit, ac Paraclito / in saeculorum seecula. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Hic Spiritus Santus Discipulis aparuit, et tribuit eis crismatam dona alleluia. Hic repleti sunt omnes Spiritu sancto alleluia. Et ceperunt loqui alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in loco isto gloriosissimo corda fidelium sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[70] Pange lingua gloriosi / corporis mystérium, / sanguinisque pretiosi, / quem in undi pretium, / fructus ventris generosi, / rex effundit gentium. / Nobi datus, nobis natus / ex intacta Vírgine, / et in mundo conversatus, / sparso verbi sémine, / sui moras incolatus / miro cláusit órdine. / In supremæ nocte cœnæ / récumbens cum frátribus, / observata lege plene / cibis in legálibus, / cibum turbæ duodenæ / se dat suis mánibus. / Verbum caro, panem verum / verbo carnem efficit: / fitque sanguis Christi merum; / et, si sensus déficit, / ad firmandum cor sincerum / sola fide súfficit. / Tantum ergo Sacramentum / veneremur cérnui: / et antíquum documentum / novo cedat rítui: / præstet fides supplementum / sénsuum défectui. / Genitori, Genitoque / laus et iubilátio, / salus, honor, virtus quoque / sit et benedíctio: / procedenti ab utroque / compar sit laudátio. Amen. Segue l’ANTIPHONA: O Sacrum convivium in quo Christus sumitur, recolitur memoria passionis eius meus impletur gratia, et futura gloriae, nobis pignus datur,alleluia. Panem verum de Coelo, hic prestitisti eis, alleluia. Omne delectamentum in se habentem, alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in hoc sacratissimo Cenaculo nobis sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti, tribune quaesumus ita nos corporis,et sanguinis tui sacra mysteria venerari, et redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus, qui vivis, et regnas in saecula saculorum. Amen.

[71] Exsultet coelum laudibus, / Resultet terra gaudiis, / Apostolorum gloriam / Sacra canunt solemnia. / Vos saecli iusti iudices, / Et vera mundi lumina: / Votis precamur cordium, Audite preces supplicum. / Qui caelum verbo clauditis, / Serasque eius solvitis: / Nos a peccatus omnibus / Solvite iussu, quaesumus. / Quorum praecepto subditur / Salus et languor omnium / Sanate egros moribus, / Nos reddentes virtutibus. / Ut cum iudex advenerit / Christus in fine saeculi, / Nos sempiterni gaudij / Faciat esse compotes. / Deo patri sit Gloria, / Eiusque soli Filio, / cum Spirito Paraclito, / Et nunc et in perpetuum. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Cum esset sero in die illa una Sabbatorum, et fores essent clause, ubi Discipuli erant congregati in unum, stetit Iesus in medio eorum, et dixit, Pax vobis gavisi sunt viso Domino, alleluia. Quia vidisti me Thoma credidisti,alleluia. Beati qui non viderunt, et crediderunt, alleluia. Infine l’ORATIO: Domine Iesu Christe, qui sero dici tuae Resurrectionis sacratiss. Virgini Matri tuae, Discipulisque trepidantibus mortalitate deposita gloriosus, et gaudens in hoc sacro loco apparuisti, et vt te Deum verum, et hominem à mortuis resuscitatum demonstrantes coram eis comedisti, ac eos multipliciter recreasti, dilectum Apostolum tuum Thomam post dies octo te benignum, et affabilem ostendendo, tactis sacris cicatricibus tuis fide fondasti, ac nos sua dubitatione firmasti. Concede nobis famulis tuis exemplo resurrectionem tuam credere, et venerari, et ad celestem gloriam precibus ipsius pervenire mereamur. Qui vivis, et regnas &c.

[72] Betfage, l’attuale Kafr-el-Tur, che in ebraico significa “casa dei fichi verdi”, si trova alle porte di Betania e di Gerusalemme, risalendo verso la cima dell’Oliveto, monte che fa parte di una piccola catena montuosa che circonda la città santa. Betfage è il luogo dove Gesù incontrò Marta e Maria prima della risurrezione di Lazzaro e da dove egli partì con un puledro per entrare a Gerusalemme il giorno delle palme. Qui, sulle le rovine di un’antica chiesa del IV secolo, nel 1883 venne costruito un santuario.

[73] Cumappropinquasset Iesus Hierosolymis, et venisset hic in Betphage ad montem Oliveti, tunc misit hinc duos Discipulos suos dicens eis, ite in Castellum, quot contra vos est, et statim imvenietis asinam alligatam, et pullum, cum ea solvite, et adduciate mihi. Si quis vobis. Quia his aliquit dixerit dicite Dominus opus habet. Segue l’ORATIO: Omnipotens aeterne Deus: qui Dominum nostrum Iesum Christum die azimorum, super pullum Asine hinc Hierosolymam descendere fecisti: et turbas Iudaeorum vestimenta, ac arborum ramos ante eum sternere, Osannaque decantare in laudem ipsius docuisti: fac nos quaesumus famulos tuos, et eiusdem filij tui sectari humilitatis exemplum, et illorum consequi meritum; Per eundem Christum Dominuum nostrum, &c.

[74] La Porta d’Oro venne costruita dai Bizantini nel VII secolo e quindi murata dai Turchi nel 1530. Già in precedenza però esisteva in questo punto una porta, perché si ritrova negli Atti con il nome di “Porta Speciosa” o “Bella”, e negli scritti di Giuseppe Flavio con il nome di “Nicanore”. Essa deve il suo nome al fatto che fosse in bronzo di Corinto; era la porta che consentiva il passaggio dall’atrio dei gentili in quello delle donne. L’edizione del 1628 inserisce qui la seguente ANTIPHONA: Rex tuus venit Hierusalem, sedens super Asinam, et pullum, filium subiugalis. Aperite mihi portam Iustitie. Resp. Et ingressus in ea confitebor Domino. Segue l’ORATIO: Clementissime Domine, Iesu Christe, qui die Palmarum fidelissima populorum in te credentium stipatus caterva per hanc Sacratissimam Portam super pullum Asine, ut nobis praeberes humilitates exemplum Hierosolymam ingredi voluisti praesta quaesumus, ut tuae nos humilitatis imitantes vestigia per illam Coelorum Ianuam, quae tu es, Hierusalem supernam ingredi mereamur. Qui vivis, et regnas in unitate &c.

[75] Si tratta presumibilmente del piccolo convento dei francescani addetti all’officiatura della basilica.

[76] Il Santo Sepolcro è il luogo più santo di Gerusalemme, quello che senza dubbio ha sempre concentrato su di sé le emozioni più segrete di ogni visitatore. All’epoca di Gesù questo luogo si trovava fuori dalle mura della città, in quanto luogo di esecuzioni capitali, e senza dubbio era molto più alto dell’attuale (dai 5 ai 10 metri), perché tutti da lontano dovevano trarre monito dalla vista dei condannati. Era chiamato Golgota dall’aramaico gulgoleth, che significa la collina del teschio, un po’ per la sua forma tondeggiante che assomigliava a quella di un cranio e un po’ per la leggenda che voleva qui la sepoltura del teschio di Adamo. Poco distante vi era il sepolcro nuovo costruito da Giuseppe d’Arimatea nel suo orto e messo a disposizione per la sepoltura di Gesù. Proprio questa collina in cui si trovava il sepolcro di Cristo sembrò adatto, nel 135 d.C., all’imperatore Adriano per costruirvi il Foro e il Campidoglio dell’Aelia Capitolina, dove si sarebbe adorata la classica triade di Giove, Giunone e Venere. Adriano voleva mortificare così le speranze ebraiche che, anche dopo la distruzione del Tempio, continuavano a venerare questi luoghi sacri. Fortunatamente, per costruire il Tempio Capitolino, Adriano non spianò le rocce in cui erano scavati i sepolcri, ma si limitò a riempire le cavità e a livellare il terreno accumulandovi sopra grosse quantità di terra da riporto. Facendo così creò, come base per il tempio, una sorta di enorme terrazza che preservò le tombe dalla distruzione. Nel 325 Elena, madre di Costantino il Grande, e il vescovo Macario, si erano convinti di avere trovato, sotto il Campidoglio, il sepolcro di Cristo. Gli scavi che l’imperatrice fece iniziare subito portarono effettivamente alla luce il sepolcro di Cristo pressoché intatto e, in un fossato, le croci di Gesù e dei due ladroni. Costantino affidò agli architetti Zenobio ed Eustazio di Costantinopoli l’incarico di dare un assetto monumentale alla tomba e fece erigere una prima chiesa, iniziata nel 326 e terminata nel 335: fece asportare tutti i blocchi di roccia lasciandone solo due, quello del Golgota dove venne issata una croce sormontata dal ciborio e quella del sepolcro di Cristo, isolato da un’enorme costruzione rotonda a cui fu dato il nome di Anàstasis, che significa Resurrezione. La basilica vera e propria sorgeva sul lato est della Rotonda, aveva cinque navate e una cripta a ricordo del ritrovamento della croce. Fu questa la basilica che distrussero i persiani di Cosroe nel 614. La ricostruzione iniziò 15 anni più tardi sotto l’abate Modesto e la chiesa rimase intatta fino a che il califfo fatimida el Hakem la rase completamente al suolo nel 1009. Quando i Crociati, il 15 luglio 1099, conquistarono la città, trovarono la chiesa così come era stata ricostruita nel 1084 dall’imperatore Costantino Monomaco: bella sì, ma non quella che loro stimavano degna per custodire il corpo del Salvatore. Si impegnarono dunque i Crociati in una enorme opera di abbellimento e di trasformazioni radicali e la nuova chiesa fu consacrata nel 1149. La facciata del complesso del Santo Sepolcro, in stile romanico, fu così realizzata intorno alla metà del XII secolo, in epoca crociata. Due ordini sovrapposti di arcate ogivali a ghiere multiple con fregi a scanalature e a foglia, e d’ispirazione classica, poggiano su fasci di colonne sormontate da capitelli di raffinata lavorazione. La basilica rimase pressoché immutata fino a quando un furioso incendio, forse doloso, nel 1808, la devastò in gran parte. In questa triste occasione, il mondo occidentale non prestò attenzione alle richieste di aiuto per la sua ricostruzione, impegnato come era sulle vicende napoleoniche che tenevano occupata l’Europa. Ne seppero approfittare i monaci greci, divisi dai latini da una lunga e insanabile rivalità, che ottennero il permesso di restaurare la chiesa, rimanendo così unici arbitri della situazione. Ma non si trattò, purtroppo, di restauro, quanto di una nuova distruzione, perché venne sistematicamente cancellato tutto quello che poteva ricordare il mondo latino. Oggi il Santo Sepolcro è dunque diverso da come lo vide Gian Paolo Pesenti ed è suddiviso fra sei comunità religiose: cattolica, greco-ortodossa, armena (queste tre hanno una zona abbastanza vasta), copta, siriana, abissina (il cui convento si trova sul tetto della chiesa). Il cortile lastricato su cui si affaccia la basilica presenta sulla destra il Convento greco di Sant’Abramo che sorge sulla parte occidentale del Foro di Aelia Capitolina, la Cappella armena di San Giovanni e quella copta di San Michele; sul lato sinistro sono visibili le absidi di tre cappelle greche: San Giacomo, San Giovanni e Santi Quaranta Martiri. Sopra quest’ultima si innesta la possente torre campanaria di epoca crociata, visibilmente tronca in quanto la parte sommitale crollò nel 1545.

[77] Non si tratta di una sacrestia, ma di una vera e propria cappella, ossia della “cappella dell’Apparizione”. L’apparizione di Gesù risorto alla Madonna non è riportata dai Vangeli, ma affermata da sempre dalla tradizione. Attualmente questa cappella è il luogo ufficiale dei cattolici latini in quanto i padri francescani vi celebrano le liturgie ordinarie e hanno qui il loro coro.

[78] La colonna della flagellazione è venerata ancora oggi dai fedeli in questo luogo. Si tratta di un tronco di colonna di porfido alta 0,75 m. Va ricordato che a Roma, nella chiesa di Santa Prassede, esiste un’altra “colonna della flagellazione”: si tratta di una bassa colonna di diaspro, non datata, che pare sia stata portata da Gerusalemme a Roma dal cardinale Colonna, che nel 1223 accompagnò la sesta crociata. Si racconta che la reliquia fosse caduta in mano dei saraceni e che il cardinale dovvette proprio ad essa la libertà e la vita. Non possiamo sapere se una di queste colonne sia effettivamente stata usata per la flagellazione di Gesù, ma è molto probabile che entrambe avessero tale orribile funzione: colonne così basse si prestavano meglio a legare le mani al condannato, lasciando il torso completamente scoperto a ricevere le sferzate.

[79] La basilica del Santo Sepolcro è molto grande e ingloba il Calvario (cfr nota 76).

[80] Eia, fratres Carissimi / Christi mortis misteria / Canamus, et vestigia / Sequamur corde flebili. / Qui poenam primi criminis / Delet vigore sanguinis / Huncad columnam acriter / Cedit Pilatus pessime. / Cur sic, o crudelissime / Flagellis eum percutis / A quo vitam acceperas / Vitam conaris rapere? / Cur tu columna solvere / Tunc noluisti Dominum, / Cum te crudeles milites / Rigassent eius sanguine. / Cur non fregisti villico / Tinc in columna impia, / Dolore Christi nimio / Flagellis tantis languidi? / Iam ornans sudit sanguinem, Qui potuti sufficere: / Nam gutta huius sanguinis / Thesaurus fuit omnium, / Nos ergo, qui diligimus / Hunc flagellatum Dominum / Rogamus, ut criminibus / Suis ignoscat meritis. / Gloria tibi Domine / Pro tanto fuso sanguine / Et alafarum copia / Vulti sacro rigida. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Apprehendit Iesus Pilatus, et ad columnam ligatum, fortiter flagellavit. Languores nostros ipse tulit. Et dolores nostros ipse portavit. Infine l’ORATIO: Adesto nobis Coriste Salvator per tuam penalem flagellationem, et per tuum stillantem, et aspersum sanguinem pretiosum: ut omnia peccata nostra deleas: nobisque tuam gratiam tribuas; et ab omni pericolo, et adversitate protegas; et ad vitae aeterne gaudia nos perducas. Qui vivis, et regnas &c.

[81] In fondo ad una galleria lunga 24 m, formata da 7 archi, si trova ancor oggi una cappella, officiata dai greci, che si presenta come un ambiente assai ristretto, già parte degli edifici più antichi sorti sul luogo. La denominazione di “Prigione di Cristo”, entrata nell’uso comune a partire dal VII secolo, fa riferimento alla notte di detenzione di Gesù, dopo l’arresto nel Getsemani. È opinione diffusa, invece, che questo ambiente costituisca la testimonianza visibile di un antico carcere annesso al Foro dell’Aelia Capitolina.

[82] Proseguendo per la galleria che conduce alla prigione di Cristo di trovano due cappelle: quella di San Longino, che non viene citata da Pesenti, e quella della Divisione delle Vesti qui nominata. Detta cappella è di proprietà degli Armeni.

[83] HYMNUS: Canamus modo canticum / Ad Salvatoris gloriam / Dicamusque iniuriam / Quam passus est ab impijs. / A Patre qui est genitus / A quo semperque gignitur, / Sed idem in assentia / Patris atque paracliti. / Qui a xoelorum sedibus / Descendit huc obediens / In habituque hominis / Proprietate moriens / Qui Coelos implet lumine, / Ornatoque syderibus, / Et quem adorant Angeli / Vestitu privant milites. / Qui vitam dedit mortuis / Donatque sanctis gloriam / Amore motus fervido / Et charitatis opere. / Qui vinum fundit vincis / Fructusque dat arboribus, / Suis privatur tunicis / Sicque nudus relinquitur. / Qui vestis volatilia / Diversisque coloribus / Ac ornat agros roseis / Ipse privatur vestibus. / O gens iniqua pessima, / Quis te ditavit crimine / Ut fortem in has ponere / Vestes atque dividere / Hic super sacratissimas / Vestes miserunt milites, / Dantesque fortes omnibus / Ut unusquisque raperet. / Hic locus est sanctissimus / Ubi davit oraculum / Completum est in sortibus / De Christi sacris vestibus / Praecamur ergo cernui / Te creatorem speculi / Iam sic privatus vestibus Nos indec virtutibus. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Milites postquam crucifixerunt Iesum, acceperunt vestimenta sua dantes uniquique militi partem. Diviserunt sibi vestimenta mea. Et super vestem meam miserunt sortem. Infine l’ORATIO: Benigne Iesu Christe, qui pro nostra redentione, ab indignis peccatorum manibus, non solum in cruce nudus sospendi, et mori evoluisti, sed etiam tua sacralissima vestimenta partiri, et donari permisisti, concede: ut spoliati virijs, virtutibusque, adornati, tibi Deo vivo, et vero in celesti gloria praesentari mereamur. Qui vivis, et regnas cum Deo Patri &c.