Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 7: differenze tra le versioni

Da EFL - Società Storica Lombarda.
 
(24 versioni intermedie di uno stesso utente non sono mostrate )
Riga 1: Riga 1:
 
Torna a '''[[Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 6]]'''
 
Torna a '''[[Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 6]]'''
  
La mattina seguente, che fu l’ottava del venerdì Santo, levati per tempo noi Pellegrini con alcuni Rev. Padri andassimo fuori di Gierusalemme & arrivassimo nella Valle de Giosafat alla Chiesa , nella quale è il Sepolcro, ove da gli Apostoli fu riposto il corpo della vergine Santissima, dal quale pochi giorni doppò ascese al Cielo. Avanti la Chiesa è una piazetta in quadro, e quì è la Porta per la quale s’entra, & si discende per una scala assai spatiosa di cinquanta gradi di marmo, larghi & spatiosi , & alla metà si vede nella muraglia in una Capelletta dalla parte destra la Sepoltura di S. Gioachino e di Santa Anna, Genitori della Beata Vergine, & all’incontro in un’altra simile Capelletta vi si vede la sepoltura di S. Gioseffo ; nel fondo della Scala vi e una Cisterna d’acqua molto buona. La Chiesa è assai spatiosa ma per esser tanto sotto terra è oscura, & bisogna portar candele accese per vedervi; in mezzo alla Chiesa v’è una Capelletta fatta attorno al Santo Monumento & in essa vi stanno appese quasi di continuo venti lampadi accese. Vi si entra per due portelle assai piccole, & basse, e’l monumento serve per altare sopra il quale solo i Catholici ponno ufitiare, & quasi ogni giorno qualche R. Padre vi celebra la S. Messa, & in particolare il Venerdi.
 
  
Noi doppò fatte alcune orationi , & pensato come quì fusse riposto quel Sacrosanto immaculato corpo , in cui compiacque incarnarsi il Fattor dell’universo, havendovi sentita anco la Messa, ritornassimo a salire per i medesimi gradi, e usciti, visitassimo poco longi la grotta , nella quale molte volte nostro Signore faceva orationi co’suoi Apostoli, nella quale s’entra per una stretta via soterranea. La Grotta è assai spatiosa, & vi sono molte caverne, nelle quali molti divoti Christiani fanno le sue contemplative orationi. Vi da lume un forame quasi rotondo, che s’apre nel mezzo verso Levante; v’è quì un pezzo di Colonna, posto nel luogo, ove stando N. Signore in oratione gli apparve l’Angelo annuntiandogli la futura passione . Quì si ora mentalmente, doppo diconsi alcuni Miserere & alla fine vi si fa disciplina .
+
Doppo d’haver cosi ragionato il R. Padre gettossi a terra, & fatta con divoto gesto divotissima oratione humilmente bacciò il beatissimo luogo, come fu fatto anco da tutti noi.
Quindi usciti andando verso il monte Oliveto ne fu mostrato il luogo, ove da S. Tomaso fu vista ascendere al Cielo la B. V. M.  in corpo & anima, & per segno n’hebbe da lei la sua cinta , & puoco discosto è il luogo, ove stavano i tre Apostoli , mentre nostro Signore faceva oratione, & li ritrovò a dormire .
+
Vi si vede poi il luogo, ove fu tradito, preso, legato, & strascinato .
+
Salendo il monte Oliveto visitassimo il sito, ove Christo pianse sopra la Città , & più avanti, ove gli Apostoli composero il Simbolo , & ove N. S. disse & insegnò l’oratione Dominicale , & più verso la cima, ove parlò agl’Apostoli del Giuditio Generale .
+
Arrivati alla sommità, fra alcune Case vedessimo le rovine d’una Chiesa, & Convento fatti già fare da S. Pelagia .
+
Quì apresso era la Chiesa della Santissima Ascensione, ma hora poco più che le reliquìe vi restano, & fra queste la copola di mezzo , della quale hanno il governo certi santoni, da’ quali, havendogli donati alcuni maidini, ne fù concesso l’entrata. In mezzo a detta Capella nel marmo dell’istesso monte si vede impressa forma de’ santissimi piedi di N. S. la qual vi lasciò in testimonio il giorno, che essendo in questo medesimo luogo, in presentia de’ suoi Apostoli ascese al Cielo, & ove si crede habbia a ritornare nel tremendo giorno del giuditio a dare la spaventevole finale sentenza. Doppo havendo fatte orationi , riverite, & baciate humilmente le dette sì ben impresse divine forme de’ piedi, uscimmo. Il Monte Oliveto è assai alto, & chi di là mira intorno scopre molto paese . Verso Levante si vedono i monti della Quarantana, il fiume Giordano, e il Mar morto, & i monti dell’Arabia; più verso mezzo giorno la Città distrutta di Betlehem, ove nacque N.S. la montagna di Giudea, e il deserto di San Gio. Battista: verso Ponente vi è il monte dove è situata la Città di Gierusalemme, & verso Tramontana, la Palestina, & le ruine della Città antica. Ritornassimo doppo per il medesimo sentiero & giungessimo ove Giesu Christo pianse sopra la rovina antiveduta della Città, luogo dal quale essa si vede meglio, che da qual si voglia altro. Quì mentre riposavamo un poco, un Rev. Padre ne mostrò il sito della Città, che è posta quasi in forma quadra, sopra la costa del monte, cinta di muraglie assai forte , con diverse torri, & verso la parte più alta, che tira a ponente si vede il Castello , & la sua Porta , & la Porta del Giaffa . Verso la parte più alta, che piega a mezzo giorno, vi si vede il memorando monte Sion, che è fuor della Città. Nella muraglia vi è la Porta di David , & più a basso la porta Sterquillina , per la quale fu condutto N.S. in prigione, più in giù ancora verso la valle, vi si vede presso alla muraglia la Chiesa della Presentatione della Vergine Santissima, ove soleva essere un bel Convento. Nella parte verso Levante, la qual è sopra la Valle di Giosafat, nella muraglia si vede la Porta Aurea , che hora è murata. Di quì si soleva andare nel Tempio, che vi è vicino, il qual Tempio è posto in un prato fatto in quadro cinto di belle muraglie, & nel mezzo si vedono bellissimi portici  sostentati da Colonne di marmo, & la copola grande, coperta di piombo; questo è stato rifatto, ò più tosto fatto nel luogo istesso, ove già fu tempo tutto maiestoso, bello, maraviglioso, e grande campegiava quel di Salomone , che molte volte è stato distrutto, ma in particolare da Tito Imperatore. In questa parte della Città vi è la Porta di S. Stefano , la qual è una delle più frequentate. Dalla parte verso tramontana, ove solevano essere la maggior parte delle habitationi, per esser la più piana, hora vi è fatta una muraglia che restringe la Città, il circuito della quale può essere di tre miglia Italiani, da questa parte vi sono assai Torri, & vi è sola la porta di Damasco . Le habitationi, che sono in detta cinta puonno esser al mio giuditio circa a cinquecento, ma poco habitate, & se non fusse il concorso delle genti straniere, che vi vengono da tutto il mondo, questo paese sarebbe ò destrutto, ò deserto affatto. Essendoci stati additati questi luoghi, ritornassimo nella valle di Giosafat, e discendendo per quella via, la quale va verso mezzo giorno, vedessimo ove restorno gli otto Apostoli, quando N. S. andò con gli altri tre ad orare, luogo tutto ripieno di piante d’olive, più abbasso presso al ponte, che piega sopra il torente Cedron, dalla parte verso Levante vi è il Sepolcro d’Absalone, il qual è assai grande, & bello, intorno a i cui fondamenti vi si vedono molti sassetti gettativi da Mori, che passano, & dicono, che il detto Absalone meritava esser lapidato, havendo mosso essercito contra suo padre. Più abbasso vi è una grotta, ove stette nascosto S. Giacomo : e appresso vi è un altro Sepolcro molto adorno, che fu di Zacaria primo , & più abasso dalla parte di Gierusalemme vi è la fontana della B. Verg. Maria, & per andare dove è l’acqua, si discende per molti gradi. Quì dicono che la Vergine molte volte habbia lavato i suoi drappi, & di questa se ne sia servita per le sue occorenze, onde, come noi pure facessimo, ogn’uno ne bevè, per divotione .
+
  La Valle del Cedron. Si riconoscono a sinistra il pilastro di Assalonne, la tomba di Giacomo e la tomba di Zaccaria
+
Più verso il monte visitassimo il fonte chiamato Natatoria Siloe , & un puoco più a basso trovassimo l’arbore tanto antico chiamato, Quercus Rogel, sotto il quale fu segato, & sepolto Isaia Profeta, per comandamento del Ré Manasse.
+
Et essendo andati fin al piede del monte, detto della offensione, per ritornar verso casa salimmo al monte, nel quale vedessimo il luogo, ove si nascosero gli Apostoli, quando Giesu Christo fu condotto a morire , & più su salendo, vedemmo il luogo detto Campo Santo , che fu comperato per pretio delli trenta danari, che Giuda pentito d’haver tradito il suo Maestro gettò nel tempio. Detto luogo è stato cavato, e doppo cinto di grosse mura, e di dentro nel voto gli Armeni, & alcuni altri sepeliscono i suoi morti, gettandoli da di sopra per certi buchi .
+
  
Seguitando il nostro viaggio per la costa ritornassimo passando appresso al monte Sion, & entrati nella Città, & nel Convento riposassimo alquanto. Il giorno seguente era il Sabato Santo dell’altre nationi, nel qual giorno fanno le cerimonie del fuogo santo, co’l quale fanno molte superstitioni, & per ritrovarsi apparati entrorno tutti con gran confusone; stava però alla porta il Sangiacho, & altri ministri, i quali vogliono vedere ad uno per uno il segno di havere pagato il datio dell’entrata, & per questa seconda volta si paga solamente un maidino per persona. Con questa occasione entrassimo anco alcuni di noi per rivedere, e godere quei luoghi tanto divoti, & la sera facessimo la solita processione & buona parte della notte veggiassimo in orationi, benche, per esservi tanta moltitudine di gente, il romore, e lo strepito era infinito. La mattina seguente che fu il sabato, molti Patriarchi, e altri si apparorno per far la processione con Mitre diverse in testa, & habiti a sua usanza, e prima alcuni de suoi religiosi portavano avanti Penelli diversi, & Croci, & tutti gridavano in suo linguaggio, altri sonavano diversi strani stromenti, e havendo tutti fatta la processione intorno alla Capella del Santissimo Sepolcro per tre volte, tutti i Patriarchi si fermorno avanti la porta dell’anticapella, & havendo mandato dentro uno ch’ammorzasse tutte le lampade, acciò non vi fusse fuoco, & ciò fatto noto a tutto il popolo, entrorno poi entro soli i principali Patriarchi de Greci, degl’Armeni, & de gl’Abissini, e fatte alcune cerimonie, & orationi per spatio d’una mezz’hora a sua usanza, fecero il fuoco, & di questo accese alcune candelette uscirno, gridando, che quel fuoco che havevano in mano, era disceso per miracolo dal Cielo, & che era fuoco santo, correndo tutte le nationi con infinite candelette stimandosi beato chi prima havesse potuto accender la sua; la onde in puochissimo spatio di tempo ne furno accese infinite, con le quali alcuni s’inceravano i vestimenti, & si affumavano la vita, altri dispensavano il fuoco, & la cera sopra a quelle tele, che havevano lavate nel fiume Giordano, riservandolo poi per cosa santissima, & adoprando dette tele per avolgervi i corpi morti, parendogli questo bastante alla sua salute, e di questo ne facevano allegrezza, & romore, in modo che pareva volesse cadere la Chiesa istessa. Queste cerimonie quando si finirono era hoggimai passato il mezzo giorno, il restante del quale dispensarono in allegrezze; noi facessimo le visite a tutti quei luoghi santi, crescendoci il desiderio tanto più di goderle, quanto più volte le visitavamo. La Domenica di mattina tutti offitiorno a suoi luoghi a sua usanza, in sue lingue, & furno fatti infiniti segni di allegrezza per il miracoloso giorno della Resurrettione. Havendo poi il Sangiacho aperta la porta tutti uscirono, & si ritirarono a gli alloggiamenti, noi andassimo al Convento, ove disinassimo con tutti i Rever. Padri, & Pellegrini che erano restati. Si diede poi ordine d’andar in Betlehem, che è lontano circa a sei miglia, & di già il R. P. Guardiano havea fatto venire di detto luogo molti Somieri a questo effetto, per servigio di tutti i Pellegrini, & d’alcuni Rev. Padri. Detto dunque il Vespero si partimmo di Gierusalemme, andando fuori per la porta del Castello, cavalcando per colline verso mezzo giorno, ove sono diversi campi piantati de fichi, d’olive, armandole, & altri frutti, non molto custoditi. Cavalcati circa a due miglia, arrivassimo al luogo, ove è l’arbore tanto antico, che tuttavia è verde, chiamato il Terebinto della Madonna, sotto il quale più volte la Vergine santissima nell’andare, & ritornar di Gerusalemme, in Betlehem, riposò all’ombra con il diletto suo figliuolo in braccio, il quale, dicono, che come ancora si vede per miracolo s’inchinò, per ripararli meglio dal Sole. Sono a detto arbore molte Indulgenze. Doppo noi smontati, & fatte le orationi solite, vi si riposassimo alquanto, piamente meditando come ivi fosse stato il Fattor dell’Universo, con la sua dilettissima madre. Questa pianta è da tutte le nationi tenuta in grande veneratione, nè altra di detta specie si trova in detto viaggio. Seguitando il camino in manco d’un miglio vedessimo la Cisterna, che si chiama de’ Magi, ove i tre Regi perdettero la luce della Stella andando in Gierusalemme .
+
Uscì indi la processione, & ritornò alla Capella dell’apparitione, ove conforme al solito si terminò la processione, deponendo i R. Padri i paramenti: & perche era di già passata una buona parte della notte, fussimo condotti in certi luoghi a prender cibo, & quì il cibo, a dormire al meglio che si poteva, parte in detta Capella, & parte sopra certe loggie, che sono intorno alla Chiesa. Se ben molti di noi desiderosi di meglio rivedere i luoghi nominati spendessimo buona parte della restata notte in visitarli, & orarvi: nel qual caso la pratica d’alcuni devoti religiosi ci fu cortese, & sicura guida, e maestra, conducendoci intorno, & tutti i misterij de i luoghi dichiarandoci; doppo il che si diede quel poco residuo della notte al necessario sonno.
Poco più avanti a mano sinistra si vede un Convento, ove stanno alcuni Caloieri Greci, che si chiamano di Santo Elia, & vi è una fontana, ove i Pellegrini sogliono bere; & all’incontro si vede nella Rupe il luogo, ove Elia si riposava, & per miracolo vi resta fin’hora improntata l’effigie delle sue membra, come se fusse stata non rupe, ma tenera materia. Quì è la mezza parte del viaggio, & di doppo si vede Betlehem, & riguardando indietro si vede Gierusalemme. & cavalcando circa un longo miglio si vede a man destra la Sepoltura di Rachele , che fin’hora vi si conserva. & più avanti un poco giù di strada, si vede la Cisterna chiamata di David, molto copiosa d’acqua buonissima. Alla fine arrivassimo alla distrutta città di Betlehem , già Città Regale , & assai grande, posta sopra diverse colline, hora tutta distrutta in modo, che di lei vi sono solamente alcune casette, habitate per lo più da Christiani, ma poveri; poiché gli Arabi vi fanno molti assassinamenti, rubbando ciò che ponno havere. In questa Città (della quale il nome viverà in eterno) è il luogo, ove Giesu Christo volse nascere in una povera casetta, appresso ad una stalla, che come sin’hora si vede, era nella costa d’un monticello, sotto ad una grotta: ma S. Elena ornò il luogo d’una Chiesa , & Convento, come fin’hora si vede, & doppo la distruttione della Citta hanno fatto i Christiani una muraglia intorno alla Chiesa, & Convento, assai forte, per reprimere l’impeto degli Arabi, & Mori, & vi si entra a capo chino solamente per una picciola porta, & bassa, per ostare, che non vi si possa condur dentro animali .
+
Noi tutti quì arrivati, smontati, & pagati di cafarro alcuni pochi maidini al Carcaia del Sangiacco, entrassimo per detta porticella, & poco avanti vedessimo la porta antica grande della Chiesa, & più a dentro la Chiesa assai grande , del la quale il tetto è sostentato di quattro ordini di colonne di marmo a dodici per ordine, con volti, & sopra il muro da tutte due le parti dipinte molte historie del Testamento vecchio, a mosaico, ma rose, e quasi distrutte dalla lunga serie de gli anni. Al Choro s’ascende per alcuni gradi, & sotto di lui vi è il luogo Sacrosanto e memorando, ove nacque il Redentor del mondo. Si discende a questo per due scale, fatte una per parte che sono sempre serrate, e di loro le porte, che sono di ferro, fermate, e assicurate con gran chiavi; acciò alcuno non vi vada senza saputa de i Padri . Noi doppo haver doppo presa la perdonanza, havendo rimirata la Chiesa, ritornassimo verso la porta ove eravamo entrati, & havendone i Padri aperta una porticella, per questa entrassimo nel Convento, ove da i Padri, che di continuo al numero di sei in otto con un Guardiano vi stanno , fussimo caramente ricevuti, accarezzati, & condotti per tutto il luogo il quale è assai grande, & bello, d’aria buonissima, commodo, & riguardevole di giardini, onde se qualche Padre s’inferma in Gierusalemme, doppo si manda a rihaversi. Doppo d’haver quivi preso alquanto di riposo, da i Padri fussimo condotti in una Chiesa dedicata a S. Catherina , nella quale fanno ordinariamente i loro ufficij, & vi sono tutte le Indulgenze, che sono nel Monte Sinai, ove riposa il corpo di detta Santa.
+
Havendo fatte quì le debite orationi per l’acquisto delle Indulgenze, dataci in mano a tutti una candela accesa, cantando l’Hinno, Christe redemptor omnium , fummo condotti per una strada sotterranea fatta a volto, & parte intagliata nella rupe, e per questa introdotti alla Chiesa, che è sotto al Choro della Chiesa grande. Ardono in questa sotterranea Chiesa molte lampadi, & è fatta a volto, con muraglie coperte di lastre di marmo, longa da quindici passi, & larga quattro. Nella parte verso mezzo giorno vi è il maggior Altare, sopra il quale si celebra la Santissima Messa, & sotto vi si vede il luogo istesso, ove la Vergine immaculata partorì il Creator del mondo; luogo riverito dal Cielo, sopra’l quale allhora scesero tanti Angioli festeggianti, e cantanti, Gloria in excelsis Deo. Noi quì arrivati, & genuflessi rimirando il luogo, fatte orationi, vedessimo, e baciassimo humilmente sotto detto Altare, ove è un buco nel marmo di color bigio, in forma rotonda, posto ivi a punto, ove la Vergine Benedetta diede al Mondo il Creator del Mondo. In questo punto a tutti venne tanta allegrezza, e tanto giubilo di cuore, che (quasi ci si struggesse tutto l’interno) per tenerezza da gli occhi copiose lagrime ci uscivano, & per buon spatio restassimo attoniti, & quasi di senso privi, considerando l’altissimo misterio quì dall’Onnipotente esseguito. Dalla parte verso Ponente vi si vede il vivo sasso, sotto il quale col bue, & l’asino era il Presepio, in che il nato Signore fu riposto. & v’è hora accommodato un’Altare, ove si celebra , & dall’altra parte vi risponde ben picciolo Altare nel luogo, ove fù adorato da i tre Regi, venuti a questo effetto infin dall’Oriente .
+
Doppo la dimora doppo fatta più di due hore, spese in orationi, & contemplationi, fussimo condotti per altra strada sotterranea nel luogo, ove furono sepolti i tanti fanciulli innocenti, che furono morti in detta Città per comandamento di Herode , & di là in altri luoghi, ove sono i Sepolcri prima di S. Eusebio discepolo di San Hieronimo, & doppo, poco più avanti, di S. Paola, & di S. Eustochia sua figliuola nobile Romane, che delle sue facoltà fecero accommodare il detto Convento, & volsero passare, & finire le sue vite, per devotione in questi paesi . Et passando più avanti, si vede in un’antro assai spatioso il Sepolcro, ove molto tempo è stato sepolto il corpo del grande, e divoto Dottore, & Scrittore S. Hieronimo. In questo istesso luogo tradusse egli la Bibbia di lingua Hebrea in Greco, & in latino, & vi compose tante opere, v’acquistò tanti meriti, passandovi in sante & celesti attioni, & contemplationi la sua vita per spatio di cinquant’anni . Noi havendo fatte orationi in questi luoghi , ritornassimo per l’istesse sotterranee vie nel Convento , ove per esser l’hora tarda, si concedessimo alle necessita di natura, cena, e riposo. La mattina seguente, che fù il lunedì 15 Aprile, ritornassimo alla detta Chiesa della Natività, rinovando orationi, & meditationi de i misterij ivi operati. & doppo haver ascoltata la Santissima Messa, che fù con bella solennità cantata da quei divoti Padri, ritornassimo nel Convento. Dopo pranso andassimo fuori, e visitassimo la Grotta , ove stette nascosta la B.Verg. col sacrosanto bambino, quì nutricandolo, & celandolo alla gelosa crudeltà d’Herode. Questa grotta è lontana dal Convento un tiro d’arco, & per andarvi dentro si discende per alcuni gradi intagliati nella rupe. Sorge in mezzo a lei un’Altare, ove si celebra alcune volte la S. Messa. Della terra, ò polve di questa grotta tutti ne pigliano per divotione, e credono piamente, che sia stata benedetta dalla Vergine Santissima, & conferita a lei virtù di restituir subito il latte alle donne, che l’habbian perduto, se con divotione pigliano un poco di detta terra bevendola con acqua, ò vino; divotione, & rimedio, a che ricorrono gl’istessi Mori, & Turchi. Havendo quì fatte orationi, ritornassimo fuori, & andassimo a vedere ove già era la Casa del glorioso S. Gioseffo marito della B. Verg. M. & padre putativo di Christo, la quale hora è quasi distrutta, & di là ne condussero alla Villa de’ Pastori, nella quale soleva esser una bella Chiesa, nel luogo ove da’ Pastori la beata Notte della Natività furono sentite l’Angeliche lietissime melodie, e feste .
+
Detto luogo è lontano dal Convento circa a due miglia, & è situato in una bella valle, che è abbondante di pascoli assai buoni, & tutta amena; ma hora il paese nel resto è tutto distrutto dagli Arabi ladri .
+
Doppo l’haver visitato li detti luoghi, ritornassimo al Convento, riposandovi fin’al giorno seguente, nel quale levati di buon’hora, sentita la S. Messa, & fatta colatione, si ponemmo in ordine per andar a vedere il Fons signatus, & havendo tolto con noi per guardia da trenta di quelli nostrani, armati d’archi, & altr’arme, de quali molti hanno la lingua Italiana, per assicurarci che non fussimo impediti da gl’Arabi, dando a ciascuno de questi quattro maidini. Questo Fons Signatus dista da Betlehem in circa a quattro miglia Italiane. Noi v’andassimo a piedi per colli, & monti, i quali solevano essere fruttiferi, hora sono al tutto distrutti e dishabitati. Nasce il detto fonte in diverse parti de monti, & con diversi canali, è tirato tutto ad un sol luogo, il quale con dette acque in una valle fa tre laghi, che con muraglie d’inestimabil grossezza, & fortezza sostengono il peso, & la medesima acqua che soprabonda del primo lago, qual è nella più alta parte della valle: fa poi il secondo, & il terzo più abbasso, & detta acqua poi con un canale fatto con bellissimo, & maraviglioso artificio si conduce in Gierusalemme, che lo rende abondante di fontane. Per condur detta acqua in alcuni luoghi il Canale è fatto sotto le montagne, & è intagliato nella viva pietra passando fin dall’altra parte del monte. Appresso al primo lago, il quale può haver di circuito puoco men d’un miglio, vi si vedono le rovine d’un gran Palazzo, & si dice che qui il Re Salomone teneva le sue Regine, che erano da cinquecento, & le Concubine che giungevano al numero di settecento. Tutte queste sue donne dicesi che erano tenute in questo circonvicino per esser delitiosissimo, e di aria felice il paese. Al piede de gli tre laghi si vede il luogo, ove era l’amenissimo Hortus conclusus, il quale è irrigato d’acque chiare, e perenni, e giace tra due monticelli, e al tempo di Salomone era si pieno d’ogni più nobil sorte d’arbori, frutti, & fiori, che pareva un Paradiso Terrestre. Di quì poco lontana è anco la Villa, che sin hora si chiama Villa di Salomone, ove ammiravansi ne gli antichi secoli superbi edificij, hora miransi solitudini, e ruine . Noi havendo tutti questi luoghi rimirati, ritornassimo per altra via commodamente in Betlehem, ove ritrovassimo i restati, che ne aspettavano essendo di gia l’hora tarda. Quì havendo cenato andassimo a riposare. Aggiungo quì che in Betlehem vi sono molti Christiani nostrani, che hanno la lingua italiana per la pratica che tengono di continuo con i Padri, & molti di loro fanno Croci diverse d’oliva, & altri legnami, & dentro in certe nicchiette vi fanno porre da qualche Padre diverse cose sante. Altri di loro fanno Corone, che vendono poi a’ Pellegrini i quali le fanno toccare quei luoghi santi, & se le portano a suoi paesi. L’istesso si fa anco in Gierusalemme. Noi havendo disegnato d’andare in Hebron , che può esser lontano da quatordeci miglia, a veder il famoso Campo Damasceno, nel quale molti tengono che Iddio fabricasse il nostro primo padre Adamo, & che ancora vi fossero vissuti le prime genti della sua discendenza , & ove al tempo di David, & Salomone vi furono intorno molte Città popolate, e grandi, se bene hora sono quasi tutti quelli paesi ruinati, & dishabitati affatto; tralasciassimo nondimeno quel pensiero, informati che molti Arabi erano posti in aguato, con disegno d’assassinare, quanti di là passavano. Et fu vero, perche alcuni hebrei vi volsero andare, e furno spogliati, e ancora feriti, & malamente trattati. La matina, dunque seguente, che fu il mercoledì diecisette Aprile, udita la santissima Messa nella Chiesa della Natività, dessimo ordine d’andar alla Montana di Giudea, & tolto con noi interpreti, & huomini per guardia pagandoli, montati sopra asinelli si partissimo, & dopo due hore di camino in circa arrivassimo al fonte di S. Filippo, posto in una bella valle, ove sono Indulgenze, & l’acqua è buonissima, & la Fabrica fin’hora si mantiene in assai bella forma.
+
Quì appresso si vedono le ruine d’una bella Chiesa, & altre habitationi tutte atterrate. A questa Fontana S. Filippo battezzò l’Ethiope Eunuco della Regina Candace .
+
Essendoci quì rinfrescati salissimo per la montagna, & calando per l’altra parte, ci s’offerì a gli occhi un bel paese assai ben seminato, & colto di grano, piantato d’olive, & altre piante fruttifere. Più avanti seguiva un paese sterile, & dopo d’ haver cavalcato, & alcune volte anco caminato a piedi per le male salite, & calate della montagna, intorno a poco più d’un hora arrivassimo al deserto, ove si ridusse S. Gio. Battista dalla sua fanciullezza a farvi asprissima penitenza, onde poi venne alle rive del Giordano, & tra gli altri vi battezò N. S. In questo deserto si veggono quasi al piede della costa del monte (al qual luogo si va per dirupi) le rovine d’una Chiesa, e d’un Convento, e più a basso discendendo con difficoltà, s’arriva alla grotta, ove il detto S. Gio. dimorava, & in capo di detta grotta vi è un rilievo di pietra, come un’Altare, & questa era la pietra, che serviva per letto al Santo. Noi quì genuflessi, & fatte in silentio orationi, cantassimo doppò l’Hinno, Antra deserti teneris sub annis , usciti dall’antro, riconoscessimo la vicina Fontana, che dava a lui il bere, la quale chiara, e copiosa si raccoglie in due gran vasi fatti dalla natura nel vivo sasso, assai belli, & capaci. Fù a noi divoto favore il gustarne, fruttuosa meditatione il pensare l’asprezza, & la lunghezza della penitenza, che ivi fece il prima santo che nato, il cibo, il bere, il letto, l’albergo, che in quel remoto, solitario luogo v’hebbe il gran Patriarca de’ Santi Romiti. Indi partiti cavalcando circa quattro miglia per camino di molta fatica, & pericolo, arrivassimo alla casa de i Santi consorti Zacharia, e Elisabetta, che fu quella, ove da Betlehem venne la B. Vergine  a visitare S. Elisabetta sua parente, vecchia, e per favor del Cielo fatta gravida del glorioso San Giovanni, ove si trattenne per tre mesi, havendo nel sacratissimo Reliquiario del suo ventre la Maesta incarnata dell’Eterno Verbo, & ove pe’ i tanti miracoli, che successero, cantò il Cantico Magnificat anima mea Dominum. Sopra questa casa  era fabricata una bella Chiesa, con l’aggiunta d’un bel Convento: hora quasi il tutto è per terra, restandovi solo una parte del Choro, ove sono ancora alcune Imagini de Santi. Nella muraglia di detta Chiesa si discende per una scala di pietra, per la quale si dice, che per la istessa discendendo la B. Vergine, fù incontrata da S. Elisabetta, & sentì nel suo ventre S. Gio. far riverenza al suo Signore. Quì havendo fatte orationi, & rimirato il luogo, che hora è vilipeso, si partimmo, & passassimo ove tra due monti è una valletta, onde esce una fontana assai limpida, della quale si servivano i detti Santi a suo tempo. Seguitando poco avanti si vede la Villa, nella quale era la casa, in che nacque S. Gio. Battista , ove poi fù fabricata una bella Chiesa, della quale, ruinato tutto il resto, si conservano fin’hora le sole muraglie, & i volti, & se ne servono i paesani (che sono per lo più Mori) per stalla, ricetto d’animali. Caso in vero lagrimando il vedere, che luogo sì santo, habitato già da sì gran Santi, ch’erano padroni di lui, & di questo paese, hora sia con ogni atto d’irreverenza habitato da gente peggiore de i cani. Gli habitatori non volsero, che noi entrassimo ne i nominati luoghi, se prima non pagavamo loro alcuni maidini .
+
Doppo d’haver veduto il tutto, si partimmo, & cavalcando per l’erta d’un monte, & doppo per colline assai ben coltivate, & piene d’olive, & d’altri fruttifere piante, in poco più d’un hora di camino arrivassimo ad’una Abbadia d’alcuni monachi Giorgiani, i quali n’apersero benignamente, & ne mostrorno il monasterio, & la Chiesa che è assai ben dipinta, & sotto all’altare maggiore conserva il tronco della palma, che fu tagliata per far il traverso della Croce sopra la quale fu inchiodato Christo, onde anco la Chiesa si chiama di S. Croce. Il Monasterio è ben guardato, & e circondato di buone & alte mura, ha le porte di ferro picciole, ma molto forti per ostare all’impeto di quegli infedeli, che alle volte vi vanno per far loro oltraggio. Di qui partiti in poco più d’un’hora ritornassimo in Gierusalemme essendo l’hora tarda, ove fussimo da’ Padri accarezzati, & cenato andassimo a riposare, come che stanchi per il viaggio, & per il sole molto ardente patito quel giorno. Nei giorni seguenti aspettando, che la caravana d’Egitto si metesse all’ordine per partirsi, non mancavamo di visitar di novo i luoghi Santi nella città, la Chiesa di S. Marco, la Porta ferrea, la Casa di S.Tomaso, ove era una bella Chiesa, che hora è rovinata, la Chiesa di S. Giacomo maggiore che tengono gli Armeni, & vi si vede la pietra sopra la quale fu a lui tagliata la testa, la Chiesa, ove era la Casa di Anna pontefice, ove fu prima menato prigione il Signore, & nella quale vi è tuttavia l’oliva, ove fu legato che ancora è verde, la Chiesa della Presentatione della Verg. Santiss. ove Giesu Christo fù circonciso, benché non sia concesso l’entrarvi, ma solo si saluta alla lontana la Probatica piscina, la Chiesa di S. Anna, ove nacque la B. V. M., la Casa d’Herode, ove fù flagellato N. Sig., la Casa di Pilato, l’Arco sopra quale fù mostrato al popolo, la via dolorosa, per la quale Giesu Christo passò con la Croce in spalla, andando verso il Monte Calvario al supplicio, la Chiesa ruinata dello Spasimo, la Casa di S. Veronica, & tutte le sere andavamo alla Chiesa del Santiss. Sepolcro; & perche non si poteva entrare, facevamo le orationi alla porta. Altre volte andando fuori della Porta del Castello visitassimo la Casa di Caifa , nella quale è poi stata fatta una Chiesa, & sopra l’Altar maggiore vi è posta la pietra, che servì per mettere alla bocca del Sepolcro di N. S.; il luogo ove habitò, & morse la Vergine Santissima doppo la morte di Christo, nel quale S. Gio. Evangelista celebrava la Messa, & ove si sepelliscono i Catolici, che muoiono in Gierusalemme; il tanto memorando Monte Sion, ove Giesu Christo fece tanti miracoli, & non potendo di presenza, lo riverivamo di lontano. Et più appresso alla muraglia, il luogo, ove gl’iniqui Giudei volsero far cadere il corpo della B. Vergine di man de gli Apostoli, che la portavano a sepellire. & ove S. Pietro pianse doppo haver negato il suo Signore, la Fontana chiamata Natatoria Siloe, ove Giesù illuminò il cieco nato, il luogo ove Esaia fu segato, & sepolto, & nel monte dell’offensione, ove stettero nascosti gli Apostoli nel tempo della persecutione, & passione di Christo, & ove è il Campo santo comperato per li trenta dinari, che Giuda gettò nel Tempio; & visitassimo di più la Valle tremenda di Giosafat, nella quale molte volte pensando, & confidando, come quì il giorno spaventevole del Giuditio tutti s’habbiamo a ritrovare per esser giudicati, & sentir la spaventevole ultima sentenza per gl’iniqui, & vedere con quanta forza, e horribilità l’ira d’Iddio scaricarassi sopra gli ostinati peccatori, & come da quì saranno rapiti da’ Diavoli alle sempiterne pene dell’Inferno, certo che non vi è persona, alla quale (ritrovandosi in questa Valle, & ciò considerando) non se gl’instecchino i capelli in testa, & non se gli agghiacci il sangue nelle vene, non tremi per timore, e versi al di fuori quasi sudor di sangue.
+
Ma considerando ancora come qui il benigno Giesù volgendosi a’suoi divoti, & fedeli, con quel vivo splendore della sua Maestà tutti unitamente chiamerà, & condurrà alle beate stanze del Paradiso, entra nel cuore tal giubilo, che si desidera la venuta del giorno prefisso, e si risolve il poco della vita che resta, impiegarlo in modo, che alla morte niuna cosa s’opponga, che ritardi il godere la desiata gloria. Visitassimo in detta Valle la Chiesa, ove è il Sepolcro della B.V.M, & nella istessa la sepoltura di S. Gioseffo suo sposo, & de’ Santi consorti Gioachino, & Anna genitori. & più a basso in detta Valle vicino al fonte del torrente Cedron, le vestigie delle mani, & de’ piedi, che scolpite ivi nella pietra, come impresse in cera, lasciò nostro Signore essendo condotto prigione, le quali fin’hora molto apparenti si vedono. & più a basso, ove dimorò nascosto S. Giacomo minore, & dall’altra parte il fonte della B. V. M. Visitassimo ancora l’antro, overo grotta, ove Christo orava, & ove dormirono i tre Discepoli, & il luogo, nel quale da Giuda fù tradito, preso, e legato nostro Signore; & più ascendendo nel Monte Oliveto, ove S. Tomaso hebbe la cinta dalla Vergine Santissima ascendente in Cielo, ove Christo pianse sopra la Città di Gierusalemme, prevedendo la ruina di lei, ove gli Apostoli composero il Simbolo, ove Christo insegnò a’ suoi Apostoli a pregare, con l’Oratione Dominicale, ove predisse il Giuditio, il luogo parimente ove fece penitenza S. Pelagia; & nella sommità di detto Monte il luogo, ove Christo ascese al Cielo, & in memoria lasciò l’effigie delle sue piante nel marmo incise, come fin’hora si veggono. In Betania visitassimo la Casa ruinata di S. Martha, la pietra, sopra la quale s’assise N.S. mentre Marta, & Maria Maddalena vi parlarono di Lazaro suo fratello morto, la Casa di S. Maria Maddalena, della quale fù poi fatto un nobile Convento, che hora è tutto spianato, la Casa di Simone leproso, il Sepolcro, ove Christo richiamò a vita il già quatriduano Lazaro; & appresso alla Citta il luogo, ove fu lapidato & morto il Proto martire San Stefano, il quale in cadendo sopra il duro marmo vi lasciò la forma di tutto il suo corpo impressa, come fin’hora si vede, & in tutte le visite di questi luoghi accompagnate con orationi, sempre i Padri che venivano a mostrarli, leggevano ancora alcune orationi, overo Hinni particolari, & Evangelij trattanti de gli effetti ivi successi, & sovente vi aggiungevano gravi, & divoti sermoni, dichiarando i miracoli, e le cose, che vi occorsero. Ne furono ancora mostrate un giorno fuori della Città nella parte verso Tramontana le ruine dell’antica Gierusalemme, fra le quali vedesi sotto terra cavato per forza di scalpello nel duro marmo tutto d’un pezzo, un luogo in forma d’una sala, di lunghezza intorno a quindici braccia , & in un canto verso mezzo giorno vi è cavato un buco in forma quadra nell’istesso marmo, per il quale s’entra ben difficilmente, & solo carpone, per spatio d’otto braccia , che tanta è la lunghezza di detto forame. S’entra poi in un’altra sala fatta in quadro di dieci braccia  per ogni verso, la quale altresì è tutta tagliata a forza di ferro nel detto marmo. & è gran cosa, che il suolo, le pareti, e il sofitto è tutto d’un pezzo; e di più in detta sala vi sono sei porte (…) incavate, che vanno in altre camere, nelle quali; sono poi cavate alcune cellette, & si comprende esservi state sotterrate anticamente persone grandi, del che fanno fede l’ossa de’ cadaveri, che vi si veggono; che perciò chiamano detto luogo la Sepoltura de i Ré . Ma in vero hà del maraviglioso molto il vedere, come in un marmo solo vi si sia fatto quasi un compito Palazzo. Havendo noi più volte visitati questi Santissimi luoghi, & ivi con quella maggior divotione, che ci concede Dio, fatte orationi per noi, & per tutti li nostri parenti, & amici; la gente incominciò a far trattati della partenza: ma perche due Sig. Fiamenghi il mio compagno, & io eravamo risoluti di passar con la Caravana per il deserto dell’Egitto, & veder in particolare la gran Città del Cairo, essendovi ancora di ritorno quelli Sig. Pellegrini, che erano per l’istesso viaggio venuti, trattassimo con un Mucaro, che ci noleggiò tre Cameli per prezzo di quaranta piastre in tutto, & patto di spesar gli animali, & pagar li cafarri. Di questi tre animali uno caricossi della vettovaglia, & delle bagaglie; sopra gli altri due, accommodati con ceste (che paiono mezze letiche) una per parte, ove vi stà una persona dentro per luogo, s’accommodassimo noi per il viaggio, & facessimo anco provisione di buon vino, tolto da certi Caloieri Grechi, perche in detto viaggio non se ne ritrova fino in Cairo, pigliassio di più biscotto, & altre cose per il vitto, benche d’indi lontano tre giornate nella Città di Gaza, si faccia provedimento per passar il deserto. Nella Città di Gierusalemme si spende la moneta, quasi come in Egitto; i più spendibili dinari sono i Reali di Spagna, che chiamano Piastre, & i Toleri d’Alemagna, che si chiamano abuchelli. Il Reale di Spagna intiero vale trenta maidini, & un maidino vale diciotto soleri, che sono moneta di rame molto grossa, & pesante. I Cecchini, & Ongari da quei popoli pigliansi volontieri, ma si vogliono di peso, & belli in vista, & calando non gli accettano per alcuna valuta, e vagliono qnarantacinque maidini l’uno; alcune volte gli Hebrei li cambiano a qualche cosa d’avantaggio; altra sorte d’oro, nè di moneta non occorre portare in quelle parti, che la perdita sarebbe troppo grande. Havendo noi visitati, & riveriti questi luoghi Santi, perche s’approssimava il partire, & di già gli amici che erano venuti con noi di Soria, erano ritornati con la Caravana, & altri sì de’ Padri, come de’ Pellegrini erano andati verso Iaffa, per passarne in Cipro, che questa è la più breve, & di manco spesa, per ritornarsene in Europa, noi andassimo alla Cella del R. P. Guardiano, il quale si ritrovava un poco indisposto, & ringratiatolo infinitamente delle cortesie ricevute, & de’ travagli presi per noi, havendoci il Convento per tre settimmane intiere per sola charità alloggiati, e spesati, chiestagli buona licenza, e la sua santa benedittione, per ritornarci a’ nostri paesi, da sua Paternità fussimo ad uno per uno abbracciati, & benedetti tutti insieme poi con affettuoso ragionamento essortati alla ricognitione della gratia ricevuta dal Signore nella visita di quei Santi luoghi, alla memoria della vita, & passione di Christo, alla santità della vita, & alla fedele, e perseverante essecutione di ciò che la divota stima del grado, & Cavalerato ricevuto, impone.
+
Io poi, soggiongeva, non mancarò a mio potere di pregare, e far pregare a questi nostri R. Padri N. S. che come vi hà, fra tanti mari, fatti favorevoli tanti venti, fra tanti viaggi, fra tanti pericolosi passi fatti sicuri, fra tanti inimici dissesi, fra tanti disaggi, e bisogni soccorsi, e felicemente condotti alla bramata meta del vostro altretanto lungo, grave, affannoso, e pericoloso, quanto pio, divoto, e santo pellegrinaggio, quì consolandovi con una compita, distinta, commoda, chiara, e replicata visita di questi santissimi luoghi, ove hà operata la salute del mondo, eleggendovi di più nel glorioso numero de’ favoriti soldati, e Cavalieri suoi; cosi continuando con voi, & in noi la grandezza de’ suoi celesti efficaci favori a’nostri paterni soggiorni e sicuri, e sani, e lieti vi ritorni, dandovi gratia di vivere il resto della nostra vita nel suo timore, di giunger puri, e immaculati alla morte, e di passar sicuri all’eterno possesso della gloria.
+
Ciò detto, ne fece dono d’alquanti Agnus Dei, composti di Terrasanta, che egli di sua mano raccoglie in tutti i luoghi nominati, & riducendo la materia in polvere, col dragante fattane una pasta, & con piccioli impronti diversi stampatevi sopra imagini di Christo, & de Santi, de quali divisi, e lasciati indurire, & data loro la benedittione Apostolica, alla  partenza de’ Pellegrini ne dà a tutti, acciò segli portino a’ suoi paesi, che sono di gran divotione, & hanno molte Indulgenze. Ci diede ancora il privilegio solito a darsi ad ogni Cavaliero ascritto in quella Religione, registrato in bella forma in carta pecora, sottoscritto di sua mano, sigillato col sigillo della Santissima Resurrettione. Noi genuflessi lo ringratiassimo molto delle infinite cortesie da sua Paternità, & da tutti quei Rev. Padri ricevute, poi gli facessimo quella elemosina, che è solita a darsi dagli ascritti in detta Religione, & di più un’altra elemosina per divotione, & ricognitione della charità ricevuta da detti Padri, i quali sono molto bisognosi, essendo di continuo aggravati da Turchi di false imputationi; onde sempre costretti a dar loro denari, e robba del poverissimo Convento; oltra che d’ordinario i Padri sono molti in numero, ne hanno cosa alcuna di fermo, & solo aspettano l’elemosine, che le vengono fatte da Pellegrini, & ciò che gli viene mandato per charità dalle parti d’Europa, il che è molto poco in se, & meno alle necessarie grandissime spese, onde sempre il Convento ha debiti, paga grandi interessi, pigliando ne’ frequenti bisogni danari da certi Hebrei, che ne vogliono ingordissimi [interusuri]. E ricevuta […]
+
la sua santa benedittione, ci ritirassimo con gli altri,
+
pigliando congedo da molti Pellegrini
+
nostri amici, raccomandandoci
+
alle divote loro orationi.
+
  
Fine del secondo libro.
+
Il giorno seguente, che fu il giovedi santo, la mattina fu celebrata la messa avanti al santissimo Sepolcro, & vi si fecero tutte le cerimonie alla romana, & quasi tutti i Pellegrini presero il Santissimo Sacramento.
 +
 
 +
Doppo la comunione il R. Padre Commissario lavò i piedi di sua mano a dodeci di noi altri Pellegrini, & tutti i Padri, con la processione passando ne gli baciorno, e questo in memoria, e similitudine di quello, che fece nel santo monte Sion il detto giorno, Giesu Christo a suoi discepoli. E essendo venuta l’hora di mezzo giorno, quelli, che ne portavano da desinare, ne diedero nuova, come era arrivata la Caravana del Cairo d’Egitto, & che vi erano da dieci Pellegrini Italiani, i quali poi entrorno verso all’hora di vespro nella Chiesa, del Santissimo Sepolcro: ove quì si disse l’offitio sopra il Santo monte Calvario nella Capella della Crocifissione, & la sera si fece la processione visitandovi tutti i luoghi santi, & in gratia de i pellegrini nuovi un Rev. Padre vi fece molti affettuosi sermoni.
 +
 
 +
Fu spesa la notte da molti in orationi, contemplando, come in questa apunto il nostro Signore Giesu Christo, andato con parte de suoi Apostoli all’horto '''[100]''', ove era solito ad orare, ivi fusse stato preso, legato, & strascinato in pregione; come condotto da Anna a Caifa, da Caifa ad Herode, da Herode a Pilato; come da tutti burlato, beffegiato, vilipeso; come da alcuni suoi proprij discepoli tradito, da altri negato, da tutti abbandonato.
 +
 +
Et in queste contemplationi si dispensò quasi tutta la notte. La mattina del venerdì Santo tutti i Rev. Padri seguitati dai Pellegrini, ascesi sopra il sacro monte Calvario nella Capella della Crocifissione celebrarono; e essendo letto l’Evangelio della Passione registrato da S. Giovanni, fecero ancora la rappresentatione della Crocifissione nel luogo istesso con una Croce, & con una imagine di Giesu Christo; & fu la rappresentatione accompagnata da un divotissimo ragionamento fatto da un Rev. Padre del seguente soggetto:
 +
 
 +
Sù, amici, & fratelli, ad una viva, devota, & dolente consideratione di ciò che quì hoggi patì per salute del mondo il figliuol d’Iddio; oltre a tanti debiti, ragion di gratitudine lo ricerca, che ove nostre furon le colpe, sue furon le pene. Il giorno lo persuade, che doppo il giro di tanti secoli, fù questo istesso giorno. Lo vuole il luogo, che fù questo medesimo luogo, ove hora si ritroviamo. A i danni dunque del mio, & vostro Signore ogni età, ogni ordine, ogni gente consentì col pensiero, col giudicio, con la volontà, cospirando, sollecitando, gridando. S’ordisse da Giudei il parricidiale dissegno, tessesi da Gentili, sobornansi quelli per accusatori, che più de gl’altri sono sceleratissimi rei; concorronvi è Prencipi, e profani, e sacri; ma tutti egualmente infami, sacrileghi, & essecrandi. Senza ragione, senza legge, senza sufficiente imputatione, inaudita causa, condannasi al morir chi è manifestamente, non solo incolpevole, non solo giusto, ma santo, & all’empia ambitione, & avaritia de i micidiali sacrificasi col sangue della innocentia. & che può dirsi del Collegio de i dodeci tanto favoriti da lui, de i quali, uno per mercede il tradisse, un altro per tema il nega, tutti per pusillanimità, e dubia fede l’abbandonano? ma ahi portentosa, e non mai più udita crudeltà: che quasi infamissimo ladro si prenda, si leghi, si urti, si strascini, si carichi di pugni, di calci il santo de i santi? che s’illordi con bruttissimi sputi, che di bende si copra, che con barbare guanciate si batta il più bel volto di natura, e di gratia? che si laceri, & che si pesti con durissime continuate battiture quel virginale, delicatissimo, sacratissimo corpo, tanto, che nulla d’intiero in lui restando, sembri quasi vivo cadavero, ne delle piaghe seguenti possano esser luoghi se non l’antecedenti piaghe, e fra le tante una sola divenga horrenda, e miseranda piaga, l’impiagato Giesù? Che con nova trovata d’insolita crudelta di dure pungenti spine vi si cinga la divinissima sua fronte? Ma ecco (& inhorridisse l’animo a pensarlo) che si produce in publico, e sembra una lacerata effigie d’un morto spirante, ne trova pietà, ma novo sdegno accende, e’l suscitator de morti a parangon d’un infame schiavo, d’un scelerato homicida si giudica degno di morte, & a morte si conduce, & a morte di Croce, e la Croce sopra il lacero humero di lui s’impone, & è si grave, & egli si lassò, & essangue, che sotto più volte vi cade, & vi patisse deliquìo.
 +
 
 +
(Quì si fece rappresentante Crocifissione della Santa Imagine)
 +
 
 +
Giunto finalmente su questa cima, e nudato infamemente qual lo vedete, chi veste di raggi il Sole, di Stelle il Cielo, gettaronlo i manigoldi in terra, e con funi alle mani, & a piedi legandolo, tirarono a viva forza l’adolorate sue membra a destinati luoghi della Croce, rinovando in questo modo le non saldate sue piaghe, & più volte facendovi batter la sacratissima testa sul legno, onde in lei più a dentro penetravano le longhissime, pungentissime spine, & facevasi quì intorno un nuovo lago del suo pretiosissimo sangue. (e seguendo il Padre.) Ma, Oime disse, già sono apprestati i gran chiodi, già si levano i fieri martelli, già calano i colpi horrendi; ad una mano prima, all’altra doppo: e finalmente a i piedi. O centro come quì non t’apri, ò Cielo come qui ti sostieni? o elementi, o elementate cose come qui sottosopra volgendovi non ricadete nell’anticho Chaos? Ma ben sentirno il caso del suo Creator le creature tutte; che eretto, e qua piantato il gran tronco della Croce alla vista di questo Crocifisso si ruppero le pietre, squarciossi il velo del tempio, tremò la terra, inhorridì il Cielo, el Sole in cosi acerbo, è miserando spettacolo per non veder indignità si grande, rapì il giorno ad’opra sì funesta, al giorno ogni luce, alla luce ogni splendore, allo splendore tutto se stesso, & di profonde, e prodigiose tenebre si cinse. Tutte le pene dovute a gli huomini caricorno sopra di te, ò Redentor de gli huomini; perche patite da te si perdonassero a noi. Qua fu appeso d’ogni conforto te stesso privasti; perche nulla mancasse al sommo delle miserie tue. Altri e travagliato, da gl’amici, vè pronto il conforto de gl’amici. Mancano gl’amici, non abbandonano i propinqui.
 +
 
 +
Una parte del corpo patisse, l’altre son sane. Sarà sommo il dolore, ma sopravenendo il fine non sarà longo, e tal volta chi crudele uccise, mira pietoso l’ucciso. Tu solo doppò ogni memoria, e da i noti, e dagl’ignoti, e da i disgiunti, e da i congiunti tormento ricevi, e nel longo martirio delle conquassate tue membra, la morte istessa non osa avicinarsi a te, se non la inviti. Osa di farlo alla fine, quando l’invitto spirito tuo non versi, ma il rendi, & all’eterno Padre volontario il consegni. Allhora volgesi contra l’essangue tuo corpo la rabbia di quelle fiere, anzi furie d’inferno, che nel tuo corpo vivo haveva fatta l’estrema possa d’insatiabile, d’implacabil furore. Da quì presso al suo spirare accompagnata da puochi la desolatissima, & addoloratissima madre il consola. Mira ella il figlio pendente in Croce: egli dalla Croce la madre: pena ella in lui, e pena egli in lei; e son le pene e di lei, e di lui infinite. Scorrono in tanto e dalle mani, e da i piedi i fiumi, non sò s’io dica di sangue, o d’amore: e di sangue, è d’amore mista con acqua, copia magior, al fiero colpo di lancia crudele, scorre dall’impiagato petto. Ricevesi questa ultima piaga insensibilmente da Christo, perche di già se ne partita l’anima; ricevesi più che sensibilmente dalla Madre, che ne resta trafitta nel core, si che i danni corrono divisi fra la madre, el figlio: di lui e l’ignominia, di lei è il dolore. Ma la madre questo ultimo sangue, & quest’acqua sollecita raccoglie, ne parte alcuna n’ha l’ingrata giudea: tutto lo ripone, & conserva la madre ad’uso della Chiesa, sposa del figlio. & quindi la sposa istessa, che da questo istesso aperto fianco del suo sposo dormiente riceve l’essere e la vita, se ne forma, & compone sacramenti. Il sangue da il merito, l’acqua l’elemento: il sangue da il pretio, l’acqua il ministerio. Così pende Christo fra il Cielo, & la terra, come altre volte il serpente di bronzo. Ecco la vittima nostra estinta, senza sangue, senza acqua, senza spirito, piena di meriti, di virtù, e di fatti: come oblata propitia l’irato Dio; come volontaria merita, e gratia, e gloria; come penale equìvalente sodisfa per le dovute pene; come prezzo redime dalle colpe; come essemplare informa i costumi; come amorosa trahe a se i cuori di tutti; come elevata rapisse a se tutti gl’occhi. La mira dal Cielo il Padre, e sen’appaga, e placa; la mirano gli Angeli, & amaramente come puonno ne piangono; la mira il Sole, & sen’ecclissa; la Luna, & se ne confonde. La mira il Centurione, & l’adora come figlio di Dio. La mirano i Giudei, & ne dimenano il capo, e sopra di se, & de suoi figliuoli con imprecationi gridano, che si versi quel sangue. Ma verrà pur tempo, che ''Videbunt in quem transfixerunt''. La mirano i sassi, & per dolor si spezzano. Voi ò diletti dalla terra miratela, alzate le fronti, e gl’occhi, ecco che fatta la nostra redentione ''Ecce Agnus dei, ecce quì tollit peccata mundi''. Questo capo inchinato pace porge, e chiede pace. Queste mani distese tutti a suoi cari abbracciamenti aspettano, e chiamano; questo sangue grida al Cielo, e misericordia impetra. ''Agnus Dei quì tollis peccata mondi miserere nobis, parce nobis Domine, dona nobis pacem'', e misericordia, e pace, e benedittione vi conceda Dio, per amor del suo figliolo, e vi ridoni odio perpetuo del peccato, & proposito eterno di non commetterlo mai più, gratia in vita, doppo la vita gloria, Amen.
 +
 
 +
Restò ogn’uno con gran sentimento della passione di Christo, e ne sparse lagrime, e sospiri, compunto molto delle proprie colpe, come che cagioni di tanto male. Et essendo di buona pezza passato il mezzo giorno, si retirassimo al luogo solito, a prender al quanto di cibo per ristoro delle forze, ma ad’hora di vespro i Padri, & i Pellegrini ritornorno sopra il Santo monte Calvario, celebrandovi l’offitio solito, che durò fin’a sera. Indi fecero l’apparecchio per la processione, per la quale andati al luogo, ove era la santissima Croce, prima fatte orationi, poi levatane l’imagine del Signore con questa riposta in un panno sopra una tavola. In processione discesero dal monte, & portata al luogo, ove è la beata pietra dell’untione, e postala sopra, il Rev. Pad. Comissario, a commemoratione del fatto, l’unse di Mirra, & Aloe.
 +
 
 +
Quì si stette un pezzo in oratione, e contemplatione di quei misterij grandissimi. Involta poi in un Sudario di tela, fu levata & continuata la processione verso il santo Sepolcro, ove fu alla fine l’Immagine posta.
 +
 
 +
Noi tutti ivi piangendo, & contemplando la passione, pregando Iddio per la remissione dei nostri peccati, buona parte della notte passassimo.
 +
 
 +
Gia molti giorni il Sig. Bonifacio Neri gentilhuomo Bologenese, mio individuo compagno, e io desideravamo d’esser ascritti nel numero de i Cavaglieri, & soldati della guardia del santissimo Sepolcro di Christo, Religione antichissima '''[101]'''. A notitia maggiore di lei diamisi quì, che non sara però digredire, il dire, che nel tempo, nel quale la Santa Città di Gierusalemme, con tutta la Palestina, & altre parti di Levante, erano in mano de Christiani, in diversi tempi v’hebbero origine, & vi fiorirono quattro Religioni principali di Cavalieri. L’una fu dai prima detti Hieresolomitani, poi di S. Gio. poi di Rhodi, hora di Malta, che incominciata in fin nell’anno 1122 '''[102]''', insignita in habito nero, di bianca Croce '''[103]''' nel petto, e militante sotto la regola di S. Agostino, è ita crescendo sempre di numero, di forze, e di gloria, impiegandosi nei primi tempi in allogiare, difendere, & assicurare i Pellegrini all’hora, e doppo sempre in combattere gloriosamente contra gl’infedeli. L’altra fu quella dei Templari '''[104]''', cosi detti, perche habitavano presso al gran Tempio. principiata sotto Baldoino secondo Ré di Gierusalemme, in habito '''[105]''' bianco, di rossa Croce adorna, vivente sotto la regola compostavi da S. Bernardo, c’haveva impresa d’accompagnare Pellegrini dal Giaffo infina alla Santa Città, e ricondurli ancora, assicurandoli in tutto il camino dell’andata, & del ritorno dagl’assasini, che in gran numero infestavano quei viaggi, Religione la quale, per gran tempo, hebbe gran vanto di buontà, di valore, e notabili imprese contra l’Turco; ma che arrichita particolarmente in Francia di molte entrate, e grosse Commende diede in grandi eccessi, e perciò a gagliarda instanza di Filippo Ré de Francia, da Clemente quinto Sommo Pontefice fu estinta. Un’altra vi fu dei Cavaglieri Teutonici, fondata da un nobilissimo Tedesco '''[106]''', il quale con molti della sua natione patriò, doppo ’l santo acquisto, in Gierusalemme, segnalata in habito bianco della Croce nera, concessa solo alla natione, che la fondò, doppo la perdita di terra Santa ritiratasi nel suo paese, e quindi con l’autorità di Federico secondo Imperatore passata all’acquisto della Prussia & quivi fatta padrona di stati. Tra le tre dette '''[107]''' hebbevi origine anco la Religione, & ordine dei Cavaglieri nomati della guardia del Santissimo Sepolcro di Christo, perche a loro era datta la custodia, el governo di quel Sacrosanto luogo. Il Rè di terra santa era il principale, e’l gran Maestro della Religione: tale fu Goffreddo '''[108]''', e doppo i di lui successori con numero copioso di nobilissimi, e valorosissimi personaggi eletti Cavaglieri al pietoso offitio. Portavano questi l’habito bianco con cinque rosse Croci a memoria delle cinque principali piaghe di Nostro Signore. Con la perdita di terra Santa '''[109]''' perderonsi il capo, le membra, le forze, & le facoltà di questa nobilissima Religione, in modo che di lei vi restò poco più che una instabil memoria. Doppo d’esser restati quei divotissimi luoghi abbandonati per alcuni secoli '''[110]''' da tutte le religioni d’Europa, alla fine il Serenissimo Roberto Ré di Sicilia per officio pietoso, l’anno 1304, con molta fatica, e spesa, ottenne facoltà dal Soldano d’Egitto di mantenervi il convento de i Rev. P. Zoccolanti, che in tutti quei santissimi luoghi havessero ad’officiar, senza divieto secondo il rito Apostolico Romano.
 +
 +
V’entrarono i Rev. Padri, vi fecero famiglia, v’edificarono diversi conventi, e cosi di man’in mano sono iti continuando sempre, mandandovi d’Europa per ordinario ogni tre anni una nova famiglia con un Guardiano di governo, e d’autorità suprema.
 +
 
 +
Il Guardiano dunque, che cadde sotto il Pontificato di Leone decimo dal detto Sommo Pontefice ottene facoltà di poter rinovar la detta religione, & ordine di Cavaglieri, & la facultà tuttavia vi si conserva, e si mantiene in atto pratico '''[111]'''. Ben è vero che non è molto ampliata in fin quì la Religione, non potendovi esser ascritto chi colà non va di presenza, & essendo si puochi quelli che vi vanno, stando le difficoltà che moltissime si patiscono, le spese che grossissime si fanno, i disturbi, i disaggi, i pericoli, che gravissimi e senza numero vi si sofferiscono, aggiongendovisi che colà, tolta la Charità dei poveri Padri, non v’ha l’ordine cosa alcuna di proprio, e pure gli oblighi di lui sono più dell’ordinario è grandi, è gravi.
 +
 
 +
 
 +
Vai a '''[[Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 8]]'''
 +
 
 +
 
 +
'''NOTE'''
 +
 
 +
'''[100]''' L’evangelista Matteo riferisce che Gesù si recava a pregare in “un podere chiamato Getsemani” (Matteo 26,36). L’orto del Getsemani, o degli Ulivi, era un appezzamento di terreno ove era possibile la lavorazione dell’olio e si trova nella valle del torrente Cedron che separa Gerusalemme dal monte degli Ulivi.
 +
 
 +
'''[101]''' La chiesa cristiana primitiva rifiutava la violenza e condannava la guerra, non tanto per una posizione di principio, ma a motivo del fatto che l’impero romano era pagano e il cristiano, cittadino romano, chiamato alle armi non voleva prestare giuramento ad un imperatore che si riteneva dio. La conversione di Costantino nel 312 e l’imposizione del cristianesimo come religione dell’impero nel 395 implicarono un atteggiamento diverso nei confronti della vita militare: i cristiani ora si sentivano chiamati a difendere un impero che difendeva la loro fede contro il nemico comune, cioè i popoli germanici. Sant’Agostino definisce così la “guerra giusta”: “Giuste sono le guerre che vendicano le ingiustizie, quando un popolo o uno stato, al quale deve essere fatta guerra, non ha punito le iniquità dei suoi o non ha restituito quel che attraverso queste ingiustizie è stato sottratto”. Nel 1150 nel ''Decretum'', testo base del diritto canonico, Graziano scrisse: “ Una guerra è giusta se è condotta con intenzione positiva, sotto la direzione di un’autorità legittima e con scopo difensivo o con lo scopo di recuperare un bene ingiustamente preso”.
 +
 
 +
Secondo san Bernardo fu proprio in epoca medievale, nelle terre d’Oriente che apparve la nuova cavalleria, in quanto nata con la finalità di liberare il Santo Sepolcro e i luoghi santi della Palestina; tuttavia l’ordine religioso-militare affonda le sue radici in Occidente. Già verso il IX secolo infatti i chierici occidentali riflettevano sul tipo di organizzazione da dare ad una società cristiana e sembrava loro opportuna una suddivisione in tre ordini o funzioni che in epoca carolingia vennero identificati in tre categorie: i monaci, i chierici e i laici. All’inizio del XI secolo Adalbéron, vescovo di Laon, specificando meglio il ruolo delle singole categorie scrive: “La casa di Dio dunque è triplice, benchè sembri unica: quaggiù alcuni pregano (''orant''), altri combattono (''pugnant'') e altri lavorano (''laborant''); i tre sono insieme e non si separano; così l’opera di due riposa sul compito di uno solo; ciascuno a sua volta porta a tutti sollievo”. Questo significa che lo schema delle tre funzioni esisteva da più di un secolo allorché, nel gennaio 1129, il concilio di Troyes riconobbe la legittimità dell’ordine del Tempio che riuniva in sé le prime due funzioni, cioè quella di pregare e quella di combattere. (cfr. ALAIN DEMURGER, ''I Cavalieri di Cristo – gli ordini religioso – militari del medioevo. XI-XVI secolo'', ed. Garzanti, Milano, 2004).
 +
 
 +
'''[102]''' Secondo alcuni storici l’Ordine di Malta venne fondato nel 1099 a Gerusalemme come confraternita ospedaliera; secondo altri avrebbe un’origine ancora più remota che risalirebbe attorno alla prima metà del secolo XI, quando alcuni mercanti amalfitani ottennero dal califfo fatimide d’Egitto il permesso di fondare a Gerusalemme un ospizio e un ospedale annessi ad una chiesa dedicata a San Giovanni, per l’assistenza dei pellegrini cristiani. Per questo inizialmente l’ordine venne denominato “Ordine di San Giovanni”. La data riferita da Pesenti, anche se con una discordanza di un anno, ossia il 1121, è l’anno in cui venne creata la classe dei cavalieri e l’ordine di San Giovanni, divenne il Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano, assumendo così la duplice funzione ospedaliera e militare. Dopo la conquista cristiana di Gerusalemme l’ordine fu posto sotto la tutela della Santa sede con il diritto di scegliersi liberamente i propri capi. Nel 1529, dopo alterne vicende, i cavalieri di quest’ordine si stabilirono a Malta. La divisa dei cavalieri di San Giovanni era composta da un mantello nero con una grande croce bianca sul petto; durante le attività belliche i cavalieri indossavano una sopravveste rossa in cui campeggiava una grande croce bianca. Previo apposita autorizzazione ai cavalieri dell’ordine di Malta era data la possibilità di dedicarsi ad attività corsare, con la condizione di riservare alle casse della Sacra religione tre quarti del bottino catturato. A questo proposito vi era una precisa normativa: per ottenere la patente di corsa il candidato doveva dimostrare di avere l’esperienza marittima necessaria a garantire un felice esito dell’impresa e di avere a sua disposizione una nave ben armata ed equipaggiata. La licenza inoltre definiva l’area geografica entro cui l’interessato poteva corseggiare. Generalmente, fino alla fine del ‘600, i corsari con base a Malta ottennevano permessi per operare nelle acque della Barberia contro le navi musulmane. (''cfr.'' A. DEMURGER, ''op. cit.''; M. LENCI, ''op. cit.'').
 +
 
 +
'''[103]''' L’uso di portare la croce cucita sul petto iniziò con i partecipanti alla prima crociata (1095-99): secondo il diritto canonico e la pratica del tempo la croce indicava che il crociato era un penitente e un pellegrino al quale, in deroga rispetto ai canoni, era consentito portare le armi contro gli infedeli. I primi crociati  in particolare, si sentivano diretti al martirio e alla Gerusalemme celeste.
 +
 
 +
'''[104]''' Per ciò che concerne la collocazione cronologica della comparsa dei templari, uno scritto di Guglielmo di Tiro ci fornisce due riferimenti. Egli così scrive: “nel corso del nono anno (dall’esistenza del Tempio) e durante il concilio che fu tenuto in Francia a Troyes […] si istituì una regola per loro…”. Il prologo della regola del Tempio ne aggiunge un altro: “Con le preghiere di maestro Hugues de Payns, sotto il quale l’anzidetta cavalleria nacque per grazia dello Spirito Santo, si riunirono a Troyes (chierici) di diverse province transalpine, per la festa di monsignor sant’Ilario, nell’anno dell’Incarnazione 1128, il nono anno dall’inizio dell’anzidetta cavalleria”. Da notare che il concilio di Troyes molto probabilmente si era riunito il 13 gennaio 1129, e non 1128, perché allora nella Champagne era in uso il calendario dell’Annunciazione che prevedeva l’inizio dell’anno il giorno 25 marzo. Ne consegue che la fondazione del Tempio si deve collocare nell’anno 1120, ossia nove anni prima, per iniziativa di Hugues de Payns e un anno dopo la terribile disfatta dell’''Ager sanguinis'' (28 giugno 1119) nel principato di Antiochia. L’iniziativa era stata incoraggiata da re Baldovino II, che in quella circostanza aveva concesso ai cavalieri (inizialmente solo nove) un alloggiamento nel suo palazzo, posto nella moschea al-Aqsa, costruita sulle fondamenta dell’antico tempio di Salomone, da cui il nuovo ordine prese il nome. L’ordine dei templari si può considerare il primo di tipo religioso-militare, infatti secondo alcuni storici in quegli anni l’ordine dell’Ospedale non si era ancora realmente militarizzato, mantenendo ancora il suo carattere prevalentemente assistenziale. Ci vollero nove anni affinchè l’Ordine del Tempio venisse riconosciuto e per ottenere l’autorizzazione ad esercitare, in quanto ordine religioso, anche una funzione guerriera. La società cavalleresca era infatti pronta a comprendere la novità, ma molti chierici erano dubbiosi o addirittura ostili e tra questi lo stesso san Bernardo. (''cfr.'' A. DEMURGER, ''op. cit.'')
 +
 
 +
'''[105]''' L’abito, ossia il mantello recante l’insegna propria dell’ordine, è un importante segno di riconoscimento e appartenenza ed è di proprietà dell’ordine. Oltre all’abito vi erano però altri segni che caratterizzavano gli appartenenti agli ordini religiosi-militari e che dovevano permettere agli appartenenti di riconoscersi. San Bernardo nella sua regola insisteva ad esempio sulla necessità di distinguersi dai “cavalieri del secolo”, che portavano lunghi capelli ricciuti e vestiti troppo larghi, chiedendo ai “nuovi cavalieri di Cristo” di portare capelli rasati a zero e la barba irsuta, ma corta. (''cfr.'' A. DEMURGER, ''op. cit.'')
 +
 
 +
'''[106]''' Il nome originario dell’ordine sarebbe “cavalieri di Santa Maria”, ma vennero più comunemente conosciuti come Cavalieri Teutonici perché erano in gran parte originari della Germania. Pesenti probabilmente si riferisce a Hermann von Salza, maestro carismatico dei teutonici. L’ordine dei teutonici venne fondato nel 1189-90 in Germania come confraternita ospedaliera e nel 1198 divenne Ordine Cavalleresco. Era sì ordine di Terra Santa, ma si impegnò a fondo anche nell’Europa centro-orientale nella difesa della zona di frontiera che separava il suo regno di Ungheria da quello del popolo pagano dei cumani. Nel 1226 una bolla di Federico II (bolla di Rimini) accorda infatti ai teutonici le terre da conquistare in Prussia insieme ai diritti regali propri di un principe dell’impero. Tale bolla venne considerata dai teutonici il testo fondante dello stato teutonico in quanto principato indipendente. Il 12 settembre 1230 papa Gregorio IX autorizzava i teutonici a insediarsi in Prussia con il compito di convertire gli abitanti alla fede cristiana, ma in un documento successivo lo stesso papa considerava le terre prussiane proprietà della chiesa e ne delegava l’amministrazione all’ordine teutonico, inviandovi solo un legato. (''cfr.'' A. DEMURGER ''op. cit.'')
 +
 
 +
'''[107]''' Inizialmente furono quindi tre gli ordini che si formarono con la finalità di portare aiuto ai pellegrini in Terra Santa e ciascuno specializzato in una propria funzione: caritatevole per gli ospedalieri, fondati nel 1113; liturgica per i canonici, fondati nel 1114 e militare per i templari, fondati nel 1120, ma riconosciuti solo nel 1129. (''cfr.'' A. DEMURGER, ''op. cit.'')
 +
 
 +
'''[108]''' Goffredo di Buglione, duca di Bassa Lorena, in realtà non fu mai re di Gerusalemme; egli fu il grande condottiero e capo effettivo dell’esercito crociato che nel 1099 diede il definitivo assalto a Gerusalemme riportandola sotto il dominio cristiano. Già prima della presa di Gerusalemme per necessità organizzative erano stati fondati due stati: la contea di Edessa e il principato di Antiochia. Subito dopo la conquista di Gerusalemme i capi della crociata si riunirono per eleggere come capo un uomo che incarnasse la realtà della conquista, senza tuttavia pronunciarsi sulla forma che essa avrebbe assunto. Inizialmente nessuno dei principi crociati avrebbe accettato di lasciare ad altri il primato a Gerusalemme. Si affermò che “a nessuno era lecito portare la corona d’oro là dove Cristo aveva portato la corona di spine”. Quindi, a capo del regno latino di Gerusalemme fu designato Goffredo di Buglione, il principe di minor rilievo tra i grandi, un uomo finito fisicamente, anche se solo quarantenne; questi rifiutò infatti il titolo di re, preferendo la carica di “principe della città” e “difensore del Santo Sepolcro”. L’anno successivo, ossia nel 1100, Goffredo morì lasciando come successore il fratello Baldovino, conte di Edessa, che piegò la volontà degli altri feudatari, dei cavalieri e dei prelati della nuova Chiesa di Gerusalemme, assumendo senza esitazioni il titolo di re di Gerusalemme (Baldovino I). Prima di morire Goffredo stabilì canonici nella chiesa del Sepolcro e nella Cupola della Roccia (moschea di Omar), organizzando dunque la chiesa secolare di Gerusalemme come la chiesa occidentale (cfr. PIERRE AUBÈ, ''Goffredo di Buglione'', ed. Salerno, Roma, 1987).
 +
 
 +
'''[109]''' Il 1270 è l’anno dell’ottava e ultima crociata.
 +
 
 +
'''[110]''' Dopo l’ultima crociata la Palestina venne infatti incorporata alla Siria sotto il dominio dei Mamelucchi d’Egitto. Solo nel 1335 i cattolici di rito latino vi entreranno con i francescani, grazie all’interessamento di Roberto d’Angiò, re di Napoli, e della moglie Sancia di Maiorca. I francescani si stabilirono nel convento del Monte Sion, costruito accanto al cenacolo in Gerusalemme, come rappresentanti della Chiesa di Roma e ottennero di poter officiare nel Santo Sepolcro e avere un posto dentro la basilica insieme ad altre comunità cristiane dissidenti. L’inizio giuridico della Custodia di Terra Santa risale al 1342, quando papa Clemente VI, con le bolle ''Gratia agimus'' e ''Nuper carissimae'', approvò e ratificò il trapasso dei diritti sui santuari di Terra Santa che i Reali di Napoli avevano effettuato a favore dei Francescani.
 +
 
 +
Nel 1517 inizia il dominio degli Ottomani che, salvo brevi pause, si protrarrà fino al 1917.
 +
 
 +
'''[111]''' Pesenti si riferisce alla bolla del 4 Maggio 1515, con la quale Papa Leone X conferiva al Padre Custode di Terra Santa il privilegio di investire i Cavalieri del Santo Sepolcro. Tale bolla venne confermata da Papa Clemente VII nel 1525 e da Papa Pio IV il 1 Agosto 1561. Da pochi anni i Frati abitavano nel Convento di San Salvatore, ex convento georgiano della Colonna, dopo essere stati cacciati nel 1551 dal Convento del Sion dove avevano abitato dal 1333. Di fatto, l’investitura dei Cavalieri sulla Tomba di Cristo da parte del Padre Custode di Terra Santa è attestata dal 1496 al tempo di Padre Bartolomeo di Piacenza primo ''Magnus Ordinis S. Sepulchri Magister''. Vi sono inoltre precedenti testimonianze dei pellegrini che descrivono l’investitura a Gerusalemme, sempre nella Basilica del Santo Sepolcro. Di queste si è già detto nelle pagine introduttive. Nel 1847 Papa Pio IX con la bolla ''Nulla Celebrior'' ripristinò a Gerusalemme il Patriarcato Latino, dando al Patriarca la facoltà di investire i Cavalieri. Da allora i Padri Francescani non crearono più i Cavalieri perché il Patriarca annesse a sè questa facoltà.

Versione attuale delle 22:47, 12 ott 2009

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 6


Doppo d’haver cosi ragionato il R. Padre gettossi a terra, & fatta con divoto gesto divotissima oratione humilmente bacciò il beatissimo luogo, come fu fatto anco da tutti noi.

Uscì indi la processione, & ritornò alla Capella dell’apparitione, ove conforme al solito si terminò la processione, deponendo i R. Padri i paramenti: & perche era di già passata una buona parte della notte, fussimo condotti in certi luoghi a prender cibo, & quì il cibo, a dormire al meglio che si poteva, parte in detta Capella, & parte sopra certe loggie, che sono intorno alla Chiesa. Se ben molti di noi desiderosi di meglio rivedere i luoghi nominati spendessimo buona parte della restata notte in visitarli, & orarvi: nel qual caso la pratica d’alcuni devoti religiosi ci fu cortese, & sicura guida, e maestra, conducendoci intorno, & tutti i misterij de i luoghi dichiarandoci; doppo il che si diede quel poco residuo della notte al necessario sonno.

Il giorno seguente, che fu il giovedi santo, la mattina fu celebrata la messa avanti al santissimo Sepolcro, & vi si fecero tutte le cerimonie alla romana, & quasi tutti i Pellegrini presero il Santissimo Sacramento.

Doppo la comunione il R. Padre Commissario lavò i piedi di sua mano a dodeci di noi altri Pellegrini, & tutti i Padri, con la processione passando ne gli baciorno, e questo in memoria, e similitudine di quello, che fece nel santo monte Sion il detto giorno, Giesu Christo a suoi discepoli. E essendo venuta l’hora di mezzo giorno, quelli, che ne portavano da desinare, ne diedero nuova, come era arrivata la Caravana del Cairo d’Egitto, & che vi erano da dieci Pellegrini Italiani, i quali poi entrorno verso all’hora di vespro nella Chiesa, del Santissimo Sepolcro: ove quì si disse l’offitio sopra il Santo monte Calvario nella Capella della Crocifissione, & la sera si fece la processione visitandovi tutti i luoghi santi, & in gratia de i pellegrini nuovi un Rev. Padre vi fece molti affettuosi sermoni.

Fu spesa la notte da molti in orationi, contemplando, come in questa apunto il nostro Signore Giesu Christo, andato con parte de suoi Apostoli all’horto [100], ove era solito ad orare, ivi fusse stato preso, legato, & strascinato in pregione; come condotto da Anna a Caifa, da Caifa ad Herode, da Herode a Pilato; come da tutti burlato, beffegiato, vilipeso; come da alcuni suoi proprij discepoli tradito, da altri negato, da tutti abbandonato.

Et in queste contemplationi si dispensò quasi tutta la notte. La mattina del venerdì Santo tutti i Rev. Padri seguitati dai Pellegrini, ascesi sopra il sacro monte Calvario nella Capella della Crocifissione celebrarono; e essendo letto l’Evangelio della Passione registrato da S. Giovanni, fecero ancora la rappresentatione della Crocifissione nel luogo istesso con una Croce, & con una imagine di Giesu Christo; & fu la rappresentatione accompagnata da un divotissimo ragionamento fatto da un Rev. Padre del seguente soggetto:

Sù, amici, & fratelli, ad una viva, devota, & dolente consideratione di ciò che quì hoggi patì per salute del mondo il figliuol d’Iddio; oltre a tanti debiti, ragion di gratitudine lo ricerca, che ove nostre furon le colpe, sue furon le pene. Il giorno lo persuade, che doppo il giro di tanti secoli, fù questo istesso giorno. Lo vuole il luogo, che fù questo medesimo luogo, ove hora si ritroviamo. A i danni dunque del mio, & vostro Signore ogni età, ogni ordine, ogni gente consentì col pensiero, col giudicio, con la volontà, cospirando, sollecitando, gridando. S’ordisse da Giudei il parricidiale dissegno, tessesi da Gentili, sobornansi quelli per accusatori, che più de gl’altri sono sceleratissimi rei; concorronvi è Prencipi, e profani, e sacri; ma tutti egualmente infami, sacrileghi, & essecrandi. Senza ragione, senza legge, senza sufficiente imputatione, inaudita causa, condannasi al morir chi è manifestamente, non solo incolpevole, non solo giusto, ma santo, & all’empia ambitione, & avaritia de i micidiali sacrificasi col sangue della innocentia. & che può dirsi del Collegio de i dodeci tanto favoriti da lui, de i quali, uno per mercede il tradisse, un altro per tema il nega, tutti per pusillanimità, e dubia fede l’abbandonano? ma ahi portentosa, e non mai più udita crudeltà: che quasi infamissimo ladro si prenda, si leghi, si urti, si strascini, si carichi di pugni, di calci il santo de i santi? che s’illordi con bruttissimi sputi, che di bende si copra, che con barbare guanciate si batta il più bel volto di natura, e di gratia? che si laceri, & che si pesti con durissime continuate battiture quel virginale, delicatissimo, sacratissimo corpo, tanto, che nulla d’intiero in lui restando, sembri quasi vivo cadavero, ne delle piaghe seguenti possano esser luoghi se non l’antecedenti piaghe, e fra le tante una sola divenga horrenda, e miseranda piaga, l’impiagato Giesù? Che con nova trovata d’insolita crudelta di dure pungenti spine vi si cinga la divinissima sua fronte? Ma ecco (& inhorridisse l’animo a pensarlo) che si produce in publico, e sembra una lacerata effigie d’un morto spirante, ne trova pietà, ma novo sdegno accende, e’l suscitator de morti a parangon d’un infame schiavo, d’un scelerato homicida si giudica degno di morte, & a morte si conduce, & a morte di Croce, e la Croce sopra il lacero humero di lui s’impone, & è si grave, & egli si lassò, & essangue, che sotto più volte vi cade, & vi patisse deliquìo.

(Quì si fece rappresentante Crocifissione della Santa Imagine)

Giunto finalmente su questa cima, e nudato infamemente qual lo vedete, chi veste di raggi il Sole, di Stelle il Cielo, gettaronlo i manigoldi in terra, e con funi alle mani, & a piedi legandolo, tirarono a viva forza l’adolorate sue membra a destinati luoghi della Croce, rinovando in questo modo le non saldate sue piaghe, & più volte facendovi batter la sacratissima testa sul legno, onde in lei più a dentro penetravano le longhissime, pungentissime spine, & facevasi quì intorno un nuovo lago del suo pretiosissimo sangue. (e seguendo il Padre.) Ma, Oime disse, già sono apprestati i gran chiodi, già si levano i fieri martelli, già calano i colpi horrendi; ad una mano prima, all’altra doppo: e finalmente a i piedi. O centro come quì non t’apri, ò Cielo come qui ti sostieni? o elementi, o elementate cose come qui sottosopra volgendovi non ricadete nell’anticho Chaos? Ma ben sentirno il caso del suo Creator le creature tutte; che eretto, e qua piantato il gran tronco della Croce alla vista di questo Crocifisso si ruppero le pietre, squarciossi il velo del tempio, tremò la terra, inhorridì il Cielo, el Sole in cosi acerbo, è miserando spettacolo per non veder indignità si grande, rapì il giorno ad’opra sì funesta, al giorno ogni luce, alla luce ogni splendore, allo splendore tutto se stesso, & di profonde, e prodigiose tenebre si cinse. Tutte le pene dovute a gli huomini caricorno sopra di te, ò Redentor de gli huomini; perche patite da te si perdonassero a noi. Qua fu appeso d’ogni conforto te stesso privasti; perche nulla mancasse al sommo delle miserie tue. Altri e travagliato, da gl’amici, vè pronto il conforto de gl’amici. Mancano gl’amici, non abbandonano i propinqui.

Una parte del corpo patisse, l’altre son sane. Sarà sommo il dolore, ma sopravenendo il fine non sarà longo, e tal volta chi crudele uccise, mira pietoso l’ucciso. Tu solo doppò ogni memoria, e da i noti, e dagl’ignoti, e da i disgiunti, e da i congiunti tormento ricevi, e nel longo martirio delle conquassate tue membra, la morte istessa non osa avicinarsi a te, se non la inviti. Osa di farlo alla fine, quando l’invitto spirito tuo non versi, ma il rendi, & all’eterno Padre volontario il consegni. Allhora volgesi contra l’essangue tuo corpo la rabbia di quelle fiere, anzi furie d’inferno, che nel tuo corpo vivo haveva fatta l’estrema possa d’insatiabile, d’implacabil furore. Da quì presso al suo spirare accompagnata da puochi la desolatissima, & addoloratissima madre il consola. Mira ella il figlio pendente in Croce: egli dalla Croce la madre: pena ella in lui, e pena egli in lei; e son le pene e di lei, e di lui infinite. Scorrono in tanto e dalle mani, e da i piedi i fiumi, non sò s’io dica di sangue, o d’amore: e di sangue, è d’amore mista con acqua, copia magior, al fiero colpo di lancia crudele, scorre dall’impiagato petto. Ricevesi questa ultima piaga insensibilmente da Christo, perche di già se ne partita l’anima; ricevesi più che sensibilmente dalla Madre, che ne resta trafitta nel core, si che i danni corrono divisi fra la madre, el figlio: di lui e l’ignominia, di lei è il dolore. Ma la madre questo ultimo sangue, & quest’acqua sollecita raccoglie, ne parte alcuna n’ha l’ingrata giudea: tutto lo ripone, & conserva la madre ad’uso della Chiesa, sposa del figlio. & quindi la sposa istessa, che da questo istesso aperto fianco del suo sposo dormiente riceve l’essere e la vita, se ne forma, & compone sacramenti. Il sangue da il merito, l’acqua l’elemento: il sangue da il pretio, l’acqua il ministerio. Così pende Christo fra il Cielo, & la terra, come altre volte il serpente di bronzo. Ecco la vittima nostra estinta, senza sangue, senza acqua, senza spirito, piena di meriti, di virtù, e di fatti: come oblata propitia l’irato Dio; come volontaria merita, e gratia, e gloria; come penale equìvalente sodisfa per le dovute pene; come prezzo redime dalle colpe; come essemplare informa i costumi; come amorosa trahe a se i cuori di tutti; come elevata rapisse a se tutti gl’occhi. La mira dal Cielo il Padre, e sen’appaga, e placa; la mirano gli Angeli, & amaramente come puonno ne piangono; la mira il Sole, & sen’ecclissa; la Luna, & se ne confonde. La mira il Centurione, & l’adora come figlio di Dio. La mirano i Giudei, & ne dimenano il capo, e sopra di se, & de suoi figliuoli con imprecationi gridano, che si versi quel sangue. Ma verrà pur tempo, che Videbunt in quem transfixerunt. La mirano i sassi, & per dolor si spezzano. Voi ò diletti dalla terra miratela, alzate le fronti, e gl’occhi, ecco che fatta la nostra redentione Ecce Agnus dei, ecce quì tollit peccata mundi. Questo capo inchinato pace porge, e chiede pace. Queste mani distese tutti a suoi cari abbracciamenti aspettano, e chiamano; questo sangue grida al Cielo, e misericordia impetra. Agnus Dei quì tollis peccata mondi miserere nobis, parce nobis Domine, dona nobis pacem, e misericordia, e pace, e benedittione vi conceda Dio, per amor del suo figliolo, e vi ridoni odio perpetuo del peccato, & proposito eterno di non commetterlo mai più, gratia in vita, doppo la vita gloria, Amen.

Restò ogn’uno con gran sentimento della passione di Christo, e ne sparse lagrime, e sospiri, compunto molto delle proprie colpe, come che cagioni di tanto male. Et essendo di buona pezza passato il mezzo giorno, si retirassimo al luogo solito, a prender al quanto di cibo per ristoro delle forze, ma ad’hora di vespro i Padri, & i Pellegrini ritornorno sopra il Santo monte Calvario, celebrandovi l’offitio solito, che durò fin’a sera. Indi fecero l’apparecchio per la processione, per la quale andati al luogo, ove era la santissima Croce, prima fatte orationi, poi levatane l’imagine del Signore con questa riposta in un panno sopra una tavola. In processione discesero dal monte, & portata al luogo, ove è la beata pietra dell’untione, e postala sopra, il Rev. Pad. Comissario, a commemoratione del fatto, l’unse di Mirra, & Aloe.

Quì si stette un pezzo in oratione, e contemplatione di quei misterij grandissimi. Involta poi in un Sudario di tela, fu levata & continuata la processione verso il santo Sepolcro, ove fu alla fine l’Immagine posta.

Noi tutti ivi piangendo, & contemplando la passione, pregando Iddio per la remissione dei nostri peccati, buona parte della notte passassimo.

Gia molti giorni il Sig. Bonifacio Neri gentilhuomo Bologenese, mio individuo compagno, e io desideravamo d’esser ascritti nel numero de i Cavaglieri, & soldati della guardia del santissimo Sepolcro di Christo, Religione antichissima [101]. A notitia maggiore di lei diamisi quì, che non sara però digredire, il dire, che nel tempo, nel quale la Santa Città di Gierusalemme, con tutta la Palestina, & altre parti di Levante, erano in mano de Christiani, in diversi tempi v’hebbero origine, & vi fiorirono quattro Religioni principali di Cavalieri. L’una fu dai prima detti Hieresolomitani, poi di S. Gio. poi di Rhodi, hora di Malta, che incominciata in fin nell’anno 1122 [102], insignita in habito nero, di bianca Croce [103] nel petto, e militante sotto la regola di S. Agostino, è ita crescendo sempre di numero, di forze, e di gloria, impiegandosi nei primi tempi in allogiare, difendere, & assicurare i Pellegrini all’hora, e doppo sempre in combattere gloriosamente contra gl’infedeli. L’altra fu quella dei Templari [104], cosi detti, perche habitavano presso al gran Tempio. principiata sotto Baldoino secondo Ré di Gierusalemme, in habito [105] bianco, di rossa Croce adorna, vivente sotto la regola compostavi da S. Bernardo, c’haveva impresa d’accompagnare Pellegrini dal Giaffo infina alla Santa Città, e ricondurli ancora, assicurandoli in tutto il camino dell’andata, & del ritorno dagl’assasini, che in gran numero infestavano quei viaggi, Religione la quale, per gran tempo, hebbe gran vanto di buontà, di valore, e notabili imprese contra l’Turco; ma che arrichita particolarmente in Francia di molte entrate, e grosse Commende diede in grandi eccessi, e perciò a gagliarda instanza di Filippo Ré de Francia, da Clemente quinto Sommo Pontefice fu estinta. Un’altra vi fu dei Cavaglieri Teutonici, fondata da un nobilissimo Tedesco [106], il quale con molti della sua natione patriò, doppo ’l santo acquisto, in Gierusalemme, segnalata in habito bianco della Croce nera, concessa solo alla natione, che la fondò, doppo la perdita di terra Santa ritiratasi nel suo paese, e quindi con l’autorità di Federico secondo Imperatore passata all’acquisto della Prussia & quivi fatta padrona di stati. Tra le tre dette [107] hebbevi origine anco la Religione, & ordine dei Cavaglieri nomati della guardia del Santissimo Sepolcro di Christo, perche a loro era datta la custodia, el governo di quel Sacrosanto luogo. Il Rè di terra santa era il principale, e’l gran Maestro della Religione: tale fu Goffreddo [108], e doppo i di lui successori con numero copioso di nobilissimi, e valorosissimi personaggi eletti Cavaglieri al pietoso offitio. Portavano questi l’habito bianco con cinque rosse Croci a memoria delle cinque principali piaghe di Nostro Signore. Con la perdita di terra Santa [109] perderonsi il capo, le membra, le forze, & le facoltà di questa nobilissima Religione, in modo che di lei vi restò poco più che una instabil memoria. Doppo d’esser restati quei divotissimi luoghi abbandonati per alcuni secoli [110] da tutte le religioni d’Europa, alla fine il Serenissimo Roberto Ré di Sicilia per officio pietoso, l’anno 1304, con molta fatica, e spesa, ottenne facoltà dal Soldano d’Egitto di mantenervi il convento de i Rev. P. Zoccolanti, che in tutti quei santissimi luoghi havessero ad’officiar, senza divieto secondo il rito Apostolico Romano.

V’entrarono i Rev. Padri, vi fecero famiglia, v’edificarono diversi conventi, e cosi di man’in mano sono iti continuando sempre, mandandovi d’Europa per ordinario ogni tre anni una nova famiglia con un Guardiano di governo, e d’autorità suprema.

Il Guardiano dunque, che cadde sotto il Pontificato di Leone decimo dal detto Sommo Pontefice ottene facoltà di poter rinovar la detta religione, & ordine di Cavaglieri, & la facultà tuttavia vi si conserva, e si mantiene in atto pratico [111]. Ben è vero che non è molto ampliata in fin quì la Religione, non potendovi esser ascritto chi colà non va di presenza, & essendo si puochi quelli che vi vanno, stando le difficoltà che moltissime si patiscono, le spese che grossissime si fanno, i disturbi, i disaggi, i pericoli, che gravissimi e senza numero vi si sofferiscono, aggiongendovisi che colà, tolta la Charità dei poveri Padri, non v’ha l’ordine cosa alcuna di proprio, e pure gli oblighi di lui sono più dell’ordinario è grandi, è gravi.


Vai a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 8


NOTE

[100] L’evangelista Matteo riferisce che Gesù si recava a pregare in “un podere chiamato Getsemani” (Matteo 26,36). L’orto del Getsemani, o degli Ulivi, era un appezzamento di terreno ove era possibile la lavorazione dell’olio e si trova nella valle del torrente Cedron che separa Gerusalemme dal monte degli Ulivi.

[101] La chiesa cristiana primitiva rifiutava la violenza e condannava la guerra, non tanto per una posizione di principio, ma a motivo del fatto che l’impero romano era pagano e il cristiano, cittadino romano, chiamato alle armi non voleva prestare giuramento ad un imperatore che si riteneva dio. La conversione di Costantino nel 312 e l’imposizione del cristianesimo come religione dell’impero nel 395 implicarono un atteggiamento diverso nei confronti della vita militare: i cristiani ora si sentivano chiamati a difendere un impero che difendeva la loro fede contro il nemico comune, cioè i popoli germanici. Sant’Agostino definisce così la “guerra giusta”: “Giuste sono le guerre che vendicano le ingiustizie, quando un popolo o uno stato, al quale deve essere fatta guerra, non ha punito le iniquità dei suoi o non ha restituito quel che attraverso queste ingiustizie è stato sottratto”. Nel 1150 nel Decretum, testo base del diritto canonico, Graziano scrisse: “ Una guerra è giusta se è condotta con intenzione positiva, sotto la direzione di un’autorità legittima e con scopo difensivo o con lo scopo di recuperare un bene ingiustamente preso”.

Secondo san Bernardo fu proprio in epoca medievale, nelle terre d’Oriente che apparve la nuova cavalleria, in quanto nata con la finalità di liberare il Santo Sepolcro e i luoghi santi della Palestina; tuttavia l’ordine religioso-militare affonda le sue radici in Occidente. Già verso il IX secolo infatti i chierici occidentali riflettevano sul tipo di organizzazione da dare ad una società cristiana e sembrava loro opportuna una suddivisione in tre ordini o funzioni che in epoca carolingia vennero identificati in tre categorie: i monaci, i chierici e i laici. All’inizio del XI secolo Adalbéron, vescovo di Laon, specificando meglio il ruolo delle singole categorie scrive: “La casa di Dio dunque è triplice, benchè sembri unica: quaggiù alcuni pregano (orant), altri combattono (pugnant) e altri lavorano (laborant); i tre sono insieme e non si separano; così l’opera di due riposa sul compito di uno solo; ciascuno a sua volta porta a tutti sollievo”. Questo significa che lo schema delle tre funzioni esisteva da più di un secolo allorché, nel gennaio 1129, il concilio di Troyes riconobbe la legittimità dell’ordine del Tempio che riuniva in sé le prime due funzioni, cioè quella di pregare e quella di combattere. (cfr. ALAIN DEMURGER, I Cavalieri di Cristo – gli ordini religioso – militari del medioevo. XI-XVI secolo, ed. Garzanti, Milano, 2004).

[102] Secondo alcuni storici l’Ordine di Malta venne fondato nel 1099 a Gerusalemme come confraternita ospedaliera; secondo altri avrebbe un’origine ancora più remota che risalirebbe attorno alla prima metà del secolo XI, quando alcuni mercanti amalfitani ottennero dal califfo fatimide d’Egitto il permesso di fondare a Gerusalemme un ospizio e un ospedale annessi ad una chiesa dedicata a San Giovanni, per l’assistenza dei pellegrini cristiani. Per questo inizialmente l’ordine venne denominato “Ordine di San Giovanni”. La data riferita da Pesenti, anche se con una discordanza di un anno, ossia il 1121, è l’anno in cui venne creata la classe dei cavalieri e l’ordine di San Giovanni, divenne il Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano, assumendo così la duplice funzione ospedaliera e militare. Dopo la conquista cristiana di Gerusalemme l’ordine fu posto sotto la tutela della Santa sede con il diritto di scegliersi liberamente i propri capi. Nel 1529, dopo alterne vicende, i cavalieri di quest’ordine si stabilirono a Malta. La divisa dei cavalieri di San Giovanni era composta da un mantello nero con una grande croce bianca sul petto; durante le attività belliche i cavalieri indossavano una sopravveste rossa in cui campeggiava una grande croce bianca. Previo apposita autorizzazione ai cavalieri dell’ordine di Malta era data la possibilità di dedicarsi ad attività corsare, con la condizione di riservare alle casse della Sacra religione tre quarti del bottino catturato. A questo proposito vi era una precisa normativa: per ottenere la patente di corsa il candidato doveva dimostrare di avere l’esperienza marittima necessaria a garantire un felice esito dell’impresa e di avere a sua disposizione una nave ben armata ed equipaggiata. La licenza inoltre definiva l’area geografica entro cui l’interessato poteva corseggiare. Generalmente, fino alla fine del ‘600, i corsari con base a Malta ottennevano permessi per operare nelle acque della Barberia contro le navi musulmane. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.; M. LENCI, op. cit.).

[103] L’uso di portare la croce cucita sul petto iniziò con i partecipanti alla prima crociata (1095-99): secondo il diritto canonico e la pratica del tempo la croce indicava che il crociato era un penitente e un pellegrino al quale, in deroga rispetto ai canoni, era consentito portare le armi contro gli infedeli. I primi crociati in particolare, si sentivano diretti al martirio e alla Gerusalemme celeste.

[104] Per ciò che concerne la collocazione cronologica della comparsa dei templari, uno scritto di Guglielmo di Tiro ci fornisce due riferimenti. Egli così scrive: “nel corso del nono anno (dall’esistenza del Tempio) e durante il concilio che fu tenuto in Francia a Troyes […] si istituì una regola per loro…”. Il prologo della regola del Tempio ne aggiunge un altro: “Con le preghiere di maestro Hugues de Payns, sotto il quale l’anzidetta cavalleria nacque per grazia dello Spirito Santo, si riunirono a Troyes (chierici) di diverse province transalpine, per la festa di monsignor sant’Ilario, nell’anno dell’Incarnazione 1128, il nono anno dall’inizio dell’anzidetta cavalleria”. Da notare che il concilio di Troyes molto probabilmente si era riunito il 13 gennaio 1129, e non 1128, perché allora nella Champagne era in uso il calendario dell’Annunciazione che prevedeva l’inizio dell’anno il giorno 25 marzo. Ne consegue che la fondazione del Tempio si deve collocare nell’anno 1120, ossia nove anni prima, per iniziativa di Hugues de Payns e un anno dopo la terribile disfatta dell’Ager sanguinis (28 giugno 1119) nel principato di Antiochia. L’iniziativa era stata incoraggiata da re Baldovino II, che in quella circostanza aveva concesso ai cavalieri (inizialmente solo nove) un alloggiamento nel suo palazzo, posto nella moschea al-Aqsa, costruita sulle fondamenta dell’antico tempio di Salomone, da cui il nuovo ordine prese il nome. L’ordine dei templari si può considerare il primo di tipo religioso-militare, infatti secondo alcuni storici in quegli anni l’ordine dell’Ospedale non si era ancora realmente militarizzato, mantenendo ancora il suo carattere prevalentemente assistenziale. Ci vollero nove anni affinchè l’Ordine del Tempio venisse riconosciuto e per ottenere l’autorizzazione ad esercitare, in quanto ordine religioso, anche una funzione guerriera. La società cavalleresca era infatti pronta a comprendere la novità, ma molti chierici erano dubbiosi o addirittura ostili e tra questi lo stesso san Bernardo. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)

[105] L’abito, ossia il mantello recante l’insegna propria dell’ordine, è un importante segno di riconoscimento e appartenenza ed è di proprietà dell’ordine. Oltre all’abito vi erano però altri segni che caratterizzavano gli appartenenti agli ordini religiosi-militari e che dovevano permettere agli appartenenti di riconoscersi. San Bernardo nella sua regola insisteva ad esempio sulla necessità di distinguersi dai “cavalieri del secolo”, che portavano lunghi capelli ricciuti e vestiti troppo larghi, chiedendo ai “nuovi cavalieri di Cristo” di portare capelli rasati a zero e la barba irsuta, ma corta. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)

[106] Il nome originario dell’ordine sarebbe “cavalieri di Santa Maria”, ma vennero più comunemente conosciuti come Cavalieri Teutonici perché erano in gran parte originari della Germania. Pesenti probabilmente si riferisce a Hermann von Salza, maestro carismatico dei teutonici. L’ordine dei teutonici venne fondato nel 1189-90 in Germania come confraternita ospedaliera e nel 1198 divenne Ordine Cavalleresco. Era sì ordine di Terra Santa, ma si impegnò a fondo anche nell’Europa centro-orientale nella difesa della zona di frontiera che separava il suo regno di Ungheria da quello del popolo pagano dei cumani. Nel 1226 una bolla di Federico II (bolla di Rimini) accorda infatti ai teutonici le terre da conquistare in Prussia insieme ai diritti regali propri di un principe dell’impero. Tale bolla venne considerata dai teutonici il testo fondante dello stato teutonico in quanto principato indipendente. Il 12 settembre 1230 papa Gregorio IX autorizzava i teutonici a insediarsi in Prussia con il compito di convertire gli abitanti alla fede cristiana, ma in un documento successivo lo stesso papa considerava le terre prussiane proprietà della chiesa e ne delegava l’amministrazione all’ordine teutonico, inviandovi solo un legato. (cfr. A. DEMURGER op. cit.)

[107] Inizialmente furono quindi tre gli ordini che si formarono con la finalità di portare aiuto ai pellegrini in Terra Santa e ciascuno specializzato in una propria funzione: caritatevole per gli ospedalieri, fondati nel 1113; liturgica per i canonici, fondati nel 1114 e militare per i templari, fondati nel 1120, ma riconosciuti solo nel 1129. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)

[108] Goffredo di Buglione, duca di Bassa Lorena, in realtà non fu mai re di Gerusalemme; egli fu il grande condottiero e capo effettivo dell’esercito crociato che nel 1099 diede il definitivo assalto a Gerusalemme riportandola sotto il dominio cristiano. Già prima della presa di Gerusalemme per necessità organizzative erano stati fondati due stati: la contea di Edessa e il principato di Antiochia. Subito dopo la conquista di Gerusalemme i capi della crociata si riunirono per eleggere come capo un uomo che incarnasse la realtà della conquista, senza tuttavia pronunciarsi sulla forma che essa avrebbe assunto. Inizialmente nessuno dei principi crociati avrebbe accettato di lasciare ad altri il primato a Gerusalemme. Si affermò che “a nessuno era lecito portare la corona d’oro là dove Cristo aveva portato la corona di spine”. Quindi, a capo del regno latino di Gerusalemme fu designato Goffredo di Buglione, il principe di minor rilievo tra i grandi, un uomo finito fisicamente, anche se solo quarantenne; questi rifiutò infatti il titolo di re, preferendo la carica di “principe della città” e “difensore del Santo Sepolcro”. L’anno successivo, ossia nel 1100, Goffredo morì lasciando come successore il fratello Baldovino, conte di Edessa, che piegò la volontà degli altri feudatari, dei cavalieri e dei prelati della nuova Chiesa di Gerusalemme, assumendo senza esitazioni il titolo di re di Gerusalemme (Baldovino I). Prima di morire Goffredo stabilì canonici nella chiesa del Sepolcro e nella Cupola della Roccia (moschea di Omar), organizzando dunque la chiesa secolare di Gerusalemme come la chiesa occidentale (cfr. PIERRE AUBÈ, Goffredo di Buglione, ed. Salerno, Roma, 1987).

[109] Il 1270 è l’anno dell’ottava e ultima crociata.

[110] Dopo l’ultima crociata la Palestina venne infatti incorporata alla Siria sotto il dominio dei Mamelucchi d’Egitto. Solo nel 1335 i cattolici di rito latino vi entreranno con i francescani, grazie all’interessamento di Roberto d’Angiò, re di Napoli, e della moglie Sancia di Maiorca. I francescani si stabilirono nel convento del Monte Sion, costruito accanto al cenacolo in Gerusalemme, come rappresentanti della Chiesa di Roma e ottennero di poter officiare nel Santo Sepolcro e avere un posto dentro la basilica insieme ad altre comunità cristiane dissidenti. L’inizio giuridico della Custodia di Terra Santa risale al 1342, quando papa Clemente VI, con le bolle Gratia agimus e Nuper carissimae, approvò e ratificò il trapasso dei diritti sui santuari di Terra Santa che i Reali di Napoli avevano effettuato a favore dei Francescani.

Nel 1517 inizia il dominio degli Ottomani che, salvo brevi pause, si protrarrà fino al 1917.

[111] Pesenti si riferisce alla bolla del 4 Maggio 1515, con la quale Papa Leone X conferiva al Padre Custode di Terra Santa il privilegio di investire i Cavalieri del Santo Sepolcro. Tale bolla venne confermata da Papa Clemente VII nel 1525 e da Papa Pio IV il 1 Agosto 1561. Da pochi anni i Frati abitavano nel Convento di San Salvatore, ex convento georgiano della Colonna, dopo essere stati cacciati nel 1551 dal Convento del Sion dove avevano abitato dal 1333. Di fatto, l’investitura dei Cavalieri sulla Tomba di Cristo da parte del Padre Custode di Terra Santa è attestata dal 1496 al tempo di Padre Bartolomeo di Piacenza primo Magnus Ordinis S. Sepulchri Magister. Vi sono inoltre precedenti testimonianze dei pellegrini che descrivono l’investitura a Gerusalemme, sempre nella Basilica del Santo Sepolcro. Di queste si è già detto nelle pagine introduttive. Nel 1847 Papa Pio IX con la bolla Nulla Celebrior ripristinò a Gerusalemme il Patriarcato Latino, dando al Patriarca la facoltà di investire i Cavalieri. Da allora i Padri Francescani non crearono più i Cavalieri perché il Patriarca annesse a sè questa facoltà.