Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 6: differenze tra le versioni

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Doppo d’haver veduto il tutto, si partimmo, & cavalcando per l’erta d’un monte, & doppo per colline assai ben coltivate, & piene d’olive, & d’altri fruttifere piante, in poco più d’un hora di camino arrivassimo ad’una Abbadia d’alcuni monachi Giorgiani, i quali n’apersero benignamente, & ne mostrorno il monasterio, & la Chiesa che è assai ben dipinta, & sotto all’altare maggiore conserva il tronco della palma, che fu tagliata per far il traverso della Croce sopra la quale fu inchiodato Christo, onde anco la Chiesa si chiama di S. Croce. Il Monasterio è ben guardato, & e circondato di buone & alte mura, ha le porte di ferro picciole, ma molto forti per ostare all’impeto di quegli infedeli, che alle volte vi vanno per far loro oltraggio. Di qui partiti in poco più d’un’hora ritornassimo in Gierusalemme essendo l’hora tarda, ove fussimo da’ Padri accarezzati, & cenato andassimo a riposare, come che stanchi per il viaggio, & per il sole molto ardente patito quel giorno. Nei giorni seguenti aspettando, che la caravana d’Egitto si metesse all’ordine per partirsi, non mancavamo di visitar di novo i luoghi Santi nella città, la Chiesa di S. Marco, la Porta ferrea, la Casa di S.Tomaso, ove era una bella Chiesa, che hora è rovinata, la Chiesa di S. Giacomo maggiore che tengono gli Armeni, & vi si vede la pietra sopra la quale fu a lui tagliata la testa, la Chiesa, ove era la Casa di Anna pontefice, ove fu prima menato prigione il Signore, & nella quale vi è tuttavia l’oliva, ove fu legato che ancora è verde, la Chiesa della Presentatione della Verg. Santiss. ove Giesu Christo fù circonciso, benché non sia concesso l’entrarvi, ma solo si saluta alla lontana la Probatica piscina, la Chiesa di S. Anna, ove nacque la B. V. M., la Casa d’Herode, ove fù flagellato N. Sig., la Casa di Pilato, l’Arco sopra quale fù mostrato al popolo, la via dolorosa, per la quale Giesu Christo passò con la Croce in spalla, andando verso il Monte Calvario al supplicio, la Chiesa ruinata dello Spasimo, la Casa di S. Veronica, & tutte le sere andavamo alla Chiesa del Santiss. Sepolcro; & perche non si poteva entrare, facevamo le orationi alla porta. Altre volte andando fuori della Porta del Castello visitassimo la Casa di Caifa , nella quale è poi stata fatta una Chiesa, & sopra l’Altar maggiore vi è posta la pietra, che servì per mettere alla bocca del Sepolcro di N. S.; il luogo ove habitò, & morse la Vergine Santissima doppo la morte di Christo, nel quale S. Gio. Evangelista celebrava la Messa, & ove si sepelliscono i Catolici, che muoiono in Gierusalemme; il tanto memorando Monte Sion, ove Giesu Christo fece tanti miracoli, & non potendo di presenza, lo riverivamo di lontano. Et più appresso alla muraglia, il luogo, ove gl’iniqui Giudei volsero far cadere il corpo della B. Vergine di man de gli Apostoli, che la portavano a sepellire. & ove S. Pietro pianse doppo haver negato il suo Signore, la Fontana chiamata Natatoria Siloe, ove Giesù illuminò il cieco nato, il luogo ove Esaia fu segato, & sepolto, & nel monte dell’offensione, ove stettero nascosti gli Apostoli nel tempo della persecutione, & passione di Christo, & ove è il Campo santo comperato per li trenta dinari, che Giuda gettò nel Tempio; & visitassimo di più la Valle tremenda di Giosafat, nella quale molte volte pensando, & confidando, come quì il giorno spaventevole del Giuditio tutti s’habbiamo a ritrovare per esser giudicati, & sentir la spaventevole ultima sentenza per gl’iniqui, & vedere con quanta forza, e horribilità l’ira d’Iddio scaricarassi sopra gli ostinati peccatori, & come da quì saranno rapiti da’ Diavoli alle sempiterne pene dell’Inferno, certo che non vi è persona, alla quale (ritrovandosi in questa Valle, & ciò considerando) non se gl’instecchino i capelli in testa, & non se gli agghiacci il sangue nelle vene, non tremi per timore, e versi al di fuori quasi sudor di sangue.
 
Ma considerando ancora come qui il benigno Giesù volgendosi a’suoi divoti, & fedeli, con quel vivo splendore della sua Maestà tutti unitamente chiamerà, & condurrà alle beate stanze del Paradiso, entra nel cuore tal giubilo, che si desidera la venuta del giorno prefisso, e si risolve il poco della vita che resta, impiegarlo in modo, che alla morte niuna cosa s’opponga, che ritardi il godere la desiata gloria. Visitassimo in detta Valle la Chiesa, ove è il Sepolcro della B.V.M, & nella istessa la sepoltura di S. Gioseffo suo sposo, & de’ Santi consorti Gioachino, & Anna genitori. & più a basso in detta Valle vicino al fonte del torrente Cedron, le vestigie delle mani, & de’ piedi, che scolpite ivi nella pietra, come impresse in cera, lasciò nostro Signore essendo condotto prigione, le quali fin’hora molto apparenti si vedono. & più a basso, ove dimorò nascosto S. Giacomo minore, & dall’altra parte il fonte della B. V. M. Visitassimo ancora l’antro, overo grotta, ove Christo orava, & ove dormirono i tre Discepoli, & il luogo, nel quale da Giuda fù tradito, preso, e legato nostro Signore; & più ascendendo nel Monte Oliveto, ove S. Tomaso hebbe la cinta dalla Vergine Santissima ascendente in Cielo, ove Christo pianse sopra la Città di Gierusalemme, prevedendo la ruina di lei, ove gli Apostoli composero il Simbolo, ove Christo insegnò a’ suoi Apostoli a pregare, con l’Oratione Dominicale, ove predisse il Giuditio, il luogo parimente ove fece penitenza S. Pelagia; & nella sommità di detto Monte il luogo, ove Christo ascese al Cielo, & in memoria lasciò l’effigie delle sue piante nel marmo incise, come fin’hora si veggono. In Betania visitassimo la Casa ruinata di S. Martha, la pietra, sopra la quale s’assise N.S. mentre Marta, & Maria Maddalena vi parlarono di Lazaro suo fratello morto, la Casa di S. Maria Maddalena, della quale fù poi fatto un nobile Convento, che hora è tutto spianato, la Casa di Simone leproso, il Sepolcro, ove Christo richiamò a vita il già quatriduano Lazaro; & appresso alla Citta il luogo, ove fu lapidato & morto il Proto martire San Stefano, il quale in cadendo sopra il duro marmo vi lasciò la forma di tutto il suo corpo impressa, come fin’hora si vede, & in tutte le visite di questi luoghi accompagnate con orationi, sempre i Padri che venivano a mostrarli, leggevano ancora alcune orationi, overo Hinni particolari, & Evangelij trattanti de gli effetti ivi successi, & sovente vi aggiungevano gravi, & divoti sermoni, dichiarando i miracoli, e le cose, che vi occorsero. Ne furono ancora mostrate un giorno fuori della Città nella parte verso Tramontana le ruine dell’antica Gierusalemme, fra le quali vedesi sotto terra cavato per forza di scalpello nel duro marmo tutto d’un pezzo, un luogo in forma d’una sala, di lunghezza intorno a quindici braccia , & in un canto verso mezzo giorno vi è cavato un buco in forma quadra nell’istesso marmo, per il quale s’entra ben difficilmente, & solo carpone, per spatio d’otto braccia , che tanta è la lunghezza di detto forame. S’entra poi in un’altra sala fatta in quadro di dieci braccia  per ogni verso, la quale altresì è tutta tagliata a forza di ferro nel detto marmo. & è gran cosa, che il suolo, le pareti, e il sofitto è tutto d’un pezzo; e di più in detta sala vi sono sei porte (…) incavate, che vanno in altre camere, nelle quali; sono poi cavate alcune cellette, & si comprende esservi state sotterrate anticamente persone grandi, del che fanno fede l’ossa de’ cadaveri, che vi si veggono; che perciò chiamano detto luogo la Sepoltura de i Ré . Ma in vero hà del maraviglioso molto il vedere, come in un marmo solo vi si sia fatto quasi un compito Palazzo. Havendo noi più volte visitati questi Santissimi luoghi, & ivi con quella maggior divotione, che ci concede Dio, fatte orationi per noi, & per tutti li nostri parenti, & amici; la gente incominciò a far trattati della partenza: ma perche due Sig. Fiamenghi il mio compagno, & io eravamo risoluti di passar con la Caravana per il deserto dell’Egitto, & veder in particolare la gran Città del Cairo, essendovi ancora di ritorno quelli Sig. Pellegrini, che erano per l’istesso viaggio venuti, trattassimo con un Mucaro, che ci noleggiò tre Cameli per prezzo di quaranta piastre in tutto, & patto di spesar gli animali, & pagar li cafarri. Di questi tre animali uno caricossi della vettovaglia, & delle bagaglie; sopra gli altri due, accommodati con ceste (che paiono mezze letiche) una per parte, ove vi stà una persona dentro per luogo, s’accommodassimo noi per il viaggio, & facessimo anco provisione di buon vino, tolto da certi Caloieri Grechi, perche in detto viaggio non se ne ritrova fino in Cairo, pigliassio di più biscotto, & altre cose per il vitto, benche d’indi lontano tre giornate nella Città di Gaza, si faccia provedimento per passar il deserto. Nella Città di Gierusalemme si spende la moneta, quasi come in Egitto; i più spendibili dinari sono i Reali di Spagna, che chiamano Piastre, & i Toleri d’Alemagna, che si chiamano abuchelli. Il Reale di Spagna intiero vale trenta maidini, & un maidino vale diciotto soleri, che sono moneta di rame molto grossa, & pesante. I Cecchini, & Ongari da quei popoli pigliansi volontieri, ma si vogliono di peso, & belli in vista, & calando non gli accettano per alcuna valuta, e vagliono qnarantacinque maidini l’uno; alcune volte gli Hebrei li cambiano a qualche cosa d’avantaggio; altra sorte d’oro, nè di moneta non occorre portare in quelle parti, che la perdita sarebbe troppo grande. Havendo noi visitati, & riveriti questi luoghi Santi, perche s’approssimava il partire, & di già gli amici che erano venuti con noi di Soria, erano ritornati con la Caravana, & altri sì de’ Padri, come de’ Pellegrini erano andati verso Iaffa, per passarne in Cipro, che questa è la più breve, & di manco spesa, per ritornarsene in Europa, noi andassimo alla Cella del R. P. Guardiano, il quale si ritrovava un poco indisposto, & ringratiatolo infinitamente delle cortesie ricevute, & de’ travagli presi per noi, havendoci il Convento per tre settimmane intiere per sola charità alloggiati, e spesati, chiestagli buona licenza, e la sua santa benedittione, per ritornarci a’ nostri paesi, da sua Paternità fussimo ad uno per uno abbracciati, & benedetti tutti insieme poi con affettuoso ragionamento essortati alla ricognitione della gratia ricevuta dal Signore nella visita di quei Santi luoghi, alla memoria della vita, & passione di Christo, alla santità della vita, & alla fedele, e perseverante essecutione di ciò che la divota stima del grado, & Cavalerato ricevuto, impone.
 
Io poi, soggiongeva, non mancarò a mio potere di pregare, e far pregare a questi nostri R. Padri N. S. che come vi hà, fra tanti mari, fatti favorevoli tanti venti, fra tanti viaggi, fra tanti pericolosi passi fatti sicuri, fra tanti inimici dissesi, fra tanti disaggi, e bisogni soccorsi, e felicemente condotti alla bramata meta del vostro altretanto lungo, grave, affannoso, e pericoloso, quanto pio, divoto, e santo pellegrinaggio, quì consolandovi con una compita, distinta, commoda, chiara, e replicata visita di questi santissimi luoghi, ove hà operata la salute del mondo, eleggendovi di più nel glorioso numero de’ favoriti soldati, e Cavalieri suoi; cosi continuando con voi, & in noi la grandezza de’ suoi celesti efficaci favori a’nostri paterni soggiorni e sicuri, e sani, e lieti vi ritorni, dandovi gratia di vivere il resto della nostra vita nel suo timore, di giunger puri, e immaculati alla morte, e di passar sicuri all’eterno possesso della gloria.
 
Ciò detto, ne fece dono d’alquanti Agnus Dei, composti di Terrasanta, che egli di sua mano raccoglie in tutti i luoghi nominati, & riducendo la materia in polvere, col dragante fattane una pasta, & con piccioli impronti diversi stampatevi sopra imagini di Christo, & de Santi, de quali divisi, e lasciati indurire, & data loro la benedittione Apostolica, alla  partenza de’ Pellegrini ne dà a tutti, acciò segli portino a’ suoi paesi, che sono di gran divotione, & hanno molte Indulgenze. Ci diede ancora il privilegio solito a darsi ad ogni Cavaliero ascritto in quella Religione, registrato in bella forma in carta pecora, sottoscritto di sua mano, sigillato col sigillo della Santissima Resurrettione. Noi genuflessi lo ringratiassimo molto delle infinite cortesie da sua Paternità, & da tutti quei Rev. Padri ricevute, poi gli facessimo quella elemosina, che è solita a darsi dagli ascritti in detta Religione, & di più un’altra elemosina per divotione, & ricognitione della charità ricevuta da detti Padri, i quali sono molto bisognosi, essendo di continuo aggravati da Turchi di false imputationi; onde sempre costretti a dar loro denari, e robba del poverissimo Convento; oltra che d’ordinario i Padri sono molti in numero, ne hanno cosa alcuna di fermo, & solo aspettano l’elemosine, che le vengono fatte da Pellegrini, & ciò che gli viene mandato per charità dalle parti d’Europa, il che è molto poco in se, & meno alle necessarie grandissime spese, onde sempre il Convento ha debiti, paga grandi interessi, pigliando ne’ frequenti bisogni danari da certi Hebrei, che ne vogliono ingordissimi [interusuri]. E ricevuta […]
 
la sua santa benedittione, ci ritirassimo con gli altri,
 
pigliando congedo da molti Pellegrini
 
nostri amici, raccomandandoci
 
alle divote loro orationi.
 
  
Fine del secondo libro.
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Et noi havendo per qualche spatio di tempo considerato il luogo, e fatte alcune orationi, levati seguitando la processione, andassimo verso il Santo Monte Calvario, a piedi del quale è una scala, che per trenta gradi alla Capella di S. Helena descende '''[84]''', & per altri vinti gradi cavati nel vivo sasso del monte si cala al luogo, ove fu ritrovata la Santissima Croce '''[85]'''. Nella prima che è di Sant’Helena, la quale è assai spatiosa, sonovi quatro Colonne di marmo, che la sostengono, con sopra un volto, e sotto vi è un altare, inanti al quale ardono lampade, & vi sono molte Indulgenze. Vi è ancora la sedia fatta di marmo, sopra la quale si dice che sedeva S. Helena, mentre faceva cavare per ritrovare la Santissima Croce.
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Havendo quì fatte le solite orationi calassimo a basso al luogo, ove la detta Santa, havuto indicio di quel precioso legno, fece cavare, & vi ritrovò la Santissima Croce, notificata fra le altre due, con miracolo del morto che al tocco di questa sola, non di quelle, ritornò subito a rediviva vita '''[86]'''.
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Sono in questo luogo due altari, l’uno officiato da nostri R. Padri, l’altro da Greci, & inanzi ad ambedue ardono lampade di continuo. Quì havendo noi tutti fatte orationi, il R. Padre si levò, & rivolto col gesto al luogo.
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Mirate, disse, o carissimi in che maniera sia stato quì per tanti secoli sepolto il legno della vita, come empia invidia delle sue glorie, con le tenebre del centro, pretese celar il più bel lume del Cielo. Ma ne tradussero alla fine i raggi al di fuori: e quel Sig.che l’hebbe non solo per ara di sacrificio, non sol per patibolo di patiente, non sol per istrumento di tormento, non sol per campo di morte, ma anco per regio tribunale di vittoria, per alto seggio di trionfo, se patì che vi fu fusse celato, non volle che vi fusse perpetuamente celato, e per mezzo di pietà imperiale trasselo al di fuori, con sopra naturale impresa, accertandolo.
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Doppo fatta assai longa oratione, si levò tutta la processione, & risalendo i gradi ritornò nella Chiesa, & seguitando l’hinno '''[87]''' andò alla Capella, & Altare, ove e riposta la Colonna dell’improperio '''[88]''', luogo dato in custodia a gl’Abissini & aperte certe tavole per una ferrata, allo splendore di due lampadi che vi stanno accese, viddesi la detta Colonna, che è di marmo berettino, d’altezza più d’un braccio, di grossezza quanto può abracciare un huomo. Ivi fatta l’orazione il R. Padre sorse dicendo:
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Mirate fratelli questa parte di Colonna, che essendo in casa d’Herode, da manigoldi fu data per sedia al Rè, dei Rè, & per ischerno havendolovi sopra fatto sedere, vestito di rosso, con una canna in mano, l’incoronarono di pungentissime spine, beffegiandolo, con sputi, e con percosse deformando, e offendendo quel volto, ond’ha gran parte del suo bello, e del suo bene il Cielo. Fù questa Colonna meritevole di sostentare il sostentator dell’universo. Fu questo sasso, degno d’haver sopra di se i pieni rivi di quel sangue, ad una sola stilla del quale non fan pari prezzo tutti i thesori del Mondo.
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Quì anco dette alcune orationi, seguitossi l’ordine della processione, con l’andar verso il memorabilissimo monte Calvario '''[89]''', alla scala del quale giunti si scalzassimo tutti, e ne salissimo i gradi, che sono al numero di trenta in circa. Ivi sopra sono fabricate due capelle, nell’una che è governata da nostri Padri, è il luogo, ove il Signore fu conficcato in Croce '''[90]''', nell’altra che è in custodia de Giorgiani, è il luogo, ove fu piantata la Santissima Croce. Noi genuflessi al primo luogo facessimo oratione; doppò la quale il Reverendo Padre levatosi disse:
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Mirate, & ammirate quì tutti, questo è quel luogo, ove fu da malvaggi Giudei condotto, lacerato, e calpestato il figliuol di Dio: questo è quel luogo ove egli con insulto infinito fu tirato, & gettato per terra, ne vi fu quì di lei un palmo, che non fosse bagnato del pretiosissimo suo sangue. Beato suolo, sacratissimo terreno, che di nulla cedi ad ogni più santa parte del Paradiso. Ma con la Santità, e riverenza del luogo congiungete voi la moltitudine, & acerbità delle pene, che vi patì il Sig. del tutto, onde rapresentatevi alla mente come quì da manigoldi gli fossero lacerare le vesti di dosso, come egli gettato per terra, come disteso sopra l’aspro tronco della Croce, come in esso a duri colpi di martelli con crudelissimi chiodi conficato. E ben sarà di diaspro quel core, che non si spezza alla consideratione di quei colpi: ben sarà senza humore d’humanità quel’occhio, che quì non si fa vena di pianto. O percosse crudeli. E quì era l’afflittissima madre, infelicissima spettatrice del tutto; & quel ferro che feriva, e forava la mano, e’l piede del figlio, feriva, & forava il cor della madre, la quale quando in particolare il vidde levar da terra, & da tante piaghe versante una pioggia di sangue, & portarlo al luogo, ove in mezzo a due ladri dovea esser fitto: o figlio, diceva, ò della bellezza paterna eterna imago, chi costa t’ha offeso? chi t’ha si concio, & sconcio?
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& quì egli, mentre parlava, piangendo col suo pianto tronco a se le parole, & mosse a noi abbondantissime le lacrime; onde prostrati la terra baciando più volte, adimandammo perdono de nostri peccati, ivi con un divoto languire, per buona pezza di tempo dimorando.
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Di quì levatici andassimo nell’altra capella '''[91]''', ove in luogo eminente in forma d’Altare, nel mezzo si vede, & si tocca con mano, il pertuggio cavato nel Marmo, entro al quale fu piantata la Santissima Croce, al qual il Rever. Padre appressatosi sospirando, disse:
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Qua dentro alla fine piantossi, quì s’eresse, ò anime benedette, quel legno instromento di funesta morte, ove fra tormenti infiniti moribonda, & spirante pendea la vera vita. Quì come in arena la morte, è la vita ''Duello conflixere mirando''. Quà fermossi l’Arca, sicura entro alla quale fummo dal diluvio universale della colpa liberati. Quì si eresse l’altare, e’l Santuario, nel quale s’offerse la vittima, che sola placò il Cielo. Quì si inalberò l’altissimo palo, col serpe mistico appeso ad’ universal salute. Quì come in glorioso carro viddesi; assiso chi la colpa vinse, chi trionfò della morte. Quì s’appese 1a gran statera, nella quale con giusto rigoroso peso fu sodisfatto alla divina giustitia. Quà dentro piantossi, & di quì verso il Cielo inalciossi la scala, per la quale apunto si sale in Paradiso: & quì fu posta la catedra magistrale, dalla quale il mistico Salomone coronato, c’insegnò la supereminente scientia dell’infinita sua charità, mentre per la vita dell’huomo, indignissimo peccatore, ingratissima creatura, morio il Creatore. Ma perche riconosciate da più parti la Santità del luogo, è da questa ne nascano in voi, ò fratelli, i dovuti affetti, riverenza, divotione, compassione, amore, e pentimento, considerate, che quì, in questo luogo, sotto questo sacro tetto, entro a questo ambiente, in questo spatio d’aria, fù immolata la vittima, per la quale si rese Dio placato al genere humano, e servì per tempio questo monte, per altare la Croce, per Sacerdoti i Carnefici, & in questo sacrificio, il sacrificato quanto patì? tanto che tutte le lingue non sono bastevoli a dirlo, ben in parte l’additano le circonstanze di chi patì, di che tormento, del tempo, del luogo, dei compagni, del numero e del modo de’ tormenti. Che chi patì era sommamente, ottimamente complessionato, onde sentiente ogni danno infin all’essalar del spirito; che però, in quel ultimo, grida si forte, che da quì il confessa figlio di Dio il Centurione. Li tormentatori quanti furono, se tutti furono, è Regi, è Prencipi, é Giudei, è Gentili, è Sacri è profani, & huomini, & donne, & amici, & inimici, e infin il Padre istesso, che per il profeta grida dal Cielo, che, ''Propter scelus populi percussit eum?'' il tempo in che patì, fu la solennissima festa di Pasqua, quando il mondo tutto concorreva in Gierusalemme, acciò restasse infame appresso tutti; che però vi si mette in più lingue il titolo della imputata sua colpa, che si fusse temerariamente preteso Ré de Giudei. Il luogo ove patì, fu ogni luogo, nell’horto infin’al sudar il sangue: nella casa di Caifa in fin ad haver è schiaffi, è sputi, è sentenza di morte: nella casa di Pilato, infin ad esser horribilmente frustato, è coronato di spini: nella via al Calvario, infin al deliquìo della vita, per il peso della Croce. Ma il luogo principale, ah che fu questo monte: quì fecesi la strage, e’ macello: questa fu la funestissima scena del tragico successo. E quali furono i compagni? infamissimi ladri, & egli fu posto in mezzo a loro, quasi peggior di loro, & per finirla delle pene il numero fu senza numero, & senza modo il modo, percosso il capo, spinata la fronte, velati gli occhi, svelti i crini, tormentate le orecchie con le bestemmie, le nari con fetori, la bocca col fiele, le mani è i piedi con chiodi, tutto il corpo con flagelli. Infin nel corpo estinto di lui, con fiera lancia si ferisce, infin si stracciano le vesti. Ove si vidde spettacolo più misero, & doloroso mai? Chiuse i lumi il Cielo, per non vederlo, ne farlo visibile altrui: tremò la terra per horror di tanta crudeltà, spezzaronsi i sassi, aprironsi i monumenti, & tutto questo per noi.
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Onde se si pensa bene alla Passione, che fu quì fatta per redimere l’anime nostre, ogn’uno per l’avenire si guarderà d’incorrere nei peccati; acciò tanto misterio non sia per noi vano, essendo costato si caro.
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Udito il nobile, & divoto Sermone, & dimorati qua buona pezza con gli spiriti assorti nella consideratione del luogo, & dei misterij quì accorsi, fatte orationi, & humilmente baciata la bocca del forame, ove fu conficata la Santissima Croce, piangendo ritornassimo a seguitare la Processione; & discesi per donde eravamo saliti, seguitando l’ordine, andassimo verso la pietra della Santissima ontione '''[92]''', la quale è posta all’incontro della porta, per la quale s’entra '''[93]'''.
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E cinta questa pietra con un ordine di ferri, & sempre sopra vi stanno appese dodeci Lampade accese, mantenutevi da tutte le nationi, & ogni natione ha cura delle sue. Posti tutti noi in ginocchioni atorno facendo oratione, il R. Padre sospirando disse:
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Ma ecco ò miei Carissimi, la pietra '''[94]''', che quì la Croce, fù da Discepoli Nicodemo, e Gioseffo Abaramatia eletta al più pietoso officio, che fusse fatto sotto il Cielo mai. In questa ottenuta da Pilato la licentia di tumular l’estinto Signore, fù deposto, & secondo il costume del paese, lavato, unto, e pianto. Sù questa in panni candidi, e novi involto. Da questa al Santissimo Sepolcro, che poco lontano si vede, portato. Pietoso sasso, che se ben duro, come fine succedesti a i dolorosi ministerij della Croce. Pretioso sasso, che fatto feretro a quelle dive membra, da quelle carni, dalle piaghe, dal sangue qualità ricevesti, onde teco la perdono le più stimate gioie dell’oriente. Ma se tal sasso ai colpi di duro ferro scintille, rende, onde l’esca s’incende anco questo sasso a i tocchi di tenero core rende fiamma, onde ogn’anima s’infiamma.
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Detto ciò dal Rev. Padre e da noi baciata humilmente la pietra, sorse, e seguitò cantando l’hinno '''[95]''' la processione, infin che giunse alla Capella, che posta in mezzo del gran Tempio Rotondo, fa Cielo al sacrosanto Sepolcro.
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Avanti a questa vi è contigua una Anticapella '''[96]''', ove è la pietra, in che fu ritrovato assiso dalle tre Marie l’Angelo annonciator della resurretione. Può capir questa Capella da quindici in vinti persone al più: ha forma quadra, & per dentro apre una angusta e bassa porticella '''[97]''', per entrar nella Capelletta del Santissimo Sepolcro, la quale è picciola tanto, che al più cape quattro persone '''[98]'''.
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Il Sacrosanto Sepolcro è fatto a guisa d’Altare, coperto d’un bianco marmo, di lunghezza d’otto palmi, sopra’l quale ogni giorno si celebra la santissima Messa '''[99]'''.
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La Capelletta è fatta a volto, & sotto il volto vi stanno appese quaranta otto lampade, tenutevi di continuo accese da tutte le nationi, & ogni natione conosce, & governa le sue.
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Quì entro entrati alcuni puochi Frati, & noi altri pellegrini successivamente cedendosi vicendevolmente ogn’uno il luogo, fatta divota oratione a tutti i convenuti, che solti, parte dentro, è parte fuori sul ingresso stavano il Rev. Padre con le lagrime agli occhi, & con voce dal dolore, & dai sospiri interotta così disse:
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Anime fedeli, ecco, oime, la tomba, ove il sacro, & venerado corpo del buon Giesù fù posto. Quì tolto dal duro, e tormentoso letto della Croce, ove a lui fu riposare il penare, dormire il morire, tutto piaghe, tutto sangue, arato da flagelli, forato da ferri, miserando, & lacrimoso spettacolo di somma pietà alla fierezza istessa, fu da pietose amiche mani sepolto. Quì giacque egli morto, & essangue; onde è quelle mani, che crearno i Cieli, è quei quei piedi, che calcorno le stelle, è quegl’occhi, che dieron lume al Sole, & quella bocca vera vena di vita, & tutte l’altre divine parti restarono, in grembo a questo sasso, miseranda preda di morte. Ma a grandezza immortale, & infinita di questa tomba, che adorate ò fedeli, era di Dio quel corpo, che spento vi giacea, unito a Dio, & hipostaticamente a lui congionto. Ne vi fu posto, perche v’incenerisse, che l’anima accompagnata dalla istessa deità itasene a trionfar degl’Abissi di la, il terzo giorno, con tanta vittoria, con tanto acquisto, con tanta comitiva d’anime sante, ritornò a lui, & a quel corpo che fu si santamente concetto, si gloriosamente partorito, si virtuosamente essercitato, si fruttuosamente consonto, & estinto, a qual santissimo, è bramatissimo suo corpo avida, e lieta si ricongionse, e versovi un Oceano intiero delle sue immense glorie, rendendolo e vivo, e sano, & intiero, e beato, e glorioso. O meraviglie, ò grandezza di questo sepolcro. Ben a ragion di lui occhio, e lingua di illuminatissimo antico Propheta previdde, e predisse, che doveva esser glorioso. Ma fortunati, e felici voi, ò fedeli di Christo, che presenti il riverite, è mirate.
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  Sulla collina dinanzi al villaggio, dove forse Zaccaria possedeva una casetta di campagna, la tradizione vuole che si sia ritirata Elisabetta dopo l’annunzio dell’arcangelo Gabriele fino alla nascita di Giovanni. In questo luogo sorge il santuario della Visitazione ricostruito recentemente, nel 1939, ma in base al piano antico: già in precedenza infatti vi sorgeva una costruzione formata da due chiese sovrastanti. Ancora oggi si notano resti bizantini e crociati.
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'''[84]''' Sempre all’interno della basilica del Santo Sepolcro, scendendo per una scalinata si arriva alla cappella della Santa Croce o di Sant’Elena officiata dagli Armeni. La costruzione è formata da tre piccole navate; misura 23 x 13 m e risale al secolo XI, come testimoniano alcuni elementi architettonici bizantini e crociati. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: ''Nunc Elenae suffragia / Quaeramus primum laudibus / Ut cum beatis meritis / Asquirat nobis veniam / Divota Christi Elena / Crucem quaesivit fervida / quam reperit cum titulo / Corona, clavis, lancea. / Quam crucem ut acquireret / Tulit timorem omnibus / Sub pena mortis villico / Amore ardens Celico. / Inventa cruce Domini / Canamus illis canticum / Qui dedit talem gratiam / Donatque sursum premium. / O Elena santissima, / Quae crucem tanti gratiae / Amasti totis viribus / Mortuis iuva precibus. / Exaudi sancta Trinitas / Preces sanctorum omnium / Ut per eorum merita / Dones et nobis gloriam. Amen''. ANTIPHONA: ''Helena Constantini Mater, Hierosolymam petijt. Ora pro nobis beata Melena. Ut digni efficiamur &c.'' ORATIO: ''Deus qui inter caetera potentine tui miracela etiam in sexu fragili virtutem recte intntionis corroboras, presta quaesumus, ut sancte Elene Regine exemplo, cuius studio desideratur a regis nostri lignum sancte Crucis de egere dignatus es ea quae Christi sunt: iugiter indagare, et te favente, consegui mereamur. Per eundem Christum Dominum nostrum &c.''
All’interno di detto santuario si trova una cripta che ricorda l’abitazione interna di Zaccaria ed Elisabetta: vi è una cisterna casalinga e una scaletta che portava al piano superiore della casa. In una nicchia della parete è conservato un antico macigno che, secondo la tradizione, avrebbe nascosto il piccolo Giovanni durante la strage degli Innocenti.
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  Qui Pesenti si riferisce alla chiesa di S. Giovanni Battista che nel XII secolo i crociati costruirono, come una fortezza al centro di Ain Karem, sulle rovine di precedenti chiese. In questa chiesa, a sinistra dell’altare maggiore, si trova una scalinata che conduce ad una grotta in cui, secondo la tradizione, sarebbe nato il Battista. Pesenti ne trova solo le rovine, perché venne ricostruita in stile spagnolo qualche anno più tardi, nel 1674.
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'''[85]''' Anche la capella del ritrovamento della Croce risale al XI secolo. Qui, in un’antica cisterna romana abbandonata, all’inizio del IV secolo furono ritrovati i legni usati per la crocefissione di Gesù e dei due ladroni. Il miracolo dell’improvvisa guarigione di un morente al contatto di una delle tre croci fece capire a Sant’Elena e al vescovo di Gerusalemme Macario quale fosse quella di Gesù.
  L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ut queant laxis resonare fibris mira gestorum famuli tuorum, solve polluti labii reatum, sancte Iohannes! Nuntius celso veniens Olympo te patri magnum fore nasciturum, nomen et vitae seriem gerendae ordine promit. Ille promissi dubius superni perdidit promptae modulos loquelae; sed reformasti genitus peremptae organa vocis. Ventris abstruso positus cubili senseras regem thalamo manentem, hinc parens nati meritis uterque abdita pandit. Gloria Patri genitaeque proli et tibi compar utriusque semper Spiritus alme Deus unus omni Tempore saecli. Amen. ANTIPHONA: Ex utero vetulae et sterilis hic natus est Ioannes praecursor Domini. Vers. Fuit homo missus a Deo. Resp. Cui nomen erat Ioannes. ORATIO: Deus qui populum tuum in Nativitate Beati Ioanni Baptista laetificare feristi, da nobis famulis tuis spiritualium gratiam gaudiorum et omnium fidelium mentis dirige in viam salutis aeternae. Per Christum Dominum. Amen. – Nella Capella che è al lato destro dell’Altare: Benedictus Dominus Deus Israel, quia visitavit, et fecit redemptionem plebis suae:  Et erexit cornu salutis nobis in domo David pueri sui. Sicut locutus est per os sanctorum, qui a saeculo sunt, prophetarum eius: Salutem ex inimicis nostris, et de manu omnium qui oderunt nos: Ad faciendam misericordiam cum patribus nostris: et memorari testamenti sui sancti: Iusiurandum, quod iuravit ad Abraham patrem nostrum, daturum se nobis; Ut sine timore, de manu inimicorum nostrorum liberati, serviamus illi. In sanctitate et iustitia coram ipso, omnibus diebus nostris. Et tu puer, propheta Altissimi vocaberis: praeibis enim ante faciem Domini parare vias eius: Ad dandam scientiam salutis plebi eius: in remissionem peccatorum eorum: Per viscera misericordiae Dei nostri: in quibus visitabit nos, oriens ex alto: Illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent: ad dirigendos pedes nostros in viam pacis. Gloria Patri et Filio et Spiriti sancto, sicut erat in principio et nunc et sempre et in specula saeculorum. Amen. ORATIO: Deus qui beatum Zachariam de sancte prolis Promissione dubgitantem mutum feristi, cui postmodum credenti  os Spiritu sancto plenum in tuas laudes mirabiliter reserastis concede ut eius ac filij gloriosis precibus demeritis linguis nostris incredulitatis vinculo resolutis, ea quae tuae palamita sunt volutati corde credentes animose confiteamur et ore. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
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  Esiste ancora oggi una scalinata che risale ai tempi dell’occupazione romana che porta a un luogo detto “palazzo di Caifa”, dove vi è la Chiesa del Gallicanto, o “canto del gallo”, che ricorda il rinnegamento di Pietro. È possibile che la chiesa sia stata costruita sulle rovine dell’antica casa del sommo sacerdote Caifa, tuttavia studi recenti suggeriscono che la casa di Caifa in realtà fosse un po’ più in là, nel quartiere aristocratico della città.
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'''[86]''' HYMNUS: ''Ad Crucis locum pergere / Debemus, et hanc quaerere / Velut gesserunt Martires / Qua meruerunt gloriare / O crux mirando glorie, Scala, ad Coelos donans: / Per quem ascenditDominus / In ea suso sanguine. / O Crux arbor degnissima, / Quae mediante anime / Ascendunt ad celestia / Et beatorum premia. / O Crux scala excelsia / Cunctis altis arboribus / Adiva nos ab infimis / Ad Coelos usque scandere / Haec illa est altissima / Scala q. iam sanctissimus / Iacob vidit in somnio / Per quam pergebant Angeli. / O Crux sic admirabilis, / Ornata Christi sanguine / Quae cum sanctorum acmine / Nondum illustras lumine. / O Crux arbor dolcissima / Quae mortis das mysterium / Christi et nobis pretium / Conasti, atque gaudium. / O Crux ave spes unica, / Inventa hic ab Elena / Per te sic nobis gratia, / Detur, et sursum gloria. Amen''. ANTIPHONA: ''Orabat Iudas dicens, Deus, Deus meus ostende mihi lignum sancte Crucis, cumque ascendisset de lacu, perexit ad hunc locum ubi iacebat sancta Crux. Hoc signum crucis erit in coelo. Cum Dominus ad iudicandum venerit''. ORATIO: ''Deus qui hic, in preclara salutifere crucis invenzione, passionis tuae miracela suscitasti: concede, ut vitalis ligni pretio aeterne vitae suffragia consequamur. Qui vivis, et regnas &c.''
  Un braccio corrispondeva a sei piedi, circa 1,85 m. Quindici braccia corrispondevano a poco meno di 28 m.
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  Quasi 15 metri.
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'''[87]''' HYMNUS: ''Christi iam improperia, / Quae tulit et ludibria / Canamus et purpuream / Vestem, sputat et alafas, / ac flagellato corpore / Christi Iesu effunditur / Sanguis a bis crudelibus / Ave Rexque, clamantibus. / Perfundunt vultum sanguine / Ficta corona capiti / Quam ponunt illi milites / Spinarum, sed arundine / Heu, qui sempre gloriae, / Honorisque meruerat / Coronam cur sic ventibus / Circondant, et aculeis / Fundamus vultum lacrymis, / Pro pietate Domini / Vultum cuius, sic impiis / Fuderunt sputi sordibus / O tu Iesu santissime / Concede nobis pretij / Partem sacrati sanguinis / Quem tunc fudisti capitis. Amen''. ANTIPHONA: ''Ego dedi tibi sceptrum Regale, et tu capiti meo imposuisti spineam coronam. Posuisti Domine, super caput eius. Resp. Coronam de lapide pretioso''. ORATIO: ''Domine Iesu Coriste, qui humano generi condolens, coronam spineam in tuo sacratissimo capite suscepisti: sanguinem tuum pro salute omnium fudisti: respice ad indignias preces nostras; ut a te clementer esaudisti indulgentiam, et remissionem omnium paccatorum nobis tribuas, per tuam magnam misericordiam, et pietatem. Qui vivis, et regnas cum Deo Patre &c.''
  18,5 m.
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  Nonostante il nome, non hanno niente a che vedere con i re di Israele che, secondo la Bibbia, sono sepolti nella Città di David, quindi sull’Ofel. Questo vasto complesso di tombe, oggi di proprietà dello stato francese, per le sue caratteristiche risale, secondo gli archeologi, al periodo del Primo Tempio. Da una scalinata si accede a un cortile scavato nella roccia dove due canaletti laterali convogliavano le acque piovane in due cisterne sotterranee; il cortile aveva un portico con due colonne e presentava decorazioni di cui sono ancora visibile alcune tracce. La tomba consta di un vasto ambiente da cui si accede alle cinque camere sepolcrali: queste presentano sui tre lati le banchine per i defunti, dotate di poggiacapo; nella camera più interna, preceduta da alcuni gradini, vi è anche un sarcofago tagliato nella roccia.
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'''[88]''' Oggi la cappella degli Improperi è custodita dai greci. Vi è ancora custodito il frammento di colonna su cui, secondo la tradizione, stava seduto Gesù mentre veniva schernito e insultato.
  Si tratta della località di Latrun che si trova a metà strada, sulla sinistra tra Lidda e Gerusalemme. Qui, alla fine del XII secolo, i templari costruirono un castello che veniva chiamato “toron des chevaliers” o “Turo militum”, ossia “cordone dei cavalieri o dei soldati”. Da questa denominazione gli arabi trassero il nome di “al – Latrun” o “Latun”, un nome che nel XV secolo fece nascere la leggenda secondo cui questa era la patria del buon ladrone, San Disma e da allora venne anche chiamato “Castello del buon ladrone”. Oggi, costruito sulle rovine del castello, sorge un grande monastero, con annessa una colonia agricola, tenuto dai padri trappisti francesi.
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  Si tratta presumibilmente del pozzo di Giacobbe, presso Balata, l’antica Sichem (forse la Sicar nominata nel Vangelo), dove attualmente un monastero greco conserva nella cripta della chiesa quello che la tradizione definisce il “pozzo di Giacobbe”. Sichem era un’antica città cananea all’imboccatura della valle formata dai monti Ebal e Garizim. Secondo la tradizione giudaica, duemila anni prima di Cristo Abramo, proveniente da Ur dei Caldei, giunse in questa località e vi innalzò un primo altare a Jahvè (Genesi 12,6-7). Più tardi a Sichem si fermò anche Giacobbe, di ritorno dalla Mesopotamia e nelle vicinanze acquistò il campo sul quale aveva eretto le sue tende e vi scavò un pozzo profondo circa 32 m (Genesi 24,32), alimentato da una sorgente sotterranea tuttora attiva. Sempre a Sichem ebbe luogo anche la grande assemblea di tutte le tribù di Israele voluta da Giosuè per il rinnovo dell’alleanza di fedeltà a Dio (Giosuè 24,1-28). Il pozzo di Giacobbe è reso particolarmente famoso per l’incontro di Gesù con la Samaritana. A memoria di questo fatto fin dal IV sopra il pozzo venne costruita una chiesa, danneggiata nel 484 e nel 529, durante le rivolte dei Samaritani. La costruzione venne poi restaurata sotto l’imperatore Giustiniano (528-565) e poi andò completamente in rovina. Più tardi i Crociati vi costruirono un tempio a tre navate, ma anche questo fu distrutto verso il 1187. L’attuale chiesa, di rito greco-ortodosso, venne costruita solo nel 1860 e quindi si capisce come Pesenti abbia trovato solo antiche rovine.
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'''[89]''' Per salire sul Calvario bisogna salire una gradinata perché si eleva di 5 m rispetto al piano della basilica. Esso misura 11,45 m per 9,25 e, come descrive Pesenti, è composto da due cappelle. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: ''Ad Montem nunc Calvarie, / Pergamus cunctis laudibus / Ut Christus sua gratia / Agnoscat nobis omnibus / Ad Montem sanctum ibimus / Devotis totis viribus / Iesumque contemplantibus / In cruce fixum pendere. / Ad Montem hunc sanctissimum / Eamus ubi sanguinis / Christus tunc sacrificium / In cruce pendens obtulit. / Ad locum hunc pervenimus / In quo salvator seculi / Se obtulit pro omnibus / Et hic emisit spiritu.m / Ecce locus sanctissimus / Sacratus Christi sanguine / Qui hic salutem anime / Inventi crucis opere. / Confixa clavis viscera / Tendens manu vestigia / Redemptionis gratia / Offerta est hic Hostia / O sacer sanguis victima, Salutis nostrae anime / In hac fusus Calvario, / Ex Christi Iesu corpore. / Gloria tibi Domine / Pro nostro passo subleme / Infunde nobis gratiam / Quam acquisisti sanguine''. ANTIPHONA: ''Ecce locus ubi Salvator Mundi pependit, ex latere cuius sanguis, in redemptionem et aqua ad nostrorum criminum ablutionem exivit, venite ad oremus. Adoramus te Christe, et benedicimus tibi. Qui per sanctam crucem tuam. Hic redemisti mundum''. ORATIO: ''Deus Pater aeterne pietatis, et infinite caritatis, qui furorem ire tuae quem nos pro peccatis nostris merebamus, hoc in loco super Filium tuum unigenitum, totius umani generis redemptorem ostendisti, cum ipsum in cruce sospendi permisisti, aceto, et fele potari: clavis, et lamcea vulnerari evoluisti: concede nobis indignis servi tuae santissime Maiestatis, eiusdem filij tui doloribus compatientibus, ut fructum tante passionis, et mortis eius, in aeterne felicitatis gloria perfrui mereamur. Per eundem Christum.''
  Giaffa si trova poco a Sud dell’attuale Tel-Aviv, e oggi ne è parte integrante. Anticamente era il porto della Giudea, anche se ai tempi di Erode aveva un po’ perso la sua importanza per la concorrenza di Cesarea. Distrutta da Napoleone nel 1799, fu ricostruita all’inizio dell’Ottocento, ed è oggi città dall’aspetto moderno.
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Gaza si trova sulla costa sud-orientale del mar Mediterraneo. Nell’antichità era il centro principale della confederazione filistea. Sul suo territorio si svolsero le leggendarie imprese di Sansone. A causa della sua posizione strategica e della sua floridezza economica, soprattutto in quanto emporio commerciale tessile, Gaza era un possedimento ambito dai conquistatori che miravano a dominare in Palestina: se ne contesero il dominio gli egizi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci di Alessandro Magno (che la occupò nel 332 a.C.) e i romani. Con i romani Gaza divenne uno dei mercati di schiavi più importanti di tutto l’impero. Con l’avvento del cristianesimo fu sede di una delle prime comunità cristiane, finché venne occupata dagli arabi nel 643 e dai templari nel 1152. Proprio la città di Gaza fu uno dei capisaldi intorno ai quali si svolsero le più sanguinose battaglie delle crociate (1239–44) e, qualche secolo più tardi, nel 1516, della conquista ottomana dell’Egitto.  
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'''[90]''' Ancora oggi è custodita dai latini e ricorda la crocifissione di Gesù. È stata rinnovata in tempi recenti; l’altare in bronzo argentato è invece del 1588, un dono del granduca di Toscana Ferdinando de’ Medici. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: ''O Amor deiderij / Nostre salutis pretium / Qui pedes, manus percuti / Hic extendisti crucique / Decreti tunc chirographum / Christus estingui cupiens / Hic crucifixi manibus / Permisit atque pedibus / Nec tantis in doloribus / Oblitus erat virginia / Tensis in cruce brachiis / Ipsam reliquit virgini / Et hunc illi santissime / Matri donavit iuvenem / Quem diligebat fervide / Ex charitate nimia / O gutta Christi sanguinis / Valoris tanti pretij / Quae infiniti meriti / Fuisti nostris cordibus / Gloria tibi domine / Pro effusione sanguinis / Quem hic fudisti vulnerum / Ut nos ditares meritis. Amen''. ANTIPHONA: ''Ego quasi Agnus inncens ductus sum ad immolandum, post quam carnem meam totam verberibus repleverant, ita ut numerare valerent omnia ossa mea, et pupugissent caput meum spinis, et vepribus, foderunt hic manus meas: et pedes meos ferreis clavis confingentes cruci: Ipse vulneratus est hic propter iniquitates nostras, Cuius livore sanati sumus''. ORATIO: ''Domine Iesu Christe fili Dei vivi, qui hanc sacratissimum locum pro salute umani generis, pretioso sanguine tuo consecrasti; ad quem hora tertiabaiulans crucem, duci evoluisti: hac domum hora sexta cruce affixus, pro peccatoribus exorasti: Matremque dolorosam virginem virgini commendasti; concede quaesumus, ut nos et omnes qui hic tuo pretioso sanguine redempti sumus, et tuae passionis memoriam celebramus et eiusdem passionis benefitium consequi valeamus. Qui vivis et regnat &c.''
  Sembrerebbe trattarsi del villaggio di Khan Yunis, la cui pronuncia venne forse mal interpretata dal Pesenti. Essendo distante circa 25 km da Gaza, sembra però troppo vicino a quest’ultima, anche in considerazione della successiva tappa.
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  Si tratta probabilmente dell’attuale El-’Arish. Dista circa 90 km da Gaza.
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'''[91]''' Questa cappella, officiata dai greci, poggia sulla roccia. Sotto l’altare vi è una lunetta che permette di vedere e toccare la roccia dove venne conficcata la croce di Gesù. Affianco è possibile vedere la fenditura che secondo la tradizione si produsse al momento della morte di Gesù.
  Forse l’attuale Mazar, una quarantina di km a ovest di El-’Arish.
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  Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h.
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'''[92]''' La Pietra dell’Unzione si trova oggi all’interno della Basilica del Santo Sepolcro, ed è una lunga pietra levigata in calcare rosa. Si trova sul luogo dell’antico Oratorio dell’Unzione, smantellato nel corso delle trasformazioni architettoniche dell’edificio. Secondo la tradizione, indica il luogo dove Gesù, deposto dalla croce, vene cosparso di unguenti. Per questo costituisce la XIII stazione della via crucis (Gesù deposto dalla croce). Affiancata da candelieri, è sovrastata da otto lampade.
  È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia
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  L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo.
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'''[93]''' L’edizione del 1628 aggiunge qui: ''“& ivi si disse il seguente Hinno'': HYMNUS: ''Ad Iesum modo ungere / Devotionis oleo / Pergamus omnes fervide / Ut nos iniungat gratia / Qui pietate nimia / Nomen effusum oleum / Habet atque dulcissimum / Cordis orgamur lacrymis. / O tu excelsa pietas / O Iesus ardens Charitas / Qui mortem morte destruis / Sic vitam donas mortuis / De cruce iam depositus / In Matris suae brachijs / Repositus ut creditur / In loco isto ungitur. / Contempla Matrem lachrymis / Plenam atque neroribus / Dolore mortis Filij / Cuius anore moritur / Sic quae Ioannes adfuit / Qui Matrem loco Filij, / Recepit virgo virginem / Pro pietate mortui / Veni Joseph santissime / Tu Nicodeme propere / Huc cum misture aloe / Ac mirrhae Iesum ungere / Nunc ergo super sydera / Preces pro nobis fondite / Ad Iesum Dei filium / Quem hic unxistis mortuum / Quem hic in munda syndone / Ligastis, et cum linteic / Tantisque aromatibus / Ipsum rogate precibus / Beata vestea bracchia / Quae meruerunt cingere / Corpus Iesu sanctissimum / Et id unguentis ungere / Gloria tibi Domine / Decus tibi perpetue / Honor tibi santissime / Pro unguentorum nomine. Amen''. ANTIPHONA: ''Unguentum effusum nomen tuum, ideo adolescentule dilexerunt te. Dilexisti iustitiam et odisti iniquitatem. Propterea unxit te Deus, Deus tuus. ORATIO: Dulcissime Iesu Christe, qui in tuo sanctissimo corpore, quorum condescendens devotioni fidelium: ut te verum Regem, et sacerdotem ostenderes ingiungi ab eiusdem tui fidelibus evoluisti: concede, ut corda nostra unctione Spiritus sancti valeant ab omni infectione peccati continue preservari. Qui vivis et regnat &c.''
  Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez.
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  L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya.
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'''[94]''' Scesi dal Calvario, proprio di fronte all’entrata della basilica, si trova la”Pietra dell’Unzione”, ossia una lastra di pietra rossastra lunga 2,70 m, larga 1,30 m e alta 0,30, più che il luogo, vuole ricordare il rito compiuto da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo.
  Non meglio identificabile.
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  Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii.
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'''[95]''' HYMNUS: ''Ad locum iam sanctissimum / Sepulcri Christi corporis / Eamus totis mentibus, / Quaerentes Iesum laudibus / Ad locum tam amabilem / Cunctis Christi fidelibus / Peragamus non cum iubilis / Fervore moti spiritus. / Ecce Ioseph decurio / Arimateae nomine / Qui Christi corpus unxerat / Cuius erat discipulus. / Et Nicodemus pariter / Cum sanctis quoque alijs / Tulerum huc in propio / Sepulchro pleni lachrimis. / In hoc excise lapide / In quo nunquam quis fuerat / Perunctum ponunt mortuum / Corpus Christi sanctissimum. / Tunc currunt duo pariter / Ad gloriosum tumulum / Sed praecucurrit citius / Ioannes Petro junior / Ioannes tamen ingredi / Non vult pro reverentia / Pastoris iam Ecclesiae / Intus tantum prospiciens / Tunc vidit lamina / Quibus cum aromatibus / Corpus Iesu ligaverant / Sacrarumque sudarium / Iesum tamen non viderunt / Qui tam liber a mortuis / Fuit peracto tempore / Dierum trium spatij. / Iam anima sanctissima / Ad inferos descenderat / Ut lumen daret mortuis / Ad Coelosque perduceret / Contrivit Portas eseas / Ligavitque Luciferum / In penis his perpetuis / Sua virtute propia / Sic ergo tulit animas / Atque sanctorum corpora / Quae resurgens pariter / Conduxit ad caelestia. / Unitur post haec omnia / Sacrato Christi corpori / Cum in utroque fuerit / Excelsa mens divinitas. / Resurgit tunc in gloria / Passurus nunquam amplius / Sed vita beatissima / usurus, et perpetua. – Quando vero non circundatur tribus vicibus dicantur hic. Gloria tibi Domine – Resumpsit Iesus omnia / Quae patiens ammiserat / Et sanguinem, et alia / Ad unionem corporis / Revoluit tunc ab ostio / Sepulchri huius lapidem / Ut legitur sic Angelus / Ad resurgentis gloriam / Fit terremotus maximus / Quo perterrentur milites / Ruant terrore homines / In terram velut mortui. / O Divina potentia / O summa sapientia / Qui post tormenta talia / Resurgit tanta gloria / Surgunt mane mulieres / Cum super terram tenebre / Essent adhuc, sed ansie / Cuius erant discipule. / Pergunt in prima Sabbathi / Aromatum huc copiam / Portantes, his ut ungerent / Corpus Iesu sanctissimum. / Tunc Iesum non inveniunt / Sed vident solos Angelos: / In albis hic sedentesque / Qui dicunt ipsum vivere. / Ex is ergo miraculis / Ac sanctis his prodigiis / Pergunt huc gentes omnium / Regnorum atque patrium. / Ad hunc currunt ex partibus / Mundi totius homines / Ac etiam mulieres / Omnes amore anxijs / Ex Orientis partibus / Et Aquilonis montibus / Meridie plagisque / Et ab Pccasus omnibus / Festinant parthi, Medique / Sic Elamire properant / Atque Mesopotamij / Simul et Cappadotij / Ex Pontique provincie / A Regioni Libie / A Phrigiaque populi / Omnes amore properant. / Gentes sic ex Parephilia / Et ex Aegypti partibus / Atque totius Asiae / Ad locum hunc perveniunt. / Pergunt Romani advene / Omnes fervore calidi; / Ob Christi reverentiam / Ac matris suae Virginia. / Agamus ergo gratis / Simulque cum his omnibus / Ut suam ob victoriam / Donet nobis et veniam / Gloria tibi Domine, / Pro tantis donis gratie / Quibus ditasti animas / Quae tuam colunt gloriam. Amen''. ANTIPHONA: ''Quem totus Mundus capere nequiverat, hic uno saxo clausus fuit: atque morte iam perempta inferni clausura penetravit. Surrexit Dominus de hos sepulcro, alleluia. Qui pro nobis pependit in ligno, alleluia''. ORATIO: ''Domine Iesu Christe, qui in hora diei vespertina de cruce depositus in brachijs dolcissime Matris tuae, ut pie creditur reclinatus fuisti; horaque ultima in hoc sacratissimo Monumento corpus tuum ex anime contulisti: et die tertia mortalitate deposita gloriosus ex inde resurrexisti, Angelos quidam eiusdem resurrectionis testes, apparire sussisti tribune quaesumus, ut nos, et omnes quos in orationem comendatossuscepimus, qui de tua passione, et morte memoriam facimus; resurrectionis tuae gloriam consequamur. Qui vivis et regnat &c.''
  A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari, ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito.
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  La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale.
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'''[96]''' La cappella del Santo Sepolcro è di forma rettangolare; è lunga 8,30 m e larga e alta 5,90 m. Viene officiata dalle tre principali comunità religiose presenti nella basilica: latini, greci e armeni. L’edicola ha un vestibolo, qui chiamato Anticappella, di 3,40 m per 3,90 comunemente chiamato “cappella dell’Angelo” a ricordo dell’Angelo che apparve alle pie donne assiso sulla roccia ribaltata del sepolcro. Al centro della cappella si trova un piedistallo di marmo in cui è incastrato un frammento della pietra che chiudeva il sepolcro.
  Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private.
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  Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (cfr. M. LENCI, op. cit.). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (cfr. M. LENCI, op. cit.).
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'''[97]''' La “porticella” è alta 1,33 m e conduce nella stanza mortuaria vera e propria.
  L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.
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  Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.
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'''[98]''' Il Santo Sepolcro misura 2,07 m per 1,93. La piccolissima camera “ad arcosolium” è l’ultima stazione della “via Dolorosa”. Sopra la tomba sono oggi appese 43 lampade d’argento: 13 appartenenti ai latini, altrettante ai greci e agli armeni, mentre i copti ne hanno solo quattro. Un’icona della Vergine nasconde una parte della primitiva tomba scavata nella viva roccia.
  La parte più antica, e più abitata, della città si trova sulla sponda destra del Nilo, nella parte sudorientale ai piedi della cittadella. L’impianto urbanistico della città vecchia è ancora oggi quello tipico di un centro abitato medievale, con un caotico addensamento di costruzioni tra vie strette e tortuose, circa 300 moschee e un migliaio di minareti.
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  Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo.
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'''[99]''' A destra, la roccia che servì da letto funebre a Gesù, è stata ricoperta da un banco di marmo lungo 2,02 m, largo 0,93 e alto 0,66 m.
Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni.
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  Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici.
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  Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto.
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  Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi.
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  Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta.
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  Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”.
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  Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia.
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  Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima.
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  La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino.
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  Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza.  
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  San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi.
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  Chiaro riferimento alla sfinge di Giza.
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  La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base.
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  La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.
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Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.
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  Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
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  Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
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  È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
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  Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
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  Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882).
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  Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente).
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  La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo.
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  Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale.
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  In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone.
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  Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso.
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  Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”.
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  Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento.
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  La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso.
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  Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo.
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  La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita.
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  La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata.
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  Barberia, attuale Maghreb.
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  Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia).
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  La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit).
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  La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino.
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  Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra.
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  Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico.
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  Etna.
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  Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria.
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  Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit).
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  La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi.
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  Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo.
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La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli.
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  Tropea.
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  Amantea.
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  Palinuro.
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  Acciaroli, attualmente in Campania.
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  Capri.
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  Banditore, araldo.
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Versione attuale delle 18:17, 12 ott 2009

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 5


Et noi havendo per qualche spatio di tempo considerato il luogo, e fatte alcune orationi, levati seguitando la processione, andassimo verso il Santo Monte Calvario, a piedi del quale è una scala, che per trenta gradi alla Capella di S. Helena descende [84], & per altri vinti gradi cavati nel vivo sasso del monte si cala al luogo, ove fu ritrovata la Santissima Croce [85]. Nella prima che è di Sant’Helena, la quale è assai spatiosa, sonovi quatro Colonne di marmo, che la sostengono, con sopra un volto, e sotto vi è un altare, inanti al quale ardono lampade, & vi sono molte Indulgenze. Vi è ancora la sedia fatta di marmo, sopra la quale si dice che sedeva S. Helena, mentre faceva cavare per ritrovare la Santissima Croce.

Havendo quì fatte le solite orationi calassimo a basso al luogo, ove la detta Santa, havuto indicio di quel precioso legno, fece cavare, & vi ritrovò la Santissima Croce, notificata fra le altre due, con miracolo del morto che al tocco di questa sola, non di quelle, ritornò subito a rediviva vita [86].

Sono in questo luogo due altari, l’uno officiato da nostri R. Padri, l’altro da Greci, & inanzi ad ambedue ardono lampade di continuo. Quì havendo noi tutti fatte orationi, il R. Padre si levò, & rivolto col gesto al luogo.

Mirate, disse, o carissimi in che maniera sia stato quì per tanti secoli sepolto il legno della vita, come empia invidia delle sue glorie, con le tenebre del centro, pretese celar il più bel lume del Cielo. Ma ne tradussero alla fine i raggi al di fuori: e quel Sig.che l’hebbe non solo per ara di sacrificio, non sol per patibolo di patiente, non sol per istrumento di tormento, non sol per campo di morte, ma anco per regio tribunale di vittoria, per alto seggio di trionfo, se patì che vi fu fusse celato, non volle che vi fusse perpetuamente celato, e per mezzo di pietà imperiale trasselo al di fuori, con sopra naturale impresa, accertandolo.

Doppo fatta assai longa oratione, si levò tutta la processione, & risalendo i gradi ritornò nella Chiesa, & seguitando l’hinno [87] andò alla Capella, & Altare, ove e riposta la Colonna dell’improperio [88], luogo dato in custodia a gl’Abissini & aperte certe tavole per una ferrata, allo splendore di due lampadi che vi stanno accese, viddesi la detta Colonna, che è di marmo berettino, d’altezza più d’un braccio, di grossezza quanto può abracciare un huomo. Ivi fatta l’orazione il R. Padre sorse dicendo:

Mirate fratelli questa parte di Colonna, che essendo in casa d’Herode, da manigoldi fu data per sedia al Rè, dei Rè, & per ischerno havendolovi sopra fatto sedere, vestito di rosso, con una canna in mano, l’incoronarono di pungentissime spine, beffegiandolo, con sputi, e con percosse deformando, e offendendo quel volto, ond’ha gran parte del suo bello, e del suo bene il Cielo. Fù questa Colonna meritevole di sostentare il sostentator dell’universo. Fu questo sasso, degno d’haver sopra di se i pieni rivi di quel sangue, ad una sola stilla del quale non fan pari prezzo tutti i thesori del Mondo.

Quì anco dette alcune orationi, seguitossi l’ordine della processione, con l’andar verso il memorabilissimo monte Calvario [89], alla scala del quale giunti si scalzassimo tutti, e ne salissimo i gradi, che sono al numero di trenta in circa. Ivi sopra sono fabricate due capelle, nell’una che è governata da nostri Padri, è il luogo, ove il Signore fu conficcato in Croce [90], nell’altra che è in custodia de Giorgiani, è il luogo, ove fu piantata la Santissima Croce. Noi genuflessi al primo luogo facessimo oratione; doppò la quale il Reverendo Padre levatosi disse:

Mirate, & ammirate quì tutti, questo è quel luogo, ove fu da malvaggi Giudei condotto, lacerato, e calpestato il figliuol di Dio: questo è quel luogo ove egli con insulto infinito fu tirato, & gettato per terra, ne vi fu quì di lei un palmo, che non fosse bagnato del pretiosissimo suo sangue. Beato suolo, sacratissimo terreno, che di nulla cedi ad ogni più santa parte del Paradiso. Ma con la Santità, e riverenza del luogo congiungete voi la moltitudine, & acerbità delle pene, che vi patì il Sig. del tutto, onde rapresentatevi alla mente come quì da manigoldi gli fossero lacerare le vesti di dosso, come egli gettato per terra, come disteso sopra l’aspro tronco della Croce, come in esso a duri colpi di martelli con crudelissimi chiodi conficato. E ben sarà di diaspro quel core, che non si spezza alla consideratione di quei colpi: ben sarà senza humore d’humanità quel’occhio, che quì non si fa vena di pianto. O percosse crudeli. E quì era l’afflittissima madre, infelicissima spettatrice del tutto; & quel ferro che feriva, e forava la mano, e’l piede del figlio, feriva, & forava il cor della madre, la quale quando in particolare il vidde levar da terra, & da tante piaghe versante una pioggia di sangue, & portarlo al luogo, ove in mezzo a due ladri dovea esser fitto: o figlio, diceva, ò della bellezza paterna eterna imago, chi costa t’ha offeso? chi t’ha si concio, & sconcio?

& quì egli, mentre parlava, piangendo col suo pianto tronco a se le parole, & mosse a noi abbondantissime le lacrime; onde prostrati la terra baciando più volte, adimandammo perdono de nostri peccati, ivi con un divoto languire, per buona pezza di tempo dimorando.

Di quì levatici andassimo nell’altra capella [91], ove in luogo eminente in forma d’Altare, nel mezzo si vede, & si tocca con mano, il pertuggio cavato nel Marmo, entro al quale fu piantata la Santissima Croce, al qual il Rever. Padre appressatosi sospirando, disse:

Qua dentro alla fine piantossi, quì s’eresse, ò anime benedette, quel legno instromento di funesta morte, ove fra tormenti infiniti moribonda, & spirante pendea la vera vita. Quì come in arena la morte, è la vita Duello conflixere mirando. Quà fermossi l’Arca, sicura entro alla quale fummo dal diluvio universale della colpa liberati. Quì si eresse l’altare, e’l Santuario, nel quale s’offerse la vittima, che sola placò il Cielo. Quì si inalberò l’altissimo palo, col serpe mistico appeso ad’ universal salute. Quì come in glorioso carro viddesi; assiso chi la colpa vinse, chi trionfò della morte. Quì s’appese 1a gran statera, nella quale con giusto rigoroso peso fu sodisfatto alla divina giustitia. Quà dentro piantossi, & di quì verso il Cielo inalciossi la scala, per la quale apunto si sale in Paradiso: & quì fu posta la catedra magistrale, dalla quale il mistico Salomone coronato, c’insegnò la supereminente scientia dell’infinita sua charità, mentre per la vita dell’huomo, indignissimo peccatore, ingratissima creatura, morio il Creatore. Ma perche riconosciate da più parti la Santità del luogo, è da questa ne nascano in voi, ò fratelli, i dovuti affetti, riverenza, divotione, compassione, amore, e pentimento, considerate, che quì, in questo luogo, sotto questo sacro tetto, entro a questo ambiente, in questo spatio d’aria, fù immolata la vittima, per la quale si rese Dio placato al genere humano, e servì per tempio questo monte, per altare la Croce, per Sacerdoti i Carnefici, & in questo sacrificio, il sacrificato quanto patì? tanto che tutte le lingue non sono bastevoli a dirlo, ben in parte l’additano le circonstanze di chi patì, di che tormento, del tempo, del luogo, dei compagni, del numero e del modo de’ tormenti. Che chi patì era sommamente, ottimamente complessionato, onde sentiente ogni danno infin all’essalar del spirito; che però, in quel ultimo, grida si forte, che da quì il confessa figlio di Dio il Centurione. Li tormentatori quanti furono, se tutti furono, è Regi, è Prencipi, é Giudei, è Gentili, è Sacri è profani, & huomini, & donne, & amici, & inimici, e infin il Padre istesso, che per il profeta grida dal Cielo, che, Propter scelus populi percussit eum? il tempo in che patì, fu la solennissima festa di Pasqua, quando il mondo tutto concorreva in Gierusalemme, acciò restasse infame appresso tutti; che però vi si mette in più lingue il titolo della imputata sua colpa, che si fusse temerariamente preteso Ré de Giudei. Il luogo ove patì, fu ogni luogo, nell’horto infin’al sudar il sangue: nella casa di Caifa in fin ad haver è schiaffi, è sputi, è sentenza di morte: nella casa di Pilato, infin ad esser horribilmente frustato, è coronato di spini: nella via al Calvario, infin al deliquìo della vita, per il peso della Croce. Ma il luogo principale, ah che fu questo monte: quì fecesi la strage, e’ macello: questa fu la funestissima scena del tragico successo. E quali furono i compagni? infamissimi ladri, & egli fu posto in mezzo a loro, quasi peggior di loro, & per finirla delle pene il numero fu senza numero, & senza modo il modo, percosso il capo, spinata la fronte, velati gli occhi, svelti i crini, tormentate le orecchie con le bestemmie, le nari con fetori, la bocca col fiele, le mani è i piedi con chiodi, tutto il corpo con flagelli. Infin nel corpo estinto di lui, con fiera lancia si ferisce, infin si stracciano le vesti. Ove si vidde spettacolo più misero, & doloroso mai? Chiuse i lumi il Cielo, per non vederlo, ne farlo visibile altrui: tremò la terra per horror di tanta crudeltà, spezzaronsi i sassi, aprironsi i monumenti, & tutto questo per noi. Onde se si pensa bene alla Passione, che fu quì fatta per redimere l’anime nostre, ogn’uno per l’avenire si guarderà d’incorrere nei peccati; acciò tanto misterio non sia per noi vano, essendo costato si caro.

Udito il nobile, & divoto Sermone, & dimorati qua buona pezza con gli spiriti assorti nella consideratione del luogo, & dei misterij quì accorsi, fatte orationi, & humilmente baciata la bocca del forame, ove fu conficata la Santissima Croce, piangendo ritornassimo a seguitare la Processione; & discesi per donde eravamo saliti, seguitando l’ordine, andassimo verso la pietra della Santissima ontione [92], la quale è posta all’incontro della porta, per la quale s’entra [93].

E cinta questa pietra con un ordine di ferri, & sempre sopra vi stanno appese dodeci Lampade accese, mantenutevi da tutte le nationi, & ogni natione ha cura delle sue. Posti tutti noi in ginocchioni atorno facendo oratione, il R. Padre sospirando disse:

Ma ecco ò miei Carissimi, la pietra [94], che quì la Croce, fù da Discepoli Nicodemo, e Gioseffo Abaramatia eletta al più pietoso officio, che fusse fatto sotto il Cielo mai. In questa ottenuta da Pilato la licentia di tumular l’estinto Signore, fù deposto, & secondo il costume del paese, lavato, unto, e pianto. Sù questa in panni candidi, e novi involto. Da questa al Santissimo Sepolcro, che poco lontano si vede, portato. Pietoso sasso, che se ben duro, come fine succedesti a i dolorosi ministerij della Croce. Pretioso sasso, che fatto feretro a quelle dive membra, da quelle carni, dalle piaghe, dal sangue qualità ricevesti, onde teco la perdono le più stimate gioie dell’oriente. Ma se tal sasso ai colpi di duro ferro scintille, rende, onde l’esca s’incende anco questo sasso a i tocchi di tenero core rende fiamma, onde ogn’anima s’infiamma.

Detto ciò dal Rev. Padre e da noi baciata humilmente la pietra, sorse, e seguitò cantando l’hinno [95] la processione, infin che giunse alla Capella, che posta in mezzo del gran Tempio Rotondo, fa Cielo al sacrosanto Sepolcro.

Avanti a questa vi è contigua una Anticapella [96], ove è la pietra, in che fu ritrovato assiso dalle tre Marie l’Angelo annonciator della resurretione. Può capir questa Capella da quindici in vinti persone al più: ha forma quadra, & per dentro apre una angusta e bassa porticella [97], per entrar nella Capelletta del Santissimo Sepolcro, la quale è picciola tanto, che al più cape quattro persone [98].

Il Sacrosanto Sepolcro è fatto a guisa d’Altare, coperto d’un bianco marmo, di lunghezza d’otto palmi, sopra’l quale ogni giorno si celebra la santissima Messa [99].

La Capelletta è fatta a volto, & sotto il volto vi stanno appese quaranta otto lampade, tenutevi di continuo accese da tutte le nationi, & ogni natione conosce, & governa le sue.

Quì entro entrati alcuni puochi Frati, & noi altri pellegrini successivamente cedendosi vicendevolmente ogn’uno il luogo, fatta divota oratione a tutti i convenuti, che solti, parte dentro, è parte fuori sul ingresso stavano il Rev. Padre con le lagrime agli occhi, & con voce dal dolore, & dai sospiri interotta così disse:

Anime fedeli, ecco, oime, la tomba, ove il sacro, & venerado corpo del buon Giesù fù posto. Quì tolto dal duro, e tormentoso letto della Croce, ove a lui fu riposare il penare, dormire il morire, tutto piaghe, tutto sangue, arato da flagelli, forato da ferri, miserando, & lacrimoso spettacolo di somma pietà alla fierezza istessa, fu da pietose amiche mani sepolto. Quì giacque egli morto, & essangue; onde è quelle mani, che crearno i Cieli, è quei quei piedi, che calcorno le stelle, è quegl’occhi, che dieron lume al Sole, & quella bocca vera vena di vita, & tutte l’altre divine parti restarono, in grembo a questo sasso, miseranda preda di morte. Ma a grandezza immortale, & infinita di questa tomba, che adorate ò fedeli, era di Dio quel corpo, che spento vi giacea, unito a Dio, & hipostaticamente a lui congionto. Ne vi fu posto, perche v’incenerisse, che l’anima accompagnata dalla istessa deità itasene a trionfar degl’Abissi di la, il terzo giorno, con tanta vittoria, con tanto acquisto, con tanta comitiva d’anime sante, ritornò a lui, & a quel corpo che fu si santamente concetto, si gloriosamente partorito, si virtuosamente essercitato, si fruttuosamente consonto, & estinto, a qual santissimo, è bramatissimo suo corpo avida, e lieta si ricongionse, e versovi un Oceano intiero delle sue immense glorie, rendendolo e vivo, e sano, & intiero, e beato, e glorioso. O meraviglie, ò grandezza di questo sepolcro. Ben a ragion di lui occhio, e lingua di illuminatissimo antico Propheta previdde, e predisse, che doveva esser glorioso. Ma fortunati, e felici voi, ò fedeli di Christo, che presenti il riverite, è mirate.


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NOTE

[84] Sempre all’interno della basilica del Santo Sepolcro, scendendo per una scalinata si arriva alla cappella della Santa Croce o di Sant’Elena officiata dagli Armeni. La costruzione è formata da tre piccole navate; misura 23 x 13 m e risale al secolo XI, come testimoniano alcuni elementi architettonici bizantini e crociati. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Nunc Elenae suffragia / Quaeramus primum laudibus / Ut cum beatis meritis / Asquirat nobis veniam / Divota Christi Elena / Crucem quaesivit fervida / quam reperit cum titulo / Corona, clavis, lancea. / Quam crucem ut acquireret / Tulit timorem omnibus / Sub pena mortis villico / Amore ardens Celico. / Inventa cruce Domini / Canamus illis canticum / Qui dedit talem gratiam / Donatque sursum premium. / O Elena santissima, / Quae crucem tanti gratiae / Amasti totis viribus / Mortuis iuva precibus. / Exaudi sancta Trinitas / Preces sanctorum omnium / Ut per eorum merita / Dones et nobis gloriam. Amen. ANTIPHONA: Helena Constantini Mater, Hierosolymam petijt. Ora pro nobis beata Melena. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Deus qui inter caetera potentine tui miracela etiam in sexu fragili virtutem recte intntionis corroboras, presta quaesumus, ut sancte Elene Regine exemplo, cuius studio desideratur a regis nostri lignum sancte Crucis de egere dignatus es ea quae Christi sunt: iugiter indagare, et te favente, consegui mereamur. Per eundem Christum Dominum nostrum &c.

[85] Anche la capella del ritrovamento della Croce risale al XI secolo. Qui, in un’antica cisterna romana abbandonata, all’inizio del IV secolo furono ritrovati i legni usati per la crocefissione di Gesù e dei due ladroni. Il miracolo dell’improvvisa guarigione di un morente al contatto di una delle tre croci fece capire a Sant’Elena e al vescovo di Gerusalemme Macario quale fosse quella di Gesù.

[86] HYMNUS: Ad Crucis locum pergere / Debemus, et hanc quaerere / Velut gesserunt Martires / Qua meruerunt gloriare / O crux mirando glorie, Scala, ad Coelos donans: / Per quem ascenditDominus / In ea suso sanguine. / O Crux arbor degnissima, / Quae mediante anime / Ascendunt ad celestia / Et beatorum premia. / O Crux scala excelsia / Cunctis altis arboribus / Adiva nos ab infimis / Ad Coelos usque scandere / Haec illa est altissima / Scala q. iam sanctissimus / Iacob vidit in somnio / Per quam pergebant Angeli. / O Crux sic admirabilis, / Ornata Christi sanguine / Quae cum sanctorum acmine / Nondum illustras lumine. / O Crux arbor dolcissima / Quae mortis das mysterium / Christi et nobis pretium / Conasti, atque gaudium. / O Crux ave spes unica, / Inventa hic ab Elena / Per te sic nobis gratia, / Detur, et sursum gloria. Amen. ANTIPHONA: Orabat Iudas dicens, Deus, Deus meus ostende mihi lignum sancte Crucis, cumque ascendisset de lacu, perexit ad hunc locum ubi iacebat sancta Crux. Hoc signum crucis erit in coelo. Cum Dominus ad iudicandum venerit. ORATIO: Deus qui hic, in preclara salutifere crucis invenzione, passionis tuae miracela suscitasti: concede, ut vitalis ligni pretio aeterne vitae suffragia consequamur. Qui vivis, et regnas &c.

[87] HYMNUS: Christi iam improperia, / Quae tulit et ludibria / Canamus et purpuream / Vestem, sputat et alafas, / ac flagellato corpore / Christi Iesu effunditur / Sanguis a bis crudelibus / Ave Rexque, clamantibus. / Perfundunt vultum sanguine / Ficta corona capiti / Quam ponunt illi milites / Spinarum, sed arundine / Heu, qui sempre gloriae, / Honorisque meruerat / Coronam cur sic ventibus / Circondant, et aculeis / Fundamus vultum lacrymis, / Pro pietate Domini / Vultum cuius, sic impiis / Fuderunt sputi sordibus / O tu Iesu santissime / Concede nobis pretij / Partem sacrati sanguinis / Quem tunc fudisti capitis. Amen. ANTIPHONA: Ego dedi tibi sceptrum Regale, et tu capiti meo imposuisti spineam coronam. Posuisti Domine, super caput eius. Resp. Coronam de lapide pretioso. ORATIO: Domine Iesu Coriste, qui humano generi condolens, coronam spineam in tuo sacratissimo capite suscepisti: sanguinem tuum pro salute omnium fudisti: respice ad indignias preces nostras; ut a te clementer esaudisti indulgentiam, et remissionem omnium paccatorum nobis tribuas, per tuam magnam misericordiam, et pietatem. Qui vivis, et regnas cum Deo Patre &c.

[88] Oggi la cappella degli Improperi è custodita dai greci. Vi è ancora custodito il frammento di colonna su cui, secondo la tradizione, stava seduto Gesù mentre veniva schernito e insultato.

[89] Per salire sul Calvario bisogna salire una gradinata perché si eleva di 5 m rispetto al piano della basilica. Esso misura 11,45 m per 9,25 e, come descrive Pesenti, è composto da due cappelle. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ad Montem nunc Calvarie, / Pergamus cunctis laudibus / Ut Christus sua gratia / Agnoscat nobis omnibus / Ad Montem sanctum ibimus / Devotis totis viribus / Iesumque contemplantibus / In cruce fixum pendere. / Ad Montem hunc sanctissimum / Eamus ubi sanguinis / Christus tunc sacrificium / In cruce pendens obtulit. / Ad locum hunc pervenimus / In quo salvator seculi / Se obtulit pro omnibus / Et hic emisit spiritu.m / Ecce locus sanctissimus / Sacratus Christi sanguine / Qui hic salutem anime / Inventi crucis opere. / Confixa clavis viscera / Tendens manu vestigia / Redemptionis gratia / Offerta est hic Hostia / O sacer sanguis victima, Salutis nostrae anime / In hac fusus Calvario, / Ex Christi Iesu corpore. / Gloria tibi Domine / Pro nostro passo subleme / Infunde nobis gratiam / Quam acquisisti sanguine. ANTIPHONA: Ecce locus ubi Salvator Mundi pependit, ex latere cuius sanguis, in redemptionem et aqua ad nostrorum criminum ablutionem exivit, venite ad oremus. Adoramus te Christe, et benedicimus tibi. Qui per sanctam crucem tuam. Hic redemisti mundum. ORATIO: Deus Pater aeterne pietatis, et infinite caritatis, qui furorem ire tuae quem nos pro peccatis nostris merebamus, hoc in loco super Filium tuum unigenitum, totius umani generis redemptorem ostendisti, cum ipsum in cruce sospendi permisisti, aceto, et fele potari: clavis, et lamcea vulnerari evoluisti: concede nobis indignis servi tuae santissime Maiestatis, eiusdem filij tui doloribus compatientibus, ut fructum tante passionis, et mortis eius, in aeterne felicitatis gloria perfrui mereamur. Per eundem Christum.

[90] Ancora oggi è custodita dai latini e ricorda la crocifissione di Gesù. È stata rinnovata in tempi recenti; l’altare in bronzo argentato è invece del 1588, un dono del granduca di Toscana Ferdinando de’ Medici. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: O Amor deiderij / Nostre salutis pretium / Qui pedes, manus percuti / Hic extendisti crucique / Decreti tunc chirographum / Christus estingui cupiens / Hic crucifixi manibus / Permisit atque pedibus / Nec tantis in doloribus / Oblitus erat virginia / Tensis in cruce brachiis / Ipsam reliquit virgini / Et hunc illi santissime / Matri donavit iuvenem / Quem diligebat fervide / Ex charitate nimia / O gutta Christi sanguinis / Valoris tanti pretij / Quae infiniti meriti / Fuisti nostris cordibus / Gloria tibi domine / Pro effusione sanguinis / Quem hic fudisti vulnerum / Ut nos ditares meritis. Amen. ANTIPHONA: Ego quasi Agnus inncens ductus sum ad immolandum, post quam carnem meam totam verberibus repleverant, ita ut numerare valerent omnia ossa mea, et pupugissent caput meum spinis, et vepribus, foderunt hic manus meas: et pedes meos ferreis clavis confingentes cruci: Ipse vulneratus est hic propter iniquitates nostras, Cuius livore sanati sumus. ORATIO: Domine Iesu Christe fili Dei vivi, qui hanc sacratissimum locum pro salute umani generis, pretioso sanguine tuo consecrasti; ad quem hora tertiabaiulans crucem, duci evoluisti: hac domum hora sexta cruce affixus, pro peccatoribus exorasti: Matremque dolorosam virginem virgini commendasti; concede quaesumus, ut nos et omnes qui hic tuo pretioso sanguine redempti sumus, et tuae passionis memoriam celebramus et eiusdem passionis benefitium consequi valeamus. Qui vivis et regnat &c.

[91] Questa cappella, officiata dai greci, poggia sulla roccia. Sotto l’altare vi è una lunetta che permette di vedere e toccare la roccia dove venne conficcata la croce di Gesù. Affianco è possibile vedere la fenditura che secondo la tradizione si produsse al momento della morte di Gesù.

[92] La Pietra dell’Unzione si trova oggi all’interno della Basilica del Santo Sepolcro, ed è una lunga pietra levigata in calcare rosa. Si trova sul luogo dell’antico Oratorio dell’Unzione, smantellato nel corso delle trasformazioni architettoniche dell’edificio. Secondo la tradizione, indica il luogo dove Gesù, deposto dalla croce, vene cosparso di unguenti. Per questo costituisce la XIII stazione della via crucis (Gesù deposto dalla croce). Affiancata da candelieri, è sovrastata da otto lampade.

[93] L’edizione del 1628 aggiunge qui: “& ivi si disse il seguente Hinno: HYMNUS: Ad Iesum modo ungere / Devotionis oleo / Pergamus omnes fervide / Ut nos iniungat gratia / Qui pietate nimia / Nomen effusum oleum / Habet atque dulcissimum / Cordis orgamur lacrymis. / O tu excelsa pietas / O Iesus ardens Charitas / Qui mortem morte destruis / Sic vitam donas mortuis / De cruce iam depositus / In Matris suae brachijs / Repositus ut creditur / In loco isto ungitur. / Contempla Matrem lachrymis / Plenam atque neroribus / Dolore mortis Filij / Cuius anore moritur / Sic quae Ioannes adfuit / Qui Matrem loco Filij, / Recepit virgo virginem / Pro pietate mortui / Veni Joseph santissime / Tu Nicodeme propere / Huc cum misture aloe / Ac mirrhae Iesum ungere / Nunc ergo super sydera / Preces pro nobis fondite / Ad Iesum Dei filium / Quem hic unxistis mortuum / Quem hic in munda syndone / Ligastis, et cum linteic / Tantisque aromatibus / Ipsum rogate precibus / Beata vestea bracchia / Quae meruerunt cingere / Corpus Iesu sanctissimum / Et id unguentis ungere / Gloria tibi Domine / Decus tibi perpetue / Honor tibi santissime / Pro unguentorum nomine. Amen. ANTIPHONA: Unguentum effusum nomen tuum, ideo adolescentule dilexerunt te. Dilexisti iustitiam et odisti iniquitatem. Propterea unxit te Deus, Deus tuus. ORATIO: Dulcissime Iesu Christe, qui in tuo sanctissimo corpore, quorum condescendens devotioni fidelium: ut te verum Regem, et sacerdotem ostenderes ingiungi ab eiusdem tui fidelibus evoluisti: concede, ut corda nostra unctione Spiritus sancti valeant ab omni infectione peccati continue preservari. Qui vivis et regnat &c.

[94] Scesi dal Calvario, proprio di fronte all’entrata della basilica, si trova la”Pietra dell’Unzione”, ossia una lastra di pietra rossastra lunga 2,70 m, larga 1,30 m e alta 0,30, più che il luogo, vuole ricordare il rito compiuto da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo.

[95] HYMNUS: Ad locum iam sanctissimum / Sepulcri Christi corporis / Eamus totis mentibus, / Quaerentes Iesum laudibus / Ad locum tam amabilem / Cunctis Christi fidelibus / Peragamus non cum iubilis / Fervore moti spiritus. / Ecce Ioseph decurio / Arimateae nomine / Qui Christi corpus unxerat / Cuius erat discipulus. / Et Nicodemus pariter / Cum sanctis quoque alijs / Tulerum huc in propio / Sepulchro pleni lachrimis. / In hoc excise lapide / In quo nunquam quis fuerat / Perunctum ponunt mortuum / Corpus Christi sanctissimum. / Tunc currunt duo pariter / Ad gloriosum tumulum / Sed praecucurrit citius / Ioannes Petro junior / Ioannes tamen ingredi / Non vult pro reverentia / Pastoris iam Ecclesiae / Intus tantum prospiciens / Tunc vidit lamina / Quibus cum aromatibus / Corpus Iesu ligaverant / Sacrarumque sudarium / Iesum tamen non viderunt / Qui tam liber a mortuis / Fuit peracto tempore / Dierum trium spatij. / Iam anima sanctissima / Ad inferos descenderat / Ut lumen daret mortuis / Ad Coelosque perduceret / Contrivit Portas eseas / Ligavitque Luciferum / In penis his perpetuis / Sua virtute propia / Sic ergo tulit animas / Atque sanctorum corpora / Quae resurgens pariter / Conduxit ad caelestia. / Unitur post haec omnia / Sacrato Christi corpori / Cum in utroque fuerit / Excelsa mens divinitas. / Resurgit tunc in gloria / Passurus nunquam amplius / Sed vita beatissima / usurus, et perpetua. – Quando vero non circundatur tribus vicibus dicantur hic. Gloria tibi Domine – Resumpsit Iesus omnia / Quae patiens ammiserat / Et sanguinem, et alia / Ad unionem corporis / Revoluit tunc ab ostio / Sepulchri huius lapidem / Ut legitur sic Angelus / Ad resurgentis gloriam / Fit terremotus maximus / Quo perterrentur milites / Ruant terrore homines / In terram velut mortui. / O Divina potentia / O summa sapientia / Qui post tormenta talia / Resurgit tanta gloria / Surgunt mane mulieres / Cum super terram tenebre / Essent adhuc, sed ansie / Cuius erant discipule. / Pergunt in prima Sabbathi / Aromatum huc copiam / Portantes, his ut ungerent / Corpus Iesu sanctissimum. / Tunc Iesum non inveniunt / Sed vident solos Angelos: / In albis hic sedentesque / Qui dicunt ipsum vivere. / Ex is ergo miraculis / Ac sanctis his prodigiis / Pergunt huc gentes omnium / Regnorum atque patrium. / Ad hunc currunt ex partibus / Mundi totius homines / Ac etiam mulieres / Omnes amore anxijs / Ex Orientis partibus / Et Aquilonis montibus / Meridie plagisque / Et ab Pccasus omnibus / Festinant parthi, Medique / Sic Elamire properant / Atque Mesopotamij / Simul et Cappadotij / Ex Pontique provincie / A Regioni Libie / A Phrigiaque populi / Omnes amore properant. / Gentes sic ex Parephilia / Et ex Aegypti partibus / Atque totius Asiae / Ad locum hunc perveniunt. / Pergunt Romani advene / Omnes fervore calidi; / Ob Christi reverentiam / Ac matris suae Virginia. / Agamus ergo gratis / Simulque cum his omnibus / Ut suam ob victoriam / Donet nobis et veniam / Gloria tibi Domine, / Pro tantis donis gratie / Quibus ditasti animas / Quae tuam colunt gloriam. Amen. ANTIPHONA: Quem totus Mundus capere nequiverat, hic uno saxo clausus fuit: atque morte iam perempta inferni clausura penetravit. Surrexit Dominus de hos sepulcro, alleluia. Qui pro nobis pependit in ligno, alleluia. ORATIO: Domine Iesu Christe, qui in hora diei vespertina de cruce depositus in brachijs dolcissime Matris tuae, ut pie creditur reclinatus fuisti; horaque ultima in hoc sacratissimo Monumento corpus tuum ex anime contulisti: et die tertia mortalitate deposita gloriosus ex inde resurrexisti, Angelos quidam eiusdem resurrectionis testes, apparire sussisti tribune quaesumus, ut nos, et omnes quos in orationem comendatossuscepimus, qui de tua passione, et morte memoriam facimus; resurrectionis tuae gloriam consequamur. Qui vivis et regnat &c.

[96] La cappella del Santo Sepolcro è di forma rettangolare; è lunga 8,30 m e larga e alta 5,90 m. Viene officiata dalle tre principali comunità religiose presenti nella basilica: latini, greci e armeni. L’edicola ha un vestibolo, qui chiamato Anticappella, di 3,40 m per 3,90 comunemente chiamato “cappella dell’Angelo” a ricordo dell’Angelo che apparve alle pie donne assiso sulla roccia ribaltata del sepolcro. Al centro della cappella si trova un piedistallo di marmo in cui è incastrato un frammento della pietra che chiudeva il sepolcro.

[97] La “porticella” è alta 1,33 m e conduce nella stanza mortuaria vera e propria.

[98] Il Santo Sepolcro misura 2,07 m per 1,93. La piccolissima camera “ad arcosolium” è l’ultima stazione della “via Dolorosa”. Sopra la tomba sono oggi appese 43 lampade d’argento: 13 appartenenti ai latini, altrettante ai greci e agli armeni, mentre i copti ne hanno solo quattro. Un’icona della Vergine nasconde una parte della primitiva tomba scavata nella viva roccia.

[99] A destra, la roccia che servì da letto funebre a Gesù, è stata ricoperta da un banco di marmo lungo 2,02 m, largo 0,93 e alto 0,66 m.