Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 13: differenze tra le versioni

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'''<center>PELLEGRINAGGIO Di Gierusalemme.
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Gio. Paolo Pesenti.
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'''Libro Terzo</center>'''
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Di già eravamo tutti all’ordine, la Caravana incominciava ad inviarsi la mattina per tempo, che fù alli 23 d’Aprile 1613. Caricate le some, & inviati avanti i Cameli, i quali, per esser la prima giornata tutta montuosa, non potendosi cavalcare, bisognava seguitarli sopra somieri, overo a piedi. Questa Caravana era di varie nationi, ma per lo più di Christiani Cossiti, & Abissini. V’erano anco molti Hebrei, de Franchi otto Pellegrini venuti con la istessa Caravana dal Cairo, & di più il R. Padre Commissaio, & il R. Padre Gaudentio Saibanti, che per cinque anni haveva sopportate le fatiche d’esser stato degnamente Guardiano, & Custode di tutta la Provincia di Terra Santa, carico di molto peso, & da conferirsi solo a persone di molto valore. Hora questo honoran. Padre con un compagno era desideroso di passarsene in Egitto, & di là visitare il famoso Monte Sinai, & poi far ritorno in Italia. A tutti i sopradetti s’aggiugnevamo noi quattro Pellegrini, che tutti facessimo una compagnia, essendo ancora i Mucari uniti, che ci servivano d’Interprete, & in far le cose bisognose in detto viaggio. Quasi tutti i Padri ci accompagnarono infin fuori della Città di Gierusalemme, ove stringendoci teneramente insieme, & poi con molte lagrime dividendoci, e dandosi l’ultimo saluto, ritornando essi adietro, noi s’inviassimo per monti sterili per lo più, & in due hore arrivassimo nella Valle di Terebinto, celebre tanto per la vittoria, che del Gigante Golia Filisteo horribilmente di tutto punto armato in singolar certame l’inerme garzoncello David co’ sassi dal vicino torrente raccolti, gloriosamente ottenne. Qui miransi le ruine, che ne i miseri suoi avanzi ricuoprono le già non poche bellezze sue. Di qui seguitando per monti, & boschi, ritrovassimo dietro al viaggio molti Arabi, che ne fecero pagare tre cafarri, alla somma in tutto d’un cecchino per testa. Più oltre per detto camino si vede il Convento chiamato San Hieremia, nel quale solevano stare Frati mandatigli da Gierusalemme, hora è distrutto, e dishabitato. Et seguitando il viaggio nel calar d’un monte si vede una Torre, chiamata Seriz. Quì stanno quegli Arabi, che ne havevano fatto pagare per la strada un cafarro, i quali ne accompagnarono fin’alla vista del Castello del buon ladrone '''[227]''', al quale arrivassimo dopo l’essere partiti di Gierusalemme di sette hore. Questo Castello è habitato da Mori, & Arabi tutti ladri, mostra essere stato assai forte, hora è quasi ruinato. Il Castello si lascia cavalcando verso ponente, & dalla parte verso levante si vede il Pozzo, che si chiama Pozzo di Giob '''[228]''', fatto fare, come n’è fama, dal Santo, & fin’hora è d’acqua buonissima. Passata, & discesa la costa del monte, s’incomincia a ritrovar terreno piano, e fruttifero. La Caravana fece quì tutta la raccolta sotto alcune piante d’olive, & si dimorò la notte al sereno, con perpetui disturbi de gli Arabi, che s’aggiravano intorno per rubbarne qualche cosa. Quì si lascia il camino, che va verso Rama, & al porto di Giaffa '''[229]''', il quale fanno quasi tutti i Pellegrini, che vanno, & vengono di Girusalemme. La mattina seguente, fatte caricare le some, & noi montati nelle ceste sopra i Cameli, a due per Camelo, seguitando tutta la Caravana per belle pianure, piene di buonissimi pascoli, cavalcassimo per spatio d’otto hore, seguitati di continuo da molti Arabi a cavallo, i quali ne fecero ancora pagare un cafarro, ma di puochi maidini. Arrivati in un bel piano la Caravana si fermò, e tutti smontati e scaricati i Cameli dalli mucheri, noi pigliassimo ristoro, & ivi restassimo tutt’il resto del giorno e vi posassimo ancora la notte. In questo luogo da quegl’Arabi ci fu rubbato un bagulo, entro al quale havevano in due scatole riposte molte Croci, Corone, & altre cose sante per portar in Italia. Questi havendolo adocchiato di giorno, pensandosi che dentro vi portassimo danari, overo altre cose di valore, lo ci tolsero, essendo noi tutti adormentati, stanchi per lo sbattimento grande insolitamente patito in quelle ceste sopra i Cameli. Svegliati noi avanti giorno, accortisi del furto, facessimo ricercare per tutta la caravana con prometter premio a chi lo manifestava, ne mai fu possibile ritrovarlo, & bisognò haver patienza. Si caricò, & noi al solito nelle ceste seguitando la Caravana per pianure, & buoni paesi, & all’hora di vespero s’arrivò alla Citta di Gaza '''[230]''', ultima ne’confìni della Giudea, che fu anticamente de’ Filistei, & allogiati nella Città in un bel Cane, puoco stando vennero alcuni huomini del Bassà, che d’ordine di lui tutti noi Franchi condussero prigioni, & essendo puoco doppo condotti alla sua presenza ne fece dire dal nostro interprete haver inteso, che noi portavamo vino, & per esser contra la sua legge, di volerne castigare; questo fu per ritrovar occasione di farne pagare alcuni danari, come ci bisognò fare, non valendoci alcuna delle nostre diffese. Ci demmo dunque venti reali, & ancora quattro fiasche di quel buon vino Mal fattor del tutto: & così ci rilasciò. Era questo Bassà un Polacco rinegato, & in ogn’altro conto di tristi costumi, il quale per aggiunta dei molti travagli, non volle licentiar la Caravana fin al primo giorno di Maggio, & fece pagare, oltre a i consueti Cafarri, a noi due Piastre per testa, all’altre nationi, chi più, chi meno. Et volse che restassimo queste giornate in Gazza, per far che fossero vendute, & spedite le vecchie fave, & altre cose, che si danno a mangiare a Camelli, & Afini, come n’hebbe l’intento, essendone nella Caravana più di quattrocento. L’incommodo datoci dal Bassà ci servì a commodo maggiore di mirar bene la Città, fu questa ne’ Secoli antichi assai grande, e populata, hora è molto ditrutta, & dishabitata. Giace vicina al mare puoco più d’un hora di camino, posta parte in pianura parte in coline. Verso Levante ha paese fertile, coltivato, & abondante, verso ponente ha il deserto chiamato Sues, il qual si passa da chi va in Egitto.
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Nella Città si veggono l’antichissime rovine di quel Palazzo, il quale con le smisurate sue forze sopra i Filistei, che dentro in giuochi, & spassi vi si trattenevano, fece cadere il gran Sansone, con la morte di se stesso, & di tutti loro. Sonovi bei giardini, che a questo tempo incominciavano a maturar le armandole, & altri frutti. È habitata da molti Christiani Greci la Città, & vi hanno una bella Chiesa, ove si riducono ad’officiare; Dell’altre, che molte v’erano i Turchi se n’hanno fatto delle Moschee; vi è un bel Bazarro, ove si vendono biscotto bonissimo, frutti, & altre cose per il vitto & a mercato assai commodo. Qui si trovano delle tortorelle bianche, che generano come fanno i colombi nelle Gabbie. Evvi anco una Casa nella quale stà l’interprete, che in capitando qualche pellegrino l’alloggia, & perche da questa Città infin nel Cairo non si ritrova acqua buona, ne altro da comperare per vivere, facessimo qui provisione di ciò che poteva esser necessario, et doppo d’haver più volte fatta instanza per la licenza dal Bassà, che la Caravana partisse, l’ottenessimo alla fine l’ultimo d’Aprile.
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Di ciò tutti lieti attendessimo al compimento delle provisioni, & il primo di Maggio fatto caricare, & pagati alcuni cafarri, che sono intorno ad un Reale per testa, con tutta la Caravana partissimo accompagnati per commissione del Bassa, cortese in questo, da alcuni soldati a cavallo, acciò non fussimo molestati da gli Arabi assassini; & cavalcando pel deserto tutto arenoso intorno ad’otto hore, arrivassimo a Caleones '''[231]''', ove è un picciol ricetto, tenuto da alcuni soldati, che ne fecero pagare mezzo Reale per huomo, alloggiando noi alla campagna al sereno, nel restante del giorno, & della notte. Levati avanti giorno, cavalcando al solito pel deserto altre otto hore di camino, arrivassimo a Laris '''[232]''', Castello, distante poco più di due miglia dalla Marina. Quì pure stanno alcuni soldati, che ne fecero pagare alcuni maidini per Camello, & vi habita di più altro poco numero di gente, dalla quale havessimo commodità di comperare galline, & ova, oltra la ventura d’una fontana, ove abbeveraronsi gl’animali, riposando tutti quasi fino alla mezza notte.
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Dopo’l riposo si fece partita, & cavalcossi per quel polveroso, & faticoso deserto da dieci hore continue senza ritrovar altro mai che sabbia. Ristorati, & riposati in detto deserto fino a mezza notte, seguimmo il viaggio per altre dieci hore, al fine delle quali arrivassimo ad un luogo ove è un pozzo, & si chiama, Carler '''[233]''', che fece pausa al nostro viaggio, per il restante del giorno, & per la notte seguente. L’acqua del pozzo è salsa, pure si da a bere alle bestie.
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La matina seguente delli sei Maggio levati per tempo la tirassimo per il medesimo deserto, & havendo cavalcato per otto hore si fermassimo ad un luogo chiamato Birlab '''[234]''', ove sono alcuni pozzi d’acqua, che parimente ha del salso. Alli sette del mese levati al solito, cavalcando arrivassimo quasi a mezzo giorno a Catia '''[235]''', Castello, che per la qualità del deserto, ove campeggia, è assai habitato, ma l’aiuta la poca lontananza dal Mare, & di quì andando alla Marina vi sono alcune Zerbe, che conducono a Damiata '''[236]'''; pure noi seguitassimo per terra.
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Nel Castello vi risiede un Vice Bassà mandatovi dal Cairo, ch’a molto del tiranno, ma per certe lettere, che havevano quelli Signori Mercanti, la passò assai piacevolmente con noi, & solo volse il cafarro d’un cecchino per testa compreso anco il Camello. Da i paesani del luogo si comperano qui galline, & ova, per assai buon mercato, che trenta ova si rilevano per un maidino. Sonovi anco molte palme. Questo Castello è il più vicino che sia al Sues, che è alla bocca del Mar Rosso, & vi si passa in puoco più d’una giornata andando verso mezzo giorno. In questi deserti trovansi molti serpenti, & altri animali, & gli Struzzi vi sono in gran numero.
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Il giorno seguente, che fu alli otto la matina si tardò un puoco al partire per il cafarro, che a tutti si faceva pagare. Montati nelle ceste solite in spatio d’intorno ad hore sei in circa ritrovassimo alcuni pozzi, ove si restò fìn’alla mezza notte. Doppo il riposo, al segno che si diede si fece levata, & cominciò a marchiarsi, & si fece la più longa, & faticosa giornata, che sia in tutto questo deserto passando per un mare di cosi alta e minuta sabbia, che i Cameli vi si fondavano fin’alle ginocchia, & qui più che altrove si corre a gran pericolo di restarvi sepolti in tempo di gran vento, vedendosi dalle parti monti di trasportata sabbia: & di giorno anco il Sole cosi v’arde, che pare accendere d’ogn’intorno fiamma, quasi abbrucciando chi passa. Restassimo sopra i Camelli con patimento estremo più di dodeci hore continue in detto viaggio, e arrivassimo intorno all’hora di vespro ad un Villaggio chiamato Salaie '''[237]''', ove riposassimo fin’al giorno seguente, & vi pagassimo ancora alcuni puochi maidini per persona di cafarro.
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La mattina seguente, che fu alli dieci di Maggio, ripigliassimo il viaggio pel deserto simile, ma non cosi faticoso, & in sei hore fummo a Catarra '''[238]''', Vilaggio assai grande, intorno al quale v’è paese in alcune parti coltivato. A gli undeci havendo cavalcato al solito arrivassimo in spatio di sette hore a Canca '''[239]''', Villaggio, che di grandezza ogn’altro avanza, che si ritrovi in questo deserto. Qui pure ci convenne pagare di Cafarro alcuni puochi maidini per Camello.
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Verso la sera partimmo, & doppo il cavalcar di sei hore in circa si fermassimo ad’un Villaggio da tre hore; rimontassimo, e nel far del giorno fussimo a vista d’una Agulia gieroglificata, postavi anticamente da Romani; & a mezza mattina arrivassimo alla Matarea, ove la Vergine Maria fuggendo da Betlehem per la persecutione d’Herode, & havendo fatto il longhissimo, e penosissimo viaggio di questo deserto col suo sposo S. Gioseffo, & col diletto suo figliolo nostro Creatore, & Redentore, quì si riposò, ove essendo per gli estremi ardori del Sole assetata, desiderando acqua e miracolosamente l’hebbe da un fonte, che qui scaturi di repente, che fin hora vi si vede, & gode con la meglior acqua, che possa beversi mai. Quì già fu tempo in memoria del fatto era una Chiesa di bella architettura, ma hora è tutta distrutta restandovi solo il fonte, e di più tanto di luogo, quanto basta per quelli, che alcune volte vi vengono per divotione del Cairo a celebrar la S. Messa. Nel muro del luogo istesso v’e una fenestra, nella quale si tiene, che fusse riposto il Sacratissimo bambino. Quì contiguo è un bel giardino pieno d’aranzi, limoni, gelsomini in gran copia, & di molti altri fiori, e frutti, e vi è fra gl’altri un arbore di fico faraone di smisurata grossezza, c’ha il tronco spaccato per mezzo, & si dice che passando di qui la Beata Verg. M. essendo il bosco si folto, che vietava il transito a passageri, detto arbore prevenendo l’ossequio del bosco dovuto alle Maesta passanti s’aperse egli, & lor fece strada. Verdeggia tuttavia quella pianta, & fa frutti, & è tenuta in grande veneratione da tutte le nationi Christiane, & di lei piamente narransi molte altre meraviglie. Vi solevano essere ancora alcune viti produttrici del balsamo, cinte con muro in una parte del giardino: al presente sono ite a male, & inaridite a fatto. Tutto il giardino s’inaffia con un ingegno di rote che aggirate con un paro de bovi, cavano acqua, & la versano ad irrigarlo. Dopò una longa dimora qui fatta comparsero molti Signori mercanti Venetiani, c’havendo presentito l’arrivo della caravana vennero ad incontrare gli amici suoi: & a noi anco, come del paese, fecero molte accoglienze.
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Dopò l’abboccamento di cortesia, & alcuni ragionamenti, montassimo sopra asinelli condotti a questo fine, tirando verso la gran Città del Cairo, che di quì distava da quattro miglio intorno. Alla quale il duodecimo di maggio giungessimo, smontando tutti nella casa, ove faceva residenza l’Illustrissimo Sig. Marco Paruta, dignissimo Console per la Serenissima Signoria di Vinegia '''[240]''', il quale ricevute da noi le dovute riverentie, & alcune lettere portate, ci raccolse con maniere di singolar gentilezza, & volse che tutti i Pellegrini, & i Padri restassero a disinare seco, ove fussimo alla nobile regalati, pasandola con molti felici ragionamenti, dopo il pranso s’attese a rasettare le bagaglie, & si tolse nella contrada una Casa a pigione; ma questo tosto che’l seppe l’Illustriss. mandò subito il R. suo Capellano, con stretta indispensabile comissione, che il mio compagno, & io ritornassimo, & allogiassimo nella sua propria Casa: il che ci convenne fare, & ci volse sempre alla sua tavola, facendone restar serviti come la sua propria persona.
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Riposassimo due giorni senza dilongarci molto dalla contrada, perche rotti dallo sbattimento de1 viaggio, cotti dal Sole, incrostati di polve e di sudore non essendoci per tre settimane intiere spogliati mai '''[241]''', ne mai havendo dormito altrove che sopra’l nudo terreno, sotto’l tetto del Cielo. Doppo i due giorni incominciassimo andar per la gran Città '''[242]''', & per le tante contrade che diconsi esser circa quindeci milla, che tutte si chiudono la notte con porte di legno, & vedendo l’infinita moltitudine della gente di diverse & innumerabili nationi, mirando le tante mercantie, restassimo soprafatti da inesplicabile stupore, confessando che dal fatto era vinta la fama '''[243]'''.
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Fra le tante in particolar una contrada, che tira di longhezza per più di diece miglia, nella quale si fa mercato due volte la settimana, & in quei giorni vi è concorso di tanta gente, che supera ogni credenza, tanto che difficilmente si può passare. Sono in detta contrada molte Ochelle, che sono luoghi come piazzette con i portici intorno, ne’quali vendonsi gli Schiavi '''[244]''', & le schiave, Christiani & Turchi, Bianchi, & neri d’ogni sorte, & ve n’è sempre una gran quantità; vi si spazzano ancora molte cose de l’Indie, & di diversi altri lontani paesi. Al governo del Cairo vi siede per primo grado il gran Bassa, che è il maggior, che sia in tutta Turchia '''[245]'''. Vi sono poi molti Cadi, Sangiachi, Agà, e altri gradi, che’l Bassà dispensa, & questi graduati '''[246]''' vanno alcune volte, a corte nel Castello, ove risiede il detto Bassa & vi vanno con tanta superbia de Cavalli bellissimi, & sì riccamente adorni, & essi carichi di tanto oro, tempestati di tante gioie, che solo il crede chi il vede. Concorre alla medesima Corte infinito numero di Spaini, Gianizzeri, & altri soldati.
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Giaffa si trova poco a Sud dell’attuale Tel-Aviv, e oggi ne è parte integrante. Anticamente era il porto della Giudea, anche se ai tempi di Erode aveva un po’ perso la sua importanza per la concorrenza di Cesarea. Distrutta da Napoleone nel 1799, fu ricostruita all’inizio dell’Ottocento, ed è oggi città dall’aspetto moderno.
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'''[227]''' Si tratta della località di Latrun che si trova a metà strada, sulla sinistra tra Lidda e Gerusalemme. Qui, alla fine del XII secolo, i templari costruirono un castello che veniva chiamato “toron des chevaliers” o “Turo militum”, ossia “cordone dei cavalieri o dei soldati”. Da questa denominazione gli arabi trassero il nome di “al – Latrun” o “Latun”, un nome che nel XV secolo fece nascere la leggenda secondo cui questa era la patria del buon ladrone, San Disma e da allora venne anche chiamato “Castello del buon ladrone”. Oggi, costruito sulle rovine del castello, sorge un grande monastero, con annessa una colonia agricola, tenuto dai padri trappisti francesi.
Gaza si trova sulla costa sud-orientale del mar Mediterraneo. Nell’antichità era il centro principale della confederazione filistea. Sul suo territorio si svolsero le leggendarie imprese di Sansone. A causa della sua posizione strategica e della sua floridezza economica, soprattutto in quanto emporio commerciale tessile, Gaza era un possedimento ambito dai conquistatori che miravano a dominare in Palestina: se ne contesero il dominio gli egizi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci di Alessandro Magno (che la occupò nel 332 a.C.) e i romani. Con i romani Gaza divenne uno dei mercati di schiavi più importanti di tutto l’impero. Con l’avvento del cristianesimo fu sede di una delle prime comunità cristiane, finché venne occupata dagli arabi nel 643 e dai templari nel 1152. Proprio la città di Gaza fu uno dei capisaldi intorno ai quali si svolsero le più sanguinose battaglie delle crociate (1239–44) e, qualche secolo più tardi, nel 1516, della conquista ottomana dell’Egitto.
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'''[228]''' Si tratta presumibilmente del pozzo di Giacobbe, presso Balata, l’antica Sichem (forse la Sicar nominata nel Vangelo), dove attualmente un monastero greco conserva nella cripta della chiesa quello che la tradizione definisce il “pozzo di Giacobbe”. Sichem era un’antica città cananea all’imboccatura della valle formata dai monti Ebal e Garizim. Secondo la tradizione giudaica, duemila anni prima di Cristo Abramo, proveniente da Ur dei Caldei, giunse in questa località e vi innalzò un primo altare a Jahvè (Genesi 12,6-7). Più tardi a Sichem si fermò anche Giacobbe, di ritorno dalla Mesopotamia e nelle vicinanze acquistò il campo sul quale aveva eretto le sue tende e vi scavò un pozzo profondo circa 32 m (Genesi 24,32), alimentato da una sorgente sotterranea tuttora attiva. Sempre a Sichem ebbe luogo anche la grande assemblea di tutte le tribù di Israele voluta da Giosuè per il rinnovo dell’alleanza di fedeltà a Dio (Giosuè 24,1-28). Il pozzo di Giacobbe è reso particolarmente famoso per l’incontro di Gesù con la Samaritana. A memoria di questo fatto fin dal IV sopra il pozzo venne costruita una chiesa, danneggiata nel 484 e nel 529, durante le rivolte dei Samaritani. La costruzione venne poi restaurata sotto l’imperatore Giustiniano (528-565) e poi andò completamente in rovina. Più tardi i Crociati vi costruirono un tempio a tre navate, ma anche questo fu distrutto verso il 1187. L’attuale chiesa, di rito greco-ortodosso, venne costruita solo nel 1860 e quindi si capisce come Pesenti abbia trovato solo antiche rovine.
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'''[229]''' Giaffa si trova poco a Sud dell’attuale Tel-Aviv, e oggi ne è parte integrante. Anticamente era il porto della Giudea, anche se ai tempi di Erode aveva un po’ perso la sua importanza per la concorrenza di Cesarea. Distrutta da Napoleone nel 1799, fu ricostruita all’inizio dell’Ottocento, ed è oggi città dall’aspetto moderno.
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'''[230]''' Gaza si trova sulla costa sud-orientale del mar Mediterraneo. Nell’antichità era il centro principale della confederazione filistea. Sul suo territorio si svolsero le leggendarie imprese di Sansone. A causa della sua posizione strategica e della sua floridezza economica, soprattutto in quanto emporio commerciale tessile, Gaza era un possedimento ambito dai conquistatori che miravano a dominare in Palestina: se ne contesero il dominio gli egizi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci di Alessandro Magno (che la occupò nel 332 a.C.) e i romani. Con i romani Gaza divenne uno dei mercati di schiavi più importanti di tutto l’impero. Con l’avvento del cristianesimo fu sede di una delle prime comunità cristiane, finché venne occupata dagli arabi nel 643 e dai templari nel 1152. Proprio la città di Gaza fu uno dei capisaldi intorno ai quali si svolsero le più sanguinose battaglie delle crociate (1239–44) e, qualche secolo più tardi, nel 1516, della conquista ottomana dell’Egitto.
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'''[231]''' Sembrerebbe trattarsi del villaggio di Khan Yunis, la cui pronuncia venne forse mal interpretata dal Pesenti. Essendo distante circa 25 km da Gaza, sembra però troppo vicino a quest’ultima, anche in considerazione della successiva tappa.
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'''[232]''' Si tratta probabilmente dell’attuale El-’Arish. Dista circa 90 km da Gaza.
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'''[233]''' Forse l’attuale Mazar, una quarantina di km a ovest di El-’Arish.
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'''[234]''' Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h.
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'''[235]''' È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia.
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'''[236]''' L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo.
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'''[237]''' Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez.
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'''[238]''' L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya.
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'''[239]''' Non meglio identificabile.
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'''[240]''' Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii.
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'''[241]''' A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, ''Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari'', ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito.
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'''[242]''' La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale.
  
Sembrerebbe trattarsi del villaggio di Khan Yunis, la cui pronuncia venne forse mal interpretata dal Pesenti. Essendo distante circa 25 km da Gaza, sembra però troppo vicino a quest’ultima, anche in considerazione della successiva tappa.
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'''[243]''' Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private.
  Si tratta probabilmente dell’attuale El-’Arish. Dista circa 90 km da Gaza.
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  Forse l’attuale Mazar, una quarantina di km a ovest di El-’Arish.
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  Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h.
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  È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia
+
  L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo.
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  Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez.
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  L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya.
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  Non meglio identificabile.
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  Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii.
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  A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari, ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito.
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  La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale.
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  Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private.
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  Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (cfr. M. LENCI, op. cit.). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (cfr. M. LENCI, op. cit.).
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  L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.
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  Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.
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  La parte più antica, e più abitata, della città si trova sulla sponda destra del Nilo, nella parte sudorientale ai piedi della cittadella. L’impianto urbanistico della città vecchia è ancora oggi quello tipico di un centro abitato medievale, con un caotico addensamento di costruzioni tra vie strette e tortuose, circa 300 moschee e un migliaio di minareti.
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Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo.
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'''[244]''' Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (''cfr''. M. LENCI, ''op. cit.''). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (''cfr''. M. LENCI, ''op. cit.'').
Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni.
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  Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici.
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'''[245]''' L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.
  Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto.
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  Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi.
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  Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta.
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  Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”.
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  Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia.
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Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima.
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'''[246]''' Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.
  La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino.
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  Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza.
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  San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi.
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  Chiaro riferimento alla sfinge di Giza.
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  La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base.
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  La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.
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Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.
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  Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
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  Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
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  È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
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  Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
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  Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882).
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  Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente).
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  La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo.
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  Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale.
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  In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone.
+
  Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso.
+
  Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”.
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  Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento.
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  La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso.
+
  Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo.
+
  La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita.
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  La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata.
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  Barberia, attuale Maghreb.
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  Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia).
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  La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit).
+
  La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino.
+
  Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra.
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  Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico.
+
  Etna.
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  Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria.
+
  Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit).
+
  La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi.
+
  Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo.
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La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli.
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  Tropea.
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  Amantea.
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  Palinuro.
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  Acciaroli, attualmente in Campania.
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  Capri.
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  Banditore, araldo.
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Versione attuale delle 18:45, 26 ott 2009

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 12


PELLEGRINAGGIO Di Gierusalemme.

di

Gio. Paolo Pesenti.

Libro Terzo


Di già eravamo tutti all’ordine, la Caravana incominciava ad inviarsi la mattina per tempo, che fù alli 23 d’Aprile 1613. Caricate le some, & inviati avanti i Cameli, i quali, per esser la prima giornata tutta montuosa, non potendosi cavalcare, bisognava seguitarli sopra somieri, overo a piedi. Questa Caravana era di varie nationi, ma per lo più di Christiani Cossiti, & Abissini. V’erano anco molti Hebrei, de Franchi otto Pellegrini venuti con la istessa Caravana dal Cairo, & di più il R. Padre Commissaio, & il R. Padre Gaudentio Saibanti, che per cinque anni haveva sopportate le fatiche d’esser stato degnamente Guardiano, & Custode di tutta la Provincia di Terra Santa, carico di molto peso, & da conferirsi solo a persone di molto valore. Hora questo honoran. Padre con un compagno era desideroso di passarsene in Egitto, & di là visitare il famoso Monte Sinai, & poi far ritorno in Italia. A tutti i sopradetti s’aggiugnevamo noi quattro Pellegrini, che tutti facessimo una compagnia, essendo ancora i Mucari uniti, che ci servivano d’Interprete, & in far le cose bisognose in detto viaggio. Quasi tutti i Padri ci accompagnarono infin fuori della Città di Gierusalemme, ove stringendoci teneramente insieme, & poi con molte lagrime dividendoci, e dandosi l’ultimo saluto, ritornando essi adietro, noi s’inviassimo per monti sterili per lo più, & in due hore arrivassimo nella Valle di Terebinto, celebre tanto per la vittoria, che del Gigante Golia Filisteo horribilmente di tutto punto armato in singolar certame l’inerme garzoncello David co’ sassi dal vicino torrente raccolti, gloriosamente ottenne. Qui miransi le ruine, che ne i miseri suoi avanzi ricuoprono le già non poche bellezze sue. Di qui seguitando per monti, & boschi, ritrovassimo dietro al viaggio molti Arabi, che ne fecero pagare tre cafarri, alla somma in tutto d’un cecchino per testa. Più oltre per detto camino si vede il Convento chiamato San Hieremia, nel quale solevano stare Frati mandatigli da Gierusalemme, hora è distrutto, e dishabitato. Et seguitando il viaggio nel calar d’un monte si vede una Torre, chiamata Seriz. Quì stanno quegli Arabi, che ne havevano fatto pagare per la strada un cafarro, i quali ne accompagnarono fin’alla vista del Castello del buon ladrone [227], al quale arrivassimo dopo l’essere partiti di Gierusalemme di sette hore. Questo Castello è habitato da Mori, & Arabi tutti ladri, mostra essere stato assai forte, hora è quasi ruinato. Il Castello si lascia cavalcando verso ponente, & dalla parte verso levante si vede il Pozzo, che si chiama Pozzo di Giob [228], fatto fare, come n’è fama, dal Santo, & fin’hora è d’acqua buonissima. Passata, & discesa la costa del monte, s’incomincia a ritrovar terreno piano, e fruttifero. La Caravana fece quì tutta la raccolta sotto alcune piante d’olive, & si dimorò la notte al sereno, con perpetui disturbi de gli Arabi, che s’aggiravano intorno per rubbarne qualche cosa. Quì si lascia il camino, che va verso Rama, & al porto di Giaffa [229], il quale fanno quasi tutti i Pellegrini, che vanno, & vengono di Girusalemme. La mattina seguente, fatte caricare le some, & noi montati nelle ceste sopra i Cameli, a due per Camelo, seguitando tutta la Caravana per belle pianure, piene di buonissimi pascoli, cavalcassimo per spatio d’otto hore, seguitati di continuo da molti Arabi a cavallo, i quali ne fecero ancora pagare un cafarro, ma di puochi maidini. Arrivati in un bel piano la Caravana si fermò, e tutti smontati e scaricati i Cameli dalli mucheri, noi pigliassimo ristoro, & ivi restassimo tutt’il resto del giorno e vi posassimo ancora la notte. In questo luogo da quegl’Arabi ci fu rubbato un bagulo, entro al quale havevano in due scatole riposte molte Croci, Corone, & altre cose sante per portar in Italia. Questi havendolo adocchiato di giorno, pensandosi che dentro vi portassimo danari, overo altre cose di valore, lo ci tolsero, essendo noi tutti adormentati, stanchi per lo sbattimento grande insolitamente patito in quelle ceste sopra i Cameli. Svegliati noi avanti giorno, accortisi del furto, facessimo ricercare per tutta la caravana con prometter premio a chi lo manifestava, ne mai fu possibile ritrovarlo, & bisognò haver patienza. Si caricò, & noi al solito nelle ceste seguitando la Caravana per pianure, & buoni paesi, & all’hora di vespero s’arrivò alla Citta di Gaza [230], ultima ne’confìni della Giudea, che fu anticamente de’ Filistei, & allogiati nella Città in un bel Cane, puoco stando vennero alcuni huomini del Bassà, che d’ordine di lui tutti noi Franchi condussero prigioni, & essendo puoco doppo condotti alla sua presenza ne fece dire dal nostro interprete haver inteso, che noi portavamo vino, & per esser contra la sua legge, di volerne castigare; questo fu per ritrovar occasione di farne pagare alcuni danari, come ci bisognò fare, non valendoci alcuna delle nostre diffese. Ci demmo dunque venti reali, & ancora quattro fiasche di quel buon vino Mal fattor del tutto: & così ci rilasciò. Era questo Bassà un Polacco rinegato, & in ogn’altro conto di tristi costumi, il quale per aggiunta dei molti travagli, non volle licentiar la Caravana fin al primo giorno di Maggio, & fece pagare, oltre a i consueti Cafarri, a noi due Piastre per testa, all’altre nationi, chi più, chi meno. Et volse che restassimo queste giornate in Gazza, per far che fossero vendute, & spedite le vecchie fave, & altre cose, che si danno a mangiare a Camelli, & Afini, come n’hebbe l’intento, essendone nella Caravana più di quattrocento. L’incommodo datoci dal Bassà ci servì a commodo maggiore di mirar bene la Città, fu questa ne’ Secoli antichi assai grande, e populata, hora è molto ditrutta, & dishabitata. Giace vicina al mare puoco più d’un hora di camino, posta parte in pianura parte in coline. Verso Levante ha paese fertile, coltivato, & abondante, verso ponente ha il deserto chiamato Sues, il qual si passa da chi va in Egitto.

Nella Città si veggono l’antichissime rovine di quel Palazzo, il quale con le smisurate sue forze sopra i Filistei, che dentro in giuochi, & spassi vi si trattenevano, fece cadere il gran Sansone, con la morte di se stesso, & di tutti loro. Sonovi bei giardini, che a questo tempo incominciavano a maturar le armandole, & altri frutti. È habitata da molti Christiani Greci la Città, & vi hanno una bella Chiesa, ove si riducono ad’officiare; Dell’altre, che molte v’erano i Turchi se n’hanno fatto delle Moschee; vi è un bel Bazarro, ove si vendono biscotto bonissimo, frutti, & altre cose per il vitto & a mercato assai commodo. Qui si trovano delle tortorelle bianche, che generano come fanno i colombi nelle Gabbie. Evvi anco una Casa nella quale stà l’interprete, che in capitando qualche pellegrino l’alloggia, & perche da questa Città infin nel Cairo non si ritrova acqua buona, ne altro da comperare per vivere, facessimo qui provisione di ciò che poteva esser necessario, et doppo d’haver più volte fatta instanza per la licenza dal Bassà, che la Caravana partisse, l’ottenessimo alla fine l’ultimo d’Aprile.

Di ciò tutti lieti attendessimo al compimento delle provisioni, & il primo di Maggio fatto caricare, & pagati alcuni cafarri, che sono intorno ad un Reale per testa, con tutta la Caravana partissimo accompagnati per commissione del Bassa, cortese in questo, da alcuni soldati a cavallo, acciò non fussimo molestati da gli Arabi assassini; & cavalcando pel deserto tutto arenoso intorno ad’otto hore, arrivassimo a Caleones [231], ove è un picciol ricetto, tenuto da alcuni soldati, che ne fecero pagare mezzo Reale per huomo, alloggiando noi alla campagna al sereno, nel restante del giorno, & della notte. Levati avanti giorno, cavalcando al solito pel deserto altre otto hore di camino, arrivassimo a Laris [232], Castello, distante poco più di due miglia dalla Marina. Quì pure stanno alcuni soldati, che ne fecero pagare alcuni maidini per Camello, & vi habita di più altro poco numero di gente, dalla quale havessimo commodità di comperare galline, & ova, oltra la ventura d’una fontana, ove abbeveraronsi gl’animali, riposando tutti quasi fino alla mezza notte.

Dopo’l riposo si fece partita, & cavalcossi per quel polveroso, & faticoso deserto da dieci hore continue senza ritrovar altro mai che sabbia. Ristorati, & riposati in detto deserto fino a mezza notte, seguimmo il viaggio per altre dieci hore, al fine delle quali arrivassimo ad un luogo ove è un pozzo, & si chiama, Carler [233], che fece pausa al nostro viaggio, per il restante del giorno, & per la notte seguente. L’acqua del pozzo è salsa, pure si da a bere alle bestie.

La matina seguente delli sei Maggio levati per tempo la tirassimo per il medesimo deserto, & havendo cavalcato per otto hore si fermassimo ad un luogo chiamato Birlab [234], ove sono alcuni pozzi d’acqua, che parimente ha del salso. Alli sette del mese levati al solito, cavalcando arrivassimo quasi a mezzo giorno a Catia [235], Castello, che per la qualità del deserto, ove campeggia, è assai habitato, ma l’aiuta la poca lontananza dal Mare, & di quì andando alla Marina vi sono alcune Zerbe, che conducono a Damiata [236]; pure noi seguitassimo per terra.

Nel Castello vi risiede un Vice Bassà mandatovi dal Cairo, ch’a molto del tiranno, ma per certe lettere, che havevano quelli Signori Mercanti, la passò assai piacevolmente con noi, & solo volse il cafarro d’un cecchino per testa compreso anco il Camello. Da i paesani del luogo si comperano qui galline, & ova, per assai buon mercato, che trenta ova si rilevano per un maidino. Sonovi anco molte palme. Questo Castello è il più vicino che sia al Sues, che è alla bocca del Mar Rosso, & vi si passa in puoco più d’una giornata andando verso mezzo giorno. In questi deserti trovansi molti serpenti, & altri animali, & gli Struzzi vi sono in gran numero.

Il giorno seguente, che fu alli otto la matina si tardò un puoco al partire per il cafarro, che a tutti si faceva pagare. Montati nelle ceste solite in spatio d’intorno ad hore sei in circa ritrovassimo alcuni pozzi, ove si restò fìn’alla mezza notte. Doppo il riposo, al segno che si diede si fece levata, & cominciò a marchiarsi, & si fece la più longa, & faticosa giornata, che sia in tutto questo deserto passando per un mare di cosi alta e minuta sabbia, che i Cameli vi si fondavano fin’alle ginocchia, & qui più che altrove si corre a gran pericolo di restarvi sepolti in tempo di gran vento, vedendosi dalle parti monti di trasportata sabbia: & di giorno anco il Sole cosi v’arde, che pare accendere d’ogn’intorno fiamma, quasi abbrucciando chi passa. Restassimo sopra i Camelli con patimento estremo più di dodeci hore continue in detto viaggio, e arrivassimo intorno all’hora di vespro ad un Villaggio chiamato Salaie [237], ove riposassimo fin’al giorno seguente, & vi pagassimo ancora alcuni puochi maidini per persona di cafarro.

La mattina seguente, che fu alli dieci di Maggio, ripigliassimo il viaggio pel deserto simile, ma non cosi faticoso, & in sei hore fummo a Catarra [238], Vilaggio assai grande, intorno al quale v’è paese in alcune parti coltivato. A gli undeci havendo cavalcato al solito arrivassimo in spatio di sette hore a Canca [239], Villaggio, che di grandezza ogn’altro avanza, che si ritrovi in questo deserto. Qui pure ci convenne pagare di Cafarro alcuni puochi maidini per Camello.

Verso la sera partimmo, & doppo il cavalcar di sei hore in circa si fermassimo ad’un Villaggio da tre hore; rimontassimo, e nel far del giorno fussimo a vista d’una Agulia gieroglificata, postavi anticamente da Romani; & a mezza mattina arrivassimo alla Matarea, ove la Vergine Maria fuggendo da Betlehem per la persecutione d’Herode, & havendo fatto il longhissimo, e penosissimo viaggio di questo deserto col suo sposo S. Gioseffo, & col diletto suo figliolo nostro Creatore, & Redentore, quì si riposò, ove essendo per gli estremi ardori del Sole assetata, desiderando acqua e miracolosamente l’hebbe da un fonte, che qui scaturi di repente, che fin hora vi si vede, & gode con la meglior acqua, che possa beversi mai. Quì già fu tempo in memoria del fatto era una Chiesa di bella architettura, ma hora è tutta distrutta restandovi solo il fonte, e di più tanto di luogo, quanto basta per quelli, che alcune volte vi vengono per divotione del Cairo a celebrar la S. Messa. Nel muro del luogo istesso v’e una fenestra, nella quale si tiene, che fusse riposto il Sacratissimo bambino. Quì contiguo è un bel giardino pieno d’aranzi, limoni, gelsomini in gran copia, & di molti altri fiori, e frutti, e vi è fra gl’altri un arbore di fico faraone di smisurata grossezza, c’ha il tronco spaccato per mezzo, & si dice che passando di qui la Beata Verg. M. essendo il bosco si folto, che vietava il transito a passageri, detto arbore prevenendo l’ossequio del bosco dovuto alle Maesta passanti s’aperse egli, & lor fece strada. Verdeggia tuttavia quella pianta, & fa frutti, & è tenuta in grande veneratione da tutte le nationi Christiane, & di lei piamente narransi molte altre meraviglie. Vi solevano essere ancora alcune viti produttrici del balsamo, cinte con muro in una parte del giardino: al presente sono ite a male, & inaridite a fatto. Tutto il giardino s’inaffia con un ingegno di rote che aggirate con un paro de bovi, cavano acqua, & la versano ad irrigarlo. Dopò una longa dimora qui fatta comparsero molti Signori mercanti Venetiani, c’havendo presentito l’arrivo della caravana vennero ad incontrare gli amici suoi: & a noi anco, come del paese, fecero molte accoglienze.

Dopò l’abboccamento di cortesia, & alcuni ragionamenti, montassimo sopra asinelli condotti a questo fine, tirando verso la gran Città del Cairo, che di quì distava da quattro miglio intorno. Alla quale il duodecimo di maggio giungessimo, smontando tutti nella casa, ove faceva residenza l’Illustrissimo Sig. Marco Paruta, dignissimo Console per la Serenissima Signoria di Vinegia [240], il quale ricevute da noi le dovute riverentie, & alcune lettere portate, ci raccolse con maniere di singolar gentilezza, & volse che tutti i Pellegrini, & i Padri restassero a disinare seco, ove fussimo alla nobile regalati, pasandola con molti felici ragionamenti, dopo il pranso s’attese a rasettare le bagaglie, & si tolse nella contrada una Casa a pigione; ma questo tosto che’l seppe l’Illustriss. mandò subito il R. suo Capellano, con stretta indispensabile comissione, che il mio compagno, & io ritornassimo, & allogiassimo nella sua propria Casa: il che ci convenne fare, & ci volse sempre alla sua tavola, facendone restar serviti come la sua propria persona.

Riposassimo due giorni senza dilongarci molto dalla contrada, perche rotti dallo sbattimento de1 viaggio, cotti dal Sole, incrostati di polve e di sudore non essendoci per tre settimane intiere spogliati mai [241], ne mai havendo dormito altrove che sopra’l nudo terreno, sotto’l tetto del Cielo. Doppo i due giorni incominciassimo andar per la gran Città [242], & per le tante contrade che diconsi esser circa quindeci milla, che tutte si chiudono la notte con porte di legno, & vedendo l’infinita moltitudine della gente di diverse & innumerabili nationi, mirando le tante mercantie, restassimo soprafatti da inesplicabile stupore, confessando che dal fatto era vinta la fama [243].

Fra le tante in particolar una contrada, che tira di longhezza per più di diece miglia, nella quale si fa mercato due volte la settimana, & in quei giorni vi è concorso di tanta gente, che supera ogni credenza, tanto che difficilmente si può passare. Sono in detta contrada molte Ochelle, che sono luoghi come piazzette con i portici intorno, ne’quali vendonsi gli Schiavi [244], & le schiave, Christiani & Turchi, Bianchi, & neri d’ogni sorte, & ve n’è sempre una gran quantità; vi si spazzano ancora molte cose de l’Indie, & di diversi altri lontani paesi. Al governo del Cairo vi siede per primo grado il gran Bassa, che è il maggior, che sia in tutta Turchia [245]. Vi sono poi molti Cadi, Sangiachi, Agà, e altri gradi, che’l Bassà dispensa, & questi graduati [246] vanno alcune volte, a corte nel Castello, ove risiede il detto Bassa & vi vanno con tanta superbia de Cavalli bellissimi, & sì riccamente adorni, & essi carichi di tanto oro, tempestati di tante gioie, che solo il crede chi il vede. Concorre alla medesima Corte infinito numero di Spaini, Gianizzeri, & altri soldati.


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NOTE

[227] Si tratta della località di Latrun che si trova a metà strada, sulla sinistra tra Lidda e Gerusalemme. Qui, alla fine del XII secolo, i templari costruirono un castello che veniva chiamato “toron des chevaliers” o “Turo militum”, ossia “cordone dei cavalieri o dei soldati”. Da questa denominazione gli arabi trassero il nome di “al – Latrun” o “Latun”, un nome che nel XV secolo fece nascere la leggenda secondo cui questa era la patria del buon ladrone, San Disma e da allora venne anche chiamato “Castello del buon ladrone”. Oggi, costruito sulle rovine del castello, sorge un grande monastero, con annessa una colonia agricola, tenuto dai padri trappisti francesi.

[228] Si tratta presumibilmente del pozzo di Giacobbe, presso Balata, l’antica Sichem (forse la Sicar nominata nel Vangelo), dove attualmente un monastero greco conserva nella cripta della chiesa quello che la tradizione definisce il “pozzo di Giacobbe”. Sichem era un’antica città cananea all’imboccatura della valle formata dai monti Ebal e Garizim. Secondo la tradizione giudaica, duemila anni prima di Cristo Abramo, proveniente da Ur dei Caldei, giunse in questa località e vi innalzò un primo altare a Jahvè (Genesi 12,6-7). Più tardi a Sichem si fermò anche Giacobbe, di ritorno dalla Mesopotamia e nelle vicinanze acquistò il campo sul quale aveva eretto le sue tende e vi scavò un pozzo profondo circa 32 m (Genesi 24,32), alimentato da una sorgente sotterranea tuttora attiva. Sempre a Sichem ebbe luogo anche la grande assemblea di tutte le tribù di Israele voluta da Giosuè per il rinnovo dell’alleanza di fedeltà a Dio (Giosuè 24,1-28). Il pozzo di Giacobbe è reso particolarmente famoso per l’incontro di Gesù con la Samaritana. A memoria di questo fatto fin dal IV sopra il pozzo venne costruita una chiesa, danneggiata nel 484 e nel 529, durante le rivolte dei Samaritani. La costruzione venne poi restaurata sotto l’imperatore Giustiniano (528-565) e poi andò completamente in rovina. Più tardi i Crociati vi costruirono un tempio a tre navate, ma anche questo fu distrutto verso il 1187. L’attuale chiesa, di rito greco-ortodosso, venne costruita solo nel 1860 e quindi si capisce come Pesenti abbia trovato solo antiche rovine.

[229] Giaffa si trova poco a Sud dell’attuale Tel-Aviv, e oggi ne è parte integrante. Anticamente era il porto della Giudea, anche se ai tempi di Erode aveva un po’ perso la sua importanza per la concorrenza di Cesarea. Distrutta da Napoleone nel 1799, fu ricostruita all’inizio dell’Ottocento, ed è oggi città dall’aspetto moderno.

[230] Gaza si trova sulla costa sud-orientale del mar Mediterraneo. Nell’antichità era il centro principale della confederazione filistea. Sul suo territorio si svolsero le leggendarie imprese di Sansone. A causa della sua posizione strategica e della sua floridezza economica, soprattutto in quanto emporio commerciale tessile, Gaza era un possedimento ambito dai conquistatori che miravano a dominare in Palestina: se ne contesero il dominio gli egizi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci di Alessandro Magno (che la occupò nel 332 a.C.) e i romani. Con i romani Gaza divenne uno dei mercati di schiavi più importanti di tutto l’impero. Con l’avvento del cristianesimo fu sede di una delle prime comunità cristiane, finché venne occupata dagli arabi nel 643 e dai templari nel 1152. Proprio la città di Gaza fu uno dei capisaldi intorno ai quali si svolsero le più sanguinose battaglie delle crociate (1239–44) e, qualche secolo più tardi, nel 1516, della conquista ottomana dell’Egitto.

[231] Sembrerebbe trattarsi del villaggio di Khan Yunis, la cui pronuncia venne forse mal interpretata dal Pesenti. Essendo distante circa 25 km da Gaza, sembra però troppo vicino a quest’ultima, anche in considerazione della successiva tappa.

[232] Si tratta probabilmente dell’attuale El-’Arish. Dista circa 90 km da Gaza.

[233] Forse l’attuale Mazar, una quarantina di km a ovest di El-’Arish.

[234] Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h.

[235] È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia.

[236] L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo.

[237] Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez.

[238] L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya.

[239] Non meglio identificabile.

[240] Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii.

[241] A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari, ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito.

[242] La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale.

[243] Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private.

[244] Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (cfr. M. LENCI, op. cit.). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (cfr. M. LENCI, op. cit.).

[245] L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.

[246] Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.