Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 13: differenze tra le versioni
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Dopo’l riposo si fece partita, & cavalcossi per quel polveroso, & faticoso deserto da dieci hore continue senza ritrovar altro mai che sabbia. Ristorati, & riposati in detto deserto fino a mezza notte, seguimmo il viaggio per altre dieci hore, al fine delle quali arrivassimo ad un luogo ove è un pozzo, & si chiama, Carler '''[233]''', che fece pausa al nostro viaggio, per il restante del giorno, & per la notte seguente. L’acqua del pozzo è salsa, pure si da a bere alle bestie. | Dopo’l riposo si fece partita, & cavalcossi per quel polveroso, & faticoso deserto da dieci hore continue senza ritrovar altro mai che sabbia. Ristorati, & riposati in detto deserto fino a mezza notte, seguimmo il viaggio per altre dieci hore, al fine delle quali arrivassimo ad un luogo ove è un pozzo, & si chiama, Carler '''[233]''', che fece pausa al nostro viaggio, per il restante del giorno, & per la notte seguente. L’acqua del pozzo è salsa, pure si da a bere alle bestie. | ||
| − | La matina seguente delli sei Maggio levati per tempo la tirassimo per il medesimo deserto, & havendo cavalcato per otto hore si fermassimo ad un luogo chiamato Birlab '''[234]''', ove sono alcuni pozzi d’acqua, che parimente ha del salso. Alli sette del mese levati al solito, cavalcando arrivassimo quasi a mezzo giorno a Catia , Castello, che per la qualità del deserto, ove campeggia, è assai habitato, ma l’aiuta la poca lontananza dal Mare, & di quì andando alla Marina vi sono alcune Zerbe, che conducono a Damiata ; pure noi seguitassimo per terra. | + | La matina seguente delli sei Maggio levati per tempo la tirassimo per il medesimo deserto, & havendo cavalcato per otto hore si fermassimo ad un luogo chiamato Birlab '''[234]''', ove sono alcuni pozzi d’acqua, che parimente ha del salso. Alli sette del mese levati al solito, cavalcando arrivassimo quasi a mezzo giorno a Catia '''[235]''', Castello, che per la qualità del deserto, ove campeggia, è assai habitato, ma l’aiuta la poca lontananza dal Mare, & di quì andando alla Marina vi sono alcune Zerbe, che conducono a Damiata '''[236]'''; pure noi seguitassimo per terra. |
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| − | Nel Castello vi risiede un Vice Bassà mandatovi dal Cairo, ch’a molto del tiranno, ma per certe lettere, che havevano quelli Signori Mercanti, la passò assai piacevolmente con noi, & solo volse il cafarro d’un cecchino per testa compreso anco il Camello. Da i paesani del luogo si comperano qui galline, & ova, per assai buon mercato, che trenta ova si rilevano per un maidino. Sonovi anco molte palme. Questo Castello è il più vicino che sia al Sues, che è alla bocca del Mar Rosso, & vi si passa in puoco più d’una giornata andando verso mezzo giorno. In questi deserti trovansi molti serpenti, & altri animali, & gli Struzzi vi sono in gran numero. | + | Nel Castello vi risiede un Vice Bassà mandatovi dal Cairo, ch’a molto del tiranno, ma per certe lettere, che havevano quelli Signori Mercanti, la passò assai piacevolmente con noi, & solo volse il cafarro d’un cecchino per testa compreso anco il Camello. Da i paesani del luogo si comperano qui galline, & ova, per assai buon mercato, che trenta ova si rilevano per un maidino. Sonovi anco molte palme. Questo Castello è il più vicino che sia al Sues, che è alla bocca del Mar Rosso, & vi si passa in puoco più d’una giornata andando verso mezzo giorno. In questi deserti trovansi molti serpenti, & altri animali, & gli Struzzi vi sono in gran numero. |
| − | Il giorno seguente, che fu alli otto la matina si tardò un puoco al partire per il cafarro, che a tutti si faceva pagare. Montati nelle ceste solite in spatio d’intorno ad hore sei in circa ritrovassimo alcuni pozzi, ove si restò fìn’alla mezza notte. Doppo il riposo, al segno che si diede si fece levata, & cominciò a marchiarsi, & si fece la più longa, & faticosa giornata, che sia in tutto questo deserto passando per un mare di cosi alta e minuta sabbia, che i Cameli vi si fondavano fin’alle ginocchia, & qui più che altrove si corre a gran pericolo di restarvi sepolti in tempo di gran vento, vedendosi dalle parti monti di trasportata sabbia: & di giorno anco il Sole cosi v’arde, che pare accendere d’ogn’intorno fiamma, quasi abbrucciando chi passa. Restassimo sopra i Camelli con patimento estremo più di dodeci hore continue in detto viaggio, e arrivassimo intorno all’hora di vespro ad un Villaggio chiamato Salaie , ove riposassimo fin’al giorno seguente, & vi pagassimo ancora alcuni puochi maidini per persona di cafarro. | + | |
| − | La mattina seguente, che fu alli dieci di Maggio, ripigliassimo il viaggio pel deserto simile, ma non cosi faticoso, & in sei hore fummo a Catarra , Vilaggio assai grande, intorno al quale v’è paese in alcune parti coltivato. A gli undeci havendo cavalcato al solito arrivassimo in spatio di sette hore a Canca , Villaggio, che di grandezza ogn’altro avanza, che si ritrovi in questo deserto. Qui pure ci convenne pagare di Cafarro alcuni puochi maidini per Camello. | + | Il giorno seguente, che fu alli otto la matina si tardò un puoco al partire per il cafarro, che a tutti si faceva pagare. Montati nelle ceste solite in spatio d’intorno ad hore sei in circa ritrovassimo alcuni pozzi, ove si restò fìn’alla mezza notte. Doppo il riposo, al segno che si diede si fece levata, & cominciò a marchiarsi, & si fece la più longa, & faticosa giornata, che sia in tutto questo deserto passando per un mare di cosi alta e minuta sabbia, che i Cameli vi si fondavano fin’alle ginocchia, & qui più che altrove si corre a gran pericolo di restarvi sepolti in tempo di gran vento, vedendosi dalle parti monti di trasportata sabbia: & di giorno anco il Sole cosi v’arde, che pare accendere d’ogn’intorno fiamma, quasi abbrucciando chi passa. Restassimo sopra i Camelli con patimento estremo più di dodeci hore continue in detto viaggio, e arrivassimo intorno all’hora di vespro ad un Villaggio chiamato Salaie '''[237]''', ove riposassimo fin’al giorno seguente, & vi pagassimo ancora alcuni puochi maidini per persona di cafarro. |
| − | Verso la sera partimmo, & doppo il cavalcar di sei hore in circa si fermassimo ad’un Villaggio da tre hore; rimontassimo, e nel far del giorno fussimo a vista d’una Agulia gieroglificata, postavi anticamente da Romani; & a mezza mattina arrivassimo alla Matarea, ove la Vergine Maria fuggendo da Betlehem per la persecutione d’Herode, & havendo fatto il longhissimo, e penosissimo viaggio di questo deserto col suo sposo S. Gioseffo, & col diletto suo figliolo nostro Creatore, & Redentore, quì si riposò, ove essendo per gli estremi ardori del Sole assetata, desiderando acqua e miracolosamente l’hebbe da un fonte, che qui scaturi di repente, che fin hora vi si vede, & gode con la meglior acqua, che possa beversi mai. Quì già fu tempo in memoria del fatto era una Chiesa di bella architettura, ma hora è tutta distrutta restandovi solo il fonte, e di più tanto di luogo, quanto basta per quelli, che alcune volte vi vengono per divotione del Cairo a celebrar la S. Messa. Nel muro del luogo istesso v’e una fenestra, nella quale si tiene, che fusse riposto il Sacratissimo bambino. Quì contiguo è un bel giardino pieno d’aranzi, limoni, gelsomini in gran copia, & di molti altri fiori, e frutti, e vi è fra gl’altri un arbore di fico faraone di smisurata grossezza, c’ha il tronco spaccato per mezzo, & si dice che passando di qui la Beata Verg. M. essendo il bosco si folto, che vietava il transito a passageri, detto arbore prevenendo l’ossequio del bosco dovuto alle Maesta passanti s’aperse egli, & lor fece strada. Verdeggia tuttavia quella pianta, & fa frutti, & è tenuta in grande veneratione da tutte le nationi Christiane, & di lei piamente narransi molte altre meraviglie. Vi solevano essere ancora alcune viti produttrici del balsamo, cinte con muro in una parte del giardino: al presente sono ite a male, & inaridite a fatto. Tutto il giardino s’inaffia con un ingegno di rote che aggirate con un paro de bovi, cavano acqua, & la versano ad irrigarlo. Dopò una longa dimora qui fatta comparsero molti Signori mercanti Venetiani, c’havendo presentito l’arrivo della caravana vennero ad incontrare gli amici suoi: & a noi anco, come del paese, fecero molte accoglienze. | + | |
| − | Dopò l’abboccamento di cortesia, & alcuni ragionamenti, montassimo sopra asinelli condotti a questo fine, tirando verso la gran Città del Cairo, che di quì distava da quattro miglio intorno. Alla quale il duodecimo di maggio giungessimo, smontando tutti nella casa, ove faceva residenza l’Illustrissimo Sig. Marco Paruta, dignissimo Console per la Serenissima Signoria di Vinegia , il quale ricevute da noi le dovute riverentie, & alcune lettere portate, ci raccolse con maniere di singolar gentilezza, & volse che tutti i Pellegrini, & i Padri restassero a disinare seco, ove fussimo alla nobile regalati, pasandola con molti felici ragionamenti, dopo il pranso s’attese a rasettare le bagaglie, & si tolse nella contrada una Casa a pigione; ma questo tosto che’l seppe l’Illustriss. mandò subito il R. suo Capellano, con stretta indispensabile comissione, che il mio compagno, & io ritornassimo, & allogiassimo nella sua propria Casa: il che ci convenne fare, & ci volse sempre alla sua tavola, facendone restar serviti come la sua propria persona. | + | La mattina seguente, che fu alli dieci di Maggio, ripigliassimo il viaggio pel deserto simile, ma non cosi faticoso, & in sei hore fummo a Catarra '''[238]''', Vilaggio assai grande, intorno al quale v’è paese in alcune parti coltivato. A gli undeci havendo cavalcato al solito arrivassimo in spatio di sette hore a Canca '''[239]''', Villaggio, che di grandezza ogn’altro avanza, che si ritrovi in questo deserto. Qui pure ci convenne pagare di Cafarro alcuni puochi maidini per Camello. |
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| + | Verso la sera partimmo, & doppo il cavalcar di sei hore in circa si fermassimo ad’un Villaggio da tre hore; rimontassimo, e nel far del giorno fussimo a vista d’una Agulia gieroglificata, postavi anticamente da Romani; & a mezza mattina arrivassimo alla Matarea, ove la Vergine Maria fuggendo da Betlehem per la persecutione d’Herode, & havendo fatto il longhissimo, e penosissimo viaggio di questo deserto col suo sposo S. Gioseffo, & col diletto suo figliolo nostro Creatore, & Redentore, quì si riposò, ove essendo per gli estremi ardori del Sole assetata, desiderando acqua e miracolosamente l’hebbe da un fonte, che qui scaturi di repente, che fin hora vi si vede, & gode con la meglior acqua, che possa beversi mai. Quì già fu tempo in memoria del fatto era una Chiesa di bella architettura, ma hora è tutta distrutta restandovi solo il fonte, e di più tanto di luogo, quanto basta per quelli, che alcune volte vi vengono per divotione del Cairo a celebrar la S. Messa. Nel muro del luogo istesso v’e una fenestra, nella quale si tiene, che fusse riposto il Sacratissimo bambino. Quì contiguo è un bel giardino pieno d’aranzi, limoni, gelsomini in gran copia, & di molti altri fiori, e frutti, e vi è fra gl’altri un arbore di fico faraone di smisurata grossezza, c’ha il tronco spaccato per mezzo, & si dice che passando di qui la Beata Verg. M. essendo il bosco si folto, che vietava il transito a passageri, detto arbore prevenendo l’ossequio del bosco dovuto alle Maesta passanti s’aperse egli, & lor fece strada. Verdeggia tuttavia quella pianta, & fa frutti, & è tenuta in grande veneratione da tutte le nationi Christiane, & di lei piamente narransi molte altre meraviglie. Vi solevano essere ancora alcune viti produttrici del balsamo, cinte con muro in una parte del giardino: al presente sono ite a male, & inaridite a fatto. Tutto il giardino s’inaffia con un ingegno di rote che aggirate con un paro de bovi, cavano acqua, & la versano ad irrigarlo. Dopò una longa dimora qui fatta comparsero molti Signori mercanti Venetiani, c’havendo presentito l’arrivo della caravana vennero ad incontrare gli amici suoi: & a noi anco, come del paese, fecero molte accoglienze. | ||
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| + | Dopò l’abboccamento di cortesia, & alcuni ragionamenti, montassimo sopra asinelli condotti a questo fine, tirando verso la gran Città del Cairo, che di quì distava da quattro miglio intorno. Alla quale il duodecimo di maggio giungessimo, smontando tutti nella casa, ove faceva residenza l’Illustrissimo Sig. Marco Paruta, dignissimo Console per la Serenissima Signoria di Vinegia '''[240]''', il quale ricevute da noi le dovute riverentie, & alcune lettere portate, ci raccolse con maniere di singolar gentilezza, & volse che tutti i Pellegrini, & i Padri restassero a disinare seco, ove fussimo alla nobile regalati, pasandola con molti felici ragionamenti, dopo il pranso s’attese a rasettare le bagaglie, & si tolse nella contrada una Casa a pigione; ma questo tosto che’l seppe l’Illustriss. mandò subito il R. suo Capellano, con stretta indispensabile comissione, che il mio compagno, & io ritornassimo, & allogiassimo nella sua propria Casa: il che ci convenne fare, & ci volse sempre alla sua tavola, facendone restar serviti come la sua propria persona. | ||
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| + | Riposassimo due giorni senza dilongarci molto dalla contrada, perche rotti dallo sbattimento de1 viaggio, cotti dal Sole, incrostati di polve e di sudore non essendoci per tre settimane intiere spogliati mai '''[241]''', ne mai havendo dormito altrove che sopra’l nudo terreno, sotto’l tetto del Cielo. Doppo i due giorni incominciassimo andar per la gran Città '''[242]''', & per le tante contrade che diconsi esser circa quindeci milla, che tutte si chiudono la notte con porte di legno, & vedendo l’infinita moltitudine della gente di diverse & innumerabili nationi, mirando le tante mercantie, restassimo soprafatti da inesplicabile stupore, confessando che dal fatto era vinta la fama '''[243]'''. | ||
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| + | Fra le tante in particolar una contrada, che tira di longhezza per più di diece miglia, nella quale si fa mercato due volte la settimana, & in quei giorni vi è concorso di tanta gente, che supera ogni credenza, tanto che difficilmente si può passare. Sono in detta contrada molte Ochelle, che sono luoghi come piazzette con i portici intorno, ne’quali vendonsi gli Schiavi '''[244]''', & le schiave, Christiani & Turchi, Bianchi, & neri d’ogni sorte, & ve n’è sempre una gran quantità; vi si spazzano ancora molte cose de l’Indie, & di diversi altri lontani paesi. Al governo del Cairo vi siede per primo grado il gran Bassa, che è il maggior, che sia in tutta Turchia '''[245]'''. Vi sono poi molti Cadi, Sangiachi, Agà, e altri gradi, che’l Bassà dispensa, & questi graduati '''[246]''' vanno alcune volte, a corte nel Castello, ove risiede il detto Bassa & vi vanno con tanta superbia de Cavalli bellissimi, & sì riccamente adorni, & essi carichi di tanto oro, tempestati di tante gioie, che solo il crede chi il vede. Concorre alla medesima Corte infinito numero di Spaini, Gianizzeri, & altri soldati. | ||
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'''[234]''' Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h. | '''[234]''' Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h. | ||
| − | + | '''[235]''' È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia. | |
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| − | + | '''[236]''' L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo. | |
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| − | + | '''[237]''' Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez. | |
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| − | + | '''[238]''' L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya. | |
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| − | + | '''[239]''' Non meglio identificabile. | |
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| − | + | '''[240]''' Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii. | |
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| − | + | '''[241]''' A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, ''Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari'', ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito. | |
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| + | '''[242]''' La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale. | ||
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| + | '''[243]''' Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private. | ||
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| + | '''[244]''' Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (''cfr''. M. LENCI, ''op. cit.''). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (''cfr''. M. LENCI, ''op. cit.''). | ||
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| + | '''[245]''' L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini. | ||
| − | + | '''[246]''' Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare. | |
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Versione attuale delle 18:45, 26 ott 2009
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di
Gio. Paolo Pesenti.
Libro Terzo
Di già eravamo tutti all’ordine, la Caravana incominciava ad inviarsi la mattina per tempo, che fù alli 23 d’Aprile 1613. Caricate le some, & inviati avanti i Cameli, i quali, per esser la prima giornata tutta montuosa, non potendosi cavalcare, bisognava seguitarli sopra somieri, overo a piedi. Questa Caravana era di varie nationi, ma per lo più di Christiani Cossiti, & Abissini. V’erano anco molti Hebrei, de Franchi otto Pellegrini venuti con la istessa Caravana dal Cairo, & di più il R. Padre Commissaio, & il R. Padre Gaudentio Saibanti, che per cinque anni haveva sopportate le fatiche d’esser stato degnamente Guardiano, & Custode di tutta la Provincia di Terra Santa, carico di molto peso, & da conferirsi solo a persone di molto valore. Hora questo honoran. Padre con un compagno era desideroso di passarsene in Egitto, & di là visitare il famoso Monte Sinai, & poi far ritorno in Italia. A tutti i sopradetti s’aggiugnevamo noi quattro Pellegrini, che tutti facessimo una compagnia, essendo ancora i Mucari uniti, che ci servivano d’Interprete, & in far le cose bisognose in detto viaggio. Quasi tutti i Padri ci accompagnarono infin fuori della Città di Gierusalemme, ove stringendoci teneramente insieme, & poi con molte lagrime dividendoci, e dandosi l’ultimo saluto, ritornando essi adietro, noi s’inviassimo per monti sterili per lo più, & in due hore arrivassimo nella Valle di Terebinto, celebre tanto per la vittoria, che del Gigante Golia Filisteo horribilmente di tutto punto armato in singolar certame l’inerme garzoncello David co’ sassi dal vicino torrente raccolti, gloriosamente ottenne. Qui miransi le ruine, che ne i miseri suoi avanzi ricuoprono le già non poche bellezze sue. Di qui seguitando per monti, & boschi, ritrovassimo dietro al viaggio molti Arabi, che ne fecero pagare tre cafarri, alla somma in tutto d’un cecchino per testa. Più oltre per detto camino si vede il Convento chiamato San Hieremia, nel quale solevano stare Frati mandatigli da Gierusalemme, hora è distrutto, e dishabitato. Et seguitando il viaggio nel calar d’un monte si vede una Torre, chiamata Seriz. Quì stanno quegli Arabi, che ne havevano fatto pagare per la strada un cafarro, i quali ne accompagnarono fin’alla vista del Castello del buon ladrone [227], al quale arrivassimo dopo l’essere partiti di Gierusalemme di sette hore. Questo Castello è habitato da Mori, & Arabi tutti ladri, mostra essere stato assai forte, hora è quasi ruinato. Il Castello si lascia cavalcando verso ponente, & dalla parte verso levante si vede il Pozzo, che si chiama Pozzo di Giob [228], fatto fare, come n’è fama, dal Santo, & fin’hora è d’acqua buonissima. Passata, & discesa la costa del monte, s’incomincia a ritrovar terreno piano, e fruttifero. La Caravana fece quì tutta la raccolta sotto alcune piante d’olive, & si dimorò la notte al sereno, con perpetui disturbi de gli Arabi, che s’aggiravano intorno per rubbarne qualche cosa. Quì si lascia il camino, che va verso Rama, & al porto di Giaffa [229], il quale fanno quasi tutti i Pellegrini, che vanno, & vengono di Girusalemme. La mattina seguente, fatte caricare le some, & noi montati nelle ceste sopra i Cameli, a due per Camelo, seguitando tutta la Caravana per belle pianure, piene di buonissimi pascoli, cavalcassimo per spatio d’otto hore, seguitati di continuo da molti Arabi a cavallo, i quali ne fecero ancora pagare un cafarro, ma di puochi maidini. Arrivati in un bel piano la Caravana si fermò, e tutti smontati e scaricati i Cameli dalli mucheri, noi pigliassimo ristoro, & ivi restassimo tutt’il resto del giorno e vi posassimo ancora la notte. In questo luogo da quegl’Arabi ci fu rubbato un bagulo, entro al quale havevano in due scatole riposte molte Croci, Corone, & altre cose sante per portar in Italia. Questi havendolo adocchiato di giorno, pensandosi che dentro vi portassimo danari, overo altre cose di valore, lo ci tolsero, essendo noi tutti adormentati, stanchi per lo sbattimento grande insolitamente patito in quelle ceste sopra i Cameli. Svegliati noi avanti giorno, accortisi del furto, facessimo ricercare per tutta la caravana con prometter premio a chi lo manifestava, ne mai fu possibile ritrovarlo, & bisognò haver patienza. Si caricò, & noi al solito nelle ceste seguitando la Caravana per pianure, & buoni paesi, & all’hora di vespero s’arrivò alla Citta di Gaza [230], ultima ne’confìni della Giudea, che fu anticamente de’ Filistei, & allogiati nella Città in un bel Cane, puoco stando vennero alcuni huomini del Bassà, che d’ordine di lui tutti noi Franchi condussero prigioni, & essendo puoco doppo condotti alla sua presenza ne fece dire dal nostro interprete haver inteso, che noi portavamo vino, & per esser contra la sua legge, di volerne castigare; questo fu per ritrovar occasione di farne pagare alcuni danari, come ci bisognò fare, non valendoci alcuna delle nostre diffese. Ci demmo dunque venti reali, & ancora quattro fiasche di quel buon vino Mal fattor del tutto: & così ci rilasciò. Era questo Bassà un Polacco rinegato, & in ogn’altro conto di tristi costumi, il quale per aggiunta dei molti travagli, non volle licentiar la Caravana fin al primo giorno di Maggio, & fece pagare, oltre a i consueti Cafarri, a noi due Piastre per testa, all’altre nationi, chi più, chi meno. Et volse che restassimo queste giornate in Gazza, per far che fossero vendute, & spedite le vecchie fave, & altre cose, che si danno a mangiare a Camelli, & Afini, come n’hebbe l’intento, essendone nella Caravana più di quattrocento. L’incommodo datoci dal Bassà ci servì a commodo maggiore di mirar bene la Città, fu questa ne’ Secoli antichi assai grande, e populata, hora è molto ditrutta, & dishabitata. Giace vicina al mare puoco più d’un hora di camino, posta parte in pianura parte in coline. Verso Levante ha paese fertile, coltivato, & abondante, verso ponente ha il deserto chiamato Sues, il qual si passa da chi va in Egitto.
Nella Città si veggono l’antichissime rovine di quel Palazzo, il quale con le smisurate sue forze sopra i Filistei, che dentro in giuochi, & spassi vi si trattenevano, fece cadere il gran Sansone, con la morte di se stesso, & di tutti loro. Sonovi bei giardini, che a questo tempo incominciavano a maturar le armandole, & altri frutti. È habitata da molti Christiani Greci la Città, & vi hanno una bella Chiesa, ove si riducono ad’officiare; Dell’altre, che molte v’erano i Turchi se n’hanno fatto delle Moschee; vi è un bel Bazarro, ove si vendono biscotto bonissimo, frutti, & altre cose per il vitto & a mercato assai commodo. Qui si trovano delle tortorelle bianche, che generano come fanno i colombi nelle Gabbie. Evvi anco una Casa nella quale stà l’interprete, che in capitando qualche pellegrino l’alloggia, & perche da questa Città infin nel Cairo non si ritrova acqua buona, ne altro da comperare per vivere, facessimo qui provisione di ciò che poteva esser necessario, et doppo d’haver più volte fatta instanza per la licenza dal Bassà, che la Caravana partisse, l’ottenessimo alla fine l’ultimo d’Aprile.
Di ciò tutti lieti attendessimo al compimento delle provisioni, & il primo di Maggio fatto caricare, & pagati alcuni cafarri, che sono intorno ad un Reale per testa, con tutta la Caravana partissimo accompagnati per commissione del Bassa, cortese in questo, da alcuni soldati a cavallo, acciò non fussimo molestati da gli Arabi assassini; & cavalcando pel deserto tutto arenoso intorno ad’otto hore, arrivassimo a Caleones [231], ove è un picciol ricetto, tenuto da alcuni soldati, che ne fecero pagare mezzo Reale per huomo, alloggiando noi alla campagna al sereno, nel restante del giorno, & della notte. Levati avanti giorno, cavalcando al solito pel deserto altre otto hore di camino, arrivassimo a Laris [232], Castello, distante poco più di due miglia dalla Marina. Quì pure stanno alcuni soldati, che ne fecero pagare alcuni maidini per Camello, & vi habita di più altro poco numero di gente, dalla quale havessimo commodità di comperare galline, & ova, oltra la ventura d’una fontana, ove abbeveraronsi gl’animali, riposando tutti quasi fino alla mezza notte.
Dopo’l riposo si fece partita, & cavalcossi per quel polveroso, & faticoso deserto da dieci hore continue senza ritrovar altro mai che sabbia. Ristorati, & riposati in detto deserto fino a mezza notte, seguimmo il viaggio per altre dieci hore, al fine delle quali arrivassimo ad un luogo ove è un pozzo, & si chiama, Carler [233], che fece pausa al nostro viaggio, per il restante del giorno, & per la notte seguente. L’acqua del pozzo è salsa, pure si da a bere alle bestie.
La matina seguente delli sei Maggio levati per tempo la tirassimo per il medesimo deserto, & havendo cavalcato per otto hore si fermassimo ad un luogo chiamato Birlab [234], ove sono alcuni pozzi d’acqua, che parimente ha del salso. Alli sette del mese levati al solito, cavalcando arrivassimo quasi a mezzo giorno a Catia [235], Castello, che per la qualità del deserto, ove campeggia, è assai habitato, ma l’aiuta la poca lontananza dal Mare, & di quì andando alla Marina vi sono alcune Zerbe, che conducono a Damiata [236]; pure noi seguitassimo per terra.
Nel Castello vi risiede un Vice Bassà mandatovi dal Cairo, ch’a molto del tiranno, ma per certe lettere, che havevano quelli Signori Mercanti, la passò assai piacevolmente con noi, & solo volse il cafarro d’un cecchino per testa compreso anco il Camello. Da i paesani del luogo si comperano qui galline, & ova, per assai buon mercato, che trenta ova si rilevano per un maidino. Sonovi anco molte palme. Questo Castello è il più vicino che sia al Sues, che è alla bocca del Mar Rosso, & vi si passa in puoco più d’una giornata andando verso mezzo giorno. In questi deserti trovansi molti serpenti, & altri animali, & gli Struzzi vi sono in gran numero.
Il giorno seguente, che fu alli otto la matina si tardò un puoco al partire per il cafarro, che a tutti si faceva pagare. Montati nelle ceste solite in spatio d’intorno ad hore sei in circa ritrovassimo alcuni pozzi, ove si restò fìn’alla mezza notte. Doppo il riposo, al segno che si diede si fece levata, & cominciò a marchiarsi, & si fece la più longa, & faticosa giornata, che sia in tutto questo deserto passando per un mare di cosi alta e minuta sabbia, che i Cameli vi si fondavano fin’alle ginocchia, & qui più che altrove si corre a gran pericolo di restarvi sepolti in tempo di gran vento, vedendosi dalle parti monti di trasportata sabbia: & di giorno anco il Sole cosi v’arde, che pare accendere d’ogn’intorno fiamma, quasi abbrucciando chi passa. Restassimo sopra i Camelli con patimento estremo più di dodeci hore continue in detto viaggio, e arrivassimo intorno all’hora di vespro ad un Villaggio chiamato Salaie [237], ove riposassimo fin’al giorno seguente, & vi pagassimo ancora alcuni puochi maidini per persona di cafarro.
La mattina seguente, che fu alli dieci di Maggio, ripigliassimo il viaggio pel deserto simile, ma non cosi faticoso, & in sei hore fummo a Catarra [238], Vilaggio assai grande, intorno al quale v’è paese in alcune parti coltivato. A gli undeci havendo cavalcato al solito arrivassimo in spatio di sette hore a Canca [239], Villaggio, che di grandezza ogn’altro avanza, che si ritrovi in questo deserto. Qui pure ci convenne pagare di Cafarro alcuni puochi maidini per Camello.
Verso la sera partimmo, & doppo il cavalcar di sei hore in circa si fermassimo ad’un Villaggio da tre hore; rimontassimo, e nel far del giorno fussimo a vista d’una Agulia gieroglificata, postavi anticamente da Romani; & a mezza mattina arrivassimo alla Matarea, ove la Vergine Maria fuggendo da Betlehem per la persecutione d’Herode, & havendo fatto il longhissimo, e penosissimo viaggio di questo deserto col suo sposo S. Gioseffo, & col diletto suo figliolo nostro Creatore, & Redentore, quì si riposò, ove essendo per gli estremi ardori del Sole assetata, desiderando acqua e miracolosamente l’hebbe da un fonte, che qui scaturi di repente, che fin hora vi si vede, & gode con la meglior acqua, che possa beversi mai. Quì già fu tempo in memoria del fatto era una Chiesa di bella architettura, ma hora è tutta distrutta restandovi solo il fonte, e di più tanto di luogo, quanto basta per quelli, che alcune volte vi vengono per divotione del Cairo a celebrar la S. Messa. Nel muro del luogo istesso v’e una fenestra, nella quale si tiene, che fusse riposto il Sacratissimo bambino. Quì contiguo è un bel giardino pieno d’aranzi, limoni, gelsomini in gran copia, & di molti altri fiori, e frutti, e vi è fra gl’altri un arbore di fico faraone di smisurata grossezza, c’ha il tronco spaccato per mezzo, & si dice che passando di qui la Beata Verg. M. essendo il bosco si folto, che vietava il transito a passageri, detto arbore prevenendo l’ossequio del bosco dovuto alle Maesta passanti s’aperse egli, & lor fece strada. Verdeggia tuttavia quella pianta, & fa frutti, & è tenuta in grande veneratione da tutte le nationi Christiane, & di lei piamente narransi molte altre meraviglie. Vi solevano essere ancora alcune viti produttrici del balsamo, cinte con muro in una parte del giardino: al presente sono ite a male, & inaridite a fatto. Tutto il giardino s’inaffia con un ingegno di rote che aggirate con un paro de bovi, cavano acqua, & la versano ad irrigarlo. Dopò una longa dimora qui fatta comparsero molti Signori mercanti Venetiani, c’havendo presentito l’arrivo della caravana vennero ad incontrare gli amici suoi: & a noi anco, come del paese, fecero molte accoglienze.
Dopò l’abboccamento di cortesia, & alcuni ragionamenti, montassimo sopra asinelli condotti a questo fine, tirando verso la gran Città del Cairo, che di quì distava da quattro miglio intorno. Alla quale il duodecimo di maggio giungessimo, smontando tutti nella casa, ove faceva residenza l’Illustrissimo Sig. Marco Paruta, dignissimo Console per la Serenissima Signoria di Vinegia [240], il quale ricevute da noi le dovute riverentie, & alcune lettere portate, ci raccolse con maniere di singolar gentilezza, & volse che tutti i Pellegrini, & i Padri restassero a disinare seco, ove fussimo alla nobile regalati, pasandola con molti felici ragionamenti, dopo il pranso s’attese a rasettare le bagaglie, & si tolse nella contrada una Casa a pigione; ma questo tosto che’l seppe l’Illustriss. mandò subito il R. suo Capellano, con stretta indispensabile comissione, che il mio compagno, & io ritornassimo, & allogiassimo nella sua propria Casa: il che ci convenne fare, & ci volse sempre alla sua tavola, facendone restar serviti come la sua propria persona.
Riposassimo due giorni senza dilongarci molto dalla contrada, perche rotti dallo sbattimento de1 viaggio, cotti dal Sole, incrostati di polve e di sudore non essendoci per tre settimane intiere spogliati mai [241], ne mai havendo dormito altrove che sopra’l nudo terreno, sotto’l tetto del Cielo. Doppo i due giorni incominciassimo andar per la gran Città [242], & per le tante contrade che diconsi esser circa quindeci milla, che tutte si chiudono la notte con porte di legno, & vedendo l’infinita moltitudine della gente di diverse & innumerabili nationi, mirando le tante mercantie, restassimo soprafatti da inesplicabile stupore, confessando che dal fatto era vinta la fama [243].
Fra le tante in particolar una contrada, che tira di longhezza per più di diece miglia, nella quale si fa mercato due volte la settimana, & in quei giorni vi è concorso di tanta gente, che supera ogni credenza, tanto che difficilmente si può passare. Sono in detta contrada molte Ochelle, che sono luoghi come piazzette con i portici intorno, ne’quali vendonsi gli Schiavi [244], & le schiave, Christiani & Turchi, Bianchi, & neri d’ogni sorte, & ve n’è sempre una gran quantità; vi si spazzano ancora molte cose de l’Indie, & di diversi altri lontani paesi. Al governo del Cairo vi siede per primo grado il gran Bassa, che è il maggior, che sia in tutta Turchia [245]. Vi sono poi molti Cadi, Sangiachi, Agà, e altri gradi, che’l Bassà dispensa, & questi graduati [246] vanno alcune volte, a corte nel Castello, ove risiede il detto Bassa & vi vanno con tanta superbia de Cavalli bellissimi, & sì riccamente adorni, & essi carichi di tanto oro, tempestati di tante gioie, che solo il crede chi il vede. Concorre alla medesima Corte infinito numero di Spaini, Gianizzeri, & altri soldati.
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NOTE
[227] Si tratta della località di Latrun che si trova a metà strada, sulla sinistra tra Lidda e Gerusalemme. Qui, alla fine del XII secolo, i templari costruirono un castello che veniva chiamato “toron des chevaliers” o “Turo militum”, ossia “cordone dei cavalieri o dei soldati”. Da questa denominazione gli arabi trassero il nome di “al – Latrun” o “Latun”, un nome che nel XV secolo fece nascere la leggenda secondo cui questa era la patria del buon ladrone, San Disma e da allora venne anche chiamato “Castello del buon ladrone”. Oggi, costruito sulle rovine del castello, sorge un grande monastero, con annessa una colonia agricola, tenuto dai padri trappisti francesi.
[228] Si tratta presumibilmente del pozzo di Giacobbe, presso Balata, l’antica Sichem (forse la Sicar nominata nel Vangelo), dove attualmente un monastero greco conserva nella cripta della chiesa quello che la tradizione definisce il “pozzo di Giacobbe”. Sichem era un’antica città cananea all’imboccatura della valle formata dai monti Ebal e Garizim. Secondo la tradizione giudaica, duemila anni prima di Cristo Abramo, proveniente da Ur dei Caldei, giunse in questa località e vi innalzò un primo altare a Jahvè (Genesi 12,6-7). Più tardi a Sichem si fermò anche Giacobbe, di ritorno dalla Mesopotamia e nelle vicinanze acquistò il campo sul quale aveva eretto le sue tende e vi scavò un pozzo profondo circa 32 m (Genesi 24,32), alimentato da una sorgente sotterranea tuttora attiva. Sempre a Sichem ebbe luogo anche la grande assemblea di tutte le tribù di Israele voluta da Giosuè per il rinnovo dell’alleanza di fedeltà a Dio (Giosuè 24,1-28). Il pozzo di Giacobbe è reso particolarmente famoso per l’incontro di Gesù con la Samaritana. A memoria di questo fatto fin dal IV sopra il pozzo venne costruita una chiesa, danneggiata nel 484 e nel 529, durante le rivolte dei Samaritani. La costruzione venne poi restaurata sotto l’imperatore Giustiniano (528-565) e poi andò completamente in rovina. Più tardi i Crociati vi costruirono un tempio a tre navate, ma anche questo fu distrutto verso il 1187. L’attuale chiesa, di rito greco-ortodosso, venne costruita solo nel 1860 e quindi si capisce come Pesenti abbia trovato solo antiche rovine.
[229] Giaffa si trova poco a Sud dell’attuale Tel-Aviv, e oggi ne è parte integrante. Anticamente era il porto della Giudea, anche se ai tempi di Erode aveva un po’ perso la sua importanza per la concorrenza di Cesarea. Distrutta da Napoleone nel 1799, fu ricostruita all’inizio dell’Ottocento, ed è oggi città dall’aspetto moderno.
[230] Gaza si trova sulla costa sud-orientale del mar Mediterraneo. Nell’antichità era il centro principale della confederazione filistea. Sul suo territorio si svolsero le leggendarie imprese di Sansone. A causa della sua posizione strategica e della sua floridezza economica, soprattutto in quanto emporio commerciale tessile, Gaza era un possedimento ambito dai conquistatori che miravano a dominare in Palestina: se ne contesero il dominio gli egizi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci di Alessandro Magno (che la occupò nel 332 a.C.) e i romani. Con i romani Gaza divenne uno dei mercati di schiavi più importanti di tutto l’impero. Con l’avvento del cristianesimo fu sede di una delle prime comunità cristiane, finché venne occupata dagli arabi nel 643 e dai templari nel 1152. Proprio la città di Gaza fu uno dei capisaldi intorno ai quali si svolsero le più sanguinose battaglie delle crociate (1239–44) e, qualche secolo più tardi, nel 1516, della conquista ottomana dell’Egitto.
[231] Sembrerebbe trattarsi del villaggio di Khan Yunis, la cui pronuncia venne forse mal interpretata dal Pesenti. Essendo distante circa 25 km da Gaza, sembra però troppo vicino a quest’ultima, anche in considerazione della successiva tappa.
[232] Si tratta probabilmente dell’attuale El-’Arish. Dista circa 90 km da Gaza.
[233] Forse l’attuale Mazar, una quarantina di km a ovest di El-’Arish.
[234] Identificabile con l’attuale Bir el-’Abd. Dista circa 75 km da El-’Arish, e considerate le complessive 28 ore di marcia, dichiarate dallo stesso Pesenti, si deduce una velocità media, di circa 2,7 km/h.
[235] È l’oasi di Bir Qatia, circa 60 km a Nord-est di Ismailia.
[236] L’attuale Dumyat (Damietta), sul delta del Nilo.
[237] Presumibilmente l’attuale Es-Salihiya. In linea d’aria dista da Bir Qatia circa 75 km. Oggi tale percorso è attraversato esattamente a metà strada dal canale di Suez.
[238] L’attuale Ikvad el-Ghatawra, una dozzina di km a sud-ovest di Es-Salihiya.
[239] Non meglio identificabile.
[240] Gli ambasciatori veneziani negoziavano trattati e badavano a proteggere gli interessi commerciali della Repubblica, non solo nei modi convenzionali, ma anche con reti spionistiche, pagando ricche tangenti e a volte commissionando perfino sabotaggi e assassinii.
[241] A proposito dell’igiene dei pellegrini scrive R. Oursel riferendosi ai pellegrini nel Medioevo: “Il pellegrino medievale comunque non ha niente del devoto lacrimoso e pedante. È un gagliardo, che non frena le sonore imprecazioni né i crassi scherzi, o che si immerge negli stagni o nei ruscelli, in bagni che non sono solo gesti rituali (…) La leggenda troppo volentieri ha celato questi aspetti di colore agreste e folcloristico. Solo chi è a contatto continuo con i campi o è consueto ai lunghi giri, può realmente concepire il peso e il disgusto di una sporcizia unta che impiastriccia le mani e resiste come una ganga ad ogni pulizia, del sudore che appiccica i vestiti alla pelle, come all’odore fetido e acre che emana dalle povere vesti logore, sozze e lerce dal lungo uso. Il pellegrino, nell’abito di sacco sbiadito, disgustoso, giorno dopo giorno si sente sempre più fuori da questo mondo in cui deve calarsi…” (RAYMOND OURSEL, Pellegrini del medioevo – gli uomini, le strade, i santuari, ed. Jaca Book, Milano, 1978, p. 58). All’inizio del ‘600 i pellegrini non viaggiavano più unicamente a piedi (o, in alcuni casi particolari, cavalcando muli o cavalli), con il bordone in mano, vestiti con abito di sacco, tuttavia, come leggiamo nelle pagine di questo memoriale, spesso anche Pesenti riferisce di situazioni di forte disagio dovuto a lunghi giorni vissuti al caldo, senz’acqua, nell’impossibilità di lavarsi e cambiarsi di abito.
[242] La città del Cairo venne fondata come accampamento militare nel 641 per opera di un generale del califfo Omar, ma il primitivo nucleo (Fustāt) fu profondamente trasformato dall’emiro Ahmad ibn Tūlūn che, conquistata l’indipendenza dagli Abbasidi nell’870, cercò di rendere la città una vera capitale.
[243] Nel periodo di dominazione dei mamelucchi (una milizia formata originariamente da schiavi circassi, slavi, curdi e turchi che fungevano da guardia del corpo del sovrano), subentrati nel 1250 al regime militare degli Ayyubidi, il Cairo godeva di una propria indipendenza e divenne il più importante centro commerciale del Vicino Oriente. I mamelucchi erano in quegli anni i dominatori delle coste siro-libanesi e del mar Rosso e sotto il loro dominio la città raggiunse la sua maggiore estensione comprendendo tre agglomerati: la cittadella, al-Qāhira e Fustāt. Il centro dell’amministrazione e la sede del governo era la cittadella, che divenne un intricato e multiforme organismo che del suo aspetto originario manteneva ormai solo le mura di cinta. Sempre nel periodo della dominazione mamelucca il Cairo si arricchì di moschee, scuole coraniche, ospedali, caravanserragli, bagni pubblici, palazzi e innumerevoli edifici a varia destinazione che sorsero disordinatamente, senza un piano di sviluppo urbano. A quegli anni risale inoltre l’ingrandimento della necropoli, concepita come vera e propria città funeraria con abitazioni, mercati e giardini, e l’installazione delle prime fontane pubbliche. Il declino commerciale della città iniziò verso la fine del XV secolo, ossia in corrispondenza ai sostanziali mutamenti delle rotte commerciali dovuti alla scoperta della rotta del capo di Buona Speranza; si accentuò con l’annientamento della flotta mamelucca ad opera dei portoghesi, nel 1508, a Diu e la conseguente bancarotta finanziaria dell’Egitto, nonché con la definitiva esclusione dei mamelucchi dai traffici con l’oriente. Tale declino divenne poi definitivo dopo il 1517, allorché i turchi, approfittando del momento di crisi in cui si trovavano i mamelucchi, conquistarono l’Egitto. I traffici commerciali vennero ulteriormente deviati, questa volta verso Costantinopoli: inglobata nell’impero ottomano, la città perse la propria indipendenza e venne posta sotto la giurisdizione di un pascià, interessato di fatto solo alla riscossione dei tributi. Ne seguì un periodo di tremendo declino: sconvolta da razzie e da rivolte popolari, la città subì un impoverimento totale e perse circa due terzi della popolazione. Del periodo ottomano restano ancora oggi alcune moschee e belle abitazione private.
[244] Pesenti non pare particolarmente colpito dalla numerosa presenza di schiavi, infatti in quegli anni anche in Europa la schiavitù era ancora molto diffusa, anche se già le leggi medievali sia della Spagna che del Portogallo sanzionavano il possesso di schiavi e in nessuna parte d’Italia la schiavitù era formalmente accettata come pubblica istituzione, tanto che a uno schiavo fuggitivo, a maggior ragione se battezzato, veniva riconosciuto diritto assoluto alla libertà. In Europa la schiavitù veniva considerata una condizione legata alla fortuna avversa di essere stati catturati da pirati o in guerra, non quindi a uno stato di natura. I continui conflitti tra cristiani e musulmani, insieme agli atti di pirateria, consentirono così il perpetuarsi dell’istituzione della schiavitù anche nel periodo precedente all’epoca coloniale (cfr. M. LENCI, op. cit.). Nel Cinquecento i corsari musulmani furono attivi in tutto il Mediterraneo e catturarono schiavi cristiani provenienti anche da paesi lontani, come l’Inghilterra o la Russia. Allo stesso modo le potenze cristiane non esitarono a schiavizzare tutti i mori che riuscirono a catturare. Nel secolo successivo la schiavitù nel Mediterraneo continuò a perpetuarsi quasi esclusivamente grazie alla pirateria, a parte in Spagna dove la schiavitù, prima legata alla cacciata dei mori, divenne poi un aspetto fondamentale del sistema coloniale. Oltre alla schiavitù domestica, tra i clienti più assidui del mercato degli schiavi vi erano i capitani delle galee: le marine da guerra degli Stati italiani e spagnoli dipendevano infatti ancora molto dagli schiavi al remo (cfr. M. LENCI, op. cit.).
[245] L’Egitto, come provincia dell’impero ottomano, godeva di uno statuto speciale: i mamelucchi furono infatti mantenuti al potere, in instabile equilibrio, come intermediari dell’amministrazione ottomana, facente capo a un pascià, raddoppiando in pratica le esazioni soprattutto a carico dei contadini.
[246] Ricordiamo che il governo dei mamelucchi costituiva una gerarchia di tipo militare.