Palazzo Lupi in Pignolo (Bergamo): differenze tra le versioni
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'''di Gabriele Medolago''' | '''di Gabriele Medolago''' | ||
| − | Anche in Pignolo, almeno dal XVI secolo, i Lupi ebbero un palazzo. | + | Anche in Pignolo, almeno dal XVI secolo, i Lupi ebbero un palazzo ['''650''']. |
| − | Ancor oggi l’edificio spicca nella piazzetta del delfino, in prossimità della prepositurale. L’impianto del palazzo mostra una struttura chiaramente basata sulla conservazione delle preesistenze e la pianta è molto irregolare. Nei locali interrati ritrovati recentemente vi erano vasche in pietra e una via d’uscita verso l’ingresso secondario in via Pelabrocco, costituita da ampi gradini in leggera salita, che fanno ritenere che si tratti di antiche stalle del secolo XV. All’epoca il piano stradale era di alcuni metri più basso. Caratteristico è l’ampio cornicione di gronda curvilineo ‘a guscio pieno’, che raccorda il tetto alla parete di facciata, nel quale sono ricavate piccole aperture ovali per l’aerazione del sottotetto, in contrasto con le finestre ed i balconi rigidamente squadrati. La costruzione del palazzo risale al XVI-XVII secolo, con evidente ampliamento verso ovest nel XIX secolo, ma vi sono preesistenze risalenti alla metà del XV secolo. | + | |
| + | Ancor oggi l’edificio spicca nella piazzetta del delfino, in prossimità della prepositurale. L’impianto del palazzo mostra una struttura chiaramente basata sulla conservazione delle preesistenze e la pianta è molto irregolare. Nei locali interrati ritrovati recentemente vi erano vasche in pietra e una via d’uscita verso l’ingresso secondario in via Pelabrocco, costituita da ampi gradini in leggera salita, che fanno ritenere che si tratti di antiche stalle del secolo XV. All’epoca il piano stradale era di alcuni metri più basso. Caratteristico è l’ampio cornicione di gronda curvilineo ‘a guscio pieno’, che raccorda il tetto alla parete di facciata, nel quale sono ricavate piccole aperture ovali per l’aerazione del sottotetto, in contrasto con le finestre ed i balconi rigidamente squadrati. La costruzione del palazzo risale al XVI-XVII secolo, con evidente ampliamento verso ovest nel XIX secolo, ma vi sono preesistenze risalenti alla metà del XV secolo ['''651''']. | ||
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Il 19 marzo 1580 con atto dei notai Gabriele Lazzaroni e Giuseppe di Antonio Bresciani, Orazio figlio, vivente da sé, di Pietro fu Salvo Lupi Cittadino ed abitante di Bergamo acquistò da Giovanni Antonio fu Giovanni Agostino Fontana di Averara una terra casata, coppata, lobiata, cortiva, cilterata, ortiva e broliva nella vicinia di Sant’Alessandro della Croce, confinante ad est con Giovanni Giusto Averara e fratello, in parte con gli eredi di Francesco Rizzi di Terzo ed in parte con quelli del cavalier Gabriele Albani, a sud con Pietro Grasso Locatelli ed in parte con il conte Giovanni Antonio Caleppio ed in parte ancora con Agostino Rivola, ad ovest con il Rivola, a nord con Cristoforo Borelli, con i fratelli Averara e con la strada del Pelabrocco. Questa terra avrebbe potuto essere sottoposta al pericolo di venir distrutta per l’edificazione dei fortilizi della città, in questo caso sarebbe stato restituito entro due anni il prezzo di 450 scudi d’oro da 7 lire ciascuno, da pagarsi 400 entro San Martino e 50 entro il maggio 1581 Il materiale della casa, se fosse stata distrutta, od il residuo, se lo fosse stata solo in parte, sarebbe rimasto al venditore. Se Orazio avesse fatto fare miglioramenti li avrebbe potuti asportare. In quel momento la terra era affittata a Nicola Carrara, locazione che sarebbe durata per circa 4 anni. Il Fontana di Averara promise che Nicola l’avrebbe lasciata entro San Martino seguente od entro San Martino 1581 ed il Lupi ebbe licenza di prenderne possesso dal seguente San Martino. Se avesse lasciato prima di San Martino, Orazio avrebbe dovuto accettare e pagargli il fitto corrispondente. Orazio in seguito affittò questa casa e si accordò con mastro Giacomo Dughetto da Scanzo per alcune opere. | Il 19 marzo 1580 con atto dei notai Gabriele Lazzaroni e Giuseppe di Antonio Bresciani, Orazio figlio, vivente da sé, di Pietro fu Salvo Lupi Cittadino ed abitante di Bergamo acquistò da Giovanni Antonio fu Giovanni Agostino Fontana di Averara una terra casata, coppata, lobiata, cortiva, cilterata, ortiva e broliva nella vicinia di Sant’Alessandro della Croce, confinante ad est con Giovanni Giusto Averara e fratello, in parte con gli eredi di Francesco Rizzi di Terzo ed in parte con quelli del cavalier Gabriele Albani, a sud con Pietro Grasso Locatelli ed in parte con il conte Giovanni Antonio Caleppio ed in parte ancora con Agostino Rivola, ad ovest con il Rivola, a nord con Cristoforo Borelli, con i fratelli Averara e con la strada del Pelabrocco. Questa terra avrebbe potuto essere sottoposta al pericolo di venir distrutta per l’edificazione dei fortilizi della città, in questo caso sarebbe stato restituito entro due anni il prezzo di 450 scudi d’oro da 7 lire ciascuno, da pagarsi 400 entro San Martino e 50 entro il maggio 1581 Il materiale della casa, se fosse stata distrutta, od il residuo, se lo fosse stata solo in parte, sarebbe rimasto al venditore. Se Orazio avesse fatto fare miglioramenti li avrebbe potuti asportare. In quel momento la terra era affittata a Nicola Carrara, locazione che sarebbe durata per circa 4 anni. Il Fontana di Averara promise che Nicola l’avrebbe lasciata entro San Martino seguente od entro San Martino 1581 ed il Lupi ebbe licenza di prenderne possesso dal seguente San Martino. Se avesse lasciato prima di San Martino, Orazio avrebbe dovuto accettare e pagargli il fitto corrispondente. Orazio in seguito affittò questa casa e si accordò con mastro Giacomo Dughetto da Scanzo per alcune opere. | ||
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Da una polizza di Orazio in data 30 marzo 1590 apprendiamo che egli abitava nella contrada di Pelabrocco, in una casa acquistata dal fu messer Averara per 450 scudi con una pertica o una e mezza di orto, con una pianta di gelso, confinante a nord con la strada, ad ovest con messer Simone Rivola. Vi era una parte “o casipale” affittata a diverse persone, dal cui fitto ricavava 77 lire, ma egli desiderava per il futuro ‘fabbricare’ questa parte, per cui tutta la casa con l’orto sarebbe stata di suo uso. La stessa polizza venne poi ripresentata dal figlio Corrado il 26 giugno 1609. | Da una polizza di Orazio in data 30 marzo 1590 apprendiamo che egli abitava nella contrada di Pelabrocco, in una casa acquistata dal fu messer Averara per 450 scudi con una pertica o una e mezza di orto, con una pianta di gelso, confinante a nord con la strada, ad ovest con messer Simone Rivola. Vi era una parte “o casipale” affittata a diverse persone, dal cui fitto ricavava 77 lire, ma egli desiderava per il futuro ‘fabbricare’ questa parte, per cui tutta la casa con l’orto sarebbe stata di suo uso. La stessa polizza venne poi ripresentata dal figlio Corrado il 26 giugno 1609. | ||
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Stando a questi documenti, se l’edificio in questione fosse l’attuale palazzo Lupi, i lavori che diedero l’aspetto attuale alla facciata del palazzo, solitamente datati intorno al 1560, una cinquantina d’anni dopo la costruzione della parte interna del palazzo, andrebbero datati dopo il 1590, anzi portati al XVII secolo. | Stando a questi documenti, se l’edificio in questione fosse l’attuale palazzo Lupi, i lavori che diedero l’aspetto attuale alla facciata del palazzo, solitamente datati intorno al 1560, una cinquantina d’anni dopo la costruzione della parte interna del palazzo, andrebbero datati dopo il 1590, anzi portati al XVII secolo. | ||
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Secondo alcuni però non fu questo l’edificio che andò a costituire palazzo Lupi, ma altri acquisiti pochi anni prima del 1684 da Vittorio fu Corrado Lupi, uniformati da una lunga facciata. | Secondo alcuni però non fu questo l’edificio che andò a costituire palazzo Lupi, ma altri acquisiti pochi anni prima del 1684 da Vittorio fu Corrado Lupi, uniformati da una lunga facciata. | ||
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Nel 1703 Pietro Paolo Pirovani (1666ca-1738) realizzò ottime alcove intagliate ed il figlio Anton Maria (1704-1770) nel 1730 scolpì alcuni capitelli nel palazzo Lupi Spini di Pignolo. Vi si trovava anche una magnifica cornice a fogliami che l’ingegner Fornoni avrebbe creduto fra le più belle di Andrea Fantoni se non gli fosse stato assicurato che proveniva dall’estero. | Nel 1703 Pietro Paolo Pirovani (1666ca-1738) realizzò ottime alcove intagliate ed il figlio Anton Maria (1704-1770) nel 1730 scolpì alcuni capitelli nel palazzo Lupi Spini di Pignolo. Vi si trovava anche una magnifica cornice a fogliami che l’ingegner Fornoni avrebbe creduto fra le più belle di Andrea Fantoni se non gli fosse stato assicurato che proveniva dall’estero. | ||
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Nelle decorazioni interne delle lesene del loggiato del primo piano si trova la sigla CPL, che probabilmente fa riferimento al conte Paolo Lupi, dopo il 1772 quando divenne appunto conte. | Nelle decorazioni interne delle lesene del loggiato del primo piano si trova la sigla CPL, che probabilmente fa riferimento al conte Paolo Lupi, dopo il 1772 quando divenne appunto conte. | ||
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Nel 1824 l’appartamento terraneo era dipinto da Giulio Motta; due sale erano ornate da bassorilievi e baccanti opera di Grazioso Rusca. Tutto il palazzo è ancora riccamente decorato ed affrescato secondo i canoni neoclassici. | Nel 1824 l’appartamento terraneo era dipinto da Giulio Motta; due sale erano ornate da bassorilievi e baccanti opera di Grazioso Rusca. Tutto il palazzo è ancora riccamente decorato ed affrescato secondo i canoni neoclassici. | ||
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Un progetto urbanistico prevedeva la realizzazione dell’attuale via Ortigara, su cui si affaccia il retro del palazzo, per il congiungimento tra la strada Fernandea (poi viale Vittorio Emanuele II) e la piazza di Pignolo con l’abbattimento delle case a valle del palazzo e l’esproprio di parte della proprietà Lupi, ma fu creata solamente una parte della strada. | Un progetto urbanistico prevedeva la realizzazione dell’attuale via Ortigara, su cui si affaccia il retro del palazzo, per il congiungimento tra la strada Fernandea (poi viale Vittorio Emanuele II) e la piazza di Pignolo con l’abbattimento delle case a valle del palazzo e l’esproprio di parte della proprietà Lupi, ma fu creata solamente una parte della strada. | ||
Il palazzo venne vincolato con decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del 1910, rinnovato nel 1957. | Il palazzo venne vincolato con decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del 1910, rinnovato nel 1957. | ||
Gli ultimi Lupi proprietari del palazzo furono i fratelli conti Lupo e Gherardo. Il 21 maggio 1937 il pretore avvocato commendator Giovanni Antonucci per pagare 15˙882.75 lire di imposte dirette, mandò all’incanto con una base d’asta di 72˙000 lire lo stabile indicato come porzione di casa con giardino in via Pignolo 98-Via Pelabrocco 2, di 5 piani e 45 vani, mappali 1181/1 e 1181/2 e 2200 e giardino parificato all’orto irriguo. L’avvocato Alessandro Pedrocchi fu Ernesto di Clusone, abitante di Via XX settembre 5, offrì 72˙100 lire ed acquisì lo stabile. Il 24 davanti al cavalier Gino Pasculli, cancelliere capo della pretura, dichiarò di avere acquistato a nome dall’agronomo Fermo fu Giuseppe Pinetti residente in via Cucchi 1. La vendita venne formalizzata fra il maggio e l’ottobre 1937. Fra il dicembre 1939 e l’ottobre del 1940, il Pinetti vendette il palazzo alle Suore dell’Unione di Santa Caterina da Siena, rappresentate dall’Istituto delle Suore Missionarie della Scuola, che adibirono la proprietà a scuola, il “Magistero Professionale della Donna”. | Gli ultimi Lupi proprietari del palazzo furono i fratelli conti Lupo e Gherardo. Il 21 maggio 1937 il pretore avvocato commendator Giovanni Antonucci per pagare 15˙882.75 lire di imposte dirette, mandò all’incanto con una base d’asta di 72˙000 lire lo stabile indicato come porzione di casa con giardino in via Pignolo 98-Via Pelabrocco 2, di 5 piani e 45 vani, mappali 1181/1 e 1181/2 e 2200 e giardino parificato all’orto irriguo. L’avvocato Alessandro Pedrocchi fu Ernesto di Clusone, abitante di Via XX settembre 5, offrì 72˙100 lire ed acquisì lo stabile. Il 24 davanti al cavalier Gino Pasculli, cancelliere capo della pretura, dichiarò di avere acquistato a nome dall’agronomo Fermo fu Giuseppe Pinetti residente in via Cucchi 1. La vendita venne formalizzata fra il maggio e l’ottobre 1937. Fra il dicembre 1939 e l’ottobre del 1940, il Pinetti vendette il palazzo alle Suore dell’Unione di Santa Caterina da Siena, rappresentate dall’Istituto delle Suore Missionarie della Scuola, che adibirono la proprietà a scuola, il “Magistero Professionale della Donna”. | ||
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Tra il 1940 e il 1941, l’Istituto effettuò la trasformazione di diversi locali, apportando in alcuni casi gravi danni alla struttura originaria. Venne abbattuto lo scalone rinascimentale che dal cortile interno portava agli appartamenti del primo piano, molti ambienti al piano terra furono unificati in un’unica grande cappella, i 177 vani originari furono portati a 55. | Tra il 1940 e il 1941, l’Istituto effettuò la trasformazione di diversi locali, apportando in alcuni casi gravi danni alla struttura originaria. Venne abbattuto lo scalone rinascimentale che dal cortile interno portava agli appartamenti del primo piano, molti ambienti al piano terra furono unificati in un’unica grande cappella, i 177 vani originari furono portati a 55. | ||
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Alla fine degli anni ‘40 l’Istituto lasciò Bergamo per trasferirsi prima a Gubbio, città di origine, poi a Roma, dove si trova attualmente. L’immobile venne acquisito dal Demanio dello Stato mediante decreto di esproprio del 24 luglio 1950 e dall’anno successivo, ceduto in gestione al Ministero della Difesa, divenne sede del Comando Divisione “Legnano”. Nel 1975, a seguito della ristrutturazione dell’Esercito, il Comando Divisione si trasformò in Comando Brigata Meccanizzata “Legnano”. | Alla fine degli anni ‘40 l’Istituto lasciò Bergamo per trasferirsi prima a Gubbio, città di origine, poi a Roma, dove si trova attualmente. L’immobile venne acquisito dal Demanio dello Stato mediante decreto di esproprio del 24 luglio 1950 e dall’anno successivo, ceduto in gestione al Ministero della Difesa, divenne sede del Comando Divisione “Legnano”. Nel 1975, a seguito della ristrutturazione dell’Esercito, il Comando Divisione si trasformò in Comando Brigata Meccanizzata “Legnano”. | ||
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L’amministrazione militare provvide ad alcuni interventi a carattere conservativo sugli intonaci delle pareti esterne e sulle decorazioni interne. Nel 1980 fu risistemato il giardino con l’aggiunta di una serra come giardino d’inverno. Purtroppo si dovette abbattere un secolare e maestoso faggio rosso. | L’amministrazione militare provvide ad alcuni interventi a carattere conservativo sugli intonaci delle pareti esterne e sulle decorazioni interne. Nel 1980 fu risistemato il giardino con l’aggiunta di una serra come giardino d’inverno. Purtroppo si dovette abbattere un secolare e maestoso faggio rosso. | ||
Nel 1984 il palazzo fu oggetto di un importante restauro, che interessò dapprima le cantine e poi il resto dell’edificio, protraendosi sino al 1988. | Nel 1984 il palazzo fu oggetto di un importante restauro, che interessò dapprima le cantine e poi il resto dell’edificio, protraendosi sino al 1988. | ||
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| + | '''NOTE:''' | ||
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| + | ['''650'''] Una erronea notizia vorrebbe che il palazzo sia stato in origine della famiglia Morandi (ripresa anche da Pelandi “Attraverso…Pignolo” 104) e che sia passato ai Lupi per dote di Laura, moglie di Paolo nel 1749, che invece portò in dote 8˙000 scudi. Ella inoltre abitava in città alta nella parrocchia di S. Salvatore, non in Pignolo. | ||
| + | ['''651'''] Verso la strada l’altezza è di due piani, mentre risulta di tre sul giardino. L’edificio in cortina a pianta irregolare è concepito intorno ad un cortile con due lati porticati e loggiati sovrapposti. Sul cortile e sul giardino gravitano i locali di rappresentanza. Il cortile funge da spazio distributivo ai piani superiori tramite lo scalone, che è punto nevralgico di tutta la struttura. La facciata si presenta segnata da marcapiani in arenaria di Castagneta, interrotti da levigate paraste binate con stilemi ionici. All’interno dei riquadri sono inserite le finestre del piano nobile, orizzontate con elementi lineari e modanati. Al centro si trova il portone, sormontato da un balcone con mensole aggettanti. La ripetizione dell’elemento bugnato, regolare nella fascia interna del parametro dell’arco, smussato rispetto alla normale del piano, contribuisce a creare un doppio dimensionamento proporzionale che prepara al cambio di scala dell’androne di accesso, coperto da volta a botte e che dà accesso al cortile porticato su due lati, con archi, colonne ed una bassa loggia superiore. Proprio in questa zona era ubicato lo scalone demolito. Il cortile forse fu in parte demolito su due lati. Secondo alcuni sarebbe opera dell’arch. Pietro Abano detto Isabello, secondo altri la scansione degli archi a tutto sesto e rialzati, la proporzione degli elementi strutturali del fusto delle colonne con i capitelli allontanano la possibile attribuzione. I capitelli compositi detti italici richiamano simbologie. In essi si trovano il fiore, la cimatio, l’abaco cauliculo, le foglie minori e quelle di mezzo e di sotto, riprendendo tra i due collarini prima dell’attacco alla colonna, altre decorazioni naturalistiche. Qui il capitello d’angolo sostituisce gli elementi floreali con testine d’angioletti. Vi si trovano due loggiati sovrapposti. Il primo con ampi finestroni ad arco ribassato con paraste e finte colonnine e nel secondo, molto più basso, una serie di doppie aperture con orizzontamento mistilineo, suddivise da una colonnina a tutto tondo. Il portico ad archi con alto “intercolonnio” dorico verso il giardino è quello più difficile da ricostruire per le manomissioni. Per gli interni rimangono al primo piano soffitti a cassettoni nel corridoio d’ingresso e nel salone dell’appartamento nobile, che si basano su di una maglia quadrata e sull’uso di roselline dorate, nel primo esempio dipinte, mentre nel secondo in rilievo. Un altro soffitto ligneo, ma del secolo XVII è presente sempre al primo piano, nell’attuale sala operativa. | ||
Versione delle 20:17, 22 ott 2007
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Gabriele Medolago, Il Castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 167-168:
di Gabriele Medolago
Anche in Pignolo, almeno dal XVI secolo, i Lupi ebbero un palazzo [650].
Ancor oggi l’edificio spicca nella piazzetta del delfino, in prossimità della prepositurale. L’impianto del palazzo mostra una struttura chiaramente basata sulla conservazione delle preesistenze e la pianta è molto irregolare. Nei locali interrati ritrovati recentemente vi erano vasche in pietra e una via d’uscita verso l’ingresso secondario in via Pelabrocco, costituita da ampi gradini in leggera salita, che fanno ritenere che si tratti di antiche stalle del secolo XV. All’epoca il piano stradale era di alcuni metri più basso. Caratteristico è l’ampio cornicione di gronda curvilineo ‘a guscio pieno’, che raccorda il tetto alla parete di facciata, nel quale sono ricavate piccole aperture ovali per l’aerazione del sottotetto, in contrasto con le finestre ed i balconi rigidamente squadrati. La costruzione del palazzo risale al XVI-XVII secolo, con evidente ampliamento verso ovest nel XIX secolo, ma vi sono preesistenze risalenti alla metà del XV secolo [651].
Il 19 marzo 1580 con atto dei notai Gabriele Lazzaroni e Giuseppe di Antonio Bresciani, Orazio figlio, vivente da sé, di Pietro fu Salvo Lupi Cittadino ed abitante di Bergamo acquistò da Giovanni Antonio fu Giovanni Agostino Fontana di Averara una terra casata, coppata, lobiata, cortiva, cilterata, ortiva e broliva nella vicinia di Sant’Alessandro della Croce, confinante ad est con Giovanni Giusto Averara e fratello, in parte con gli eredi di Francesco Rizzi di Terzo ed in parte con quelli del cavalier Gabriele Albani, a sud con Pietro Grasso Locatelli ed in parte con il conte Giovanni Antonio Caleppio ed in parte ancora con Agostino Rivola, ad ovest con il Rivola, a nord con Cristoforo Borelli, con i fratelli Averara e con la strada del Pelabrocco. Questa terra avrebbe potuto essere sottoposta al pericolo di venir distrutta per l’edificazione dei fortilizi della città, in questo caso sarebbe stato restituito entro due anni il prezzo di 450 scudi d’oro da 7 lire ciascuno, da pagarsi 400 entro San Martino e 50 entro il maggio 1581 Il materiale della casa, se fosse stata distrutta, od il residuo, se lo fosse stata solo in parte, sarebbe rimasto al venditore. Se Orazio avesse fatto fare miglioramenti li avrebbe potuti asportare. In quel momento la terra era affittata a Nicola Carrara, locazione che sarebbe durata per circa 4 anni. Il Fontana di Averara promise che Nicola l’avrebbe lasciata entro San Martino seguente od entro San Martino 1581 ed il Lupi ebbe licenza di prenderne possesso dal seguente San Martino. Se avesse lasciato prima di San Martino, Orazio avrebbe dovuto accettare e pagargli il fitto corrispondente. Orazio in seguito affittò questa casa e si accordò con mastro Giacomo Dughetto da Scanzo per alcune opere.
Da una polizza di Orazio in data 30 marzo 1590 apprendiamo che egli abitava nella contrada di Pelabrocco, in una casa acquistata dal fu messer Averara per 450 scudi con una pertica o una e mezza di orto, con una pianta di gelso, confinante a nord con la strada, ad ovest con messer Simone Rivola. Vi era una parte “o casipale” affittata a diverse persone, dal cui fitto ricavava 77 lire, ma egli desiderava per il futuro ‘fabbricare’ questa parte, per cui tutta la casa con l’orto sarebbe stata di suo uso. La stessa polizza venne poi ripresentata dal figlio Corrado il 26 giugno 1609.
Stando a questi documenti, se l’edificio in questione fosse l’attuale palazzo Lupi, i lavori che diedero l’aspetto attuale alla facciata del palazzo, solitamente datati intorno al 1560, una cinquantina d’anni dopo la costruzione della parte interna del palazzo, andrebbero datati dopo il 1590, anzi portati al XVII secolo.
Secondo alcuni però non fu questo l’edificio che andò a costituire palazzo Lupi, ma altri acquisiti pochi anni prima del 1684 da Vittorio fu Corrado Lupi, uniformati da una lunga facciata.
Nel 1703 Pietro Paolo Pirovani (1666ca-1738) realizzò ottime alcove intagliate ed il figlio Anton Maria (1704-1770) nel 1730 scolpì alcuni capitelli nel palazzo Lupi Spini di Pignolo. Vi si trovava anche una magnifica cornice a fogliami che l’ingegner Fornoni avrebbe creduto fra le più belle di Andrea Fantoni se non gli fosse stato assicurato che proveniva dall’estero.
Nelle decorazioni interne delle lesene del loggiato del primo piano si trova la sigla CPL, che probabilmente fa riferimento al conte Paolo Lupi, dopo il 1772 quando divenne appunto conte.
Nel 1824 l’appartamento terraneo era dipinto da Giulio Motta; due sale erano ornate da bassorilievi e baccanti opera di Grazioso Rusca. Tutto il palazzo è ancora riccamente decorato ed affrescato secondo i canoni neoclassici.
Un progetto urbanistico prevedeva la realizzazione dell’attuale via Ortigara, su cui si affaccia il retro del palazzo, per il congiungimento tra la strada Fernandea (poi viale Vittorio Emanuele II) e la piazza di Pignolo con l’abbattimento delle case a valle del palazzo e l’esproprio di parte della proprietà Lupi, ma fu creata solamente una parte della strada. Il palazzo venne vincolato con decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del 1910, rinnovato nel 1957. Gli ultimi Lupi proprietari del palazzo furono i fratelli conti Lupo e Gherardo. Il 21 maggio 1937 il pretore avvocato commendator Giovanni Antonucci per pagare 15˙882.75 lire di imposte dirette, mandò all’incanto con una base d’asta di 72˙000 lire lo stabile indicato come porzione di casa con giardino in via Pignolo 98-Via Pelabrocco 2, di 5 piani e 45 vani, mappali 1181/1 e 1181/2 e 2200 e giardino parificato all’orto irriguo. L’avvocato Alessandro Pedrocchi fu Ernesto di Clusone, abitante di Via XX settembre 5, offrì 72˙100 lire ed acquisì lo stabile. Il 24 davanti al cavalier Gino Pasculli, cancelliere capo della pretura, dichiarò di avere acquistato a nome dall’agronomo Fermo fu Giuseppe Pinetti residente in via Cucchi 1. La vendita venne formalizzata fra il maggio e l’ottobre 1937. Fra il dicembre 1939 e l’ottobre del 1940, il Pinetti vendette il palazzo alle Suore dell’Unione di Santa Caterina da Siena, rappresentate dall’Istituto delle Suore Missionarie della Scuola, che adibirono la proprietà a scuola, il “Magistero Professionale della Donna”.
Tra il 1940 e il 1941, l’Istituto effettuò la trasformazione di diversi locali, apportando in alcuni casi gravi danni alla struttura originaria. Venne abbattuto lo scalone rinascimentale che dal cortile interno portava agli appartamenti del primo piano, molti ambienti al piano terra furono unificati in un’unica grande cappella, i 177 vani originari furono portati a 55.
Alla fine degli anni ‘40 l’Istituto lasciò Bergamo per trasferirsi prima a Gubbio, città di origine, poi a Roma, dove si trova attualmente. L’immobile venne acquisito dal Demanio dello Stato mediante decreto di esproprio del 24 luglio 1950 e dall’anno successivo, ceduto in gestione al Ministero della Difesa, divenne sede del Comando Divisione “Legnano”. Nel 1975, a seguito della ristrutturazione dell’Esercito, il Comando Divisione si trasformò in Comando Brigata Meccanizzata “Legnano”.
L’amministrazione militare provvide ad alcuni interventi a carattere conservativo sugli intonaci delle pareti esterne e sulle decorazioni interne. Nel 1980 fu risistemato il giardino con l’aggiunta di una serra come giardino d’inverno. Purtroppo si dovette abbattere un secolare e maestoso faggio rosso. Nel 1984 il palazzo fu oggetto di un importante restauro, che interessò dapprima le cantine e poi il resto dell’edificio, protraendosi sino al 1988.
NOTE:
[650] Una erronea notizia vorrebbe che il palazzo sia stato in origine della famiglia Morandi (ripresa anche da Pelandi “Attraverso…Pignolo” 104) e che sia passato ai Lupi per dote di Laura, moglie di Paolo nel 1749, che invece portò in dote 8˙000 scudi. Ella inoltre abitava in città alta nella parrocchia di S. Salvatore, non in Pignolo. [651] Verso la strada l’altezza è di due piani, mentre risulta di tre sul giardino. L’edificio in cortina a pianta irregolare è concepito intorno ad un cortile con due lati porticati e loggiati sovrapposti. Sul cortile e sul giardino gravitano i locali di rappresentanza. Il cortile funge da spazio distributivo ai piani superiori tramite lo scalone, che è punto nevralgico di tutta la struttura. La facciata si presenta segnata da marcapiani in arenaria di Castagneta, interrotti da levigate paraste binate con stilemi ionici. All’interno dei riquadri sono inserite le finestre del piano nobile, orizzontate con elementi lineari e modanati. Al centro si trova il portone, sormontato da un balcone con mensole aggettanti. La ripetizione dell’elemento bugnato, regolare nella fascia interna del parametro dell’arco, smussato rispetto alla normale del piano, contribuisce a creare un doppio dimensionamento proporzionale che prepara al cambio di scala dell’androne di accesso, coperto da volta a botte e che dà accesso al cortile porticato su due lati, con archi, colonne ed una bassa loggia superiore. Proprio in questa zona era ubicato lo scalone demolito. Il cortile forse fu in parte demolito su due lati. Secondo alcuni sarebbe opera dell’arch. Pietro Abano detto Isabello, secondo altri la scansione degli archi a tutto sesto e rialzati, la proporzione degli elementi strutturali del fusto delle colonne con i capitelli allontanano la possibile attribuzione. I capitelli compositi detti italici richiamano simbologie. In essi si trovano il fiore, la cimatio, l’abaco cauliculo, le foglie minori e quelle di mezzo e di sotto, riprendendo tra i due collarini prima dell’attacco alla colonna, altre decorazioni naturalistiche. Qui il capitello d’angolo sostituisce gli elementi floreali con testine d’angioletti. Vi si trovano due loggiati sovrapposti. Il primo con ampi finestroni ad arco ribassato con paraste e finte colonnine e nel secondo, molto più basso, una serie di doppie aperture con orizzontamento mistilineo, suddivise da una colonnina a tutto tondo. Il portico ad archi con alto “intercolonnio” dorico verso il giardino è quello più difficile da ricostruire per le manomissioni. Per gli interni rimangono al primo piano soffitti a cassettoni nel corridoio d’ingresso e nel salone dell’appartamento nobile, che si basano su di una maglia quadrata e sull’uso di roselline dorate, nel primo esempio dipinte, mentre nel secondo in rilievo. Un altro soffitto ligneo, ma del secolo XVII è presente sempre al primo piano, nell’attuale sala operativa.
