Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 15: differenze tra le versioni

Da EFL - Società Storica Lombarda.
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Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
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  Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
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  È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
  
 
  Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
 
  Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.

Versione delle 20:56, 26 ott 2009

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Hora dunque l’ultima festa della Pentecoste a punto, mandate le nostre robbe, e provisioni al Nilo, sei in numero, cioè, il R. Padre Commissario, i tre Pellegrini oltramontani, & noi altri due cavalcando s’inviassimo verso Bulacco, accompagnati quasi da tutti quei Sig. Mercanti. Ivi giunti, e fatti gli ultimi abbracciamenti, con vicendevoli segni di reciproco amore, montassimo in Barca, & perche non spirava vento, i Marinari data mano a’ remi, spinsero il legno al viaggio, & cosi navigassimo felicemente per quel fiume, che si può giustamamente chiamar Prencipe d’ogn’altro fiume, havendo oltre l’altre doti reali, da tutte due le parti infiniti Villaggi, & facendo molte Isole tutte fruttifere, & abondanti in modo, che a ragione hanno sortito il nome dell’Isole d’oro. In questo viaggio si trova quanto può esser necessario al vitto, trattone il vino; ma noi di questo n’havevamo fatta la provisione nel Cairo. Continuassimo felicemente il viaggio, dando a riva solamente su’l tardi, presso a qualche casale, dormendo però la notte in barca, ma nel tempo del dormire dividendoci le veglie, per non esser molestati da’ ladri, che frequenti insidiano all’haver di chi passa. Noi lasciando a man destra il Canale, che và a Damiata, seguimmo la seconda dell’altro, che ne condusse alla Città di Rosetto , ove arrivassimo, doppo la nostra partita il quinto giorno. Quì appresso una parte del Nilo si scarica nel Mare, & vi vengono molti vaselli dall’Arcipelago, Greci, & molti Caramusciali Turcheschi, caricando munitione di grano, pesce, & altre mercantie. In questa Città pure vi risiede un Viciconsole per i Franchi, che riceve, & spedisce le mercantie, che vengono, e vanno in Alessandria. Noi v’arrivassimo doppo il mezzo giorno, ricevuti cortesemente dal detto Signore, il qual sapendo il nostro desiderio, subito fece venire un Mucaro, che ne diede mule per cavalcare, & sopra alcuni Cameli caricando le nostre robbe, e avanti inviatele per fuggire il gran caldo del giorno, deliberassimo cavalcar la notte. & cosi havendo preso riposo fin verso sera, montassimo a cavallo tutti sei co’l Gianizero, & cavalcando quasi sempre in spiaggia di Mare, in poco più di cinque hore arrivassimo ad un Cane, chiamato la Badia, il qual’è a mezzo il camino, ivi fatto per necessario riposo de’ passaggieri, che in tutto questo viaggio altro luogo non si ritrova, smontassimo, & doppo il riposo di tre hore, nel quale i Mucari rinfrescarono le cavalcature, rimontassimo, & passati con una barca un corno d’acqua largo un tiro di mano , cavalcassimo a luce di Luna, tanto che nel far del giorno si ritrovassimo ove si lascia il Mare, & s’entra per un deserto, ma diverso da gli altri, perche è popolato di molti arbori di Palme, & Carobbe, e d’altri frutti. In questo deserto si pigliano i Camaleonti terrestri, che altrove non si trovano: sono questi animali simili alle lucerte, ma più grossi ben sei volte di più, & hanno la bocca larga, ne fanno alcun dispiacere, e vivono d’aria ; ne fù da un Mucaro preso uno, & da tutti tolto in mano, & notato chiaro come cangiava colore, parendo hora nero, hora verde, & hora d’altri colori; dopò la partita della Badia arrivassimo in cinque hore in Alessandria in giorno di Dominica a mezza mattina, & alloggiassimo della compagnia gl’Oltramontani dal Viceconsole di Francia, & noi col Padre, nella Casa ove stà il Viceconsole di Venetia, & ove anco si riducono tutti i Mercanti, quando vanno a ricevere le robbe delle Navi. Questa gran Città che fu fatta fabricare dà Alessandro Magno, e perciò chiamata dal suo nome, ove hanno regnato tanti Ré, nei porti della quale sono state tante armate, nella quale i Romani mantenevano tanti esserciti, hora è tutta distrutta , disabitate, le case, le muraglie cadute, & in somma hora pare una rovina di pietre, che move meraviglia, e compassione & la Città è ridotta a due Bazzarri, ne’quali si vendono robbe per il vitto, & altre mercantie. Sonovi però due belli, & gran porti, & in mezzo, sopra a certi scogli aiutati con l’arte, vi è fabricato un nobile e ben forte Castello alla diffesa de i Porti, in uno de quali chiamato il porto vecchio, stanno le Galere de Turchi, & nell’altro, che è più verso Levante, stanno tutti i vascelli da vela, tanto de Turchi, quanto de Christiani, & questo è Porto franco per tutti i vaselli di mercantie dei Prencipi, che hanno ò pace, o tregua col Turco. Havendo preso riposo nell’hore più tediose del giorno, andassimo verso la sera con alcuni amici fuori della Città al porto, per veder le Navi, & informarsi se ve ne fusse alcuna di partenza, & trovassimo che de Christiani vi erano solo due Bertoni Venetiani, puochi giorni avanti giunti in quel porto, & una Setia di Marsilia approdata il giorno stesso, & una picciola Polachetta, che era a picco per partirsi, e navigar verso Messina. Altri vasselli Christiani non erano in porto, che puochi giorni avanti se n’erano partiti. Si fermassimo a rimirar gli altri vasselli che ivi erano, & in particolare i gran Bertoni, che portano ogn’anno il grano a Costantinopoli, & molti altri, che caricano per diverse parti di Turchia. Fuori della Città tra gli Porti è un bel borgo di molte Case, & un bazarro, ove si vendono diverse mercantie, & per esservi miglior aria che nella Città, molti vi si vanno ritirando, & fabricando. Ritornassimo a Casa pensosi e pendenti, poiche bisognava far risolutione ò di passar sopra la picciola Polachetta, ò d’aspettar tre mesi, tanto che i Bertoni Venetiani fussero carichi; e l’uno, & l’altro de i partiti riuscivaci travaglioso. In andando ogni uno disse la sua opinione, tanto che giungessimo al luogo del riposo, pensando però ogn’uno la notte al fatto suo. La mattina seguente andassimo tutti a vedere le ruine della Città, & tra le altre ne furono mostrate appreso le Mura, dalla parte del Mare due Aguglie di porfido gieroglificate, delle quali una è tuttavia in piedi, l’altra giace per terra, & ambedue sono d’assai maggior grandezza, & bellezza di quante ne vanta Roma. Andassimo ancora fuori della Città sopra asinelli intorno a quattro miglia, al Palazzo, ch’anticamente fece fare con tanta spesa, & architettura, la Regina Cleopatra. Ma che non può il tempo? hora questo e tutto distrutto, & di ciò non si vede altro, che alcune parti de i pareti, che erano intorno; il Porfido, le Colonne, le Statue, & ciò che v’era di stima n’è stato levato. Di là ritornassimo verso la Città per alcuni giardini assai fruttiferi, essendo ancora tutto il paese pieno di boschetti di cappare, che rendono bella vista, & buon odore. Arrivati appresso la Città dalla parte verso ponente vedessimo in una collinetta la gran Colonna, che fu piantata in memoria di Pompeo Magno, chiamata fin hora la Colonna Pompeana, tutta di porfido, havendo ancora il suo piede in quadro di porfido maraviglioso, per esser il pezzo si grande. La Colonna di longhezza, & grossezza supera qual si voglia delle Romane, ne altrove ne ho veduta alcuna pari, essendo tutta d’un pezzo, & d’altezza da vinti braccia, di circuito più di otto; veramente è ammiranda, degna del nome a chi s’eresse, & atta a mantenere a i posteri come fa, le sue glorie. Ritornati nella Città fussimo condotti alla Chiesa di S. Marco, ove un tempo riposò il corpo di quel Santo, offitiata da Caloieri Greci. Mostrasi anco il luogo, ove fù decapitata la gloriosa Vergine, e Martire S. Caterina, di cui poi il corpo fu mirabilmente dagli Angioli trasportato nel S. Monte Sinai. Ridotti tutti a i suoi allogiamenti, verso sera fussimo insieme per la deliberatione d’andare ò pur restare, sopra che molto si discorse. Il Reverendo Commissario disse, di non voler in modo alcuno porre a rischio la sua vita per si alto, & pericoloso Mare, sopra vasello si picciolo, & mal armato. Il mio compagno si risolse usar l’opportuna occasione, & con le galere turchesche della guardia di Rodi, passar nell’Arcipelago, & di la in Costantinopoli. Li tre oltramontani più pratichi de maritimi viaggi, dissero non esser da perdere l’occasione di navigar con il vasello benche picciolo, poiche i piccioli sono più agili, e veloci, & in tempo di Està per esser li venti scarsi, vanno prima, che i grandi. Io m’accostai a questa opinione, e tanto più che’l restar in questo paese mi pareva molto strano, & per la puoca conversatione che vi s’ha, & per la molta molestia, che da i Levanti di galera sempre vien fatta a christiani: oltre che io era informato, che nel mese d’Agosto vi si patisce una febre tanto maligna a chi non è uso nel paese, che la persona tormenta gli anni intieri. Cosi risoluti tutti quattro la matina seguente andassimo dal Viceconsole di Francia, al quale stava a spedir il vasello, pregandolo ci volesse concedere d’esser levati sopra la Polacchetta , ò Settia, che stava di partita, il quale tutto cortese, e benigno si proferì di parlar col patrone, & far in modo ch’ei ne levasse, come fece. Mando dunque subito per lui, & venuto gli notifico il nostro, e suo desiderio; n’accolse volontieri il Padrone, con patto che gli donassimo dodeci dople di Spagna fra tutti quattro. & n’avisò, che facessimo far la nostra provisione per il vitto, mandando il tutto alla Nave, che voleva partire quanto prima. Noi ringratiato il Sig. Viceconsole del favore andassimo a far le provisioni solite di biscotto, formaggio, galine, ovi, lingue salate, Botarghe , & diverse sorti di frutti, ogni cosa mandando alla Nave, come anco tre Barili di buon vino dal Zante, che ricorsi ai due Bertoni Venetiani ivi comperassimo. La mattina per tempo il sei di Giugno, che fu il glorioso giorno del Corpo di Christo doppo d’haver sentita la santissima Messa, presa licentia da gli amici, andassimo al Porto, ove col batello passassimo alla nostra Nave. Io vi fui accompagnato da molti amici, & in particolare dal mio tanto amato, & fido compagno, fra’l quale, & me passate le dogliose ultime accoglienze, non senza lagrime restando uniti i cuori separassimo i corpi.

Li Marinari serpate le ancore, & fatto vela del trinchetto di Gabbia , a puoco, a puoco sortiti dal porto spinsero la Nave in alto Mare, & spiegate le altre vele spirando il vento da Ponente garbino in puoco tempo perdessimo di vista la terra, & perche il vento non era troppo per noi, si navigava di orza con la borina . Erano sopra la Polacchetta otto Marinari, & il Mozzo , & quattro Mercanti Armeni, che conducevano alcune mercantie a Messina, ove havevano le sue famiglie, e noi altri quattro Pellegrini. Puochi erano erano di numero i Marinari, ma tanto più esperti, e pratichi, e più che tale era in particolare il patrone huomo di gran valore, & saputa: il Peota valeva molto, come molto pratico, & assuefatto a questa navigatione, essendo stato più volte con diversi vaselli in quasi tutte le coste di questo Mare. Tutti in somma erano di gran cervello, e bene intendenti e de i siti, e de i venti, e del cielo, e del Mare, e dell’arte del navigarlo, & havevano le sue carte, & altri stromenti nautici. Il vasello era di portata d’ottanta botte , & era carico di lino, & corami verdi, havea le bocche porte ben serrate, e turate con la pece, il vento si metteva hora da Ponente, hora da Maestro, soffij tutti al nostro viaggio contrarij, si che avanzavamo puoco, & havendo navigato cinque giornate si trovassimo a vista di terra, & dal Peota ci fù detto che eravamo a capo di Lucho nella costa di Barbaria . Subito il Patrone fece pigliar l’altro abordo, & voltar la prora verso tramontana, & spirando Maestro gagliardo, doppò quattro giornate fu veduto un nembo, & giudicato che fusse sopra terra nell’Isola di Rode, overo Scarpante, & ce ne diede il saggio; che il vento con furia terribile sboccava fuori della bocca dell’Arcipelago, e portava l’onde sì impetuose, & alte che alcune volte passavano sopra coperta, versandoci adosso un nembo pieno d’acqua; onde e da di sopra, e da i fianchi il vasello faceva acqua più del solito. & fu a tutti veramente quella giornata con la notte seguente di grandissimo travaglio; e non vi fù che non portasse in fronte il timor della morte. Si levò poi da Greco un vento che havendo fatto il Patrone voltar la prora verso Ponente navigando d’orza sì gagliardamente, che in puoco più d’un giorno, & d’una notte, si ritrovassimo alla vista del Gozzo, Isola di Candia. Ma il vento cessò, & si voltò da Maestro, vento al tutto contrario, onde bisognò navigare orzando con la borina, con la prora per lebecchio, e in quattro giornate ci accorgessimo esser ritornati alla vista della costa di Barbaria, a Capo Buon andrea , loco ove sogliono esser bonaccie, ma pericoli di fuste . Era nella guardia della diana , quando fu questo scoperto, & il mare si fece tanto tranquillo, che a tutti dava travaglio dubitandosi, per esser il luogo pericoloso de Corsari, che non fussimo da qualche Bregantino scuoperti; quando nel levar del Sole si mosse vento assai fresco da Ponente, si che voltava la prora per tramontana si navigò con l’istesso da quattro giornate, & il Peota, & altri giudicorno che fussimo puoco lontani da vista di terra, verso la Morea. & perche quelle parti sono sempre piene de Corsari, non volsero scorrere più avanti, & rivoltorno la prora a ponente garbino, essendosi ancora voltato il vento in Maestrali, & per esser qui il Mare più spatioso che sia in ogni altro luogo del Mar mediterraneo, si stette molto su le volte, & il vento tall’hora ci favoriva di voltarsi per tramontanella, e per li suoi quarti, & tall’hora si restava in calma, tanto che la Nave non si moveva punto , & questo era il tempo più tedioso, noioso, & penoso d’ogn’altro; poiché l’ardor del Sole ci percoteva si forte, che pareva voler abbrusciare l’istessa nave, e i corpi a noi si fattamente coceva, che a pena si puoteva haver il fiato. La sete facevasi insopportabile, e ’l vino, perche caldissimo, atto più tosto ad accenderla, che a mitigarla. Pure la notte ci porgeva qualche ristoro. Erano già venti giorni che eravamo scorsi per Mare senza mai vedere una vela, quando la sera verso il tardo, dalla guardia di gabbia fu scoperta venir una vela dalla parte di tramontana, & havendo dato aviso, il patrone dubitando di qualche rio incontro, essendo vento gagliardo da Maestro, fece tuor l’abordo per Garbino, & si levò di strada, & l’altro vasello, havendo il vento in poppa, andò al suo viaggio e presto ci si tolse di vista. Si ritornò a navigare di borina con ogni arte, & ingegno, tanto che nell’alba, che fù il giorno della vigilia dei Santi Apostoli Pietro, & Paolo, fù visto il fumante Mongibello . Quì tutti lieti ringratiassimo il sommo Creatore, che ci havesse condotti a vista di terra de Christiani, & navigando con puoco vento, da tramontana con la prora per Maestro, arrivassimo appresso a capo Spartivento , & mentre costeggiavamo verso il capo dell’arme, luogo molto frequentato da Corsari, furno visti due vaselli star su le volte appresso alla bocca del Faro: all’hora il patrone insospettì molto, & a suoi cenni subito si rasettorno le periere , & gli archibugi, & le altre arme alla diffesa. Si che quando credevamo esser arrivati quasi in salvo, eccoci nel maggior pericolo. In questo caso, per pigliar il miglior rimedio, s’andò co’l vasello, quanto più fu possibile, vicino a terra, & questo fu che ci salvò, & ancora si libò il batello da quella parte per puoter in occorenza almeno salvar le persone in terra, & rifugir nei monti vicini. I due vaselli che ci havevano scoperti, de quali uno era assai grosso, & l’altro era una Tartana , come è il consueto quasi di tutti i corsari, venivano quanto più puotevano verso noi per pigliarne in mezzo, ma andò loro fallito il pensiero, che il suo Bertone, essendo troppo grosso, non poteva avicinarsi tanto a terra: la Tartana venne molto vicina, il che vedendo ridusse quasi a disperatione questi mercanti di puoter salvar la robba, che havevano sopra il vasello; noi nondimeno non mancavamo di confortarli, & inanimarli, assicurandoli di non abbandonar il vasello fin che havessimo vita. Et perche vedevamo, che il vasello grosso non poteva danneggiarci non dubitassimo punto: anci essendosi la Tartana molto appressata, il nostro patrone fece poggiare, & con un tiro della Periera di poppa incominciò a salutar il nimico, e poco mancò, che non lo cogliesse. La Tartana. havendo visto, che non poteva venirle il Bertone appresso in soccorso per combattere, & che sola non haveva forze bastanti, stava in forsi di ciò c’havesse a fare. Vedendo questo il nostro Patrone scaricovi contra altre cannonate: ella con un tiro solo rispose, poi diede volta & si accostò al suo Bertone, & tutti due i legni andarono altrove. In questo mentre si andava navigando, & appressandosi alla bocca del Faro, ove arrivassimo ad un’hora di notte, & essendo la crescente per noi, entrassimo, & in poche hore passassimo Reggio Città nella costa di Calabria, & con l’aiuto d’Iddio la mattina della festa de’ Gloriosi Apostoli si ritrovassimo a vista del bel Porto, e della Città di Messina. Qui dato fondi, si salutò con tiri di tutte le Periere, & si mandò lo Scrivano per haver pratica, & per poter entrar in Porto; ma i Signori deputati alla Sanità non vennero fino al doppo pranso, i quali havendo viste le nostre fedi, & inteso, come erano vinticinque giorni, che mancavamo d’Alessandria, & che eravamo tutti sani, datone anche di ciò giuramento, ne diedero licenza d’entrare, & pratticare in ogni luogo . Subito facessimo scaricare le nostre robbe, & pagato il Patrone, che ne ringratiò senza fine della buona compagnia fattagli, & delle cortesie usategli, smontassimo, e andassimo ad’allogiare a camera locante. Riposati, & ricreati per longa pezza andassimo ad una Chiesa, ove ringratiassimo co’l più humile, e divoto affetto, che puotessimo, l’Altissimo Iddio, che ci havesse da paesi infedeli, per tanti, e si pericolosi mari salvi, e sani condotti a paesi christiani; il che fatto ritornassimo all’albergo. Il giorno seguente tutto fu speso in rimirar la Città, la quale è assai populata, ornata di bellissime Chiese, palazzi, & fontane; il porto rispetto a quanti n’ho veduti lo stimo incomparabilmente bello, sicuro da ogni vento, & comodo per caricar ogni vasello; havendo ancora sopra la Città alle sue diffese Castelli riguardevoli, e forti. Taccio io qui le lodi di questa, & dell’altre Città, e dell’Isola tutta non mancando loro famose, e penne, e lingue, che ne riferiscono l’eccellenze. L’altro giorno uno de compagni il qual era Cavagliere della Religion di Malta, havendo ritrovata una Filucca della religione, che stava sul partire per l’Isola con alcuni altri Cavaglieri, deliberò non perder l’occasione, bramoso di riveder i suoi amici, & fatti a noi infiniti complimenti di cordialissimo amore, da noi altresi vicendevolmente con puro affetto ringratiato, & con ogni honorata tenerezza accompagnato al Porto, s’imbarcò, & se n’andò al suo viaggio. Anche noi qui ritrovassimo una Filucca di ritorno per Napoli, & impatienti hoggimai di più lunga dimora l’accordassimo per tal viaggio in vintiquattro ducati fra tutti con le nostre bagaglie, con patto che non levasse altri il giorno seguente che fu alli tre di Luglio la mattina dopò l’haver sentita la sacrosanta Messa s’imbarcassimo, & navigando per la costa della Calabria, la sera arrivassimo a Trobeia , che dicono esser lontana da Messina sessanta miglia: l’altro giorno navigassimo senza riposare fin’a Mantea , corso di sessantaquatro miglia incirca. Il giorno seguente, che fù alli cinque Luglio, a mezzo giorno giungessimo a Paola. Quì uscimmo dal legno per veder e riverir il luogo, & Convento, ove habitava San Francesco di Paola. Dopo pranso seguitando la navigatione, la sera fummo a Belvedere, lontano da Mantea cinquanta miglia. Alli sei detto navigando al solito a mezzo giorno smontassimo alla Scalea: la sera a Pavolenuda , viaggio di settanta miglia. Alli sette continuando, ad hora di pranso Ceriola ci accolse, terra che è nella provincia di Basilicata, ove soggiornassimo il resto del giorno per haver a passar il Golfo. Alli otto varcassimo il Golfo di Salerno, & la sera smontassimo a Conca, terra del Napolitano, viaggio che tira sessanta miglia. Alli nove pasassimo appresso l’Isola di Crapa , & alquanto prima del cader del Sole pervenimmo alla celebre, grande, e veramente Regia Città di Napoli, tutti per gratia particolar del Cielo e salvi, e sani, havendo per queste coste ritrovati buonissimi alloggiamenti, & fatto felice, e lietamente il viaggio. Uscimmo, ottenuta licenza, di legno, & pagati i marinari si ritirassimo all’allogiamento. Otto giorni quì dimorassimo, andando tutto di a veder le meraviglie della Città, grandezza di giro, fortezza di mura, e di castelli, concorso inestimabile de Signori, e Baroni, popolo infinito, porto, Molo, Arsenale, luoghi sacri, e profani, publici, e privati, & altre infinite eccellenze, le quali ad una per una piacevano vedute, e più che mai, rivedute, sì che dal gustarle sorgeva nuovo il desiderio di rigustarle. A me quì ogni lunga dimora sarebbe stata dolcissima dimora; ma perche i compagni erano desiderosi di ritornar al suo paese, per non discordar da loro, accordassimo tutti insieme un vetturino, che ne diede tre buone mule per andar a Roma. & havendo di già fatto fine delle robbe, che più non servivano, alli diciotto Luglio, la mattina per tempo, partimmo, & andassimo a desinare a Capua, e la sera a S. Agata, a giornate ordinarie: alli 19 a desinar a Mola, la sera a Fondi. Alli vinti passati per Teracina, & riposati a Piperni la mattina, la sera smontassimo a Sermoneta. Alli vintiuno riposati a Veletri, la sera entrassimo nella Santa Città di Roma, ove restassimo per alcuni giorni, visitando con divotione molte Chiese, ringratiando sempre l’Altissimo Iddio della singolar gratia ottenuta. Di questa Città non occorre che ne parliamo, che per esser la più nominata dell’Universo, hà per suo preconiero l’Universo istesso. Quivi risiede il Vicario di Christo, prima dignità fra le humane, perche prossima alla divina. Restavaci di rivedere la Santissima Casa di Loreto; onde tolte cavalcature da soliti vetturini in poco più di quattro giornate vi arrivassimo. Io quì diedi fine all’intentione del mio Pellegrinaggio, & in quella Santissima Casa con quel più divoto modo, & affetto ch’io seppi, & potei, ringratiai Giesu Christo nel medemo luogo incarnato, delle infinite gratie concessemi d’haver navigati sicuramente tanti mari, passati illesamente tanti paesi infedeli, d’haver finalmente visitata quella Terra santa, che fù da lui eletta al suo nascere, vivere, & morire, per salute delle nostre misere anime perdute. Da quì partiti, in pochi giorni, passando per la Marca, arrivassimo a Bologna, ove i miei compagni oltramontani desiderando di ritornar hoggimai alla lor patria, doppo infiniti scambievoli ringratiamenti della fedeltà, della compagnia dell’ossequio, & dell’amore, s’inviorno verso le lor contrade, & io passando per la Lombardia, a brevi viaggi, per esser il tempo caldo, arrivai alla patria verso il fine d’Agosto 1613, ove da parenti, molti miei amici fui caramente ricevuto. Quì genuflesso, la terra humilmente baciando, resi gratie al Creator del tutto, supplicandolo, che come m’havea dato favore di visitar quella terrena, cosi alla fine mi desse gratia di salire alla Gierusalemme celeste, e goder ivi lui, che è Dio trino & uno, e lodarlo nei secoli dei secoli. Amen


NOTE

Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
 Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
 È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
 Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882).
Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente).
 La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo.
 Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale.
 In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone.
 Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso.
 Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”.
 Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento.
La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso.
 Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo.
 La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita.
 La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata.
 Barberia, attuale Maghreb.
 Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia).
 La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit).
 La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino.
 Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra. 
 Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico.
 Etna.
 Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria.
 Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit).
 La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi.
 Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo.
La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli.
 Tropea.
 Amantea.
 Palinuro.
 Acciaroli, attualmente in Campania.
 Capri.
 Banditore, araldo.