Giovanni Antonio Lupi (08): differenze tra le versioni

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[[Immagine:Lupi (Chiuduno) 08c Giovanni Antonio.jpg|thumb|Anonimo. Ritratto di Giovanni Antonio [[Lupi]], Vescovo di Treviso ((1598 † 1668)]]
 
[[Immagine:Lupi (Chiuduno) 08c Giovanni Antonio.jpg|thumb|Anonimo. Ritratto di Giovanni Antonio [[Lupi]], Vescovo di Treviso ((1598 † 1668)]]
  
(n. ca. 1471 Bergamo, 1512)
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(n. 27 maggio 1598 Treviso, 4 gennaio 1668)
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Genealogia
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Vescovo
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Olio su tela, cm 240x156, di anonimo lombardo, probabilmente bergamasco, del 1667, Fondazione Morando-Bolognini.
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Il personaggio è raffigurato a figura intera, anziano, calvo, con il pizzo sul mento, la mano destra benedicente, in mozzetta e rocchetto, seduto su un’ampia poltrona intagliata ed ornata di cuoio e borchie, sul fianco della quale si trova lo stemma, davanti ad un tavolo con crocefisso, breviario e campanello. Sul bordo inferiore del quadro vi è l’iscrizione:
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JOANNES ANTONIVS LVPVS TARVISY EP˜VS 1667.
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Il ritratto è contenuto in una cornice intagliata in legno, non pertinente. La tela, che si trovava in mediocre stato di conservazione, ossidata, sporca ed allentata, con buchi, danneggiata da maldestri restauri, nel 1999 fu restaurato da Alessandra Tibiletetti di Milano.
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Un altro ritratto di monsignor Lupi esisteva fra i beni di Don Giacomo Cesari, pievano di Albaredo in diocesi di Treviso, morto il 29 ottobre 1692, ed era collocato nella camera da letto dello stesso.
  
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Figlio di GIOVANNI MARIA e di ??.
  
Condottiere
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GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 212-213:
 
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Nacque il 27 aprile 1598 dal capitano Giovanni Maria Lupi non sappiamo se a Bergamo od a Chiuduno.  
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Ottenne a Roma la laurea in utroque iure.  
 
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Con Bolla del 7 dicembre 1622 di papa Gregorio XV, essendosi reso vacante in agosto, mese di spettanza della Santa Sede secondo gli statuti del Concilio lateranense, un canonicato sacerdotale della Congregazione di Sant’Alessandro per morte di Nicola Medolago, venne nominato Canonico sacerdotale di Sant’Alessandro di Bergamo. Essendo vacante l’episcopato di Bergamo, l’esecuzione fu dal pontefice affidata al vescovo di Crema l’8 febbraio 1623, cosa che fu fatta il 21 marzo da Cristoforo Valcarengo dottore in utroque, prevosto di San Giacomo Maggiore di Crema e vicario generale. Il 26 il Lupi si presentò nel Capitolo con i documenti per chiedere l’immissione nel possesso. A questo si oppose il Canonico sacerdotale Pietro Ceroni, dicendo di aver già optato per questa prebenda e di aver avuto con il Canonico Medolago una controversia per la quale il pontefice aveva inviato una Bolla il 27 ottobre 1622. Nonostante ciò, in forza della Bolla dell’8 febbraio, il Lupi venne immesso in questa prebenda e versò in mano di Guglielmo Beroa 10 scudi da 7 lire, poi tutti si portarono in coro e si sedettero negli stalli; il Lupi, genuflesso davanti all’arcidiacono, prestò il suo giuramento e venne immesso nel possesso con le consuete cerimonie: bacio dell’altar maggiore al centro ed ai lati, apertura e chiusura della porta del coro e suono della campanella nel coro nel quale gli fu quindi assegnato lo stallo.  
Sposa ??
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Il 7 agosto successivo da Venezia monsignor Ludovico Zaccaria, vescovo di Monte Fiascone e Corneto (1605-1630), nunzio apostolico in tutto il dominio veneto, concesse licenza di ordinarlo sacerdote anche in giorni festivi ed anche extra tempora. Egli aveva già i quattro Ordini minori ed era Canonico sacerdotale di Sant’Alessandro. Il 23 agosto 1623 ebbe le dimissorie per gli ordini maggiori, vista la dispensa pontificia. Il 3 marzo 1624 fu ordinato sacerdote.  
     
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Il 10 gennaio 1632 in un documento relativo ad una sua presa di possesso si parla di distribuzioni da non pagargli data la sua assenza.  
Figli:
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Fu scelto come arcidiacono al posto del defunto Canonico Francesco Olmo con Bolla pontificia. Da Roma egli nominò suo procuratore il Canonico Pietro Berlendis che il 13 febbraio 1637 si presentò nel Capitolo di Bergamo. Genuflesso davanti al prevosto giurò e venne immesso nel possesso dell’officio con le solite cerimonie quali esser portato all’altare, baciarlo al centro ed ai lati, aprire e chiudere la porta del coro, suonare il campanello in sagrestia; gli fu poi assegnato lo stallo nel coro e versò la solita contribuzione di 10 scudi per la Fabbrica nelle mani del fabbriciere Canonico Alberto Pulzini.  
 
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Come arcidiacono di Bergamo gli succedette Don Rodolfo Roncelli, che prese possesso il 14 aprile 1645.
GIOVANNI ANTONIO
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Fu referendario dell’una e dell’altra segnatura, poi governatore di Orvieto ed il Consiglio generale di Balia di quella città il 5 maggio 1645 per i suoi meriti lo creò nobile e Cittadino della stessa, unitamente a suo fratello Ottavio ed agli altri fratelli, con i rispettivi discendenti.
 
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Venne poi scelto quale vescovo di Treviso il 21 agosto 1645, all’età di 47 anniAl suo ingresso fu salutato dall’arcidiacono Baldassare Bonifacio con un panegirico edito con il titolo “Il Lupo incoronato”.  
 
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Nei giorni 8-10 novembre 1661 tenne il primo sinodo diocesano e nell’anno successivo le costituzioni furono pubblicate in: CONSTITVTIONES | Illustriss:MI & Reuerendiss:MI D. D. | IOANNIS | ANTONII LVPI | Episcopi Taruisini. | PROMVLGATÆ IN SYNODO PRIMA | Diebus 8. 9. & 10. Nouembris 1661. | TARVISII, M. DC. LXII. | Apud Franciscum Righettinum. | Superiorum Permisu. di 7-103, [1] pagine, di 206x145 mm.
Olio su tela, cm 240x156, di anonimo lombardo della seconda metà del XVII secolo, Fondazione Morando-Bolognini.
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Nella sua diocesi si interessò molto della cultura del clero.  
Il personaggio, di età matura, è raffigurato a figura intera in costume nero con cintola e spada, poggia la mano destra su un elmo posto su di un tavolo, con la sinistra regge la spada. Il tutto è entro uno sfondo architettonico nel quale, nel timpano di un portale con tendaggio si trova lo stemma. Nella fascia inferiore del ritratto si trova la scritta:
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Ebbe un contrasto con il Capitolo della cattedrale di Treviso per il titolo di vescovo di Asolo.
FRANCISCVS LVPVS LEVIORIS ARMATURA EQVITVM DVX CIЭICVI
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Lasciò parte dei beni al Capitolo trevigiano, che ancora nel 1788 ne celebrava l’anniversario con Messa solenne da morto.  
La tela è sporca, allentata, ossidata, con cadute di colore, buchi e nella parte inferiore maldestri restauri.
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Spirò a Treviso il 4 gennaio 1668 e venne sepolto nella cripta della cattedrale di quella città in un sepolcro in pietra mandolata con profili di serpentino ed un’iscrizione fatta porre dal Capitolo.  
 
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Nel cortile dei Canonici della cattedrale di Bergamo lo ricorda la seguente iscrizione, realizzata però nel XIX secolo:
Figlio di FILIPPO e di Dandola Leoni.
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A                          Ω
 
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IO. ANTONIO LVPO
 
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NOB. BERGOM. CATHED. ECCLESIAE ARCHID.
'''GABRIELE MEDOLAGO, ''Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi'', Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 209:'''
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EPISCOPO TARVISINO
 
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CLARITATE GENERIS INTEGRITATE MORVM
Figlio di Filippo e nipote di Detesalvo, seguendo le orme del padre e dell’avo, si dedicò alla milizia. Nei documenti viene indicato anche come Franceschino.
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CHARITATE IN DEVM PIETATE IN PAVPERES
Lo troviamo citato come maggiorenne nel 1489.  
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MVNIFICENTIA IN CAPITVLVM
Si tramanda che abbia partecipato alle guerre contro i Turchi.
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CLARISSIMO
 
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CAPIT. CANONIC. GRATITVD. AC. MERIT. GLORIAE
Nella milizia fece tanti progressi che in breve ottenne dai Veneziani una compagnia di cavalleggeri, con la quale dopo altre imprese si ritrovò alla famosa battaglia del Taro contro Carlo re di Francia, ove combatté egregiamente il 7 luglio 1495.
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PERENNE HOC POSVIT MONVMENTVM
 
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VIXIT ANN. LXX. MENS. VIII. DIES. VIII.
In seguito, per un omicidio commesso, fu dalla Repubblica di Venezia bandito da tutti i suoi Stati. Per questo si unì al famoso Giovanni Giacomo Trivulzio che era passato al soldo di Francesco I, re di Francia, con onoratissimo stipendio e combatté nella guerra contro Ludovico Sforza, finché vide che i Francesi preparavano il trattato di Cambrai contro i Veneziani. Benché il Trivulzio gli avesse promesso un onorevolissimo posto con una grande provvisione per combattere contro i Veneti, cioè contro il suo Signore naturale, rifiutò.  Quest’atto tanto piacque ai Veneziani, che per la sua fedeltà lo liberarono dal bando nel 1508 e lo impiegarono subito in difficili e nobili imprese.  In quello stesso anno fu mandato con una grossa banda d’armati alla custodia di Caravaggio.
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IN EPISCOP. VERO ANN. XXII. MENS. II
 
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OBIIT. PRID. NON. IAN. MDLXVIII.
Marin Sanudo nel giugno 1510 scrisse Chome è sta fato retenir de lì per debito Francesci di Luppi da Bergamo bon marchescho, qual à perso il suo per questa Signoria, et prega sia cavato, et vene in Colegio sier Zuan Lion quondam sier Francesco narò i fioli del quondam sier Gabriel Morexini l’à fato retenir etc., et fo ordinà per Colegio una lettera ch’el fusse subito liberato di le carzere.
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Partecipò attivamente alle vicende belliche del 1509-1514.
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Morì a Bergamo nel 1512 in seguito alle ferite riportate in battaglia a Brescia.  Nel 1515 per i suoi meriti fu premiato il figlio Giovanni Antonio. […]
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[p. 146] '''LE VICENDE BELLICHE DEL 1508-1514'''
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All’inizio del XVI secolo, ai tempi delle guerre d’Italia la Bergamasca fu soggetta a guerre ed invasioni da parte dei Francesi e degli Spagnoli.
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I Lupi, in particolare i figli del cavalier Filippo, ebbero una parte importante in queste vicende, che vengono qui riassunte, dato che seguirle per i singoli personaggi porterebbe a ripetizioni e renderebbe meno chiara la visione d’insieme.
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Nel 1509 Bergamo fu occupata dai Francesi, nel 1511 venne recuperata dai Veneti e nuovamente dai Francesi, nel 1513-1514 fu occupata dagli Spagnoli e nel 1514 tornò ai Veneti.
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Francesco Lupi nel 1508, dopo essere stato riabilitato da una condanna per omicidio, per ordine dei Rettori di Bergamo, a proprie spese cercò di conoscere il momento in cui Lodovico XII re di Francia sarebbe giunto in Milano e li informò. Scoprì unitamente ai fratelli anche il trattato che segretamente facevano i ribelli per dare la città di Bergamo ai Francesi e né lui, né alcuno della sua famiglia si fece coinvolgere in questa cospirazione, benché con grandi promesse e persuasioni vi fossero sollecitati, anzi, con i fratelli, si presentò ai Rettori Alvise Garzoni e Francesco Venier, offrendosi di assalire e passare a fil di spada i ribelli, ma i Rettori glielo proibirono per non danneggiare la città.  L’anno seguente 1509 partecipò con una grossa banda d’armati al fatto d’arme di Gera d’Adda e nella disfatta che ebbero le truppe veneziane per la discordia dei loro generali perdette cinque cavalli e fu fatto prigioniero e portato in Milano, ma poco dopo fu riscattato dai fratelli con una grossa taglia. Ritiratosi a Mestre quel che rimaneva dell’esercito veneto, egli con i fratelli a proprie spese mise in ordine 40 uomini d’arme, con i quali si presentò a Treviso da Cristoforo Moro offrendoglieli. Essendo pochi giorni dopo la rotta caduta Bergamo in mani dei Francesi, con un documento che consegnò ad Alvise Sabadino, segretario dei Capi del Consiglio dei X, propose di consegnare ai Veneziani la cittadella, per un’intesa che egli aveva con il castellano Giorgio Foia, ed una porta della città e di sollevare per mezzo dei suoi aderenti le vallate.  I fratelli con molti loro uomini combatterono in Val San Martino nello stesso anno 1509.
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Nel 1510 Lodovico Suardi e Clemente Vertova, inviati a Milano come ambasciatori con il consenso del governatore Pallavicino e del podestà Agostino Panigarola, proposero di cacciare al confino 40 cittadini, fra i quali Salvo Lupi. Il numero fu poi ridotto a 10 e vi fu inserito Troilo Lupi in sostituzione di Nicola Della Torre; Salvo fu uno dei dieci.
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Francesco fu mandato segretamente dai Capi dei X a Milano per sapere e dare immediatamente avviso se il re di Francia fosse partito dall’Italia; vi stette un mese a sue spese ed ottenne la notizia richiesta; ma il messo a Brescia cadde in mano dei Francesi e gli fu trovata la lettera, Francesco corse gran pericolo, le sue case e beni in Bergamo furono saccheggiati e devastati ed egli, dichiarato ribelle ed essendo stata posta una taglia su di lui, dovette fuggire. Per questo anche Troilo e Girardo furono mandati prigionieri a Milano, dove rimasero 7 mesi, e per liberarsi pagarono 300 scudi ciascuno, mentre Giovanni Maria fuggì. Francesco trovò il modo di passare all’esercito veneto, nel quale servì per due anni, tenendo sempre a sue spese 20, 30 e fino a 50 uomini a cavallo e combattendo come se fosse stipendiato. Combatté valorosamente alla difesa di Padova, emulando la virtù di Lattanzio Bonghi suo concittadino. Passò con Paolo Capello di là del Po e quindi per ordine pubblico s’arrischiò a passare in Bergamasca a parlare con fratelli e parenti per concertare l’attacco di sorpresa a Bergamo e vi rimase due giorni in incognito. Dopo la sua partenza furono accusati i fratelli che dovettero pagare 100 ducati ciascuno e furono in pericolo d’essere impiccati ed un loro famiglio ebbe 6 strappate di corda, ma non disse nulla. Qualche tempo dopo Francesco mandò a Bergamo un messo e, organizzata la cosa, si presentò ai Capi del Consiglio dei X ed offrì di consegnare Bergamo, come attestava una deposizione di Tommaso Freschi. Mandò anche un messo a proprie spese agli Svizzeri per sapere come andassero colà le cose ed inviò ai Veneti numerosi avvisi importanti di Lombardia. Ordì così bene il tutto, dandone ragguaglio ai Capi, che dopo pochi mesi, soprattutto per merito dei Lupi, la città fu sorpresa e riacquistata. Il 5 febbraio 1512 Troilo Lupi e Matteo Carrara detto Cagnolo raccolsero truppe ed andarono a Bergamo, si calarono sulle mura e presero la guarnigione. A questo collaborarono attivamente anche i fratelli di Troilo: Girardo e Giovanni Maria che radunarono numerose truppe. Giovanni Maria, intesi gli ordini di Andrea Gritti provveditore generale dell’esercito veneziano, con molti dei suoi famigli ed aderenti uscì dalla città e, postosi in sella, radunata ancor più gente ed unitosi con i suoi parenti e con le altre truppe delle montagne sollecitate dagli stessi Lupi, si spinse alla volta della città che in breve fu presaIl 15 fu proclamato sul regio che chi avesse voluto militare come fante sarebbe stato ascritto alle truppe del Carrara e di Troilo Lupi e stipendiato.  
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I Lupi tennero pochi giorni la città, dandosi molto da fare per sorvegliarla, unitamente alle fortezze, giorno e notte con molti uomini a loro spese, come potevano testimoniare il podestà Garzoni e Marin Zorzi Provveditore nell’anno 1509. Dopo che Gaston de la Foix, maresciallo di Francia, ebbe sconfitto entro le mura di Brescia le truppe veneziane, un grosso corpo di Francesi fu inviato a Bergamo per riconquistare la città ed i Lupi furono costretti ad abbandonarla. I Francesi dichiararono ribelle Giovanni Maria come promotore principale dell’invasione, gli confiscarono tutti i beni e saccheggiarono la sua casa. Allo stesso modo i fratelli furono banditi, i loro beni confiscati e saccheggiate le loro case, i loro poderi rovinati. Troilo, che si stava recando a parlare con Andrea Gritti, fu catturato dai Francesi e, con un altro della famiglia e molti dei più cospicui cittadini, fu confinato prigioniero nel Delfinato. Gli altri fratelli con la madre ed i figli dovettero abbandonare Bergamo e si recarono a Venezia, lungo la via furono svaligiati e spogliati dal conte Antonio di Lodron , le case in Bergamo e fuori furono saccheggiate e rovinate, vennero confiscati i beni loro e della madre e posta una taglia sulle loro persone. Giovanni Maria fu Pedrino con le truppe che aveva con sé si portò a Padova ed a proprie spese militò difendendo la città assediata e sciolto l’assedio passò a Crema dove, con parecchi servitori e cavalli, stette presso Gian Paolo da Sant’Angelo, intervenendo a tutti i fatti d’arme ed a tutte le fazioni che si verificavano.  
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Avendo Andrea Gritti deciso di andare alla riconquista di Brescia, Francesco andò con lui, sempre senza stipendio, con la sua gente d’arme, combatté coraggiosamente e fu uno dei primi ad entrare dalla porta della città ed ebbe una gravissima ferita. Nonostante questa, per ordine del Gritti si trasferì a Bergamo per consultarsi con i fratelli, ma, essendosi affaticato troppo, la ferita si inasprì tanto che in quello stesso anno, dopo aver visto Bergamo restituita al doge, qui spirò.  
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'''[p. 151]''' Nelle divisioni di beni del 1477 il castello di Chiuduno toccò in parte al cavalier Filippo ed in parte a Bernardino. Quest’ultimo non ebbe a quanto pare discendenti. Filippo invece ne ebbe molti, fra i quali i figli ed il nipote che si distinsero ai tempi delle guerre d’Italia dell’inizio del XVI secolo.
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Sabato 25 settembre 1501 con atto del notaio Domenico di Matteo Morandi de Cazuloni a Chiuduno nella sala terranea delle case dette ai Croceri, di proprietà di Dandola Leoni in Lupi, Francesco, Troilo, Giovanni Maria fratelli fu Filippo fu Detesalvo, eredi con Girardo loro fratello dei loro fratelli defunti Giovanni Antonio condottiere e Gerolamo, vendettero beni a Detesalvo figlio postumo di Detesalvo. In un atto del 23 maggio 1519 si cita un precedente documento nel quale i fratelli Francesco, Troilo, Giovanni Maria fu Filippo fu Detesalvo, eredi per tre quarti unitamente al fratello Girardo, dei fratelli condottiere Giovanni Antonio e Gerolamo, unitamente a Detesalvo detto Salvo figlio postumo vendettero a quest’ultimo i tre quarti in questione con atto del notaio Giovanni Andrea Agosti.
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Anonimo. Ritratto di Giovanni Antonio Lupi, Vescovo di Treviso ((1598 † 1668)

(n. 27 maggio 1598 † Treviso, 4 gennaio 1668) Genealogia Vescovo

Olio su tela, cm 240x156, di anonimo lombardo, probabilmente bergamasco, del 1667, Fondazione Morando-Bolognini. Il personaggio è raffigurato a figura intera, anziano, calvo, con il pizzo sul mento, la mano destra benedicente, in mozzetta e rocchetto, seduto su un’ampia poltrona intagliata ed ornata di cuoio e borchie, sul fianco della quale si trova lo stemma, davanti ad un tavolo con crocefisso, breviario e campanello. Sul bordo inferiore del quadro vi è l’iscrizione: JOANNES ANTONIVS LVPVS TARVISY EP˜VS 1667. Il ritratto è contenuto in una cornice intagliata in legno, non pertinente. La tela, che si trovava in mediocre stato di conservazione, ossidata, sporca ed allentata, con buchi, danneggiata da maldestri restauri, nel 1999 fu restaurato da Alessandra Tibiletetti di Milano. Un altro ritratto di monsignor Lupi esisteva fra i beni di Don Giacomo Cesari, pievano di Albaredo in diocesi di Treviso, morto il 29 ottobre 1692, ed era collocato nella camera da letto dello stesso.

Figlio di GIOVANNI MARIA e di ??.

GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 212-213: Nacque il 27 aprile 1598 dal capitano Giovanni Maria Lupi non sappiamo se a Bergamo od a Chiuduno. Ottenne a Roma la laurea in utroque iure. Con Bolla del 7 dicembre 1622 di papa Gregorio XV, essendosi reso vacante in agosto, mese di spettanza della Santa Sede secondo gli statuti del Concilio lateranense, un canonicato sacerdotale della Congregazione di Sant’Alessandro per morte di Nicola Medolago, venne nominato Canonico sacerdotale di Sant’Alessandro di Bergamo. Essendo vacante l’episcopato di Bergamo, l’esecuzione fu dal pontefice affidata al vescovo di Crema l’8 febbraio 1623, cosa che fu fatta il 21 marzo da Cristoforo Valcarengo dottore in utroque, prevosto di San Giacomo Maggiore di Crema e vicario generale. Il 26 il Lupi si presentò nel Capitolo con i documenti per chiedere l’immissione nel possesso. A questo si oppose il Canonico sacerdotale Pietro Ceroni, dicendo di aver già optato per questa prebenda e di aver avuto con il Canonico Medolago una controversia per la quale il pontefice aveva inviato una Bolla il 27 ottobre 1622. Nonostante ciò, in forza della Bolla dell’8 febbraio, il Lupi venne immesso in questa prebenda e versò in mano di Guglielmo Beroa 10 scudi da 7 lire, poi tutti si portarono in coro e si sedettero negli stalli; il Lupi, genuflesso davanti all’arcidiacono, prestò il suo giuramento e venne immesso nel possesso con le consuete cerimonie: bacio dell’altar maggiore al centro ed ai lati, apertura e chiusura della porta del coro e suono della campanella nel coro nel quale gli fu quindi assegnato lo stallo. Il 7 agosto successivo da Venezia monsignor Ludovico Zaccaria, vescovo di Monte Fiascone e Corneto (1605-1630), nunzio apostolico in tutto il dominio veneto, concesse licenza di ordinarlo sacerdote anche in giorni festivi ed anche extra tempora. Egli aveva già i quattro Ordini minori ed era Canonico sacerdotale di Sant’Alessandro. Il 23 agosto 1623 ebbe le dimissorie per gli ordini maggiori, vista la dispensa pontificia. Il 3 marzo 1624 fu ordinato sacerdote. Il 10 gennaio 1632 in un documento relativo ad una sua presa di possesso si parla di distribuzioni da non pagargli data la sua assenza. Fu scelto come arcidiacono al posto del defunto Canonico Francesco Olmo con Bolla pontificia. Da Roma egli nominò suo procuratore il Canonico Pietro Berlendis che il 13 febbraio 1637 si presentò nel Capitolo di Bergamo. Genuflesso davanti al prevosto giurò e venne immesso nel possesso dell’officio con le solite cerimonie quali esser portato all’altare, baciarlo al centro ed ai lati, aprire e chiudere la porta del coro, suonare il campanello in sagrestia; gli fu poi assegnato lo stallo nel coro e versò la solita contribuzione di 10 scudi per la Fabbrica nelle mani del fabbriciere Canonico Alberto Pulzini. Come arcidiacono di Bergamo gli succedette Don Rodolfo Roncelli, che prese possesso il 14 aprile 1645. Fu referendario dell’una e dell’altra segnatura, poi governatore di Orvieto ed il Consiglio generale di Balia di quella città il 5 maggio 1645 per i suoi meriti lo creò nobile e Cittadino della stessa, unitamente a suo fratello Ottavio ed agli altri fratelli, con i rispettivi discendenti. Venne poi scelto quale vescovo di Treviso il 21 agosto 1645, all’età di 47 anni. Al suo ingresso fu salutato dall’arcidiacono Baldassare Bonifacio con un panegirico edito con il titolo “Il Lupo incoronato”. Nei giorni 8-10 novembre 1661 tenne il primo sinodo diocesano e nell’anno successivo le costituzioni furono pubblicate in: CONSTITVTIONES | Illustriss:MI & Reuerendiss:MI D. D. | IOANNIS | ANTONII LVPI | Episcopi Taruisini. | PROMVLGATÆ IN SYNODO PRIMA | Diebus 8. 9. & 10. Nouembris 1661. | TARVISII, M. DC. LXII. | Apud Franciscum Righettinum. | Superiorum Permisu. di 7-103, [1] pagine, di 206x145 mm. Nella sua diocesi si interessò molto della cultura del clero. Ebbe un contrasto con il Capitolo della cattedrale di Treviso per il titolo di vescovo di Asolo. Lasciò parte dei beni al Capitolo trevigiano, che ancora nel 1788 ne celebrava l’anniversario con Messa solenne da morto. Spirò a Treviso il 4 gennaio 1668 e venne sepolto nella cripta della cattedrale di quella città in un sepolcro in pietra mandolata con profili di serpentino ed un’iscrizione fatta porre dal Capitolo. Nel cortile dei Canonici della cattedrale di Bergamo lo ricorda la seguente iscrizione, realizzata però nel XIX secolo: A Ω IO. ANTONIO LVPO NOB. BERGOM. CATHED. ECCLESIAE ARCHID. EPISCOPO TARVISINO CLARITATE GENERIS INTEGRITATE MORVM CHARITATE IN DEVM PIETATE IN PAVPERES MVNIFICENTIA IN CAPITVLVM CLARISSIMO CAPIT. CANONIC. GRATITVD. AC. MERIT. GLORIAE PERENNE HOC POSVIT MONVMENTVM VIXIT ANN. LXX. MENS. VIII. DIES. VIII. IN EPISCOP. VERO ANN. XXII. MENS. II OBIIT. PRID. NON. IAN. MDLXVIII.


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