Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 15: differenze tra le versioni

Da EFL - Società Storica Lombarda.
(Nuova pagina: Torna a '''Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 14''')
 
Riga 1: Riga 1:
 
Torna a '''[[Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 14]]'''
 
Torna a '''[[Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 14]]'''
 +
 +
 +
Li Marinari serpate le ancore, & fatto vela del trinchetto  di Gabbia , a puoco, a puoco sortiti dal porto spinsero la Nave in alto Mare, & spiegate le altre vele spirando il vento da Ponente garbino  in puoco tempo perdessimo di vista la terra, & perche il vento non era troppo per noi, si navigava di orza  con la borina . Erano sopra la Polacchetta otto Marinari, & il Mozzo , & quattro Mercanti Armeni, che conducevano alcune mercantie a Messina, ove havevano le sue famiglie, e noi altri quattro Pellegrini. Puochi erano erano di numero i Marinari, ma tanto più esperti, e pratichi, e più che tale era in particolare il patrone huomo di gran valore, & saputa: il Peota  valeva molto, come molto pratico, & assuefatto a questa navigatione, essendo stato più volte con diversi vaselli in quasi tutte le coste di questo Mare. Tutti in somma erano di gran cervello, e bene intendenti e de i siti, e de i venti, e del cielo, e del Mare, e dell’arte del navigarlo, & havevano le sue carte, & altri stromenti nautici. Il vasello era di portata d’ottanta botte , & era carico di lino, & corami verdi, havea le bocche porte ben serrate, e turate con la pece, il vento si metteva hora da Ponente, hora da Maestro, soffij tutti al nostro viaggio contrarij, si che avanzavamo puoco, & havendo navigato cinque giornate si trovassimo a vista di terra, & dal Peota ci fù detto che eravamo a capo di Lucho nella costa di Barbaria . Subito il Patrone fece pigliar l’altro abordo, & voltar la prora verso tramontana, & spirando Maestro gagliardo, doppò quattro giornate fu veduto un nembo, & giudicato che fusse sopra terra nell’Isola di Rode, overo Scarpante, & ce ne diede il saggio; che il vento con furia terribile sboccava fuori della bocca dell’Arcipelago, e portava l’onde sì impetuose, & alte che alcune volte passavano sopra coperta, versandoci adosso un nembo pieno d’acqua; onde e da di sopra, e da i fianchi il vasello faceva acqua più del solito. & fu a tutti veramente quella giornata con la notte seguente di grandissimo travaglio; e non vi fù che non portasse in fronte il timor della morte. Si levò poi da Greco un vento che havendo fatto il Patrone voltar la prora verso Ponente navigando d’orza sì gagliardamente, che in puoco più d’un giorno, & d’una notte, si ritrovassimo alla vista del Gozzo, Isola di Candia. Ma il vento cessò, & si voltò da Maestro, vento al tutto contrario, onde bisognò navigare orzando con la borina, con la prora per lebecchio, e in quattro giornate ci accorgessimo esser ritornati alla vista della costa di Barbaria, a Capo Buon andrea , loco ove sogliono esser bonaccie, ma pericoli di fuste . Era nella guardia della diana , quando fu questo scoperto, & il mare si fece tanto tranquillo, che a tutti dava travaglio dubitandosi, per esser il luogo pericoloso de Corsari, che non fussimo da qualche Bregantino  scuoperti; quando nel levar del Sole si mosse vento assai fresco da Ponente, si che voltava la prora per tramontana si navigò con l’istesso da quattro giornate, & il Peota, & altri giudicorno che fussimo puoco lontani da vista di terra, verso la Morea. & perche quelle parti sono sempre piene de Corsari, non volsero scorrere più avanti, & rivoltorno la prora a ponente garbino, essendosi ancora voltato il vento in Maestrali, & per esser qui il Mare più spatioso che sia in ogni altro luogo del Mar mediterraneo, si stette molto su le volte, & il vento tall’hora ci favoriva di voltarsi per tramontanella, e per li suoi quarti, & tall’hora si restava in calma, tanto che la Nave non si moveva punto , & questo era il tempo più tedioso, noioso, & penoso d’ogn’altro; poiché l’ardor del Sole ci percoteva si forte, che pareva voler abbrusciare l’istessa nave, e i corpi a noi si fattamente coceva, che a pena si puoteva haver il fiato. La sete facevasi insopportabile, e ’l vino, perche caldissimo, atto più tosto ad accenderla, che a mitigarla. Pure la notte ci porgeva qualche ristoro. Erano già venti giorni che eravamo scorsi per Mare senza mai vedere una vela, quando la sera verso il tardo, dalla guardia di gabbia fu scoperta venir una vela dalla parte di tramontana, & havendo dato aviso, il patrone dubitando di qualche rio incontro, essendo vento gagliardo da Maestro, fece tuor l’abordo per Garbino, & si levò di strada, & l’altro vasello, havendo il vento in poppa, andò al suo viaggio e presto ci si tolse di vista. Si ritornò a navigare di borina con ogni arte, & ingegno, tanto che nell’alba, che fù il giorno della vigilia dei Santi Apostoli Pietro, & Paolo, fù visto il fumante Mongibello . Quì tutti lieti ringratiassimo il sommo Creatore, che ci havesse condotti a vista di terra de Christiani, & navigando con puoco vento, da tramontana con la prora per Maestro, arrivassimo appresso a capo Spartivento , & mentre costeggiavamo verso il capo dell’arme, luogo molto frequentato da Corsari, furno visti due vaselli star su le volte appresso alla bocca del Faro: all’hora il patrone insospettì molto, & a suoi cenni subito si rasettorno le periere , & gli archibugi, & le altre arme alla diffesa. Si che quando credevamo esser arrivati quasi in salvo, eccoci nel maggior pericolo. In questo caso, per pigliar il miglior rimedio, s’andò co’l vasello, quanto più fu possibile, vicino a terra, & questo fu che ci salvò, & ancora si libò il batello da quella parte per puoter in occorenza almeno salvar le persone in terra, & rifugir nei monti vicini. I due vaselli che ci havevano scoperti, de quali uno era assai grosso, & l’altro era una Tartana , come è il consueto quasi di tutti i corsari, venivano quanto più puotevano verso noi per pigliarne in mezzo, ma andò loro fallito il pensiero, che il suo Bertone, essendo troppo grosso, non poteva avicinarsi tanto a terra: la Tartana venne molto vicina, il che vedendo ridusse quasi a disperatione questi mercanti di puoter salvar la robba, che havevano sopra il vasello; noi nondimeno non mancavamo di confortarli, & inanimarli, assicurandoli di non abbandonar il vasello fin che havessimo vita.
 +
Et perche vedevamo, che il vasello grosso non poteva danneggiarci non dubitassimo punto: anci essendosi la Tartana molto appressata, il nostro patrone fece poggiare, & con un tiro della Periera di poppa incominciò a salutar il nimico, e poco mancò, che non lo cogliesse. La Tartana. havendo visto, che non poteva venirle il Bertone appresso in soccorso per combattere, & che sola non haveva forze bastanti, stava in forsi di ciò c’havesse a fare. Vedendo questo il nostro Patrone scaricovi contra altre cannonate: ella con un tiro solo rispose, poi diede volta & si accostò al suo Bertone, & tutti due i legni andarono altrove. In questo mentre si andava navigando, & appressandosi alla bocca del Faro, ove arrivassimo ad un’hora di notte, & essendo la crescente per noi, entrassimo, & in poche hore passassimo Reggio Città nella costa di Calabria, & con l’aiuto d’Iddio la mattina della festa de’ Gloriosi Apostoli si ritrovassimo a vista del bel Porto, e della Città di Messina. Qui dato fondi, si salutò con tiri di tutte le Periere, & si mandò lo Scrivano per haver pratica, & per poter entrar in Porto; ma i Signori deputati alla Sanità non vennero fino al doppo pranso, i quali havendo viste le nostre fedi, & inteso, come erano vinticinque giorni, che mancavamo d’Alessandria, & che eravamo tutti sani, datone anche di ciò giuramento, ne diedero licenza d’entrare, & pratticare in ogni luogo . Subito facessimo scaricare le nostre robbe, & pagato il Patrone, che ne ringratiò senza fine della buona compagnia fattagli, & delle cortesie usategli, smontassimo, e andassimo ad’allogiare a camera locante. Riposati, & ricreati per longa pezza andassimo ad una Chiesa, ove ringratiassimo co’l più humile, e divoto affetto, che puotessimo, l’Altissimo Iddio, che ci havesse da paesi infedeli, per tanti, e si pericolosi mari salvi, e sani condotti a paesi christiani; il che fatto ritornassimo all’albergo.
 +
Il giorno seguente tutto fu speso in rimirar la Città, la quale è assai populata, ornata di bellissime Chiese, palazzi, & fontane; il porto rispetto a quanti n’ho veduti lo stimo incomparabilmente bello, sicuro da ogni vento, & comodo per caricar ogni vasello; havendo ancora sopra la Città alle sue diffese Castelli riguardevoli, e forti. Taccio io qui le lodi di questa, & dell’altre Città, e dell’Isola tutta non mancando loro famose, e penne, e lingue, che ne riferiscono l’eccellenze. L’altro giorno uno de compagni il qual era Cavagliere della Religion di Malta, havendo ritrovata una Filucca  della religione, che stava sul partire per l’Isola con alcuni altri Cavaglieri, deliberò non perder l’occasione, bramoso di riveder i suoi amici, & fatti a noi infiniti complimenti di cordialissimo amore, da noi altresi vicendevolmente con puro affetto ringratiato, & con ogni honorata tenerezza accompagnato al Porto, s’imbarcò, & se n’andò al suo viaggio. Anche noi qui ritrovassimo una Filucca di ritorno per Napoli, & impatienti hoggimai di più lunga dimora l’accordassimo per tal viaggio in vintiquattro ducati fra tutti con le nostre bagaglie, con patto che non levasse altri il giorno seguente che fu alli tre di Luglio la mattina dopò l’haver sentita la sacrosanta Messa s’imbarcassimo, & navigando per la costa della Calabria, la sera arrivassimo a Trobeia , che dicono esser lontana da Messina sessanta miglia: l’altro giorno navigassimo senza riposare fin’a Mantea , corso di sessantaquatro miglia incirca. Il giorno seguente, che fù alli cinque Luglio, a mezzo giorno giungessimo a Paola. Quì uscimmo dal legno per veder e riverir il luogo, & Convento, ove habitava San Francesco di Paola. Dopo pranso seguitando la navigatione, la sera fummo a Belvedere, lontano da Mantea cinquanta miglia. Alli sei detto navigando al solito a mezzo giorno smontassimo alla Scalea: la sera a Pavolenuda , viaggio di settanta miglia. Alli sette continuando, ad hora di pranso Ceriola  ci accolse, terra che è nella provincia di Basilicata, ove soggiornassimo il resto del giorno per haver a passar il Golfo. Alli otto varcassimo il Golfo di Salerno, & la sera smontassimo a Conca, terra del Napolitano, viaggio che tira sessanta miglia. Alli nove pasassimo appresso l’Isola di Crapa , & alquanto prima del cader del Sole pervenimmo alla celebre, grande, e veramente Regia Città di Napoli, tutti per gratia particolar del Cielo e salvi, e sani, havendo per queste coste ritrovati buonissimi alloggiamenti, & fatto felice, e lietamente il viaggio. Uscimmo, ottenuta licenza, di legno, & pagati i marinari si ritirassimo all’allogiamento. Otto giorni quì dimorassimo, andando tutto di a veder le meraviglie della Città, grandezza di giro, fortezza di mura, e di castelli, concorso inestimabile de Signori, e Baroni, popolo infinito, porto, Molo, Arsenale, luoghi sacri, e profani, publici, e privati, & altre infinite eccellenze, le quali ad una per una piacevano vedute, e più che mai, rivedute, sì che dal gustarle sorgeva nuovo il desiderio di rigustarle. A me quì ogni lunga dimora sarebbe stata dolcissima dimora; ma perche i compagni erano desiderosi di ritornar al suo paese, per non discordar da loro, accordassimo tutti insieme un vetturino, che ne diede tre buone mule per andar a Roma. & havendo di già fatto fine delle robbe, che più non servivano, alli diciotto Luglio, la mattina per tempo, partimmo, & andassimo a desinare a Capua, e la sera a S. Agata, a giornate ordinarie: alli 19 a desinar a Mola, la sera a Fondi. Alli vinti passati per Teracina, & riposati a Piperni la mattina, la sera smontassimo a Sermoneta. Alli vintiuno riposati a Veletri, la sera entrassimo nella Santa Città di Roma, ove restassimo per alcuni giorni, visitando con divotione molte Chiese, ringratiando sempre l’Altissimo Iddio della singolar gratia ottenuta. Di questa Città non occorre che ne parliamo, che per esser la più nominata dell’Universo, hà per suo preconiero  l’Universo istesso. Quivi risiede il Vicario di Christo, prima dignità fra le humane, perche prossima alla divina.
 +
Restavaci di rivedere la Santissima Casa di Loreto; onde tolte cavalcature da soliti vetturini in poco più di quattro giornate vi arrivassimo. Io quì diedi fine all’intentione del mio Pellegrinaggio, & in quella Santissima Casa con quel più divoto modo, & affetto ch’io seppi, & potei, ringratiai Giesu Christo nel medemo luogo incarnato, delle infinite gratie concessemi d’haver navigati sicuramente tanti mari, passati illesamente tanti paesi infedeli, d’haver finalmente visitata quella Terra santa, che fù da lui eletta al suo nascere, vivere, & morire, per salute delle nostre misere anime perdute. Da quì partiti, in pochi giorni, passando per la Marca, arrivassimo a Bologna, ove i miei compagni oltramontani desiderando di ritornar hoggimai alla lor patria, doppo infiniti scambievoli ringratiamenti della fedeltà, della compagnia dell’ossequio, & dell’amore, s’inviorno verso le lor contrade, & io passando per la Lombardia, a brevi viaggi, per esser il tempo caldo, arrivai alla patria verso il fine d’Agosto 1613, ove da parenti, molti miei amici fui caramente ricevuto.
 +
Quì genuflesso, la terra humilmente baciando, resi gratie al Creator del tutto, supplicandolo, che come m’havea dato favore di visitar quella terrena, cosi alla fine mi desse gratia di salire alla Gierusalemme celeste, e goder ivi lui,
 +
che è Dio trino & uno, e lodarlo
 +
nei secoli dei secoli.
 +
Amen

Versione delle 20:29, 26 ott 2009

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 14


Li Marinari serpate le ancore, & fatto vela del trinchetto di Gabbia , a puoco, a puoco sortiti dal porto spinsero la Nave in alto Mare, & spiegate le altre vele spirando il vento da Ponente garbino in puoco tempo perdessimo di vista la terra, & perche il vento non era troppo per noi, si navigava di orza con la borina . Erano sopra la Polacchetta otto Marinari, & il Mozzo , & quattro Mercanti Armeni, che conducevano alcune mercantie a Messina, ove havevano le sue famiglie, e noi altri quattro Pellegrini. Puochi erano erano di numero i Marinari, ma tanto più esperti, e pratichi, e più che tale era in particolare il patrone huomo di gran valore, & saputa: il Peota valeva molto, come molto pratico, & assuefatto a questa navigatione, essendo stato più volte con diversi vaselli in quasi tutte le coste di questo Mare. Tutti in somma erano di gran cervello, e bene intendenti e de i siti, e de i venti, e del cielo, e del Mare, e dell’arte del navigarlo, & havevano le sue carte, & altri stromenti nautici. Il vasello era di portata d’ottanta botte , & era carico di lino, & corami verdi, havea le bocche porte ben serrate, e turate con la pece, il vento si metteva hora da Ponente, hora da Maestro, soffij tutti al nostro viaggio contrarij, si che avanzavamo puoco, & havendo navigato cinque giornate si trovassimo a vista di terra, & dal Peota ci fù detto che eravamo a capo di Lucho nella costa di Barbaria . Subito il Patrone fece pigliar l’altro abordo, & voltar la prora verso tramontana, & spirando Maestro gagliardo, doppò quattro giornate fu veduto un nembo, & giudicato che fusse sopra terra nell’Isola di Rode, overo Scarpante, & ce ne diede il saggio; che il vento con furia terribile sboccava fuori della bocca dell’Arcipelago, e portava l’onde sì impetuose, & alte che alcune volte passavano sopra coperta, versandoci adosso un nembo pieno d’acqua; onde e da di sopra, e da i fianchi il vasello faceva acqua più del solito. & fu a tutti veramente quella giornata con la notte seguente di grandissimo travaglio; e non vi fù che non portasse in fronte il timor della morte. Si levò poi da Greco un vento che havendo fatto il Patrone voltar la prora verso Ponente navigando d’orza sì gagliardamente, che in puoco più d’un giorno, & d’una notte, si ritrovassimo alla vista del Gozzo, Isola di Candia. Ma il vento cessò, & si voltò da Maestro, vento al tutto contrario, onde bisognò navigare orzando con la borina, con la prora per lebecchio, e in quattro giornate ci accorgessimo esser ritornati alla vista della costa di Barbaria, a Capo Buon andrea , loco ove sogliono esser bonaccie, ma pericoli di fuste . Era nella guardia della diana , quando fu questo scoperto, & il mare si fece tanto tranquillo, che a tutti dava travaglio dubitandosi, per esser il luogo pericoloso de Corsari, che non fussimo da qualche Bregantino scuoperti; quando nel levar del Sole si mosse vento assai fresco da Ponente, si che voltava la prora per tramontana si navigò con l’istesso da quattro giornate, & il Peota, & altri giudicorno che fussimo puoco lontani da vista di terra, verso la Morea. & perche quelle parti sono sempre piene de Corsari, non volsero scorrere più avanti, & rivoltorno la prora a ponente garbino, essendosi ancora voltato il vento in Maestrali, & per esser qui il Mare più spatioso che sia in ogni altro luogo del Mar mediterraneo, si stette molto su le volte, & il vento tall’hora ci favoriva di voltarsi per tramontanella, e per li suoi quarti, & tall’hora si restava in calma, tanto che la Nave non si moveva punto , & questo era il tempo più tedioso, noioso, & penoso d’ogn’altro; poiché l’ardor del Sole ci percoteva si forte, che pareva voler abbrusciare l’istessa nave, e i corpi a noi si fattamente coceva, che a pena si puoteva haver il fiato. La sete facevasi insopportabile, e ’l vino, perche caldissimo, atto più tosto ad accenderla, che a mitigarla. Pure la notte ci porgeva qualche ristoro. Erano già venti giorni che eravamo scorsi per Mare senza mai vedere una vela, quando la sera verso il tardo, dalla guardia di gabbia fu scoperta venir una vela dalla parte di tramontana, & havendo dato aviso, il patrone dubitando di qualche rio incontro, essendo vento gagliardo da Maestro, fece tuor l’abordo per Garbino, & si levò di strada, & l’altro vasello, havendo il vento in poppa, andò al suo viaggio e presto ci si tolse di vista. Si ritornò a navigare di borina con ogni arte, & ingegno, tanto che nell’alba, che fù il giorno della vigilia dei Santi Apostoli Pietro, & Paolo, fù visto il fumante Mongibello . Quì tutti lieti ringratiassimo il sommo Creatore, che ci havesse condotti a vista di terra de Christiani, & navigando con puoco vento, da tramontana con la prora per Maestro, arrivassimo appresso a capo Spartivento , & mentre costeggiavamo verso il capo dell’arme, luogo molto frequentato da Corsari, furno visti due vaselli star su le volte appresso alla bocca del Faro: all’hora il patrone insospettì molto, & a suoi cenni subito si rasettorno le periere , & gli archibugi, & le altre arme alla diffesa. Si che quando credevamo esser arrivati quasi in salvo, eccoci nel maggior pericolo. In questo caso, per pigliar il miglior rimedio, s’andò co’l vasello, quanto più fu possibile, vicino a terra, & questo fu che ci salvò, & ancora si libò il batello da quella parte per puoter in occorenza almeno salvar le persone in terra, & rifugir nei monti vicini. I due vaselli che ci havevano scoperti, de quali uno era assai grosso, & l’altro era una Tartana , come è il consueto quasi di tutti i corsari, venivano quanto più puotevano verso noi per pigliarne in mezzo, ma andò loro fallito il pensiero, che il suo Bertone, essendo troppo grosso, non poteva avicinarsi tanto a terra: la Tartana venne molto vicina, il che vedendo ridusse quasi a disperatione questi mercanti di puoter salvar la robba, che havevano sopra il vasello; noi nondimeno non mancavamo di confortarli, & inanimarli, assicurandoli di non abbandonar il vasello fin che havessimo vita. Et perche vedevamo, che il vasello grosso non poteva danneggiarci non dubitassimo punto: anci essendosi la Tartana molto appressata, il nostro patrone fece poggiare, & con un tiro della Periera di poppa incominciò a salutar il nimico, e poco mancò, che non lo cogliesse. La Tartana. havendo visto, che non poteva venirle il Bertone appresso in soccorso per combattere, & che sola non haveva forze bastanti, stava in forsi di ciò c’havesse a fare. Vedendo questo il nostro Patrone scaricovi contra altre cannonate: ella con un tiro solo rispose, poi diede volta & si accostò al suo Bertone, & tutti due i legni andarono altrove. In questo mentre si andava navigando, & appressandosi alla bocca del Faro, ove arrivassimo ad un’hora di notte, & essendo la crescente per noi, entrassimo, & in poche hore passassimo Reggio Città nella costa di Calabria, & con l’aiuto d’Iddio la mattina della festa de’ Gloriosi Apostoli si ritrovassimo a vista del bel Porto, e della Città di Messina. Qui dato fondi, si salutò con tiri di tutte le Periere, & si mandò lo Scrivano per haver pratica, & per poter entrar in Porto; ma i Signori deputati alla Sanità non vennero fino al doppo pranso, i quali havendo viste le nostre fedi, & inteso, come erano vinticinque giorni, che mancavamo d’Alessandria, & che eravamo tutti sani, datone anche di ciò giuramento, ne diedero licenza d’entrare, & pratticare in ogni luogo . Subito facessimo scaricare le nostre robbe, & pagato il Patrone, che ne ringratiò senza fine della buona compagnia fattagli, & delle cortesie usategli, smontassimo, e andassimo ad’allogiare a camera locante. Riposati, & ricreati per longa pezza andassimo ad una Chiesa, ove ringratiassimo co’l più humile, e divoto affetto, che puotessimo, l’Altissimo Iddio, che ci havesse da paesi infedeli, per tanti, e si pericolosi mari salvi, e sani condotti a paesi christiani; il che fatto ritornassimo all’albergo. Il giorno seguente tutto fu speso in rimirar la Città, la quale è assai populata, ornata di bellissime Chiese, palazzi, & fontane; il porto rispetto a quanti n’ho veduti lo stimo incomparabilmente bello, sicuro da ogni vento, & comodo per caricar ogni vasello; havendo ancora sopra la Città alle sue diffese Castelli riguardevoli, e forti. Taccio io qui le lodi di questa, & dell’altre Città, e dell’Isola tutta non mancando loro famose, e penne, e lingue, che ne riferiscono l’eccellenze. L’altro giorno uno de compagni il qual era Cavagliere della Religion di Malta, havendo ritrovata una Filucca della religione, che stava sul partire per l’Isola con alcuni altri Cavaglieri, deliberò non perder l’occasione, bramoso di riveder i suoi amici, & fatti a noi infiniti complimenti di cordialissimo amore, da noi altresi vicendevolmente con puro affetto ringratiato, & con ogni honorata tenerezza accompagnato al Porto, s’imbarcò, & se n’andò al suo viaggio. Anche noi qui ritrovassimo una Filucca di ritorno per Napoli, & impatienti hoggimai di più lunga dimora l’accordassimo per tal viaggio in vintiquattro ducati fra tutti con le nostre bagaglie, con patto che non levasse altri il giorno seguente che fu alli tre di Luglio la mattina dopò l’haver sentita la sacrosanta Messa s’imbarcassimo, & navigando per la costa della Calabria, la sera arrivassimo a Trobeia , che dicono esser lontana da Messina sessanta miglia: l’altro giorno navigassimo senza riposare fin’a Mantea , corso di sessantaquatro miglia incirca. Il giorno seguente, che fù alli cinque Luglio, a mezzo giorno giungessimo a Paola. Quì uscimmo dal legno per veder e riverir il luogo, & Convento, ove habitava San Francesco di Paola. Dopo pranso seguitando la navigatione, la sera fummo a Belvedere, lontano da Mantea cinquanta miglia. Alli sei detto navigando al solito a mezzo giorno smontassimo alla Scalea: la sera a Pavolenuda , viaggio di settanta miglia. Alli sette continuando, ad hora di pranso Ceriola ci accolse, terra che è nella provincia di Basilicata, ove soggiornassimo il resto del giorno per haver a passar il Golfo. Alli otto varcassimo il Golfo di Salerno, & la sera smontassimo a Conca, terra del Napolitano, viaggio che tira sessanta miglia. Alli nove pasassimo appresso l’Isola di Crapa , & alquanto prima del cader del Sole pervenimmo alla celebre, grande, e veramente Regia Città di Napoli, tutti per gratia particolar del Cielo e salvi, e sani, havendo per queste coste ritrovati buonissimi alloggiamenti, & fatto felice, e lietamente il viaggio. Uscimmo, ottenuta licenza, di legno, & pagati i marinari si ritirassimo all’allogiamento. Otto giorni quì dimorassimo, andando tutto di a veder le meraviglie della Città, grandezza di giro, fortezza di mura, e di castelli, concorso inestimabile de Signori, e Baroni, popolo infinito, porto, Molo, Arsenale, luoghi sacri, e profani, publici, e privati, & altre infinite eccellenze, le quali ad una per una piacevano vedute, e più che mai, rivedute, sì che dal gustarle sorgeva nuovo il desiderio di rigustarle. A me quì ogni lunga dimora sarebbe stata dolcissima dimora; ma perche i compagni erano desiderosi di ritornar al suo paese, per non discordar da loro, accordassimo tutti insieme un vetturino, che ne diede tre buone mule per andar a Roma. & havendo di già fatto fine delle robbe, che più non servivano, alli diciotto Luglio, la mattina per tempo, partimmo, & andassimo a desinare a Capua, e la sera a S. Agata, a giornate ordinarie: alli 19 a desinar a Mola, la sera a Fondi. Alli vinti passati per Teracina, & riposati a Piperni la mattina, la sera smontassimo a Sermoneta. Alli vintiuno riposati a Veletri, la sera entrassimo nella Santa Città di Roma, ove restassimo per alcuni giorni, visitando con divotione molte Chiese, ringratiando sempre l’Altissimo Iddio della singolar gratia ottenuta. Di questa Città non occorre che ne parliamo, che per esser la più nominata dell’Universo, hà per suo preconiero l’Universo istesso. Quivi risiede il Vicario di Christo, prima dignità fra le humane, perche prossima alla divina. Restavaci di rivedere la Santissima Casa di Loreto; onde tolte cavalcature da soliti vetturini in poco più di quattro giornate vi arrivassimo. Io quì diedi fine all’intentione del mio Pellegrinaggio, & in quella Santissima Casa con quel più divoto modo, & affetto ch’io seppi, & potei, ringratiai Giesu Christo nel medemo luogo incarnato, delle infinite gratie concessemi d’haver navigati sicuramente tanti mari, passati illesamente tanti paesi infedeli, d’haver finalmente visitata quella Terra santa, che fù da lui eletta al suo nascere, vivere, & morire, per salute delle nostre misere anime perdute. Da quì partiti, in pochi giorni, passando per la Marca, arrivassimo a Bologna, ove i miei compagni oltramontani desiderando di ritornar hoggimai alla lor patria, doppo infiniti scambievoli ringratiamenti della fedeltà, della compagnia dell’ossequio, & dell’amore, s’inviorno verso le lor contrade, & io passando per la Lombardia, a brevi viaggi, per esser il tempo caldo, arrivai alla patria verso il fine d’Agosto 1613, ove da parenti, molti miei amici fui caramente ricevuto. Quì genuflesso, la terra humilmente baciando, resi gratie al Creator del tutto, supplicandolo, che come m’havea dato favore di visitar quella terrena, cosi alla fine mi desse gratia di salire alla Gierusalemme celeste, e goder ivi lui, che è Dio trino & uno, e lodarlo nei secoli dei secoli. Amen