Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 14

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Sonovi bellissimi Bagni, & in alcune contrade Palazzi riguardevoli di conto. I maggiori negotij stanno in mano degli Hebrei, de’ quali il numero v’è infinito, & habitano in certe contrade, chiamate Giudaica. Capitano in questa Città moltissime mercantie, che vengono dall’Indie, & d’altre parti, le quali vi sono condotte per il Mar Rosso, fino al Sues, lontano da questa Città solo due giornate. Le prime mercantie, che vi vengono dall’Indie sono Pepe, Garofali, Canelle, e altre infinite drogherie, & tanta copia di tele d’ogni sorte, che è una meraviglia. Il paese è il più fertile, & abondante, ch’io habbia veduto, & veramente può dirsi, che l’Egitto sia il giardino, il granaro, la dispensa, & la salva robba di tutto il paese del Gran Turco, & che se al Turco fusse questa parte levata, gli si levarebbe le sue prime forze, & le ricchezze maggiori che habbia. Di quest’abondanza cagione è il grande, & a niun altro secondo fiume Nilo, che può chiamarsi Rè di quanti fiumi hà il nostro mondo, havendo corso più longo d’ogn’altro; poi che nasce fino di là dalla linea Equinottiale, da origine non per anco ben nota a’ mortali . Passa per il paese de gli Abissini, & del gran Pretegiani , e d’altri infiniti, & vien a sboccare nel Mare Mediterraneo con sette bocche; genera nelle parti più alte infiniti Cocodrilli, & altri animali nocivi, ma è gran meraviglia, che alcuno di questi dicono, non essere stato veduto mai passare appresso al Cairo, che arrivando vicino al Niloscopio, ò ritorni adrietro, ò vi resti morto; e navigato per il fiume per moltissimi miglia, & vi si conducono molte mercantie da paesi altri; l’acqua è sempre torbida, ma posta in un vaso in pochissimo tempo si rischiara, & è la miglior acqua che possa bersi, abbonda a meraviglia di molte sorti di buonissimo, pesce; ogn’hanno una sol volta cresce, & cala, incominciando a crescere verso la fine di Giugno, & seguendo di giorno in giorno fino presso alla fine d’Agosto, e poi calando di mano in mano, fin che ritorna al suo luogo. Nella parte verso mezzo giorno presso al Cairo vecchio in una Isoletta nel mezzo del fiumme sorse una Colonna di marmo chiamata Niloscopio , nella quale sono segnate le misure, & vi sono persone a questo effetto dedicate, che quando cresce, ogni mattina vanno per tutta la Città gridando, il Nilo è arrivato a tanta altezza, & ciò fanno a fine che siano avertite le persone deputate conforme alla varia altezza ad andar a far tagliar del vaso, che lor tocca per inondar il paese, & ogni braccio che cresce innonda molte miglia di paese, il quale s’ammolla, e ingrassa senza fine, indi poi al tempo che cala, lo vanno coltivando, & seminando, & quasi sempre per un seminato ne raccogliono più di trenta. Quanto più cresce il fiume, tanto maggior quantita di paese inonda, & tanto più anco produce il terreno. & da questo giudicano l’abbondanza, o carestia futura. Quando cresce fino a diciotto, e più braccia, accerta d’abbondanza grandissima. Giunto al suo maggior crescimento, si taglia il vaso chiamato il Calese, che và con molti canali per la Città, & in quel tempo corrono a folta tutti a veder ove si taglia, e quel popolo per tre giorni fa tante feste, & allegrezze, che pare uscir di se stesso . In crescendo fa molti laghi, che restano poi pieni d’acqua quasi tutto l’anno, e dentro vi si piglia infinita quantità d’augelli, & altri animali, con gran piacere, oltre l’utile, di chi v’attende. Il Nilo passa vicino alla Città del Cairo verso Ponente, & sopra la riva, ove si caricano, & scaricano tutti i Navigli, vi è una parte molto habitata, detta Bulaco, con bei casamenti, & bellissimi giardini, pieni d’ogni sorte de frutti, & in particolare de gli arbori della Cascia, che sono molto ben custoditi; perche quì solo nascono, non in altro paese: l’arbore ha la scorza, & le foglie quasi come le noci, & si fa grandissimo. Tutti i Giardini s’inacquano con acqua cavata da pozzi con artificio ingegnoso d’alcune ruote, & vasi appesi, che si fanno girare da animali. Poco lontano dal Niloscopio è una Torre molto alta, nella quale vi sono alcune ruote, che con bell’artifìcio portano acqua fin’alla parte più alta, la quale di là per un’acquedotto fatto sopra infiniti pilastri, & volti corre fin’al Castello, & ivi forma diverse fontane. Quasi nel mezzo della Città campeggia una gran Piazza, che può haver di circuito intorno ad un miglio, & questo luogo si chiama le Sbechie, & quando si taglia il Calese, quivi corre, & stagna l’acqua, facendo ne luogo quasi un lago, alto tre & quattro braccia; ove con barchette si vanno quei popoli diportando, & vi pescano ancora. Quando è poi calato il Nilo, vi si asciuga, & subito vi seminano lino, & hortalitij di più forti, e prima che sia il tempo, che vi torni ad allagare, vi raccolgono due volte; ma in ogni tempo ciò che v’è seminato si può inacquare con l’acqua d’un pozzo, che è in mezzo, la quale si cava con ruote, & vasi appesi, e viene da animali girato quell’edificio . Qui appresso in una casa si mostrano alcuni forni fabricati di matoni sei per parte, & l’andito in mezzo tutto posto a volto, ne’ quali forni pongono nel luogo vicino alla terra sopra alcune stuore, in ogn’uno intorno a tre mila ova, alla metà poi dell’altezza del forno v’è fatto un solaro di certe canne, sopra le quali vi è terra, & certo letame, nel quale attaccano fuoco tanto a tempo, & sì lento, che nel corso de venti giorni se ne scuotono i pollicini, i quali poi vendonsi a’contadini, e altri, che gli allevano. Et è una cosa di molto stupore il vedere la gran quantità, che ogni giorno di questi animaletti nel detto modo si produce.

È commodissimo l’habitare in questo paese per la grandissima abondanza quasi del tutto. Il formento non arriva a trenta maidini il carico, che può portare un mulo & cosi il riso, & i legumi d’ogni sorte. La carne vi è buonissima, & i macellari la vendono senza alcun osso. I polli buoni vagliono un maidino l’uno: gli augelli selvatici si comprano a buonissima derrata; & medesimamente il pesce. Solo il Vino v’è molto caro, tra perche nel paese non s’usa, tra perche vi si conduce da lontanissimi paesi, dall’Isole del Zante, Candia, Cipro, & altre distantissime parti; & ancora perche paga di gabella vinticinque cecchini per vassello, che può esser di tenuta circa a tre carichi d’un cavallo. Solamente i Franchi ne ponno condurre, & se qualch’un di loro ne vende, lo fa pagare mezzo cecchino il fiasco. I Turchi bevono per lo più acqua, & alcuni Sorbetti fatti con zuccaro, del quale il paese è abbondantissimo. Nell’Egitto quasi mai piove: il caldo v’è grandissimo, massimamente nel mese di Giugno, nel quale vi spirano alcuni venti che durano cinquanta giorni, detti Camfijni , caldi tanto, che pare a chi gl’incontra nel volto, che accesa ardente fiamma incontri. Come la Città è sì grande, quanto habbiamo accennato; cosi per andar da un luogo all’altro vi è gran commodità; perche si ritruova in tutte le contrade tanta quantità d’asinelli, che recca a chi la vede maraviglia estrema; onde chi vuol cavalcare lo fa con puochi danari, & alcuni figlioli, che gli danno a vettura vi vengono dietro correndo. In somma sono di gran commodità ivi quegli animali: vanno benissimo, & velocissimamente. In questa Città sonovi condotti a vendere molti Gatti mammoni , Simie, durachetti, papagalli, & molte altre sorti d’animali, che vi vengono portati da lontani paesi. Raccoglievisi il frumento per lo più nel mese d’Aprile, cosi il riso, & altri legumi, & anco il lino, il quale in quel paese sommamente abbonda, ma cosi longo e bello, che ne leva il vanto ad ogn’altra del mondo. Per coltivar la terra adoprano per lo più buffali, & bovi, i quali sono grandissimi, & gagliardi. Questa gran Città è molto antica, & è sempre stata habitata da infinita gente fin al tempo dei Rè Faraoni, & fu ne’ vecchi secoli chiamata Babilonia, & Menfi . È d’aria molto buona, & mantien la gente in assai longa vita, & ha gli habitatori di bella statura, e riguardevole prospettiva. Le donne escono di rado fuori di casa, & allhora vanno coperte sopra gl’altri vestimenti con una veste di tela bianca, quasi come una camiscia. Si cuoprono di più la testa, e’l volto, portando avanti a gli occhi una benda di velo nero. Appresso al Cairo vecchio vi sono ancora li sette vetustissimi granai fatti fabricare da Gioseffo, nominati nel testamento vecchio per riporre il formento de gl’anni sette abbondanti in conserva, e per soccorso de gli anni sette di carestia, de quali fin hora si servono per mettere il fromento del paese, & sono tutti luoghi grandissimi, & scuoperti in maniera, che gli augelli vi vanno a cibarsi a suo piacere. Nella Città si fabricano infiniti tapeti d’ogni sorte, di lana, & seta, & si lavorano con bellissimo ingegno. La miglior moneta che vi si spende sono i reali di spagna, che vagliono trenta maidini l’uno: doppo i Talari d’Alemagna, che vi si spendono per vinti sette maidini: appresso i Cecchini di peso, & i Seriffi, che vi montano quaranta sette maidini l’uno. La moneta picciola è tutta di rame, & è molto pesante. Vi sono soleri, che ogni diciotto fanno uno maidino, ve ne sono ancora, che sono più grandi, e vagliono tre, & sei soleri l’uno. Da gli Hebrei si ritrova a cambiare ogni altra sorte d’oro, & argento, il quale pigliano a peso. Havendo per alcuni giorni vista una parte della Città, & de luoghi, che più celebri vi sono, facessimo risolutione con alcuni amici d’andare a vedere le Piramidi, le quali sono lontane intorno a dieci miglia dalla parte verso Ponente; & dato l’ordine facessimo provisione d’alcune cose per il vitto. L’Illustriss. Sig. Console ci concesse licenza di condur con noi due de suoi Gianizzeri per nostra guardia. Avisato dunque il Mucaro venne con gli asinelli e suoi conduttieri una mattina due hore avanti giorno per schiar in parte l’ardor del Sole: & essendo intorno a venti persone tutti montati sopra i detti somieri con li Gianizzeri avanti, tirassimo verso il Cairo vecchio, & passato con una barca il Nilo, cavalcando, in poco più di tre hore arrivassimo a dette Piramidi , che sono cinque, ma una più grande dell’altre, poste tutte in fila, a dirittura di Ponente, lontane un quarto di miglio l’una dall’altra; & per più meraviglia fondate in suolo, & paese, che è tutto sabbia, onde molto lontane da ogni materia atta al fabricare. Nella prima, che si ritrova, & è la maggiore, si può salire per di fuori, & per dentro: nelle altre non si trova apertura per salita interna, nè meno si può ascendere per di fuori, essendo fatte col pendente uguale, noi si fermassimo al piede della maggiore, la quale ha la sua entrata da una porta verso tramontana. Qui smontati, & consignati a’ mucari gli asinelli, alcuni di noi facessimo risolutione di salire per di fuori alla parte più alta, & perche ella sorge in quadro, & da tutte le parti è fatta a scaloni, concede per ogni parte salita, & in ogni modo per tutti i lati s’arriva al suo colmo, nel quale è una picciola piazzetta in quadro, d’intorno ad otto braccia di misura. Noi lasciando parte de’ vestimenti alla porta, per esser più agili, facessimo la salita per li gradi, che sono ducento e sei, d’altezza chi più, chi meno di cinque quarte l’uno, & per montarvi bisogna ben saltare. Saliti finalmente al sommo, dando per un poco respiro al fianco, e a tutto’l corpo riposo, fra tanto si ponessimo a rimirar la gran machina, che degnamente è posta nel numero delle sette meraviglie del mondo, considerando con qual arte, spesa, & con che sostegno sia stato possibile condur in quel sì lontano deserto pietre sì smisurate, & con che maestria siano state poste in tanta altezza, che nella sommità sono pietre di quatro braccia per ogni quadro, & grosse più di cinque quarte. Da questa grandissima altezza si scuopre tanto lontano, che verso Levante si vede una gran parte del Cairo, il qual pare quasi un bosco, poiché vi sono poche case, che non habbiano nel cortile arbori di palme, e altri frutti, che soprabondano d’altezza le case. Più avanti si scuoprono i monti, che sono in riva al Mar Rosso verso il Sues: da mezzo giorno si vede il gran fiume Nilo venir molto lontano, & si veggono monti altissimi. Da questa parte ancora s’offeriscono alla vista altre Piramidi, & il luogo che si chiama alle Mumie, che sono medesimamente fabricate nel deserto, verso ponente si vede se non deserto, & inhabitato paese. Verso tramontana il Nilo, che indirizza il suo corso al Mare, & molte Isole fatte da diversi corni del fiume, le quali sono fruttifere, & fertili, & per ciò chiamate Isole d’oro. Da quì pure si vede anco il deserto già habitato da tanti Santi Heremiti, & in particolare da S. Macario co’ suoi discepoli, & fin’hora vi è un Convento, ove stanno alcuni Caloieri Greci. Spesa in questa altezza quasi un’hora a riguardar intorno intorno, si mettessimo a calar a basso per li medesimi gradi fino al fondo, ove eravamo aspettati da gli altri, che non volsero far la fatica. Quì riposati per un poco, per ristoro delle gambe rotte, e tremanti per i salti fatti, facessimo risolutione d’andar per di dentro, avanti che venisse più cocente il caldo: & havendo tutti pigliata in mano una candela accesa, poi che non ha il luogo spiraglio alcuno entro, che porti luce alcuna, entrassimo per un buco fatto in quadro, & basso tanto, che per entrarvi fa bisogno ranicchiarsi, & discendendo per malagevole, e molto longa via, arrivassimo ove da una parte evvi un’ardua salita, & quì è ancora un pozzo, alto da settanta braccia, al quale si cala mettendo i piedi in certe finestre, che vi sono fatte, & nel fondo v’è una strada, ma troppo faticosa, & dicono, che per di quà s’andava nella testa d’un Idolo , del quale diremo a suo luogo. Noi usciti del pozzo, ascendessimo quella salita molto alta, e posta a volto, e fatta tutta di porfido, come di porfido è anco tutto il resto, che si vede per dentro a detta Piramide. Anticamente non vi si poteva entrare senza grandissima fatica, per esser le salite, & calate senza gradi, e diritto tutto il pendente; ma venne in pensiero, pochi anni sono, ad un Bassa d’entrarvi a vedere, & fece scalpellare, & cavar tanto che hora serve il cavato per scala, & vi si va più comodamente. Essendo arrivati noi al fine della salita, ritrovassimo una bellissima sala, tutta fatta di grandissimi pezzi di porfido, & tanto ben uniti, che pareva tutta d’un pezzo; è di longhezza quaranta piedi, di larghezza vinti, & sopra vi hà sette gran pezzi di porfido, che la cuoprono tutta. Nel mezzo della sala vi è una grand’Arca, tutta d’un pezzo di porfido, & si tiene, che chi la fece fare volesse esservi sepolto; ma non n’hebbe l’intento. Doppo d’haver ben rimirato opera di tanta meraviglia, ritornassimo per la medesima strada a calare, & ritrovassimo ancora un’altra camara posta a volto, ma non v’era dentro cosa alcuna. Vi sono ancora altre strade, ma che non mostravano cosa più che tanto stabile, solo ne venivano all’improviso incontro strepitando con l’ali, vedendo il lume, pipistrelli sì grossi, che alcune volte ci davano nei lumi, & nel petto con non poco nostro timore.

Dopo d’haver ben veduto, e rimirato il tutto, ritornassimo al di fuori, ove eravamo aspettati da’ compagni, che ci havevano in tanto apparecchiato il cibo. Quì si trattenessimo in riposo, e ragionamento più d’un’hora, & da chi più volte era stato in questo luogo, & c’haveva misurata la Piramide, ci fù asserito, ch’era alta ducento sessanta otto braccia , di Venetia, e che altretanti n’haveva nel suo primo piano per ogni quadro: & perche il Sole era vicino al punto del mezzo giorno, & batteva quasi a perpendicolo sopra la Piramide, onde non porgeva ombra alcuna, & era troppo cuocente il caldo, facessimo risolutione di far ritorno. Prima nondimeno andassimo a vedere lontano intorno ad un quarto di miglio, una sì gran testa di pietra, che all’ombra sotto il mento stavano sei persone a cavallo, & dicono esser stata anticamente d’un’Idolo, & che parlava. Hora vi si vede chiusa la bocca, rotto il naso, spezzata l’una e l’altra orecchia , indi voltassimo il viaggio verso il Cairo, ove al tardo stanchi giungessimo, & arsi dal Sole. Pochi giorni doppo andassimo con alcuni a vedere l’altre Piramidi, che si chiamano alle Mumie, le quali sono lontane dal Cairo circa 18 miglia; ove arrivati, pigliassimo con noi alcuni huomini d’una Villa ivi vicina, i quali fatto loro dono d’alcuni pochi dinari, ci apersero certe tombe, cavandone alcune di quelle Mumie, che sono corpi di huomini molto antichi, i quali quando morivano, perche si conservassero, erano unti con un licore, che pare pece; & poi accolti, & avolti in molte tele, & cosi sotterrati. Noi, havendo fatto disfarne alcuni, ritrovassimo tuttavia i corpi cosi interi, che vi si vedeano infin l’ongie sopra le deta, e la pelle, & ogn’altra minutia. Ritrovassimo ancora sopra i corpi loro alcune Imagini di terra verde a similitudine d’Idoli. Le Piramidi per esser simili all’altre, per brevità tralascio il dire come fussero. Il dì seguente ritornassimo alla Città, ove per alcuni giorni havessimo dolce conversatione con quei Sig. mercanti, e godessimo in particolare la honoratissima, & humanissima prattica dell’Illustriss. Sig. Console, che ci si mostrò desideroso di far che vedessimo tutte le cose più degne, & di più notabil memoria di quel paese. Vivevamo inqueti per brama d’andar al memorabile, e sempre famoso Monte Sinai, ove Mosè hebbe le Tavole della legge da Dio, & ove riposa il Corpo di S. Caterina Vergine, & martire; ma perche non vi era Caravana, & il caldo era sì grande, che ci toglieva la speranza di poterlo sofferire colà negli aperti diserti; perciò a prudente & affettuosa persuasione di molti tralasciassimo quell’andata, contenti dell’informatione, che ne pigliassimo; & fù tale l’informatione, che l’andata si fa per deserti verso Levante, passando verso il Mar rosso: che in otto, overo dieci giornate sopra Cameli vi si arriva: che ivi riposati due, ò più giorni secondo la stanchezza, in altre tante giornate si ritorna: che bisogna portar seco monitione per vivere, nulla trovandosi nè pure un poco d’acqua in quel viaggio. Ma ritornando a parlar del Cairo, in questa gran Città per difender le ragioni de’ Franchi vi sono mantenuti due Consoli, uno dal Christianissimo Rè di Francia, e uno dalla Serenissima Signoria di Vinegia, & stanno in due contrade vicine all’habitar di tutti i mercanti di tutte le nationi d’Europa, & ne’ loro bisogni gli difendono, & gli fanno ragione, & questi sono molto stimati, & tenuti da tutti in gran riputatione. Vanno vestiti di vesti longhe di scarlatto, & gli è concesso cavalcar per la Città sopra cavalli, cosa che ad ogn’altro Christiano è vietata: e bisogna, sia chi voglia Christiano, che vada sopra asini, & incontrandosi nel Bassa, overo altri principali, & alcuni suoi Musti, & Santoni, che anco da questi subito smonti, fin tanto che siano passati, se non vuole ricevere qualche ingiuria da Turchi. In questa Città vi sono infiniti luoghi, ove si beve il cave, & tabaco, & ove fanno i loro tripudij sempre, ma in particolare al tempo del suo Aramadam, come si costuma in tutta Turchia. Per esser questa Città in luogo piano, & calculata sotto li vintinove gradi , patisce di grande arsura, & caldo, & le contrade sempre sono piene di polvere; ma vi sono molti, che con Cameli portano acqua, & vanno bagnando per ogni luogo, per rinfrescarvi in parte. Hora essendoci noi quì fermati più di quindici giorni, desiderosi di far ritorno alla Patria, pigliassimo congedo dall’Illustriss. Sig. Console, ringratiandolo infinitamente de i tanti favori, & singolari cortesie ricevute. Ringratiassimo molti amici ancora della cara, & amorevole compagnia tenutaci, & pigliassimo una barca a posta, con pagare dodici reali, & ancora un Gianizero per nostra sicurezza, con dargli sei cecchini. Potevasi far tal viaggio con manco spesa, andando sopra le Barche ordinarie; ma perche vi è sempre gran folta di gente, & vi si patisce fuor di modo, bisognando stare scoperti a tutti i colpi del Sole, fussimo consigliati di far nel modo detto. Hora dunque l’ultima festa della Pentecoste a punto, mandate le nostre robbe, e provisioni al Nilo, sei in numero, cioè, il R. Padre Commissario, i tre Pellegrini oltramontani, & noi altri due cavalcando s’inviassimo verso Bulacco, accompagnati quasi da tutti quei Sig. Mercanti. Ivi giunti, e fatti gli ultimi abbracciamenti, con vicendevoli segni di reciproco amore, montassimo in Barca, & perche non spirava vento, i Marinari data mano a’ remi, spinsero il legno al viaggio, & cosi navigassimo felicemente per quel fiume, che si può giustamamente chiamar Prencipe d’ogn’altro fiume, havendo oltre l’altre doti reali, da tutte due le parti infiniti Villaggi, & facendo molte Isole tutte fruttifere, & abondanti in modo, che a ragione hanno sortito il nome dell’Isole d’oro. In questo viaggio si trova quanto può esser necessario al vitto, trattone il vino; ma noi di questo n’havevamo fatta la provisione nel Cairo. Continuassimo felicemente il viaggio, dando a riva solamente su’l tardi, presso a qualche casale, dormendo però la notte in barca, ma nel tempo del dormire dividendoci le veglie, per non esser molestati da’ ladri, che frequenti insidiano all’haver di chi passa. Noi lasciando a man destra il Canale, che và a Damiata, seguimmo la seconda dell’altro, che ne condusse alla Città di Rosetto , ove arrivassimo, doppo la nostra partita il quinto giorno. Quì appresso una parte del Nilo si scarica nel Mare, & vi vengono molti vaselli dall’Arcipelago, Greci, & molti Caramusciali Turcheschi, caricando munitione di grano, pesce, & altre mercantie. In questa Città pure vi risiede un Viciconsole per i Franchi, che riceve, & spedisce le mercantie, che vengono, e vanno in Alessandria. Noi v’arrivassimo doppo il mezzo giorno, ricevuti cortesemente dal detto Signore, il qual sapendo il nostro desiderio, subito fece venire un Mucaro, che ne diede mule per cavalcare, & sopra alcuni Cameli caricando le nostre robbe, e avanti inviatele per fuggire il gran caldo del giorno, deliberassimo cavalcar la notte. & cosi havendo preso riposo fin verso sera, montassimo a cavallo tutti sei co’l Gianizero, & cavalcando quasi sempre in spiaggia di Mare, in poco più di cinque hore arrivassimo ad un Cane, chiamato la Badia, il qual’è a mezzo il camino, ivi fatto per necessario riposo de’ passaggieri, che in tutto questo viaggio altro luogo non si ritrova, smontassimo, & doppo il riposo di tre hore, nel quale i Mucari rinfrescarono le cavalcature, rimontassimo, & passati con una barca un corno d’acqua largo un tiro di mano , cavalcassimo a luce di Luna, tanto che nel far del giorno si ritrovassimo ove si lascia il Mare, & s’entra per un deserto, ma diverso da gli altri, perche è popolato di molti arbori di Palme, & Carobbe, e d’altri frutti. In questo deserto si pigliano i Camaleonti terrestri, che altrove non si trovano: sono questi animali simili alle lucerte, ma più grossi ben sei volte di più, & hanno la bocca larga, ne fanno alcun dispiacere, e vivono d’aria ; ne fù da un Mucaro preso uno, & da tutti tolto in mano, & notato chiaro come cangiava colore, parendo hora nero, hora verde, & hora d’altri colori; dopò la partita della Badia arrivassimo in cinque hore in Alessandria in giorno di Dominica a mezza mattina, & alloggiassimo della compagnia gl’Oltramontani dal Viceconsole di Francia, & noi col Padre, nella Casa ove stà il Viceconsole di Venetia, & ove anco si riducono tutti i Mercanti, quando vanno a ricevere le robbe delle Navi. Questa gran Città che fu fatta fabricare dà Alessandro Magno, e perciò chiamata dal suo nome, ove hanno regnato tanti Ré, nei porti della quale sono state tante armate, nella quale i Romani mantenevano tanti esserciti, hora è tutta distrutta , disabitate, le case, le muraglie cadute, & in somma hora pare una rovina di pietre, che move meraviglia, e compassione & la Città è ridotta a due Bazzarri, ne’quali si vendono robbe per il vitto, & altre mercantie. Sonovi però due belli, & gran porti, & in mezzo, sopra a certi scogli aiutati con l’arte, vi è fabricato un nobile e ben forte Castello alla diffesa de i Porti, in uno de quali chiamato il porto vecchio, stanno le Galere de Turchi, & nell’altro, che è più verso Levante, stanno tutti i vascelli da vela, tanto de Turchi, quanto de Christiani, & questo è Porto franco per tutti i vaselli di mercantie dei Prencipi, che hanno ò pace, o tregua col Turco. Havendo preso riposo nell’hore più tediose del giorno, andassimo verso la sera con alcuni amici fuori della Città al porto, per veder le Navi, & informarsi se ve ne fusse alcuna di partenza, & trovassimo che de Christiani vi erano solo due Bertoni Venetiani, puochi giorni avanti giunti in quel porto, & una Setia di Marsilia approdata il giorno stesso, & una picciola Polachetta, che era a picco per partirsi, e navigar verso Messina. Altri vasselli Christiani non erano in porto, che puochi giorni avanti se n’erano partiti. Si fermassimo a rimirar gli altri vasselli che ivi erano, & in particolare i gran Bertoni, che portano ogn’anno il grano a Costantinopoli, & molti altri, che caricano per diverse parti di Turchia. Fuori della Città tra gli Porti è un bel borgo di molte Case, & un bazarro, ove si vendono diverse mercantie, & per esservi miglior aria che nella Città, molti vi si vanno ritirando, & fabricando. Ritornassimo a Casa pensosi e pendenti, poiche bisognava far risolutione ò di passar sopra la picciola Polachetta, ò d’aspettar tre mesi, tanto che i Bertoni Venetiani fussero carichi; e l’uno, & l’altro de i partiti riuscivaci travaglioso. In andando ogni uno disse la sua opinione, tanto che giungessimo al luogo del riposo, pensando però ogn’uno la notte al fatto suo. La mattina seguente andassimo tutti a vedere le ruine della Città, & tra le altre ne furono mostrate appreso le Mura, dalla parte del Mare due Aguglie di porfido gieroglificate, delle quali una è tuttavia in piedi, l’altra giace per terra, & ambedue sono d’assai maggior grandezza, & bellezza di quante ne vanta Roma. Andassimo ancora fuori della Città sopra asinelli intorno a quattro miglia, al Palazzo, ch’anticamente fece fare con tanta spesa, & architettura, la Regina Cleopatra. Ma che non può il tempo? hora questo e tutto distrutto, & di ciò non si vede altro, che alcune parti de i pareti, che erano intorno; il Porfido, le Colonne, le Statue, & ciò che v’era di stima n’è stato levato. Di là ritornassimo verso la Città per alcuni giardini assai fruttiferi, essendo ancora tutto il paese pieno di boschetti di cappare, che rendono bella vista, & buon odore. Arrivati appresso la Città dalla parte verso ponente vedessimo in una collinetta la gran Colonna, che fu piantata in memoria di Pompeo Magno, chiamata fin hora la Colonna Pompeana, tutta di porfido, havendo ancora il suo piede in quadro di porfido maraviglioso, per esser il pezzo si grande. La Colonna di longhezza, & grossezza supera qual si voglia delle Romane, ne altrove ne ho veduta alcuna pari, essendo tutta d’un pezzo, & d’altezza da vinti braccia, di circuito più di otto; veramente è ammiranda, degna del nome a chi s’eresse, & atta a mantenere a i posteri come fa, le sue glorie. Ritornati nella Città fussimo condotti alla Chiesa di S. Marco, ove un tempo riposò il corpo di quel Santo, offitiata da Caloieri Greci. Mostrasi anco il luogo, ove fù decapitata la gloriosa Vergine, e Martire S. Caterina, di cui poi il corpo fu mirabilmente dagli Angioli trasportato nel S. Monte Sinai. Ridotti tutti a i suoi allogiamenti, verso sera fussimo insieme per la deliberatione d’andare ò pur restare, sopra che molto si discorse. Il Reverendo Commissario disse, di non voler in modo alcuno porre a rischio la sua vita per si alto, & pericoloso Mare, sopra vasello si picciolo, & mal armato. Il mio compagno si risolse usar l’opportuna occasione, & con le galere turchesche della guardia di Rodi, passar nell’Arcipelago, & di la in Costantinopoli. Li tre oltramontani più pratichi de maritimi viaggi, dissero non esser da perdere l’occasione di navigar con il vasello benche picciolo, poiche i piccioli sono più agili, e veloci, & in tempo di Està per esser li venti scarsi, vanno prima, che i grandi. Io m’accostai a questa opinione, e tanto più che’l restar in questo paese mi pareva molto strano, & per la puoca conversatione che vi s’ha, & per la molta molestia, che da i Levanti di galera sempre vien fatta a christiani: oltre che io era informato, che nel mese d’Agosto vi si patisce una febre tanto maligna a chi non è uso nel paese, che la persona tormenta gli anni intieri. Cosi risoluti tutti quattro la matina seguente andassimo dal Viceconsole di Francia, al quale stava a spedir il vasello, pregandolo ci volesse concedere d’esser levati sopra la Polacchetta , ò Settia, che stava di partita, il quale tutto cortese, e benigno si proferì di parlar col patrone, & far in modo ch’ei ne levasse, come fece. Mando dunque subito per lui, & venuto gli notifico il nostro, e suo desiderio; n’accolse volontieri il Padrone, con patto che gli donassimo dodeci dople di Spagna fra tutti quattro. & n’avisò, che facessimo far la nostra provisione per il vitto, mandando il tutto alla Nave, che voleva partire quanto prima. Noi ringratiato il Sig. Viceconsole del favore andassimo a far le provisioni solite di biscotto, formaggio, galine, ovi, lingue salate, Botarghe , & diverse sorti di frutti, ogni cosa mandando alla Nave, come anco tre Barili di buon vino dal Zante, che ricorsi ai due Bertoni Venetiani ivi comperassimo. La mattina per tempo il sei di Giugno, che fu il glorioso giorno del Corpo di Christo doppo d’haver sentita la santissima Messa, presa licentia da gli amici, andassimo al Porto, ove col batello passassimo alla nostra Nave. Io vi fui accompagnato da molti amici, & in particolare dal mio tanto amato, & fido compagno, fra’l quale, & me passate le dogliose ultime accoglienze, non senza lagrime restando uniti i cuori separassimo i corpi. Li Marinari serpate le ancore, & fatto vela del trinchetto di Gabbia , a puoco, a puoco sortiti dal porto spinsero la Nave in alto Mare, & spiegate le altre vele spirando il vento da Ponente garbino in puoco tempo perdessimo di vista la terra, & perche il vento non era troppo per noi, si navigava di orza con la borina . Erano sopra la Polacchetta otto Marinari, & il Mozzo , & quattro Mercanti Armeni, che conducevano alcune mercantie a Messina, ove havevano le sue famiglie, e noi altri quattro Pellegrini. Puochi erano erano di numero i Marinari, ma tanto più esperti, e pratichi, e più che tale era in particolare il patrone huomo di gran valore, & saputa: il Peota valeva molto, come molto pratico, & assuefatto a questa navigatione, essendo stato più volte con diversi vaselli in quasi tutte le coste di questo Mare. Tutti in somma erano di gran cervello, e bene intendenti e de i siti, e de i venti, e del cielo, e del Mare, e dell’arte del navigarlo, & havevano le sue carte, & altri stromenti nautici. Il vasello era di portata d’ottanta botte , & era carico di lino, & corami verdi, havea le bocche porte ben serrate, e turate con la pece, il vento si metteva hora da Ponente, hora da Maestro, soffij tutti al nostro viaggio contrarij, si che avanzavamo puoco, & havendo navigato cinque giornate si trovassimo a vista di terra, & dal Peota ci fù detto che eravamo a capo di Lucho nella costa di Barbaria . Subito il Patrone fece pigliar l’altro abordo, & voltar la prora verso tramontana, & spirando Maestro gagliardo, doppò quattro giornate fu veduto un nembo, & giudicato che fusse sopra terra nell’Isola di Rode, overo Scarpante, & ce ne diede il saggio; che il vento con furia terribile sboccava fuori della bocca dell’Arcipelago, e portava l’onde sì impetuose, & alte che alcune volte passavano sopra coperta, versandoci adosso un nembo pieno d’acqua; onde e da di sopra, e da i fianchi il vasello faceva acqua più del solito. & fu a tutti veramente quella giornata con la notte seguente di grandissimo travaglio; e non vi fù che non portasse in fronte il timor della morte. Si levò poi da Greco un vento che havendo fatto il Patrone voltar la prora verso Ponente navigando d’orza sì gagliardamente, che in puoco più d’un giorno, & d’una notte, si ritrovassimo alla vista del Gozzo, Isola di Candia. Ma il vento cessò, & si voltò da Maestro, vento al tutto contrario, onde bisognò navigare orzando con la borina, con la prora per lebecchio, e in quattro giornate ci accorgessimo esser ritornati alla vista della costa di Barbaria, a Capo Buon andrea , loco ove sogliono esser bonaccie, ma pericoli di fuste . Era nella guardia della diana , quando fu questo scoperto, & il mare si fece tanto tranquillo, che a tutti dava travaglio dubitandosi, per esser il luogo pericoloso de Corsari, che non fussimo da qualche Bregantino scuoperti; quando nel levar del Sole si mosse vento assai fresco da Ponente, si che voltava la prora per tramontana si navigò con l’istesso da quattro giornate, & il Peota, & altri giudicorno che fussimo puoco lontani da vista di terra, verso la Morea. & perche quelle parti sono sempre piene de Corsari, non volsero scorrere più avanti, & rivoltorno la prora a ponente garbino, essendosi ancora voltato il vento in Maestrali, & per esser qui il Mare più spatioso che sia in ogni altro luogo del Mar mediterraneo, si stette molto su le volte, & il vento tall’hora ci favoriva di voltarsi per tramontanella, e per li suoi quarti, & tall’hora si restava in calma, tanto che la Nave non si moveva punto , & questo era il tempo più tedioso, noioso, & penoso d’ogn’altro; poiché l’ardor del Sole ci percoteva si forte, che pareva voler abbrusciare l’istessa nave, e i corpi a noi si fattamente coceva, che a pena si puoteva haver il fiato. La sete facevasi insopportabile, e ’l vino, perche caldissimo, atto più tosto ad accenderla, che a mitigarla. Pure la notte ci porgeva qualche ristoro. Erano già venti giorni che eravamo scorsi per Mare senza mai vedere una vela, quando la sera verso il tardo, dalla guardia di gabbia fu scoperta venir una vela dalla parte di tramontana, & havendo dato aviso, il patrone dubitando di qualche rio incontro, essendo vento gagliardo da Maestro, fece tuor l’abordo per Garbino, & si levò di strada, & l’altro vasello, havendo il vento in poppa, andò al suo viaggio e presto ci si tolse di vista. Si ritornò a navigare di borina con ogni arte, & ingegno, tanto che nell’alba, che fù il giorno della vigilia dei Santi Apostoli Pietro, & Paolo, fù visto il fumante Mongibello . Quì tutti lieti ringratiassimo il sommo Creatore, che ci havesse condotti a vista di terra de Christiani, & navigando con puoco vento, da tramontana con la prora per Maestro, arrivassimo appresso a capo Spartivento , & mentre costeggiavamo verso il capo dell’arme, luogo molto frequentato da Corsari, furno visti due vaselli star su le volte appresso alla bocca del Faro: all’hora il patrone insospettì molto, & a suoi cenni subito si rasettorno le periere , & gli archibugi, & le altre arme alla diffesa. Si che quando credevamo esser arrivati quasi in salvo, eccoci nel maggior pericolo. In questo caso, per pigliar il miglior rimedio, s’andò co’l vasello, quanto più fu possibile, vicino a terra, & questo fu che ci salvò, & ancora si libò il batello da quella parte per puoter in occorenza almeno salvar le persone in terra, & rifugir nei monti vicini. I due vaselli che ci havevano scoperti, de quali uno era assai grosso, & l’altro era una Tartana , come è il consueto quasi di tutti i corsari, venivano quanto più puotevano verso noi per pigliarne in mezzo, ma andò loro fallito il pensiero, che il suo Bertone, essendo troppo grosso, non poteva avicinarsi tanto a terra: la Tartana venne molto vicina, il che vedendo ridusse quasi a disperatione questi mercanti di puoter salvar la robba, che havevano sopra il vasello; noi nondimeno non mancavamo di confortarli, & inanimarli, assicurandoli di non abbandonar il vasello fin che havessimo vita. Et perche vedevamo, che il vasello grosso non poteva danneggiarci non dubitassimo punto: anci essendosi la Tartana molto appressata, il nostro patrone fece poggiare, & con un tiro della Periera di poppa incominciò a salutar il nimico, e poco mancò, che non lo cogliesse. La Tartana. havendo visto, che non poteva venirle il Bertone appresso in soccorso per combattere, & che sola non haveva forze bastanti, stava in forsi di ciò c’havesse a fare. Vedendo questo il nostro Patrone scaricovi contra altre cannonate: ella con un tiro solo rispose, poi diede volta & si accostò al suo Bertone, & tutti due i legni andarono altrove. In questo mentre si andava navigando, & appressandosi alla bocca del Faro, ove arrivassimo ad un’hora di notte, & essendo la crescente per noi, entrassimo, & in poche hore passassimo Reggio Città nella costa di Calabria, & con l’aiuto d’Iddio la mattina della festa de’ Gloriosi Apostoli si ritrovassimo a vista del bel Porto, e della Città di Messina. Qui dato fondi, si salutò con tiri di tutte le Periere, & si mandò lo Scrivano per haver pratica, & per poter entrar in Porto; ma i Signori deputati alla Sanità non vennero fino al doppo pranso, i quali havendo viste le nostre fedi, & inteso, come erano vinticinque giorni, che mancavamo d’Alessandria, & che eravamo tutti sani, datone anche di ciò giuramento, ne diedero licenza d’entrare, & pratticare in ogni luogo . Subito facessimo scaricare le nostre robbe, & pagato il Patrone, che ne ringratiò senza fine della buona compagnia fattagli, & delle cortesie usategli, smontassimo, e andassimo ad’allogiare a camera locante. Riposati, & ricreati per longa pezza andassimo ad una Chiesa, ove ringratiassimo co’l più humile, e divoto affetto, che puotessimo, l’Altissimo Iddio, che ci havesse da paesi infedeli, per tanti, e si pericolosi mari salvi, e sani condotti a paesi christiani; il che fatto ritornassimo all’albergo. Il giorno seguente tutto fu speso in rimirar la Città, la quale è assai populata, ornata di bellissime Chiese, palazzi, & fontane; il porto rispetto a quanti n’ho veduti lo stimo incomparabilmente bello, sicuro da ogni vento, & comodo per caricar ogni vasello; havendo ancora sopra la Città alle sue diffese Castelli riguardevoli, e forti. Taccio io qui le lodi di questa, & dell’altre Città, e dell’Isola tutta non mancando loro famose, e penne, e lingue, che ne riferiscono l’eccellenze. L’altro giorno uno de compagni il qual era Cavagliere della Religion di Malta, havendo ritrovata una Filucca della religione, che stava sul partire per l’Isola con alcuni altri Cavaglieri, deliberò non perder l’occasione, bramoso di riveder i suoi amici, & fatti a noi infiniti complimenti di cordialissimo amore, da noi altresi vicendevolmente con puro affetto ringratiato, & con ogni honorata tenerezza accompagnato al Porto, s’imbarcò, & se n’andò al suo viaggio. Anche noi qui ritrovassimo una Filucca di ritorno per Napoli, & impatienti hoggimai di più lunga dimora l’accordassimo per tal viaggio in vintiquattro ducati fra tutti con le nostre bagaglie, con patto che non levasse altri il giorno seguente che fu alli tre di Luglio la mattina dopò l’haver sentita la sacrosanta Messa s’imbarcassimo, & navigando per la costa della Calabria, la sera arrivassimo a Trobeia , che dicono esser lontana da Messina sessanta miglia: l’altro giorno navigassimo senza riposare fin’a Mantea , corso di sessantaquatro miglia incirca. Il giorno seguente, che fù alli cinque Luglio, a mezzo giorno giungessimo a Paola. Quì uscimmo dal legno per veder e riverir il luogo, & Convento, ove habitava San Francesco di Paola. Dopo pranso seguitando la navigatione, la sera fummo a Belvedere, lontano da Mantea cinquanta miglia. Alli sei detto navigando al solito a mezzo giorno smontassimo alla Scalea: la sera a Pavolenuda , viaggio di settanta miglia. Alli sette continuando, ad hora di pranso Ceriola ci accolse, terra che è nella provincia di Basilicata, ove soggiornassimo il resto del giorno per haver a passar il Golfo. Alli otto varcassimo il Golfo di Salerno, & la sera smontassimo a Conca, terra del Napolitano, viaggio che tira sessanta miglia. Alli nove pasassimo appresso l’Isola di Crapa , & alquanto prima del cader del Sole pervenimmo alla celebre, grande, e veramente Regia Città di Napoli, tutti per gratia particolar del Cielo e salvi, e sani, havendo per queste coste ritrovati buonissimi alloggiamenti, & fatto felice, e lietamente il viaggio. Uscimmo, ottenuta licenza, di legno, & pagati i marinari si ritirassimo all’allogiamento. Otto giorni quì dimorassimo, andando tutto di a veder le meraviglie della Città, grandezza di giro, fortezza di mura, e di castelli, concorso inestimabile de Signori, e Baroni, popolo infinito, porto, Molo, Arsenale, luoghi sacri, e profani, publici, e privati, & altre infinite eccellenze, le quali ad una per una piacevano vedute, e più che mai, rivedute, sì che dal gustarle sorgeva nuovo il desiderio di rigustarle. A me quì ogni lunga dimora sarebbe stata dolcissima dimora; ma perche i compagni erano desiderosi di ritornar al suo paese, per non discordar da loro, accordassimo tutti insieme un vetturino, che ne diede tre buone mule per andar a Roma. & havendo di già fatto fine delle robbe, che più non servivano, alli diciotto Luglio, la mattina per tempo, partimmo, & andassimo a desinare a Capua, e la sera a S. Agata, a giornate ordinarie: alli 19 a desinar a Mola, la sera a Fondi. Alli vinti passati per Teracina, & riposati a Piperni la mattina, la sera smontassimo a Sermoneta. Alli vintiuno riposati a Veletri, la sera entrassimo nella Santa Città di Roma, ove restassimo per alcuni giorni, visitando con divotione molte Chiese, ringratiando sempre l’Altissimo Iddio della singolar gratia ottenuta. Di questa Città non occorre che ne parliamo, che per esser la più nominata dell’Universo, hà per suo preconiero l’Universo istesso. Quivi risiede il Vicario di Christo, prima dignità fra le humane, perche prossima alla divina. Restavaci di rivedere la Santissima Casa di Loreto; onde tolte cavalcature da soliti vetturini in poco più di quattro giornate vi arrivassimo. Io quì diedi fine all’intentione del mio Pellegrinaggio, & in quella Santissima Casa con quel più divoto modo, & affetto ch’io seppi, & potei, ringratiai Giesu Christo nel medemo luogo incarnato, delle infinite gratie concessemi d’haver navigati sicuramente tanti mari, passati illesamente tanti paesi infedeli, d’haver finalmente visitata quella Terra santa, che fù da lui eletta al suo nascere, vivere, & morire, per salute delle nostre misere anime perdute. Da quì partiti, in pochi giorni, passando per la Marca, arrivassimo a Bologna, ove i miei compagni oltramontani desiderando di ritornar hoggimai alla lor patria, doppo infiniti scambievoli ringratiamenti della fedeltà, della compagnia dell’ossequio, & dell’amore, s’inviorno verso le lor contrade, & io passando per la Lombardia, a brevi viaggi, per esser il tempo caldo, arrivai alla patria verso il fine d’Agosto 1613, ove da parenti, molti miei amici fui caramente ricevuto. Quì genuflesso, la terra humilmente baciando, resi gratie al Creator del tutto, supplicandolo, che come m’havea dato favore di visitar quella terrena, cosi alla fine mi desse gratia di salire alla Gierusalemme celeste, e goder ivi lui, che è Dio trino & uno, e lodarlo nei secoli dei secoli. Amen

NOTE

Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo.
Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni.
Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici.
 Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto.
 Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi.
 Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta.
 Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”.
 Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia.
Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima.
 La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino.
Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza. 
 San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi.
 Chiaro riferimento alla sfinge di Giza.
 La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base.
 La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.

Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.

 Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria.
 Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria.
 È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria.
 Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km.
 Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882).
Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente).
 La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo.
 Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale.
 In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone.
 Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso.
 Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”.
 Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento.
 La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso.
 Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo.
 La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita.
 La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata.
 Barberia, attuale Maghreb.
 Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia).
 La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit).
 La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino.
 Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra. 
 Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico.
 Etna.
 Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria.
 Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit).
 La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi.
 Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo.
La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli.
 Tropea.
 Amantea.
 Palinuro.
 Acciaroli, attualmente in Campania.
 Capri.
 Banditore, araldo.