Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 5

Da EFL - Società Storica Lombarda.

Torna a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 4


PELLEGRINAGGIO Di Gierusalemme.

di

Gio. Paolo Pesenti.

LIBRO. II


Giunti noi con l’aiuto di Giesù Nostro Signore in Gierusalemme, sani e salvi, la prima sera diedero ordine li R. Padri di far la Processione, & a tutti i Pellegrini, come è l’usanza, lavati prima i piedi dal Padre Angelo da Messina, qual havendo sofferto le fatiche più de vinti anni continui in servitù di quelli Santi luoghi, meritò da Sua Santità essere eletto dignissimo Guardiano, & da un altro asciugati, & da tutti gli altri altri Padri cantanti Salmi in processione, in passando con genuflessione baciati, ci diedero poi una candela in mano accesa, & ci condussero in processione a visitar la Chiesa cantando il Te Deum laudamus [68], & altri himni alli tre Altari, che sono fatti a somiglianza di quelli, che erano nel Santo monte Sion, il maggiore in memoria dello Spirito Santo disceso sopra gli Apostoli, & qui si cantò Veni Creator Spiritus [69].

Quello che è posto a mano destra eretto in memoria dell’ultima Cena celebrata da detto Signor con suoi Apostoli, all’hora che instituì il Santissimo Sacramento dell’Eucharestia, & quì si cantò il Pange lingua [70].

E’l terzo che è a mano sinistra, rappresentante il loco, ove Christo, Signor nostro, doppo la sua gloriosissima resurettione a porte chiuse a gli Santi Apostoli apparve, quando S. Tomaso toccò le sue Santissime piaghe, & quì si cantò, il Salmo Exultet Caelum laudibus [71]; a tutti quali Altari è di continuo Indulgenza Plenaria, a chi confessato divotamente vi dira un Pater, & una Ave Maria.

Finita questa processione, andassimo a riposare, & dormire, essendo già quatro settimane, che non havevamo spogliati i drappi di notte mai, ne meno dormito sopra letti. La mattina seguente, che fu alli tre d’Aprile, giorno del Mercordi Santo, perche la Domenica delle palme il R. Padre Guardiano, per esser amalato, non haveva potuto andar in Betefage [72], a far la cerimonia rappresentante la venuta di N. Sig. in Gierusalemme, da Betfage alla Città sopra un’Asina, all’hora che’l popolo con acclamationi, palme, & Olive facendovi tapezzaria sotto i piedi di fronde, & di vestimenti in segno di riverenza, & allegrezza, l’accolse, & accompagnò, si risolse andarvi questa mattina, che però levati per tempo molti Padri & i pellegrini vi si andò.

Arrivati al loco, ove già era la villa di Betfage, hora tutta distrutta, il qual loco è nel monte Oliveto, & letto l’Evangelo, Dominus appropinquasset, Jesus Hierosolymis, & venisset huc Betphage ad montem Oliveti etc [73].

Mandati due Frati a pigliar l’Asina, sopra d’essa montò il detto Padre Guardiano seguendolo noi tutti cantando orationi, & gittandogli palme, & le nostre vesti sotto a piedi, & questo fin’appresso le mura della Città, ove è la Porta Aurea [74], per la quale Giesù Christo entrò, c’hora è murata, & di se mostra la sola forma. Quì dato fine alla processione, ritornassimo al Monasterio [75], parte per una via, parte per l’altra, per schifare i rumori.

Subito che si hebbe desinato venne il Truciman maggiore, che si chiama M. Annà, & adimandò, che tutti i Pellegrini dovessero pagare secondo il solito al Sangiacco i Cafarri, che poi ne haveria fatto aprire la porta della Chiesa del Santo Sepolcro [76]. Fu scritto ad uno per uno il nostro nome, & bisognò dar quatordeci cecchini per persona, pagamento che si fa parte per l’entrar nella città, & parte per l’entrar nella detta Chiesa. Havendo tutti pagato il tributo, s’aspettò che l’interprete ritornasse dal Sangiacco per la chiave, preparandosi fra tanto molti Padri, & i Pellegrini per andar al tempio. Poco doppò venne il Sangiacco con le chiavi, & aperto ci lasciò entrar tutti: indi chiusa la porta, e trattenute dall’istesso le chiavi, noi altri pellegrini ritrovandosi in questa Santissima Chiesa, a niuna altra seconda, ammirabondi, & attoniti nel pensar al luogo, ove eravamo, per allegrezza, anco, & per giubilo non sapevamo quasi che fare.

Di che avedutosi un R. Padre molto divoto, & prattico de’ Santi luoghi di questa Chiesa, venite, disse, meco, che vi mostrero il tutto, & narrerovvi come questa Chiesa sia governata, & da chi. Et prima ne condusse alla Sacrestia di dove si va per certi luoghi, che servono per albergo, & anticamente v’era un Convento. Questa Sacrestia è fatta nel luogo ove N. Signore doppo la sua gloriosa Resurettione prima che ad ogn’altro, apparve alla afflittissima sua Madre [77], & vi è un bellissimo altare, ove si celebra, & ha dai lati due Capellette in una delle quali, posta a man destra, era riposta altre volte in un loco serrato sopra ad’un altare una parte della Santissima Croce, ma a certo tempo, che furono fatti prigioni per una persecutione tutti i R. Padri, havendo lasciati questi Santi luoghi in guardia degli Armeni, essi ne levorno detta parte di Croce, & se la portarono in Armenia. Alla sinistra v’è un’altra simile Capelletta con l’altare, sopra’l quale quale è una finestra con una ferrata, per cui si vede una parte della Colonna [78], ove fu legato, & flagellato Nostro Signore, che è di rosso marmo. Quì questo R. Padre mentre, si apparechiavano tutti per dire il Santo offitio, disse come in questa Santa Chiesa, stavano sempre al governo sette sorti di Religioni Christiane, Franchi, intendendo per questi tutti i Christiani d’Europa, Greci, Armeni, Giorgiani, Siriani, Cossiti detti Giacobiti, & Abissini: che tutti n’hanno qualche particolar luogo in governo, tratenendovisi di continuo, e che era stata edificata da Santa Elena Madre di Costantino Imperatore.

La parte, che molto grande soprasta al Santissimo Sepolcro, e di forma ritonda, simile a Santa Maria rotonda in Roma con molte Colonne di porfido, sopra le quali vi girano loggie, & vi da lume un’ampia fenestra, pure di forma ritonda, la quale s’apre in mezzo alla Copola, che è formata da cento, e trenta due travi. Fa poi dalla parte verso levante una gran nave, che rinchiude in se molti altri luoghi Santi, & in particolare la parte del Santo Monte Calvario, dove fu crocifisso il Redentor del mondo . In questo mentre li R. Padri incominciorono l’officio, al quale stessimo attenti fin che fu fornito; indi si apparorno per far la processione, & a noi altri Pellegrini, che eravamo da quatordeci, diedero una Candela accesa per uno in mano, e un libretto, nel qual si legevano gl’hinni, soliti a cantarsi nell’andar da un un loco Santo, all’altro, & le orationi, che vi si dicono. Et prima in detto luogo all’Altare, ove è la Colonna della flagellatione, cantato il suo hinno, & dette le sue orationi , un R. Padre levato in piedi fece un breve, affettuoso Sermone del seguente tenore ma con modi e pensieri molto più eccellenti: Carissimi fratelli, che di si lontani paesi, non senza gravi pericoli, & patimenti al fin sete con l’aiuto del eterno Iddio quì giunti, & fatti degni di poter vedere, & visitare questi Sacratissimi luoghi, considerate in questa parte, & con gl’occhi della mente, contemplate il Sig. de gl’Angioli da Manigoldi villanamente maneggiato, & a questa Colonna, che quà riposta, vedete, indegnamente legato. Fù fredda & dura quella Colonna: ahi che più freddo, & duro sarà il nostro cuore, se quì non s’intenerisce è si scalda d’amore. Ma oime delle battiture chi ne può dir la fierezza? chi ne sa dir il numero? voi spiriti celesti, che invisibilmente presenti, mirasti, & ammirasti Dio per i peccatori in tal modo patiente, che n’adorasti il sangue à pieni rivi scorrente, voi che incapaci di dolore potesti vedere l’oggetto d’ogni maggior dolore, dite l’horror di quelle pene, ridite la continuata tempesta di quei colpi. Oime, oime, & tutto per noi, e tutto per nostra salute, e redentione. Sacratissimo Marmo, ò, dite ne sia sempre ne’ nostri cori conservata viva, e divota la memoria: e serva a voi fratelli per motivo di pentirvi delle vostre colpe, per ricordo a non commetterle mai più. Doppo il ragionamento, detto un Pater, & un’Ave Maria, levossi la processione, e a due a due, seguendo la Croce, accompagnandola anco noi Pellegrini, cantando l’hinno, e piegando a man manca in detta Chiesa, giungessimo al luogo, ove Giesù Christo fu posto prigione , mentre che s’accomodava il loco per crocifigerlo. Quì noi posti in gienocchione, finito l’hinno, & le orationi, il detto R. Padre fece un novo ragionamento, di cui parmi che questo fusse il soggetto. Mirate fratelli, & considerate il luogo, ove doppò d’esser stato preso, legato, flagellato, incoronato, & deluso, fu condotto, e tenuto il Ré della gloria. Pensate la maniera, e’l modo co’l quale, quì fu tenuto legato da gente dogn’altra più malvaggia & crudele, che ne fece ogni stratio, e famelica della sua carne, sitibonda del suo sangue niuna altra cosa bramava più che la sua morte. Ma come di quì lo strascinorno al loco del martirio? con che maniera, quanto villana, e crudele? Con che fretta, quanto impatiente, & oltragiosa? e quanto era il sangue, che dalle infinite sue piaghe usciva ? O terra ove si sparse, o anima, per cui si sparse. Quì noi versando lagrime bacciando la terra, facessimo oratione, è di là partendo, e seguitando l’ordine della processione s’inviassimo verso la Capella, che ha un Altare fabricato ivi apunto, ove furno divise le vestimenta del Signore, & sopra di esse gettate le sorti . Quì cantato l’hinno, & le orationi , cosi ripigliò il detto R. Padre: Fissate gl’occhi della consideratione quì, o fratelli, meditando che quì, quì, dico io, le più pretiose vestimenta, tinte del più pregiato colore, che possa trovarsi mai, perche imporporate del Sangue di Dio, furno sparse, gettate, calpestate, & vilmente da birri, & canaglia lacerate, partite & per scorno maggiore, giocate a sorte. Et noi havendo per qualche spatio di tempo considerato il luogo, e fatte alcune orationi, levati seguitando la processione, andassimo verso il Santo Monte Calvario, a piedi del quale è una scala, che per trenta gradi alla Capella di S. Helena descende , & per altri vinti gradi cavati nel vivo sasso del monte si cala al luogo, ove fu ritrovata la Santissima Croce . Nella prima che è di Sant’Helena, la quale è assai spatiosa, sonovi quatro Colonne di marmo, che la sostengono, con sopra un volto, e sotto vi è un altare, inanti al quale ardono lampade, & vi sono molte Indulgenze. Vi è ancora la sedia fatta di marmo, sopra la quale si dice che sedeva S. Helena, mentre faceva cavare per ritrovare la Santissima Croce. Havendo quì fatte le solite orationi calassimo a basso al luogo, ove la detta Santa, havuto indicio di quel precioso legno, fece cavare, & vi ritrovò la Santissima Croce, notificata fra le altre due, con miracolo del morto che al tocco di questa sola, non di quelle, ritornò subito a rediviva vita . Sono in questo luogo due altari, l’uno officiato da nostri R. Padri, l’altro da Greci, & inanzi ad ambedue ardono lampade di continuo. Quì havendo noi tutti fatte orationi, il R. Padre si levò, & rivolto col gesto al luogo. Mirate, disse, o carissimi in che maniera sia stato quì per tanti secoli sepolto il legno della vita, come empia invidia delle sue glorie, con le tenebre del centro, pretese celar il più bel lume del Cielo. Ma ne tradussero alla fine i raggi al di fuori: e quel Sig.che l’hebbe non solo per ara di sacrificio, non sol per patibolo di patiente, non sol per istrumento di tormento, non sol per campo di morte, ma anco per regio tribunale di vittoria, per alto seggio di trionfo, se patì che vi fu fusse celato, non volle che vi fusse perpetuamente celato, e per mezzo di pietà imperiale trasselo al di fuori, con sopra naturale impresa, accertandolo. Doppo fatta assai longa oratione, si levò tutta la processione, & risalendo i gradi ritornò nella Chiesa, & seguitando l’hinno andò alla Capella, & Altare, ove e riposta la Colonna dell’improperio , luogo dato in custodia a gl’Abissini & aperte certe tavole per una ferrata, allo splendore di due lampadi che vi stanno accese, viddesi la detta Colonna, che è di marmo berettino, d’altezza più d’un braccio, di grossezza quanto può abracciare un huomo. Ivi fatta l’orazione il R. Padre sorse dicendo: Mirate fratelli questa parte di Colonna, che essendo in casa d’Herode, da manigoldi fu data per sedia al Rè, dei Rè, & per ischerno havendolovi sopra fatto sedere, vestito di rosso, con una canna in mano, l’incoronarono di pungentissime spine, beffegiandolo, con sputi, e con percosse deformando, e offendendo quel volto, ond’ha gran parte del suo bello, e del suo bene il Cielo. Fù questa Colonna meritevole di sostentare il sostentator dell’universo. Fu questo sasso, degno d’haver sopra di se i pieni rivi di quel sangue, ad una sola stilla del quale non fan pari prezzo tutti i thesori del Mondo. Quì anco dette alcune orationi, seguitossi l’ordine della processione, con l’andar verso il memorabilissimo monte Calvario , alla scala del quale giunti si scalzassimo tutti, e ne salissimo i gradi, che sono al numero di trenta in circa. Ivi sopra sono fabricate due capelle, nell’una che è governata da nostri Padri, è il luogo, ove il Signore fu conficcato in Croce , nell’altra che è in custodia de Giorgiani, è il luogo, ove fu piantata la Santissima Croce. Noi genuflessi al primo luogo facessimo oratione; doppò la quale il Reverendo Padre levatosi disse: Mirate, & ammirate quì tutti, questo è quel luogo, ove fu da malvaggi Giudei condotto, lacerato, e calpestato il figliuol di Dio: questo è quel luogo ove egli con insulto infinito fu tirato, & gettato per terra, ne vi fu quì di lei un palmo, che non fosse bagnato del pretiosissimo suo sangue. Beato suolo, sacratissimo terreno, che di nulla cedi ad ogni più santa parte del Paradiso. Ma con la Santità, e riverenza del luogo congiungete voi la moltitudine, & acerbità delle pene, che vi patì il Sig. del tutto, onde rapresentatevi alla mente come quì da manigoldi gli fossero lacerare le vesti di dosso, come egli gettato per terra, come disteso sopra l’aspro tronco della Croce, come in esso a duri colpi di martelli con crudelissimi chiodi conficato. E ben sarà di diaspro quel core, che non si spezza alla consideratione di quei colpi: ben sarà senza humore d’humanità quel’occhio, che quì non si fa vena di pianto. O percosse crudeli. E quì era l’afflittissima madre, infelicissima spettatrice del tutto; & quel ferro che feriva, e forava la mano, e’l piede del figlio, feriva, & forava il cor della madre, la quale quando in particolare il vidde levar da terra, & da tante piaghe versante una pioggia di sangue, & portarlo al luogo, ove in mezzo a due ladri dovea esser fitto: o figlio, diceva, ò della bellezza paterna eterna imago, chi costa t’ha offeso? chi t’ha si concio, & sconcio? & quì egli, mentre parlava, piangendo col suo pianto tronco a se le parole, & mosse a noi abbondantissime le lacrime; onde prostrati la terra baciando più volte, adimandammo perdono de nostri peccati, ivi con un divoto languire, per buona pezza di tempo dimorando. Di quì levatici andassimo nell’altra capella , ove in luogo eminente in forma d’Altare, nel mezzo si vede, & si tocca con mano, il pertuggio cavato nel Marmo, entro al quale fu piantata la Santissima Croce, al qual il Rever. Padre appressatosi sospirando, disse: Qua dentro alla fine piantossi, quì s’eresse, ò anime benedette, quel legno instromento di funesta morte, ove fra tormenti infiniti moribonda, & spirante pendea la vera vita. Quì come in arena la morte, è la vita Duello conflixere mirando. Quà fermossi l’Arca, sicura entro alla quale fummo dal diluvio universale della colpa liberati. Quì si eresse l’altare, e’l Santuario, nel quale s’offerse la vittima, che sola placò il Cielo. Quì si inalberò l’altissimo palo, col serpe mistico appeso ad’ universal salute. Quì come in glorioso carro viddesi; assiso chi la colpa vinse, chi trionfò della morte. Quì s’appese 1a gran statera, nella quale con giusto rigoroso peso fu sodisfatto alla divina giustitia. Quà dentro piantossi, & di quì verso il Cielo inalciossi la scala, per la quale apunto si sale in Paradiso: & quì fu posta la catedra magistrale, dalla quale il mistico Salomone coronato, c’insegnò la supereminente scientia dell’infinita sua charità, mentre per la vita dell’huomo, indignissimo peccatore, ingratissima creatura, morio il Creatore. Ma perche riconosciate da più parti la Santità del luogo, è da questa ne nascano in voi, ò fratelli, i dovuti affetti, riverenza, divotione, compassione, amore, e pentimento, considerate, che quì, in questo luogo, sotto questo sacro tetto, entro a questo ambiente, in questo spatio d’aria, fù immolata la vittima, per la quale si rese Dio placato al genere humano, e servì per tempio questo monte, per altare la Croce, per Sacerdoti i Carnefici, & in questo sacrificio, il sacrificato quanto patì? tanto che tutte le lingue non sono bastevoli a dirlo, ben in parte l’additano le circonstanze di chi patì, di che tormento, del tempo, del luogo, dei compagni, del numero e del modo de’ tormenti. Che chi patì era sommamente, ottimamente complessionato, onde sentiente ogni danno infin all’essalar del spirito; che però, in quel ultimo, grida si forte, che da quì il confessa figlio di Dio il Centurione. Li tormentatori quanti furono, se tutti furono, è Regi, è Prencipi, é Giudei, è Gentili, è Sacri è profani, & huomini, & donne, & amici, & inimici, e infin il Padre istesso, che per il profeta grida dal Cielo, che, Propter scelus populi percussit eum? il tempo in che patì, fu la solennissima festa di Pasqua, quando il mondo tutto concorreva in Gierusalemme, acciò restasse infame appresso tutti; che però vi si mette in più lingue il titolo della imputata sua colpa, che si fusse temerariamente preteso Ré de Giudei. Il luogo ove patì, fu ogni luogo, nell’horto infin’al sudar il sangue: nella casa di Caifa in fin ad haver è schiaffi, è sputi, è sentenza di morte: nella casa di Pilato, infin ad esser horribilmente frustato, è coronato di spini: nella via al Calvario, infin al deliquìo della vita, per il peso della Croce. Ma il luogo principale, ah che fu questo monte: quì fecesi la strage, e’ macello: questa fu la funestissima scena del tragico successo. E quali furono i compagni? infamissimi ladri, & egli fu posto in mezzo a loro, quasi peggior di loro, & per finirla delle pene il numero fu senza numero, & senza modo il modo, percosso il capo, spinata la fronte, velati gli occhi, svelti i crini, tormentate le orecchie con le bestemmie, le nari con fetori, la bocca col fiele, le mani è i piedi con chiodi, tutto il corpo con flagelli. Infin nel corpo estinto di lui, con fiera lancia si ferisce, infin si stracciano le vesti. Ove si vidde spettacolo più misero, & doloroso mai? Chiuse i lumi il Cielo, per non vederlo, ne farlo visibile altrui: tremò la terra per horror di tanta crudeltà, spezzaronsi i sassi, aprironsi i monumenti, & tutto questo per noi. Onde se si pensa bene alla Passione, che fu quì fatta per redimere l’anime nostre, ogn’uno per l’avenire si guarderà d’incorrere nei peccati; acciò tanto misterio non sia per noi vano, essendo costato si caro. Udito il nobile, & divoto Sermone, & dimorati qua buona pezza con gli spiriti assorti nella consideratione del luogo, & dei misterij quì accorsi, fatte orationi, & humilmente baciata la bocca del forame, ove fu conficata la Santissima Croce, piangendo ritornassimo a seguitare la Processione; & discesi per donde eravamo saliti, seguitando l’ordine, andassimo verso la pietra della Santissima ontione , la quale è posta all’incontro della porta, per la quale s’entra . E cinta questa pietra con un ordine di ferri, & sempre sopra vi stanno appese dodeci Lampade accese, mantenutevi da tutte le nationi, & ogni natione ha cura delle sue. Posti tutti noi in ginocchioni atorno facendo oratione, il R. Padre sospirando disse: Ma ecco ò miei Carissimi, la pietra , che quì la Croce, fù da Discepoli Nicodemo, e Gioseffo Abaramatia eletta al più pietoso officio, che fusse fatto sotto il Cielo mai. In questa ottenuta da Pilato la licentia di tumular l’estinto Signore, fù deposto, & secondo il costume del paese, lavato, unto, e pianto. Sù questa in panni candidi, e novi involto. Da questa al Santissimo Sepolcro, che poco lontano si vede, portato. Pietoso sasso, che se ben duro, come fine succedesti a i dolorosi ministerij della Croce. Pretioso sasso, che fatto feretro a quelle dive membra, da quelle carni, dalle piaghe, dal sangue qualità ricevesti, onde teco la perdono le più stimate gioie dell’oriente. Ma se tal sasso ai colpi di duro ferro scintille, rende, onde l’esca s’incende anco questo sasso a i tocchi di tenero core rende fiamma, onde ogn’anima s’infiamma. Detto ciò dal Rev. Padre e da noi baciata humilmente la pietra, sorse, e seguitò cantando l’hinno la processione, infin che giunse alla Capella, che posta in mezzo del gran Tempio Rotondo, fa Cielo al sacrosanto Sepolcro. Avanti a questa vi è contigua una Anticapella , ove è la pietra, in che fu ritrovato assiso dalle tre Marie l’Angelo annonciator della resurretione. Può capir questa Capella da quindici in vinti persone al più: ha forma quadra, & per dentro apre una angusta e bassa porticella , per entrar nella Capelletta del Santissimo Sepolcro, la quale è picciola tanto, che al più cape quattro persone . Il Sacrosanto Sepolcro è fatto a guisa d’Altare, coperto d’un bianco marmo, di lunghezza d’otto palmi, sopra’l quale ogni giorno si celebra la santissima Messa . La Capelletta è fatta a volto, & sotto il volto vi stanno appese quaranta otto lampade, tenutevi di continuo accese da tutte le nationi, & ogni natione conosce, & governa le sue. Quì entro entrati alcuni puochi Frati, & noi altri pellegrini successivamente cedendosi vicendevolmente ogn’uno il luogo, fatta divota oratione a tutti i convenuti, che solti, parte dentro, è parte fuori sul ingresso stavano il Rev. Padre con le lagrime agli occhi, & con voce dal dolore, & dai sospiri interotta così disse: Anime fedeli, ecco, oime, la tomba, ove il sacro, & venerado corpo del buon Giesù fù posto. Quì tolto dal duro, e tormentoso letto della Croce, ove a lui fu riposare il penare, dormire il morire, tutto piaghe, tutto sangue, arato da flagelli, forato da ferri, miserando, & lacrimoso spettacolo di somma pietà alla fierezza istessa, fu da pietose amiche mani sepolto. Quì giacque egli morto, & essangue; onde è quelle mani, che crearno i Cieli, è quei quei piedi, che calcorno le stelle, è quegl’occhi, che dieron lume al Sole, & quella bocca vera vena di vita, & tutte l’altre divine parti restarono, in grembo a questo sasso, miseranda preda di morte. Ma a grandezza immortale, & infinita di questa tomba, che adorate ò fedeli, era di Dio quel corpo, che spento vi giacea, unito a Dio, & hipostaticamente a lui congionto. Ne vi fu posto, perche v’incenerisse, che l’anima accompagnata dalla istessa deità itasene a trionfar degl’Abissi di la, il terzo giorno, con tanta vittoria, con tanto acquisto, con tanta comitiva d’anime sante, ritornò a lui, & a quel corpo che fu si santamente concetto, si gloriosamente partorito, si virtuosamente essercitato, si fruttuosamente consonto, & estinto, a qual santissimo, è bramatissimo suo corpo avida, e lieta si ricongionse, e versovi un Oceano intiero delle sue immense glorie, rendendolo e vivo, e sano, & intiero, e beato, e glorioso. O meraviglie, ò grandezza di questo sepolcro. Ben a ragion di lui occhio, e lingua di illuminatissimo antico Propheta previdde, e predisse, che doveva esser glorioso. Ma fortunati, e felici voi, ò fedeli di Christo, che presenti il riverite, è mirate. Doppo d’haver cosi ragionato il R. Padre gettossi a terra, & fatta con divoto gesto divotissima oratione humilmente bacciò il beatissimo luogo, come fu fatto anco da tutti noi. Uscì indi la processione, & ritornò alla Capella dell’apparitione, ove conforme al solito si terminò la processione, deponendo i R. Padri i paramenti: & perche era di già passata una buona parte della notte, fussimo condotti in certi luoghi a prender cibo, & quì il cibo, a dormire al meglio che si poteva, parte in detta Capella, & parte sopra certe loggie, che sono intorno alla Chiesa. Se ben molti di noi desiderosi di meglio rivedere i luoghi nominati spendessimo buona parte della restata notte in visitarli, & orarvi: nel qual caso la pratica d’alcuni devoti religiosi ci fu cortese, & sicura guida, e maestra, conducendoci intorno, & tutti i misterij de i luoghi dichiarandoci; doppo il che si diede quel poco residuo della notte al necessario sonno. Il giorno seguente, che fu il giovedi santo, la mattina fu celebrata la messa avanti al santissimo Sepolcro, & vi si fecero tutte le cerimonie alla romana, & quasi tutti i Pellegrini presero il Santissimo Sacramento. Doppo la comunione il R. Padre Commissario lavò i piedi di sua mano a dodeci di noi altri Pellegrini, & tutti i Padri, con la processione passando ne gli baciorno, e questo in memoria, e similitudine di quello, che fece nel santo monte Sion il detto giorno, Giesu Christo a suoi discepoli. E essendo venuta l’hora di mezzo giorno, quelli, che ne portavano da desinare, ne diedero nuova, come era arrivata la Caravana del Cairo d’Egitto, & che vi erano da dieci Pellegrini Italiani, i quali poi entrorno verso all’hora di vespro nella Chiesa, del Santissimo Sepolcro: ove quì si disse l’offitio sopra il Santo monte Calvario nella Capella della Crocifissione, & la sera si fece la processione visitandovi tutti i luoghi santi, & in gratia de i pellegrini nuovi un Rev. Padre vi fece molti affettuosi sermoni. Fu spesa la notte da molti in orationi, contemplando, come in questa apunto il nostro Signore Giesu Christo, andato con parte de suoi Apostoli all’horto , ove era solito ad orare, ivi fusse stato preso, legato, & strascinato in pregione; come condotto da Anna a Caifa, da Caifa ad Herode, da Herode a Pilato; come da tutti burlato, beffegiato, vilipeso; come da alcuni suoi proprij discepoli tradito, da altri negato, da tutti abbandonato. Et in queste contemplationi si dispensò quasi tutta la notte. La mattina del venerdì Santo tutti i Rev. Padri seguitati dai Pellegrini, ascesi sopra il sacro monte Calvario nella Capella della Crocifissione celebrarono; e essendo letto l’Evangelio della Passione registrato da S. Giovanni, fecero ancora la rappresentatione della Crocifissione nel luogo istesso con una Croce, & con una imagine di Giesu Christo; & fu la rappresentatione accompagnata da un divotissimo ragionamento fatto da un Rev. Padre del seguente soggetto: Sù, amici, &: fratelli, ad una viva, devota, & dolente consideratione di ciò che quì hoggi patì per salute del mondo il figliuol d’Iddio; oltre a tanti debiti, ragion di gratitudine lo ricerca, che ove nostre furon le colpe, sue furon le pene. Il giorno lo persuade, che doppo il giro di tanti secoli, fù questo istesso giorno. Lo vuole il luogo, che fù questo medesimo luogo, ove hora si ritroviamo. A i danni dunque del mio, & vostro Signore ogni età, ogni ordine, ogni gente consentì col pensiero, col giudicio, con la volontà, cospirando, sollecitando, gridando. S’ordisse da Giudei il parricidiale dissegno, tessesi da Gentili, sobornansi quelli per accusatori, che più de gl’altri sono sceleratissimi rei; concorronvi è Prencipi, e profani, e sacri; ma tutti egualmente infami, sacrileghi, & essecrandi. Senza ragione, senza legge, senza sufficiente imputatione, inaudita causa, condannasi al morir chi è manifestamente, non solo incolpevole, non solo giusto, ma santo, & all’empia ambitione, & avaritia de i micidiali sacrificasi col sangue della innocentia. & che può dirsi del Collegio de i dodeci tanto favoriti da lui, de i quali, uno per mercede il tradisse, un altro per tema il nega, tutti per pusillanimità, e dubia fede l’abbandonano? ma ahi portentosa, e non mai più udita crudeltà: che quasi infamissimo ladro si prenda, si leghi, si urti, si strascini, si carichi di pugni, di calci il santo de i santi? che s’illordi con bruttissimi sputi, che di bende si copra, che con barbare guanciate si batta il più bel volto di natura, e di gratia? che si laceri, & che si pesti con durissime continuate battiture quel virginale, delicatissimo, sacratissimo corpo, tanto, che nulla d’intiero in lui restando, sembri quasi vivo cadavero, ne delle piaghe seguenti possano esser luoghi se non l’antecedenti piaghe, e fra le tante una sola divenga horrenda, e miseranda piaga, l’impiagato Giesù? Che con nova trovata d’insolita crudelta di dure pungenti spine vi si cinga la divinissima sua fronte? Ma ecco (& inhorridisse l’animo a pensarlo) che si produce in publico, e sembra una lacerata effigie d’un morto spirante, ne trova pietà, ma novo sdegno accende, e’l suscitator de morti a parangon d’un infame schiavo, d’un scelerato homicida si giudica degno di morte, & a morte si conduce, & a morte di Croce, e la Croce sopra il lacero humero di lui s’impone, & è si grave, & egli si lassò, & essangue, che sotto più volte vi cade, & vi patisse deliquìo. (Quì si fece rappresentante Crocifissione della Santa Imagine) Giunto finalmente su questa cima, e nudato infamemente qual lo vedete, chi veste di raggi il Sole, di Stelle il Cielo, gettaronlo i manigoldi in terra, e con funi alle mani, & a piedi legandolo, tirarono a viva forza l’adolorate sue membra a destinati luoghi della Croce, rinovando in questo modo le non saldate sue piaghe, & più volte facendovi batter la sacratissima testa sul legno, onde in lei più a dentro penetravano le longhissime, pungentissime spine, & facevasi quì intorno un nuovo lago del suo pretiosissimo sangue. (e seguendo il Padre.) Ma, Oime disse, già sono apprestati i gran chiodi, già si levano i fieri martelli, già calano i colpi horrendi; ad una mano prima, all’altra doppo: e finalmente a i piedi. O centro come quì non t’apri, ò Cielo come qui ti sostieni? o elementi, o elementate cose come qui sottosopra volgendovi non ricadete nell’anticho Chaos? Ma ben sentirno il caso del suo Creator le creature tutte; che eretto, e qua piantato il gran tronco della Croce alla vista di questo Crocifisso si ruppero le pietre, squarciossi il velo del tempio, tremò la terra, inhorridì il Cielo, el Sole in cosi acerbo, è miserando spettacolo per non veder indignità si grande, rapì il giorno ad’opra sì funesta, al giorno ogni luce, alla luce ogni splendore, allo splendore tutto se stesso, & di profonde, e prodigiose tenebre si cinse. Tutte le pene dovute a gli huomini caricorno sopra di te, ò Redentor de gli huomini; perche patite da te si perdonassero a noi. Qua fu appeso d’ogni conforto te stesso privasti; perche nulla mancasse al sommo delle miserie tue. Altri e travagliato, da gl’amici, vè pronto il conforto de gl’amici. Mancano gl’amici, non abbandonano i propinqui. Una parte del corpo patisse, l’altre son sane. Sarà sommo il dolore, ma sopravenendo il fine non sarà longo, e tal volta chi crudele uccise, mira pietoso l’ucciso. Tu solo doppò ogni memoria, e da i noti, e dagl’ignoti, e da i disgiunti, e da i congiunti tormento ricevi, e nel longo martirio delle conquassate tue membra, la morte istessa non osa avicinarsi a te, se non la inviti. Osa di farlo alla fine, quando l’invitto spirito tuo non versi, ma il rendi, & all’eterno Padre volontario il consegni. Allhora volgesi contra l’essangue tuo corpo la rabbia di quelle fiere, anzi furie d’inferno, che nel tuo corpo vivo haveva fatta l’estrema possa d’insatiabile, d’implacabil furore. Da quì presso al suo spirare accompagnata da puochi la desolatissima, & addoloratissima madre il consola. Mira ella il figlio pendente in Croce: egli dalla Croce la madre: pena ella in lui, e pena egli in lei; e son le pene e di lei, e di lui infinite. Scorrono in tanto e dalle mani, e da i piedi i fiumi, non sò s’io dica di sangue, o d’amore: e di sangue, è d’amore mista con acqua, copia magior, al fiero colpo di lancia crudele, scorre dall’impiagato petto. Ricevesi questa ultima piaga insensibilmente da Christo, perche di già se ne partita l’anima; ricevesi più che sensibilmente dalla Madre, che ne resta trafitta nel core, si che i danni corrono divisi fra la madre, el figlio: di lui e l’ignominia, di lei è il dolore. Ma la madre questo ultimo sangue, & quest’acqua sollecita raccoglie, ne parte alcuna n’ha l’ingrata giudea: tutto lo ripone, & conserva la madre ad’uso della Chiesa, sposa del figlio. & quindi la sposa istessa, che da questo istesso aperto fianco del suo sposo dormiente riceve l’essere e la vita, se ne forma, & compone sacramenti. Il sangue da il merito, l’acqua l’elemento: il sangue da il pretio, l’acqua il ministerio. Così pende Christo fra il Cielo, & la terra, come altre volte il serpente di bronzo. Ecco la vittima nostra estinta, senza sangue, senza acqua, senza spirito, piena di meriti, di virtù, e di fatti: come oblata propitia l’irato Dio; come volontaria merita, e gratia, e gloria; come penale equìvalente sodisfa per le dovute pene; come prezzo redime dalle colpe; come essemplare informa i costumi; come amorosa trahe a se i cuori di tutti; come elevata rapisse a se tutti gl’occhi. La mira dal Cielo il Padre, e sen’appaga, e placa; la mirano gli Angeli, & amaramente come puonno ne piangono; la mira il Sole, & sen’ecclissa; la Luna, & se ne confonde. La mira il Centurione, & l’adora come figlio di Dio. La mirano i Giudei, & ne dimenano il capo, e sopra di se, & de suoi figliuoli con imprecationi gridano, che si versi quel sangue. Ma verrà pur tempo, che Videbunt in quem transfixerunt. La mirano i sassi, & per dolor si spezzano. Voi ò diletti dalla terra miratela, alzate le fronti, e gl’occhi, ecco che fatta la nostra redentione Ecce Agnus dei, ecce quì tollit peccata mundi. Questo capo inchinato pace porge, e chiede pace. Queste mani distese tutti a suoi cari abbracciamenti aspettano, e chiamano; questo sangue grida al Cielo, e misericordia impetra. Agnus Dei quì tollis peccata mondi miserere nobis, parce nobis Domine, dona nobis pacem, e misericordia, e pace, e benedittione vi conceda Dio, per amor del suo figliolo, e vi ridoni odio perpetuo del peccato, & proposito eterno di non commetterlo mai più, gratia in vita, doppo la vita gloria, Amen. Restò ogn’uno con gran sentimento della passione di Christo, e ne sparse lagrime, e sospiri, compunto molto delle proprie colpe, come che cagioni di tanto male. Et essendo di buona pezza passato il mezzo giorno, si retirassimo al luogo solito, a prender al quanto di cibo per ristoro delle forze, ma ad’hora di vespro i Padri, & i Pellegrini ritornorno sopra il Santo monte Calvario, celebrandovi l’offitio solito, che durò fin’a sera. Indi fecero l’apparecchio per la processione, per la quale andati al luogo, ove era la santissima Croce, prima fatte orationi, poi levatane l’imagine del Signore con questa riposta in un panno sopra una tavola. In processione discesero dal monte, & portata al luogo, ove è la beata pietra dell’untione, e postala sopra, il Rev. Pad. Comissario, a commemoratione del fatto, l’unse di Mirra, & Aloe. Quì si stette un pezzo in oratione, e contemplatione di quei misterij grandissimi. Involta poi in un Sudario di tela, fu levata & continuata la processione verso il santo Sepolcro, ove fu alla fine l’Immagine posta. Noi tutti ivi piangendo, & contemplando la passione, pregando Iddio per la remissione dei nostri peccati, buona parte della notte passassimo. Gia molti giorni il Sig. Bonifacio Neri gentilhuomo Bologenese, mio individuo compagno, e io desideravamo d’esser ascritti nel numero de i Cavaglieri, & soldati della guardia del santissimo Sepolcro di Christo, Religione antichissima . A notitia maggiore di lei diamisi quì, che non sara però digredire, il dire, che nel tempo, nel quale la Santa Città di Gierusalemme, con tutta la Palestina, & altre parti di Levante, erano in mano de Christiani, in diversi tempi v’hebbero origine, & vi fiorirono quattro Religioni principali di Cavalieri. L’una fu dai prima detti Hieresolomitani, poi di S. Gio. poi di Rhodi, hora di Malta, che incominciata in fin nell’anno 1122 , insignita in habito nero, di bianca Croce nel petto, e militante sotto la regola di S. Agostino, è ita crescendo sempre di numero, di forze, e di gloria, impiegandosi nei primi tempi in allogiare, difendere, & assicurare i Pellegrini all’hora, e doppo sempre in combattere gloriosamente contra gl’infedeli. L’altra fu quella dei Templari , cosi detti, perche habitavano presso al gran Tempio. principiata sotto Baldoino secondo Ré di Gierusalemme, in habito bianco, di rossa Croce adorna, vivente sotto la regola compostavi da S. Bernardo, c’haveva impresa d’accompagnare Pellegrini dal Giaffo infina alla Santa Città, e ricondurli ancora, assicurandoli in tutto il camino dell’andata, & del ritorno dagl’assasini, che in gran numero infestavano quei viaggi, Religione la quale, per gran tempo, hebbe gran vanto di buontà, di valore, e notabili imprese contra l’Turco; ma che arrichita particolarmente in Francia di molte entrate, e grosse Commende diede in grandi eccessi, e perciò a gagliarda instanza di Filippo Ré de Francia, da Clemente quinto Sommo Pontefice fu estinta. Un’altra vi fu dei Cavaglieri Teutonici, fondata da un nobilissimo Tedesco , il quale con molti della sua natione patriò, doppo ’l santo acquisto, in Gierusalemme, segnalata in habito bianco della Croce nera, concessa solo alla natione, che la fondò, doppo la perdita di terra Santa ritiratasi nel suo paese, e quindi con l’autorità di Federico secondo Imperatore passata all’acquisto della Prussia & quivi fatta padrona di stati. Tra le tre dette hebbevi origine anco la Religione, & ordine dei Cavaglieri nomati della guardia del Santissimo Sepolcro di Christo, perche a loro era datta la custodia, el governo di quel Sacrosanto luogo. Il Rè di terra santa era il principale, e’l gran Maestro della Religione: tale fu Goffreddo , e doppo i di lui successori con numero copioso di nobilissimi, e valorosissimi personaggi eletti Cavaglieri al pietoso offitio. Portavano questi l’habito bianco con cinque rosse Croci a memoria delle cinque principali piaghe di Nostro Signore. Con la perdita di terra Santa perderonsi il capo, le membra, le forze, & le facoltà di questa nobilissima Religione, in modo che di lei vi restò poco più che una instabil memoria. Doppo d’esser restati quei divotissimi luoghi abbandonati per alcuni secoli da tutte le religioni d’Europa, alla fine il Serenissimo Roberto Ré di Sicilia per officio pietoso, l’anno 1304, con molta fatica, e spesa, ottenne facoltà dal Soldano d’Egitto di mantenervi il convento de i Rev. P. Zoccolanti, che in tutti quei santissimi luoghi havessero ad’officiar, senza divieto secondo il rito Apostolico Romano. V’entrarono i Rev. Padri, vi fecero famiglia, v’edificarono diversi conventi, e cosi di man’in mano sono iti continuando sempre, mandandovi d’Europa per ordinario ogni tre anni una nova famiglia con un Guardiano di governo, e d’autorità suprema. Il Guardiano dunque, che cadde sotto il Pontificato di Leone decimo dal detto Sommo Pontefice ottene facoltà di poter rinovar la detta religione, & ordine di Cavaglieri, & la facultà tuttavia vi si conserva, e si mantiene in atto pratico . Ben è vero che non è molto ampliata in fin quì la Religione, non potendovi esser ascritto chi colà non va di presenza, & essendo si puochi quelli che vi vanno, stando le difficoltà che moltissime si patiscono, le spese che grossissime si fanno, i disturbi, i disaggi, i pericoli, che gravissimi e senza numero vi si sofferiscono, aggiongendovisi che colà, tolta la Charità dei poveri Padri, non v’ha l’ordine cosa alcuna di proprio, e pure gli oblighi di lui sono più dell’ordinario è grandi, è gravi. Hora noi due, essendovi con particolar aiuto, a favore del Cielo arrivati, informati prima delle nobilissime conditioni di lei, & all’hora più che mai confirmati nel desiderio già un pezzo fa natoci nel core d’esservi ascritti, havendone anticipatamente trattato col Rever. Padre Comissario, & col Rev. Padre Guardiano, e dare loro le dovute informationi dell’esser nostro, quella notte a tal fine facessimo la confessione generale de nostri peccati, (come si richiede,) & perche quest’ordine si da con ogni secretezza possibile, acciò non venga a notitia del Turcho, che vi sarebbe pericolo grandissimo della robba, & della vita, circa le quattro hore di notte il Rev. Padre Comissario con paramenti sacri entrò nella Capella del santissimo Sepolcro accompagnato da un altro Padre, che di nascosto havea recata la spada, stimata gia di Goffredo che acquisto Gierusalemme, e ne fu Rè, gli sproni d’oro , e la collana con la Croce; nell’istessa Capella entrassimo ancor noi, e restando gli altri Pellegrini nella anticapella insieme con i fratelli, e fattici genuflettere, il Rev. Padre ne fece un ragionamento di questo tenore. Honoratissimi amici, che quì con alta ventura sete per esser ammessi all’ordine glorioso della militia di Christo, e posti al rollo di quei Cavaglieri, che già fu tempo nel theatro del mondo fecero prove degne del Cielo, considerate prima vi prego la grandezza dell’ordine, raccogliendola da chi lo vi conferisce, che è il Vicario di Christo, il Sommo Pontefice se ben per mezzo di questo indegno, humile suo servo: da quelli che di già vi furono rollati, che furono i più stimati scettri le più alte corone del mondo christiano i Santi Lodovici di Francia, i Carli Magni, Gottifredi, & altri innumerabili immortali Eroi; dall’insegna, che vi si concede di cinque rosse Croci a memoria delle cinque mortali memorande piaghe date al Signore: dal luogo istesso ove vi si conferisse, che non è Aula, ò Palaggio di Prencipe terreno, non Teatro, non ordinario Tempio, ma quel luogo, ove l’increato incarnato Verbo nel triduo della sua morte fu sepolto, & ove trionfator dell’Inferno, e della Morte istessa glorioso risorse. Raccogliete la dignità dell’ordine da gli antichissimi suoi primordij, che da questa istessa tomba già tanti secoli sorse con la vita, & con la gloria del Cielo; dal fondator di lui, che fu potiam dire il Creator, e Redentor del Mondo, dal fine, a che si conferisse, che e di pugnar per la fede di Christo difenderla, e propugnarla, e rinovar e concorrere per la vostra parte con chi volesse mai rinovar le memorie immortali dei Santi gloriosi acquìsti. Cavaglieri del Sepolcro di Christo, e della trionfante risurection di lui, santamente ambite voi di esser creati. O grandezza ch’ogni grandezza avanza, ma alla grandezza aggiongete anco la gravita, e’l peso dell’honore. E sia pur vero che non passi per peso il dover sempre portar la Santissima già detta insegna nel petto, e di lei la memoria divota nel core: il dover tener, e difender la ragione delle vedove, è de gl’orfani ingiustamente opressi, il riverire, e procurar che sia riverito il Santissimo nome di Dio. Sia vero, che meno passi per peso quel che, se non vi si comanda, vi si ricomanda con ogni affetto almeno, l’udir ogni giorno la Messa, il recitar pur ogni giorno l’offitio di nostro Signore, il frequentar i Sacramenti . Non è però se non di considerabilissimo peso, che ricevendo quest’ordine in caso, & ogni volta che il Santissimo Padre, overo altri Regi, e Prencipi risolvessero (il che Iddio voglia) di venir all’acquisto di questi santissimi luoghi, sete obligati venirvi anco voi in persona, a spese del vostro proprio, e in caso d’infermità, ò d’altro legitimo impedimento, mandarvi pur a vostre spese in vostra vece idonea persona. Ho su veggovi ardere nei volti i cori, leggovi nelle fronti gl’interni ardenti affetti: gl’occhi vostri con vivi raggi fannomi chiaro vedere che ben ponderate con la gravità del peso, la grandezza del Grado per tutte le sue circostanze, collatore, colleghi, insegna, institutore, tempo, luogo, fine e che nulla bramate più che vedervi hoggimai titolati di questo sacro nome, adorni di questi gloriosi corredi, onde promettendomi di voi meriti e presenti, e futuri, e a voi altresi promettendo eterni premij, vengo hoggimai a soddisfar alle honorate, e sante vostre brame. Finito il ragionamento cantassimo tutti l’hinno Veni creator Spiritus, e finito fece che legessimo gl’ordini & capitoli, che si hanno ad’osservare, e con belle cerimonie me gli fece giurare sopra il Santissimo Sepolcro; indi ne cinse di sua mano la spada, & ne calzò gli sproni, leggendo sempre alcune orationi, dopoi ne fece metter mano, & di novo giurare sopra il Santiss. Sepolcro di sempre adoperarla in diffesa, & a essaltaione di Santa Chiesa, & ne pose la collana d’oro con la Croce al collo, & pigliata la spada, essendo noi inginocchiati col capo sopra il Santissimo Sepolcro, ci diede il colpo di Cavagliero; & questo fatto ad uno per uno, si cantò il Salmo, Te Deum laudamus, doppo il quale ci baciò, & ci salutò per Cavaglieri, & soldati della guardia del Santissimo Sepolcro. Usciti, tutti i Padri, & i Pellegrini complendo con molto affetto ci toccarono la mano, rallegrandosi con noi dell’honore, & dignità acquìstata. Era di già passata gran parte della notte, onde si ritirassimo verso la Capella dell’Apparitione, & d’indi a deputati luoghi a prender una picciola refettione, e riposar quel poco che della notte restava. La mattina seguente che fu il sabbato Santo fin tanto che veniva l’hora d’ascoltar i divini officij accompagnati da un pratico Padre facessimo le visite a tutti li luoghi santi di quella Chiesa, e vedessimo oltra i sudetti, alcuni altri, ne i quali la processione non si ferma, come farebbe, all’uscire della Capella dell’apparitione, alcune pietre poste nel suolo in forma rotonda, che dicono, esser il luogo ove Giesu Christo apparve alle tre Marie, & le salutò, un altro simile ivi vicino, che fu ove apparve a Santa Madalena in forma d’Hortolano; e seguendo il camino a man destra sotto il portico vedessimo intagliati nella rupe tre sepolcri voti, i quali furno fatti fare da Nicodemo, & da Giosefo Abarimatia, ove stanno ad offitiar i Cossiti in una Capella edificata da loro con licenza del Sangiaccho congiunta al Santissimo Sepolcro dalla parte verso ponente. Piegando poi intorno alla Chiesa rotonda venendo verso la porta il Padre ci mostrò nel suolo un altro luogo fatto in forma rotonda coperto di marmi, che dicono esser quello ove stava la Vergine Madre mentre che il figlio Giesu Christo stette in Croce. Quì sopra v’arde una lampada mantenuta da Siriani, & vi si dice l’Oratione, Stabat mater dolorosa, iuxta crucem lachrimosa. Tenendo il camino verso la porta, & passati appresso la pietra della Santissima untione, venessimo alla Capella, la qual è sotto al monte Calvario ove sono posti, uno a destra, l’altro a sinistra li sepolcri de i Regi fratelli Goffredro, e Baldovino. E camminando attraverso la Chiesa, entrassimo nel Choro, che è nel mezzo della nave grande, il quale tengono i Greci, & v’hanno un bel altare molto adorno di pitture, & indorature, con le sedie da i lati per i suoi Patriarchi. Nel mezzo del Choro vi è intagliato nella pietra un buco, del quale raccontano varij misterij, & sopra stavvi appesa una bellissima Corona di bronzo, che serve per lampadario al Choro. Quì misurassimo la grandezza della Chiesa, & la trovassimo longa circa cento passi nella maggior longhezza, & nella maggior larghezza larga circa sessanta; e quì pure fussimo informati di tutti i luoghi santi distintamente e chi n’ha governo, & la cura. I nostri Rev. Padri possedono, & hanno in custodia, sopra il santissimo monte Calvario, la Capella ove nostro Signore fu crocifisso, & vi tengono da trenta lampadi accese; hanno ancora la prima giurisditione del Santissimo Sepolcro benche le altre nationi mantenghino quì parte delle lampadi, ottengono di più la Capella ove l’istesso Sig. apparve doppo la sua santissima resurrettione alla Vergine santissima, & di questa si servono per sacristia, vi tengono i paramenti, & vi offitiano, che vi sono tre altari. Tengono ancora in protettione il luogo ove fu ritrovata la santissima Croce da S. Helena. Li Greci possedono tutto il Choro, il qual è cinto con un muro, & è in mezzo alla nave della Chiesa grande, & hanno custodia del luogo ove Giesu Christo fu tenuto prigione mentre si accomodava il luogo per la passione. Li Giorgiani tengono nel monte Calvario il luogo ove fu piantata la santissima Croce, sopra la quale Giesu morì, & vi mantengono più di quaranta lampade accese. Gli Armeni tengono la Capella, & il luogo, ove furono divise le vestimenta di Christo, & di più la Capella di S. Helena. Gl’Abissini tengono la Capella, nella quale, è riposta la colonna che si dice dell’improperio; li Siriani tengono una lampada sopra il luogo ove stava la Vergine Maria mentre Giesu Christo era in Croce, & li detti offitiano insieme con i Cofti nella Capella attaccata al Santissimo Sepolcro. Ma nissuna di queste nationi vieta che tutte l’altre non facciano l’orationi & visite in ogn’uno de suoi luoghi, anzi lo si reccano a favore per dentro la porta ove s’entra vi sono attaccate sette corde, che rispondono a i luoghi ove risiedono le dette sette nationi, ogni corda al suo luogo & sono le corde attacate a certe campanelette, si che, quando vien chiamato alcuno delle nationi alla porta, il portinaro tira la corda che va a riferire al luogo di quella natione, e quelli vanno a rispondere fra questo mentre che il R. Padre ci rendeva capaci di queste cose, venne l’hora di celebrar gl’officij & far le cerimonie solite a farsi in detto giorno. Il che esseguirono i R. R. Padri vestiti delle sacre vesti, con molta devotione avanti la Capella del Santiss. Sepolcro, & durò il tutto fina passato mezzo giorno. Indi si ritirassimo a pranso nel solito luogo. Ma fu a noi gran ventura, che le altre nationi facessero secondo il rito antico, poi che questo anno portò differenza d’una settimana, & la Domenica che a noi fu il giorno della santiss. Pascha di Resurectione, a gli altri fu solo la Domenica delle Palme, & per questo non entrando altre nationi questa settimana, a noi fu assai commodo il far le nostre orationi, & visite senza esser disturbati da tanta gente. Il detto giorno vennero alla porta per entrare a far le cerimonie della sua Domenica delle Palme tutte l’altre nationi, & il Sangiacco con altri ministri assisi presso alla porta facevano pagare a tutti a persona per persona, chi più, chi meno, secondo le nationi, & ciò durò fino alla sera entrando huomini, e donne con gran confusione, & a mio credere furono più di quatro mila gl’intromessi. Tutta notte s’udì gran romore, & strepito; noi si retirassimo nella Capella della apparitione, & quì facessimo le nostre orazioni, a buona pezza della notte, nel resto di lei riducendosi a riposo. La mattina seguente, che fu il gloriosissimo giorno della Resurrettione, s’apparechio un altare avanti all’anticapella del santissimo Sepolcro, & con bellissimi paramenti, & pompa fu dal Rev. Padre Comissario cantata la santissima Messa, & amministrata la sacratissima Eucharistia a noi altri pellegrini. Finita la celebratione si levò l’altare, perche di già erano apparechiati i Patriarchi dell’altre nationi per far le processioni delle palme, le quali facevano in questa maniera, portavano avanti penelli, e Croci in quantità una natione, e poi l’altra: a questa seguitavano i suoi Patriarchi con le mitre in capo, tutte diverse, & havevano in mano diversi stromenti molto strani, con i quali suonavano, o più tosto, rumoreggiavano. Davano alla coda di questi molti con rami d’olive, & palme, attacandovi candelette accese, & cosi in forma di processione andorno tre volte intorno alla Capella del santissimo Sepolcro, tenendovi dietro senza ordine tutta la gente; tra la quale vi erano certi huomini, & donne, che dimenando la lingua per la bocca facevano strepito infinito. Finite queste loro cerimonie, i Rev. Padri, & noi altri pellegrini usciti dal tempio andassimo al Convento a far la santissima Pasqua in allegrezze, & doppo il desinare si riposassimo stanchi dalle vigilie fatte le notti antecedenti. Il lunedì mattina restassimo a casa a’ divini Offitij, & doppo il pranso ne fu fatto sapere dal Sangiacco, che tutti quelli che volevano andare al fiume Giordano, & alla Quarantana si mettessero all’ordine, & subito passato mezzo giorno fussero in viaggio, & cosi come di già haveva ordinato l’interprete, erano comparsi alcuni Mucari con Muli, & afini. Il R. P. Guardiano haveva fatto mettere all’ordine pane, vino, &: altre robbe per nostro viatico, onde caricatone alcuni Muli, con le some si mandarono avanti, alcuni dunque de’ Rever. P.P. è tutti noi Pellegrini provisti di cavalcature, montati andassimo verso la porta di S. Stefano, & di la passati per la valle di Giosafat costegiando il monte Oliveto verso Betania, spingendosi avanti, per spatio di cinque hore arrivassimo ad’un Castello chiamato S. Moise, ove è una Moschea, che è lontana puoco più di due miglia dal Mar morto . Quì tutta la caravana fermossi in una valletta, & i soldati mandati dal Sangiacco ad accompagnar, & assicurar la Caravana, perche non fusse offesa da gl’Arabi assasini, che infestano tutto quel paese, allogiarno atorno. Sono tutti sterili quei paesi circonvicini cosi fatti da che l’ira d’Iddio cosi castigò le cinque Città , che erano nel luogo, ove hora stagna il detto Mare, cioè Sodoma e Gomorra, Sebeon, Adama, è Segor, per l’abominevole peccato, con pioggia di zolfo, & pece, che abissó tutto quel paese e’l rese a le rive sterile, & distrutto: & fin hora tuttavia si vede in memoria del fatto, sempre pieno di nebbia, e i monti circonvicini circa a due miglia lontano dalla riva mandano fuori un intolerabile puzzore, & è sterilissimo tutto il paese, & le pietre di lui, attaccatovi il fuoco, ardono come se fossero legni, ma il fummo è puzolente. Quì riposassimo il resto del giorno, & fina a mezza notte al sereno. Ne fu poi comandato che cavalcassimo, & seguitando il viaggio per colli arrivassimo ad una bella pianura, che soleva essere molto fertile, & vi era il deserto di S. Gieronimo, come si vede ancora da certe vestigij restati d’un bel convento: e ove anticamente questo paese fu molto habitato, hora è tutto distrutto. La mattina arrivassimo a vista del fiume Giordano, e passati ove altre volte era una Chiesa, & Convento di. S. Gio. Battista, ch’ivi hora sonovi le sole rovine, andati alla riva, e smontati li Rever. Padri lessero l’Evangelo di S. Giovanni, & noi tutti facessimo orationi ringratiando Iddio, che ci havesse concesso gratia di veder, & gustar quell’acqua nella quale volle esser battezzato il nostro Salvatore . Noi ne bevessimo, & se ne bagnassimo il capo: de gl’Armeni, & altre nationi molti saltano nel fiume, & nuotano, alcuni lavano molte pezze di tele, & se le portano poi a suoi paesi, & quando alcun muore gli avolgano in dette tele, con opinione che con questa cerimonia vadano le anime senza altro a salvamento; molti ancora pigliano della detta acqua, & la ripongono in fiaschi, & ne’ portano alle sue patrie. Qui dimorati più d’un hora, contemplato il luogo, & il Santissimo Misterio operatovi, le altre nationi, per che non vanno alla quarantana, ritornorno adietro, noi tolta una compagnia, di quelli soldati partimmo inviandoci verso Gierico, che essendo già si grande, & bella Città, favorita tanto dalla presenza & miracoli del Signore, hora è tutta distrutta, & ridotta a stato di povero Villaggio . In essa si vede ancora in piedi una parte della casa di Zacheo , & passando avanti arrivassimo alla Fontana , la quale essendo amara, benedetta da Eliseo Profeta subito divenne dolce, & saporita, come sin hora si vede e si gusta; e seguitando giungessimo alle radici del Monte della Quarantana , e smontati riguardando l’erta, & faticosa salita, alcuni si de Padri, come de Pellegrini, non ardirono di salire, & restarono al piede alla guardia delle cavalcature, ma noi con molti disposti al tutto di vedere il luogo tanto devoto, ove Giesù Christo Signor nostro stette in orationi, & digiunò quaranta giorni, deposto una parte de vestimenti, facessimo l’ardua, pericolosa, e faticosa salita, essendo la strada per lo più intagliata, & cavata nella pietra viva, in molti luoghi di questa montagna sono grotte, che già furono elette da molti Santi Eremiti per loro habitationi, & vi hanno fatta la sua beata, & felice vita, & essendo noi saliti per spatio di più di un hora di camino, arrivassimo alla grotta che fu si favorita dall’omnipotente Iddio, & riguardato, & contemplato il luogo, da Rever. Padri fu letto l’Evangielo, che si dice la prima Dominica di Quaresima, & ne fu fatto un bel ragionamento sopra il luogo, & digiuno, & noi vi facessimo alcune orationi. Di la risguardando al basso vi si vede uno spaventoso precipitio, talche molti dubitavano del ritorno pericoloso; tra tanto visitassimo tutti i luoghi della grotta, la quale fece accomodare, e dipingere S. Helena (come molti dicono), indi incominciassimo la discesa aiutandosi l’uno, l’altro, & con fatica, arrivati tutti al fondo per la Iddio gratia senza alcun pericolo, ritrovassimo li compagni, che ne aspettavano, & ci havevano apparechiato il reficiamento. Dimorati quì per un pezzo ad asciugarci, dal molto sudore, facendoci i soldati instanza al ritorno, rimontassimo, e cavalcando al piede delle montagne per assai buon paese in puoco piu di quattro hore arrivassimo la Caravana, la qual era fermata, el Sangiaco attendeva a riscuotere il Cafarro, & per esser la Caravana di diverse nationi, che ascendevano al numero più di tre milla persone, facendogli pagare a persona per persona, la cosa andò al lungo e quasi a sera. A noi Pellegrini, & ai Rever. Padri fece pagare quattro cechini per persona; ma si contentò che gli fossero sborsati in Gierusalemne, noi desiderosi di ritornare, facevamo far istantia per mezzo del nostro interprete, che la Caravana cavalcasse, e vi furno molte difficoltà, che molti altri volevano, che si restasse nel luogo della notte passata. Ma al fine fu risolto di cavalcare, & per esser il tempo alquanto piovoso, quel viaggio notturno fu con molto travaglio a molti, che le cavalcature per il viaggio d’andar per monti, & per la stanchezza del longo portare sottocadevano. Quelli che si ritrovorno con noi meglio a cavallo arrivorno verso la mezza notte in Gierusalemme. Ove fussimo aperti dalle guardie benché con difficoltà; gli altri parte restorno per la strada, parte gli convenne star fuori delle mura fin al giorno seguente, che fu il mercordi delli dieci d’Aprile, nel qual giorno restassimo nel Convento per rihaversi, essendo molto lassi & stanchi per haver cavalcato senza staffe le due giornate passate. La mattina del giorno seguente levassimo per tempo per andar a visitar diversi luoghi Santi fuori della Città, e vennero con noi due Padri per mostrarne il tutto, & un interprete insieme. Il primo viaggio fu verso il Castello , il qual è assai forte con alcuni pezzi d’Artegliaria, & quì si vede una parte della torre di David , la qual hora serve per muraglia, & baloardo al Castello: quì apresso è la Porta chiamata Babel Cali, di dove si esce della Citta, & verso mezzo giorno si vede il tanto memorando monte Sion , nel quale soleva esser il Convento delli nostri Padri, ma il Turco per esser detto Convento fuori della Città, presa occasione di sospetto volse detto luogo per se, & alli Padri diede il luogo che hora habitano. La Chiesa , che era in detto monte Sion è il loco istesso, ove Giesu Christo molte volte conversò con i suoi Apostoli, ove lavò loro i piedi di sua mano, ove fece l’ultima cena, ove istituì il Santissimo Sacramento della Eucarestia; ivi pure discese lo spirito Santo sopra gli Apostoli il giorno della Pentecoste, ivi apparve a porte chiuse a detti suoi Apostoli il risuscitato Signore: ivi a S.Tomaso mostrò le Sante piaghe & le essibì al tocco di lui. Hora questo luogo il Turco l’ha fatto Moschea, & a qual si voglia Christiano è prohibita l’entrata sotto pena della vita ; onde si saluta con orationi da lontano. Fuori della detta porta da cinquanta passi si vede il loco, ove si sepelliscono tutti i Franchi, & i Padri che muoiono in quella Città ; & di la puoco lontano miransi le rovine della casa, ove la beatiss. Vergine Maria habitò il restante della sua vita, doppo la passione & resurettione del suo dilettissimo figliuolo, & ove S. Gio. molte volte celebrò alla presenza di lei . Vi si veggono ancora le rovine della casa di Caifa, che hora è fatta come un Convento, habitato da gl’Armeni, Quì fu mandato il Sig. nostro da Anna a Caifa, che in quel tempo era Pontefice, & quì hebbe molte percosse, quì vi patì molti dispreggi, & vi fu giudicato degno di morte. La pietra dell’Altar grande è quella, che fu posta alla bocca del Santissimo Sepolcro, quando fu Giesù Christo sepolto. Vi è ancora un picciol loco, ove l’istesso Sig. fu tenuto prigione, fin che fu poi mandato a Pilato. Fuori di detta Chiesa, vedisi il capitello della Colonna, sopra la quale cantò il Gallo, quando S. Pietro negò di conoscere il Sig. & vi è un arbore piantato nel luogo ove i soldati, i Ministri, & S.Pietro si scaldavano; vi sono di più alcune celle, sopra le quali salendo, & guardando verso mezzo giorno si vede il Santo Cenacolo, & Convento del monte Sion, il quale può esser lontano circa quaranta passi. Quì havendo fatte alcune orationi, per acquìstar l’Indulgenze, che vi sono, seguimmo il viaggio calando giù per la costa del Monte, ove ne fu mostrato il luogo, nel quale essendo portata la Beata vergine da Discepoli a sepelire, i Giudei volevano pigliar il corpo, e di loro uno fu si empio, & temerario, che voleva urtar con le mani nella barra per farla cadere, ma per miracolo d’Iddio vi si inaridiron le mani & le braccia, & gli Apostoli pregando per quel meschino, & egli pentito dell’errore ritornò nel suo primiero stato . Et seguitando il viaggio vedessimo la Porta Sterquìlina per la quale Giesù Christo fu condotto, quando lo presero. Quì appresso è una picciola grotta, nella quale S. Pietro pianse amaramente, doppo haver negato il suo Signore, e Maestro . Nel continuar la discesa si vede il fonte chiamato Natatoria di siloe, ove Giesù illuminò il cieco nato, & fece altri miracoli .

Vai a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 6


NOTE

[68] Qui Bartolomeo Fontana, curatore della seconda edizione del Pellegrinaggio di Gierusalemme (1628), inserisce l’intero testo del Te Deum: Te Deum laudamus, te Dominum confitemur; Te aeternum Patrem omnis terra veneratur. Tibi omnes Angeli, tibi coeli et universale Potestates: Tibi Cherubim et Seraphim, Incessabili voce proclamant: «Sanctus, Sanctus. Sanctus, Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt coeli et terra maiestatis gloriae tuae». Te gloriosus Apostolorum chorus; Te Prophetarum laudabilis numerus; Te Martyrum candidatus laudat exercitus. Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia: Patrem immensae maiestatis; Venerandum tuum verum, et unicum Filium; Sanctum quoque Paraclitum Spiritum. Tu, Rex gloriae, Christe. Tu Patris sempiternus es Filius. Tu ad liberandum suscepturus hominem, non horruisti Virginis uterum. Tu devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna coelorum. Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris. Judex crederis esse venturus. Te ergo quaesumus tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti. Aeterna fac cum Sanctis tuis, in gloria numerari. Salvum fac populum, Domine, et benedic haereditati tuae; Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum. Per singulos dies benedicimus te; et laudamus nomen tuum in saeculum saeculi. Dignare, Domine, die isto sine peccato nos custodire. Miserere nostri Domine. Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in te. In te Domine speravi; non confundar in aeternum. Segue l’HYMNUS: Urbs Ierusalem beata / Dicta pacis visio; / Quae construitur in coelis / Vivis ex lapidibus / et angelis coronata, / Ut sponsata comite. / Nova veniens e coelo / Nuptiali talamo / Preparata ut sponsata / Copuletur Domino / Plateae / et muri eius / Ex auro purissimo. / Portae nitent margaritis / Adytis patentibus: / At virtute meritorum / Illuc introducitur / Omnis qui ob Christi nomen / Hic in mundo premitur. / Tunsionibus pressurus: / Ex politi lapides / Suis coaptantur locis / Per manus artificis: / Disponuntur permansuri / Sacris aedificijs. / Gloria et homnor Deo / Usquequaque altissimo / Una Patri, Filioque, / Inclito Paraclito, / Cui laus est et potestas, / Per aeterna specula. Amen. Infine l’ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus fac nos tibi sempre, et devotam gerere voluntatem, et maiestati tuae sìncero corde servire. Per Christum Donum nostrum. Amen. Riportiamo d’ora in poi in nota i testi delle orazioni aggiunte dal Fontana per l’edizione del 1628 del Pellegrinaggio.

[69] Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita, / imple superna gratia, quæ tu creasti, pectora. / Qui diceris Paraclitus, donum Dei altissimi, / fons vivus, ignis, caritas et spiritalis unctio. / Tu septiformis munere, dextræ Dei tu digitus, / tu rite promissum Patris sermone ditans guttura. / Accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus, / infirma nostri corporis, virtute firmans perpeti. / Hostem repellas longius pacemque dones protinus; / ductore sic te prævio vitemus omne noxium. / Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium, / te utriusque Spiritum credamus omni tempore. / Gloria Patri Domino, / Natoque, qui a mortuis / Surrexit, ac Paraclito / in saeculorum seecula. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Hic Spiritus Santus Discipulis aparuit, et tribuit eis crismatam dona alleluia. Hic repleti sunt omnes Spiritu sancto alleluia. Et ceperunt loqui alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in loco isto gloriosissimo corda fidelium sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[70] Pange lingua gloriosi / corporis mystérium, / sanguinisque pretiosi, / quem in undi pretium, / fructus ventris generosi, / rex effundit gentium. / Nobi datus, nobis natus / ex intacta Vírgine, / et in mundo conversatus, / sparso verbi sémine, / sui moras incolatus / miro cláusit órdine. / In supremæ nocte cœnæ / récumbens cum frátribus, / observata lege plene / cibis in legálibus, / cibum turbæ duodenæ / se dat suis mánibus. / Verbum caro, panem verum / verbo carnem efficit: / fitque sanguis Christi merum; / et, si sensus déficit, / ad firmandum cor sincerum / sola fide súfficit. / Tantum ergo Sacramentum / veneremur cérnui: / et antíquum documentum / novo cedat rítui: / præstet fides supplementum / sénsuum défectui. / Genitori, Genitoque / laus et iubilátio, / salus, honor, virtus quoque / sit et benedíctio: / procedenti ab utroque / compar sit laudátio. Amen. Segue l’ANTIPHONA: O Sacrum convivium in quo Christus sumitur, recolitur memoria passionis eius meus impletur gratia, et futura gloriae, nobis pignus datur,alleluia. Panem verum de Coelo, hic prestitisti eis, alleluia. Omne delectamentum in se habentem, alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in hoc sacratissimo Cenaculo nobis sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti, tribune quaesumus ita nos corporis,et sanguinis tui sacra mysteria venerari, et redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus, qui vivis, et regnas in saecula saculorum. Amen.

[71] Exsultet coelum laudibus, / Resultet terra gaudiis, / Apostolorum gloriam / Sacra canunt solemnia. / Vos saecli iusti iudices, / Et vera mundi lumina: / Votis precamur cordium, Audite preces supplicum. / Qui caelum verbo clauditis, / Serasque eius solvitis: / Nos a peccatus omnibus / Solvite iussu, quaesumus. / Quorum praecepto subditur / Salus et languor omnium / Sanate egros moribus, / Nos reddentes virtutibus. / Ut cum iudex advenerit / Christus in fine saeculi, / Nos sempiterni gaudij / Faciat esse compotes. / Deo patri sit Gloria, / Eiusque soli Filio, / cum Spirito Paraclito, / Et nunc et in perpetuum. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Cum esset sero in die illa una Sabbatorum, et fores essent clause, ubi Discipuli erant congregati in unum, stetit Iesus in medio eorum, et dixit, Pax vobis gavisi sunt viso Domino, alleluia. Quia vidisti me Thoma credidisti,alleluia. Beati qui non viderunt, et crediderunt, alleluia. Infine l’ORATIO: Domine Iesu Christe, qui sero dici tuae Resurrectionis sacratiss. Virgini Matri tuae, Discipulisque trepidantibus mortalitate deposita gloriosus, et gaudens in hoc sacro loco apparuisti, et vt te Deum verum, et hominem à mortuis resuscitatum demonstrantes coram eis comedisti, ac eos multipliciter recreasti, dilectum Apostolum tuum Thomam post dies octo te benignum, et affabilem ostendendo, tactis sacris cicatricibus tuis fide fondasti, ac nos sua dubitatione firmasti. Concede nobis famulis tuis exemplo resurrectionem tuam credere, et venerari, et ad celestem gloriam precibus ipsius pervenire mereamur. Qui vivis, et regnas &c.

[72] Betfage, l’attuale Kafr-el-Tur, che in ebraico significa “casa dei fichi verdi”, si trova alle porte di Betania e di Gerusalemme, risalendo verso la cima dell’Oliveto, monte che fa parte di una piccola catena montuosa che circonda la città santa. Betfage è il luogo dove Gesù incontrò Marta e Maria prima della risurrezione di Lazzaro e da dove egli partì con un puledro per entrare a Gerusalemme il giorno delle palme. Qui, sulle le rovine di un’antica chiesa del IV secolo, nel 1883 venne costruito un santuario.

[73] Cumappropinquasset Iesus Hierosolymis, et venisset hic in Betphage ad montem Oliveti, tunc misit hinc duos Discipulos suos dicens eis, ite in Castellum, quot contra vos est, et statim imvenietis asinam alligatam, et pullum, cum ea solvite, et adduciate mihi. Si quis vobis. Quia his aliquit dixerit dicite Dominus opus habet. Segue l’ORATIO: Omnipotens aeterne Deus: qui Dominum nostrum Iesum Christum die azimorum, super pullum Asine hinc Hierosolymam descendere fecisti: et turbas Iudaeorum vestimenta, ac arborum ramos ante eum sternere, Osannaque decantare in laudem ipsius docuisti: fac nos quaesumus famulos tuos, et eiusdem filij tui sectari humilitatis exemplum, et illorum consequi meritum; Per eundem Christum Dominuum nostrum, &c.

[74] La Porta d’Oro venne costruita dai Bizantini nel VII secolo e quindi murata dai Turchi nel 1530. Già in precedenza però esisteva in questo punto una porta, perché si ritrova negli Atti con il nome di “Porta Speciosa” o “Bella”, e negli scritti di Giuseppe Flavio con il nome di “Nicanore”. Essa deve il suo nome al fatto che fosse in bronzo di Corinto; era la porta che consentiva il passaggio dall’atrio dei gentili in quello delle donne. L’edizione del 1628 inserisce qui la seguente ANTIPHONA: Rex tuus venit Hierusalem, sedens super Asinam, et pullum, filium subiugalis. Aperite mihi portam Iustitie. Resp. Et ingressus in ea confitebor Domino. Segue l’ORATIO: Clementissime Domine, Iesu Christe, qui die Palmarum fidelissima populorum in te credentium stipatus caterva per hanc Sacratissimam Portam super pullum Asine, ut nobis praeberes humilitates exemplum Hierosolymam ingredi voluisti praesta quaesumus, ut tuae nos humilitatis imitantes vestigia per illam Coelorum Ianuam, quae tu es, Hierusalem supernam ingredi mereamur. Qui vivis, et regnas in unitate &c.

[75] Si tratta presumibilmente del piccolo convento dei francescani addetti all’officiatura della basilica.

[76] Il Santo Sepolcro è il luogo più santo di Gerusalemme, quello che senza dubbio ha sempre concentrato su di sé le emozioni più segrete di ogni visitatore. All’epoca di Gesù questo luogo si trovava fuori dalle mura della città, in quanto luogo di esecuzioni capitali, e senza dubbio era molto più alto dell’attuale (dai 5 ai 10 metri), perché tutti da lontano dovevano trarre monito dalla vista dei condannati. Era chiamato Golgota dall’aramaico gulgoleth, che significa la collina del teschio, un po’ per la sua forma tondeggiante che assomigliava a quella di un cranio e un po’ per la leggenda che voleva qui la sepoltura del teschio di Adamo. Poco distante vi era il sepolcro nuovo costruito da Giuseppe d’Arimatea nel suo orto e messo a disposizione per la sepoltura di Gesù. Proprio questa collina in cui si trovava il sepolcro di Cristo sembrò adatto, nel 135 d.C., all’imperatore Adriano per costruirvi il Foro e il Campidoglio dell’Aelia Capitolina, dove si sarebbe adorata la classica triade di Giove, Giunone e Venere. Adriano voleva mortificare così le speranze ebraiche che, anche dopo la distruzione del Tempio, continuavano a venerare questi luoghi sacri. Fortunatamente, per costruire il Tempio Capitolino, Adriano non spianò le rocce in cui erano scavati i sepolcri, ma si limitò a riempire le cavità e a livellare il terreno accumulandovi sopra grosse quantità di terra da riporto. Facendo così creò, come base per il tempio, una sorta di enorme terrazza che preservò le tombe dalla distruzione. Nel 325 Elena, madre di Costantino il Grande, e il vescovo Macario, si erano convinti di avere trovato, sotto il Campidoglio, il sepolcro di Cristo. Gli scavi che l’imperatrice fece iniziare subito portarono effettivamente alla luce il sepolcro di Cristo pressoché intatto e, in un fossato, le croci di Gesù e dei due ladroni. Costantino affidò agli architetti Zenobio ed Eustazio di Costantinopoli l’incarico di dare un assetto monumentale alla tomba e fece erigere una prima chiesa, iniziata nel 326 e terminata nel 335: fece asportare tutti i blocchi di roccia lasciandone solo due, quello del Golgota dove venne issata una croce sormontata dal ciborio e quella del sepolcro di Cristo, isolato da un’enorme costruzione rotonda a cui fu dato il nome di Anàstasis, che significa Resurrezione. La basilica vera e propria sorgeva sul lato est della Rotonda, aveva cinque navate e una cripta a ricordo del ritrovamento della croce. Fu questa la basilica che distrussero i persiani di Cosroe nel 614. La ricostruzione iniziò 15 anni più tardi sotto l’abate Modesto e la chiesa rimase intatta fino a che il califfo fatimida el Hakem la rase completamente al suolo nel 1009. Quando i Crociati, il 15 luglio 1099, conquistarono la città, trovarono la chiesa così come era stata ricostruita nel 1084 dall’imperatore Costantino Monomaco: bella sì, ma non quella che loro stimavano degna per custodire il corpo del Salvatore. Si impegnarono dunque i Crociati in una enorme opera di abbellimento e di trasformazioni radicali e la nuova chiesa fu consacrata nel 1149. La facciata del complesso del Santo Sepolcro, in stile romanico, fu così realizzata intorno alla metà del XII secolo, in epoca crociata. Due ordini sovrapposti di arcate ogivali a ghiere multiple con fregi a scanalature e a foglia, e d’ispirazione classica, poggiano su fasci di colonne sormontate da capitelli di raffinata lavorazione. La basilica rimase pressoché immutata fino a quando un furioso incendio, forse doloso, nel 1808, la devastò in gran parte. In questa triste occasione, il mondo occidentale non prestò attenzione alle richieste di aiuto per la sua ricostruzione, impegnato come era sulle vicende napoleoniche che tenevano occupata l’Europa. Ne seppero approfittare i monaci greci, divisi dai latini da una lunga e insanabile rivalità, che ottennero il permesso di restaurare la chiesa, rimanendo così unici arbitri della situazione. Ma non si trattò, purtroppo, di restauro, quanto di una nuova distruzione, perché venne sistematicamente cancellato tutto quello che poteva ricordare il mondo latino. Oggi il Santo Sepolcro è dunque diverso da come lo vide Gian Paolo Pesenti ed è suddiviso fra sei comunità religiose: cattolica, greco-ortodossa, armena (queste tre hanno una zona abbastanza vasta), copta, siriana, abissina (il cui convento si trova sul tetto della chiesa). Il cortile lastricato su cui si affaccia la basilica presenta sulla destra il Convento greco di Sant’Abramo che sorge sulla parte occidentale del Foro di Aelia Capitolina, la Cappella armena di San Giovanni e quella copta di San Michele; sul lato sinistro sono visibili le absidi di tre cappelle greche: San Giacomo, San Giovanni e Santi Quaranta Martiri. Sopra quest’ultima si innesta la possente torre campanaria di epoca crociata, visibilmente tronca in quanto la parte sommitale crollò nel 1545.

[77] Non si tratta di una sacrestia, ma di una vera e propria cappella, ossia della “cappella dell’Apparizione”. L’apparizione di Gesù risorto alla Madonna non è riportata dai Vangeli, ma affermata da sempre dalla tradizione. Attualmente questa cappella è il luogo ufficiale dei cattolici latini in quanto i padri francescani vi celebrano le liturgie ordinarie e hanno qui il loro coro.

[78] La colonna della flagellazione è venerata ancora oggi dai fedeli in questo luogo. Si tratta di un tronco di colonna di porfido alta 0,75 m. Va ricordato che a Roma, nella chiesa di Santa Prassede, esiste un’altra “colonna della flagellazione”: si tratta di una bassa colonna di diaspro, non datata, che pare sia stata portata da Gerusalemme a Roma dal cardinale Colonna, che nel 1223 accompagnò la sesta crociata. Si racconta che la reliquia fosse caduta in mano dei saraceni e che il cardinale dovvette proprio ad essa la libertà e la vita. Non possiamo sapere se una di queste colonne sia effettivamente stata usata per la flagellazione di Gesù, ma è molto probabile che entrambe avessero tale orribile funzione: colonne così basse si prestavano meglio a legare le mani al condannato, lasciando il torso completamente scoperto a ricevere le sferzate.

 La basilica del Santo Sepolcro è molto grande e ingloba il Calvario (cfr nota 77).
 Eia, fratres Carissimi / Christi mortis misteria / Canamus, et vestigia / Sequamur corde flebili. / Qui poenam primi criminis / Delet vigore sanguinis / Huncad columnam acriter / Cedit Pilatus pessime. / Cur sic, o crudelissime / Flagellis eum percutis / A quo vitam acceperas / Vitam conaris rapere? / Cur tu columna solvere / Tunc noluisti Dominum, / Cum te crudeles milites / Rigassent eius sanguine. / Cur non fregisti villico / Tinc in columna impia, / Dolore Christi nimio / Flagellis tantis languidi? / Iam ornans sudit sanguinem, Qui potuti sufficere: / Nam gutta huius sanguinis / Thesaurus fuit omnium, / Nos ergo, qui diligimus / Hunc flagellatum Dominum / Rogamus, ut criminibus / Suis ignoscat meritis. / Gloria tibi Domine / Pro tanto fuso sanguine / Et alafarum copia / Vulti sacro rigida. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Apprehendit Iesus Pilatus, et ad columnam ligatum, fortiter flagellavit. Languores nostros ipse tulit. Et dolores nostros ipse portavit. Infine l’ORATIO: Adesto nobis Coriste Salvator per tuam penalem flagellationem, et per tuum stillantem, et aspersum sanguinem pretiosum: ut omnia peccata nostra deleas: nobisque tuam gratiam tribuas; et ab omni pericolo, et adversitate protegas; et ad vitae aeterne gaudia nos perducas. Qui vivis, et regnas &c.
 In fondo ad una galleria lunga 24 m, formata da 7 archi, si trova ancor oggi una cappella, officiata dai greci, che si presenta come un ambiente assai ristretto, già parte degli edifici più antichi sorti sul luogo. La denominazione di “Prigione di Cristo”, entrata nell’uso comune a partire dal VII secolo, fa riferimento alla notte di detenzione di Gesù, dopo l’arresto nel Getsemani. È opinione diffusa, invece, che questo ambiente costituisca la testimonianza visibile di un antico carcere annesso al Foro dell’Aelia Capitolina.
 Proseguendo per la galleria che conduce alla prigione di Cristo di trovano due cappelle: quella di San Longino, che non viene citata da Pesenti, e quella della Divisione delle Vesti qui nominata. Detta cappella è di proprietà degli Armeni.
 HYMNUS: Canamus modo canticum / Ad Salvatoris gloriam / Dicamusque iniuriam / Quam passus est ab impijs. / A Patre qui est genitus / A quo semperque gignitur, / Sed idem in assentia / Patris atque paracliti. / Qui a xoelorum sedibus / Descendit huc obediens / In habituque hominis / Proprietate moriens / Qui Coelos implet lumine, / Ornatoque syderibus, / Et quem adorant Angeli / Vestitu privant milites. / Qui vitam dedit mortuis / Donatque sanctis gloriam / Amore motus fervido / Et charitatis opere. / Qui vinum fundit vincis / Fructusque dat arboribus, / Suis privatur tunicis / Sicque nudus relinquitur. / Qui vestis volatilia / Diversisque coloribus / Ac ornat agros roseis / Ipse privatur vestibus. / O gens iniqua pessima, / Quis te ditavit crimine / Ut fortem in has ponere / Vestes atque dividere / Hic super sacratissimas / Vestes miserunt milites, / Dantesque fortes omnibus / Ut unusquisque raperet. / Hic locus est sanctissimus / Ubi davit oraculum / Completum est in sortibus / De Christi sacris vestibus / Praecamur ergo cernui / Te creatorem speculi / Iam sic privatus vestibus Nos indec virtutibus. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Milites postquam crucifixerunt Iesum, acceperunt vestimenta sua dantes uniquique militi partem. Diviserunt sibi vestimenta mea. Et super vestem meam miserunt sortem. Infine l’ORATIO: Benigne Iesu Christe, qui pro nostra redentione, ab indignis peccatorum manibus, non solum in cruce nudus sospendi, et mori evoluisti, sed etiam tua sacralissima vestimenta partiri, et donari permisisti, concede: ut spoliati virijs, virtutibusque, adornati, tibi Deo vivo, et vero in celesti gloria praesentari mereamur. Qui vivis, et regnas cum Deo Patri &c.
 Sempre all’interno della basilica del Santo Sepolcro, scendendo per una scalinata si arriva alla cappella della Santa Croce o di Sant’Elena officiata dagli Armeni. La costruzione è formata da tre piccole navate; misura 23 x 13 m e risale al secolo XI, come testimoniano alcuni elementi architettonici bizantini e crociati. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Nunc Elenae suffragia / Quaeramus primum laudibus / Ut cum beatis meritis / Asquirat nobis veniam / Divota Christi Elena / Crucem quaesivit fervida / quam reperit cum titulo / Corona, clavis, lancea. / Quam crucem ut acquireret / Tulit timorem omnibus / Sub pena mortis villico / Amore ardens Celico. / Inventa cruce Domini / Canamus illis canticum / Qui dedit talem gratiam / Donatque sursum premium. / O Elena santissima, / Quae crucem tanti gratiae / Amasti totis viribus / Mortuis iuva precibus. / Exaudi sancta Trinitas / Preces sanctorum omnium / Ut per eorum merita / Dones et nobis gloriam. Amen. ANTIPHONA: Helena Constantini Mater, Hierosolymam petijt. Ora pro nobis beata Melena. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Deus qui inter caetera potentine tui miracela etiam in sexu fragili virtutem recte intntionis corroboras, presta quaesumus, ut sancte Elene Regine exemplo, cuius studio desideratur a regis nostri lignum sancte Crucis de egere dignatus es ea quae Christi sunt: iugiter indagare, et te favente, consegui mereamur. Per eundem Christum Dominum nostrum &c.
 Anche la capella del ritrovamento della Croce risale al XI secolo. Qui, in un’antica cisterna romana abbandonata, all’inizio del IV secolo furono ritrovati i legni usati per la crocefissione di Gesù e dei due ladroni. Il miracolo dell’improvvisa guarigione di un morente al contatto di una delle tre croci fece capire a Sant’Elena e al vescovo di Gerusalemme Macario quale fosse quella di Gesù.
 HYMNUS: Ad Crucis locum pergere / Debemus, et hanc quaerere / Velut gesserunt Martires / Qua meruerunt gloriare / O crux mirando glorie, Scala, ad Coelos donans: / Per quem ascenditDominus / In ea suso sanguine. / O Crux arbor degnissima, / Quae mediante anime / Ascendunt ad celestia / Et beatorum premia. / O Crux scala excelsia / Cunctis altis arboribus / Adiva nos ab infimis / Ad Coelos usque scandere / Haec illa est altissima / Scala q. iam sanctissimus / Iacob vidit in somnio / Per quam pergebant Angeli. / O Crux sic admirabilis, / Ornata Christi sanguine / Quae cum sanctorum acmine / Nondum illustras lumine. / O Crux arbor dolcissima / Quae mortis das mysterium / Christi et nobis pretium / Conasti, atque gaudium. / O Crux ave spes unica, / Inventa hic ab Elena / Per te sic nobis gratia, / Detur, et sursum gloria. Amen. ANTIPHONA: Orabat Iudas dicens, Deus, Deus meus ostende mihi lignum sancte Crucis, cumque ascendisset de lacu, perexit ad hunc locum ubi iacebat sancta Crux. Hoc signum crucis erit in coelo. Cum Dominus ad iudicandum venerit. ORATIO: Deus qui hic, in preclara salutifere crucis invenzione, passionis tuae miracela suscitasti: concede, ut vitalis ligni pretio aeterne vitae suffragia consequamur. Qui vivis, et regnas &c.
 HYMNUS: Christi iam improperia, / Quae tulit et ludibria / Canamus et purpuream / Vestem, sputat et alafas, / ac flagellato corpore / Christi Iesu effunditur / Sanguis a bis crudelibus / Ave Rexque, clamantibus. / Perfundunt vultum sanguine / Ficta corona capiti / Quam ponunt illi milites / Spinarum, sed arundine / Heu, qui sempre gloriae, / Honorisque meruerat / Coronam cur sic ventibus / Circondant, et aculeis / Fundamus vultum lacrymis, / Pro pietate Domini / Vultum cuius, sic impiis / Fuderunt sputi sordibus / O tu Iesu santissime / Concede nobis pretij / Partem sacrati sanguinis / Quem tunc fudisti capitis. Amen. ANTIPHONA: Ego dedi tibi sceptrum Regale, et tu capiti meo imposuisti spineam coronam. Posuisti Domine, super caput eius. Resp. Coronam de lapide pretioso. ORATIO: Domine Iesu Coriste, qui humano generi condolens, coronam spineam in tuo sacratissimo capite suscepisti: sanguinem tuum pro salute omnium fudisti: respice ad indignias preces nostras; ut a te clementer esaudisti indulgentiam, et remissionem omnium paccatorum nobis tribuas, per tuam magnam misericordiam, et pietatem. Qui vivis, et regnas cum Deo Patre &c.
 Oggi la cappella degli Improperi è custodita dai greci. Vi è ancora custodito il frammento di colonna su cui, secondo la tradizione, stava seduto Gesù mentre veniva schernito e insultato.
 Per salire sul Calvario bisogna salire una gradinata perché si eleva di 5 m rispetto al piano della basilica. Esso misura 11,45 m per 9,25 e, come descrive Pesenti, è composto da due cappelle. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ad Montem nunc Calvarie, / Pergamus cunctis laudibus / Ut Christus sua gratia / Agnoscat nobis omnibus / Ad Montem sanctum ibimus / Devotis totis viribus / Iesumque contemplantibus / In cruce fixum pendere. / Ad Montem hunc sanctissimum / Eamus ubi sanguinis / Christus tunc sacrificium / In cruce pendens obtulit. / Ad locum hunc pervenimus / In quo salvator seculi / Se obtulit pro omnibus / Et hic emisit spiritu.m / Ecce locus sanctissimus / Sacratus Christi sanguine / Qui hic salutem anime / Inventi crucis opere. / Confixa clavis viscera / Tendens manu vestigia / Redemptionis gratia / Offerta est hic Hostia / O sacer sanguis victima, Salutis nostrae anime / In hac fusus Calvario, / Ex Christi Iesu corpore. / Gloria tibi Domine / Pro nostro passo subleme / Infunde nobis gratiam / Quam acquisisti sanguine. ANTIPHONA: Ecce locus ubi Salvator Mundi pependit, ex latere cuius sanguis, in redemptionem et aqua ad nostrorum criminum ablutionem exivit, venite ad oremus. Adoramus te Christe, et benedicimus tibi. Qui per sanctam crucem tuam. Hic redemisti mundum. ORATIO: Deus Pater aeterne pietatis, et infinite caritatis, qui furorem ire tuae quem nos pro peccatis nostris merebamus, hoc in loco super Filium tuum unigenitum, totius umani generis redemptorem ostendisti, cum ipsum in cruce sospendi permisisti, aceto, et fele potari: clavis, et lamcea vulnerari evoluisti: concede nobis indignis servi tuae santissime Maiestatis, eiusdem filij tui doloribus compatientibus, ut fructum tante passionis, et mortis eius, in aeterne felicitatis gloria perfrui mereamur. Per eundem Christum.
 Ancora oggi è custodita dai latini e ricorda la crocifissione di Gesù. È stata rinnovata in tempi recenti; l’altare in bronzo argentato è invece del 1588, un dono del granduca di Toscana Ferdinando de’ Medici. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: O Amor deiderij / Nostre salutis pretium / Qui pedes, manus percuti / Hic extendisti crucique / Decreti tunc chirographum / Christus estingui cupiens / Hic crucifixi manibus / Permisit atque pedibus / Nec tantis in doloribus / Oblitus erat virginia / Tensis in cruce brachiis / Ipsam reliquit virgini / Et hunc illi santissime / Matri donavit iuvenem / Quem diligebat fervide / Ex charitate nimia / O gutta Christi sanguinis / Valoris tanti pretij / Quae infiniti meriti / Fuisti nostris cordibus / Gloria tibi domine / Pro effusione sanguinis / Quem hic fudisti vulnerum / Ut nos ditares meritis. Amen. ANTIPHONA: Ego quasi Agnus inncens ductus sum ad immolandum, post quam carnem meam totam verberibus repleverant, ita ut numerare valerent omnia ossa mea, et pupugissent caput meum spinis, et vepribus, foderunt hic manus meas: et pedes meos ferreis clavis confingentes cruci: Ipse vulneratus est hic propter iniquitates nostras, Cuius livore sanati sumus. ORATIO: Domine Iesu Christe fili Dei vivi, qui hanc sacratissimum locum pro salute umani generis, pretioso sanguine tuo consecrasti; ad quem hora tertiabaiulans crucem, duci evoluisti: hac domum hora sexta cruce affixus, pro peccatoribus exorasti: Matremque dolorosam virginem virgini commendasti; concede quaesumus, ut nos et omnes qui hic tuo pretioso sanguine redempti sumus, et tuae passionis memoriam celebramus et eiusdem passionis benefitium consequi valeamus. Qui vivis et regnat &c.
 Questa cappella, officiata dai greci, poggia sulla roccia. Sotto l’altare vi è una lunetta che permette di vedere e toccare la roccia dove venne conficcata la croce di Gesù. Affianco è possibile vedere la fenditura che secondo la tradizione si produsse al momento della morte di Gesù.
 La Pietra dell’Unzione si trova oggi all’interno della Basilica del Santo Sepolcro, ed è una lunga pietra levigata in calcare rosa. Si trova sul luogo dell’antico Oratorio dell’Unzione, smantellato nel corso delle trasformazioni architettoniche dell’edificio. Secondo la tradizione, indica il luogo dove Gesù, deposto dalla croce, vene cosparso di unguenti. Per questo costituisce la XIII stazione della via crucis (Gesù deposto dalla croce). Affiancata da candelieri, è sovrastata da otto lampade.
 L’edizione del 1628 aggiunge qui: “& ivi si disse il seguente Hinno: HYMNUS: Ad Iesum modo ungere / Devotionis oleo / Pergamus omnes fervide / Ut nos iniungat gratia / Qui pietate nimia / Nomen effusum oleum / Habet atque dulcissimum / Cordis orgamur lacrymis. / O tu excelsa pietas / O Iesus ardens Charitas / Qui mortem morte destruis / Sic vitam donas mortuis / De cruce iam depositus / In Matris suae brachijs / Repositus ut creditur / In loco isto ungitur. / Contempla Matrem lachrymis / Plenam atque neroribus / Dolore mortis Filij / Cuius anore moritur / Sic quae Ioannes adfuit / Qui Matrem loco Filij, / Recepit virgo virginem / Pro pietate mortui / Veni Joseph santissime / Tu Nicodeme propere / Huc cum misture aloe / Ac mirrhae Iesum ungere / Nunc ergo super sydera / Preces pro nobis fondite / Ad Iesum Dei filium / Quem hic unxistis mortuum / Quem hic in munda syndone / Ligastis, et cum linteic / Tantisque aromatibus / Ipsum rogate precibus / Beata vestea bracchia / Quae meruerunt cingere / Corpus Iesu sanctissimum / Et id unguentis ungere / Gloria tibi Domine / Decus tibi perpetue / Honor tibi santissime / Pro unguentorum nomine. Amen. ANTIPHONA: Unguentum effusum nomen tuum, ideo adolescentule dilexerunt te. Dilexisti iustitiam et odisti iniquitatem. Propterea unxit te Deus, Deus tuus. ORATIO: Dulcissime Iesu Christe, qui in tuo sanctissimo corpore, quorum condescendens devotioni fidelium: ut te verum Regem, et sacerdotem ostenderes ingiungi ab eiusdem tui fidelibus evoluisti: concede, ut corda nostra unctione Spiritus sancti valeant ab omni infectione peccati continue preservari. Qui vivis et regnat &c.
 Scesi dal Calvario, proprio di fronte all’entrata della basilica, si trova la”Pietra dell’Unzione”, ossia una lastra di pietra rossastra lunga 2,70 m, larga 1,30 m e alta 0,30, più che il luogo, vuole ricordare il rito compiuto da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo.
 HYMNUS: Ad locum iam sanctissimum / Sepulcri Christi corporis / Eamus totis mentibus, / Quaerentes Iesum laudibus / Ad locum tam amabilem / Cunctis Christi fidelibus / Peragamus non cum iubilis / Fervore moti spiritus. / Ecce Ioseph decurio / Arimateae nomine / Qui Christi corpus unxerat / Cuius erat discipulus. / Et Nicodemus pariter / Cum sanctis quoque alijs / Tulerum huc in propio / Sepulchro pleni lachrimis. / In hoc excise lapide / In quo nunquam quis fuerat / Perunctum ponunt mortuum / Corpus Christi sanctissimum. / Tunc currunt duo pariter / Ad gloriosum tumulum / Sed praecucurrit citius / Ioannes Petro junior / Ioannes tamen ingredi / Non vult pro reverentia / Pastoris iam Ecclesiae / Intus tantum prospiciens / Tunc vidit lamina / Quibus cum aromatibus / Corpus Iesu ligaverant / Sacrarumque sudarium / Iesum tamen non viderunt / Qui tam liber a mortuis / Fuit peracto tempore / Dierum trium spatij. / Iam anima sanctissima / Ad inferos descenderat / Ut lumen daret mortuis / Ad Coelosque perduceret / Contrivit Portas eseas / Ligavitque Luciferum / In penis his perpetuis / Sua virtute propia / Sic ergo tulit animas / Atque sanctorum corpora / Quae resurgens pariter / Conduxit ad caelestia. / Unitur post haec omnia / Sacrato Christi corpori / Cum in utroque fuerit / Excelsa mens divinitas. / Resurgit tunc in gloria / Passurus nunquam amplius / Sed vita beatissima / usurus, et perpetua. – Quando vero non circundatur tribus vicibus dicantur hic. Gloria tibi Domine – Resumpsit Iesus omnia / Quae patiens ammiserat / Et sanguinem, et alia / Ad unionem corporis / Revoluit tunc ab ostio / Sepulchri huius lapidem / Ut legitur sic Angelus / Ad resurgentis gloriam / Fit terremotus maximus / Quo perterrentur milites / Ruant terrore homines / In terram velut mortui. / O Divina potentia / O summa sapientia / Qui post tormenta talia / Resurgit tanta gloria / Surgunt mane mulieres / Cum super terram tenebre / Essent adhuc, sed ansie / Cuius erant discipule. / Pergunt in prima Sabbathi / Aromatum huc copiam / Portantes, his ut ungerent / Corpus Iesu sanctissimum. / Tunc Iesum non inveniunt / Sed vident solos Angelos: / In albis hic sedentesque / Qui dicunt ipsum vivere. / Ex is ergo miraculis / Ac sanctis his prodigiis / Pergunt huc gentes omnium / Regnorum atque patrium. / Ad hunc currunt ex partibus / Mundi totius homines / Ac etiam mulieres / Omnes amore anxijs / Ex Orientis partibus / Et Aquilonis montibus / Meridie plagisque / Et ab Pccasus omnibus / Festinant parthi, Medique / Sic Elamire properant / Atque Mesopotamij / Simul et Cappadotij / Ex Pontique provincie / A Regioni Libie / A Phrigiaque populi / Omnes amore properant. / Gentes sic ex Parephilia / Et ex Aegypti partibus / Atque totius Asiae / Ad locum hunc perveniunt. / Pergunt Romani advene / Omnes fervore calidi; / Ob Christi reverentiam / Ac matris suae Virginia. / Agamus ergo gratis / Simulque cum his omnibus / Ut suam ob victoriam / Donet nobis et veniam / Gloria tibi Domine, / Pro tantis donis gratie / Quibus ditasti animas / Quae tuam colunt gloriam. Amen. ANTIPHONA: Quem totus Mundus capere nequiverat, hic uno saxo clausus fuit: atque morte iam perempta inferni clausura penetravit. Surrexit Dominus de hos sepulcro, alleluia. Qui pro nobis pependit in ligno, alleluia. ORATIO: Domine Iesu Christe, qui in hora diei vespertina de cruce depositus in brachijs dolcissime Matris tuae, ut pie creditur reclinatus fuisti; horaque ultima in hoc sacratissimo Monumento corpus tuum ex anime contulisti: et die tertia mortalitate deposita gloriosus ex inde resurrexisti, Angelos quidam eiusdem resurrectionis testes, apparire sussisti tribune quaesumus, ut nos, et omnes quos in orationem comendatossuscepimus, qui de tua passione, et morte memoriam facimus; resurrectionis tuae gloriam consequamur. Qui vivis et regnat &c.
 La cappella del Santo Sepolcro è di forma rettangolare; è lunga 8,30 m e larga e alta 5,90 m. Viene officiata dalle tre principali comunità religiose presenti nella basilica: latini, greci e armeni. L’edicola ha un vestibolo, qui chiamato Anticappella, di 3,40 m per 3,90 comunemente chiamato “cappella dell’Angelo” a ricordo dell’Angelo che apparve alle pie donne assiso sulla roccia ribaltata del sepolcro. Al centro della cappella si trova un piedistallo di marmo in cui è incastrato un frammento della pietra che chiudeva il sepolcro. 
 La “porticella” è alta 1,33 m e conduce nella stanza mortuaria vera e propria. 
 Il Santo Sepolcro misura 2,07 m per 1,93. La piccolissima camera “ad arcosolium” è l’ultima stazione della “via Dolorosa”. Sopra la tomba sono oggi appese 43 lampade d’argento: 13 appartenenti ai latini, altrettante ai greci e agli armeni, mentre i copti ne hanno solo quattro. Un’icona della Vergine nasconde una parte della primitiva tomba scavata nella viva roccia.
 A destra, la roccia che servì da letto funebre a Gesù, è stata ricoperta da un banco di marmo lungo 2,02 m, largo 0,93 e alto 0,66 m.
 L’evangelista Matteo riferisce che Gesù si recava a pregare in “un podere chiamato Getsemani” (Matteo 26,36). L’orto del Getsemani, o degli Ulivi, era un appezzamento di terreno ove era possibile la lavorazione dell’olio e si trova nella valle del torrente Cedron che separa Gerusalemme dal monte degli Ulivi.
 La chiesa cristiana primitiva rifiutava la violenza e condannava la guerra, non tanto per una posizione di principio, ma a motivo del fatto che l’impero romano era pagano e il cristiano, cittadino romano, chiamato alle armi non voleva prestare giuramento ad un imperatore che si riteneva dio. La conversione di Costantino nel 312 e l’imposizione del cristianesimo come religione dell’impero nel 395 implicarono un atteggiamento diverso nei confronti della vita militare: i cristiani ora si sentivano chiamati a difendere un impero che difendeva la loro fede contro il nemico comune, cioè i popoli germanici. Sant’Agostino definisce così la “guerra giusta”: “Giuste sono le guerre che vendicano le ingiustizie, quando un popolo o uno stato, al quale deve essere fatta guerra, non ha punito le iniquità dei suoi o non ha restituito quel che attraverso queste ingiustizie è stato sottratto”. Nel 1150 nel Decretum, testo base del diritto canonico, Graziano scrisse: “ Una guerra è giusta se è condotta con intenzione positiva, sotto la direzione di un’autorità legittima e con scopo difensivo o con lo scopo di recuperare un bene ingiustamente preso”.

Secondo san Bernardo fu proprio in epoca medievale, nelle terre d’Oriente che apparve la nuova cavalleria, in quanto nata con la finalità di liberare il Santo Sepolcro e i luoghi santi della Palestina; tuttavia l’ordine religioso-militare affonda le sue radici in Occidente. Già verso il IX secolo infatti i chierici occidentali riflettevano sul tipo di organizzazione da dare ad una società cristiana e sembrava loro opportuna una suddivisione in tre ordini o funzioni che in epoca carolingia vennero identificati in tre categorie: i monaci, i chierici e i laici. All’inizio del XI secolo Adalbéron, vescovo di Laon, specificando meglio il ruolo delle singole categorie scrive: “La casa di Dio dunque è triplice, benchè sembri unica: quaggiù alcuni pregano (orant), altri combattono (pugnant) e altri lavorano (laborant); i tre sono insieme e non si separano; così l’opera di due riposa sul compito di uno solo; ciascuno a sua volta porta a tutti sollievo”. Questo significa che lo schema delle tre funzioni esisteva da più di un secolo allorché, nel gennaio 1129, il concilio di Troyes riconobbe la legittimità dell’ordine del Tempio che riuniva in sé le prime due funzioni, cioè quella di pregare e quella di combattere. (cfr. ALAIN DEMURGER, I Cavalieri di Cristo – gli ordini religioso – militari del medioevo. XI-XVI secolo, ed. Garzanti, Milano, 2004)

 Secondo alcuni storici l’Ordine di Malta venne fondato nel 1099 a Gerusalemme come confraternita ospedaliera; secondo altri avrebbe un’origine ancora più remota che risalirebbe attorno alla prima metà del secolo XI, quando alcuni mercanti amalfitani ottennero dal califfo fatimide d’Egitto il permesso di fondare a Gerusalemme un ospizio e un ospedale annessi ad una chiesa dedicata a San Giovanni, per l’assistenza dei pellegrini cristiani. Per questo inizialmente l’ordine venne denominato “Ordine di San Giovanni”. La data riferita da Pesenti, anche se con una discordanza di un anno, ossia il 1121, è l’anno in cui venne creata la classe dei cavalieri e l’ordine di San Giovanni, divenne il Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano, assumendo così la duplice funzione ospedaliera e militare. Dopo la conquista cristiana di Gerusalemme l’ordine fu posto sotto la tutela della Santa sede con il diritto di scegliersi liberamente i propri capi. Nel 1529, dopo alterne vicende, i cavalieri di quest’ordine si stabilirono a Malta. La divisa dei cavalieri di San Giovanni era composta da un mantello nero con una grande croce bianca sul petto; durante le attività belliche i cavalieri indossavano una sopravveste rossa in cui campeggiava una grande croce bianca. Previo apposita autorizzazione ai cavalieri dell’ordine di Malta era data la possibilità di dedicarsi ad attività corsare, con la condizione di riservare alle casse della Sacra religione tre quarti del bottino catturato. A questo proposito vi era una precisa normativa: per ottenere la patente di corsa il candidato doveva dimostrare di avere l’esperienza marittima necessaria a garantire un felice esito dell’impresa e di avere a sua disposizione una nave ben armata ed equipaggiata. La licenza inoltre definiva l’area geografica entro cui l’interessato poteva corseggiare. Generalmente, fino alla fine del ‘600, i corsari con base a Malta ottennevano permessi per operare nelle acque della Barberia contro le navi musulmane. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.; M. LENCI, op. cit.).
 L’uso di portare la croce cucita sul petto iniziò con i partecipanti alla prima crociata (1095-99): secondo il diritto canonico e la pratica del tempo la croce indicava che il crociato era un penitente e un pellegrino al quale, in deroga rispetto ai canoni, era consentito portare le armi contro gli infedeli. I primi crociati  in particolare, si sentivano diretti al martirio e alla Gerusalemme celeste.
 Per ciò che concerne la collocazione cronologica della comparsa dei templari, uno scritto di Guglielmo di Tiro ci fornisce due riferimenti. Egli così scrive: “nel corso del nono anno (dall’esistenza del Tempio) e durante il concilio che fu tenuto in Francia a Troyes […] si istituì una regola per loro…”. Il prologo della regola del Tempio ne aggiunge un altro: “Con le preghiere di maestro Hugues de Payns, sotto il quale l’anzidetta cavalleria nacque per grazia dello Spirito Santo, si riunirono a Troyes (chierici) di diverse province transalpine, per la festa di monsignor sant’Ilario, nell’anno dell’Incarnazione 1128, il nono anno dall’inizio dell’anzidetta cavalleria”. Da notare che il concilio di Troyes molto probabilmente si era riunito il 13 gennaio 1129, e non 1128, perché allora nella Champagne era in uso il calendario dell’Annunciazione che prevedeva l’inizio dell’anno il giorno 25 marzo. Ne consegue che la fondazione del Tempio si deve collocare nell’anno 1120, ossia nove anni prima, per iniziativa di Hugues de Payns e un anno dopo la terribile disfatta dell’Ager sanguinis (28 giugno 1119) nel principato di Antiochia. L’iniziativa era stata incoraggiata da re Baldovino II, che in quella circostanza aveva concesso ai cavalieri (inizialmente solo nove) un alloggiamento nel suo palazzo, posto nella moschea al-Aqsa, costruita sulle fondamenta dell’antico tempio di Salomone, da cui il nuovo ordine prese il nome. L’ordine dei templari si può considerare il primo di tipo religioso-militare, infatti secondo alcuni storici in quegli anni l’ordine dell’Ospedale non si era ancora realmente militarizzato, mantenendo ancora il suo carattere prevalentemente assistenziale. Ci vollero nove anni affinchè l’Ordine del Tempio venisse riconosciuto e per ottenere l’autorizzazione ad esercitare, in quanto ordine religioso, anche una funzione guerriera. La società cavalleresca era infatti pronta a comprendere la novità, ma molti chierici erano dubbiosi o addirittura ostili e tra questi lo stesso san Bernardo. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)
 L’abito, ossia il mantello recante l’insegna propria dell’ordine, è un importante segno di riconoscimento e appartenenza ed è di proprietà dell’ordine. Oltre all’abito vi erano però altri segni che caratterizzavano gli appartenenti agli ordini religiosi-militari e che dovevano permettere agli appartenenti di riconoscersi. San Bernardo nella sua regola insisteva ad esempio sulla necessità di distinguersi dai “cavalieri del secolo”, che portavano lunghi capelli ricciuti e vestiti troppo larghi, chiedendo ai “nuovi cavalieri di Cristo” di portare capelli rasati a zero e la barba irsuta, ma corta. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)
 Il nome originario dell’ordine sarebbe “cavalieri di Santa Maria”, ma vennero più comunemente conosciuti come Cavalieri Teutonici perché erano in gran parte originari della Germania. Pesenti probabilmente si riferisce a Hermann von Salza, maestro carismatico dei teutonici. L’ordine dei teutonici venne fondato nel 1189-90 in Germania come confraternita ospedaliera e nel 1198 divenne Ordine Cavalleresco. Era sì ordine di Terra Santa, ma si impegnò a fondo anche nell’Europa centro-orientale nella difesa della zona di frontiera che separava il suo regno di Ungheria da quello del popolo pagano dei cumani. Nel 1226 una bolla di Federico II (bolla di Rimini) accorda infatti ai teutonici le terre da conquistare in Prussia insieme ai diritti regali propri di un principe dell’impero. Tale bolla venne considerata dai teutonici il testo fondante dello stato teutonico in quanto principato indipendente. Il 12 settembre 1230 papa Gregorio IX autorizzava i teutonici a insediarsi in Prussia con il compito di convertire gli abitanti alla fede cristiana, ma in un documento successivo lo stesso papa considerava le terre prussiane proprietà della chiesa e ne delegava l’amministrazione all’ordine teutonico, inviandovi solo un legato. (cfr. A. DEMURGER op. cit.)
 Inizialmente furono quindi tre gli ordini che si formarono con la finalità di portare aiuto ai pellegrini in Terra Santa e ciascuno specializzato in una propria funzione: caritatevole per gli ospedalieri, fondati nel 1113; liturgica per i canonici, fondati nel 1114 e militare per i templari, fondati nel 1120, ma riconosciuti solo nel 1129. (cfr. A. DEMURGER, op. cit.)
 Goffredo di Buglione, duca di Bassa Lorena, in realtà non fu mai re di Gerusalemme; egli fu il grande condottiero e capo effettivo dell’esercito crociato che nel 1099 diede il definitivo assalto a Gerusalemme riportandola sotto il dominio cristiano. Già prima della presa di Gerusalemme per necessità organizzative erano stati fondati due stati: la contea di Edessa e il principato di Antiochia. Subito dopo la conquista di Gerusalemme i capi della crociata si riunirono per eleggere come capo un uomo che incarnasse la realtà della conquista, senza tuttavia pronunciarsi sulla forma che essa avrebbe assunto. Inizialmente nessuno dei principi crociati avrebbe accettato di lasciare ad altri il primato a Gerusalemme. Si affermò che “a nessuno era lecito portare la corona d’oro là dove Cristo aveva portato la corona di spine”. Quindi, a capo del regno latino di Gerusalemme fu designato Goffredo di Buglione, il principe di minor rilievo tra i grandi, un uomo finito fisicamente, anche se solo quarantenne; questi rifiutò infatti il titolo di re, preferendo la carica di “principe della città” e “difensore del Santo Sepolcro”. L’anno successivo, ossia nel 1100, Goffredo morì lasciando come successore il fratello Baldovino, conte di Edessa, che piegò la volontà degli altri feudatari, dei cavalieri e dei prelati della nuova Chiesa di Gerusalemme, assumendo senza esitazioni il titolo di re di Gerusalemme (Baldovino I). Prima di morire Goffredo stabilì canonici nella chiesa del Sepolcro e nella Cupola della Roccia (moschea di Omar), organizzando dunque la chiesa secolare di Gerusalemme come la chiesa occidentale (cfr. PIERRE AUBÈ, Goffredo di Buglione, ed. Salerno, Roma, 1987).
 Il 1270 è l’anno dell’ottava e ultima crociata.
 Dopo l’ultima crociata la Palestina venne infatti incorporata alla Siria sotto il dominio dei Mamelucchi d’Egitto. Solo nel 1335 i cattolici di rito latino vi entreranno con i francescani, grazie all’interessamento di Roberto d’Angiò, re di Napoli, e della moglie Sancia di Maiorca. I francescani si stabilirono nel convento del Monte Sion, costruito accanto al cenacolo in Gerusalemme, come rappresentanti della Chiesa di Roma e ottennero di poter officiare nel Santo Sepolcro e avere un posto dentro la basilica insieme ad altre comunità cristiane dissidenti. L’inizio giuridico della Custodia di Terra Santa risale al 1342, quando papa Clemente VI, con le bolle Gratia agimus e Nuper carissimae, approvò e ratificò il trapasso dei diritti sui santuari di Terra Santa che i Reali di Napoli avevano effettuato a favore dei Francescani.

Nel 1517 inizia il dominio degli Ottomani che, salvo brevi pause, si protrarrà fino al 1917.

 Pesenti si riferisce alla bolla del 4 Maggio 1515, con la quale Papa Leone X conferiva al Padre Custode di Terra Santa il privilegio di investire i Cavalieri del Santo Sepolcro. Tale bolla venne confermata da Papa Clemente VII nel 1525 e da Papa Pio IV il 1 Agosto 1561. Da pochi anni i Frati abitavano nel Convento di San Salvatore, ex convento georgiano della Colonna, dopo essere stati cacciati nel 1551 dal Convento del Sion dove avevano abitato dal 1333. Di fatto, l’investitura dei Cavalieri sulla Tomba di Cristo da parte del Padre Custode di Terra Santa è attestata dal 1496 al tempo di Padre Bartolomeo di Piacenza primo Magnus Ordinis S. Sepulchri Magister. Vi sono inoltre precedenti testimonianze dei pellegrini che descrivono l’investitura a Gerusalemme, sempre nella Basilica del Santo Sepolcro. Di queste si è già detto nelle pagine introduttive. Nel 1847 Papa Pio IX con la bolla Nulla Celebrior ripristinò a Gerusalemme il Patriarcato Latino, dando al Patriarca la facoltà di investire i Cavalieri. Da allora i Padri Francescani non crearono più i Cavalieri perché il Patriarca annesse a sè questa facoltà.
 Ancora oggi nella sagrestia del piccolo convento dei francescani addetti ad officiare nel basilica del Santo Sepolcro, sono conservati un paio di speroni dorati e una spada attribuiti a Goffredo di Buglione.
 Tutti gli ordini militari comportano per i fratelli gli obblighi religiosi del monaco o del canonico regolare, anche se meno rigidi e adattati alla loro vocazione e alla loro pratica militare. La partecipazione alla messa quotidiana è obbligatoria in tutti gli ordini (cfr. A. DEMURGER, op. cit.) 
 Il Mar Morto è chiamato in arabo Bahr Lut, ossia Mare di Lot, mentre l’antico nome è Asfaltide. È la depressione geologica più profonda della terra: si trova a circa 400m sotto il livello del mare. È lungo 80-85 km e largo al massimo 17; il perimetro misura 230 km. Il punto di massima profondità delle acque raggiunge i 400 m. Non esiste un emissario, tuttavia la forte evaporazione impedisce la crescita del livello. Le acque del Mar Morto hanno una concentrazione di sali talmente alta da non consentire alcun genere di vita (donde il nome di Mar Morto). Il mare è circondato da colossali montagne, simili a muraglie inframezzate da gole profonde ed inaccessibili. Tra queste si ricordano a Est le Montagne di Moab, di cui una delle cime più alte è il Monte Nebo (m 808), dove Mosè, dopo aver contemplato la Terra promessa, morì all’età di 120 anni.
 Le cinque città della Pentapoli sorgevano sull’antica piana di Siddim, una penisola che sporge a Sud-Est, dividendo questa parte del Mar Morto in due parti disuguali, di cui la minore è quasi uno stagno salato di solo 6-8 m d’acqua.
 Giovanni evangelista chiama il luogo della predicazione di Giovanni il Battista e del Battesimo di Gesù “Betania, al di là del Giordano” (Gv.1,28) per distinguerla dalla Betania vicino a Gerusalemme, patria di Lazzaro e delle sue sorelle. Tuttavia non si conosce con precisione la collocazione di questo villaggio; recenti scoperte archeologiche tenderebbero a identificarlo con l’attuale Ennon-Sapsafas, nei pressi del wadi Kharrar, in Transgiordania. Il punto identificato dalla tradizione e qui descritta come luogo del Battesimo di Gesù si trova a 8 km da Gerico. Qui fin dai primi tempi del cristianesimo furono commemorati anche il passaggio del Giordano da parte degli Israeliti per entrare nella Terra promessa, il passaggio di Elia e il suo rapimento in cielo su un carro di fuoco e la predicazione del Battista. 
 Anticamente Gerico era abitata dagli Asmonei, eredi della famiglia dei Maccabei, che vi avevano costruito un palazzo fortificato. Erode il Grande (morto proprio in questa città), vi aveva fatto erigere grandiosi edifici in stile ellenistico-romano e  tra questi, il suo palazzo d’inverno. A motivo del clima mite, sembra che alcune famiglie aristocratiche di Gerusalemme avessero proprio a Gerico una residenza invernale. La città era inoltre considerata l’ultima tappa per i pellegrini che dalla Galilea si dirigevano verso Gerusalemme, evitando di attraversare la Samaria a causa dei difficili rapporti con gli abitanti di questa regione, considerati eretici. L’attuale villaggio di Gerico, un’oasi nel deserto, è sorto nel XVIII secolo sulle rovine della città bizantina e crociata. In realtà l’insediamento di età ellenistica abitato ai tempi di Erode e di Gesù non corrisponde esattamente all’attuale Gerico, ma era situato un po’ più a Sud, sotto i colli.
 La ricchezza di reperti archeologici presenti sul territorio e la mancanza di fonti che possano dare indicazioni al riguardo, rendono oggi l’identificazione della casa di Zaccheo alquanto improbabile.
 La Fontana di Eliseo (che ne risanò le acque amare) si trova a Nord, sulla collina ove sorge la Gerico Cananea, ossia la prima città che gli Israeliti guidati da Giosuè, conquistarono entrando nella Terra promessa dopo l’attraversamento del Giordano. A partire dal 1907 scavi archeologici condotti in questa zona hanno riportato alla luce resti di costruzioni appartenenti a varie epoche, alcuni dei quali addirittura risalenti a circa 8000 anni prima di Cristo, facendo perciò di Gerico la città più antica del mondo fino ad oggi conosciuta.
 Il Monte della Quarantena, Giabal Quruntul in arabo, si trova ad Ovest della Gerico cananea e si erge quasi a picco sul piano viene anche chiamato Monte delle Tentazioni, a ricordo del digiuno di quaranta giorni di Gesù e delle tentazioni da lui subite durante questo periodo. Sulla cima del monte sono ancora visibili i resti di un’antica cappella eretta a ricordo della terza tentazione di Gesù. È possibile che Pesenti si riferisca ai resti di questa cappella quando parla di una caverna fatta accomodare e dipingere da Sant’Elena.
 Pesenti sembra parlare della fortezza che il re David conquistò verso l’anno 1000 a.C. togliendola ai Gebusei, il cui antico nome cananeo era Sion. Essa si trovava sulla collina dell’Ofel, a Sud-Est dell’attuale Gerusalemme. Dopo la conquista da parte di Davide la località si chiamò città di David e il nome “Sion” passò ad indicare simbolicamente l’intera città santa e soprattutto il Moriah, ossia il luogo ove venne costruito il Santuario per la custodia dell’Arca dell’Alleanza e, successivamente, il grandioso Tempio di Salomone. Storici ed archeologi concordano nel situare la Gerusalemme primitiva sul monte Ofel, e non sul monte Sion. L’Ofel si trovava infatti in una posizione invidiabile dal punto di vista strategico: il luogo era infatti facilmente difendibile da eventuali assalti di nemici. In vista di eventuali assedi re Ezechia (716-687) vi fece costruire anche una vasca o fontana per la conservazione dell’acqua.
 La torre cittadella, o Palazzo di Erode, venne chiamata “Torre di Davide” a motivo del fatto che al tempo di Erode si attribuiva a Davide la fondazione della città alta. Nel 24 a.C. venne costruito il palazzo in cui Erode ricevette i Magi. Risparmiato da Tito nel 70 d.C., venne distrutto da Adriano nel 135. Di esso rimangono solo le massicce basi.
 Il nome “Monte Sion” venne dato dai cristiani nel IV alla collina occidentale di Gerusalemme, sulla quale si trovava la Chiesa Madre del Cenacolo in cui si venerava anche la memoria e la tomba del santo re David. Dal XVI secolo la località si trova fuori dalla cinta delle antiche mura.
 Nel 1335 i Francescani costruirono accanto al Cenacolo il loro primo Convento. Il superiore di detto convento sarà poi chiamato il Custode della Terra Santa e riceverà il nome, tuttora in uso (dato che attualmente il convento è tornato ai Francescani), di “Guardiano del Santo Monte di Sion”. Nel 1551 i Musulmani costrinsero i Francescani ad abbandonare il Sion, mentre il Cenacolo veniva trasformato in moschea.
 Già nel II e III secolo sotto il Cenacolo venne eretto un edificio absidale, diviso in due parti dedicate rispettivamente alla lavanda dei piedi e alle apparizioni di Gesù risorto. 
 È il Cenacolo, la “sala grande e addobbata”, posta al piano superiore della casa nominata dagli evangelisti nel racconto dell’Ultima Cena del Giovedì Santo, durante la quale istituì l’Eucarestia e il Sacerdozio. In questa casa Gesù apparve agli Apostoli dopo la Resurrezione e nacque la prima chiesa cristiana il giorno della Pentecoste. Un’antica e costante tradizione la indica come casa di Marco. Già al tempo degli apostoli il luogo venne reso oggetto di culto e nel IV secolo vi fu edificata una piccola chiesa. Risparmiato dalle varie distruzioni della città, l’antica casa rimase intatta fino a metà del XVI secolo. Nel IV secolo accanto al Cenacolo venne eretta una Basilica chiamata “Santa Sion” che venne poi distrutta dai Persiani nel 614. I Crociati più tardi la ricostruirono, a tre navate, e dedicarono la navata settentrionale alla “Dormizione di Maria Santissima”.
 Oggi è permessa la visita e una breve sosta di preghiera.
 L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: PSALMUS: De profundis clamavi ad te Domine: Domine exaudi vocem meam. Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae. Si iniquitates observaveris Domine: Domine, quis sustinebit ? Quia apud propitiatio est:  et propter legem tuam sustinui te Domine. Sustinuit anima mea in verbo eius, speravit anima mea in Domino. A custodia matutina usque ad noctem, speret Israel in Domino. Quia apud Dominum misericordia: et copiosa apud eum redemptio. Et ipse redimet Israel ex omnibus iniquitatibus eius. Gloria Patri, et Filio, &c. ANTIPHONA: Si iniquitates observateris Domine, Domine quis sustinebit. Kyrie eleison, Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster; et ne nos inducat in tentationem. Sed libera nos a malo. Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. ORATIO: Deus fidelium lumen animarum adesto supplicationibus nostris, et da omnibus fidelibus in Christo, quorum corpora in isto agro requiescant, refrigerij sedem quietis beatitudinem et luminis claritatem. Per Christum Dominum nostrum. 
 L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Hic est Discipulus ille quem diligebat Iesus cui in Cruce pendens nostre salutis auctor matrem suam Virginem virgini comendavit. Ait Iesus discipulo moriens: Ecce Mater tua. ORATIO: Exaudi benignissime Iesu preces nostras, et intercedente pro nobis beato Ioanne Evangelista dilecto tuo: quem dolcissime Matri tuae in hoc sanctissimo loco, sacra Missarum solemnia saepius credimus celebrare: presta propitius ut eius exemplo sacrifitium nostrum casto corpore, et immacolato corde tuae sempre maiestati valeamus offerre. Qui vivi set regnas &c.
 L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Hic impetam Iudei in Domini Nostri Iesu Christi Matrem unanimiter fecerunt, eius Sanctum funus evertere conantes. Dominus adiutor noster. Et salus nostra in tempore tribulationis. ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus, qui Coelorum regine corpus gloriosum ab inhumanissimo Iudaeorum concursu, illud impudenter subvertere nitentium in hoc potenter eripus isti loco; quaesumus nos eiusdem genitricis filij cui interventione a cunctis cogitationum malarum incursibus difende placatus. Per eundem Christum Dominum nostrum.
 L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Tunc caepit detestari, et iuvare, quia non novisset hominem et continuo gallus cantavit; et recordatus est Petrus verbi Iesu, quod dixerat, prius quam gallus cantet, ter me negabis. Et egressus foras venit in hunc locum. In quo flevit amare. ORATIO: Da nobis quaesumus Domine fidei, spei, et Charitatis augmentum, ut exemplo B. Petri Apostoli, cui tantum trina de te displicuit adiuratio, amara eius hic ostendit contritio, admissa largissime flere mereamur et flendo eadem amplius non admittere. Qui vivis et regnas, &c.
 L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Expuit Iesus in terram et fecit lutum ex sputo, et linivit super oculos ceci nati et dixit: Vade, et lava ad Natatorie Soloe. Abijt ergo ille. Et lavit, et vidit. ORATIO: Deus cui nihil impossibile, sed solo verbo restaures universa; qui cecho nato eius oculos tuo iussu in his Siloe natatorijs extergenti, clarum tam spiritus: quam corporis reddidisti visum concede nobis quaesumus, haec tua sancta recensentibus opera, ut oculi mentis nostrae luto delictorum infetti, aqua misericordiae tuae valeant expiari. Qui vivis et regnas, &c.
 Il nome di “Valle di Giosafat” venne dato alla parte settentrionale della valle del Cedron che separa il Moriah, su cui era costruito il Tempio, dal monte degli Ulivi. È un nome simbolico tratto dal profeta Gioele e signica “Dio giudica”. È possibile che questo tratto di valle venne denominato così perché qui tradizionalmente venivano seppelliti i morti in attesa della risurezione e del giudizio finale divino. La valle è infatti ricca di sepolcri.
 ORATIO: Respice quaesumus Domini super hanc familiam tuam pro qua Dominus noster Iesus Christus non dubitavit manibus nocentium tradi, et cunctis subire tormentum.
 Betania è un piccolo villaggio che sorge alle pendici orientali del Monte degli Ulivi, sulla strada di Gerico, a 3-5  km da Gerusalemme. In onore di Lazzaro nel IV secolo i cristiani ne cambiarono il nome in Lazarium e sulla sua tomba costruirono una chiesa. Una seconda chiesa venne eretta sulla casa di Lazzaro, Marta e Maria. Le due costruzioni subirono varie vicende, ma numerosi resti archeologici ne testimoniano la grandezza e la bellezza. Le rovine della chiesa costruita sulla tomba di Lazzaro (a cui si accede tuttora scendendo 24 scalini) nel XVI vennero trasformate in una moschea. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Intravit Iesus in hoc Castellum, et Mulier quaedam Marte nomine, accepit illum in domum suam. Marta Marta sollecita es. Et turbarsi ergo plurima. ORATIO: Dulcissime Domine Iesu Christe, qui pro tua summa pietate in hac famulae tuae Marte domo, saepius hospitari dignatus es; da quaesumus ita nos meritis ipsius ospite tuae conscientiae nostrae habitaculum sanctis tibi preparare virtutibus, ut cum estrema dies advenerit, in coelestiregni tecum peremniter hospitari mereamur . Qui vivis et regnas, &c. HYMNUS: Nardi Maria distici / Sumpsit libram mox optimi / Unxit beatus Domini / Pedes rigando laxrymis / Honor decus imperium / Sit trinitati unice / Patri nato paraclito / Per infinita specula. Amen. - Optimum partem elegit sibi Maria. Quae non auferetur ab ea in aeternum. ORATIO: Beatae Mariae Magdalenae, quaesumus Domine suffragijs adiuvemur: precibus exoratus quatriduanum fratrem Lazarum vivum, ab inferis resuscitasti . Qui vivis, &c.
 ANTIPHONA: Iesus ergo rursum fremens in semetipso venit adhuc Monumentum et ait tollite lapidem. Hoc cum dixisse voce ,agna clamavit: Lazare veni foras. ORATIO: Omnipotens clementissime Deus, qui mundum innumerabilibus renovas beneficijs, concede quaesumus, ut sicuti Lazarum in hoc mausoleo quatriduanum, fetidumque tecentem, ac magna mole lapidis abrutum : qui peccatorem in peccatis mortuum, tua solita pietate suscitatum esse designiat : ad hanc mortalem lucem, per unigeniti filij tui vocem, potenter redire iussisti, hic nos iubeas vitiorum omnium resuscitatos pondere, per eum sacratissime passionis mysterium ad aeternam lucem feliciter pervenire. Qui vivis et regnas, &c.
 L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Cum autem esset Iesus in Betania in domo Simonis leprosi accessit ad eum mulier habens alabastri unguentum pretiosi: Et effudit super caput ipsius recumbentis. Videntes autem discipuli indignati sunt dicentes, ad quid perditio haec. Quid molesti aestis huic muliebri. Bonum enim opus operata est in me. ORATIO: Fac nos quae sumus Domine, exemplo B. Mariae Magdalenae, quam in hoc locho super caput, et pedes dolcissimi filij tui recumbentis alabastri unguenti pretiosi credimus effudisse, eiusdem Domini Nostri Iesu Christi mortalitatem posteris designantem, omnes actus nostros recte, intentionis unguento condire: ut istud venerandum recensentes spectaculum, certe redemptionis nostrae misteria, fideli mente pertractare mereamur. Per eundem, &c.
 ANTIPHONA: Nundum venerat Iesus in hoc Castellum sed erat adhuc in loco isto, ubi occurrit ei Martha. Dixit Martha sorori sue. Resp. Magister adest, et vocat te. ORATIO: Consolator optime Iesu Christe benigne, qui ad gaudium Mariae, et Marthae sororum de interitu fratris a pena dolentium Betaniam ascendisti, et ex longo fatigatus itinere hic humiliter concedisti: patris tui gloriam: in defunti Lazari suscitatione mundo gloriosissime ostensurus: presta propitius, ita nos per amplam praesentis vitae viam fideliter incedere, ut soluti carnis ergastolo in caelestibus tabernaculis, tecum mereamur aeternaliter conquiescere. Qui vivis et regnas, &c.
 ANTIPHONA: Lapidaverunt hic Stephanum Iudei invocantem, et dicentem, Domine Iesu accipe spiritum meum. Et ne statuas illis hoc peccatum, quia nesciunt quid faciunt, et cum hoc dixisset obdormivit in Domino. Stephanus vidit Coelos apertos. Resp. Vidit, et introivit, beatus homo cui Coeli patebunt. ORATIO: Omnipotens sempiterne deus, qui primitias martirum in beati Levite : Stephani sanguine dedicasti tribue quaesumus, ut pro nobis intercessor existat, qui pro suis etiam persecutoribus oxoravit Dominum Iesum Christum filium tuum. Qui tecum vivit et regnat, &c.
 Detta anche piscina Bezetha. Il nome “probatica” significa “delle pecore” e forse vi venivano lavati gli animali destinati al sacrificio nel Tempio. Oggi se ne conservano le rovine. La piscina era circondata da quattro portici, sotto i quali venivano ricoverati i malati; un quinto portico divideva la piscina in due bacini che al tempo di Gesù avevano un’area di 120m x 60. Viene ricordata perché Gesù vi compì il miracolo della guarigione del paralitico (Giovanni 5,2 – 18).
 In Giovanni 5,4 si parla di “un angelo… che agitava l’acqua”, ma tutto il versetto è posto tra parentesi e manca nei manoscritti migliori e più antichi. Potrebbe essere un’aggiunta che riporta un modo popolare di esprimersi per indicare alcune virtù terapeutiche dell’acqua. Trattandosi infatti di acqua sorgiva ogni tanto poteva capitare che ribollisse e si agitasse. Il riferimento all’angelo significa che quelle virtù erano ritenute soprannaturali.
 L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Erat autem quidam homo ibi triginta et otto omnes habens in infirmitate sua, hunc cum vidisset Iesus iacentem et cognovisset, quia multum tempus haberet, dixit ei, vis sanus fieri? Respondit ei languidus, Domine hominem non habeo, ut cum fuerit turbata aqua nittat me in piscinam. Dixit ei Iesus, Surge tolle grabatum tuum, et ambula. Risp. Et statim sanus cactus est homo ille, et sustulit grabatum suum, et ambulavit. ORATIO: Infirmitas nostras respice, Domine Iesu Christe, et gratiae tua pietatis, animarum sana languores, qui triginta et octo annos egrotantem virum apud hanc probaticam piscinam, aque motum expectantem respexisti, cumque tua invisibili pietate motus solo verbo curasti. Qui vivis &c.
 Ancora oggi la spianata del Tempio è considerata, soprattutto per ebrei e musulmani il cuore della città, individuabile facilmente anche da lontano, dalle alture circostanti, per la moschea di Omar che vi si eleva al centro, nel luogo dell’antico tempio di Salomone. La storia del Tempio di Gerusalemme ebbe inizio quando Davide riuscì ad introdursi con l’inganno in Salem, antica roccaforte cananea dei Gebusei. In seguito, nell’anno 960 a.C., sul grande piazzale, in parte artificiale, del monte Moriah, per volere di Dio Salomone, figlio di Davide costruì un ricco e grandioso tempio: l’unico tempio del popolo ebraico, centro e anima di tutta la sua storia religiosa e politica. Nel 587 a.C. la costruzione venne distrutta dai Caldei guidati da Nabucodonosor; venne poi ricostruito, più modestamente da Zorobabele nel 516 a.C. Successivamente, nel 20-19 a.C., per ingraziarsi gli Ebrei, Erode il Grande volle demolire l’antico tempio per ricostruirlo più sontuoso, di straordinaria bellezza, un vero capolavoro di ingegneria, tale da essere paragonato ai tempi alle sette meraviglie del mondo. A questo proposito Giuseppe Flavio scrisse: “il costo di quest’opera era incalcolabile e la sua magnificenza insuperabile”. Il nuovo Tempio venne dedicato, ossia consacrato, nel 18 a.C., ma per completarlo ci vollero ancora circa ottant’anni di lavori, durante i quali non venne però mai interrotto il culto. Durante la guerra di sollevazione dei Giudei contro i Romani (66-70 d.C.) il Tempio venne distrutto dai soldati romani di Tito Vespasiano: secondo Giuseppe Flavio, infatti, Tito non diede mai l’ordine di incendiare il Tempio, anzi suo desiderio era di risparmiarlo, ma l’iniziativa venne prese da un oscuro soldato. Inutili furono anche i successivi tentativi di ricostruzione, tra cui quello di Giuliano l’Apostata, nel 363, durante il quale però in realtà egli non fece altro che completare la rovina del Tempio rimuovendo le costruzioni pagane fatte costruire sopra le rovine nel 135 da Adriano. Dopo questo ultimo tentativo la spianata venne definitivamente abbandonata tanto che divenne un deposito di immondizie fino all’arrivo degli Arabi nel 637. I musulmani sopraggiunti lo ritennero un luogo sacro, poiché secondo la tradizione, dopo Abramo, Davide, Salomone ed Elia, anche Maometto avrebbe pregato sulla roccia del Moriah (cima rocciosa della collina). Fu così che nel 692 costruirono una delle più belle ed importanti moschee del mondo, ossia la Moschea di Omar, detta anche la Cupola della Roccia. Dopo la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati, nel 1099 la moschea venne trasformata in Templum Domini e venne così officiata fino al 1187, quando, con la caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino, la costruzione tornò nelle mani dei musulmani e divenne nuovamente moschea. La spianata del Tempio è tuttora circondata da mura erette nel XVI secolo da Solimano il Magnifico.
 La chiesa di S. Anna è il monumento più caratteristico e meglio conservato dell’arte crociata. La chiesa è dedicata alla madre di Maria, Sant’Anna e la cripta si venera come luogo in cui nacque la Vergine. Sebbene non si sappia esattamente dove sia nata la Madonna, il protovangelo di Giacomo (II secolo) fa riferimento ad un sito, in Gerusalemme, vicino al Tempio e così i pellegrini cristiani fin dal V secolo, accanto alla piscina probatica, costruirono una chiesa, chiamata del “Paralitico” o di “Santa Maria dove essa è nata”, e la venerarono come luogo di nascita di Maria. Andata in rovina l’antica costruzione, venne ricostruita dai Crociati nel 1142 per ordine di Arda, moglie del sovrano di Gerusalemme, e dedicata a Sant’Anna. Già cinquant’anni più tardi fu trasformata dal Saladino in madrasah (scuola coranica). Nel 1865 il sultano turco la donò col terreno circostante al Governo francese e dal 1878 è affidata ai cattolici Padri Bianchi. Sebbene abbia subito ampi restauri, la chiesa, di severa bellezza, è un vero gioiello dell’arte crociata. Nell’interno, a tre navate, una breve scala scende nella cripta bizantina dove secondo la tradizione si trova la casa natale di Maria. A fianco della chiesa sono stati riportati alla luce i resti della piscina di  Bethesda, o Piscina Probativa.
 ANTIPHONA: Gloriose Virginis Mariae, et Annae ma tris eius Conceptionis, et Nativitatis Ecclesiam, devotissime visitemus, quae et genitrices dignitatem obtinuit et virginalem pudicitiam non amisit: Ver. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Famulorum quorum quaesumus Domine delictis ignosce, ut qui tibi placere de actibus nostris non valemus B. Annae, et genitricis filij tui domini nostri intercessionibus salvetur. Per eundem Christum, &c.
 L’edizione del 1628 specifica che nella casa di Pilato “et altri luoghi dove non si può entrare, passando si dice Pater noster, et Ave Maria”.
 Ancora oggi viene chiamata Via Dolorosa la strada di Gerusalemme che percorse Gesù portando la croce sulle spalle, dal Pretorio di Pilato, nella torre Antonia, fino al Calvario. Lungo la Via Dolorosa attualmente vi sono nove stazioni di una Via Crucis che ricorda le tappe significative della Passione di Gesù (le ultime cinque si trovano all’interno della basilica del Santo Sepolcro), ma tali tappe sono più da considerarsi sotto il profilo devozionale, che non quello storico-archeologico.
 Ancora oggi è visibile il cosiddetto “Arco dell’Ecce Homo”: è un arco romano che attraversa la strada risalente al tempo di Adriano, che lo fece costruire nel 135 sul grande lastricato del Litòstroto, dove si svolse il processo di Gesù davanti a Pilato. Era in origine a tre fornici e segnava l’ingresso alla città di Aelia Capitolina, costruita dai romani sulle rovine di Gerusalemme. Oggi è visibile solo la parte centrale: una parte è scomparsa e si trovava all’interno del convento dei dervisci islamici, mentre dall’altro lato la parte finale dell’arco è inglobata nella basilica dell’“Ecce Homo”. Il nome “Arco dell’Ecce Homo” è piuttosto tardivo: risale infatti al XVI secolo ed ha due possibili origini: potrebbe collegarsi alle due pietre che vi sono incastrate e che secondo i pellegrini del tempo dovevano essere quelle su cui poggiavano i piedi di Gesù nel momento in cui Pilato lo presentava alla folla; oppure alla falsa credenza, condivisa anche da Pesenti, secondo cui Pilato presentò Gesù proprio da quell’arco. Sopra la parte che scavalca la via è oggi visibile una casa araba.
 La porta costituisce la quinta stazione della Via Dolorosa (Il Cireneo aiuta Gesù). Oggi conduce a una cappella francescana.
 Il velo di seta con cui la donna asciugò il volto di Gesù e su cui rimasero impressi i suoi tratti è conservato nella basilica di San Pietro a Roma fino dal 707. La porta che costituisce la sesta stazione della Via Dolorosa conduce oggi a una piccola chiesa armeno-ortodossa, in cui si trova la tomba della Santa.
 Ancora oggi tra la sesta e la settima stazione si nota un arco facente parte delle antiche mura della città al tempo di Gesù.
 In questo luogo, che la tradizione indicò fin da tempi remotissimi come Sepolcro della Madonna, sorse una prima chiesa nel V secolo. Questa primitiva costruzione venne distrutta nel 1010 e successivamente, nel 1130, restaurata dai Crociati che vi aggiunsero un’abbazia benedettina. I soldati di Saladino distrussero l’abbazia nel 1187, ma risparmiarono la tomba di Maria. Nel 1303 i francescani ne ottennero il possesso dal Sultano di Egitto ed essi vi si stabilirono fino al 1757, quando vennero scacciati definitivamente dai musulmani, istigati dai greci ortodossi, i quali poi subentrarono ai francescani nel possesso del luogo. 
 La lunga scalinata fu costruita dai Crociati che vollero chiudere l’ingresso primitivo lungo il torrente Cedron in quanto causa di frequenti inondazioni.
 L’edizione del 1628 specifica che “qui si dice le seguenti orationi: Al Sepolcro di S. Gioachino. ANTIPHONA: Similavit te Deus Ioachim viro sapienti, qui edificavit domum suam supra petram. Ora pro nobis B. Ioachim. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui nos B. Ioachim Patris genitricis Dei commemoratione letificas, concede propitius ut eius memoria olimus etiam patrocinia sentiamur. Per Christum &c. Al Sepolcro di S. Anna. ANTIPHONA: Haec est radix, et stirps Ieffe, ex qua Virgo sumpsit esse quae divinum proferì florem et fert fructum contra mortem. Vers. Ora pro nobis B. Anna. Risp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui B. Annam matrem tuae genitricis fieri evoluisti presta quaesumus ut apud te meritis utriusque ma tris et filie regna coelestia consequamur. Qui vivis  &c. Al Sepolcro di S. Gioseffo. ANTIPHONA: Sancte Joseph suffragia nos tueantur iugiter et ad regna coelestia nos perducant feliciter. Vers. Ora pro nobis B. Ioseph. Risp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Da quaesumus Domine B. Iosepho sponsis genitricis Dei Mariae solemnitatibus gloriari, ut eius sempre et patro civijs sublevemur, et fidem congrua devotione sectemur. Per Christum Dominum nostrum  &c.
 HYMNUS: Ave maris stella, / Dei Mater alma / Atque semper virgo / Felix caeli porta / Sumens illud ave / Gabrielis ore / Funda nos in pace / Mutans Evae nomen / Solve vincla reis / Profer lumen caecis / Mala nostra pelle / Bona cuncta posce / Monstra te esse matrem / Sumat per te preces / Qui pro nobis natus / Tulit esse tuus / Virgo singularis / Inter omnes mitis / Nos culpis solutos / Mites fac et castos / Vitam praesta puram / Iter para tutum / Ut videntes Jesum / Semper collaetemur / Sit laus Deo Patri / Summo Christo decus / Spiritui sancto / Tribus honor unus.  Amen. ANTIPHONA: O Gloriosa Domina assumpta super sydera, quae nec primam similem, nec habere sequentem, sola sine exemplo placuit Virgo Christo. Vers. Esaltata est sancta Dei genitrix. Resp. Super choros Angelorum ad coelestia regna. ORATIO: Famulis tuis quaesumus Domine coelestis gratiae munus impartire, ut sicut B. V. nobis extitit salutis exordium: ita eius assumptio gloriosa aditum ad gaudium tributa Angelorum. Per Christum &c.