Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 5

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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PELLEGRINAGGIO Di Gierusalemme.

di

Gio. Paolo Pesenti.

LIBRO. II


Giunti noi con l’aiuto di Giesù Nostro Signore in Gierusalemme, sani e salvi, la prima sera diedero ordine li R. Padri di far la Processione, & a tutti i Pellegrini, come è l’usanza, lavati prima i piedi dal Padre Angelo da Messina, qual havendo sofferto le fatiche più de vinti anni continui in servitù di quelli Santi luoghi, meritò da Sua Santità essere eletto dignissimo Guardiano, & da un altro asciugati, & da tutti gli altri altri Padri cantanti Salmi in processione, in passando con genuflessione baciati, ci diedero poi una candela in mano accesa, & ci condussero in processione a visitar la Chiesa cantando il Te Deum laudamus [68], & altri himni alli tre Altari, che sono fatti a somiglianza di quelli, che erano nel Santo monte Sion, il maggiore in memoria dello Spirito Santo disceso sopra gli Apostoli, & qui si cantò Veni Creator Spiritus [69].

Quello che è posto a mano destra eretto in memoria dell’ultima Cena celebrata da detto Signor con suoi Apostoli, all’hora che instituì il Santissimo Sacramento dell’Eucharestia, & quì si cantò il Pange lingua [70].

E’l terzo che è a mano sinistra, rappresentante il loco, ove Christo, Signor nostro, doppo la sua gloriosissima resurettione a porte chiuse a gli Santi Apostoli apparve, quando S. Tomaso toccò le sue Santissime piaghe, & quì si cantò, il Salmo Exultet Caelum laudibus [71]; a tutti quali Altari è di continuo Indulgenza Plenaria, a chi confessato divotamente vi dira un Pater, & una Ave Maria.

Finita questa processione, andassimo a riposare, & dormire, essendo già quatro settimane, che non havevamo spogliati i drappi di notte mai, ne meno dormito sopra letti. La mattina seguente, che fu alli tre d’Aprile, giorno del Mercordi Santo, perche la Domenica delle palme il R. Padre Guardiano, per esser amalato, non haveva potuto andar in Betefage [72], a far la cerimonia rappresentante la venuta di N. Sig. in Gierusalemme, da Betfage alla Città sopra un’Asina, all’hora che’l popolo con acclamationi, palme, & Olive facendovi tapezzaria sotto i piedi di fronde, & di vestimenti in segno di riverenza, & allegrezza, l’accolse, & accompagnò, si risolse andarvi questa mattina, che però levati per tempo molti Padri & i pellegrini vi si andò.

Arrivati al loco, ove già era la villa di Betfage, hora tutta distrutta, il qual loco è nel monte Oliveto, & letto l’Evangelo, Dominus appropinquasset, Jesus Hierosolymis, & venisset huc Betphage ad montem Oliveti etc [73].

Mandati due Frati a pigliar l’Asina, sopra d’essa montò il detto Padre Guardiano seguendolo noi tutti cantando orationi, & gittandogli palme, & le nostre vesti sotto a piedi, & questo fin’appresso le mura della Città, ove è la Porta Aurea [74], per la quale Giesù Christo entrò, c’hora è murata, & di se mostra la sola forma. Quì dato fine alla processione, ritornassimo al Monasterio [75], parte per una via, parte per l’altra, per schifare i rumori.

Subito che si hebbe desinato venne il Truciman maggiore, che si chiama M. Annà, & adimandò, che tutti i Pellegrini dovessero pagare secondo il solito al Sangiacco i Cafarri, che poi ne haveria fatto aprire la porta della Chiesa del Santo Sepolcro [76]. Fu scritto ad uno per uno il nostro nome, & bisognò dar quatordeci cecchini per persona, pagamento che si fa parte per l’entrar nella città, & parte per l’entrar nella detta Chiesa. Havendo tutti pagato il tributo, s’aspettò che l’interprete ritornasse dal Sangiacco per la chiave, preparandosi fra tanto molti Padri, & i Pellegrini per andar al tempio. Poco doppò venne il Sangiacco con le chiavi, & aperto ci lasciò entrar tutti: indi chiusa la porta, e trattenute dall’istesso le chiavi, noi altri pellegrini ritrovandosi in questa Santissima Chiesa, a niuna altra seconda, ammirabondi, & attoniti nel pensar al luogo, ove eravamo, per allegrezza, anco, & per giubilo non sapevamo quasi che fare.

Di che avedutosi un R. Padre molto divoto, & prattico de’ Santi luoghi di questa Chiesa, venite, disse, meco, che vi mostrero il tutto, & narrerovvi come questa Chiesa sia governata, & da chi. Et prima ne condusse alla Sacrestia di dove si va per certi luoghi, che servono per albergo, & anticamente v’era un Convento. Questa Sacrestia è fatta nel luogo ove N. Signore doppo la sua gloriosa Resurettione prima che ad ogn’altro, apparve alla afflittissima sua Madre [77], & vi è un bellissimo altare, ove si celebra, & ha dai lati due Capellette in una delle quali, posta a man destra, era riposta altre volte in un loco serrato sopra ad’un altare una parte della Santissima Croce, ma a certo tempo, che furono fatti prigioni per una persecutione tutti i R. Padri, havendo lasciati questi Santi luoghi in guardia degli Armeni, essi ne levorno detta parte di Croce, & se la portarono in Armenia. Alla sinistra v’è un’altra simile Capelletta con l’altare, sopra’l quale quale è una finestra con una ferrata, per cui si vede una parte della Colonna [78], ove fu legato, & flagellato Nostro Signore, che è di rosso marmo. Quì questo R. Padre mentre, si apparechiavano tutti per dire il Santo offitio, disse come in questa Santa Chiesa, stavano sempre al governo sette sorti di Religioni Christiane, Franchi, intendendo per questi tutti i Christiani d’Europa, Greci, Armeni, Giorgiani, Siriani, Cossiti detti Giacobiti, & Abissini: che tutti n’hanno qualche particolar luogo in governo, tratenendovisi di continuo, e che era stata edificata da Santa Elena Madre di Costantino Imperatore.

La parte, che molto grande soprasta al Santissimo Sepolcro, e di forma ritonda, simile a Santa Maria rotonda in Roma con molte Colonne di porfido, sopra le quali vi girano loggie, & vi da lume un’ampia fenestra, pure di forma ritonda, la quale s’apre in mezzo alla Copola, che è formata da cento, e trenta due travi. Fa poi dalla parte verso levante una gran nave, che rinchiude in se molti altri luoghi Santi, & in particolare la parte del Santo Monte Calvario, dove fu crocifisso il Redentor del mondo [79].

In questo mentre li R. Padri incominciorono l’officio, al quale stessimo attenti fin che fu fornito; indi si apparorno per far la processione, & a noi altri Pellegrini, che eravamo da quatordeci, diedero una Candela accesa per uno in mano, e un libretto, nel qual si legevano gl’hinni, soliti a cantarsi nell’andar da un un loco Santo, all’altro, & le orationi, che vi si dicono. Et prima in detto luogo all’Altare, ove è la Colonna della flagellatione, cantato il suo hinno, & dette le sue orationi [80], un R. Padre levato in piedi fece un breve, affettuoso Sermone del seguente tenore ma con modi e pensieri molto più eccellenti:

Carissimi fratelli, che di si lontani paesi, non senza gravi pericoli, & patimenti al fin sete con l’aiuto del eterno Iddio quì giunti, & fatti degni di poter vedere, & visitare questi Sacratissimi luoghi, considerate in questa parte, & con gl’occhi della mente, contemplate il Sig. de gl’Angioli da Manigoldi villanamente maneggiato, & a questa Colonna, che quà riposta, vedete, indegnamente legato. Fù fredda & dura quella Colonna: ahi che più freddo, & duro sarà il nostro cuore, se quì non s’intenerisce è si scalda d’amore. Ma oime delle battiture chi ne può dir la fierezza? chi ne sa dir il numero? voi spiriti celesti, che invisibilmente presenti, mirasti, & ammirasti Dio per i peccatori in tal modo patiente, che n’adorasti il sangue à pieni rivi scorrente, voi che incapaci di dolore potesti vedere l’oggetto d’ogni maggior dolore, dite l’horror di quelle pene, ridite la continuata tempesta di quei colpi. Oime, oime, & tutto per noi, e tutto per nostra salute, e redentione. Sacratissimo Marmo, ò, dite ne sia sempre ne’ nostri cori conservata viva, e divota la memoria: e serva a voi fratelli per motivo di pentirvi delle vostre colpe, per ricordo a non commetterle mai più.

Doppo il ragionamento, detto un Pater, & un’Ave Maria, levossi la processione, e a due a due, seguendo la Croce, accompagnandola anco noi Pellegrini, cantando l’hinno, e piegando a man manca in detta Chiesa, giungessimo al luogo, ove Giesù Christo fu posto prigione [81], mentre che s’accomodava il loco per crocifigerlo. Quì noi posti in gienocchione, finito l’hinno, & le orationi, il detto R. Padre fece un novo ragionamento, di cui parmi che questo fusse il soggetto.

Mirate fratelli, & considerate il luogo, ove doppò d’esser stato preso, legato, flagellato, incoronato, & deluso, fu condotto, e tenuto il Ré della gloria. Pensate la maniera, e’l modo co’l quale, quì fu tenuto legato da gente dogn’altra più malvaggia & crudele, che ne fece ogni stratio, e famelica della sua carne, sitibonda del suo sangue niuna altra cosa bramava più che la sua morte. Ma come di quì lo strascinorno al loco del martirio? con che maniera, quanto villana, e crudele? Con che fretta, quanto impatiente, & oltragiosa? e quanto era il sangue, che dalle infinite sue piaghe usciva? O terra ove si sparse, o anima, per cui si sparse.

Quì noi versando lagrime bacciando la terra, facessimo oratione, è di là partendo, e seguitando l’ordine della processione s’inviassimo verso la Capella, che ha un Altare fabricato ivi apunto, ove furno divise le vestimenta del Signore, & sopra di esse gettate le sorti [82]. Quì cantato l’hinno, & le orationi [83], cosi ripigliò il detto R. Padre:

Fissate gl’occhi della consideratione quì, o fratelli, meditando che quì, quì, dico io, le più pretiose vestimenta, tinte del più pregiato colore, che possa trovarsi mai, perche imporporate del Sangue di Dio, furno sparse, gettate, calpestate, & vilmente da birri, & canaglia lacerate, partite & per scorno maggiore, giocate a sorte.


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NOTE

[68] Qui Bartolomeo Fontana, curatore della seconda edizione del Pellegrinaggio di Gierusalemme (1628), inserisce l’intero testo del Te Deum: Te Deum laudamus, te Dominum confitemur; Te aeternum Patrem omnis terra veneratur. Tibi omnes Angeli, tibi coeli et universale Potestates: Tibi Cherubim et Seraphim, Incessabili voce proclamant: «Sanctus, Sanctus. Sanctus, Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt coeli et terra maiestatis gloriae tuae». Te gloriosus Apostolorum chorus; Te Prophetarum laudabilis numerus; Te Martyrum candidatus laudat exercitus. Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia: Patrem immensae maiestatis; Venerandum tuum verum, et unicum Filium; Sanctum quoque Paraclitum Spiritum. Tu, Rex gloriae, Christe. Tu Patris sempiternus es Filius. Tu ad liberandum suscepturus hominem, non horruisti Virginis uterum. Tu devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna coelorum. Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris. Judex crederis esse venturus. Te ergo quaesumus tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti. Aeterna fac cum Sanctis tuis, in gloria numerari. Salvum fac populum, Domine, et benedic haereditati tuae; Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum. Per singulos dies benedicimus te; et laudamus nomen tuum in saeculum saeculi. Dignare, Domine, die isto sine peccato nos custodire. Miserere nostri Domine. Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in te. In te Domine speravi; non confundar in aeternum. Segue l’HYMNUS: Urbs Ierusalem beata / Dicta pacis visio; / Quae construitur in coelis / Vivis ex lapidibus / et angelis coronata, / Ut sponsata comite. / Nova veniens e coelo / Nuptiali talamo / Preparata ut sponsata / Copuletur Domino / Plateae / et muri eius / Ex auro purissimo. / Portae nitent margaritis / Adytis patentibus: / At virtute meritorum / Illuc introducitur / Omnis qui ob Christi nomen / Hic in mundo premitur. / Tunsionibus pressurus: / Ex politi lapides / Suis coaptantur locis / Per manus artificis: / Disponuntur permansuri / Sacris aedificijs. / Gloria et homnor Deo / Usquequaque altissimo / Una Patri, Filioque, / Inclito Paraclito, / Cui laus est et potestas, / Per aeterna specula. Amen. Infine l’ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus fac nos tibi sempre, et devotam gerere voluntatem, et maiestati tuae sìncero corde servire. Per Christum Donum nostrum. Amen. Riportiamo d’ora in poi in nota i testi delle orazioni aggiunte dal Fontana per l’edizione del 1628 del Pellegrinaggio.

[69] Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita, / imple superna gratia, quæ tu creasti, pectora. / Qui diceris Paraclitus, donum Dei altissimi, / fons vivus, ignis, caritas et spiritalis unctio. / Tu septiformis munere, dextræ Dei tu digitus, / tu rite promissum Patris sermone ditans guttura. / Accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus, / infirma nostri corporis, virtute firmans perpeti. / Hostem repellas longius pacemque dones protinus; / ductore sic te prævio vitemus omne noxium. / Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium, / te utriusque Spiritum credamus omni tempore. / Gloria Patri Domino, / Natoque, qui a mortuis / Surrexit, ac Paraclito / in saeculorum seecula. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Hic Spiritus Santus Discipulis aparuit, et tribuit eis crismatam dona alleluia. Hic repleti sunt omnes Spiritu sancto alleluia. Et ceperunt loqui alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in loco isto gloriosissimo corda fidelium sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[70] Pange lingua gloriosi / corporis mystérium, / sanguinisque pretiosi, / quem in undi pretium, / fructus ventris generosi, / rex effundit gentium. / Nobi datus, nobis natus / ex intacta Vírgine, / et in mundo conversatus, / sparso verbi sémine, / sui moras incolatus / miro cláusit órdine. / In supremæ nocte cœnæ / récumbens cum frátribus, / observata lege plene / cibis in legálibus, / cibum turbæ duodenæ / se dat suis mánibus. / Verbum caro, panem verum / verbo carnem efficit: / fitque sanguis Christi merum; / et, si sensus déficit, / ad firmandum cor sincerum / sola fide súfficit. / Tantum ergo Sacramentum / veneremur cérnui: / et antíquum documentum / novo cedat rítui: / præstet fides supplementum / sénsuum défectui. / Genitori, Genitoque / laus et iubilátio, / salus, honor, virtus quoque / sit et benedíctio: / procedenti ab utroque / compar sit laudátio. Amen. Segue l’ANTIPHONA: O Sacrum convivium in quo Christus sumitur, recolitur memoria passionis eius meus impletur gratia, et futura gloriae, nobis pignus datur,alleluia. Panem verum de Coelo, hic prestitisti eis, alleluia. Omne delectamentum in se habentem, alleluja. Infine l’ORATIO: Deus qui in hoc sacratissimo Cenaculo nobis sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti, tribune quaesumus ita nos corporis,et sanguinis tui sacra mysteria venerari, et redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus, qui vivis, et regnas in saecula saculorum. Amen.

[71] Exsultet coelum laudibus, / Resultet terra gaudiis, / Apostolorum gloriam / Sacra canunt solemnia. / Vos saecli iusti iudices, / Et vera mundi lumina: / Votis precamur cordium, Audite preces supplicum. / Qui caelum verbo clauditis, / Serasque eius solvitis: / Nos a peccatus omnibus / Solvite iussu, quaesumus. / Quorum praecepto subditur / Salus et languor omnium / Sanate egros moribus, / Nos reddentes virtutibus. / Ut cum iudex advenerit / Christus in fine saeculi, / Nos sempiterni gaudij / Faciat esse compotes. / Deo patri sit Gloria, / Eiusque soli Filio, / cum Spirito Paraclito, / Et nunc et in perpetuum. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Cum esset sero in die illa una Sabbatorum, et fores essent clause, ubi Discipuli erant congregati in unum, stetit Iesus in medio eorum, et dixit, Pax vobis gavisi sunt viso Domino, alleluia. Quia vidisti me Thoma credidisti,alleluia. Beati qui non viderunt, et crediderunt, alleluia. Infine l’ORATIO: Domine Iesu Christe, qui sero dici tuae Resurrectionis sacratiss. Virgini Matri tuae, Discipulisque trepidantibus mortalitate deposita gloriosus, et gaudens in hoc sacro loco apparuisti, et vt te Deum verum, et hominem à mortuis resuscitatum demonstrantes coram eis comedisti, ac eos multipliciter recreasti, dilectum Apostolum tuum Thomam post dies octo te benignum, et affabilem ostendendo, tactis sacris cicatricibus tuis fide fondasti, ac nos sua dubitatione firmasti. Concede nobis famulis tuis exemplo resurrectionem tuam credere, et venerari, et ad celestem gloriam precibus ipsius pervenire mereamur. Qui vivis, et regnas &c.

[72] Betfage, l’attuale Kafr-el-Tur, che in ebraico significa “casa dei fichi verdi”, si trova alle porte di Betania e di Gerusalemme, risalendo verso la cima dell’Oliveto, monte che fa parte di una piccola catena montuosa che circonda la città santa. Betfage è il luogo dove Gesù incontrò Marta e Maria prima della risurrezione di Lazzaro e da dove egli partì con un puledro per entrare a Gerusalemme il giorno delle palme. Qui, sulle le rovine di un’antica chiesa del IV secolo, nel 1883 venne costruito un santuario.

[73] Cumappropinquasset Iesus Hierosolymis, et venisset hic in Betphage ad montem Oliveti, tunc misit hinc duos Discipulos suos dicens eis, ite in Castellum, quot contra vos est, et statim imvenietis asinam alligatam, et pullum, cum ea solvite, et adduciate mihi. Si quis vobis. Quia his aliquit dixerit dicite Dominus opus habet. Segue l’ORATIO: Omnipotens aeterne Deus: qui Dominum nostrum Iesum Christum die azimorum, super pullum Asine hinc Hierosolymam descendere fecisti: et turbas Iudaeorum vestimenta, ac arborum ramos ante eum sternere, Osannaque decantare in laudem ipsius docuisti: fac nos quaesumus famulos tuos, et eiusdem filij tui sectari humilitatis exemplum, et illorum consequi meritum; Per eundem Christum Dominuum nostrum, &c.

[74] La Porta d’Oro venne costruita dai Bizantini nel VII secolo e quindi murata dai Turchi nel 1530. Già in precedenza però esisteva in questo punto una porta, perché si ritrova negli Atti con il nome di “Porta Speciosa” o “Bella”, e negli scritti di Giuseppe Flavio con il nome di “Nicanore”. Essa deve il suo nome al fatto che fosse in bronzo di Corinto; era la porta che consentiva il passaggio dall’atrio dei gentili in quello delle donne. L’edizione del 1628 inserisce qui la seguente ANTIPHONA: Rex tuus venit Hierusalem, sedens super Asinam, et pullum, filium subiugalis. Aperite mihi portam Iustitie. Resp. Et ingressus in ea confitebor Domino. Segue l’ORATIO: Clementissime Domine, Iesu Christe, qui die Palmarum fidelissima populorum in te credentium stipatus caterva per hanc Sacratissimam Portam super pullum Asine, ut nobis praeberes humilitates exemplum Hierosolymam ingredi voluisti praesta quaesumus, ut tuae nos humilitatis imitantes vestigia per illam Coelorum Ianuam, quae tu es, Hierusalem supernam ingredi mereamur. Qui vivis, et regnas in unitate &c.

[75] Si tratta presumibilmente del piccolo convento dei francescani addetti all’officiatura della basilica.

[76] Il Santo Sepolcro è il luogo più santo di Gerusalemme, quello che senza dubbio ha sempre concentrato su di sé le emozioni più segrete di ogni visitatore. All’epoca di Gesù questo luogo si trovava fuori dalle mura della città, in quanto luogo di esecuzioni capitali, e senza dubbio era molto più alto dell’attuale (dai 5 ai 10 metri), perché tutti da lontano dovevano trarre monito dalla vista dei condannati. Era chiamato Golgota dall’aramaico gulgoleth, che significa la collina del teschio, un po’ per la sua forma tondeggiante che assomigliava a quella di un cranio e un po’ per la leggenda che voleva qui la sepoltura del teschio di Adamo. Poco distante vi era il sepolcro nuovo costruito da Giuseppe d’Arimatea nel suo orto e messo a disposizione per la sepoltura di Gesù. Proprio questa collina in cui si trovava il sepolcro di Cristo sembrò adatto, nel 135 d.C., all’imperatore Adriano per costruirvi il Foro e il Campidoglio dell’Aelia Capitolina, dove si sarebbe adorata la classica triade di Giove, Giunone e Venere. Adriano voleva mortificare così le speranze ebraiche che, anche dopo la distruzione del Tempio, continuavano a venerare questi luoghi sacri. Fortunatamente, per costruire il Tempio Capitolino, Adriano non spianò le rocce in cui erano scavati i sepolcri, ma si limitò a riempire le cavità e a livellare il terreno accumulandovi sopra grosse quantità di terra da riporto. Facendo così creò, come base per il tempio, una sorta di enorme terrazza che preservò le tombe dalla distruzione. Nel 325 Elena, madre di Costantino il Grande, e il vescovo Macario, si erano convinti di avere trovato, sotto il Campidoglio, il sepolcro di Cristo. Gli scavi che l’imperatrice fece iniziare subito portarono effettivamente alla luce il sepolcro di Cristo pressoché intatto e, in un fossato, le croci di Gesù e dei due ladroni. Costantino affidò agli architetti Zenobio ed Eustazio di Costantinopoli l’incarico di dare un assetto monumentale alla tomba e fece erigere una prima chiesa, iniziata nel 326 e terminata nel 335: fece asportare tutti i blocchi di roccia lasciandone solo due, quello del Golgota dove venne issata una croce sormontata dal ciborio e quella del sepolcro di Cristo, isolato da un’enorme costruzione rotonda a cui fu dato il nome di Anàstasis, che significa Resurrezione. La basilica vera e propria sorgeva sul lato est della Rotonda, aveva cinque navate e una cripta a ricordo del ritrovamento della croce. Fu questa la basilica che distrussero i persiani di Cosroe nel 614. La ricostruzione iniziò 15 anni più tardi sotto l’abate Modesto e la chiesa rimase intatta fino a che il califfo fatimida el Hakem la rase completamente al suolo nel 1009. Quando i Crociati, il 15 luglio 1099, conquistarono la città, trovarono la chiesa così come era stata ricostruita nel 1084 dall’imperatore Costantino Monomaco: bella sì, ma non quella che loro stimavano degna per custodire il corpo del Salvatore. Si impegnarono dunque i Crociati in una enorme opera di abbellimento e di trasformazioni radicali e la nuova chiesa fu consacrata nel 1149. La facciata del complesso del Santo Sepolcro, in stile romanico, fu così realizzata intorno alla metà del XII secolo, in epoca crociata. Due ordini sovrapposti di arcate ogivali a ghiere multiple con fregi a scanalature e a foglia, e d’ispirazione classica, poggiano su fasci di colonne sormontate da capitelli di raffinata lavorazione. La basilica rimase pressoché immutata fino a quando un furioso incendio, forse doloso, nel 1808, la devastò in gran parte. In questa triste occasione, il mondo occidentale non prestò attenzione alle richieste di aiuto per la sua ricostruzione, impegnato come era sulle vicende napoleoniche che tenevano occupata l’Europa. Ne seppero approfittare i monaci greci, divisi dai latini da una lunga e insanabile rivalità, che ottennero il permesso di restaurare la chiesa, rimanendo così unici arbitri della situazione. Ma non si trattò, purtroppo, di restauro, quanto di una nuova distruzione, perché venne sistematicamente cancellato tutto quello che poteva ricordare il mondo latino. Oggi il Santo Sepolcro è dunque diverso da come lo vide Gian Paolo Pesenti ed è suddiviso fra sei comunità religiose: cattolica, greco-ortodossa, armena (queste tre hanno una zona abbastanza vasta), copta, siriana, abissina (il cui convento si trova sul tetto della chiesa). Il cortile lastricato su cui si affaccia la basilica presenta sulla destra il Convento greco di Sant’Abramo che sorge sulla parte occidentale del Foro di Aelia Capitolina, la Cappella armena di San Giovanni e quella copta di San Michele; sul lato sinistro sono visibili le absidi di tre cappelle greche: San Giacomo, San Giovanni e Santi Quaranta Martiri. Sopra quest’ultima si innesta la possente torre campanaria di epoca crociata, visibilmente tronca in quanto la parte sommitale crollò nel 1545.

[77] Non si tratta di una sacrestia, ma di una vera e propria cappella, ossia della “cappella dell’Apparizione”. L’apparizione di Gesù risorto alla Madonna non è riportata dai Vangeli, ma affermata da sempre dalla tradizione. Attualmente questa cappella è il luogo ufficiale dei cattolici latini in quanto i padri francescani vi celebrano le liturgie ordinarie e hanno qui il loro coro.

[78] La colonna della flagellazione è venerata ancora oggi dai fedeli in questo luogo. Si tratta di un tronco di colonna di porfido alta 0,75 m. Va ricordato che a Roma, nella chiesa di Santa Prassede, esiste un’altra “colonna della flagellazione”: si tratta di una bassa colonna di diaspro, non datata, che pare sia stata portata da Gerusalemme a Roma dal cardinale Colonna, che nel 1223 accompagnò la sesta crociata. Si racconta che la reliquia fosse caduta in mano dei saraceni e che il cardinale dovvette proprio ad essa la libertà e la vita. Non possiamo sapere se una di queste colonne sia effettivamente stata usata per la flagellazione di Gesù, ma è molto probabile che entrambe avessero tale orribile funzione: colonne così basse si prestavano meglio a legare le mani al condannato, lasciando il torso completamente scoperto a ricevere le sferzate.

[79] La basilica del Santo Sepolcro è molto grande e ingloba il Calvario (cfr nota 76).

[80] Eia, fratres Carissimi / Christi mortis misteria / Canamus, et vestigia / Sequamur corde flebili. / Qui poenam primi criminis / Delet vigore sanguinis / Huncad columnam acriter / Cedit Pilatus pessime. / Cur sic, o crudelissime / Flagellis eum percutis / A quo vitam acceperas / Vitam conaris rapere? / Cur tu columna solvere / Tunc noluisti Dominum, / Cum te crudeles milites / Rigassent eius sanguine. / Cur non fregisti villico / Tinc in columna impia, / Dolore Christi nimio / Flagellis tantis languidi? / Iam ornans sudit sanguinem, Qui potuti sufficere: / Nam gutta huius sanguinis / Thesaurus fuit omnium, / Nos ergo, qui diligimus / Hunc flagellatum Dominum / Rogamus, ut criminibus / Suis ignoscat meritis. / Gloria tibi Domine / Pro tanto fuso sanguine / Et alafarum copia / Vulti sacro rigida. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Apprehendit Iesus Pilatus, et ad columnam ligatum, fortiter flagellavit. Languores nostros ipse tulit. Et dolores nostros ipse portavit. Infine l’ORATIO: Adesto nobis Coriste Salvator per tuam penalem flagellationem, et per tuum stillantem, et aspersum sanguinem pretiosum: ut omnia peccata nostra deleas: nobisque tuam gratiam tribuas; et ab omni pericolo, et adversitate protegas; et ad vitae aeterne gaudia nos perducas. Qui vivis, et regnas &c.

[81] In fondo ad una galleria lunga 24 m, formata da 7 archi, si trova ancor oggi una cappella, officiata dai greci, che si presenta come un ambiente assai ristretto, già parte degli edifici più antichi sorti sul luogo. La denominazione di “Prigione di Cristo”, entrata nell’uso comune a partire dal VII secolo, fa riferimento alla notte di detenzione di Gesù, dopo l’arresto nel Getsemani. È opinione diffusa, invece, che questo ambiente costituisca la testimonianza visibile di un antico carcere annesso al Foro dell’Aelia Capitolina.

[82] Proseguendo per la galleria che conduce alla prigione di Cristo di trovano due cappelle: quella di San Longino, che non viene citata da Pesenti, e quella della Divisione delle Vesti qui nominata. Detta cappella è di proprietà degli Armeni.

[83] HYMNUS: Canamus modo canticum / Ad Salvatoris gloriam / Dicamusque iniuriam / Quam passus est ab impijs. / A Patre qui est genitus / A quo semperque gignitur, / Sed idem in assentia / Patris atque paracliti. / Qui a xoelorum sedibus / Descendit huc obediens / In habituque hominis / Proprietate moriens / Qui Coelos implet lumine, / Ornatoque syderibus, / Et quem adorant Angeli / Vestitu privant milites. / Qui vitam dedit mortuis / Donatque sanctis gloriam / Amore motus fervido / Et charitatis opere. / Qui vinum fundit vincis / Fructusque dat arboribus, / Suis privatur tunicis / Sicque nudus relinquitur. / Qui vestis volatilia / Diversisque coloribus / Ac ornat agros roseis / Ipse privatur vestibus. / O gens iniqua pessima, / Quis te ditavit crimine / Ut fortem in has ponere / Vestes atque dividere / Hic super sacratissimas / Vestes miserunt milites, / Dantesque fortes omnibus / Ut unusquisque raperet. / Hic locus est sanctissimus / Ubi davit oraculum / Completum est in sortibus / De Christi sacris vestibus / Praecamur ergo cernui / Te creatorem speculi / Iam sic privatus vestibus Nos indec virtutibus. Amen. Segue l’ANTIPHONA: Milites postquam crucifixerunt Iesum, acceperunt vestimenta sua dantes uniquique militi partem. Diviserunt sibi vestimenta mea. Et super vestem meam miserunt sortem. Infine l’ORATIO: Benigne Iesu Christe, qui pro nostra redentione, ab indignis peccatorum manibus, non solum in cruce nudus sospendi, et mori evoluisti, sed etiam tua sacralissima vestimenta partiri, et donari permisisti, concede: ut spoliati virijs, virtutibusque, adornati, tibi Deo vivo, et vero in celesti gloria praesentari mereamur. Qui vivis, et regnas cum Deo Patri &c.

[84] Sempre all’interno della basilica del Santo Sepolcro, scendendo per una scalinata si arriva alla cappella della Santa Croce o di Sant’Elena officiata dagli Armeni. La costruzione è formata da tre piccole navate; misura 23 x 13 m e risale al secolo XI, come testimoniano alcuni elementi architettonici bizantini e crociati. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Nunc Elenae suffragia / Quaeramus primum laudibus / Ut cum beatis meritis / Asquirat nobis veniam / Divota Christi Elena / Crucem quaesivit fervida / quam reperit cum titulo / Corona, clavis, lancea. / Quam crucem ut acquireret / Tulit timorem omnibus / Sub pena mortis villico / Amore ardens Celico. / Inventa cruce Domini / Canamus illis canticum / Qui dedit talem gratiam / Donatque sursum premium. / O Elena santissima, / Quae crucem tanti gratiae / Amasti totis viribus / Mortuis iuva precibus. / Exaudi sancta Trinitas / Preces sanctorum omnium / Ut per eorum merita / Dones et nobis gloriam. Amen. ANTIPHONA: Helena Constantini Mater, Hierosolymam petijt. Ora pro nobis beata Melena. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Deus qui inter caetera potentine tui miracela etiam in sexu fragili virtutem recte intntionis corroboras, presta quaesumus, ut sancte Elene Regine exemplo, cuius studio desideratur a regis nostri lignum sancte Crucis de egere dignatus es ea quae Christi sunt: iugiter indagare, et te favente, consegui mereamur. Per eundem Christum Dominum nostrum &c.

[85] Anche la capella del ritrovamento della Croce risale al XI secolo. Qui, in un’antica cisterna romana abbandonata, all’inizio del IV secolo furono ritrovati i legni usati per la crocefissione di Gesù e dei due ladroni. Il miracolo dell’improvvisa guarigione di un morente al contatto di una delle tre croci fece capire a Sant’Elena e al vescovo di Gerusalemme Macario quale fosse quella di Gesù.