Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 9
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Quelli che si ritrovorno con noi meglio a cavallo arrivorno verso la mezza notte in Gierusalemme. Ove fussimo aperti dalle guardie benché con difficoltà; gli altri parte restorno per la strada, parte gli convenne star fuori delle mura fin al giorno seguente, che fu il mercordi delli dieci d’Aprile, nel qual giorno restassimo nel Convento per rihaversi, essendo molto lassi & stanchi per haver cavalcato senza staffe le due giornate passate. La mattina del giorno seguente levassimo per tempo per andar a visitar diversi luoghi Santi fuori della Città, e vennero con noi due Padri per mostrarne il tutto, & un interprete insieme. Il primo viaggio fu verso il Castello [121], il qual è assai forte con alcuni pezzi d’Artegliaria, & quì si vede una parte della torre di David [122], la qual hora serve per muraglia, & baloardo al Castello: quì apresso è la Porta chiamata Babel Cali, di dove si esce della Citta, & verso mezzo giorno si vede il tanto memorando monte Sion [123], nel quale soleva esser il Convento [124] delli nostri Padri, ma il Turco per esser detto Convento fuori della Città, presa occasione di sospetto volse detto luogo per se, & alli Padri diede il luogo che hora habitano. La Chiesa [125], che era in detto monte Sion è il loco [126] istesso, ove Giesu Christo molte volte conversò con i suoi Apostoli, ove lavò loro i piedi di sua mano, ove fece l’ultima cena, ove istituì il Santissimo Sacramento della Eucarestia; ivi pure discese lo spirito Santo sopra gli Apostoli il giorno della Pentecoste, ivi apparve a porte chiuse a detti suoi Apostoli il risuscitato Signore: ivi a S.Tomaso mostrò le Sante piaghe & le essibì al tocco di lui. Hora questo luogo il Turco l’ha fatto Moschea, & a qual si voglia Christiano è prohibita l’entrata sotto pena della vita [127]; onde si saluta con orationi da lontano. Fuori della detta porta da cinquanta passi si vede il loco, ove si sepelliscono tutti i Franchi, & i Padri che muoiono in quella Città [128]; & di la puoco lontano miransi le rovine della casa, ove la beatiss. Vergine Maria habitò il restante della sua vita, doppo la passione & resurettione del suo dilettissimo figliuolo, & ove S. Gio. molte volte celebrò alla presenza di lei [129].
Vi si veggono ancora le rovine della casa di Caifa, che hora è fatta come un Convento, habitato da gl’Armeni, Quì fu mandato il Sig. nostro da Anna a Caifa, che in quel tempo era Pontefice, & quì hebbe molte percosse, quì vi patì molti dispreggi, & vi fu giudicato degno di morte. La pietra dell’Altar grande è quella, che fu posta alla bocca del Santissimo Sepolcro, quando fu Giesù Christo sepolto. Vi è ancora un picciol loco, ove l’istesso Sig. fu tenuto prigione, fin che fu poi mandato a Pilato. Fuori di detta Chiesa, vedisi il capitello della Colonna, sopra la quale cantò il Gallo, quando S. Pietro negò di conoscere il Sig. & vi è un arbore piantato nel luogo ove i soldati, i Ministri, & S. Pietro si scaldavano; vi sono di più alcune celle, sopra le quali salendo, & guardando verso mezzo giorno si vede il Santo Cenacolo, & Convento del monte Sion, il quale può esser lontano circa quaranta passi. Quì havendo fatte alcune orationi, per acquìstar l’Indulgenze, che vi sono, seguimmo il viaggio calando giù per la costa del Monte, ove ne fu mostrato il luogo, nel quale essendo portata la Beata vergine da Discepoli a sepelire, i Giudei volevano pigliar il corpo, e di loro uno fu si empio, & temerario, che voleva urtar con le mani nella barra per farla cadere, ma per miracolo d’Iddio vi si inaridiron le mani & le braccia, & gli Apostoli pregando per quel meschino, & egli pentito dell’errore ritornò nel suo primiero stato [130].
Et seguitando il viaggio vedessimo la Porta Sterquìlina per la quale Giesù Christo fu condotto, quando lo presero. Quì appresso è una picciola grotta, nella quale S. Pietro pianse amaramente, doppo haver negato il suo Signore, e Maestro [131]. Nel continuar la discesa si vede il fonte chiamato Natatoria di siloe, ove Giesù illuminò il cieco nato, & fece altri miracoli [132]. Arrivati che fussimo nella valle di Giosafat , vedessimo apresso ad’un ponte, sotto il quale passava il torrente Cedron, l’effigie delle piante de piedi, e mani di nostro Signore: e che vi cadde, quando di quì passando era condotto, & strascinato prigione. & havendovi fatta oratione , & baciato il loco, seguitassimo il viaggio, & salendo per la costa del monte Oliveto vedessimo il loco, ove era l’arbore, al quale s’appese il traditor di Giuda. & essendo caminati circa due miglia per monte, & per calata verso Oriente, havessimo sotto gl’occhi le rovine delle case, & Castello di S. Lazzaro & delle Sante sorelle Marta & Madalena, tutti luoghi nobilitati dalla presenza, e da i miracoli di nostro Signore . Et passando in Betania calassimo per alcuni scalini alla sepoltura, ove Giesù Christo risuscitò Lazaro, che vi era stato sepolto quattro giorni avanti. Quì v’è una capelletta, nella quale uno de Rever. Padri celebrò la Santissima Messa sopra la pietra, che faceva coperta al Sepolcro di S. Lazaro: finita la Messa, & le nostre orationi , visitammo la casa di Simon leproso ò più tosto le rovine di lei . Indi salendo verso il monte Oliveto visitassimo la pietra sopra la quale fermossi nostro Signore, quando le Sante Sorelle gli dissero che il suo fratello Lazaro era morto. Quì doppo d’haver orato , ritiratisi puoco discosto havendo portato con noi alcune cose per mangiare, prendessimo cibo, e riposo.
Di quì ritornassimo verso la valle di Giosafat, & salendo verso la Città vedessimo il luogo, ove il protomartire S. Stefano fu da Giudei lapidato; in memoria di che vedesi la forma di lui, che restò miracolosamente scolpita nel marmo, sopra il quale cadde morto, & fin hora vi si conserva; benche alcuni ne habbiano rotta qualche particella. Havendo quì fatte le debite orationi , saliti verso la porta che si chiama di S. Stefano, & entrati nella Città, poco avanti voltando per una strada a man manca trovassimo la Probatica Piscina , ove erano i cinque portici, & vi si sanavano gli amalati quando l’Angelo moveva l’acqua . Hora il famoso luogo è quasi tutto ripieno d’immonditie, & di rovine . Quì è la porta, per la quale s’entra nel Tempio , che è rifatto nel medesimo luogo, ove era quel già tanto magnifico, & ammirando di Salomone, che fu distrutto da Tito Vespasiano Imperatore; hora questo com’ho detto è rifatto, & fatto assai grande, e bello, ma non tanto come quel primiero, ne vi può entrare Christiano alcuno se non sotto pena della vita, o di farsi Turco. Da quì noi ritornassimo indietro nella strada maestra, & seguitando puoco avanti, voltando per una stretta via, fussimo condotti alla Chiesa di già chiamata S. Anna , la quale è fabricata nel loco proprio, ove era la Casa di S. Gioachino marito di lei: hora questa è in mano di certi santoni Turchi, i quali co’l donativo d’alcuni maidini ci apersero la porta, lasciandoci entrar, e veder la Chiesa, la qual è di assai bella forma, & ha congiunto un bel Convento, ove solevano stare Monache, il Chiostro del quale è fatto con colonne, e tuttavia intiero si serva. Il santone ci condusse per una fenestra con una scaletta sotto al Choro, che è la casa di S. Anna, & vi è ancora la camera, ove nacque la Beatiss.V. M. Havendo quì fatte le debite orationi , usciti ritornassimo nella strada maestra, & seguitando il viaggio, ne fu mostrata a man dritta la casa, ove stava il Re Herode, c’hora è quasi distrutta, & entrati dentro ne fu insegnato il luogo, ove Giesù Christo fu si malamente trattato, & ogn’uno di noi rapresentavasi il caso alla mente, fu sforzato a versar molte lagrime, e ci s’accrebbe il dolore dal vedere quel luogo dalle divine piante, e dal sangue di Christo santificato, hora fatto una stalla. Dopo l’oratione quì fatta , usciti sopra la strada, che da quì avanti si chiama, Via dolorosa , puoco inanzi vedessimo la Casa di Pilato, & vi è ancora la riva sopra la quale era posta la scala Santa, che fu poi levata, & portata a Roma, ove tuttavia si conserva. Quì al considerare come Giesù Christo vi ascendesse, ò per dir meglio vi fosse strascinato, flagellato, incoronato, & calpestato, come vi sparse tanto sangue, & come poi ne scendesse carico, & opresso dal legno della Croce, scalzo, & lacerato accompagnato da infame genti, & da manigoldi, ci s’eressero i Capelli in testa, ci si ristrinse il fiato nel petto, & da gli occhi in segno d’eccessivo dolore ci usci largo pianto. Seguitassimo la santa strada a capo chino pensando, che in questa fussero tante goccie di sangue sparse, & pure fusse calpestata da ogni sorte di gente: & poco inanzi alzando gli occhi vedessimo l’Arco, il quale passa sopra la strada, & questo è quel proprio, sopra il quale Pilato condusse Giesù Christo, coronato di spine, & flagellato, & lo mostrò al popolo, che era nella strada dicendo, Ecce homo , all’hora che dal popolo fu gridato, tolle, tolle Crucifige eum. Noi passando sotto facevamo orationi interotte da sospiri. Ivi apresso si veggono le rovine di quella Chiesa, che fu fatta per memoria nel luogo proprio, ove la Vergine Santissima incontrò il suo unigenito figliuolo tutto impiagato, & quasi disfatto dalli tormenti, alla cui vista ella cadde spasimando di dolore. Più avanti s’arriva ove è la strada, che viene dalla porta di Damasco, & quì e il luogo ove fu costretto Simon Cireneo, che veneva dalla Villa, a portar la Croce essendo N. S. quasi essangue, e caduto per il peso grave. Quì era fabricata una Chiesa e Convento, hora il tutto serve per Bagno de Turchi , & voltando per la strada a mano stanca si vede il Palazzo, che fu del ricco Epulone, che è quasi rovinato, & da nissuno è habitato, dicendosi che di continuo vi si sente romore grandissimo, che pare habitato da una infinita de mali spiriti. Seguitando la strada a mano destra puoco avanti si vede la porta della Casa già di S. Veronica, la quale sentendo che Christo N. S. era condotto al martirio, al rumore uscita di Casa, & vedendolo tutto affannato e lasso, con la faccia ripiena di sudore, lagrime & sangue, corse per charita co’l suo mantile ad asciugarlo, & in rimuneratione meritò, che gli restasse impressa l’effigie della sua pretiosissima faccia, come fin hora si vede, & si riserba nella Città di Roma . Seguitando s’arriva alla Porta , che anticamente era nella muraglia, & di quì s’usciva della Città, & si chiamava Porta Iudicialis, di dove erano condotti tutti i condannati a morte. Di quì s’andava al monte Calvario, ma perche hora vi sono fabricate molte case, non si sa la vera strada, ma ben si vede che era poco discosta. Noi havendo fatta questa strada de dolori con quelle più devote orationi, & contemplationi, che ne fu dalla divina gratia concesso, essendo ancora tardo, si ritirassimo al Convento a riposare.
La mattina seguente, che fu l’ottava del venerdì Santo, levati per tempo noi Pellegrini con alcuni Rev. Padri andassimo fuori di Gierusalemme & arrivassimo nella Valle de Giosafat alla Chiesa , nella quale è il Sepolcro, ove da gli Apostoli fu riposto il corpo della vergine Santissima, dal quale pochi giorni doppò ascese al Cielo. Avanti la Chiesa è una piazetta in quadro, e quì è la Porta per la quale s’entra, & si discende per una scala assai spatiosa di cinquanta gradi di marmo, larghi & spatiosi , & alla metà si vede nella muraglia in una Capelletta dalla parte destra la Sepoltura di S. Gioachino e di Santa Anna, Genitori della Beata Vergine, & all’incontro in un’altra simile Capelletta vi si vede la sepoltura di S. Gioseffo ; nel fondo della Scala vi e una Cisterna d’acqua molto buona. La Chiesa è assai spatiosa ma per esser tanto sotto terra è oscura, & bisogna portar candele accese per vedervi; in mezzo alla Chiesa v’è una Capelletta fatta attorno al Santo Monumento & in essa vi stanno appese quasi di continuo venti lampadi accese. Vi si entra per due portelle assai piccole, & basse, e’l monumento serve per altare sopra il quale solo i Catholici ponno ufitiare, & quasi ogni giorno qualche R. Padre vi celebra la S. Messa, & in particolare il Venerdi.
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NOTE
[121] Pesenti sembra parlare della fortezza che il re David conquistò verso l’anno 1000 a.C. togliendola ai Gebusei, il cui antico nome cananeo era Sion. Essa si trovava sulla collina dell’Ofel, a Sud-Est dell’attuale Gerusalemme. Dopo la conquista da parte di Davide la località si chiamò città di David e il nome “Sion” passò ad indicare simbolicamente l’intera città santa e soprattutto il Moriah, ossia il luogo ove venne costruito il Santuario per la custodia dell’Arca dell’Alleanza e, successivamente, il grandioso Tempio di Salomone. Storici ed archeologi concordano nel situare la Gerusalemme primitiva sul monte Ofel, e non sul monte Sion. L’Ofel si trovava infatti in una posizione invidiabile dal punto di vista strategico: il luogo era infatti facilmente difendibile da eventuali assalti di nemici. In vista di eventuali assedi re Ezechia (716-687) vi fece costruire anche una vasca o fontana per la conservazione dell’acqua.
[122] La torre cittadella, o Palazzo di Erode, venne chiamata “Torre di Davide” a motivo del fatto che al tempo di Erode si attribuiva a Davide la fondazione della città alta. Nel 24 a.C. venne costruito il palazzo in cui Erode ricevette i Magi. Risparmiato da Tito nel 70 d.C., venne distrutto da Adriano nel 135. Di esso rimangono solo le massicce basi.
[123] Il nome “Monte Sion” venne dato dai cristiani nel IV alla collina occidentale di Gerusalemme, sulla quale si trovava la Chiesa Madre del Cenacolo in cui si venerava anche la memoria e la tomba del santo re David. Dal XVI secolo la località si trova fuori dalla cinta delle antiche mura.
[124] Nel 1335 i Francescani costruirono accanto al Cenacolo il loro primo Convento. Il superiore di detto convento sarà poi chiamato il Custode della Terra Santa e riceverà il nome, tuttora in uso (dato che attualmente il convento è tornato ai Francescani), di “Guardiano del Santo Monte di Sion”. Nel 1551 i Musulmani costrinsero i Francescani ad abbandonare il Sion, mentre il Cenacolo veniva trasformato in moschea.
[125] Già nel II e III secolo sotto il Cenacolo venne eretto un edificio absidale, diviso in due parti dedicate rispettivamente alla lavanda dei piedi e alle apparizioni di Gesù risorto.
[126] È il Cenacolo, la “sala grande e addobbata”, posta al piano superiore della casa nominata dagli evangelisti nel racconto dell’Ultima Cena del Giovedì Santo, durante la quale istituì l’Eucarestia e il Sacerdozio. In questa casa Gesù apparve agli Apostoli dopo la Resurrezione e nacque la prima chiesa cristiana il giorno della Pentecoste. Un’antica e costante tradizione la indica come casa di Marco. Già al tempo degli apostoli il luogo venne reso oggetto di culto e nel IV secolo vi fu edificata una piccola chiesa. Risparmiato dalle varie distruzioni della città, l’antica casa rimase intatta fino a metà del XVI secolo. Nel IV secolo accanto al Cenacolo venne eretta una Basilica chiamata “Santa Sion” che venne poi distrutta dai Persiani nel 614. I Crociati più tardi la ricostruirono, a tre navate, e dedicarono la navata settentrionale alla “Dormizione di Maria Santissima”.
[127] Oggi è permessa la visita e una breve sosta di preghiera.
[128] L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: PSALMUS: De profundis clamavi ad te Domine: Domine exaudi vocem meam. Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae. Si iniquitates observaveris Domine: Domine, quis sustinebit ? Quia apud propitiatio est: et propter legem tuam sustinui te Domine. Sustinuit anima mea in verbo eius, speravit anima mea in Domino. A custodia matutina usque ad noctem, speret Israel in Domino. Quia apud Dominum misericordia: et copiosa apud eum redemptio. Et ipse redimet Israel ex omnibus iniquitatibus eius. Gloria Patri, et Filio, &c. ANTIPHONA: Si iniquitates observateris Domine, Domine quis sustinebit. Kyrie eleison, Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster; et ne nos inducat in tentationem. Sed libera nos a malo. Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. ORATIO: Deus fidelium lumen animarum adesto supplicationibus nostris, et da omnibus fidelibus in Christo, quorum corpora in isto agro requiescant, refrigerij sedem quietis beatitudinem et luminis claritatem. Per Christum Dominum nostrum.
[129] L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Hic est Discipulus ille quem diligebat Iesus cui in Cruce pendens nostre salutis auctor matrem suam Virginem virgini comendavit. Ait Iesus discipulo moriens: Ecce Mater tua. ORATIO: Exaudi benignissime Iesu preces nostras, et intercedente pro nobis beato Ioanne Evangelista dilecto tuo: quem dolcissime Matri tuae in hoc sanctissimo loco, sacra Missarum solemnia saepius credimus celebrare: presta propitius ut eius exemplo sacrifitium nostrum casto corpore, et immacolato corde tuae sempre maiestati valeamus offerre. Qui vivi set regnas &c.
[130] L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Hic impetam Iudei in Domini Nostri Iesu Christi Matrem unanimiter fecerunt, eius Sanctum funus evertere conantes. Dominus adiutor noster. Et salus nostra in tempore tribulationis. ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus, qui Coelorum regine corpus gloriosum ab inhumanissimo Iudaeorum concursu, illud impudenter subvertere nitentium in hoc potenter eripus isti loco; quaesumus nos eiusdem genitricis filij cui interventione a cunctis cogitationum malarum incursibus difende placatus. Per eundem Christum Dominum nostrum.
[131] L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Tunc caepit detestari, et iuvare, quia non novisset hominem et continuo gallus cantavit; et recordatus est Petrus verbi Iesu, quod dixerat, prius quam gallus cantet, ter me negabis. Et egressus foras venit in hunc locum. In quo flevit amare. ORATIO: Da nobis quaesumus Domine fidei, spei, et Charitatis augmentum, ut exemplo B. Petri Apostoli, cui tantum trina de te displicuit adiuratio, amara eius hic ostendit contritio, admissa largissime flere mereamur et flendo eadem amplius non admittere. Qui vivis et regnas, &c.
[132] L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Expuit Iesus in terram et fecit lutum ex sputo, et linivit super oculos ceci nati et dixit: Vade, et lava ad Natatorie Soloe. Abijt ergo ille. Et lavit, et vidit. ORATIO: Deus cui nihil impossibile, sed solo verbo restaures universa; qui cecho nato eius oculos tuo iussu in his Siloe natatorijs extergenti, clarum tam spiritus: quam corporis reddidisti visum concede nobis quaesumus, haec tua sancta recensentibus opera, ut oculi mentis nostrae luto delictorum infetti, aqua misericordiae tuae valeant expiari. Qui vivis et regnas, &c.
Il nome di “Valle di Giosafat” venne dato alla parte settentrionale della valle del Cedron che separa il Moriah, su cui era costruito il Tempio, dal monte degli Ulivi. È un nome simbolico tratto dal profeta Gioele e signica “Dio giudica”. È possibile che questo tratto di valle venne denominato così perché qui tradizionalmente venivano seppelliti i morti in attesa della risurezione e del giudizio finale divino. La valle è infatti ricca di sepolcri. ORATIO: Respice quaesumus Domini super hanc familiam tuam pro qua Dominus noster Iesus Christus non dubitavit manibus nocentium tradi, et cunctis subire tormentum. Betania è un piccolo villaggio che sorge alle pendici orientali del Monte degli Ulivi, sulla strada di Gerico, a 3-5 km da Gerusalemme. In onore di Lazzaro nel IV secolo i cristiani ne cambiarono il nome in Lazarium e sulla sua tomba costruirono una chiesa. Una seconda chiesa venne eretta sulla casa di Lazzaro, Marta e Maria. Le due costruzioni subirono varie vicende, ma numerosi resti archeologici ne testimoniano la grandezza e la bellezza. Le rovine della chiesa costruita sulla tomba di Lazzaro (a cui si accede tuttora scendendo 24 scalini) nel XVI vennero trasformate in una moschea. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Intravit Iesus in hoc Castellum, et Mulier quaedam Marte nomine, accepit illum in domum suam. Marta Marta sollecita es. Et turbarsi ergo plurima. ORATIO: Dulcissime Domine Iesu Christe, qui pro tua summa pietate in hac famulae tuae Marte domo, saepius hospitari dignatus es; da quaesumus ita nos meritis ipsius ospite tuae conscientiae nostrae habitaculum sanctis tibi preparare virtutibus, ut cum estrema dies advenerit, in coelestiregni tecum peremniter hospitari mereamur . Qui vivis et regnas, &c. HYMNUS: Nardi Maria distici / Sumpsit libram mox optimi / Unxit beatus Domini / Pedes rigando laxrymis / Honor decus imperium / Sit trinitati unice / Patri nato paraclito / Per infinita specula. Amen. - Optimum partem elegit sibi Maria. Quae non auferetur ab ea in aeternum. ORATIO: Beatae Mariae Magdalenae, quaesumus Domine suffragijs adiuvemur: precibus exoratus quatriduanum fratrem Lazarum vivum, ab inferis resuscitasti . Qui vivis, &c. ANTIPHONA: Iesus ergo rursum fremens in semetipso venit adhuc Monumentum et ait tollite lapidem. Hoc cum dixisse voce ,agna clamavit: Lazare veni foras. ORATIO: Omnipotens clementissime Deus, qui mundum innumerabilibus renovas beneficijs, concede quaesumus, ut sicuti Lazarum in hoc mausoleo quatriduanum, fetidumque tecentem, ac magna mole lapidis abrutum : qui peccatorem in peccatis mortuum, tua solita pietate suscitatum esse designiat : ad hanc mortalem lucem, per unigeniti filij tui vocem, potenter redire iussisti, hic nos iubeas vitiorum omnium resuscitatos pondere, per eum sacratissime passionis mysterium ad aeternam lucem feliciter pervenire. Qui vivis et regnas, &c. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Cum autem esset Iesus in Betania in domo Simonis leprosi accessit ad eum mulier habens alabastri unguentum pretiosi: Et effudit super caput ipsius recumbentis. Videntes autem discipuli indignati sunt dicentes, ad quid perditio haec. Quid molesti aestis huic muliebri. Bonum enim opus operata est in me. ORATIO: Fac nos quae sumus Domine, exemplo B. Mariae Magdalenae, quam in hoc locho super caput, et pedes dolcissimi filij tui recumbentis alabastri unguenti pretiosi credimus effudisse, eiusdem Domini Nostri Iesu Christi mortalitatem posteris designantem, omnes actus nostros recte, intentionis unguento condire: ut istud venerandum recensentes spectaculum, certe redemptionis nostrae misteria, fideli mente pertractare mereamur. Per eundem, &c. ANTIPHONA: Nundum venerat Iesus in hoc Castellum sed erat adhuc in loco isto, ubi occurrit ei Martha. Dixit Martha sorori sue. Resp. Magister adest, et vocat te. ORATIO: Consolator optime Iesu Christe benigne, qui ad gaudium Mariae, et Marthae sororum de interitu fratris a pena dolentium Betaniam ascendisti, et ex longo fatigatus itinere hic humiliter concedisti: patris tui gloriam: in defunti Lazari suscitatione mundo gloriosissime ostensurus: presta propitius, ita nos per amplam praesentis vitae viam fideliter incedere, ut soluti carnis ergastolo in caelestibus tabernaculis, tecum mereamur aeternaliter conquiescere. Qui vivis et regnas, &c. ANTIPHONA: Lapidaverunt hic Stephanum Iudei invocantem, et dicentem, Domine Iesu accipe spiritum meum. Et ne statuas illis hoc peccatum, quia nesciunt quid faciunt, et cum hoc dixisset obdormivit in Domino. Stephanus vidit Coelos apertos. Resp. Vidit, et introivit, beatus homo cui Coeli patebunt. ORATIO: Omnipotens sempiterne deus, qui primitias martirum in beati Levite : Stephani sanguine dedicasti tribue quaesumus, ut pro nobis intercessor existat, qui pro suis etiam persecutoribus oxoravit Dominum Iesum Christum filium tuum. Qui tecum vivit et regnat, &c. Detta anche piscina Bezetha. Il nome “probatica” significa “delle pecore” e forse vi venivano lavati gli animali destinati al sacrificio nel Tempio. Oggi se ne conservano le rovine. La piscina era circondata da quattro portici, sotto i quali venivano ricoverati i malati; un quinto portico divideva la piscina in due bacini che al tempo di Gesù avevano un’area di 120m x 60. Viene ricordata perché Gesù vi compì il miracolo della guarigione del paralitico (Giovanni 5,2 – 18). In Giovanni 5,4 si parla di “un angelo… che agitava l’acqua”, ma tutto il versetto è posto tra parentesi e manca nei manoscritti migliori e più antichi. Potrebbe essere un’aggiunta che riporta un modo popolare di esprimersi per indicare alcune virtù terapeutiche dell’acqua. Trattandosi infatti di acqua sorgiva ogni tanto poteva capitare che ribollisse e si agitasse. Il riferimento all’angelo significa che quelle virtù erano ritenute soprannaturali. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Erat autem quidam homo ibi triginta et otto omnes habens in infirmitate sua, hunc cum vidisset Iesus iacentem et cognovisset, quia multum tempus haberet, dixit ei, vis sanus fieri? Respondit ei languidus, Domine hominem non habeo, ut cum fuerit turbata aqua nittat me in piscinam. Dixit ei Iesus, Surge tolle grabatum tuum, et ambula. Risp. Et statim sanus cactus est homo ille, et sustulit grabatum suum, et ambulavit. ORATIO: Infirmitas nostras respice, Domine Iesu Christe, et gratiae tua pietatis, animarum sana languores, qui triginta et octo annos egrotantem virum apud hanc probaticam piscinam, aque motum expectantem respexisti, cumque tua invisibili pietate motus solo verbo curasti. Qui vivis &c. Ancora oggi la spianata del Tempio è considerata, soprattutto per ebrei e musulmani il cuore della città, individuabile facilmente anche da lontano, dalle alture circostanti, per la moschea di Omar che vi si eleva al centro, nel luogo dell’antico tempio di Salomone. La storia del Tempio di Gerusalemme ebbe inizio quando Davide riuscì ad introdursi con l’inganno in Salem, antica roccaforte cananea dei Gebusei. In seguito, nell’anno 960 a.C., sul grande piazzale, in parte artificiale, del monte Moriah, per volere di Dio Salomone, figlio di Davide costruì un ricco e grandioso tempio: l’unico tempio del popolo ebraico, centro e anima di tutta la sua storia religiosa e politica. Nel 587 a.C. la costruzione venne distrutta dai Caldei guidati da Nabucodonosor; venne poi ricostruito, più modestamente da Zorobabele nel 516 a.C. Successivamente, nel 20-19 a.C., per ingraziarsi gli Ebrei, Erode il Grande volle demolire l’antico tempio per ricostruirlo più sontuoso, di straordinaria bellezza, un vero capolavoro di ingegneria, tale da essere paragonato ai tempi alle sette meraviglie del mondo. A questo proposito Giuseppe Flavio scrisse: “il costo di quest’opera era incalcolabile e la sua magnificenza insuperabile”. Il nuovo Tempio venne dedicato, ossia consacrato, nel 18 a.C., ma per completarlo ci vollero ancora circa ottant’anni di lavori, durante i quali non venne però mai interrotto il culto. Durante la guerra di sollevazione dei Giudei contro i Romani (66-70 d.C.) il Tempio venne distrutto dai soldati romani di Tito Vespasiano: secondo Giuseppe Flavio, infatti, Tito non diede mai l’ordine di incendiare il Tempio, anzi suo desiderio era di risparmiarlo, ma l’iniziativa venne prese da un oscuro soldato. Inutili furono anche i successivi tentativi di ricostruzione, tra cui quello di Giuliano l’Apostata, nel 363, durante il quale però in realtà egli non fece altro che completare la rovina del Tempio rimuovendo le costruzioni pagane fatte costruire sopra le rovine nel 135 da Adriano. Dopo questo ultimo tentativo la spianata venne definitivamente abbandonata tanto che divenne un deposito di immondizie fino all’arrivo degli Arabi nel 637. I musulmani sopraggiunti lo ritennero un luogo sacro, poiché secondo la tradizione, dopo Abramo, Davide, Salomone ed Elia, anche Maometto avrebbe pregato sulla roccia del Moriah (cima rocciosa della collina). Fu così che nel 692 costruirono una delle più belle ed importanti moschee del mondo, ossia la Moschea di Omar, detta anche la Cupola della Roccia. Dopo la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati, nel 1099 la moschea venne trasformata in Templum Domini e venne così officiata fino al 1187, quando, con la caduta di Gerusalemme nelle mani del Saladino, la costruzione tornò nelle mani dei musulmani e divenne nuovamente moschea. La spianata del Tempio è tuttora circondata da mura erette nel XVI secolo da Solimano il Magnifico. La chiesa di S. Anna è il monumento più caratteristico e meglio conservato dell’arte crociata. La chiesa è dedicata alla madre di Maria, Sant’Anna e la cripta si venera come luogo in cui nacque la Vergine. Sebbene non si sappia esattamente dove sia nata la Madonna, il protovangelo di Giacomo (II secolo) fa riferimento ad un sito, in Gerusalemme, vicino al Tempio e così i pellegrini cristiani fin dal V secolo, accanto alla piscina probatica, costruirono una chiesa, chiamata del “Paralitico” o di “Santa Maria dove essa è nata”, e la venerarono come luogo di nascita di Maria. Andata in rovina l’antica costruzione, venne ricostruita dai Crociati nel 1142 per ordine di Arda, moglie del sovrano di Gerusalemme, e dedicata a Sant’Anna. Già cinquant’anni più tardi fu trasformata dal Saladino in madrasah (scuola coranica). Nel 1865 il sultano turco la donò col terreno circostante al Governo francese e dal 1878 è affidata ai cattolici Padri Bianchi. Sebbene abbia subito ampi restauri, la chiesa, di severa bellezza, è un vero gioiello dell’arte crociata. Nell’interno, a tre navate, una breve scala scende nella cripta bizantina dove secondo la tradizione si trova la casa natale di Maria. A fianco della chiesa sono stati riportati alla luce i resti della piscina di Bethesda, o Piscina Probativa. ANTIPHONA: Gloriose Virginis Mariae, et Annae ma tris eius Conceptionis, et Nativitatis Ecclesiam, devotissime visitemus, quae et genitrices dignitatem obtinuit et virginalem pudicitiam non amisit: Ver. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Famulorum quorum quaesumus Domine delictis ignosce, ut qui tibi placere de actibus nostris non valemus B. Annae, et genitricis filij tui domini nostri intercessionibus salvetur. Per eundem Christum, &c. L’edizione del 1628 specifica che nella casa di Pilato “et altri luoghi dove non si può entrare, passando si dice Pater noster, et Ave Maria”. Ancora oggi viene chiamata Via Dolorosa la strada di Gerusalemme che percorse Gesù portando la croce sulle spalle, dal Pretorio di Pilato, nella torre Antonia, fino al Calvario. Lungo la Via Dolorosa attualmente vi sono nove stazioni di una Via Crucis che ricorda le tappe significative della Passione di Gesù (le ultime cinque si trovano all’interno della basilica del Santo Sepolcro), ma tali tappe sono più da considerarsi sotto il profilo devozionale, che non quello storico-archeologico. Ancora oggi è visibile il cosiddetto “Arco dell’Ecce Homo”: è un arco romano che attraversa la strada risalente al tempo di Adriano, che lo fece costruire nel 135 sul grande lastricato del Litòstroto, dove si svolse il processo di Gesù davanti a Pilato. Era in origine a tre fornici e segnava l’ingresso alla città di Aelia Capitolina, costruita dai romani sulle rovine di Gerusalemme. Oggi è visibile solo la parte centrale: una parte è scomparsa e si trovava all’interno del convento dei dervisci islamici, mentre dall’altro lato la parte finale dell’arco è inglobata nella basilica dell’“Ecce Homo”. Il nome “Arco dell’Ecce Homo” è piuttosto tardivo: risale infatti al XVI secolo ed ha due possibili origini: potrebbe collegarsi alle due pietre che vi sono incastrate e che secondo i pellegrini del tempo dovevano essere quelle su cui poggiavano i piedi di Gesù nel momento in cui Pilato lo presentava alla folla; oppure alla falsa credenza, condivisa anche da Pesenti, secondo cui Pilato presentò Gesù proprio da quell’arco. Sopra la parte che scavalca la via è oggi visibile una casa araba. La porta costituisce la quinta stazione della Via Dolorosa (Il Cireneo aiuta Gesù). Oggi conduce a una cappella francescana. Il velo di seta con cui la donna asciugò il volto di Gesù e su cui rimasero impressi i suoi tratti è conservato nella basilica di San Pietro a Roma fino dal 707. La porta che costituisce la sesta stazione della Via Dolorosa conduce oggi a una piccola chiesa armeno-ortodossa, in cui si trova la tomba della Santa. Ancora oggi tra la sesta e la settima stazione si nota un arco facente parte delle antiche mura della città al tempo di Gesù. In questo luogo, che la tradizione indicò fin da tempi remotissimi come Sepolcro della Madonna, sorse una prima chiesa nel V secolo. Questa primitiva costruzione venne distrutta nel 1010 e successivamente, nel 1130, restaurata dai Crociati che vi aggiunsero un’abbazia benedettina. I soldati di Saladino distrussero l’abbazia nel 1187, ma risparmiarono la tomba di Maria. Nel 1303 i francescani ne ottennero il possesso dal Sultano di Egitto ed essi vi si stabilirono fino al 1757, quando vennero scacciati definitivamente dai musulmani, istigati dai greci ortodossi, i quali poi subentrarono ai francescani nel possesso del luogo. La lunga scalinata fu costruita dai Crociati che vollero chiudere l’ingresso primitivo lungo il torrente Cedron in quanto causa di frequenti inondazioni. L’edizione del 1628 specifica che “qui si dice le seguenti orationi: Al Sepolcro di S. Gioachino. ANTIPHONA: Similavit te Deus Ioachim viro sapienti, qui edificavit domum suam supra petram. Ora pro nobis B. Ioachim. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui nos B. Ioachim Patris genitricis Dei commemoratione letificas, concede propitius ut eius memoria olimus etiam patrocinia sentiamur. Per Christum &c. Al Sepolcro di S. Anna. ANTIPHONA: Haec est radix, et stirps Ieffe, ex qua Virgo sumpsit esse quae divinum proferì florem et fert fructum contra mortem. Vers. Ora pro nobis B. Anna. Risp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui B. Annam matrem tuae genitricis fieri evoluisti presta quaesumus ut apud te meritis utriusque ma tris et filie regna coelestia consequamur. Qui vivis &c. Al Sepolcro di S. Gioseffo. ANTIPHONA: Sancte Joseph suffragia nos tueantur iugiter et ad regna coelestia nos perducant feliciter. Vers. Ora pro nobis B. Ioseph. Risp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Da quaesumus Domine B. Iosepho sponsis genitricis Dei Mariae solemnitatibus gloriari, ut eius sempre et patro civijs sublevemur, et fidem congrua devotione sectemur. Per Christum Dominum nostrum &c. HYMNUS: Ave maris stella, / Dei Mater alma / Atque semper virgo / Felix caeli porta / Sumens illud ave / Gabrielis ore / Funda nos in pace / Mutans Evae nomen / Solve vincla reis / Profer lumen caecis / Mala nostra pelle / Bona cuncta posce / Monstra te esse matrem / Sumat per te preces / Qui pro nobis natus / Tulit esse tuus / Virgo singularis / Inter omnes mitis / Nos culpis solutos / Mites fac et castos / Vitam praesta puram / Iter para tutum / Ut videntes Jesum / Semper collaetemur / Sit laus Deo Patri / Summo Christo decus / Spiritui sancto / Tribus honor unus. Amen. ANTIPHONA: O Gloriosa Domina assumpta super sydera, quae nec primam similem, nec habere sequentem, sola sine exemplo placuit Virgo Christo. Vers. Esaltata est sancta Dei genitrix. Resp. Super choros Angelorum ad coelestia regna. ORATIO: Famulis tuis quaesumus Domine coelestis gratiae munus impartire, ut sicut B. V. nobis extitit salutis exordium: ita eius assumptio gloriosa aditum ad gaudium tributa Angelorum. Per Christum &c. Effettivamente si trova in questo luogo una tomba o pietra sepolcrale che, come quella di Gesù, è stata tagliata e isolata dalla roccia circostante. Si tratta di una tomba che ha tutte le caratteristiche di una tomba del I secolo d.C. e fin da allora venne venerata dai cristiani come luogo di sepoltura della Madonna. Sulla lastra del sepolcro ci sono tre grossi fori che permettono ai fedeli di toccare l’interno della tomba di Maria. Non bisogna però dimenticare che esiste un’altra tomba della Vergine, e precisamente ad Efeso in Turchia: secondo un’altra versione della tradizione, infatti, l’apostolo Giovanni portò con sé la madre di Gesù quando vi si trasferì. Pesenti si riferisce forse alla cosiddetta “grotta del Getsemani” o “degli Apostoli”: questa grotta si trova nell’Orto degli Ulivi, dove probabilmente c’era il frantoio per la lavorazione delle olive. Qui, secondo la tradizione, dopo l’Ultima Cena Gesù lasciò otto dei suoi discepoli e qui venne tradito da Giuda e catturato. La grotta è di forma irregolare, lunga circa 17 metri, larga 9 e alta 3,50. Fu venerata e trasformata in chiesa rustica fin dai primi tempi del cristianesimo, come testimoniano i resti di pavimento in mosaico. Non si capisce se Pesenti si stia riferendo alla “roccia dell’agonia”: un banco di roccia grezza che da sempre i cristiani venerano come luogo ove Gesù agonizzò e sudò sangue pregando nella sua ultima notte. In questo luogo l’imperatore Teodosio (379 – 393 d.C.) costruì una basilica che venne poi distrutta dai Persiani. Nel 1145 i crociati vi eressero una chiesa col nome di San Salvatore. Sui resti di queste antiche costruzioni nel 1920–1924 venne costruita l’attuale chiesa dell’Agonia o Basilica di tutte le Nazioni. La roccia dell’Agonia ora si trova davanti all’altare maggiore della suddetta basilica. ANTIPHONA: Dominus Iesus Christus mundi redemptor,facta cum discipulis Cena venit in hunc locum, celesti patri oraturus, et cum prolixius or affet, factus est in agonia. Vers. Factus est autem sudor eius. Resp. Tanquam guttas sanguinis decurrentis in terra. ORATIO: Domine Iesu Coriste dolcissime qui antequam patererit Hierosolymam egressus ad hunc orationis tue locum more solito perpetrasti ut te sponte passurum demonstrares, ubi factus in agonia preangustia calicis passionis tuae bibendi guttas sanguineas insudasti: tuae assumete carnis veritatem pro orando hinc tuam imploramus clementiam ut nobis spiritum in oratione corroborans agonia tuae nos sociare digneris, quo nullis tentationibus territi: cuncta adversantia te adiuvante vincamus. Qui cum Patre et Spiritu sancto &c. Attualmente i cattolici venerano il mistero dell’Assunzione della Madonna nella grotta degli Apostoli, poiché l’attigua basilica dell’Assunzione è in mano agli ortodossi. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Sancta Maria suburre miseris, iuva pusillanimes, refove flebiles. Ora prop populo, interveni pro clero, intercede pro devoto foemineo sexu. Sentiant omnes tuum iuvamen quicumque celebrant tuam sanctam commemorationem. Vers. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Famulorum quorum quaesumus Domine delictis ignosce, ut qui tibi placere de actibus nostris genitricis filij tui Domini nostri Iesu Christi intercessione salvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen. A destra del sagrato Basilica di tutte le nazioni si trovano i resti della chiesa crociata di San Salvatore e la massa rocciosa, detta “Rocce dei Tre Apostoli” a cui fa riferimento Pesenti. Secondo la tradizione qui Gesù lasciò Pietro, Giacomo e Giovanni e si appartò a pregare. Poco lontano si trova la “Grotta del Getsemani”. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: Vigilate et hic, orate. ANTIPHONA: Assumpto autem Iesu Petro et duobus filijs Zebedei, coepit contristari et mestus esse tunc ait illis. Tristis est anima mea usque ad mortem, sustinete hic et vigilate mecum. Vers. Et reversus ad discipulos suos ait Petro. Resp. Non potuisti una hora vigilare mecum. ORATIO: Dolcissime Domine Iesu Christe, qui quantum humanam possit fragilitas praenosceris, discipulos tuos praedilectos: quos ex nimia cordis tristizia, et urgens corporis necessitas, valium hic saporem immerserat benignissime excitasti, atque ut orazioni vocarent exortatus fuisti, omnem negligentiae nostrae, somnolentiaeque corporem a nobis procul repelle: ut salutiferum totius vitae tuae decursum vigilantis ac devotius contemplari mereamur. Qui vivis &c. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Dederat autem eis signum traditor dicens: Quemcumque osculatus fuero ipse est, tenete eum, et cucite caute. Vers. Dixit Iesus tradenti se. Resp. Iuda osculo filium homini tradis. ORATIO: Domine Iesu Christe umani generis benigne redemptor qui ob maximum erga nos amorem tuum a discipulo in hoc orto sancto, primum tradi, deinde ab immanissima Idaeorum manu capi, ligari atque ignominiose tamquam latro ad pontificis praesentiam plectendus perduci sustinuisti, postremo vero turpissimam crudelissimamque mortem appetire ut nos de inimicis rugientis captivitate absolvens ultro evoluisti: concede nobis quaesumus: ut cuncta huiuscemodi adversaequo atque constanti animo tolerare et tollerando pro tui nominis gloria eiusdem cum gaudere quaeamus. Qui vivis &c. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Cum appropinquasset Iesus Hierusalem, videns civitatem flevit super illam. Vers. Non relinquent in te lapidem super lapidem. Resp. Eo quod non noverit tempus visitationis tuae. ORATIO: Inclina Domine aurem tuam precibus suplicantium, ut qui super hanc sanctam Civitatem Iudaeorum magis infidelitatem, quam urbis ruinam, te magnae motum pietate hic flevisse credimus, ab omni nos infidelitatis vulnere liberari, lacrymarum tuarum, participes esse possimuss. Qui vivis et regnas &c. Credo in Deum Patrem omnipotentem, &c. Pesenti si riferisce probabilmente alla formulazione del Credo da parte degli Apostoli. Pater noster, qui es in Coelis, sanctificetur &c. L’orazione domenicale è il Padre Nostro. Il luogo qui descritto da Pesenti si trova vicino alla cima del Monte degli Olivi, sopra una grotta dove la tradizione colloca molti discorsi di Gesù, l’insegnamento, appunto, del Padre Nostro e la formulazione del Credo da parte degli Apostoli dopo la Pentecoste. Qui l’imperatrice Elena fece costruire nel IV secolo una basilica che chiamò “in Eleona”, cioè “nell’Oliveto”. Dopo varie distruzioni attraverso i secoli, i crociati costruirono, sulle rovine dell’Eleona, la Chiesa del Pater. Attualmente, sulle rovine della chiesa crociata, sorge un santuario ottocentesco tenuto dalle Carmelitane.
Il discorso escatologico di Gesù, riguardante la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la fine del mondo, fu fatto sul monte degli Ulivi, ma, a contrario di quanto dice Pesenti, non è possibile fissarne il punto preciso. A ricordo di questi discorsi oggi, sui resti di un’antica chiesa del VII secolo (forse la Chiesa fatta erigere da Santa Pelagia a cui fa riferimento Pesenti), sorge un santuario moderno. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Sedente Iesu super hunc Montem Oliveti, accesserunt ad eum Discipuli eius secreto dicentes: Domine quando haec erunt, et quod signum adventus tui et consumationis seculi. Vers. Consurget enim gens in gentem et regnum in regnum. Resp. Et erunt pestilentiae et fame set terremotus per loca. ORATIO: Presta nobis Domine Iesu Christe pater futuri seculi, ut tuis sacris actionibus eruditi, Sudicio illo tremendo: de quo Apostolis tuis hoc in loco petentibus locutus fuisti: meritis tuae passionis sanctissimae, leti interesse mereamur. Qui vivis et regnas &c. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Pelagia meretrix, quidam nocte poenitentia ducta, de domo suae effugiens in montem Oliveti se contulit, ubi habitum heremitae accipiens in hac parva Cellula se inclusit, et Deo in multa abstinentia deservivit. Vers. Ora pro nobis. Resp. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Exaudi nos Deus salutaris noster, ut sicut de beata Pelagia conversione gaudeamus, ita eius admirabilis poenitentiae animemur exemplo. Per Dominum nostrum &c. L’Ascensione al cielo di Gesù viene descritta dall’evangelista Luca sia nel Vangelo che negli Atti degli Apostoli, senza però dare indicazioni precise sul luogo dove avvenne. Tuttavia, fin dai primi tempi del cristianesimo, il fatto miracoloso venne collocato e ricordato sulla cima del Monte degli Ulivi. Si sa che al tempo di San Gerolamo (347–420 ca) vi era un tempio a forma rotonda, a cielo aperto, detto Imbomon, ossia “posto sulla cima”. La costruzione aveva un diametro di circa 32 m e al centro si trovava la “roccia sacra” sulla quale, secondo la tradizione, posava i piedi Gesù quando si elevò verso il cielo. Successivamente i crociati vi costruirono una cappella, che nel 1187 venne modificata dai musulmani che ne fecero una moschea murandone le arcate e aggiungendovi una cupola ottagonale di 6,60 m di diametro. HYMNUS: Iesu nostra redemptio / Amor et desiderium / Deus creator omnium / Homo in fine temporum / Quae te vicit clementia / Ut ferres nostra crimina / Crudelem mortem patiens / Ut nos a morte tolleres / Inferni clausura penetrans / Tuos captivos redimens / Victor triumpho nobili / Ad dextram patris residens. / Ipsa te cogat pietas / Ut mala nostra superes / Parcendo et voti compotes / Nos tuo vultu facies / Tu esto nostrum gaudium / Qui es futurus praemium / Sit nostra in te gloria / Per cuncta sempre specula. Amen. ANTIPHONA: O Rex gloriae Domine virtutum, qui triumphator hic super omnes Coelos ascendisti, ne derelinquas nos orfanos, sed mitte promissum patris in nos spiritum veritatis allaluia. Vers. Ascendit Deus in iubilatione alleluia. Resp. Et Dominus. ORATIO: Concede quaesumus omnipotens Deus: ut qui de hoc loco unigenitum tuum redemptorem nostrum ad Coelos ascendesse credimus ipsi quoque mente in caelestibus habitemus. Per eundem Christum &c. Il Monte degli Ulivi effettivamente è uno dei luoghi più suggestivi di Gerusalemme. Esso è formato da tre alture: quella Nord (810 m), chiamta dai cristiani “Viri Galilaei”; quella centrale (808 m), dove viene collocato il luogo tradizionale dell’Ascensione; quella Sud (734 m) detta Monte dello scandalo. Le attuali mura di Gerusalemme vennero innalzate nel 1542 durante il regno di Solimano il Magnifico. Hanno un perimetro di circa 3 km e sono alte 13 m., sono munite di 34 piccole torri e hanno 8 porte. Probabilmente si riferisce alla Cittadella. Pesenti non cita il caratteristico minareto perché fu costruito solo nel 1635. Credo si tratti della “Porta di Erode”. Detta anche “Porta di Hebron”. Presso la porta di Giaffa si trova la Cittadella,un insieme di costruzioni irregolari e dirute fiancheggiate da torri; tra queste quella Nord-Est è detta “torre di David”. Detta anche “Porta di Sion”, si trova a Sud. Oggi è chiamata “Porta del Letame” o “Porta dei Mograbini” (Marocchini). La porta d’Oro di cui si è già detto. Ai tempi di Gesù la spianata del Moriah, ingrandita verso Nord, era circondata da portici superbi, ad eccezione dell’angolo Nord-Ovest, in cui sorgeva la fortezza Antonia. Il portico orientale conservava il nome di “Portico di Salomone”; il portico meridionale era chiamato “Regio” ed era il più bello con quattro file di colonne di 8 m coronate da capitelli corinzi. A Sud-Est si elevava a picco sulla valle del Cedron a un’altezza di 180 m ed è quindi possibile identificarlo con il “pinnacolo del Tempio” di cui parla l’evangelista Matteo (Mt 4,5-6).
L’accesso alla zona all’interno dei portici era permesso solo agli ebrei ed era ben definita da una balaustrata che girava intorno all’edificio centrale. L’accesso nella parte proibita da parte di un incirconciso comportava la pena di morte. Oltrepassati i portici si accedeva al cortile dei Gentili, dove potevano accedere anche gli stranieri.
Il “Portico di Salomone” era il portico orientale del Tempio. La porta di S. Stefano si trova a Est, e venne così denominata dai cristiani perché secondo la tradizione qui sarebbe stato lapidato il santo. Si chiama anche “porta dei Leoni” per i rilievi di due coppie di leoni affrontati che fiancheggiano l’ogiva, o “porta delle pecore” o, ancora, dagli arabi, “Bâb Sittia Maryam”, cioè “Porta della Vergine Maria” perché si credeva che in questo luogo fosse nata e perché conduceva alla tomba della Madonna nella valle del Cedron. Oggi è anche detta “Porta della Colonna” ed è la più alta e la più frequentata. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Tunc relicto Iesu omnes Discipuli fugierunt. Vers. Jacobus venit ad hunc locum. Resp. Non se comesturum voverat nisi prius videret Christum resuscitatum. ORATIO: Domine Iesu Christe consolator omnium et redemptor qui B. Apostolo tuo Iacobo Idaeorum metu in hoc latibulo tempore tuae passionis secretissime latitanti, tua resuscitatus potentia, eumque com’edere benigne suffisti esto nobis precibus ipsius Apostoli propitius et presta ut inter has barbaras nationes omesso omnis pusillanimitatis timore, fidem tuam constanter confiteri et predicare valeamus. Qui vivis &c. Ancora oggi i luoghi vengono indicati come tombe di Assalonne, San Giacomo (anche se per quanto riguarda San Giacomo Pesenti non parla di tomba, ma di nascondiglio) e Zaccaria, ma i monumenti sono soltanto commemorativie risalgono all’epoca ellenistica: nessuno di essi accolse le ceneri del defunto di cui porta il nome. Assalonne era figlio di re David e “mentre era ancora in vita si era fatto erigere questo monumento poiché diceva: «Non avendo figli, questo sarà il ricordo del mio nome» e chiamò il monumento con il nome suo , cosicché ancor oggi è chiamato la Mano di Assalonne” (2° Re, 18, 18); detto anche “tiara dei faraoni” per la forma conica della parte superiore, il pilastro di Assalonneè databile all’epoca del Secondo Tempio. San Giacomo molto probabilmente è l’apostolo Giacomo “il Minore”, cioè il figlio di Alfeo e di Maria, parente della Madonna. Egli fu il primo vescovo di Gerusalemme e morì martire, gettato dagli Ebrei dal pinnacolo del Tempio nella valle del Cedron; Zaccaria potrebbe essere il profeta di cui si parla nel secondo libro delle Cronache (24,20-22), la cui uccisione nel santuario del Tempio è ricordata da Gesù insieme a quella di Abele (Mt 23,35) Questa fonte, detta anche fonte Ghihon, viene infatti ancora oggi chiamata dai cristiani Fontana della Vergine, ma questa denominazione pare piuttosto dovuta al fatto che secondo la tradizione qui Isaia profetizzò ad Acaz: “Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emanuele” (Isaia 7,14). La stessa fonte è chiamata invece dagli arabi madre degli scalini a causa dei 32 scalini che bisogna scendere per attingervi l’acqua. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Ave Regina Coelorum, Ave Domina Angelorum, Salve radix sancta, Ex qua mundo lux est orta, Gaude gloriosa Super omnes speciosa, Vale valde decora Et pro nobis Christum sempre exora. Vers. Ora pro nobis sancta Dei genitrix. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui virginalem aulam B. Mariae Virginia in qua abitare eligere dignatus es, da quaesumus, ut sua nos defensione munitos iucundos facies suae interesse commemorationi. Qui vivis et regnas &c. Detta anche Piscina di Siloe, era la fontana principale dell’antica Gerusalemme; è lunga 16 m e larga 4,25. si trova ai piedi dello sperone meridionale della collina dell’Ofel, nella parte più bassa di Gerusalemme. Fu costruita da re Ezechia (716-687 a.C.) all’interno delle mura per rifornire di acqua la città in caso di assedio. La piscina era collegata attraverso un canale lungo 550 m alla fonte Ghihon, unica sorgente d’acqua presente in città.
Nel V secolo venne costruita una chiesa, poi trasformata in moschea, a ricordo del miracolo qui compiuto da Gesù con la guarigione del cieco nato.
L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Isaias in Hierusalem nobili genere natus, sub Manasse rege sectum in duas partes occubuit. Vers. Ora pro nobis B. Isaia. Resp. Ut digni efficiamur &c. ORATIO: Deus qui Beatum Isaiam profetici spiritus sublimasti, gratia mediumque pro zelo Iustitia sectum: hic inclito martirio laureasti: presta propitius, ut qui eius admiramur constantiam, sentiamus auxilium, Per Christum Do. Amen. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Tristes erant Apostoli / de nece sui Domini, / quem morte crudelissima / servi damnarant impii. / Sermone blando Angelus / prædixit mulieribus: / «In Galilæa Dominus / videndus est quantocius» / Illæ dum pergunt concitæ / Apostolis hoc dicere, / videntes eum vivere, / Christi tenent vestigia. / Quo agnito, Discipuli / in Galilæam propere / pergunt videre facies / desideratam Domini. / Quaesumus auctor omnium / In hoc Paschali gaudio / Ab omni mortis impetu / Tuum difende populum / Gloria tibi Domine / Qui surrexisti a mortuis / Cum Patre et sancto Spiritu / in sempiterna secula. Amen. ANTIPHONA: Omnes vos scandalum patiemini in me in nocye ista, quia scriptum est, percutiam Pastorem, et dispergentur oves greges. Vers. Omnes amici mei derelinquerunt me. Resp. Dominus autem assumpsit me. ORATIO: Benigne ac sempre dolcissime Iesu Christe delinquentium spes, atque refugium, qui Apostolos tuos nimio Iudaeorum terrore perterritos, in diversis locis in tue passionis agone latitante, post resurrectionem tuam in uno congregatos gloriosa tui optataque praesentia consolari sepius evoluisti: sic nos facies tua maxima pietate, et eorum precibus in omni tribulationis eventu solidatos esse, ut te in nobis resurgente nulla nos adversitate a te umquam separari contingat. Qui vivis, et regnas &c. Il Campo Santo citato si trova oltre la valle dell’Hinnom o Geenna; viene solitamente chiamato l’Haceldama, “campo di sangue”. Si presume essere il “campo del vasaio” citato da Matteo (Mt 27, 7-8). Secondo l’evangelista il terreno fu acquistato dai sommi sacerdoti per la sepoltura dei forestieri con le 30 monete d’argento restituite da Giuda dopo il tradimento. Oggi ai margini di questo campo sorge un monastero ortodosso. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Princeps sacerdotum acceptis argenteis dixerunt, non licet mittere eos in corbonam, quia pretium sanguinis est. Vers. Concilio autem inita, emerunt ex illis hunc agrum. Resp. In sepultura pellegrinorum. ORATIO: Omnipotens clementissime Deus, qui ut mundum primorum parentum lapsu perditum redimere filium tuum unigenitum, ad nos profugos non crucifigendum tantum demisisti: verum etiam, ut largior quoquenostra esset redemptio, et scriptura de eo loquentes finem habere, vilissimo pretio impretiabilem vendi sustinuisti, quorum aequidem denariorum numero, hunc agrumemptum fuisse credimus nobis propterea presta redemptis, ut dignos poenitentiae fructus colligentes, eiusdem filij tui passionis meritum consequamur. Qui tecum vivit, et regnat &c. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Et ecce Stella quam viderant Magi in Oriente antecedebat eos: usque dum veniens staret supra, ubi puer erat. Vers. Videntes autem Stellam Magi Re gavisi sunt gaudio magno valde. ORATIO: Deus, qui unigenitum tuum gentibus Stella duce revelasti, concede propitius ut qui iam te ex fide cognovimus usque ad contemplandam spetiem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem Dominum &c. Venendo da Gerusalemme, circa 1 km prima di Betlemme, sulla destra si nota un piccolo edificio con cupola: secondo la tradizione questo è il luogo ove Giacobbe eresse una stele sulla tomba della moglie Rachele, morta a Rama dando alla luce Beniamino. Betlemme si trova sulla via di Hebron, a circa 9 km a Sud di Gerusalemme, a 777 m s.l.m., sulle colline del sistema montuoso della Giudea. Altro nome della cittadina è Efrata, che significa “la fruttifera”. In quanto vi nacque e venne consacrato re dal profeta Samuele. Nel 135 l’imperatore Adriano fece piantare sopra la grotta un boschetto consacrato al dio Adone per cercare di contrastare il culto cristiano. Nel 326 S. Elena rimosse il bosco e il terrapieno su cui si trovava e sulla grotta fece erigere una delle sue più belle basiliche, di cui si possono ammirare ancora oggi stupendi tratti di pavimento in mosaico. La costruzione venne rovinata durante la rivolta dei Samaritani, nel 529; qualche anno più tardi, nel 540, l’imperatore Giustiniano la restaurò, trasformando alquanto la sua pianta originale. La nuova basilica si salvò dalla distruzione persiana del 614, grazie al fatto che sul prospetto del Tempio erano raffigurati i Magi nel costume nazionale persiano. Nel 1101 vi fu consacrato Baldovino I e vent’anni più tardi Baldovino II con la moglie. Poi subì un lungo declino, fino a quando nel 1646 i Turchi fusero il piombo del tetto per farne palle da cannone. Effettivamente, in epoca non ben definita, davanti alla facciata vennero costruiti massicci contrafforti a difesa di eventuali assalti. Delle tre porte della facciata, due vennero murate e una venne ridotta a stretto e basso passaggio, proprio, come dice Pesenti, per evitare che i non cristiani vi entrassero con asini e cavalli. La piccolissima porta, alta appena m 1,20, è detta “porta dell’umiltà”. La basilica misura 53,90 m di lunghezza, 26,20 di larghezza nella navata; nel transetto la larghezza è di 35,82 m. Anche oggi si accede alla Grotta della Natività attraverso due scale che fiancheggiano l’abside centrale della basilica. Ancora oggi i padri francescani hanno la proprietà esclusiva della parte della grotta detta della “mangiatoia”, o del “presepio”, mentre alcuni piccoli diritti (la stella con scritta latina e quattro lampade) e tutta la basilica sovrastante, eccetto un angolo riservato agli Armeni, sono di esclusiva proprietà dei greci ortodossi. I diritti dei cattolici vennero qui difesi strenuamente dai francescani, anche a costo di martirio e di sangue. Ai tempi di Pesenti la chiesa di Santa Caterina era una piccola cappella medievale; l’attuale chiesa, parrocchia dei cattolici di Betlemme, venne costruita dai francescani nel 1882. Nei dintorni si notano resti di costruzioni del IV e V secolo e del tempo dei crociati. Vers. Te ergo quaesumus famulis tuis subveni. Resp. Quos pretio sanguine redemisti. HYMNUS: Christe, redemptor omnium, / conserva tuos famulos, / beatae semper Virginis / placatus sanctis precibus. / Beata quoque agmina / caelestium spirituum, / praeterita, praesentia, / futura mala pellite. / Vates aeterni iudicis / apostolique Domini, / suppliciter exposcimus / salvari vestris precibus. / Martyres Dei incliti / confessoresque lucidi, / vestris orationibus / nos ferte in caelestibus. / Chori sanctarum virginum / monachorumque omnium, / simul cum sanctis omnibus / consortes Christi facite. / Gentem auferte perfidam / credentium de finibus, / ut Christo laudes debitas / Persolvamus alacriter. / Gloria Patri ingenito / Eiusque Unigenito / Una cum sancto Spiritu / In sempiterna secula. Amen. ANTIPHONA: Hic de Virgine Maria Christus natus est, hic salvator aperuit hic caecinerunt Angeli laetati sunt Arcangeli hic exultant iusti dicentes Gloria in excelsis Deo, alleluia. Vers. Verbum caro factum est, Alleluia. Resp. Et habitavit in nobis alleluia. ORATIO: Concede quaesumus omnipotens Deus ut nos unigeniti tui nova per carnem nativitas liberet, quo sub peccati iugo vetustas servitus tenet. Per eundem Christum &c. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Quando venit ergo. Sacri plenitudo temporis. Missus est ab arce Patris, Hic natus orbis conditor Atque centre virginali caro factus prodijt. Vagit infans inter acta conditus, Praesepio membra pannis involuta, Virgo mater alligat, et manus pedesque crura stricta cingit fascia. ANTIPHONA: Pastores venerunt ad Presepe festinanter et invenerunt Mariam et Ioseph et infantem positum in Praesepio alleluia. Vers. Notum hic fecit Dominus, alleluia. Resp. Salutare suum alleluia. ORATIO: Domine Iesu Christe, qui humiliter in diversorio isto nasci, ac in Presepio inter Asinum et Bovem collocari a Maria Virgine et Ioseph primitus adorari evoluisti, da nobis quaesumus in diversorio poenitentiae rinasci, ac in Presepio passionis tuae inter divinitatem et humanitatem tuam continuo collocari et a Maria Virgine et Ioseph sancto discere te solum et verum Deum sempre venerari. Qui vivis &c. La grotta ha forma rettangolare; è lunga 12,30 m e larga 3,5. È divisa in due zone: da un lato vi è il luogo ove si commemora la nascita di Gesù, segnato con una stella d’argento, e di fronte il luogo della mangiatoia. Qui per tradizione si commemora anche la visita dei Magi, sebbene l’evangelista Matteo parli di una “casa”, il che farebbe pensare che, dopo la nascita e la visita dei pastori, la Sacra Famiglia si sia trasferita, come sarebbe ovvio, in una casa, forse di parenti o amici, in Betlemme. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ibant Magi quam viderant Stellam sequentes praeviam lumen requirunt lumine Deum fatentur munere. ANTIPHONA: Apertis hic thesaurus suis obtulerunt Magi Domino aurum, thus, et mirrham, alleluia. Vers. Omnes de Sabba venient, alleluia. Resp. Aurum et thus deferentes alleluia. ORATIO: Deus qui in hoc sacratissimo loco unigenitum tuum Stella duce rivelasti: concede propitius ut qui iam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam spem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem &c. Converrà qui citare un passo tratto dal Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa, del quale si è detto nell’introduzione a questo scritto: quando nell’agosto 1384 Leonardo Frescobaldi si recò a Venezia per salpare verso l’Egitto, si soffermò visitare le più importanti chiese della città e degli immediati dintorni. Tra queste, “nella Chiesa di S. Donato a Murano fuori di Vinegia, vedemo in una grande arca di pietra cento novantotto corpi di fanciulli piccoli interi; i quali dicono che furono del numero degli innocenti, che Erode fece uccidere, a’ quali si vede i colpi e le ferite chiaramente a ogni membro naturale. Dicono che solevano essere dugento, ma quando i Veneziani feciono la pace col Re d’Ungheria, per patto n’ebbe due (GUGLIELMO MANZI, Viaggio di Lionardo di Niccolò Frescobaldi Fiorentino in Egitto e in Terra Santa con un Discorso dell’Editore sopra il Commercio degl’Italiani nel secolo XIV, Roma, Carlo Mordacchini 1818, p. 66). L’edizione del 1628 del Pesenti inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Sanctorum meritis incluta gaudia. / nam gliscit animus promere cantibus / victorum genus optimum. / Hi sunt quos retinens mundus inhorruit. / ipsum nam sterilis lore per aridam. / sprevere penitus teque secuti sunt. / Rex Christe bone caelitus. / Hi pro te furias atque ferocia. / calcarunt hominum saevaque verbera. / cessit his lacerans fortiter ungula / nec carpsit penetralia. / Ceduntur gladiis more bidentium / nec murmur resonat nec querimonia / sed corde tacito mens bene conscia. / conservat patientiam. / Quae vox quae poterit lingua retexere. / quae tu martyribus munera praeparas / rubri nam fluido sanguine laureis / ditantur bene fulgidis. / Te summa deitas unaque poscimus / ut culpas abluas noxia subtrahas. / des pacem famulis nos quoque gloriam / per cuncta tibi saecula. Amen. ANTIPHONA: Innocentes pro Christo infants hic occisi sunt, ab iniquo Rege lactentes interfecti sunt, ipsum sequuntur agnum sine macula et dicunt simper Gloria tibi Domine. Vers. Sub throno Dei omnes sancti clamant. Resp. Vindica sanguinem nostrum Deus noster. ORATIO: Deus cuius odierna die praeconium innocentes mrtyres non loquendo, sed moriendo confessi sunt, omnia in nobis vitiorum mala mortifica, et fidem tuam, quam lingua nostra loquitur, etiam moribus vita fatetur. Per Christum Dominum nostrum. Amen. Sul proseguimento della grotta della Natività e nelle adiacenze vennero costruite delle cappelle sotterranee. Le prime due sono dedicate a San Giuseppe e ai Santi Innocenti, i bambini uccisi da Erode; delle altre una è dedicata a S. Girolamo, un’altra a Sant’Eusebio di Cremona e alle due Sante matrone romane Paola e la figlia Eustochio, le quali, indirizzate da San Gerolamo all’ideale ascetico, vissero per molti anni accanto al luogo della Natività, qui morirono e furono sepolte. San Gerolamo (Stridore, Dalmazia, 347 ca – Betlemme, 420 ca) nel 382 si era trasferito da Costantinopoli a Roma, dove era divenuto segretario del papa Damaso; ma a causa di invidie e gelosie da parte del clero romano, abbandonò la città ritirandosi a Betlemme, dove fondò un monastero. Qui, come ci dice Pesenti, visse molti anni (dal 385 al 420) dedicandosi ad un’intensa attività di studio, scrittura e direzione spirituale di tipo ascetico. HYMNUS: Iste confessor domini sacratus. / festa plebs cuius celebrat per orbem / hoc die laetus meruit secreta / scandere caeli. / Qui pius prudens humilis pudicus / sobrius castus fuit et quietus. / vita dum praesens vegetavit eius. / corporis artus. / Ad sacrum cuius tumulum frequenter. / membra languentum modo sanitati. / quolibet morbo fuerint gravata. / restituuntur. / Unde nunc noster chorus in honore. / ipsius hymnum canit hunc libenter. / ut piis eius meritis iuvemur. / omne per aevum. / Sit salus illi decus atque virtus. / qui supra caeli residens cacumen. / totius mundi machinam gubernat. / trinus et unus. Amen. ANTIPHONA: O Doctor optime Ecclesiae sanctae lumen B. Hieronyme divinae legis amator, deprecare pro nobis filium Dei. Vers. Ora pro nobis B. Hieronyme. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Omnipotens sempiterne Deus qui per B. Hieronymi doctrinam et merita Ecclesiam tuam multipliciter illustrasti tribune nobis quaesumus ut qui commemorationem eius devota mente persolvimus, eius meriti set precibus ad gaudia aeterna pervenire feliciter mereamur. Per Christum Dominum nostrum. Amen. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Te Deum laudamus; & arrivati al Choro si fa la Commemoratione di S. Catherina. ANTIPHONA: Veni sponsa Christi, accipe coronam, quam tibi Dominus praeparavit in aeternum. Vers. Ora pro nobis B. Catherina. Resp. Ut digni efficiamur promissionibus Christi. ORATIO: Deus qui dedisti legem Moysi in summitate Montis Synai et in eodem loco corpus B. Catherinae per sanctos Angelos tuos mirabiliter collocasti, tribune quaesumus, ut ad Montem, qui Christus est, pervenire valeamus. Per Christum Dominum nostrum. Potrebbe forse trattarsi di un’antichissima grotta che si trova nei pressi della basilica dela Natività, ove oggi sorge un santuario che ricorda l’annuncio ai pastori e il canto degli Angeli alla nascita di Gesù. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni (si noti il Gloria tropato): PSALMUS: Gloria in excelsis Deo Et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Laudamus Te, benedicimus Te, adoramus Te, glorificamus Te, Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam, Domine Rex coelestis, Deus Pater omnipotens. Domine Fili Unigenite, Jesu Christe, Spiritus et alme orphanorum paraclete Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris: Primogenitus Mariae Virginia Ma tris. Qui tollis peccata mundi miserere nobis; Qui tollis peccata mundi suscipe deprecationem nostram, Ad Mariae gloriam. Qui sedes ad dexteram Patris miserere nobis. Quoniam Tu solus Sanctus, Mariam sanctificas Tu solus Dominus, Mariam gubernans, Tu solus Altissimus, Mariam coronans Jesu Christe, Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris. Amen. Vers. Evangelizo vobis gaudium magnum, quod erit omni populo. Resp. Quia natus est vobis hodie salvator qui est Christus Dominus. ORATIO: Deus qui miro ordine Angelorum misteria hominumque dispensas, concede propitius ut quibus tibi ministrantibus in Caelo sempre assistitur ab iis in terra vita nostra muniatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen. Il campo dei pastori si trova al confine con il deserto di Giuda, a circa 3 km a Sud-Est di Betlemme, in una zona fertile. In questo luogo, durante degli scavi, vennero rinvenuti resti di un monastero bizantino del IV –VI secolo. Ancora oggi il monte di fronte a Gerusalemme è detto “Monte dello Scandalo”, in memoria dei luoghi di culto fatti erigere da Salomone alle divinità pagane in onore delle sue mogli (oltre mille), contro il comando di Dio. Si trova a circa 30 km da Betlemme, in una conca circondata da verdi colline, a 927 m s.l.m. Hebron è una delle città più antiche del mondo. Tutta la zona circostante è ricca di memorie bibliche: proprio ad Hebron infatti Abramo acquistò la duplice grotta di Macpela per seppellirvi la moglie Sara e questa fu la prima vera proprietà di Abramo, inizio della realizzazione del dono della Terra Promessa. Sempre nella grotta di Macpela furono sepolti anche lo stesso Abramo, il figlio Isacco con la moglie Rebecca e Giacobbe con la moglie Lia. Il fatto è riportato in Atti 8,2 – 39. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: ANTIPHONA: Aperiens autem Philippus os suum evangelizavit illi Iesum et dum irent per viam venerunt ad hanc aquam, et ait Eunuchus, ecce aqua, quis prohibet me baptizari?. Resp. Dixit autem Philippus Resp. Si creais toto corde licet. ORATIO: Deus qui diversitatem gentium in confessione tui nominis adunasti, quisque virum Eunuchum per manus servi tui Philippi in hoc carissimo fonte baptizare feristi, da ut venatis aqua baptismatis una sit fides mentium, et pietas actionum. Per Christum Dominum nostrum. Amen. HYMNUS: Antra deserti teneris sub annis civium turmas fugiens, petisti, ne levi saltem maculare vitam famine posses. Praebuit hirtum tegimen Camellus, artubus sacris strofium bidentis, cui latex haustum, sociata pastum mella locustis. Caeteri tantum cecinere vatum corde praesago iubar adfuturum; tu quidem mundi scelus auferentem indice prodis. Non fuit vasti spatium per orbis sanctior quisquam genitus Iohanne, qui nefas saecli meruit lavantem tingere limphis. Gloria Patri genitaeque proli et tibi compar utriusque semper spiritus alme Deus unus omni tempore secli. Amen. ANTIPHONA: Puer autem crescebat et confortabitur spiritu, et erat in desertis locis usque in diem ostensionis suae ad Israel. Vers. Inter natos mulierum non surrexit maior. Resp. Ioanne Baptista. ORATIO: Concede nobis quaesumus Domine Iesu Christe ut qui arduam praecursoris sui poenitentiam veneramus eius etiam virtutes spretis mundanis affectibus imitemur. Per Christum Dominum nostrum. Amen. Si trattò di un viaggio di 130-150 km circa. Sulla collina dinanzi al villaggio, dove forse Zaccaria possedeva una casetta di campagna, la tradizione vuole che si sia ritirata Elisabetta dopo l’annunzio dell’arcangelo Gabriele fino alla nascita di Giovanni. In questo luogo sorge il santuario della Visitazione ricostruito recentemente, nel 1939, ma in base al piano antico: già in precedenza infatti vi sorgeva una costruzione formata da due chiese sovrastanti. Ancora oggi si notano resti bizantini e crociati.
All’interno di detto santuario si trova una cripta che ricorda l’abitazione interna di Zaccaria ed Elisabetta: vi è una cisterna casalinga e una scaletta che portava al piano superiore della casa. In una nicchia della parete è conservato un antico macigno che, secondo la tradizione, avrebbe nascosto il piccolo Giovanni durante la strage degli Innocenti.
Qui Pesenti si riferisce alla chiesa di S. Giovanni Battista che nel XII secolo i crociati costruirono, come una fortezza al centro di Ain Karem, sulle rovine di precedenti chiese. In questa chiesa, a sinistra dell’altare maggiore, si trova una scalinata che conduce ad una grotta in cui, secondo la tradizione, sarebbe nato il Battista. Pesenti ne trova solo le rovine, perché venne ricostruita in stile spagnolo qualche anno più tardi, nel 1674. L’edizione del 1628 inserisce qui le seguenti orazioni: HYMNUS: Ut queant laxis resonare fibris mira gestorum famuli tuorum, solve polluti labii reatum, sancte Iohannes! Nuntius celso veniens Olympo te patri magnum fore nasciturum, nomen et vitae seriem gerendae ordine promit. Ille promissi dubius superni perdidit promptae modulos loquelae; sed reformasti genitus peremptae organa vocis. Ventris abstruso positus cubili senseras regem thalamo manentem, hinc parens nati meritis uterque abdita pandit. Gloria Patri genitaeque proli et tibi compar utriusque semper Spiritus alme Deus unus omni Tempore saecli. Amen. ANTIPHONA: Ex utero vetulae et sterilis hic natus est Ioannes praecursor Domini. Vers. Fuit homo missus a Deo. Resp. Cui nomen erat Ioannes. ORATIO: Deus qui populum tuum in Nativitate Beati Ioanni Baptista laetificare feristi, da nobis famulis tuis spiritualium gratiam gaudiorum et omnium fidelium mentis dirige in viam salutis aeternae. Per Christum Dominum. Amen. – Nella Capella che è al lato destro dell’Altare: Benedictus Dominus Deus Israel, quia visitavit, et fecit redemptionem plebis suae: Et erexit cornu salutis nobis in domo David pueri sui. Sicut locutus est per os sanctorum, qui a saeculo sunt, prophetarum eius: Salutem ex inimicis nostris, et de manu omnium qui oderunt nos: Ad faciendam misericordiam cum patribus nostris: et memorari testamenti sui sancti: Iusiurandum, quod iuravit ad Abraham patrem nostrum, daturum se nobis; Ut sine timore, de manu inimicorum nostrorum liberati, serviamus illi. In sanctitate et iustitia coram ipso, omnibus diebus nostris. Et tu puer, propheta Altissimi vocaberis: praeibis enim ante faciem Domini parare vias eius: Ad dandam scientiam salutis plebi eius: in remissionem peccatorum eorum: Per viscera misericordiae Dei nostri: in quibus visitabit nos, oriens ex alto: Illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent: ad dirigendos pedes nostros in viam pacis. Gloria Patri et Filio et Spiriti sancto, sicut erat in principio et nunc et sempre et in specula saeculorum. Amen. ORATIO: Deus qui beatum Zachariam de sancte prolis Promissione dubgitantem mutum feristi, cui postmodum credenti os Spiritu sancto plenum in tuas laudes mirabiliter reserastis concede ut eius ac filij gloriosis precibus demeritis linguis nostris incredulitatis vinculo resolutis, ea quae tuae palamita sunt volutati corde credentes animose confiteamur et ore. Per Christum Dominum nostrum. Amen. Esiste ancora oggi una scalinata che risale ai tempi dell’occupazione romana che porta a un luogo detto “palazzo di Caifa”, dove vi è la Chiesa del Gallicanto, o “canto del gallo”, che ricorda il rinnegamento di Pietro. È possibile che la chiesa sia stata costruita sulle rovine dell’antica casa del sommo sacerdote Caifa, tuttavia studi recenti suggeriscono che la casa di Caifa in realtà fosse un po’ più in là, nel quartiere aristocratico della città. Un braccio corrispondeva a sei piedi, circa 1,85 m. Quindici braccia corrispondevano a poco meno di 28 m. Quasi 15 metri. 18,5 m. Nonostante il nome, non hanno niente a che vedere con i re di Israele che, secondo la Bibbia, sono sepolti nella Città di David, quindi sull’Ofel. Questo vasto complesso di tombe, oggi di proprietà dello stato francese, per le sue caratteristiche risale, secondo gli archeologi, al periodo del Primo Tempio. Da una scalinata si accede a un cortile scavato nella roccia dove due canaletti laterali convogliavano le acque piovane in due cisterne sotterranee; il cortile aveva un portico con due colonne e presentava decorazioni di cui sono ancora visibile alcune tracce. La tomba consta di un vasto ambiente da cui si accede alle cinque camere sepolcrali: queste presentano sui tre lati le banchine per i defunti, dotate di poggiacapo; nella camera più interna, preceduta da alcuni gradini, vi è anche un sarcofago tagliato nella roccia. Si tratta della località di Latrun che si trova a metà strada, sulla sinistra tra Lidda e Gerusalemme. Qui, alla fine del XII secolo, i templari costruirono un castello che veniva chiamato “toron des chevaliers” o “Turo militum”, ossia “cordone dei cavalieri o dei soldati”. Da questa denominazione gli arabi trassero il nome di “al – Latrun” o “Latun”, un nome che nel XV secolo fece nascere la leggenda secondo cui questa era la patria del buon ladrone, San Disma e da allora venne anche chiamato “Castello del buon ladrone”. Oggi, costruito sulle rovine del castello, sorge un grande monastero, con annessa una colonia agricola, tenuto dai padri trappisti francesi.