Ginevra Agliardi. 2. Pollach: Letture, amicizie, viaggi

Da EFL - Società Storica Lombarda.

Torna a Ginevra Agliardi. Il progetto di Leopoldo Pollach per il giardino di villa Pesenti-Agliardi a Sombreno


2. Letture, amicizie, viaggi


2.1 I libri di Pollach

Gli studi fino ad ora compiuti su Pollach si occupano principalmente dell’analisi delle sue opere architettoniche e indagano meno aspetti biografici come le letture e le amicizie. Ritenendoli però importanti per una comprensione approfondita dell’opera dell’architetto austriaco, mi propongo, in questo capitolo, di indagarli. Cercherò di approfondire in modo particolare l’analisi dei libri, delle persone e dei viaggi che possono avere influenzato Pollach nella realizzazione del progetto della Villa Pesenti – tema della tesi - limitandomi a riportare senza analizzare i documenti o i dati che, pur interessanti, non sono legati al giardino in questione . La Zàdor scrive di aver visto tra le Carte Pollach, alcune cartelle ricche di preziose informazioni. Oltre a numerosi progetti di Pollach per edifici e disegni per l’arredamento di chiese, ville e palazzi, esse contenevano schizzi rappresentanti viaggi, feste, spettacoli teatrali a cui aveva assistito, libri letti e un ricco carteggio con parenti, colleghi e personaggi più o meno conosciuti del tempo. Purtroppo, come già detto, questo fondo è andato perduto. Ho però trovato in altri archivi alcuni documenti che permettono di ricostruire aspetti della vita di Pollach in modo più definito. Questo capitolo è diviso in tre parti: la prima è dedicata alle letture di Pollach, documentate o altamente probabili; la seconda riguarda alcune sue conoscenze; la terza ha ad oggetto i suoi viaggi.

2.1.1 Le letture Ecco che cosa sicuramente Pollach ha letto. La Zàdor, nei suoi Appunti sulle perdute «Carte di Pollach», scrive:

Mi pare che abbia importanza l’elenco dei libri d’architettura della sua biblioteca (…). Di questi ho annotato quelli di: Alberti, Leonardo, Vignola, Vasari, Sanmicheli, Rusconi, Locatelli, Sandrart. Tra gli scritti più recenti: Vinci, Saggio d’architettura civile,1793; Algarotti, Saggio sopra la pittura, 1787; tutte le opere di Milizia; Guarini in un’edizione nuova; Temanza e Ferdinando Galli Bibiena; Carpenter, Architettura, 1760; Patte, Essai sur l’architecture théatrale; Blondel, Les Maisons de Plaisance. Sul giardino italiano si trova il noto libro di E. Silva, Dell’arte dei giardini inglesi, Milano 1800.

Il documento da cui la Zàdor ha tratto queste informazioni era conservato tra le carte Pollach all’Archivio di Stato di Milano sotto la seguente segnatura: Reale Tribunale di I Istanza, 1806, lascito di Leopoldo Pollach. Ho trovato un altro breve documento a proposito dei libri letti dal Pollach alla Biblioteca d’Arte del Castello che, purtroppo, è poco leggibile.

Milano di 5 Novembre 799 Attesto io sottoscritto di aver ricevuto in consegna dal Signore Abate Carlo Bianconi Segretario della Nostra Real Accademia (…) L’opera intera del Palladio Edizione (…) di Venezia Tomi IV. Prospettiva del Poggi Tomo II legati in carta pergamena. Vitruvio (…) Tomo I Legato in cartone. Li quattro libri di Andrea Palladio edizione di Venezia 1570, legato in cartone alla francese Tomo I. Leon Battista Alberti Edizione di Bologna 1782, Tomo I legato alla francese in cartone. Varie tavolette di noce con sopra carte stampate della (…) opera del Palladio. Varie carte stampate sciolte della sopra nominata opera. Due Vignola in fogli del Rimondini (…) Leopoldo Pollach Regio Architetto

Come si vede, nel documento compaiono i nomi, non secondari, di Palladio e Vitruvio, assenti dalla lista della Zàdor. Le notizie più interessanti provengono però da un altro luogo: nell’archivio della Società Storica Lombarda, nel fondo Bertarelli, ho ritrovato infatti il seguente documento:

Inventario e perizia dei mobili e suppellettili di casa lasciati dall’ora fu Architetto Signor Leopoldo Pollack, nella casa di sua ragione ed abitazione, posta nella Contrada di San Spirito, segnata col Civico 5290 in Porta Nuova, Parrocchia di San Francesco da Paola, il quale Inventario e Perizia sono fatti nel giorno 14 e seguenti del mese di Marzo 1806 da me Sottoscritto Perito eletto dai Signori Esecutori Testamentari Signor Avvocato Rocco Marliani e Signor Ingegnere Ottavio Torelli non che della signora Giuseppina vedova Pollack amministratrice, e coll’intervento del Signor Giuseppe Pollack Figlio Maggiore del defunto e del Signor Avvocato Giuseppe Schiera.

Queste poche righe costituiscono una delle prove documentarie del luogo in cui Pollach visse e lavorò e del giorno in cui morì. Compare anche il nome di Rocco Marliani, che ritroveremo in seguito. Nella prima parte dell’inventario, come era usanza, vengono elencati tutti gli oggetti posseduti dal defunto nella sua casa e nello studio; tramite questa descrizione si potrebbe ricostruire idealmente la casa dell’architetto stanza per stanza. Il valore complessivo dei mobili e suppellettili è di L. 6920. Nella seconda parte, più interessante, si legge:

Segue il catalogo dei libri, carte geografiche e stampe diverse nello studio ed annessi del Defunto Signore Leopoldo Pollach, il tutto descritto e stimato nei giorni 15 e 16 marzo del 1806 .

E’ ipotizzabile che il documento visto dalla Zàdor fosse simile a questo: in genere gli inventari venivano stilati in più copie. E’ però strano il fatto che la studiosa citi Silva, Vasari, Guarini, Temanza, Locatelli e Sandrart che non compaiono in questa catalogazione. Perché? Purtroppo non ho notizie più precise di che cosa la Zàdor abbia veramente visto. Poteva trattarsi di un elenco di libri letti da Pollach e non tutti posseduti; forse si trattava di libri in prestito, come è ipotizzabile dal documento del Castello, o consultati in biblioteca . Quest’incongruenza è però utile per capire che l’elenco da me ritrovato rappresenta solo una parte della cultura e della formazione di Pollach. Il catalogo contiene più di 300 titoli e vari gruppi di stampe. Ecco ora, individuate per gruppi, le opere di maggior interesse . Il primo gruppo di libri che, nell’ambito di questa tesi, risulta particolarmente interessante riguarda i volumi relativi ai giardini inglesi. Tra essi Pollach possedeva: i 5 tomi del Vitruvio Britannico  ; L’Art de former les jardins modernes  ; Descriptions pittoresques des jardins du goût le plus moderne, annexes de 28 planches ; Racueil d’Idées Nouvelles pour la decoration des jardins et des parcs . L’architetto austriaco possedeva inoltre Metodo per formare le viti e la Regola per la coltivazione delle viti. La vite è pianta frequentemente presente nei giardini di Pollach e suppongo che questi due trattati fossero stati comprati con lo scopo di capire le esigenze e le caratteristiche di questa pianta. Questo gruppo di opere non è molto numeroso ma è, in compenso, piuttosto consistente in un altro senso. Il Vitruvio Britannico e L’Art de former les jardins modernes sono, come vedremo, due opere fondamentali per lo sviluppo dell’arte dei giardini e della trattatistica ad essa legata. Della Racueil d’Idées Nouvelles pour la decoration des jardins et des parcs purtroppo non risulta né l’autore né il luogo e l’anno di pubblicazione. Non ho così avuto modo di capire di quale opera si tratti. E’ comunque un genere di libro comune presso gli architetti di giardini: una specie di enciclopedia che riporta moltissimi modelli di templi, grotte, ponti, capanne, e serve come fonte d’ispirazione per chi deve progettare. Il Vitruvio è una delle opere più costose presenti nella biblioteca di Pollach e le sei opere elencate sono in realtà diciassette volumi. Per quanto riguarda l’architettura Pollach possedeva una biblioteca aggiornata e attenta alle nuove teorie neoclassiche: Winkelmann, Mengs, Algarotti, Lodoli e Milizia. Quest’ultimo, come vedremo, è particolarmente importante per il Pollach. Accanto a Vitruvio e all’Alberti stanno i nomi dei principali trattatisti del Cinquecento: Scamozzi, Serlio, Sanmicheli, Vignola, Rusconi e soprattutto Palladio. Autori legati alle due capitali del Cinquecento: Roma e Venezia, città che Pollach visitò. Leon Battista Alberti, nel De re aedificatoria, aveva scritto che

“ vi sono siti (…) che in vario modo si offrono all’ammirazione, come i promontori, i picchi, i rialzi del terreno, gli sprofondamenti, gli antri, le fonti, e così via: tutti luoghi dove, meglio che altrove, si costruirà per suscitare meraviglia. Vi sono poi i resti dell’antichità, nei quali il ricordo del tempo che fu o di avvenimenti memorabili riempie di stupore l’animo di chi guarda” .

Nei suoi Quattro libri dell’architettura il Palladio non tratta direttamente del giardino ma vi arriva attraverso le pagine dedicate alla costruzione della villa. In Veneto, la casa di campagna non è solo un luogo di delizie ma è spesso costruita per la gestione dei fondi di terraferma. Non va isolata dalla campagna circostante ma, anzi, va ad essa legata ed armoniosamente integrata. Si può controllare così dalla villa il lavoro che si svolge nella campagna e rendere la dimora parte integrante del paesaggio. E’ un tutto armonico. Il paesaggio viene caratterizzato e rafforzato dalla presenza della villa e la villa gode delle bellezze e delle dolcezze del paesaggio da cui è circondata. Goethe rende bene questa idea, quando, il 21 settembre del 1786, scrive nel suo diario di viaggio:

“ La splendida villa detta La Rotonda, (…) in tutta la regione ella si mostra sempre ugualmente bella, (…) E come l’edifizio si scorge in tutta la sua magnificenza da ogni punto del paese circostante, così la veduta che da lassù si abbraccia è del pari amenissima” .

E’ questa una rivalutazione della natura che precede di circa due secoli i paesaggisti inglesi. Palladio è uno degli architetti più amati da Pollach e lo si deduce, oltre che dalla presenza dei suoi volumi nella biblioteca e dalle numerose “citazioni architettoniche” dell’architetto austriaco, dall’unico ritratto che abbiamo di Pollach in cui poggia la mano su un volume di Palladio . Tornando alla biblioteca di Pollach, moltissimi volumi sono dedicati all’architettura di Roma, soprattutto della Roma Antica, ma non mancano interessi artistici e storici verso altre città ed altri Paesi: Cina, Giappone, India, Egitto e America . Non mancano inoltre libri di cultura storica, letteraria e scientifica. Interessante è la sezione delle guide che possono far pensare ad alcuni percorsi compiuti da Pollach durante i suoi viaggi. Accanto all’architettura e all’antichità, per quanto riguarda la produzione artistica, ritornano i temi dei teatri , degli ornati e dell’arredamento . Nonostante le origini austriache, la maggior parte dei libri sono in italiano e francese mentre le opere in tedesco sono soprattutto quelle tecniche.

2.1.2 I trattati sui giardini Dopo aver visto i titoli dei libri sui giardini che Pollach sicuramente lesse, è importante capire quale ruolo ebbero questi trattati e come si sviluppò questo tipo di letteratura in Europa e in Italia. Culla della nuova Arte dei giardini fu l’Inghilterra del primo Settecento. Le sue origini coincidono e si confondono con quelle del Neoclassicismo inglese. Le principali coscienze intellettuali di questi due movimenti furono: il conte di Shaftesbury, Wiliam Kent, di ritorno da un soggiorno di 12 anni a Roma, Alexander Pope, Joseph Addison e Lord Burlington, persona di riferimento del gruppo. La letteratura sui giardini si può dividere in due parti: quella che contribuì a creare l’idea del nuovo gusto e a disarcionare la moda francese prima della nascita della nuova arte e quella che la razionalizzò e ne stabilì le regole dopo le prime realizzazioni. La prima si sviluppò, in Inghilterra, tra il 1710 e il 1730. Shaftesbury pubblicò dal 1710 su The moralists le sue grida contro i giardini formali, contrapponendo ad essi la bellezza della natura selvaggia. The Guardian ospitò gli scritti di Pope:

Sembra proprio che l’obbiettivo dei giardinieri sia d’allontanarsi il più possibile dalla natura. Non ci si contenta nemmeno più di far assumere alle piante forme geometriche, ma addirittura si vogliono superare i limiti imposti dall’arte topiaria. Contrastando la crescita naturale delle piante le si tratta in guida di materia inerte, pretendendo convertirle in sculture, fino a dar loro l’aspetto sgraziatissimo di statue d’uomini o d’animali

Sullo Spectator del 25 giugno 1712 Addison scrisse:

“La natura allo stato selvaggio può essere trasformata in una sorta di giardino” e continua, in polemica con il giardino francese, “ Poco vantaggioso per un privato cittadino sottrarre tanta terra al pascolo e al solco. Ma perché non si può trasformare un intera proprietà in una specie di giardino, mediante frequenti piantagioni che possono risultare tanto profittevoli quanto piacevoli per il proprietario?”

Importanti furono inoltre i trattati sperimentali di Switzer The Nobleman, Gentleman and Gardener’s Recreation pubblicato a Londra nel 1715 e di Langley New Principes of Gardening, pubblicato sempre a Londra nel 1728. Il 1715 è simbolicamente considerato la data d’inizio del movimento neo-palladiano in Inghilterra. In quest’anno apparvero le pubblicazioni del primo numero del Vitruvius Britannico, e la traduzione in inglese dei Quattro libri dell’Architettura di Palladio: opere fondamentali per lo sviluppo del Neoclassicismo inglese. Nello stesso anno avvenne un importante mutamento nel parlamento inglese, una apertura verso una politica più liberale: i Whigs salirono al potere. Non è ora il momento di spiegare il significato di questa svolta politica ma sarà utile ritornarvi in ogni caso nel seguito del nostro discorso. Veniamo ora al Vitruvio Britannico, opera incontrata negli scaffali della biblioteca di Pollach. Con quest’opera, i fondatori del movimento neo-palladiano, promotori della pubblicazione, desideravano riportare alla luce le purezze dell’antichità in contrapposizione alle bizzarrie barocche. L’idea che viene esposta a proposito dei giardini nell’introduzione di quest’opera è stata ben riassunta dalla Azzi Visentini  :

In un primo momento (…) impostando il giardino secondo un tracciato irregolare, all’apparenza più naturale, si pensava di seguire l’esempio degli antichi. Ciò rientrava in quel auspicato ritorno all’idillica età primordiale, identificata con la Roma repubblicana e dell’inizio dell’impero della quale politicamente l’Inghilterra georgiana si proclamava erede ideale, e che era rappresentata in architettura da Vitruvio , ai cui principi, degenerati nel Barocco, si intendeva ora richiamarsi. (…) Dallo studio dei classici greci e latini si scopre che irregolare era pure il paesaggio amato dagli antichi, disseminato di tempietti, edicole, monumenti e lapidi, proprio come quello delle tele di Lorrain, Poussin e Salvator Rosa, dove le rovine erano eloquenti segni del tempo trascorso.

Autore dei primi tre volumi del Vitruvio Britannico (1715 – 1717 – 1725) fu Campbell: architetto di origini scozzesi amico di Lord Burlington (a cui ristrutturò il palazzo di Londra secondo i principi del nuovo gusto neoclassico-palladiano). Lo scopo di quest’opera era quello di illustrare le più importanti dimore d’Inghilterra per influenzare lo sviluppo dell’architettura in senso antibarocco; l’opera ebbe un forte peso nell’evoluzione dell’architettura classica e non solo palladiana. Tra le incisioni di edifici classici inglesi, vi sono pubblicate le architetture di Inigo Jones, l’architetto che nel 1600 promosse il Rinascimento italiano tramite i riferimenti ai modelli palladiani. Nei progetti contemporanei compaiono le architetture di Lord Burlington, architetto dilettante come lui stesso si definiva, e quelle dello stesso Campbell. Data l’importanza sempre maggiore che l’arte dei giardini andava acquistando, nel Vitruvio Brittannico si iniziarono ad illustrare e documentare anche i progetti dei giardini. Dal terzo volume le piante degli edifici rappresentati non sono più isolate ed astratte in mezzo ad una pagina bianca ma vengono inserite nella loro situazione reale all’interno dei giardini che li circondano anche se si tratta, per lo più, di giardini ancora geometrici . Compaiono anche le prime tavole dedicate interamente ai giardini. (Sono però solo cinque su cento!)

Il Vitruvius venne continuato da Woolfe e Gandon con altri due volumi. Il quarto fu pubblicato nel 1739 a Londra nella forma di raccolta di incisioni dei disegni di F. Badeslade e F. Rocque. Qui, il  tema dei giardini trova uno sviluppo maggiore e vengono illustrati i principali complessi di recente costruzione. Una delle tavole rappresenta la planimetria del giardino di Chiswick di Lord Burlingthon: attorno alla pianta sono disposti dei piccoli riquadri con le diverse vedute degli edifici che decorano il giardino. Questo progetto, realizzato da Bridgeman prima e in seguito da Kent, non è ancora pienamente un giardino paesaggistico: lunghe assi principali scandiscono lo spazio ma, nei singoli riquadri, la geometria scompare lasciando il posto a forme irregolari. E’ molto vicino alle sperimentazioni teoriche di Switzer e Langley. Nel quinto volume pubblicato nel 1767 e nei volumi successivi i giardini non compaiono più.

A partire dagli anni Trenta, dopo la creazione dei primi progetti per opera di Kent, uscirono una serie di guide dedicate alla visita di questi giardini. I Parchi inglesi erano visitabili dal pubblico in determinati giorni e orari. Le pubblicazioni più numerose riguardano i giardini di Stowe; ne uscirono tredici solo nel XVIII secolo . Vediamo ora i libri che cercarono di regolare l’arte dei “giardini moderni”. Il primo trattato che analizzò sistematicamente e stabilì le regole dell’arte dei giardini dopo le prime realizzazioni fu scritta da Thomas Whately con il titolo di Observations on modern gardening, Illustrated by Descriptions pubblicato a Londra nel 1770. Il trattato ebbe un notevole successo tanto che solo in Inghilterra tra il 1770 e il 1793 fu ristampato in 17 edizioni e, nel 1771, venne tradotto in tedesco e in francese con il titolo “L’art de former les Jardins Modernes, ou l’art des Jardins Anglais”. Pollach possedeva questa edizione.

L’Inghilterra si identificava in misura così convincente in quel nuovo paesaggio, da garantire ampio successo al libro che ne esprimeva tecniche e principi: il trattato di Whately, di tipo nuovo, non più solo tecnico e al servizio pratico di una poetica consolidata, ma finalizzato alla formazione di una nuova e a guidare i sentimenti per essa necessari.

In questo trattato viene analizzata e codificata l’opera “paesaggistica” del Brown e viene sottolineata la sua capacità di “consultare” il genius loci, e di saperlo ritrovare in ogni tipo di terreno.

Whately inizia con l’esame dei materiali forniti dalla natura: terreno, vegetazione, acqua e rocce, ai quali vanno accostati gli edifici che sono invece interamente opera dell’uomo. Questi sono l’opposto delle rocce nella cui composizione l’uomo non ha messo mano e se l’avesse ciò non deve apparire. Distingue il ruolo degli edifici, che possono essere semplici oggetti disposti per completare un quadro, o elementi funzionali, con lo scopo di offrire un riparo o invitare a una pausa. Condanna la presenza di costruzioni esotiche dove si vuole rappresentare una scena naturale, rilevando che in simili situazioni una rovina o una capanna, assolvono benissimo allo scopo. L’esotico, dal greco al cinese al turco possono trovarsi nei giardini dove essi hanno una esclusiva funzione ornamentale. (…) per la prima volta si sono prese in considerazioni gli effetti della luce sui giardini, e quindi specificate le ore del giorno, e le stagioni più adatte per meglio godere particolari scene.

Vengono portati come esempi i giardini più importanti d’Inghilterra: Stowe, Painshill. Leasowes, Woburn e Hagley. Quest’opera segnò il punto di partenza della ricchissima letteratura sui giardini. L’edizione francese venne curata da Latipe che aggiunse all’opera una lunga premessa per poterla meglio presentare al pubblico francese; in essa inserì la descrizione del palazzo di Pechino fatta da Attiret e precedente allo scritto di Chambers e pose inoltre l’accento sul primato francese nella invenzione del giardino paesaggistico. Questo libro fu importantissimo e ciò è inoltre dimostrato dal fatto che sia Hirshfeld che altri trattati posteriori si siano rifatti in parte ad esso. Dopo la pubblicazione del volume di Whately, il dibattito sui giardini moderni divenne vivace ed acceso in tutta Europa. Una delle questioni più frequentemente discussa fu se la nuova arte meritasse o no un posto tra le arti liberali. Whately, dopo una serie di considerazioni, pose la nuova architettura come superiore rispetto alla pittura di paesaggio: “Gardening…is as superior to landskip panting, as a reality to a rapresentation” . Altro oggetto di dibattito fu quello del merito dell’invenzione del giardino paesaggistico. Latipe dà il merito a Dufresny che, già dai tempi del Re Sole, aveva proposto, in alternativa a Le Nôtre, l’idea del giardino irregolare. In Italia il merito si attribuisce al Tasso, ai pittori di paesaggio del ‘600, o ancor prima, al Parco di Torino costruito per volontà del principe Carlo Emanuele I, Duca di Savoia. Chambres nel suo Dissertation on Oriental Gardening, pubblicato a Londra nel 1772, diede il merito dell’invenzione ai cinesi . Con la pubblicazione di questo trattato, Chambres fece nascere un diverso modo di concepire il naturalismo. Come vedremo in seguito l’architettura dei giardini inglesi si divise in due correnti: da un lato Capability Brown e il suo “naturalismo” e dall’altra Chambres con il giardino concepito come una serie di scene pittoriche che si susseguono. Questa linea avrà la meglio sia in Francia dove addirittura questo tipo di giardino si chiamerà anglo-cinese che in Europa in generale. La campagna inglese, con le sue dolci e verdi colline e con l’abbondanza d’acqua, è base fondamentale per lo sviluppo della linea di Brown, mentre la campagna francese e quella della pianura padana risultano meno adatte e, forse per questo, sposano la linea di Chambres. La Francia diede i suoi migliori contributi allo sviluppo dell’arte dei giardini con la filosofia di Rousseau. La concezione del rapporto tra l’uomo e la natura viene profondamente modificato: l’uomo non è più il padrone ma viene posto allo stesso livello della natura ed entra in dialogo con essa. Il giardino classico viene criticato perché esprime l’idea che l’uomo sia il padrone della natura. Mentre prima le piante e le forme, attraverso la potatura, venivano piegate al gusto dell’uomo, ora invece si esprimono secondo le loro regole. Rousseau, nella Nouvelle Héloïse, del 1761 descrive un immaginario giardino collocato ai piedi delle Alpi dove tutto sembra naturale non artificiale (sebbene ogni dettaglio sia pensato e creato dall’uomo). La filosofia e le descrizioni di Rousseau trovano una realizzazione nel giardino di Ermenonville (1762- 1770) dove, dopo la morte del filosofo, l’isola posta al centro del lago verrà trasformata in cenotafio a lui dedicato: un sarcofago classico circondato da sedici pioppi. E’ l’idea del giardino come luogo della memoria. Idea già annunciata dal Pope, ripresa a Wörlitz e diffusa in moltissimi giardini, non ultimi quelli di Pollach a Riva di Chieri e a Villa Amalia. Il primo trattato francese sull’arte dei nuovi giardini fu scritto da Watelet nel 1774 e pubblicato a Parigi con il titolo di Essai sur les jardins. Forti sono le influenze di Whately. Lo scrittore è il proprietario del Moulin Joli, giardino costruito sull’idea della ferme ornée: il giardino in cui utilità e bellezza si fondono. Nel 1776 Jean- Marie Morel pubblica la sua Théorie des Jardins. Il contributo europeo più importante per l’arte dei giardini è però tedesco. Tra il 1779 e il 1785 viene pubblicato a Lipsia il Theorie der Gartenkunst, Hirschfeld. Quest’opera, pubblicata in tedesco e subito tradotta in francese,

“ nonostante le ripetizioni e la disorganica organizzazione, ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del giardino all’inglese nel resto d’Europa e in particolare in Italia”

E’ un opera estesissima in cinque volumi che propone una definitiva sistemazione teorica e tecnica di tutte le sperimentazioni compiute in Europa fino ad ora.

L’importanza di questa summa è enorme; con essa tutti i cultori della materia e tutti gli ormai numerosi dilettanti dell’arte dei giardini hanno un testo organico ed esauriente, capace di soddisfare ogni problema filosofico relativo al giardino, ogni esigenza di modelli di riferimento, ogni curiosità tecnica e pratica.

Per la sua realizzazione l’autore riuscì ad ottenere aiuti da ogni parte d’Europa: molti gli scrissero, inviando le descrizioni del proprio giardino e fu organizzata un’équipe per redigere i disegni della pubblicazione. Nacque una specie di “enciclopedia” in cui venivano analizzati i più svariati problemi legati al landscape garden: l’analisi degli elementi che lo costituivano, la sua storia, la sua dignità artistica, le due principali “scuole” che si formarono in Inghilterra; in questo trattato furono inoltre pubblicate le incisioni dei più noti giardini paesaggistici del tempo. Al termine di ogni volume viene riportata la descrizione di giardini costruiti in tutta Europa. Hirschfeld condanna gli edifici decorativi dei giardini che non appartengono alla cultura europea e analizza non solo i giardini delle ville e dei palazzi ma anche quelli destinati ad uso pubblico come i giardini per ospedali, di università, di accademie, di cimiteri. In realtà questa enorme opera dedusse parte delle sue informazioni da trattati precedentemente scritti (Chambres, Whately, Home…) anche perché il suo autore non visitò mai i giardini inglesi. Veniamo ora all’Italia. Come visto sopra, Pollach possedeva le Opere dell’Algarotti. Si tratta di un autore che andava proponendo un nuovo genere di “pittura”:

“un nuovo genere, direi quasi, di pittura, il qual consiste a pigliar un sito dal vero, e ornarlo dipoi con belli edifizi o tolti di qui e di là, ovveramente ideali. In tal modo si viene a riunire natura ed arte e si può fare un raro innesto di quanto ha l’una di più studiato su quello che l’altra presenta di più semplice. Nel qual semplice per altro ci sono andature, e certi accidenti, che male immaginare si potriano dall’artista il più eccellente”  

Algarotti accenna così, delicatamente, al problematico rapporto tra pittura, natura incontaminata e paesaggio. Inoltre, in una lettera scritta a William Pitt nel 1765, vagheggia di:

“tornare nel delizioso soggiorno di Stow e di fare la corte a V. E. e a mylord (Temple) nel tempio della Concordia, in cui ella ha posto la pietra angolare; fabbrica rara di cui V.E. solamente poteva essere in Inghilterra il Palladio”

Come si vede, l’autore è a conoscenza e apprezza le novità che fioriscono oltre la Manica. Quello che però viene generalmente considerato il punto di partenza dell’interesse dell’Italia verso l’arte dei giardini è l’intervento di Pietro Verri sulle pagine de Il Caffè. Nel 1764 egli pubblica, sul giornale - manifesto dell’Illuminismo lombardo, un articolo in cui descrive una immaginaria giornata trascorsa tra Le delizie della villa. I tre giardini da cui essa è circondata rappresentano una interessante previsione di quello che avverrà in Italia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 del Settecento. Riporto brevi e significativi passi.

Il primo giardino “ è tutto di gusto Francese (…) propriamente fatto pel gusto del secolo”; il secondo, consacrato all’utilità, “ è destinato alla Botanica del palato: ivi trovate tutte le erbe, e i frutti più saporiti dell’Asia, dell’Africa, e dell’America, (…) col mezzo delle serre riscaldate attentamente ivi avete i frutti più esotici, e pellegrini;(…)tutto qui servir deve o all’istruzione, o ai piaceri dell’odorato, e della mensa”; il terzo, vero e proprio giardino all’Inglese, “ sembra a chi lo mira dal bel principio ancora da farsi: ivi non vedete viali, non parterre, non simmetria alcuna, ma bensì la natura ferace, che ha prodotto una sorta di boscaglia irregolare per dove non si sa bene come entrare; ma avvicinandovi un sentiero vi guida in quel delizioso boschetto (…) nel mezzo di questo incantato boschetto v’è una circolare pianura, nella quale stanno pittorescamente sparsi diversi rottami d’antica Architettura, colonne, archi, piedistalli, iscrizioni” .

Si trovano qui astrattamente prefigurati i giardini di Caserta, Monza, Torre de’ Picenardi e le serre di Donato Silva. Il Milizia, di cui Pollach possedeva quasi tutte le opere , non si interessa direttamente alle questioni sulla nuova arte ma vi accenna in alcune occasioni: nel 1767 ne Le vite de’ più celebri architetti , dove sostiene che l’architettura debba disegnare anche i giardini; nel 1781 in Principi di architettura civile e nel 1787 in Dizionario delle arti del disegno dove scrive sotto il termine «Giardinaggio»:

“Il giardino deve essere adatto al clima: è una puerilità voler un giardino inglese, turco, cinese, o tutti tre insieme. Le fontane sono belle in Italia, ma in Olanda accrescerebbero di più l’acquosità…” .

Suggerisce inoltre di coniugare nel giardino il bello con l’utile, servendosi anche di piante che possano dare frutti utili alla casa. Prosegue poi con una classificazione tipologica dei giardini e dei loro caratteri particolari: 1- gai e ridenti; 2 - dolci e malinconici; 3 - romanzeschi e magici; 4 - gravi, sublimi e maestosi. Compie così una catalogazione dei giardini a sulla base dei sentimenti che essi suscitano. E’ una classificazione di carattere romantico, lontano da certi aspetti di razionalismo neoclassico, tipici di questo steso autore. Dopo aver tracciato una breve storia del giardino, liquida la nuova moda con questa frase:

“ Que’ buoni cittadini che amano la campagna e il giardinaggio leggeranno con piacere l’Hirschfeld, e s’istruiranno”   

Che Pollach avesse in grande considerazione il Milizia è confermato sia dalla presenza di quasi tutte le sue opere nella biblioteca dell’architetto austriaco, sia da una lettera che Giacomo Albertolli scrisse a Pollach in occasione del suo viaggio a Roma, in cui si legge:

In Roma si ricordi di visitare il famoso Milizia, a cui essa ha delle obbligazioni;

Non sappiamo se le obbligazioni a cui si riferisce Albertolli siano di tipo intellettuale o di carattere pratico. Si può però intuire che Pollach conoscesse personalmente il Milizia, sebbene non esista nessun altro documento che possa approfondire la questione. Come vedremo, nella progettazione dei suoi giardini, Pollach condivise le idee di Milizia ed è probabile che avesse seguito il suo consiglio di consultare lo Hirschfeld. Nel 1792 Ippolito Pindemonte, da poco rientrato dall’Inghilterra, venne invitato dall’abate Cesarotti, segretario dell’Accademia di Scienze, Lettere, Arti di Padova, a tenere un discorso all’Accademia sull’arte dei giardini. Argomento che stava particolarmente a cuore al Cesarotti perché, dal 1790, aveva iniziato la costruzione di un giardino di gusto moderno nella sua villa di Selvazzano. Pindemonte, a questo proposito, sostenne che bisogna essere in grado di valutare in modo distaccato se il luogo è adatto o meno alla costruzione di un giardino irregolare: un terreno ondulato, vario e piuttosto esteso si presta bene alla mano dell’architetto-giardiniere, mentre è meglio, per un terreno piano e privo di ampie vedute, una sistemazione più regolare.

Alcuni pertanto potrebber dire, che non dovremmo privarci di quella spezie di bello, che ne’giardini regolari si trova, di que’pergolati, di quelle spalliere, di que’giuochi e spruzzi mirabili d’acqua, di que’verdi ricami (…), e goder poi delle bellezze semplici e schiette, e certo infinitamente superiori, in mezzo ai campi, su la riva de’fiumi, tra i monti e le valli, cioè nelle braccia, per così dire della vera ed originale natura. (…) perché, avendo due piaceri, rimaner vorremmo con uno solo?

Pindemonte rivalutò così la funzione del giardino all’italiana. Attribuì poi a Tasso il merito dell’invenzione del giardino irregolare, che Walpole, invece, aveva attribuito a Milton.

Ma ciò, che l’ingegnoso autore (Walpole) ha detto del Milton, a me pare, che assai più convenevolmente si sarebbe pronunziato d’un nostro italiano, cioè dell’immortale Torquato Tasso .

Il pensiero del Pindemonte non è molto diverso da quello esposto da Latapie , tranne per il fatto che rappresenta una lettura “all’italiana” dei giardini. Nel dibattito sui giardini apertosi all’Accademia intervenne, nel 1795 Cesarotti e, l’anno dopo, Mabil. Nel 1798 Cesarotti tenne altri due discorsi . Tra le tesi del Cesarotti e del Mabil c’era anche quella, già sostenuta dal Pindemonte, del primato italiano nella invenzione del giardino irregolare. Il dibattito avviato a Padova non suppliva però alla mancanza di un trattato italiano sui giardini. L’Italia, in questo campo, aveva un ritardo di trent’anni rispetto alle altre nazioni europee ed è solo nel 1801 che compariranno gli scritti di Silva e Mabil. Visto che i maggiori progetti di giardini di Pollach si collocano negli anni Novanta, sembrerebbe a prima vista inutile prendere in considerazione i due testi del 1801, ma non è comunque del tutto privo di senso darvi un occhiata. Partiamo dal Mabil che, nell’avviso al lettore della sua Teoria dell’arte de’giardini, scrive:

“ quegli che per primo (…) diede una compiuta teoria delle regole, che devono seguirsi nella composizione dei giardini, (…) fu il Signor Hirschfeld.(…) opera, scritta e stampata originariamente in tedesco, tradotta contemporaneamente in francese, e stampata a Lipsia nel 1779 in cinque tomi in 8°, ha per titolo Théorie de l’Art des Jardins, par C.C.L. Hirschfeld, (…). Qui se ne presenta , non seprei dire, se un’analisi, un estratto, un compendio; e se osassi definire io stesso il mio lavoro, direi che è l’opera stessa, ma scritta con minor profusione, con minor pompa e rigoglio. Ho letto il mio testo di seguito e per intero; me ne son ben, per così dire, nodrito, infiammato; poi l’ho riletto capo per capo, ho preso la penna ed ho scritto…”.

Come si vede, Mabil compì quindi un compendio del trattato dello Hirschfeld, dichiarandolo chiaramente, d’altro canto, fin dall’inizio. Il Silva, invece, che pubblicò nello stesso anno a Milano il suo Dell’arte dei giardini inglesi, non fu altrettanto chiaro al riguardo. Si legge nell’avviso de L’editore a chi legge:

“La mancanza di libri che trattino nel nostro idioma dell’arte dei giardini moderni, e l’eccessivo prezzo e la rarità di quelli altrove pubblicati, mi hanno indotto a procacciarmi la presente opera. Coloro che conoscono quella del C.L. Hirschfeld assai voluminosa, approveranno tutto ciò ch’è stato tolto da essa, come pure le interessanti aggiunte, e le non poche variazioni eseguite dall’italiano autore.” 

Grande merito del Silva è stato quello di aver “ripulito” e in parte arricchito, soprattutto nella seconda edizione (1813), l’opera dello Hirschfeld. L’averla resa più leggibile ed “economica” ne ha sicuramente facilitato la divulgazione in Italia. Il metodo utilizzato da Silva per “compendiare” l’opera tedesca è però diverso da quello di Mabil: egli infatti tende, nella maggior parte del suo trattato, a copiare dall’autore tedesco, limitandosi spesso a fare un lavoro – si direbbe oggi - di “seleziona, copia e incolla”. E’ strano che, nell’edizione del 1813, il riferimento a Hirschfeld venga tolto dalla prefazione e relegato in una delle ultime note . Questo rapido accenno alla trattatistica italiana conferma il fatto che lo Hirschfeld fosse conosciuto e ben noto in Italia ma che necessitava di essere reso più economico e di più agevole lettura. Le probabilità che Pollach lo avesse consultato sono altissime, specialmente se si considera che una copia dell’edizione francese del 1779 è tutt’oggi conservata alla Biblioteca Braidense. Dalle notizie fin qui riportate, risulta quindi che Pollach fosse bene aggiornato nel campo dei trattati del tempo sui giardini.

2.2 Amicizie e conoscenze In questa seconda parte vorrei mettere in luce alcune delle relazioni sociali che Pollach ebbe nel corso dei suoi anni milanesi. Sarebbe impossibile ricostruire interamente la rete delle sue amicizie e delle sue conoscenze, sia per la mancanza di documenti, sia per la complessità del lavoro, che supera il tema di questa tesi. Ho cercato di approfondire alcuni aspetti delle personalità di Firmian, Silva e Belgiojoso, perché queste persone ebbero contatti diretti con la cultura inglese. Ho poi scelto di approfondire l’analisi dei legami che unirono Pollach con Serbelloni e Marliani perché, oltre ad aver commissionato all’architetto austriaco ville e giardini moderni, gli furono anche intimi amici. Per le influenze di Piermarini rimando al prossimo capitolo, dove analizzerò i tre progetti per giardini del maestro di Pollach. Alla calda amicizia che legò Giacomo Albertolli e l’architetto viennese ho già accennato precedentemente così come all’ipotesi di una conoscenza tra questi e il Milizia.

2.2.1 Carlo Firmian Come già detto, Pollach arrivò a Milano con una lettera di presentazione del Kaunitz indirizzata al governatore Firmian. Fu quest’ultimo ad affiancarlo al Piermarini. Nella sua giovinezza, Firmian prima si dedicò alle discipline umanistico-filosofiche, poi compì studi di diritto civile e canonico a Leida e Salisburgo. Soggiornò brevemente a Parigi dove conobbe vari esponenti della vita intellettuale parigina, ma la tappa che segnò profondamente la sua formazione culturale fu il viaggio in Italia. Tra il 1744 e il 1745 visse qualche mese a Firenze e quasi un anno a Roma dove coltivò la sua passione per l’arte, l’antiquariato e gli studi filologici. Dal 1745 al 1753 fu membro del consiglio Aulico a Vienna. Nominato poi ambasciatore presso la corte di Napoli fu responsabile del matrimonio tra l’arciduchessa Carolina e Ferdinando, futuro re delle due Sicilie . Furono anni fondamentali per la formazione del suo gusto artistico: qui nacque il primo nucleo delle sue collezioni; qui strinse importanti rapporti di amicizia con Winckelmann, Genovesi, Mazzocchi. Ecco il ritratto che di lui ci lasciano Genovesi e Winckelmann:

“Tra gli amici che ho acquistato quest’anno è il conte Firmian. Quale uomo! E’ il più gentile ad amabile che io conosco…La sua conversazione è composta di 15 o 20 de’ più begli spiriti che qui sono. Soprattutto è molto inteso dello stato presente d’Europa, né solo per ciò che riguarda il governo civile, ma per quello che appartiene al commercio, alle scienze e alle arti.” .

“ Il conte di Firmian, da cui vado a pranzare ogni volta che passo da Napoli, è un compitissimo cavaliere, ed un uomo, che oltre la gran dottrina, buon gusto, retto discernimento e passione per le belle arti, può essere chiamato amabilissimo”  . 

E’ però interessante confrontare queste opinioni con l’immagine che di Firmian ci arriva dalla Lombardia, dove fu ministro plenipotenziario dal 1758 fino alla morte, avvenuta nel 1782. Possediamo, da un lato il suo profilo apologetico tracciato dal conte d’Arco (che però potrebbe non essere obiettivo, trattandosi di suo cugino), dall’altro l’aspra critica di Pietro Verri:

“ …ascoltava con impazienza, nulla comprendeva, si conosceva prevenuto che tutto fosse cabala o raggiro e questo fu il governo veramente tirannico che soffrimmo durante il ministero del conte Firmian” e “Frattanto ci teneva depressi un ministro invisibile e rintanato in una galleria di cattivi quadri, fra una libreria di volumi conosciuti pel solo frontespizio, segnando comodamente e senza leggere i decreti che gli presentavano i suoi scrivani preferiti” .

Non è questa la sede per dare un giudizio sulla politica di Firmian . Ciò che vorrei invece mettere in luce sono i suoi interessi culturali e la sua passione per l’arte, che lo portarono ad essere mecenate e protettore di artisti e letterati quali Beccaria, Knoller, Piermarini, Parini e Bianchi. Nel primo nucleo di quadri costituitosi a Napoli compaiono i nomi di Ribera, Solimena, Giordano, Preti, Cavallino: è forse comprensibile il giudizio di “cattivi quadri” dato da Verri: probabilmente non sono questi i pittori più in voga nella Lombardia del Settecento ma non si tratta certo di pittori secondari. Oltre ad una vasta raccolta di quadri, possedeva circa 20.000 incisioni e numerosi disegni di notevole interesse. Il Firmian stesso si dilettava nell’arte dell’incisione. La sua biblioteca, prima di essere venduta allo stato e smembrata tra la Braidense, l’Ambrosiana e la Trivulziana, fu fatta catalogare e pubblicare in sette volumi dal conte di Wilzeck, suo successore in Lombardia. Ecco le principali materie in essa raccolte: storia, politica, legislazione, arte, pittura, scultura, architettura, storia della musica, filosofia morale, retorica, metafisica, teologia, humane littere, geografia, fisica, matematica, ottica, meccanica, astronomia, medicina;

“una formazione intellettuale di prim’ordine, caratteristica dell’epoca di Muratori e Giannone ma già aperta ai nuovi interessi per l’economia e le scienze sociali e in particolare agli influssi della cultura inglese” .

Troviamo infatti nel catalogo una vasta sezione dedicata all’Inghilterra: poesia, romanzi, opere teatrali, lingua e grammatica inglese, dizionari di arti e scienze. Possedeva le opere di Milton, Hogarth (Theory of arts), Walpole (Sulle rovine di Paestum; Antichità di Atene, Viaggi in Grecia e Asia Minore), Chambres (Dissertation on Oriental Gardening), oltre ai classici dell’arte: Mengs, Winckelman, Palladio. Fu socio attivo dell’Accademia dei Trasformati, amico di Ercole Silva e di Alberico Belgiojoso. Oltre alla lettera inviata dal Firmian al Kaunitz , non ho trovato altri documenti che diano la certezza di ulteriori rapporti tra il governatore e l’architetto austriaco. E’ documentato che Pollach, alcuni anni dopo il suo arrivo a Milano, inviò al Kauniz i disegni per un bagno pubblico come saggio dei suoi miglioramenti in architettura, come forma di ringraziamento per la raccomandazione accordatagli e, probabilmente, con la speranza di essere tenuto in considerazione per eventuali commissioni pubbliche. Se Pollach compì questo gesto verso il protettore austriaco è molto probabile che avesse cercato di mantenere buoni contatti anche con il suo protettore “milanese”. Considerando inoltre la passione che il ministro plenipotenziario aveva per tutto ciò che riguardava l’arte, l’appoggio che egli accordò per l’apertura dell’Accademia di Brera e la grande protezione concessa al Piermarini, si può ipotizzare che Pollach e Firman ebbero altri contatti oltre a quello iniziale.

2.2.2 Ercole Silva Ercole Silva nacque a Milano da una nobile famiglia nel 1756. Suo zio Donato fu un appassionato botanico e per primo introdusse questa scienza in Lombardia . Nel 1779 lasciò in eredità al nipote il primo nucleo di un museo di scienze naturali e un gabinetto di antichità oltre alla villa di Cinisello. Ercole Silva frequentò e strinse legami d’amicizia con i maggiori esponenti della politica e della cultura lombarda: Firmian, i fratelli Verri, Beccaria, Parini, Frisi, Piermarini. Importante nella sua formazione culturale fu il tour che compì in Europa tra il 1785 e il 1789. In questa occasione visitò Francia ed Inghilterra al seguito dell’arciduca Ferdinando che compiva una visita ufficiale ai due paesi nel 1785. In quest’occasione sia il Silva che l’Arciduca visitarono i giardini inglesi. Silva criticò Stow perché era ancora in alcune parti “formale”. Di questo viaggio resta un manoscritto non ancora studiato. Nel 1799, per motivi di salute, si ritirò a vivere a Cinisello dove intraprese studi letterari e scientifici, curò e ingrandì le raccolte lasciategli dallo zio e sostituì al giardino formale elegantemente rappresentato nelle stampe del Dal Re un giardino moderno di gusto paesaggistico. E’ interessante sottolineare l’amicizia che legava Silva e Piermarini, testimoniata anche dall’Elogio all’architetto Piermarini che il nobile milanese scrisse nel 1811. E’ facile ipotizzare che Silva abbia consigliato o perlomeno si sia confrontato con l’architetto di Foligno durante la progettazione e costruzione del giardino all’inglese della reggia di Monza. Fu amico anche di Ludovico Belgiojoso di cui, nella seconda edizione del suo libro, descrive ed elogia il giardino della Villa in contrada Isara. E’ facile ipotizzare che Pollach e Silva si siano conosciuti in occasione della progettazione del giardino di Monza quando già Pollach lavorava accanto a Piermarini. E’ inoltre probabile che, durante la costruzione del giardino di Villa Belgiojoso, il Silva avesse avuto scambi di idee sia con l’amico Ludovico Belgiojoso che con il Pollach.

2.2.3 Alberico e Ludovico Belgiojoso Stretti furono i rapporti di lavoro tra Pollach e i due fratelli Belgiojoso, Alberico e Ludovico. Inizialmente l’architetto austriaco lavorò al fianco di Piermarini nella costruzione del palazzo di Milano su commissionato dal principe Antonio Belgiojoso, padre dei due fratelli . La Zàdor ci riferisce di aver visto, all’archivio di Stato di Milano tra le Carte Pollach, alcuni disegni di Pollach datati 1776-78 che si riferivano alla sistemazione della piazza di fronte al palazzo e ad alcuni interni. A partire dal 1790, anno in cui Piermarini delegò a Pollach la progettazione della Villa di Ludovico Belgiojoso, i contatti tra l’architetto austriaco e la famiglia Belgiojoso divennero più intensi. Divenne probabilmente l’architetto “di famiglia”, perché le numerose commissioni riguardavano lavori di tutti i tipi: dalla grandiosa costruzione della villa in contrada Isara ad interventi più modesti come i progetti per la risistemazione del castello di Belgioioso, i disegni per una cascata con ghiacciaia per la villa presso Lecco, le serre del giardino di Belgiojoso, le piccole risistemazioni della villa presso Merate . Per l’architettura dei giardini sono interessanti alcuni disegni compiuti da Pollach per i Belgiojoso conservati alla raccolta Bertarelli. Alberico fu uno dei più importanti nobili di Milano del Settecento. Ingiustificatamente si vide in lui il “giovin Signore” del Parini, in realtà fu “gentiluomo dotato di buona cultura, amante e protettore dell’arte” e delle lettere, amico di pensatori, letterati e artisti; divenne il primo presidente dell’Accademia di Brera ed è probabile che già allora avesse conosciuto il Pollach. Raccolse nella sua biblioteca manoscritti preziosi, antiche pergamene e numerose stampe. Divenne intimo amico di Foscolo e di Parini . Abbiamo già visto che, nel corso degli anni Novanta, affidò la risistemazione del castello di Belgiojoso al Pollach.

Lavori lunghissimi furono fatti alla vecchia costruzione di Belgioioso, e di queste tratta una serie di lettere fra il principe e l’architetto. Nel 1791 – 92 furono eretti grandi edifici d’uso pratico agricolo, nel 1800 il Pollach disegnava una cripta, con varianti un poco gravi del Pantheon. Molti lavori occuparono l’architetto colla trasformazione del giardino, decorato anche di un tempietto. Questo giardino, del quale il principe Belgiojoso scrive pieno di ammirazione, fu circondato di una bella cinta in pietra: un ricco porticato con nove colonne fu posto davanti all’edificio, e ornato con un’iscrizione.

Purtroppo non si hanno notizie più precise del modo con cui risistemò il giardino e il carteggio menzionato nella citazione è andato perduto. Sono conservati alla Raccolta Bertarelli i disegni delle serre che Belgiojoso commissionò a Pollach nel 1791. Più interessante è la vita del fratello minore Ludovico. Ludovico nacque a Milano nel 1728. Dopo gli studi legali intraprese la carriera militare e, nel giro di dieci anni, ricevette la nomina di colonnello. Nel 1762 fu chiamato a Vienna e presentato all’Imperatrice. Due anni dopo, in seguito alla pace di Hubertusburg, gli venne proposta la carica di ministro plenipotenziario a Stoccolma, che accettò, rimando in quella città cinque anni. Fu poi trasferito, sempre con lo stesso incarico, a Londra dove svolse un ruolo fondamentale per gli accordi politici e diplomatici stipulati tra Austria e Inghilterra. Fu amico personale di Giorgio III e di numerosi scienziati e scrittori inglesi Tra essi è importante ricordare Banks, celebre naturalista e botanico che appoggiò Sir Hamilton nella costruzione del giardino inglese nella reggia di Caserta. Fu attento osservatore delle “rivoluzioni” tecniche che stavano modificando la struttura economica e sociale dell’Inghilterra. Nominato consigliere di Stato e conquistatosi la stima di Giuseppe II, fu scelto dal sovrano come suo accompagnatore nel viaggio in Francia del 1776-77. Visitò, accanto all’imperatore: Parigi, Brest, Tolone, Bordeaux, Lione. Durante questo viaggio ebbe modo di stringere rapporti più intimi con Giuseppe II. Ludovico, in una lettera al fratello Alberico conservata alla Trivulziana scriveva:

“ Oltre che continuamente occupato a vedere e a girare sono obbligato quando abbiamo un momento d’essere in casa d’avere sempre a fianco l’Imperatore. Più di una volta mi è accaduto ch’essendo io entrato nella mia stanza per fare qualche disposizione per le mie cose o per scrivere S. M. I. vi è entrata un momento dopo senza cerimonie. Più di una volta è venuto ad assistere alla mia tavoletta, come assisto alla sua, ordinandomi di continuarla e standomi presente fino a quando mutavo di camicia. Simil cose sorprendono la prima volta ma poi ci si accostuma in modo che si resta tranquillo come se entrasse in stanza un amico dei più intimi, e tale egli vuole essere quando sa che non se ne abusa”.

Insieme fecero visita alla famiglia reale francese a Versailles e al Petit Trianon. Nel 1783 il Belgiojoso venne trasferito dall’Inghilterra ai Paesi Bassi austriaci. Qui si trovò a dover fronteggiare una situazione politica molto pesante: le riforme imperiali furono osteggiate in modo deciso e violento. Quando la situazione divenne insostenibile il Belgiojoso presentò le sue dimissioni al sovrano che vennero accolte nel 1787. Così tornò a Vienna dove restò fino alla morte dell’imperatore. Nel 1790 rientrò a Milano e decise di costruirsi una lussuosa residenza in città ma lontana dalle caotiche vie del centro e immersa nel verde. La scelta del luogo cadde sulla contrada Isara, dove il recente esproprio di alcuni conventi dava la possibilità di edificare una villa con giardino entro i limiti delle mura. L’incarico della costruzione venne affidato al Piermarini ma questi propose in sua sostituzione l’allievo preferito. E’ il primo importante incarico privato di Pollach . Ludovico morì nel 1801 e la sua grandiosa villa fu venduta dai nipoti allo stato. Interessante sarebbe avere più informazioni sul periodo passato in Inghilterra dal Belgiojoso. Il primo disegno del giardino proveniva infatti dall’Inghilterra ed era stato eseguito, come ci riferisce la Zàdor , da un certo Haverfield “Jardinier de sa Majesté Britannique à Richmond” . Pollach, come vedremo nel prossimo capitolo, lo modificò impreziosendolo.

2.2.4 Rocco Marliani Nel testamento di Pollach si legge che gli amici a cui in punto di morte affidò la sua famiglia furono l’avvocato Rocco Marliani e l’ingegnere Ottavio Torelli. E’ interessante scoprire tra gli amici intimi dell’architetto il committente di villa Amalia: Rocco Marliani fu un personaggio notevole . Villa Amalia, costruita nei pressi di Erba nel 1799, fu uno dei più vivi centri culturali del neoclassicismo. Parini, Foscolo, Pindemonte, intimi amici del proprietario, vi erano spesso ospiti. Nel giardino all’inglese progettato da Pollach, all’ombra di una macchia di allori, Marliani fece costruire un monumento in memoria di Parini. Al tramonto, gli ultimi raggi del sole proiettavano su questo l’ombra di un antico cipresso. Il monumento è costituito dal busto del poeta scolpito dal Franchini, replica del busto collocato a Brera e da una lapide su cui sono incisi i versi, leggermente modificati, dell’ode All’inclita Nice:

Qui ferma il passo e attonito \ udirai del tuo cantore \ le commesse reliquie \ sotto la terra argute sibillar.

Il “sibillio” di cui qui si parla si sentiva davvero, avvicinandosi al monumento, ed era creato da un organo sotterraneo i cui ingranaggi erano messi in movimento dalle acque del torrente che attraversava il giardino. Parini morì nel 1799 e la villa venne terminata nel 1800. Trattandosi di una risistemazione, è probabile però che Marliani poté ospitare il poeta già prima della conclusione definitiva. Testimonianza di ciò viene dal Cantù che scrisse:

“ Quando poi (Parini) si poteva circondare delle auree libere o nei colli beati e placidi che cingono il suo lago nativo, (si recava) o nella Villa Amalia dei Marliani presso Erba o dagli Agudj o dal conte della Riviera su quell’incomparabile promontorio di Bellagio”

La figlia di Marliani, famosa per la sua bellezza, è cantata dal Foscolo come una delle Tre Grazie ed elogiata da Napoleone che la difinì “La plus belle parmi tant de belles”. Queste notizie su Marliani, come le prossime sul Serbelloni, non hanno lo scopo di dare informazioni dirette sui progetti dei giardini ma sul mondo in cui Pollach visse e sugli ambienti che frequentò.

2.2.5 Alessandro Serbelloni Alessandro Serbelloni nacque a Milano nel 1745 dal duca Gabrio Serbelloni e di Maria Vittoria Ottoboni. Compì studi letterari al Collegio Imperiale e li continuò a Roma al Collegio Clementino. Visse a Vienna per apprendere l’arte militare. Nel 1788 ereditò, non per parentela ma per amicizia, i beni ed il titolo di don Carlo Sfrondati della Riviera . Nel 1789 commissionò a Pollach un progetto per un palazzo in corso di Porta Orientale non realizzato e nel 1790 gli chiese di ristrutturare la sua villa di campagna a Cornaredo, incaricandolo di progettarvi anche un giardino all’inglese . La Zàdor riferisce dell’esistenza di numerosi abbozzi e di progetti particolareggiati per il giardino, ma purtroppo di questo nucleo unitario di disegni non se ne hanno più notizie; una traccia di questo progetto è conservato alla Raccolta di Stampe Bertarelli di Milano. Si tratta dello schizzo per un cancello d’ingresso che riporta le iniziali del Serbelloni. Non si sa se il progetto per il giardino venne eseguito o se rimase solo su carte: attualmente ne sono rimaste poche tracce . Come poi vedremo, nel 1793 Pollach e Serbelloni si recarono insieme a Roma. Ho trovato due lettere inedite inviate dal Serbelloni al Pollach che provano il forte legame di amicizia che univa il duca e l’architetto.

Mio caro Leopoldo, Dal Po verso Venezia, 23 Settembre 1799

(…) Fui a Siena, e vidi i miei figli de quali ne sono molto contento, si per il morale, che per il fisico, si applicano, ma molto il maggiore, quale si è cambiato assai in Suo Vantaggio. Il secondo ebbe (…) della Sua Memoria e la saluta. Tutto è quieto in Toscana, il popolo adora e sospira il ritorno del Suo Sovrano: Ma vi è grave assenza di grani, motivo d’inquietudine, e che esige provvidenza. Il … Hohen… comanda in Firenze. Il … Frölich è andato verso Roma, si crede che breve anche quella capitale verrà libera dal tirannismo dispotico(…) entrati gl’Imperiali austriaci in Roma il …Hohen… vi passerà per comandarvi. Incontrai presso Bolognade grossi Battaglioni di Granatieri Russi quali passavano a Napoli imbarcandosi a Livorno. Ho parlato col Commissario Imperiale Pelegrini in Bologna e parlammo anche di Lei, è un vero Galantuomo, e degno ministro, ben fortunata sarebbe la nostra Lombardia se lo riavesse.(…) La prego avere l’attenzione e di farmi la grazia ne giorno di Sabato di parlare col mio Canzi, ed informarsi della nostra Fabrica, e se occorre ella non mi risparmi di farmi una fuggita per vedere se il lavoro prosegue con precisione, de suoi disegni, e miei mi preme molto che tutti li volti siano terminati avanti l’inverno . Per così approfittare nell’inverno il lavoro del trasporto di terra, si fuori dalla cantina che sopra (…) li piani de granai. (…) con tutta la più distinta e particolare stima ed amicizia. Suo devotissimo ed affezionatissimo (…) Alessandro Serbelloni Sfondrati Signor Leopoldo mio carissimo Valmadrera 7 settembre 1803 Eccomi inaspettatamente al mio caro Belaggio dove a Dio piacendo sarò domani sera, per restarvi qualche tempo. La mia salute esigeva un pronto risoluto; ho bisogno di quiete , riposo e tranquillità d’animo, lontano da pensieri che mi disturbano ed affannino l’animo mio; in un clima si bello e dolce, ho bisogno distrazione che m’occupi, in sollievo a vera affezione d’animo. Se lei potesse e quando le sue occupazioni glie lo permettino, la prego di venire a farmi un poco di compagnia: ella sa quanta amicizia ho sempre avuto per lei; e quando ha valutato, la sua farà cosa molto gradita e che mi farà gran piacere. Non vengo a Milano, ne voglio a Bellagio oggetti che alterino di più l’affezione mia. Veramente non sto bene, ho mi rimetto, o lascerò la mia spoglia a Belagio. Finisco perché mi affatica assai lo scrivere (…) Alessandro Duca Serbelloni Sfondrati

Concludo questo capitolo con una delle poche lettere autografe di Pollach. Il destinatario è ignoto. L’architetto scrisse queste righe in risposta al tentativo di truffa che rischiò di subire dal destinatario della missiva, a cui Pollach aveva commissionato, nel 1788, una partita di marmi. Un anno dopo aver ricevuto la commissione e saldata la relativa fattura, costui scrisse una lettera sostenendo di non essere stato pagato. Pollach, dopo aver messo in evidenza l’imbroglio, conclude la lettera in questo modo: Milano, li 12 gennajo 1789 (…) Caro mio figliuolo (…) cognosco ancora il vostro Umore, pien d’immaginazione, franco di rigiri, e grande nell’impostura. Crediate à me, vi consiglio mutar sistema, altrimenti voi farete sempre, e maggiormente coll’andar degli anni una (…) figura, Sappiate per base fondamentale, che non vi vuol delle parole e supposizioni di Sapere, vi vuole umiltà e contegno. Un uomo prudente procura Sempre di farsi amare colle sue opere, col tratto Sincero, e sommissione verso tutti: non corre che lui si vanti da se, le azioni sue se son buone lo inalzeranno al grado della stima del Mondo Illuminato e se saranno corrotte a segno delle vostre, lo scopriranno con suo torto, come un presuntuoso, ignorante e, per consequenza, superbo presso tutti indistintamente.

Provate prima cosa vuol dire lavorare, cimentarsi con uomini Superiori a voi, ed affaticarvi dei anni, in allora vi accorgerete che non cammina il vostro sistema preso, di vantarsi con facilità e servirsi del merito d’altrui per defraudare quelli che meritano con ragione ogni lode e figurare l’erudito senza cognizione.
So da prima che non vi piacerà questo mio parere. Lasciatelo correre, prendetelo però per un avvertimento infallibile, correggetevi, se sarà possibile, forse un giorno mi sarete obbligato di più che al presente vi divora la vostra rabbia, effetto di sentirsi tocco.
Finisco perché non ho tempo, e se ne avessi non voglio perderlo così a mal prò, ma sappiate che vi avverto di pensare a restituirmi quelle Carte che avete portate via dal mio studio di qualunque ragione egli siano.  

In conclusione, tutte queste relazioni di amicizia di Pollach testimoniano i possibili canali d’accesso attraverso cui Pollach venne più direttamente a contatto con la cultura inglese: Firmian, Silva, Belgiojoso.

2.3 I Viaggi 2.3.1 Il viaggio a Roma con Alessandro Serbelloni (1793) Nell’autunno del 1793, come abbiamo sopra ricordato, Pollach intraprese un viaggio a Roma con Alessandro Serbelloni. E’ facilmente ipotizzabile che i due viaggiatori, per recarsi nell’Urbe, percorsero la “ via Emilia” passando da Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Bologna, proseguendo poi verso Firenze e Siena per raggiungere Roma. Questa ipotesi è indirettamente confermata anche dalla presenza, tra i libri di Pollach, dei seguenti volumi: Pitture, sculture e architetture di Bologna; Ristretto delle cose notabili di Firenze; Breve notazione delle cose notabili della città di Siena. A Roma Pollach ricevette una lettera dall’amico Giacomo Albertolli.

Amico Carissimo e Signore mio pregiatissimo da mio zio Giocondo ho saputo essersi essa portata a Roma in compagnia di S.A. il Signor Conte Serbelloni. Ne ho avuto somma consolazione. Ora arrischio questa lettera non per indicarLe cosa debba vedere delle antichità, e dei monumenti, che questi sono troppo noti; ma solo per rammemorarLe di andare se può a Caprarola, che quello è il più bel pezzo d’Architettura moderna. Caprarola è distante da Roma quaranta miglia ma essa si troverà ben contento di aver fatto quel viaggio. Se andasse mai a Napoli, si celebra il giardino di Caserta, fatto all’Inglese dicesi da un bravo Tedesco. In Roma si ricordi di visitare il famoso Milizia, a cui essa ha delle obbligazioni; e se ha tempo procuri di vedere una unione di certi giovani di Roma, anzi quei sono i giovani che intendono l’arte come si deve; è loro guida un certo Vincenzo Balestra disegnatore di cui io non conosco il migliore, ed è della società il Signor Campovecchio Mantovano giovane architetto di molto merito. Qalunque Milanese o Mantovano a cui essa cerchi conto di questa unione egli ne darà certezza! I giovani pensionati di Spagna sono pure valentissimi, se ne ha tempo cerchi di vederli. Ma soprattutto La prego nuovamente di trattare il Signor Milizia. A Tivoli già andrà senz’altro. Ritornando e passando per Modena vada a vedere l’Accademia , dove ritroverà il Signor Soli professore Architetto che gli piacerà assai. A Reggio se può cerchi il Marchelli, e ritroverà quello che forse non si aspetterebbe mai da quel giovane. Se non più a Borgo San Damiano quindici miglia lontano da Parma per andare a Piacenza non manchi se può di veder una rotonda disegnata dal detto Marchelli, che merita di essere veduta anche da chi viene da Roma. Scusi se scrivo così alla buona, e secco secco. Lo faccio per non fargli perder tempo, e senza più sono il suo antico amico vero e servitore. Verona 18 ottobre 1793 Giacomo Albertolli P.S. Mi saluti il Signor Abbate Uggeri vedendolo.

Laura Maggi pubblicò questa lettera in un articolo dedicato ai taccuini del viaggio a Roma di Pollach. La studiosa catalogò minuziosamente disegni, schizzi e rilievi elaborati dall’architetto austriaco in questa occasione. Le informazioni sopra citate riguardo alle letture di Pollach e alle sue conoscenze permettono di aggiungere alcuni elementi nuovi alle scoperte già fatte dalla Maggi. Il primo contatto documentato tra l’Architetto e il nobile milanese risale al 1789 quando Alessandro Serbelloni, da poco erede dei beni di don Carlo Sfrondati della Riviera, commissionò al Pollach un palazzo per il Corso di Porta Orientale. Le lettere prima riportate sono posteriori al 1793. E’ quindi possibile che l’amicizia tra i due fosse nata proprio durante questo viaggio. Era uso comune tra i nobili del tempo farsi accompagnare nei propri viaggi ed è possibile che Pollach fosse stato scelto dal nobile milanese come consulente di architettura per il viaggio. Molti sono gli spunti di riflessione che si possono dedurre dalla lettera sopra riportata ma in questa sede mi interessa analizzarne solo alcuni. Albertolli, ritenendo inutile dare consigli sui monumenti antichi, suggerì all’amico di recarsi a visitare Caprarola. Non esistono disegni di Pollach che riguardano questa Villa ma tra i suoi libri ne compare uno dal titolo Il palazzo di Caprarola che documenta la conoscenza di questo palazzo da parte dell’architetto. Albertolli consigliò poi una visita al giardino di Caserta. Nessun documento ci sa indicare se i due viaggiatori si recarono effettivamente a visitare questa famosa reggia ma, la presenza nella biblioteca di Pollach di una Guida delle antichità di Pozzuoli, città che dista una trentina di chilometri da Caserta, fa supporre che i due viaggiatori si spinsero a visitare anche la Campania. All’ipotesi di un incontro con il Milizia ho già accennato sopra. La visita dei due viaggiatori a Tivoli è invece certa e documentata dai fogli del Gabinetto dei Disegni di Milano. Qui Pollach disegnò il tempietto di Vesta, la Villa d’Este con la pianta della fontana dell’Ovato, la Villa di Mecenate e soprattutto fece diversi rilievi della Villa Adriana  : il Canopo, il tempio di Giove Serapide, una nicchia delle Terme e vari dettagli architettonici.

Se avalliamo l’affermazione che «il paragone meno arbitrario» per i disegni del Pollach per la sistemazione all’Inglese del giardino di Villa Pesenti-Agliardi a Sombreno «possa essere costituito dalla Villa Adriana a Tivoli, ovviamente dimensioni a parte», possiamo vedere in essi una derivazione diretta dalle suggestioni romane.

I disegni che riguardano Roma rappresentano: le decorazioni della Farnesina, Villa Madama con alcuni particolari dei giardini, gli ornamenti della Stanza dell’Incendio di Borgo, S. Damaso, la Cappella Chigi in S. Maria del Popolo e la chiesa di S. Giovanni in Laterano. L’architetto austriaco si soffermò molto ad osservare e riprodurre i dettagli architettonici e quelli decorativi dei vari edifici antichi e moderni, forse con l’intenzione di poter riutilizzare alcune delle cose viste per le sue fabbriche. Un disegno riportato dalla Maggi riguarda alcuni affreschi di Palazzo Te a Mantova. Si possono fare due ipotesi: o Pollach si recò a Mantova nel 1793 di ritorno da Roma, oppure questo disegno è del 1802, data in cui l’architetto si recò a Ravenna. Questo viaggio è documentato da un disegno che riporta questa scritta dello stesso Pollach:

“ Mausoleo (…) di Goti Teodorico in Ravenna che ho veduto li 29 giugno di 1802”

La presenza di una Guida per la città di Ferrara tra i libri di Pollach fa pensare che la seconda ipotesi sia più attendibile: Mantova e Ferrara si trovano infatti in linea tra loro su una delle strade che conducono a Ravenna.

2.3.2 Vienna Si sa che Pollach tornò a Vienna nel 1795 per andare a trovare il padre malato. In quest’occasione stese un progetto per il Teatro della città di Vienna , sperando di ottenere l’incarico per la sua costruzione.

Portatosi a Vienna l’anno 1795 per rivedere il proprio genitore fu egli (…) a dare dei schiarimenti sopra atri progetti di cospicue Fabbriche in Vienna, che gli erano stati ordinati in Milano, e segnatamente per la fabbrica di un Teatro nella cosi detta Stahlburg che si pensava di costruire vi allora, e che per le vicende della guerra pur nella sua costruzione protratto alla pace .

2.3.3 Venezia Ho trovato, all’Archivio Storico Lombardo, una supplica scritta da Pollach all’Imperatore d’Austria. Questo documento , tutto in terza persona, riporta il luogo e la data in cui venne scritto: Venezia 1798. L’architetto austriaco scrisse questa lettera in un momento particolarmente difficile della sua vita; in essa si legge:

( Il regime francese) …privandolo di benefici che godeva sotto la protezione del Real Governo, ed esponendolo ad una persecuzione per il conosciuto suo attaccamento al legittimo suo Sovrano, e per la costanza colla quale rigettò sempre le vantaggiose proposizioni che gli furono fatte in questi ultimi tempi. In tale stato di cose si trovò egli inabilitato al sostentamento della sua famiglia, e prendendo il partito di sacrificare i suoi risparmi per provvedere ai bisogni della medesima, attese fino al momento presente il sospirato ritorno del suo Sovrano; ma deluso in questa sua lusinga, carico di famiglia, privo di mezzi per sostentarla, e con deciso ribrezzo di prevaleri in Milano di quelli, che gli somministra l’esercizio della sua professione, ha egli approfittato di un pretesto per portarsi a Venezia, e di mettere a piedi della Maestà Vostra col mezzo di questa Imperiale Regia Commissione le sue suppliche unitamente a quelle della moglie, e di otto piccoli figli, che seco lui dividono e le disgrazie del loro stato, e le lusinghe di meritare in qualche parte la benefica contemplazione del loro clementissimo Sovrano. (…) umilmente supplicandola di volergli conferire in Patria la carica d’architetto di Corte, o quel qualunque altro impiego che può procurargli il proprio sostentamento, e la sospirata grazia di vedersi di nuovo annoverato fra i fedeli sudditi della medesima, come lo fu sempre e per la sua nascita e per la costruzione dei suoi sentimenti. Venezia li 15 aprile 1798

Lo scopo di questo viaggio fu ben diverso da quello compiuto a Roma. Venezia, con il Trattato di Campoformio del 1797, era diventata austriaca. Pollach, per poter presentare una lettera di questo genere al suo Sovrano, doveva per forza uscire dalla repubblica Cisalpina perché, come già visto, le comunicazioni con il nemico erano tenute strettamente sotto controllo dai francesi. Al di la della forma retorica, immancabile in una lettera inviata all’Imperatore, sembra verosimile che Pollach cercò di restare fedele al suo sovrano senza compromettersi con il nuovo regime. Guardando i lavori che l’architetto austriaco svolse durante i primi anni della dominazione francese, si nota che tutti furono elaborati per una committenza privata e, spesso, residente in provincia. Pesenti gli commissionò la ristrutturazione della villa proprio in questo periodo. L’incarico che venne affidato a Pollach come Primo professore a Brera era del giugno 1798; probabilmente, non ricevendo altre proposte dall’Austria, l’architetto accettò questo incarico. Non ci sono altre notizie su che cosa Pollach abbia fatto o su chi abbia visto a Venezia, né su quanto tempo vi si sia fermato. Dato il grande interesse che Pollach mostrò per Palladio, Scamozzi, Sanmicheli, Serlio e Rusconi, si può ipotizzare che colse l’occasione per visitare le architetture dei suoi maestri. Nella sua biblioteca erano presenti diverse prospettive delle isole intorno a Venezia e un libro di pitture, sculture e architetture di Padova. Il viaggio a Venezia, così come quello a Roma, diede al Pollach la possibilità di vedere dal vivo le opere a lungo studiate sui libri. In conclusione, se era già noto che Pollach avesse una formazione architettonica ispirata sia all’antichità che ai modelli rinascimentali, e che avesse avuto modo di confrontarsi con i giardini moderni, era tuttavia utile documentare alcune vie attraverso cui l’architetto austriaco giunse a quelle fonti: è quello che ho cercato di fare in questo capitolo.