Bergamo, via Pignolo 86

Da EFL - Società Storica Lombarda.
Versione del 30 apr 2007 alle 18:08 di Ottavio (Discussione | contributi)

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PALAZZO AGLIARDI

L’attuale aspetto deriva da una radicale riedificazione avvenuta verso la metà del 1700 su strutture dell’antico edificio che l’architetto Antonio Moroni progettò per il C.te Alessandro Martinengo Colleoni che lo fece costruire nell’anno 1500. Dell’edificio antico rimangono, negli scantinati dell’attuale, solo delle colonne con capitelli che sono di interesse storico perché su uno di esse v’è scolpito lo stemma Colleoni, che si ritrova anche su di un vecchio pozzo. I conti Martinengo ne furono proprietari sino al 1741, quando il c.te Giovanni Martinengo Colleoni lo vendette al Nob. Benedetto dei conti Mosconi. La casa già nell’atto di vendita era detta in parte diruta, tanto che il costo d’acquisto di 7000 scudi s’accrebbe di altri 14.000 per i rifacimenti radicali . Recenti studi attribuiscono all’architetto Caniana il progetto. La coerenza architettonica e le pregevoli decorazioni coeve confermano datazione, unitarietà e qualità dell’intervento. Gli stucchi sono del Comuzio e le sale sono affrescate da Carlo Carloni nel 1750 e da Federico Ferrario intorno al 1770. Meno chiara, anche per un probabile successivo ritocco, è l’attribuzione a Giuseppe Brina del salone al 1° piano verso strada. Nel maggio del 1800 i C.ti Mosconi acquisirono e incorporarono le due case Ragnoli e Albani sul lato a ponente. Interessante è l’unico intervento neoclassico che fu commissionato da Mons. Mosconi a Quirino Salvatoni e figlio G. Battista nel 1835. Il tema dell’incontro a Bologna di Clemente VII con Carlo V per la riconciliazione dopo il sacco di Roma, è significativo del clima culturale del tempo. Nel 1845 la dimora venne acquistata dal conte Paolo Agliardi per 80.000 svanziche . Nel 1924 alcune sale al primo piano verso giardino vennero decorate con stucchi, su progetto del conte ing. Ernesto Suardo, dallo stuccatore Aiolfi . Vi è un interessante esempio di moderno intervento in un bagno decorato negli anni ‘50 dal pittore Tony Mellara.

Nella facciata verso strada, il portale, che è sovrastato da un poggiolo in pietra sagomato,è a tutto sesto e si apre in uno zoccolo d’arenaria, sormontato da una muratura, intonacata, tagliata orizzontalmente da due cornici. Nel cortile, sul lato opposto all’ingresso, le colonne binate reggono una trabeazione interrotta da archi a tutto sesto. La loggia sovrastante è sorretta da colonne più esili. A piano terreno, un ampio salone, fiancheggiato da quattro sale, si affaccia su un giardino pensile. Le sale sono decorate da briosi affreschi di Carlo Innocenzo Carloni e di Federico Ferrario rappresentanti scene mitologiche e incorniciati da stucchi.

Interessanti dipinti ivi conservati: Jacopo Bassano (Bassano, 1518-1592) “Deposizione”. J. Ph. Hackert (Prenzlau, 1737 † San Pietro a Careggi 1807) tre “Paesaggi romani” (dipinti nel 1781). Francesco Buoneri detto Cecco del Caravaggio “ Decollazione del Battista”. Simone Contarini (Pesaro 1613 † Verona 1648) detto il Pesarese, allievo di Guido Reni “Agar nel deserto”. Pietro Liberi, (Padova 1614 † Venezia 1687) “Figure mitologiche” (dipinto intorno al 1680). Cesare Tallone (Savona1853 † Milano 1919) Ritratto del C.te Giovanni Battista Agliardi. Giacomo Gritti (Torre Boldone 1819 † Bergamo 189) Ritratto del C.te Canonico Alessandro Agliardi e del C.te Paolo Agliardi. Basiletti Ritratto giovanile del C.te Paolo Agliardi .


SALA NEOCLASSICA La grisaille del fregio fu ordinata da monsignor Mosconi nel 1835 a Quirino Salvatoni (1787-1871) e a suo figlio Giovanni Battista (1806-1864). Rappresenta l’incontro fra l’imperatore Carlo V e il papa Clemente VII (1523-1534) (Giulio de’ Medici), in occasione della riconciliazione (dopo il sacco di Roma) fra la Chiesa e l’Impero, avvenuta in Bologna nella chiesa di San Petronio il 1° gennaio 1530.

“.........Il 23 ottobre vi giungeva il Papa salutato dallo scampanio e dai fuochi di gala: i preparativi pel ricevimento erano davvero straordinari. Il Papa fu portato in sedia gestatoria: 16 cardinali, numerosi vescovi ed arcivescovi, pubbliche autorità erano presenti in San Petronio dove egli impartì la solenne benedizione. Ancor più importanti furono i preparativi per accogliere l’Imperatore: per gli addobbi e le decorazioni vi fu chiamato anche Giorgio Vasari con altri pittori. Carlo V vi giungeva, con tutta la maestosa pompa del suo seguito il 5-11-1529: gli facevano scorta duchi, marchesi, conti e militi, a piedi e a cavallo, in gran numero. Sua Santità lo attese su di un palco eretto in piazza dinnanzi a San Petronio. L’Imperatore smontò da cavallo e, inginocchiatosi, baciò prima il piede, poi la mano del Papa, il quale fattolo alzare lo baciò in fronte. Dopo i convenevoli l’Imperatore offrì al Papa dieci libbre di monete d’oro e insieme entrarono nel tempio a cantare il Te Deum”. (Da la “Storia dei Papi” di C. Castiglioni - Ed. U.T.E.T.)

Quadri: Pietro Liberi (Padova l614 † Venezia 1687). Due tele di “Figure mitologiche”, dipinte intorno al 1680. Cesare Tallone (Savona 1853 † Milano 1919), ritratto del C.te Senatore G. Battista Agliardi. Giacomo Gritti (Torre Bordone, 1819 † Bergamo,1891) ritratti del C.te Canonico Alessandro Agliardi e del “C.te Paolo Agliardi. Luigi Basiletti (Brescia, 1780-1859), ritratto giovanile del C.te Paolo Agliardi.

SALONE CENTRALE

Affreschi di Carlo Innocenzo Carloni (dipinti nel 1750): Quattro medaglioni mistilinei rappresentano scene bacchiche. Di due di questi, “Bacco e Arianna” e “Bacco e una Ninfa” esistono anche i bozzetti, passati anni fa sul mercato antiquario inglese. I medaglioni fiancheggiano lateralmente il riquadro centrale rappresentante “Apollo e Diana”.

Quadri: Quattro tele olio di scuola piemontese del XVIII sec. “Paesaggi”.

SALA D’ANGOLO VERSO GIARDINO L’affresco di C. Carloni rappresenta “Diana e Endimione”. Lo stesso soggetto è stato raffigurato dal Carloni in una sala di palazzo Gallarati Scotti a Milano. Ambedue gli affreschi sono stati eseguiti alla metà del 1700, in un periodo in cui il colorito chiarissimo e sfumato adottato dall’artista, le linee nervose e la leggerezza delle forme, fanno pensare all’influenza veneziana della corrente del Pellegrini. Endimione, eroe leggendario della mitologia greca, appare amato da Selene; da Zeus avrebbe avuto la possibilità di sostituire la morte col sonno. Secondo altre versioni tale facoltà gli sarebbe stata data dal dio Ipno o dalla stessa Selene. Nell’arte antica fu soggetto di straordinaria bellezza, raffigurato più che come eroe, come avvenente pastore o cacciatore.

Quadri: Simone Contarini detto il Pesarese (Pesaro, 1613 † Verona, 1648) “Agar nel deserto”. Francesco Buoneri detto Cecco del Caravaggio (post 1580? † post 1630?) “Decollazione del Battista”.

SALA VERSO CORTE (Lato destro) Affresco: C. Carloni “ Scena mitologica” Quadri: Quattro paesaggi bucolici

SALA VERSO CORTE (Lato sinistro) Affresco di Federico Ferrario (Milano 1714- 1802) “Il sacrificio di Polissena”. L’affresco si ritiene sia stato eseguito intorno al 1770. Le figure piuttosto statiche e fredde precorrono il gusto neoclassico. Polissena, personaggio della mitologia classica, era figlia di Priamo e di Ecuba. La sua vita e la sua morte furono oggetto di molte leggende.

Quadri: Jacopo Bassano (Bassano,1518-1592) “Deposizione”. J. Ph. Hackert (Prenzlau, 1737 † San Pietro a Careggi, 1807) “Tre paesaggi romani”, dipinti nel 1781.

FEDERICO FERRARIO (Milano, 1714-1802) Nacque presumibilmente nel 1714 a Milano. Fu allievo di Pietro Maggi, più apprezzato come frescante che come pittore di tele. I suoi dipinti si trovano un po’ dovunque, solo però in Lombardia e zone limitrofe. A Pavia, a Monza, al Sacro Monte di Orta, nel cremonese, nella chiesa di S. Alessandro a Milano, a Piacenza, ma soprattutto a Bergamo e provincia, dove lavorò dal 1759 fino agli ultimi anni di attività. Nella bergamasca il 1700 fu un secolo di intensa attività edilizia religiosa, più che a Milano, sia per la costruzione di nuove chiese, sia per l’abbellimento di quelle già esistenti. Questo è il motivo per cui il Ferrario lasciò qui molte sue opere; nel Duomo di Bergamo (sacrestia, coro, alcuni medaglioni), in S. Alessandro della Croce, in S. Alessandro in Colonna, in Palazzo Brembati, poi Perini, Palazzo Maliani, Palazzo Suardo (ora Gavazzeni), nella chiesa del Monastero di S. Grata, nelle chiese di S. Rocco, S. Bartolomeo, S. Leonardo, nel Monastero di S. Benedetto, a Bergamo-Valtesse nella chiesa di S. Colombano; inoltre a Carobbio degli Angeli nella villa Arcais, nella chiesa di S. Carlo alle Orsoline di Gandino, S. Martino a Treviglio, Medolago, Fara Olivana, Alzano Lombardo, Bottanuco; a Ponte S. Pietro nella villa Mapelli, a Torre Boldone, Ciserano ecc. Continuando per tutto il secolo la tradizione della scuola milanese derivata dall’Abbiati, Maestro di Pietro Maggi, pur avendo visto le opere di artisti più colti ed avanzati, dal Tiepolo al Bortoloni, da Gaspare Diziani al Pittoni, oltre a Francesco Monti e Carlo Innocenzo Carloni, Federico Ferrario non abbandonò il suo conservatorismo. Finora erano note opere a soggetto religioso, ma recenti studi hanno rilevato l’esistenza di un discreto numero di dipinti a soggetto profano in alcuni palazzi bergamaschi. Nel 1770 circa affrescò la sala di Palazzo Agliardi. Nel 1790 fu uno dei direttori dell’Accademia Ambrosiana e firmò una supplica per ottenere un sussidio per l’Accademia. Morì a Milano il 27 Marzo 1802.

CARLO INNOCENZO CARLONI (Scaria in Val d’Intelvi, 1686 † 1775) Nacque nel 1686 a Scaria in Val d’Intelvi da padre architetto e stuccatore e da madre (Taddea Allio) appartenente ad una famiglia che contava vari artisti in quel campo. Dopo un breve soggiorno a Vienna al seguito del padre, venne affidato al Maestro Giulio Quaglio (Laino in Val d’Intelvi, 1668 † 1751). Con lui si recò a Venezia, Udine e Lubiana dove lavorò alla Cattedrale. Dopo il 1706 si recò a Roma per un periodo di studio. Qui completò la sua formazione, e fu alla scuola del veneto Francesco Trevisani che probabilmente derivò le preziosità coloristiche. Ebbe inoltre la possibilità di ammirare le opere della grande corrente romana: Luca Giordano, Pietro da Cortona, Maratta e quella dei pittori venuti da fuori come il Balestra, il Solimena e soprattutto Sebastiano Ricci. Intorno al 1712 si trasferì con la moglie in Austria per una decina d’anni. Il suo stile piacevole e il gradevole tono dei colori si prestava per lavori di vaste proporzioni: saloni, gallerie, navate e cupole di chiese. Decorò la chiesa parrocchiale di Kirchberg presso Wagram e la chiesa dei Carmelitani a Linz. Nel 1715 era di nuovo a Vienna, dove, chiamatovi dal Principe Eugenio di Savoia affrescò nella sala dei marmi del palazzo del Belvedere inferiore, la Glorificazione del Principe e la Cappella. Eseguì quindi gli affreschi per il Palazzo Kinsky Daun e nei dintorni della città quelli del castello Hetzendorf per il principe Liechtenstein. Nel 1717 decorò la sala del Consiglio nel Landhaus di Linz. Iniziò poi gli affreschi per la chiesa della Trinità presso Lambach, della cappella del castello del principe del Wurttenberg a Ludwigsburg. Nel 1731 dipinse due grandi pale d’altare per la collegiata benedettina di Weingarten e due pale per l’Abbazia svizzera di Einsilden, a cui lavorò come stuccatore il fratello Diego. Lavorò anche a Praga (sale e scalone del palazzo Clam Gallas). Nel 1734 per incarico del margravio Carlo Guglielmo Federico decorò il soffitto del grande salone nel castello della Residenza di Ausbsch in Franconia, raffigurando la Glorificazione del Margravio. L’arte del Carloni raggiunse qui il suo apice. Nella residenza del margravio Carlo Carloni, ormai artista affermato, oltre alla protezione del Principe, contava anche molti amici. Secondo lo storico dell’arte Hermann Voss, una delle due cantate in italiano di J. S. Bach “Non sa che sia dolor”, composta dal grande musicista per la corte di Ansbasch, riguarderebbe la partenza dall’Italia del Carloni “artista di merito che per qualche tempo ha prestato i suoi servigi al Margravio e che ora, con vivo dispiacere dei suoi ammiratori, ritorna nella sua patria per servirla a dovere con la sua arte”. Dopo il 1735 si stabilì a Scaria e svolse la sua attività quasi esclusivamente in Italia, a parte una breve parentesi nel 1750 in cui si recò a Bruhl, per eseguire gli affreschi nel castello del Principe Elettore Clemente Augusto. Fra i suoi primi lavori in Italia vi fu la decorazione dello scalone della villa Colleoni a Calusco (poi trasportati altrove). Fra il 1738 e il 1744 lavorò al Duomo di Monza e poco più tardi cominciò a lavorare nella bergamasca: nel Duomo di Bergamo, nelle chiese di S. Michele all’Arco, S. Marco, a Castelli Calepio nella chiesa di San Pietro Apostolo, a Grumello del Monte nella chiesa della SS. Trinità, a Mapello nella villa Antona Traversi, e nel bresciano: nella villa Lechi a Montirone. Durante i suoi frequenti ritorni a casa il Carloni si dedicò anche agli affreschi della parrocchia di Scaria. Nel 1750 l’artista era a Lodi dove eseguì alcuni affreschi, e poi in Valtellina, ad Asti nella Cattedrale e a Bergamo. Nel periodo in cui risiedeva nella bergamasca, Carlo Carloni ebbe contatti con i pittori veneti e si misurò con essi in una ricerca del grazioso, del gradevole, dell’eleganza un po’ salottiera e rococò, seguendo la strada aperta da Sebastiano Ricci, dal Pittoni e dal Tiepolo. La sua chiara personalità, temprata anche dai contatti internazionali, gli permise di distinguersi anche dai pittori veneti. Carlo Innocenzo Carloni morì il 17 maggio 1775 a Scaria in Val d’Intelvi. Quelle di Palazzo Agliardi sono le uniche opere profane del Carloni in Bergamo.

LUIGI BASILETTI (Brescia 1780-1859) Allievo di Sante Cattaneo, compì gli studi a Roma ove acquistò esperienza neoclassica e fu amico di Canova. Appassionato di archeologia, trasse ispirazione dalle antichità romane per le sue incisioni. A Brescia illustrò gli scavi diretti dall’architetto bresciano Vantini. Dipinse paesaggi, vedute, rovine. Le sue opere più significative furono: Tempio della Sibilla a Tivoli (1821), Campagna romana con rovine, Paesaggio con il castello di Brescia, Incontro di Enea con Andromaca, ecc. Dipinse numerosi ritratti (C.te Paolo Tosio, Cesare Arici ed altri). Nella collezione Agliardi vi è un ritratto giovanile del C.te Paolo Agliardi (1796-1866), dipinto a Roma nel 1820. Fece alcuni disegni per la costruzione dell’ex Mercato del grano e progettò la scalinata della chiesa di Gussago.

PIETRO LIBERI (Padova 1614 † Venezia 1687) detto il Libertino Allievo del Varotari studiò Raffaello e Michelangelo a Roma e Correggio a Parma. Il suo disegno molto libero in certe pitture contrasta con la minuzia dell’esecuzione. È considerato uno dei più interessanti maestri veneziani del XVII sec.. Ebbe una vita avventurosa: nel 1628 fu a Costantinopoli, nel 1632 venne arrestato a Tunisi come spia. Nel 1633 era di nuovo in Italia, per recarsi poi ancora in oriente per alcuni servizi di guerra. Viaggiò in Spagna e Francia. Dal 1641 al 1643 fu a Firenze come pittore di corte. Nel 1643 dipinse a Venezia il suo capolavoro, La battaglia dei Dardanelli. Fu chiamato da Leopoldo I alla corte di Vienna, dove fu nominato “Reichsgraf” (conte dell’impero). Nel 1659 ritornò a Venezia dove visse fino alla morte, avendo preso residenza in un palazzo sul Canal Grande fatto costruire da Sebastiano Marroni. Sua opera a Bergamo: “Il diluvio” in Santa Maria Maggiore. Altre opere: a Chioggia (Duomo), a Firenze (Oratorio di S. Filippo Neri) a Lucca (Pinacoteca), a Modena (Galleria Estense), a Padova (S. Agostino, Chiesa dei Cappuccini, Duomo, S. Francesco, Museo Civico Le tele della raccolta Agliardi rappresentano allegorie.

JAKOB PHILIPP HACKERT detto Hackert d’Italia (Prenzlau 1737 † San Pietro a Careggi, 1807) Jackob Philipp Hackert nacque a Prenzlau nel 1737. Il padre Jan Philipp era pittore ritrattista e avviò i suoi quattro figli alla carriera artistica. Negli anni della formazione Jacob Philipp fu a Berlino da uno zio decoratore da cui acquistò il gusto dei grandi formati e la tecnica pittorica della tempera; contemporaneamente seguì all’Accademia i corsi di Blaise Nicolas Le Sueur. Dal 1761 al 1765 viaggiò nel nord dell’Europa, sostando alcuni anni in Svezia. In questi anni arrivarono i primi riconoscimenti, tra i quali l’acquisto di alcuni suoi paesaggi da parte di Federico II di Prussia. Nel 1765 si recò a Parigi, dove frequentò pittori come Boucher e Vernet, e incisori come J. G. Wille. Viaggiò disegnando in Normandia e Picardia, ottenendo notevoli successi. Nel 1768 Hackert, insieme al fratello Johann Gottlieb raggiunse Roma e vi si stabilì. Strinse contatti con l’Accademia di Francia e si dedicò alla pittura di paesaggi dal vero. A questo proposito Goethe scrisse; “I pittori francesi che soggiornavano a Roma avevan ben fatto, di tanto in tanto, schizzi dal vero di alcune parti di un bell’interno, incompleti o su foglietti di dodicesimo, e adesso tutti si stupivano, vedendo i due Hackert girare per la campagna con grandi cartelle, disegnare a penna contorni definitivi o addirittura portare a termine disegni ad acquarello e persino dipinti, completamente dal vero, e sempre abbelliti da scene di animali”. Pur abitando a Roma, viaggiò frequentemente. Si recò a Napoli, Vietri, Cava dove realizzò una serie di disegni. Compì due viaggi in Sicilia. Ricevette una prima importante commissione dalla zarina Caterina di Russia, che nel 1772 gli richiese dodici grandi tele per celebrare la vittoria dei russi sui turchi a Tchesme. Sempre per il palazzo di Petrosvoreg dipinse in seguito varie vedute e molti “notturni” ispirati alle eruzioni del Vesuvio del 1773. Nel 1781 dipinse per il Principe Marcantonio Borghese, suocero di Paolina Bonaparte, cinque grandi tele per la Galleria Borghese a Roma, raffiguranti le ville Aldobrandini e Lancellotti a Frascati e vedute della campagna romana . Dice Carlo Knight: “Hackert è un paesaggista che ha le radici nel filone botanico-naturalista, imparò a disegnare copiando i fiori dal giardino paterno, e fu profondamente influenzato dal pensiero del filosofo e matematico Joham Sulzer il quale gli inculcò i principi dell’estetica moralistica. Idee delle quali i suoi “ritratti di alberi” sono espressione tangibile”. Nel 1782 ricevette un’importante commissione da Paolo Petrovic, futuro Paolo I, e lavorò a delle gouaches ordinategli da Ferdinando IV di Borbone. Nel 1786 fu chiamato a Napoli dal re Ferdinando IV e diventò pittore di corte dei Borbone, insegnante di disegno della regina e dei principi. Dipinse una serie di “Porti del Regno” e di “Marine”, scene di caccia e paesaggi nei dintorni di Napoli e Caserta. A Napoli incontrò Goethe, che divenne suo amico e allievo e ne scrisse poi una biografia: “Philipp Hackert, la vita”. Dal 1799 Hackert visse e lavorò a Firenze. Nel 1803 si recò brevemente a Norimberga dove pubblicò “Prinzipien zur Erlermung de Zeichenkunst nach der Natur”. Si ritirò poi a vivere fra Firenze e San Pietro a Careggi dove si dedicò all’arte e all’agricoltura. Morì a San Pietro a Careggi nel 1807. Sue tele si trovano a Napoli nella Reggia di Capodimonte, nel museo di San Martino, nella Reggia di Caserta, a Petrosvoreg (nei pressi di San Pietroburgo), in Svezia, Inghilterra, Francia, Roma e sopratutto nelle collezioni private europee.

CESARE TALLONE (Savona, 1853 † Milano, 1919) Studiò all’Accademia di Brera a Milano dove abitò dal 1872 al 1880. Nel 1883, all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Roma espose la sua famosa tela “Un trionfo del Cristianesimo al tempo di Alarico”, che fu acquistata dal principe Marcantonio Borghese. Dal 1883 al 1885 fu professore all’Accademia Carrara di Bergamo. Partecipò ad importanti mostre a Roma, Milano, Torino e Venezia. Nel 1889 fu professore all’Accademia di Brera; prese parte all’Esposizione Universale di Parigi, dove ottenne un importante riconoscimento. All’inizio della sua carriera dipinse soggetti storici, ma ben presto lasciò questo genere di pittura per dedicarsi ai ritratti. Tallone unì ad un mestiere molto classico la grazia e la leggerezza dei colori chiari. I suoi visi sono illuminati da giochi sottili di colore che li animano, materializzandoli, e facendoli uscire dal quadro. Dipingeva a grandi pennellate, facando vibrare la luce, ornando i suoi paesaggi o i mazzi di fiori con pochi impercettibili tocchi, conferendo loro una freschezza aerea. Bènèzit lo considera molto vicino a Boudin e a Honfleur con un’impronta moderna più pronunciata, che fa pensare a Dufy. Una bella monografia gli è stata dedicata da V. Bignami e C. Caversazzi.

SIMONE CONTARINI (Pesaro, 1613 † Verona, 1648) Fu pittore e scultore. All’Accademia Carrara sono conservate le tele “La Vergine col Bambino”, e “La Vergine Immacolata”, e la scultura “Il riposo della Sacra Famiglia”. Una mostra sul Contarini ha avuto luogo a Bologna nel 1997


FRANCESCO BONERI (o BUONERI) detto Cecco del Caravaggio (ca. 1589-90 † post 1630-40) Il buio che avvolge questo misterioso pittore si sta diradando. Il nome di Francesco Boneri detto Cecco del Caravaggio è citato tra gli allievi di Michelangelo Merisi, con il Ribera, lo Spadarini ed altri, dal Mancini (“Considerazioni sulla pittura”, 1617-21). Viene citato dal Tassi tra i suoi collaboratori per gli affreschi nel Casino Montalto nella Villa Lante della Rovere di Bagnaia. Di un Cecco allievo di Caravaggio si riferisce in un inventario del 1635 per un dipinto della collezione del Duca di Savoia. Un sonetto del Sylos del 1673 cita Cecco del Caravaggio come autore della Cacciata dei mercanti dal tempio già della collezione del Principe Giustiniani. Sarà poi Roberto Longhi che nel 1943 restituisce la paternità di questa opera a Cecco e successivamente lo riconosce autore del Fabbricante di strumenti musicali prima attribuito al Finsonius. Così, via via gli vengono riconosciuti numerosi dipinti togliendoli a vari caravaggeschi. Nel 1605 un garzone di nome Francesco abitava col Caravaggio. Si ritiene che Cecco sia stato il modello per alcune opere del Merisi. Riallacciandosi agli studi del Longhi, e completandoli, Gianni Papi di Firenze ha pubblicato nel 1992 (Ed. Opus Libri) un interessante studio su Cecco del Caravaggio, e a lui dobbiamo queste notizie. Egli illustra con dovizia di informazioni e di illustrazioni l’affascinante riscoprirsi di un altro e importante pittore della famiglia Boneri, alzanese poi trapiantata a Bergamo. Famiglia di validi pittori, operosi nel corso del ‘500, dove figurano un Nicola, un Daniele ed anche un Francesco. Recentissimi studi indicherebbero un collegamento con la famiglia Merisi che emerge in un matrimonio nel 1601. Sembra che dopo il 1620-25 Egli sia tornato a Bergamo ed è una affascinante ipotesi la sua influenza sul Baschenis come tramite del messaggio Caravaggesco.


PALAZZO AGLIARDI Sorge al n° 86 della storica via Pignolo. L’attuale aspetto deriva da una radicale riedificazione avvenuta nel 1700 su strutture dell’antico edificio che l’architetto Antonio Moroni progettò nell’anno 1500 per il C.te Alessandro Martinengo Colleoni. Dell’antico palazzo rimangono negli scantinati solo alcune colonne con capitelli e un pozzo con stemmi Colleoni. Quando nel 1741, il Conte Benedetto Mosconi acquistò il palazzo dai Conti Martinengo Colleoni, commissionò all’arch. Caniana il progetto dell’attuale edificio. L’ampio salone centrale che si affaccia sul giardino pensile e le contigue sale vennero decorate con briosi affreschi rappresentanti scene mitologiche da Carlo Innocenzo Carloni (1750 ca) e da Federico Ferrario (1770 ca) e incorniciate da stucchi dal Comuzio. Vi è poi una sala neoclassica che Monsignor Mosconi nel 1835 fece affrescare da Quirino Salvatoni e dal figlio Gian Battista e che rappresenta l’incontro a Bologna del Papa Clemente VII con Carlo V. Le sale sono arredate con mobili e dipinti d’epoca. Un elegante scalone di schietto gusto settecentesco porta al primo piano dove un ampio salone verso strada è affrescato da Giuseppe Brina. Nel 1845 la dimora venne acquistata dal conte Paolo Agliardi ed è tutt’ora proprietà della famiglia.