"Gli Uscocchi" di Minuccio Minucci e Paolo Sarpi
di
Minuccio Minucci e Paolo Sarpi
Minuccio nacque nel 1551; era nipote di Andrea Minucci arcivescovo di Zara, che colà aveva risieduto e tenuto la badia di San Grisogono e che fu il più cospicuo personaggio della famiglia. Segretario del nunzio apostolico in Germania e del vescovo di Trento, Minuccio fu diplomatico insigne, letterato e poliglotta, nonché segretario per gli affari esteri di Innocenzo IX e Clemente VIII. Fu pure consigliere del duca Guglielmo di Baviera e del principe-vescovo di Colonia, dove risiedette come protonotario apostolico. Morì in Baviera, a Monaco, nel 1604, mentre stava per essere nominato cardinale. Anch’egli fu arcivescovo di Zara, dove giunse nel 1596; nel 1598 gli fu affidato l’incarico di sistemare la complicata questione degli uscocchi, i temibili predoni dei mari dalmati, e su incarico di Clemente VIII si recò a Praga presso l’imperatore Rodolfo II; così nacque la Historia degli Uscochi da cui abbiamo tratto le pagine che seguono.
La sua opera fu proseguita dal famoso pensatore del dissenso, polemista e scienziato Paolo Sarpi (1552-1623), spauracchio della curia romana che ne temeva la libertà spirituale e ne osteggiò la nomina veneziana a vescovo di Caorle. Dal 1610 al 1618 Paolo Sarpi si dedicò alla stesura della sua opera maggiore (stampata a Londra nel 1619), la Historia del concilio tridentino, attorno alla quale si era creata un’attesa spasmodica in tutte le corti d’Europa. Essa mise in ombra la sua Aggiunta all’Historia degli Uscochi di Minuccio Minucci, che ci piace ripresentare qui di seguito.
Gli Uscochi sono gente Dalmatina dallo Stato d’un Principe o per delitti commessi, o per impazienza del giogo tirannico, fuggiti ai Dominj di Principe vicino, e ciò si dimostra dall’istessa voce scoco, che in latino si direbbe transfuga. Questo nome senza titolo però d’infamia, cominciò ad acquistar grido, non sono ancora cento anni, in quel tempo che l’armi Turchesche, essendosi distese per l’Ungheria, e per la Grecia, nella Bulgheria, nella Servia, e nella Rascia, travagliavano i confini della Croazia, e della Dalmazia: perché allora molti uomini valorosi non potendo viver sotto la tirannide Turchesca, ricordandosi di esser nati nella vera fede del Vangelo, partendo dal già soggiogato dai nemici, si ritiravano in qualche luogo forte de’ Cristiani, e di là spinti dal dolore delle cose perdute, dalla notizia dei passi, e dalle segrete intelligenze, sui parenti, ed amici, corseggiavano ogni giorno e portavano a’ Turchi molti danni. La prima, e più famosa piazza, che stringessero gli Uscochi, come più opportuna a questi loro furtivi assalti, fu quella di Clissa, fortezza posta sopra Spalatro poco discosto dall’antiche rovine di Salona in sito fortificato ove si apre un sentiero stretto, pel qual si cala dalle vicine montagne della Morlacchia verso il mare: ove portandosi diverse milizie, chi è padrone del luogo ne cava un dazio importante. Era allora Signor di Clissa Pietro Crosichio, come feudatario della Corona d’Ungheria, il quale fidandosi nella qualità del sito, che pareva inespugnabile, dava volentieri ricetto a gli Uscochi , giudicando incautamente di poter coll’opera loro render più sicure cose proprie, e forse dilatare i confini, e arricchire di spoglie. Ma gli successe tutto il contrario; perché, provocati i Turchi dai continui danni, voltarono il pensiero alla espugnazione di Clissa nell’anno 1537, al che forse non avrebbero aspirato mai per la difficoltà dell’impresa, se il Crosichio si fosse contentato di mantenere le cose sue senza stuzzicare il vescovo, come si dice, il che può servire di avvertimento ad altri piccioli Signori di non provocar l’ira del maggiore, confidandosi, o loro forze, o in appoggio d’altri potentati: perché simili speranze riescono per ordinario fallaci vedendo adunque il Crosichio la rovina, che gli veniva addosso, fu a tempo d’invocare, e ricevere gli ajuti di Papa Paolo Terzo, e di Ferdinando Imperadore, co’ quali essendosi posto a distruggere due forti, che si fabbricavano da’ nemici affine di strignere Clissa con assedio lungo, fu con improvviso assalto rotto da’ Turchi, ed ucciso: onde mostrando la sua testa a’ Clissani mise tanto spavento, che tosto risolvettero di arrendersi diffidando di potersi più mantenere.
Nell’assedio di Clissa , che durò più d’un anno, occorse un fatto memorabile, del quale non essendo stata fatta menzione da altri, non mi è paruto fuor di proposito il riferirlo in questo luogo: passò egli dunque in questa maniera. Nel campo di fuori si trovava un Turco nominato Bagora, di statura grande, e di forze tremende, il quale, come un nuovo Golia, sfidava ogni giorno quei di dentro a singolar battaglia, rimproverando loro la viltà, e la chiusura della muraglia: arrossivano i Cristiani di vergogna: ma ritenuti forse dalla prudenza del Capitano, e forse anche da ragionevol timore, non uscivano da’ ripari, quando un giovanetto nominato Milosso, il qual serviva al Crosichio di paggio, si fece innanzi al padrone dimandando il combattimento contro Bagora: ma ripreso come troppo audace, e disuguale a tanto nemico, soggiunse, ch’egli confidava in Dio di doverlo vincere, e se pur rimanesse perdente sarebbe poco danno, e poco disonore de’ Cristiani che un Turco di tanto credito fosse restato superiore ad un garzone: in somma questo era stato eletto da Dio, come un nuovo David contra Golia a domare la superbia orgogliosa di Bagora. Usci egli adunque accompagnato da divote orazioni de’ fedeli Cristiani, e con un colpo di scimitarra, che fu forse il primo, tagliò netta una gamba al nemico , il quale fermatosi nondimeno sulla coscia manca tutto rabbioso si andava girando, con tanta furia, che l’ardito giovane sebben gli saltellasse intorno per venire a fine della vittoria, non poteva però avvicinarsegli per far alcun colpo; ma aveva che far assai a schivar quelli dell’infuriato nemico, il quale ne menò uno con tanto empito, che, scansandolo il Cristiano coll’agilità della persona, non poté il Turco reggersi sulla gamba tronca, né sulla sana, cadde boccone e nel medesimo tempo gli cadde di mano la scimitarra, sebbene altri riferiscono, che la gettò via spontaneamente con dire a Milosso che lo feriva di lontano con sassi, che non lo volesse uccidere come cane, ma come uomo di guerra, e così coll’arma propria gli fu troncata la testa, la quale fu portata con allegri gridi dentro a Clissa: ma essendosi essa poco dappoi perduta, non poté esser lunga l’allegrezza di così nobil fatto. Venuta Clissa in mano de’ Turchi, restò loro libero il passo per far scorrerie in tutta la Dalmazia e Croazia senza impedimento, e si aprirono il primo adito nel Contado di Zara, essendosi loro in quei medesimi giorni renduto anche per tradimento Nadino Castello importante, posto nel bellico del medesimo territorio di Zara; ma gli Uscochi avanzati all’infelice battaglia si ricoverarono in Segna, città posta in un’intimo recesso del seno Flanatico, oggi detto corrottamente Quarnaro, o Carnaro dai monti di Carnia, che l’inquietano con tempeste continue, di riscontro all’isola di Veglia, giudicandola opportuna a’ disegni loro, per la fortezza del sito naturale ajutato anche assai coll’arte: perché per la via di terra rispetto a’ boschi e monti non vi si poteva accostare esercito, ne condurvi la cavalleria, non che le vettovaglie, e l’artiglieria; e per mare non vi era porto capace, né anche di poca armata, e il tenersi su quel canale era pericoloso eziandio in mezzo allo Stato pel vento di Borea, che vi soffia spessissimo, e che, per comune opinione (se ben par favola il dirlo), si può concitare a voglia de’ paesani con accendere un fuoco grande in certa cava della montagna: che per qualche segreto naturale riscaldando le vene della terra fa come di sdegno, o di mandar fuori per occulti meati furiose esalazioni, che causano in quegli angusti canali, vento impetuoso, e fortunevole. Era in quei tempi Segna de’ Conti Frangipani i quali nel contorno possedevano lungo Stato, ora ridotto in picciolissimo dominio per esser mancata ne’ posteri quella virtù Cavalleresca, la quale i maggiori avevano acquistata: i Turchi si lasciarono però intender di voler Segna, come appartenente al Regno di Ungheria, del quale pretendeva Solimano giusto titolo, come acquistato coll’armi, e colla ragione della guerra, tenendo già in sua mano la Città Reale del Regno: onde Ferdinando Imperadore, mosso da queste voci e dall’esempio fresco di Clissa, per non lasciare in mano di un debol Signore piazza così importante non solo alle cose sue, ma alla salute di tutta Italia, risolse con prudente consiglio di unirla alla Corona, acciò con maggiori forze, e più ordinate ella avesse a difendersi in occorrenza. Perciò gli Uscochi tanto più volentieri si ridussero in quel ricetto, condotti anche con onorati stipendi militari dall’Imperadore, perché essendo essi uomini feroci, ed usi non solo a camminare, ma anche a correre con piedi saldi per boschi, e per balze, pensò mediante l’opera loro di tener lontani i Turchi da tutti quei confini, e far disabitare la Lica, e la Corbavia, dalle quali provincie soprastavano i più vicini pericoli. Né gli riuscì allora male il disegno, mentre gli Uscochi attesero con gagliardi stratagemmi, con repentine sortite a battere il nemico, ma tosto cominciarono a convertire l’onorate imprese militari in latrocinj e rubamenti de’ Cristiani, onde si rendettero odiosi a tutti i vicini. Il medesimo Milosso, che sotto Clissa nell’ammazzamento di Bagora aveva acquistato tanto onore, corrotto in Segna col mal uso delle ingiuste depredazioni dappoi che era diventato uomo di maravigliosa fortezza di corpo, contaminò la sua fama, e finì poi la vita in Zara con un capestro. Gli altri valendosi della comodità del mare, e de’ recessi fallaci ne’ quali difficilmente potevano esser seguiti avevano introdotto 1’esercizio di alcune barche velocissime colle quali costeggiavano le marine, ed assicuravano le prede, che facevano in terra da qualunque improvvisa furia de’ Turchi, costumando di nascondere ne’ cespugli, ed anche di sommergerle sotto l’acqua per cavarle poi negli urgenti bisogni. Colle medesime barche assaltavano anche i Vascelli de’ mercanti, o dentro i porti, o in altri luoghi opportuni con insidie notturne, professando però da principio di non voler toccare né le robe, né le persone de’ Cristiani, ma solo de Giudei, e de’ Turchi, sebbene spesso trattavano tutti ugualmente: onde la navigazione veniva impedita, ed il commercio interrotto, ed in Costantinopoli sì facevano lamentazioni, e minacce contra i Veneziani, come quelli, ai quali per le condizioni della pace toccava di tenere netto il golfo Adriatico, e libera la navigazione per i Mercanti, e Sudditi Turcheschi, onde Solimano si lasciava intendere liberamente di voler mandar l’armata propria alla estirpazione degli Uscochi, ed assicurazione del Golfo; come i Successori suoi continuarono sempre nelle medesime protestazioni, dal che si vedeva poter derivare qualche gran rovina alla Cristianità, i quali pericoli mentre venivano dalla Repubblica rappresentati dal Papa, acciò colla sua autorità disponesse l’Imperadore al rimedio, ella ancora ne faceva per mezzo de’ suoi Ambasciatori continui uffizj alla Corte, e nel tempo medesimo or con Fuste, or con Galee, or con barche armate attendeva a perseguitare gli Uscochi per tutte le parti, e quanti se ne potevano aver in mano, tanti s’impiccavano, e per gastigo de’ delitti, e perché alla Porta restasse testificata la diligenza, della quale si procurava di mano in mano, che arrivasse conveniente e necessaria relazione, acciò si vedesse, che da quella Repubblica si osservavano gli accordi.
Intanto gli uffizj, che si facevano in Corte Cesarea producevano essi ancora qualche effetto, qualche rimedio, che moderava per alcun tempo l’insolenza de’ ladri, e la reprimeva per qualche giorno, ma non la frenava durevolmente, e per sempre; perciocché tosto ritornavano le faccende allo stato di prima, massime che i Principi d’Austria, occupati in altre varie spese, non pagavano ai debiti tempi i promessi stipendi, e la gente cacciata dalla necessità procurava di vivere colle prede.
I Capitani, che erano al governo di Segna; parte non giudicavano di dover impedirsi, perché non davano loro il soldo, parte non volevano, perché arricchivano ancor essi colla participazione delle prede. Avevano anche gli Uscochi così nella Corte di Gratz, ove per la vicinanza si trattavano i loro affari; come in quella di Cesare, molti fautori: alcuni dei quali si muovevano da certa poca buona disposizione verso il nome Veneto; altri era fama, che fossero dai medesimi ladri corrotti con ricchi doni; onde non restava speranza di estirpare questa mala sentenza, e di metter fine a tante miserie se non nell’armi, e quelle riuscivano di poco frutto per diverse ragioni; prima per la qualità del paese pieno di scogli, d’isolette, di porti e di nascondigli, il quale per ciò in tutte le età è stato nido de’ Corsari, della qual comodità si valevano gli Uscochi, usando barchette, velocissime minori delle Venete, colle quali se si sentivano dar la carica, o si riducevano tosto in luoghi, ove non potevano arrivare le barche maggiori, o davano in terra, ed essendo essi destrissimi, e gagliardi saltavano per gli asprissimi, e sassosi scogli della Dalmazia come tante capre, né vi era chi potesse tener loro dietro.
Erano oltre di ciò favoriti da alcuni mal contenti Sudditi Veneziani, co’ quali avevano particolar parentela, e fratellanza giurata, e si guardavano di non far loro danno, o molestia alcuna, anzi spesso gl’invitavano a parte di qualche preda, quando erano per assaltar alcuni Vascelli di Mercanti. Così avevano sempre fidate spie, e sicuri avvisi con segreti contrassegni di fuochi , e di fumi per sapere ove si trovavano i loro persecutori, e come dovevano guardarsi; oltre che valendosi i Veneziani delle barche armate degli Schiavoni , o Croati non erano ben serviti, perché questi portavano rispetto agli Uscochi, o per le amicizie, o parentele, o per essere della medesima nazione, o per tema, che non fossero vendicati i piccioli mali, che loro facessero colla uccisione dei parenti, colle rovine, e cogli incendj delle case, e questo terrore spargevano i ladri a loro vantaggio. Ma un’altra ragione più importante rendeva varia la diligenza, e le spese de’ Signori Veneziani, perché per molti Uscochi, che si facevano morire, non si diminuiva però il numero loro; poi che questa era come la testa dell’Idra che troncata rinasceva, e moltiplicava dal sangue, e ciò avveniva così perché già in Segna cominciava a concorrere diversa sorta di gente di mal affare che tutta passava poi sotto nome d’Uscochi; e già s’era divisa in due ordini, uno di stipendiati, e l’altro di venturieri, e questi non solo erano sudditi turcheschi, ma di quelli anche del dominio Veneto, o fugitivi delle Galee, o che temendo il meritato gastigo dei lor delitti, si ritiravano a quell’asilo, o che pur spontaneamente vi si conducevano per mala natura, o per desiderio di rubare, per le quali cagioni ne concorrevano tanti, che non bastava Segna a capirli, ma s’andavano anche spargendo per le vicine Castella di Octossaz, di Moschenizze, di Bunizza, di Brigne, e d’alcuni altri luoghi, da’ quali erano poi convocati quando s’aveva a far qualche sortita per terra, o per mare, e qualunque volte accadeva la morte di uno di questi masnadieri di qualunque condizione egli si fosse, il quale avesse moglie, la vedova, o per legge, o per costume subito si rimaritava ad un altro del medesimo ordine il quale sottentrava senz’altro così al reggimento della donna, e de’ figliuoli, come al dominio delle sostanze, e l’arte del rubare era ormai fatta tanto comune, che anche i medesimi Cittadini di Segna soliti prima a viver modestamente, o di giuste fatiche, cominciavano ad adescarsi nel mestiere, ed alcuni, che si riputavano pur a vergogna di mescolarsi co’ malandrini, usavano di tener in casa qualche servitore, che, uscendo cogli altri alla busca, riportasse al Padrone la parte della preda, ed altri provvedevano di vettovaglia ed altre cose necessarie, con patto poi di aver la parte dei bottini; così tutti s’interessavano, e le donne use a sguazzare, ed a vestir scarlatto e seta, senza rimaneggiar conocchie o fusi, erano perpetuo stimolo a’ mariti d’uscire alla ruberia, e rimproverando loro l’ozio, ed i bisogni della casa.
Tutto questo numero non ascendeva però mai oltre i 500 ai 600 nomini, i quali quando uscivano a scorrerie di terra è incredibile a dire con quanti rischi, e quanta furia assaltavano i turchi, or nei mercati, or nelle nozze, or nella campagna, or nelle proprie case, onde conducevano sempre molti prigioni, e gran numero di animali grossi, e minuti con qualche cavallo, che poca altra preda si trovava presso a gente misera, e tiranneggiata, colle quali scorrerie restò in pochi anni disertata la Lica, e la Corbavia, riducendosi gli abitatori in alcuni luoghi muniti, né coltivando se non i terreni contigui, assicurati da opportune sentinelle, che scoprendo qualche truppa di nemici potevano darne l’avviso tanto in tempo, che la gente aveva spazio di ritirarsi cogli animali dentro alle sue difese; colla qual diligenza si rendettero agli Uscochi più scarse, e più difficili le prede, che spesso loro costavano molto care, massime essendosi anche introdotto dai Turchi, per assicurarsi da simili scorrerie, una milizia, che chiamavano de’ Martelossi, scellerata, barbara, anche sopra l’ordine de’ medesimi Uscochi. Questi si servivano delle proprie case de’ Cristiani serventi, o sudditi de’ medesimi Turchi, ed alle case nelle quali era descritto un uomo di quella classe si concedevano certi privilegj, oltre la licenza, che aveano di vivere di quel d’altri spogliando amici, e nemici con abbominevoli assassinamenti, poiché andavano a truppe circondando il paese, e se trovavano Cristiani li facevano schiavi, e li trasportavano a vendere ai Turchi in parti lontane, e se potevano dar di mano a’ Turchi ne facevano la medesima mercanzia, ed i medesimi strazj. Per questo essendo molto difficoltose agli Uscochi le scorrerie di terra si voltavano più volentieri verso il mare, ove sotto pretesto di danneggiar Turchi ed Ebrei facevano come falce d’ogni erba fascio, portarono però lungo tempo molto rispetto all’Isole, ed ai popoli di Dalmazia per conservarsi la benevolenza e la parzialità, che servivano spesso per ricetto, per indirizzo d’avviso, per guardarsi da pericoli, e di qualche soccorso per la fame, però usavano di non togliere, o dall’Isole, o dalle barche de’ Dalmatini, se non in qualche necessità pane, vino, o carne pagando la roba or bene, or male, conforme alla comodità, che si ritrovavano per li freschi bottini, i quali erano assai frequenti, e ricchi per la moltitudine dei Vascelli, che di Levante per Venezia, e di Venezia per Levante passavano ogni giorno pel Golfo Adriatico.
Ma anche questa preda cominciò a venir meno, quando la Repubblica risolvette, prima, che i Vascelli più importanti si assicurassero colla scorta di Galee di mandare innanzi, ed in dietro una Galea di mercanzia alla scala di Spalatro, sulla quale si caricavamo le merci, e tutte le persone de’ Giudei, e de’ Turchi, e questa medesima veniva anche ne’ tempi di maggior bisogno accompagnata per più certa sicurezza da una, e più Galee. Aggiuntasi questa difficoltà di più, crebbe insieme la fame, e la rabbia degli Uscochi, onde cominciarono malamente anche con quelli, ai quali per innanzi avevano portato qualche rispetto, e come i topi nella gran fame s’arrischiano di roder il cacio dentro trappola, così s’esponevano di pura necessità ad ogni evidente morte; però urtavano spesso nei capestri, e nelle catene.
In questi tempi l’isole di Veglia, d’Arbe, di Pago, cogli scogli di Zara patirono tanti danni, che ne seguì poco meno, che la desolazione, molte Ville si abbandonarono, i greggi, e gli armenti, che erano numerosi si dispersero, e le genti per disperazione stavano per abbandonar il paese, quelli, che erano atti alle armi ed alle fatiche corsero tanto più prontamente ad ascriversi su le barche lunghe, che sino al numero di trenta s’andavano armando dalla Repubblica, come più atte d’ogni altro vascello a seguitar i ladroni per i stretti canali per le spiagge di poco fondo, colle quali si veniva anche a metter gli Uscochi in maggior disperazione, ai quali in Segna non si pagavano gli stipendj dalla Corte Cesarea, anzi di là procuravano di addossar qualche carico all’Arciduca di Gratz per esser Segna Frontiera particolare de’ suoi Stati, sebben appartenenza del Regno d’Ungheria e dall’altro canto il paese non dava comodità alcuna di agricoltura o di altra industria, le scorrerie di terra riuscivano di molto pericolo, e di poco frutto, e quelle di mare per le cause accennate conducevano beni spesso alla forca, e non sempre alla preda, onde di pura rabbia gli Uscochi non potendo saziar la fame col cibo, la sfogavano col sangue, e colle uccisioni piene di crudeltà. Da tutte queste inscienze gli Uscochi oltre il danno, che ricevevano i Sudditi della Serenissima Repubblica, e le continue lamentazioni, che portavano a Venezia essi ed i Mercanti, che spesso erano svaligiati, venivano ad irritar maggiormente (come sì e già detto) i Turchi, onde il gran Signore, ed i Bassa ne facevano in Costantinopoli continui risentimenti con protestazioni, che non provvedendovi la Repubblica essi vi provvederebbono da sé stessi. I Veneziani all’incontro procedendo colla solita loro propria prudenza, oltre la sollecitudine, che usavano sempre maggiore di perseguitar i ladri e gastigarli, facevano anche continui uffizj coll’Imperadore, che non tollerasse ne’ suoi Stati una tanta ingiustizia: né permettesse contra quello, che apparteneva alla dignità sua, ed alla perpetua fama dell’integrità della Casa d’Austria, che negli Stati suoi si desse ricetto ad Uomini scelleratissimi, ed a pubblici corsari, congiungevano gli uffizj a questo medesimo fine i Papi mossi parte dal pubblico servizio della Cristianità, e dal pericolo di qualche guerra tra Principi fedeli, vedendosi bene, che a lungo andare non avrebbono potuto i Veneziani star saldi a tanta ingiuria, parte anche spinti da proprj interessi loro, perché né anche si portava rispetto a’ Mercanti d’Ancona, e d’altre Città della Marca, e della Romagna, e veniva ad impedirsi il commercio, e il traffico con danno delle gabelle, e con rovina de’ Sudditi. Le quali ragioni movevano anche i Re di Spagna a concorrere nel medesimno desiderio, e nelle medesime istanze per quello, che pativano gli abitanti del Regno di Napoli soliti a portar vini, grani, mandorle, e altre preziose merci a Venezia, le quali medesimamente erano mal sicure dalla rapacità di questa canaglia; oltre che il Re stimava sua vergogna grande, che il mondo vedesse esser ricettati ed assicurati negli Stati di Casa d’Austria i pubblici ladroni, ora mai infami per le loro inscienze in tutta Europa, e fuori d’Europa.
Ma un altro detrimento considerabile muoveva il papa, come il Re Cattolico, a desiderare che fosse messo freno a tante ruberie, perché impiegandosi le Galee veneziane nella persecuzione di questi ribaldi, non potevamo esse ai tempi debiti (come erano solite) scorrere le marine pontificie, e regie per assicurarle dai corsari, i quali fatti perciò più arditi volavano ciascun anno di Barbaria, e di Grecia nella stagione delle fiere, e ne riportavano sempre ricchissime prede, con numero grande di schiavi, quasi a mano salva, non potendosi tener netti quei mari, con altri Vascelli, parte per non essere frequentati i porti, parte anche per l’antico Dominio sempre lasciato libero a’ Veneziani, che tutto il golfo, sotto il qual nome si comprende quello spazio di mare, che si rinchiude tra Otranto, e la Vallona, scorrendo verso Ponente sino a Venezia. Tutte queste considerazioni, ed interessi rappresentati a Cesare con tanta autorità della Sede Apostolica, e della Corona di Spagna, non facevano altro effetto, che di speciose promesse, ed apparente indignazione, dichiarandosi di volervi provvedere in ogni modo, ma nel segreto si vedeva, che ai Ministri corrotti piaceva il disturbo che si dava ai Veneziani, e forse più la parte, che loro perveniva delle prede. Si mandarono però alcune volte a questo effetto Commissarj a Segna con ordine di regolare quella milizia, o masnada de’ ladroni, se n’impiccò tal volta qualcuno, forse de’ meno colpevoli, si restituirono alcuni Vascelli, ed alcun merci di minor prezzo, si diedero ordini divulgati al Capitano di Segna di non lasciar uscire gli Uscochi per mare, e di non ricettarli dopo le ruberie, dopo i quali rimedj si procedeva per alcuni mesi con qualche maggior modestia, ma indi a poco, come avessero a rifarsi del tempo perduto, si faceva peggio, che prima. E se ben arrivando i malandrini con qualche grossa preda, il Capitano per mostrarsi esecutore degli ordini tal volta usò di chiuder loro le porte in faccia, e di sparar anche loro l’artiglieria contra (ma senza danno però) mostrando di non ammetterli, acciò che di tal sua risoluzione n’andasse l’avviso all’isole venete, e da quelle poi all’armata, ed a Venezia, nondimeno di notte s’introducevano gli uomini, e le prede, la maggior parte delle quali era del Capitano, ed i predatori ne riportavano lode, e ciò che bastava a trionfare colle sue famiglie per alcuni pochi giorni, dopo i quali conveniva trionfare alla busca, o morire di fame, perché tanto contribuivano i meschini in saziare l’ingordigia del loro Capitano, e di qualche altro, che comandava al Capitano, ed in mantenersi i favori di alcuni Ministri nella Corte Cesarea, e dell’Arciduca di Gratz (che doveano esser di quelli, i quali per mancamento di fede si curavano poco della Bolla di Coena Domini; o d’altre censure) che picciola parte ne rimaneva loro, come si può argomentar facilmente dalla povertà, e miseria colla quale sono sempre vissuti, né mai si è inteso, che alcuno sia divenuto ricco, anzi: si è sentito dir d’un Uscoco vecchio storpiato, che stando sempre a giacere in letto destituito da ogni ajuto, confessava di essersi ritrovato ne’ suoi dì a tante prede, che le porzioni toccate a lui per certi conti tenuti così di grosso passavano ottantamila ducati, nondimeno era miserabile, e mendico, così permettendo la divina giustizia.
E fu detto più volte, che alcuni Mercanti svaligiati, essendo ricorsi alle Corti Austriache per lamentarsi, e per ottenere qualche reintegrazione de’ loro danni; avevano riconosciute intorno alle mogli de’ principali Ministri i giojelli, ed altre cose preziose tolte loro. Così i Principi ottimi, e d’integrità, e giustizia incomparabile vengono spesso ingannati da mali consigli, abusando della bontà, e clemenza loro, con denigrazione della fama; e nel mondo si celebra per gran gloria della Casa d’Austria, che dominando già trecento e più anni così lungo Impero, e così potenti Regimi, abbia però rarissime volte, o non mai gastigato per qualunque fatto ministro alcuno, o nella vita, o nella roba mal acquistata, ma forse meritano maggior nome di prudenza, quelli, che siccome sono liberali nel premiare i meritevoli cosi gastigano con severità i mancatori, né sarà alcuno, che possa biasimar Rodolfo Imperadore della sentenza, che fece contra Giorgio Popel per nobiltà, e ricchezza tra’ principali Cavalieri di Boemia, se furono vere le colpe sue, privandolo della libertà, e della facoltà: più tosto si poteva desiderare, che al medesimo rigore arrivasse la giustizia contra altri due ministri, che ultimamente si scacciarono di Corte, i quali forse presso alla Maestà Cesarea furono autori di più dannosi consigli: non si è però anche pubblicato, se essi sieno veramente stati anche fomentatori de’ rubamenti degli Uscochi, ma se un giorno si pubblicheranno i processi, che si intende esser stati fatti dai Generali Veneti, cavando da diversi constituti di rei condannati a morte i nomi de’ loro particolari fautori, e con quali, e con quanti presenti se li tenessero amici, forse si scopriranno cose che daranno cagione di arrossire a molti, ed apriranno maggior lume ai Principi di conoscere le fraudi, colle quali è stata per tanti anni tradita la fama, ed il servizio loro. Sono tre sorte d’Uscochi in Segna così distinti, e nominati nella Corte arciducale; Stipendiati, Casalini, e Venturieri. Casalini sono’quelli, che, nativi o già abituati nella città, hanno da più successioni fermo domicilio in quella, i quali anche si chiamano cittadini, e sono al numero di cento. Altri duecento sono con titolo, e nome piuttosto, che in realtà di stipendiati, divisi in quattro compagnie a cinquanta per ciascuna con quattro capitani da loro chiamati Vaivodi. Ma oltre questi quattro vi sono altri capi d’Uscochi, col qual nome sono chiamati tutti quelli, che hanno il modo d’armar barche per andar in corso. A questi aderiscono, e sono compartiti, come in comitive, i vagabondi, e quelli che nuovamente partiti di Turchia, o banditi di Dalmazia, o di Puglia, non hanno fermo domicilio in Segna, e tutti si chiamano Venturieri, e stannò all’ubbidienza di quei capi, mentre sono applicati alle barche, colle quali vanno ora in poco, ora in maggior numero rubando, e predando sopra i vicini. Le ordinarie barche degli Uscochi sono capaci di trenta per una. Alle volte ne hanno fabbricata alcuna maggiore, capace sino di cinquanta come quest’anno in Fiume. Fanno più fiate all’anno, se non sono impediti, uscita generale, ma due sono più ordinarie, per pasqua, e per natale, aggregandosi loro anche quelli, che sono sparsi nelle terre di Vinadol, ed allora quei di Segna vuotano così la città, che resta custodita da pochissimi vecchi, infermi, dalle donne, e da’ fanciulli. Per le spese nelle spedizioni generali contribuiscono i Vaivodi, i soldati ricchi, anzi le donne ricche ancora, le vedove, ed i preti, e frati, facendo la loro parte delle spese, e partecipando parimente la parte de’ bottini. E cosa notoria, che in ultimi anni le loro uscite sono state con quindici in venti barche al più, in modo che il numero, il quale ora è maggiore, ora è minore, secondo che i venturieri più, e meno concorrono, più quando il mare è aperto, meno quando è chiuso, e serrato, è di seicento in settecento uomini da fazione; ma volendo metter in conto i vecchi, fanciulli, e donne, si potrà dire che ascendano a duemila. Il numero crebbe quando si congiunsero con loro i Carampotani, altra gente uscita di Turchia. Crescerebbono senza dubbio giornalmente, se il corso non fosse loro conteso, ed impedito, perché molti Morlacchi, allettati dalla dolcezza del vivere di quello negli altri, si adunerebbono con loro, e può ben ciascuno pensare, se accresciuti di numero farebbono danni maggiori. I Veneziani sono stati costretti a perseguitarli, non tanto per li grandi, e frequenti danni inferti da loro; così a’ naviganti in mare, come a sudditi loro in terra, quanto per li maggiori imminenti, che avrebbono inferito, quando, tollerata quella licenza, fossero cresciuti a numero spaventevole, come sarebbono e non v’ha dubbio, che quando la Repubblica non avesse rimediato giornalmente, come ha fatto ristringendoli, ed incomodandoli, le forze loro si sarebbono fatte stimabili, i Turchi sarebbono stati costretti a rimediarvi davvero, e per sempre, come sogliono fare, quando risolvono; e siccome i ladronecci, e le incursioni, che questa sorta di gente usava già ottant’anni, abitando in maggior numero nella Lieca, sotto il conte Pietro Crusich vecchio, furono causa che la Licca, e la Corbavia fossero occupate da’ Turchi, e questa medesima causa fece perdere Clissa al conte Pietro Crusich giovine; così a quest’istesso fine sarebbono ormai giunti i Contadi di Segna, Vinadol, e Fiume ancora, se la Repubblica non si fosse colle forze opposta al libero corso degli Uscochi: il che sebben da lei è stato fatto per difesa delle cose proprie, e nondimeno seguita da questo la consensazione di quei contadi alla casa d’Austria, che da’ Turchi senza dubbio sarebbono stati occupati. Sa ognuno, che per causa degli Uscochi fu mossa da’ Turchi la guerra nel 1592 che durò quattordici anni, nella quale oltre la perdita d’innumerabili soldati Cristiani, la cristianità con tanto detrimento restava privata d’Agria con gran parte dell’Ungheria superiore, e di Canissa col meglio della Croazia, e questi sono i benefizj che dagli Uscochi riceve.
Hanno assai leggiera cognizione di quel paese, e di quella gente quelli, che dicono essere valorosa, a tener a freno i Turchi, e custodire quelle marine, che senza loro si perderebbono, non essendo vero, che mai dopo il 1540 abbiano tentato di far incursione nel paese turco, né depredare le loro terre ovvero combattere con loro ai confini del contado di Segna, dove i Turchi si guardano, ma contro di loro sono sempre andati passando furtivamente pel mare, e per i territorj Veneti, ai confini dei quali non comportandosi scorrerie né dall’una, né dall’altra parte, gli abitanti stanno per l’ordinario non custoditi. Se hanno così gran desiderio, che sieno predati, e provocati i Turchi, hanno comodo di farlo a’ loro proprj confini, e non debbono passare pel paese del vicino con pericolo, e danno dell’amico contro ogni legge divina ed umana, servendosi del territorio di quello con detrimento di lui, avendo il proprio, ed i propri confini, per dove più da vicino possono fare lo stesso. Ma gli Uscochi non sono buoni di far impresa senza soperchieria, né per altro fine, che per assassinare, ed i ministri arciducali non riceverebbono benefizio alcuno, se combattessero i loro confini, dove troverebbono la resistenza, e non comodo di rubare. Il valore degli Uscochi è insidiare i deboli, uccidere, e spogliare chi non si difende. Non si potrà mostrar mai un’azione fatta in campagna da loro, né come mai abbiano difeso un luogo assalito ognun sa con qual vigliaccheria voltarono le spalle nell’assalto di Petrina, o qual danno causò nell’esercito cristiano la lor infame foga. Non potrà alcun dire, che abbiano mai fatto una scaramuccia; non sanno che cosa sia scaramucciare; se sono molto superiori, danno la caccia, o se non superano di molto, la ricevono: mai non hanno impedita una incursione de’ Turchi; anzi è cosa meritevole da essere saputa, che molte volte i Turchi hanno fatte delle scorrerie sino a Segna, e fatti de’ prigioni a vista della città, e sempre in tempo, che gli Uscochi erano fuori alle prede, avendo i Turchi a bello studio elette sempre tali occasioni, che averebbono dovuto indurre i governatori di quella città a ritenere la guardia dentro, e levare l’opportunità a’ Turchi di scorrere senza rispetto, quando loro fosse stata più cara la difesa del paese, che la porzione delle roberie. Ma i loro protettori quando trattano con persone informate, dicono che gli Uscochi di Segna sono un propugnacolo della Cristianità, che difende la Carintia, l’Istria e l’Italia ancora dai Turchi, sebben la verità è in contrario, non facendo essi se nomi tirare i Turchi in queste regioni i quali molte volte sono corsi fino a Gorbonich, né possono esser impediti, che non corrano anche nella Clana e Piuca, e più oltre ancora che da Segna possa esser loro impedito. Ma restano i Turchi per i pericoli nel ritirarsi, essendo assaliti dall’unione che in quelle occasioni fanno le genti di Carlistot ed altri Croati del paese, da’ quali alle volte sono stati rotti con grande uccisione, né gli Uscochi si sono mai trovati a questi fatti, occupati solo nelle rapine, in modo che senza gli Uscochi il paese è ben custodito, e da loro non si ha altro che provocazioni. Ciò è raccontato affine di mostrare che per difendere quei luoghi a servizio della Cristianità non vi è bisogno di loro, anzi difficultano essi la difesa, sebbene i fautori loro, come se ci raccontassero favole d’India, dicono ch’essi disertano per sei giornate di paese turco, che da quegli infedeli non può essere abitato, che quando essi non fossero, i Turchi abiterebbono quei terreni, e fatti più vicini si darebbono alle incursioni: però il mendacio non è facile da sostentare in cose per rimanenti e vicine, che si possono ogni giorno vedere. La Licca e la Corbavia regioni de’ Turchi a quei confini sono piene ed abitatissime. Da Ottosaz ultima terra appartenente al Regno d’Ungheria, e lungi quaranta miglia da Segna ad entrar in Corbavia, nell’abitato dai Turchi sono dieci miglia, e quelle poche miglia sono delle appartenenze d’Ottosaz, e non gli Uscochi le rendono inabitabili ai Turchi, ma i Turchi ai Cristiani, ai confini de’ quali appartengono; che il proprio de’ Turchi e tutto abitato, e pur mai gli Uscochi non hanno ardito d’entrare da quella parte in quello de’ Turchi, ovvero far abitare il proprio confine, non che far i Turchi danno, salvo che passando pel territorio Veneto, che non vogliono urtare se non disarmati. Viene rappresentata per cosa presente, quella che una volta avvenne innanzi il 1540 nel tempo che gli Uscochi professavano la milizia non i ladronecci, quando per tre anni diedero molta molestia ai Turchi confinanti, ma convertita la virtù in vizio, hanno poscia sostenuto, e sostengono al presente gli stessi incomodi dai Turchi, ch’essi inferivano loro, quando professavano d’essere soldati, e non ladroni. Il corso da loro è stato esercitato con qualche prosperità, non per valore, ma per la comodità di tante isole, scogli e porti solitarj, de’ quali abbonda quel mare, opportuni a tender insidie, nel che solamente gli Uscochi vagliono. Ed il solo considerare le armi che portano, farà certezza che non sono soldati, né abili per combattere. Nessuno di loro porta sorta alcuna d’armi difensive, non morione o celata, non arme in asta; portano solamente un archibuso a ruota ben picciolo, debole e leggiero, come bisogna a chi confida più nei piedi che nelle mani, ed una picciola mannaja. Alcuni di loro hanno di più uno stiletto, tutte armi siccome proprie per la professione del rubare così inette alla milizia, e per difendere ne’ presidj, e per offendere in campagna.