Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 1
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Trascrizione di Beatrice Occhionero de Carli
Note a cura di Ottavio de Carli e Beatrice Occhionero de Carli
N. B. Per la trascrizione si è utilizzato il testo della prima edizione del 1615. La seconda edizione del 1628 è sostanzialmente identica alla prima, salvo minime differenze per lo più di ordine grafico. Nel secondo libro essa aggiunge però per intero i testi delle orazioni latine indicate dal Pesenti. Sono queste, evidentemente, le “nove Stelle” orgogliosamente annunciate dall’editore Fontana nella prefazione all’edizione. Abbiamo ritenuto di inserirle in nota ma non nel testo, non solo perché ne appesantirebbero inutilmente la lettura, ma anche perché sono frutto di un’arbitraria interpolazione non prevista dall’autore.
Un ringraziamento particolare all’indimenticato Gian Paolo che aveva intrapreso l’iniziativa di questo lavoro, e a Immacolata Agliardi Lancellotti, ad Alessio e Aiardo Agliardi, che ne hanno attivamente sostenuto il proseguimento. Senza di loro questo libro non sarebbe sicuramente giunto a buon fine, e non avremmo passato indimenticabili settimane immersi in un affascinante e misterioso Oriente seicentesco, alle prese con pirati barbareschi, predoni del deserto, antiche rovine cristiane e mistiche orazioni latine.
Hauendo da molti Reverendi Padri Predicatori più volte sentito nelle Prediche loro far mentione de’ luoghi santissimi, ove il nostro Sig. Giesu Christo s’incarnò, visse & patì per la redentione del genere humano; havendo anco letto in diversi libri i tanti miracoli ivi fatti, entrai in grandissimo desiderio di visitar quei siti, che N. Sig, nel corso di sua vita habitò, &: calcò co le sue pretiose piante, ove radunò gli Apostoli, predicò, & seminò la dottrina Evangelica; e facendomisi sempre col tempo più ardente il desiderio, alla fine deposto ogni altro pensiero, risolsi far ogni mio potere per arrivar a sì bramato termine.
Correndo dunque la stagione, che più riscalda scrissi ad un mio caro amico in Vinegia (luogo dei più commodi per far tal viaggio) che mi facesse gratia ricercare, se ivi fosse Nave, che caricasse verso l’Isola di Cipro, & per levante; aggiungendovi che l’animo mio era di passar in Terra santa. Hebbi dall’amico felice risposta, cioè, che al principio di Settembre doveasi partire una Nave, chiamata Barca longa, & che era uno de’ migliori Vaselli, che hoggidì solchino questo Mare, & si apparecchiava per andar all’ultima Scala di Levante, ove ancora disegnava andar la Famiglia de’ Rev. Padri Zoccolanti [1], che ogni tre anni si mutano in Terra santa.
Ricevuta la buona nuova, rescrissi, che mi dovesse andar avisando di ciò che succedeva come sempre egli fece. Et approssimandosi il tempo, havute lettere, come senza alcun fallo la Nave partiva a mezzo Settembrino risolutissimo, senza farne con alcuno parola, partitomi da Bergamo il quarto giorno di Settembrio 1612, arrivai a Vinegia il giorno santissimo della Natività della Gloriosa Vergine Maria [2] .
Il giorno seguente ritrovato l’amico, cui prima havea scritto, andai con lui a San Francesco della Vigna, Convento delli Reverendi Padri Zoccolanti, e doppo ritrovato il Rever. P. Grisostomo Capranica Commissario, & Visitatore Apostolico di Terra santa, il quale dovea condurre la Famiglia nuova in dette parti, havuta audienza, narrai a lui, come ero desiderosissimo di far quel Santissimo Pellegrinaggio, & bramoso d’andare con sì grata, e santa compagnia, & come mi sarebbe carissimo haver da sua P. Reverendo ammaestramento, come mi havessi a governare nel far le provigioni a ciò bisognose.
Egli havendomi benignamente ascoltato, rispose haver molto a caro la mia andata, & che la provigione era, che prima facessi la dovuta confessione de’ peccati, & ricevessi il Santissimo Sacramento dell’Eucharistia: poi, ch’io andassi dall’Illustrissimo Legato di Sua Santità, qual stà vicino al detto Convento, per haver la licenza Apostolica, non potendo alcuno far tal Pellegrinaggio sotto pena della scomunica, senza detta licenza: & havuta questa, ch’io dovessi poi ritrovare il Padrone della Nave, con lui accordarmi per il nollo, indi far la mia provigione per il vivere, e sopra il tutto farla grande, & copiosa de danari, & anco procurar qualche lettere per quelle parti di raccomandatione, acciò nascendo qualche cattivo incontro, ò malattia, sapessi ove ricorrere. Così egli, conchiudendo gli avvertimenti suoi con offerta piena di religiosa charità, che sempre che fussi in quella compagnia, ad ogni suo potere sarebbemi stato favorevole. Io reso a lui gratie infinite del tutto, ridussimi al mio alloggiamento.
Et doppo speso qualche tempo in una dolorosa discussione della mia conscienza, il seguente giorno ritornai al Convento, e ritrovato un R. Padre molto divoto, m’accusai de’ miei errori col maggior pentimento, che dalla divina gratia mi fù concesso: n’hebbi l’assolutione, e uditi i divini Uffici ricevei anco il Santissimo Sacramento della Eucharistia.
Il che fatto, andai dall’Illustrissimo Legato, e addimandata la licenza per poter far il Santissimo Pellegrinaggio, havendomi prima ricercato della causa, che a questo m’induceva; e interrogatomi qual io fussi, e di che patria, brevemente gli risposi, che mi era mosso per mia divotione, e gli dichiarai il mio stato, la conditione, e la patria. Egli subito benignamente mi fece fare detta licenza, e sottoscritta di sua mano, la mi diede, con essortazioni a far il tutto con vera divotione: e io ringratiatolo me ne ritornai al mio albergo.
La mattina seguente andai alla Piazza di S. Marco, e dimandato a certi marinari, che m’insegnassero il Padrone, overo lo Scrivano [3] della Barca longa, se lo conoscevano, da uno di loro mi furono mostrati ambiduoi. Io, salutatogli, e richiesti se mi volevano levare sopra la Nave, e condurmi in Levante, n’hebbi risposta, che volontieri l’havrebbono fatto: e che andassi in calle delle Segurtà, che m’haveriano notato, e fatto il bolettino, acciò andando ad ogni mio piacere al Porto di Malamocco, ove era la Nave, fussi accettato [4]. Il tutto subito feci, e pagato allo Scrivano dieci ducatti [5] per tutto il detto nollo, n’hebbi il mandato di poter andare quando mi fusse piacciuto. Ricercai poi il Padrone, se mi voleva far le spese per il viaggio alla sua tavola [6], come è il consueto; egli mi rispose, che se fossimo stati otto, overo sei persone, lo farebbe volontieri; ma che per una persona sola non li tornava a conto. Si che mi risolsi far la provigione da me solo; & essendo meco un mio amico molto prattico mi diedi a incominciarla, e dietro all’aviso d’una lista di quello che faceva bisogno, pigliai una cassa assai grande, che mi servisse per mettervi le provigioni, & porvi la notte sopra lo strapontino per dormire: comperai doi scudi [7] di buonissimo biscotto, un barile di dieci secchie di vino di Montefalcone, per esser di più durata per mare d’ogni altra sorte, Cascio, Ova, salati di varia sorte, lingue, carne salata, armandole, uva passa, varietà di confettioni, & zuccari; ma di questi non molto, perche il Mare gli guasta, & uno Strapontino, & capezzale tanto grande, che copriva la cassa, & quel giorno attesi a metter tutte queste cose all’ordine.
Il giorno seguente andai a visitare alcuni mercanti miei amici, i quali havevano traffico, & mercantie in quelle parti, & detto loro il viaggio, ch’io era per fare, & il bisogno, ch’io havevo di lettere di raccomandatione in quei paesi, per haver danari, ò favori nelle necessità, & occorrenze, i quali ritrovai prontissimi, sì che mi fecero lettere per Cipro, per Aleppo, & per il Cairo a diversi mercanti, rendendomi a tutti molto raccomandato, con ordine, che facendomi bisogno danari, me ne dovessero servire della quantità, che a me pareva, con pigliarne da me le solite di cambio.
Così ritrovandomi del tutto all’ordine, postomi un vestimento di panno berettino dell’istesso, che portano i Frati, cioè Calze e Giuppone, & una veste, quasi alla fratesca, col ferraiuolo, & capello, consegnai tutte le altre robbe in casa d’un’amico, & solo portai alcune camiscie, & fazzoletti, per potermi riguardar dalle miserie, che sogliono abondar sopra le navi.
Dunque il giorno seguente posto il tutto in una gondola tornai al porto di Malamocco, ove ritrovata la nave, che si andava mettendo all’ordine, essendo di già quasi carica, & molti dei passagieri imbarcati, salitovi & dato il bolettino allo Scrivanello fui accettato con bon viso con le mie robbe. Queste fece egli riponere, & a me diede luogo sotto prima coperta, appresso ad un pezzo d’artegliaria, verso le bocche porte di prora, che molto mi fu commodo, & grato, per haver qualche respiro d’aria, si dalle bocche porte, come dalla fenestra dove usciva la canna della artegliaria.
Così in spatio di pochissimi giorni ridottovi il restante de passagieri, & i Rev. Padri, alli 18 Settembre 1612, soffiando verso sera un poco di buon vento, venuto l’Armiraglio con alcune Barche per rimburchiar ne fuori del porto, serpate le ancore, fatto vela [8] del Trinchetto di gabbia, & attaccate le Barche, a laude d’Iddio, & della Vergine Santissima si tirassimo fuori del porto, & spirando assai fresco vento da Maestro, si spiegarno quasi tutte le vele: ma perchè mancava ancora lo Scrivano, & certi altri di nave, bisognò star tutta la notte sopra porto con le volte.
La mattina seguente vennero tutti con una Barcha, & montati si drizzò la nave al suo viaggio, laudando lieti tutti noi, & ringraziando il grande Iddio del buon principio, e pregando, che ne prosperasse. Cresceva il vento, & faceva assai moto, la onde molti de Frati, & de passaggieri non avezzi al navigare, conturbati di stomaco, sentivansi male, & rendevano al Mare il cibo non ancor digesto.
Il secondo giorno arrivassimo a vista di capo d’Istria, & navigando a vista della Schiavonia, passassimo Parenzo [9], & Pola Città, la vista di Ossaro [10], la Bocca del Carnaro, molte Isolette, & Zarra, & Sebenico Città, & continuando con una tremontanella arrivassimo a vista dell’isola di Lissa, ove si vede ancora lo scoglio, che si chiama il Pomo, che si dice esser a mezzo il Golfo Adriatico. Doppo sei giornate dalla partita di Malamocco arrivassimo a vista di Ragusa Città nella Grecia, che ha Signoria per se, benche rendi tributo ad altri; & seguitando il viaggio al soffiar d’un vento da maestro molto gagliardo, in tre giorni passassimo Dulcigno, il Golfo di Lodrin, Durazzo, & l’Isola di Safeno, & si trovassimo a vista dell’Isola di Corfu, tanto nomata, per esser la chiave della bocca del golfo Adriatico, la qual è tenuta dalla Serenissima Signoria di Vinegia con fortezze inespugnabili.
Usciti che fummo fuori del Golfo, havendo a passar appresso l’Isola di S. Maura, loco ove stanno i peggiori, e più dannosi Corsari [11], che infestino quei mari, si providde per combattere, & per sostener gli assalti, quando fosse stato necessario venir alle mani, acciò non fossimo ritrovati sproveduti, & navigando oltre con assai buon vento, passati i Corzolari luogo per la Vittoria navale havuta l’anno 1571 [12] contra il Turco, a salute di tutta la Christianità memorando, in poco tempo fussimo a vista dell’Isola Cefalonia.
Il giorno seguente, che fù l’ultimo di Settembrio si trovassimo sopra l’Isola del Zante [13], e appressatisi salutata, come si usa, con un tiro di Cannone la Chiesa di S. Maria di Scapo, la qual è sopra la cima d’un monte appresso al Porto, entrati nel Porto dato fondo a due ancore, smontassimo in terra, & andassimo al Convento e Chiesa de detti Rev. Padri, quì facendo oratione, & ringratiando il sommo Creatore del felice progresso. Doppo il che mi ritirai in compagnia d’altri Pellegrini, e passagieri ad un’Hosteria per ristoro, & vi fossimo assai ben trattati. Detta Isola è tenuta per la Serenissima Signoria di Vinegia, è paese abbondante, & quì si fanno grandissima quantità d’uve passe, vini buonissimi, & frutti assai, & in particolare pomi granati, limoni, e naranzi, & ha dalla parte di Levante la Morea [14].
Il Patrone della Nave havendo scaricate alcune mercantie, & Mercanti Greci di quell’Isola ci fece sapere, che si mettessimo in pronto a partirsi, e seguitar il viaggio; che però havendo fatta provigione di certe robbe per vetuaglia, & di vin dolce, il terzo giorno di Ottobre montati facessimo vela, spirando vento fresco da tramontana.
Il giorno seguente passassimo a vista dell’Isole Stivali, & di la a Sapientia: quì appresso sono le Città di Modon, e Coron, ove habitano quasi sempre Corsari [15], & è uno de’ più pericolosi passi, che siano nel Mar Mediterraneo, passati per la Iddio gratia senza alcuno impedimento fussimo a vista di Capo Matapan, & seguitando il viaggio verso l’Isola di Cerigo [16], che è alla bocca dell’Arcipelago tra Candia [17], e la Morea, essendo il giorno verso la sera, dalla guardia, che era in gabbia, fussimo avisati, c’haveva scoperto una vela, che veniva dalli Gozzi Isole di Candia. Onde dubitandosi che fussero Corsari, poiche al Zante s’hebbe nuova, come pochi giorni avanti, un Berton [18] di Barbaria haveva preso una Tartana, subito si nettò la coperta, & si mandò tutto a basso dalle bocche porte, perche non si patisse impedimento.
Quì molti de’ Rever. Padri, & altri Pellegrini, & passaggieri, dubitorno assai di qualche cattivo incontro, e ne stavano con grandissima paura; altri sì de’ Padri, come de’ passaggieri, havendo fatto cuore, diedero mano all’arme, apparecchiandosi alla difesa.
Il Vasello si andava approssimando, e veniva sopra vento, aumentando il sospetto che fossero Corsari; dalla nostra parte nondimeno non si scemava l’animo; poiche la nostra Nave era tutta armata, & benissimo all’ordine, con circa quaranta pezzi d’artiglieria [19], & munitione abondante, buonissimi bombardieri, e altri soldati. Sopragiunse la notte, & tutti seguitando il suo viaggio all’apparir del giorno seguente non si viddero comparir più vele.
Giunti sotto vento a Candia, passati i Gozzi, il giorno seguente havessimo il vento da Sirocco assai gagliardo, che faceva molto gonfiar il Mare: & perche era vento a noi contrario, ne convenne star su le volte, & andar verso l’Egitto, & ritornar per Candia. Il vento durò cinque giornate rinforzandosi sempre più, & causò aspra fortuna, e molto poco viaggio trovassimo haver avanzato, ritrovandoci ancora a vista di Candia.
Ritornò il vento per maestro, che ne rallegrò molto, & seguitando il viaggio giungessimo nel Golfo di Setelia, dove se bene quasi sempre sogliono regnar fortune grandissime, la Nave nondimeno faceva assai buon viaggio, avenne quì, che ritrovandosi il Capo de Bombardieri gravemente amalato passò all’altra vita, havendo però ricevuto dalli Rever. Padri i dovuti Sacramenti. Li marinari doppò di haverlo spogliato, & lavato, involtolo, & cucito in un pezzo di vela, & a piedi messevi due pietre assai pesanti, posto sopra una tavola fu portato ad alto. Qui messo sopra la sponda della Nave sotto vento, havendo ricevuti da’ R. Padri l’essequie, & dal nostr’huomo co’l fischio di nave tre volte la raccomandatione a tutti d’un Pater, e una Ave Maria per l’anima sua, alzata la tavola, fu sepolto nell’onde del Mare.
La Nave era spinta d’assai buon vento, si che in puochi giorni ci portò a vista dell’isola di Cipro: ma ritrovandoci troppo verso mezzo giorno, ne potendo andar al porto di Limisso [20], ove la nave haveva da scaricare alcune mercantie, andassimo alle Saline, porto, nel quale quasi tutte le Navi caricano, e scaricano le mercantie di tutta l’Isola.
Quivi arrivati alli vinti di Ottobrio, si fece il solito saluto con tiri di Artiglieria, & datto fondo all’ancore, mandato il batello con lo scrivano a terra per haver prattica subito ne rihavessimo la licentia; onde smontati tutti andassimo all’Arnica [21], & entratti nel Convento havessimo care accoglienze.
Quest’Isola e assai abondante & fertile di buon vino, e del più potente che si faccia in tutte l’Isole di Levante: il Cottone vi cresce in tanta quantità che è cosa incredibile, vi sono buonissime Carni, & in particolare Castrati di smisurata grandezza, havendo le code si larghe, & grasse che molte pesano più di diece libre l’una; vi è una tal sorte d’Augeletti, di cui pigliano gran numero, & molti ne acconciano con aceto in vasi di terra, & ne portano nelle Navi in tutte le parti di Europa. L’Isola è delle megliori che siano nel Mare Mediteraneo: e paese assai caldo, & nel tempo che era posseduta dalla Serenissima Signoria di Vinegia [22] haveva molte Citta, & Castelli, tra quali le principali erano Famagosta, & Nicosia, hora che la possede il Turco è molto distrutta.
Riposati che fussimo doi giorni dovendosi passar il golfo del Mare, che puo essere da trecento miglia per andar al Iaffo [23] porto il più vicino al viaggio di Gierusalemme, e perciò necessitati a pigliar un’altra Nave, si trattò con un patrone d’un Caramussale [24], il quale diceva haver più volte condutta la famiglia, et Pellegrini, et mostrava molto amorevole apparenza. Fu conchiuso l’accordo da certi mercanti Venetiani, con patto che a lui si dessero cento e vinti Ducatti, & che egli conducesse tutti li Rever. Padri, & da dieci Pellegrini, & tutte le loro robbe, & gionto a detto porto ivi aspetasse quindeci giorni la famiglia vecchia, & chi voleva ritornare, & ci riconducesse in Cipro a detto Porto, e gli fu datta la meta de danari a buon conto. Il giorno seguente appressorno il Caramussale alla Nave, per caricar le robbe. Havendolo io ben riguardato, & conosciuto molto mal all’ordine di vele, di corde, & de Marinari, & avertito anco da alcuni Pellegrini che erano ivi di ritorno, come meglio sarebbe che io me ne fossi andato in Soria [25], & restar ivi quella invernata [26], & poi passar al principio di Quadrigesima con la Caravana d’Armeni e Greci per Damasco e terra Santa per ritrovarmi in Gierusalemme ne’ tempi di Passione, per veder la moltitudine delle genti, che vi concorrono, & le Cerimonie che si fanno, mi risolsi di cosi fare: onde rimesse le mie robbe nella prima Nave havendo lettere di favore & credito per quei paesi, & havendo compagnia d’alcuni mercanti, curioso anco di veder quelle parti m’accinsi a far tal viaggio, & cosi fece un altro Pellegrino Gentil’huomo Bolognese nomato il Sig. Bonifacio Neri, che s’unì meco di camerata ancora.
Il Caramussale essendo carico, & imbarcati li Reverendi Padri con gli altri Pellegrini, il giorno seguente fece vela, & come poi mi fu riferito da detti Reverendi in Gierusalemme, patì molte fortune con pericolo grandissimo di sommergersi; perche havendo il patrone, che era Greco, mal pratico di Navigare, & anco nimico di Chatolici non si curava perdere il Caramussale, & se stesso, per affondar tanti, & si devoti Religiosi: & se non che nella compagnia v’erano alcuni Frati periti del Navigare ch’avertiti del mal governo e animo del padrone fecero forza & preso il timone di mano al patrone drizzorno il Caramusciale a buon viaggio, la cosa passava male: con tutto ciò stettero in Mare da vinti giorni, & essendogli venuta a meno la vittovaglia, gli ultimi giorni dispensavano i fragmenti del biscotto scarsamente, & se restavano pur doi giorni di più in Mare, molti sariano mancati per disaggio. Ma la bontà del sommo Creatore, il quale non ha permesso che mai alcune famiglie fin hora siano ne affondate, ne prese, quando manco vi pensavano fece ch’arrivassero in porto, e avuta prattica, smontati e scaricate le robbe, mandando subito ad avisare il P. Guardiano vecchio, hebbero di Rama da amici soccorso, & il secondo giorno si missero in camino verso Gierusalemme, tanto da tutti desiderato. Ma cosa grande avenne che non furono ancora partiti di Ramma, che hebbero nuova certa, come il Caramuffiale essendo smontati la più parte de Marinari, & havendo fatta acqua assai, si era rotto, & affondato, miracolo veramente stupendo.
Ma ritornando al nostro viaggio, dopo che il patrone della nostra Nave hebbe scaricate alcune robbe, & messo il tutto all’ordine, & tutti imbarcati, si fece vela alli 25 Ottobrio, & navigando alla costa dell’Isola pasassimo a vista della Citta, & porto di Famagosta [27], & seguitando il viaggio lasciata l’Isola, & entrati nel golfo delle Giazze, si levò vento da Levante, che non ci lasciò andar avanti, onde stando sempre su le volte avanzassimo puoco; tuttavia nel quinto giorno fussimo a visto del Capo Ganzir, & in altri trei giorni, essendo ritornato il vento da Tramontana, nel porto di Alessandretta [28], chiamato ancora di Scalderona, sicuri & sani entrassimo, ringratiando il misericordioso Giesù Christo, che ci havesse fatta gratia d’arrivare a salvamento al desiato Porto, e salutato con alcuni tiri di Artegliaria, & con le Trombe dato segno d’allegrezza, ne fu da altri Vaselli Inglesi, et Francesi, che erano in porto, risposto in segno d’amicizia con molti tiri, risuonando tutt’il porto di trombe, & allegrezze, datto Muli fondo all’ancore, mandato il Batello in terra, si hebbe pratica, et perche era tardo, restassimo in Nave fin al giorno seguente, che fu il secondo di Novembre.
La mattina smontati andassimo alla Casa del Viceconsole per la Serenissima Signoria di Vineggia, il quale ne fece molte accoglienze. Questo è quel porto che si dice essere stato anticamente habitato dalle donne Amazzone, & vi e ancora una Torre in mezzo a certe paludi chiamata la Torre delle Amazzone. Quì vengono portate molte robbe dalla Caramania [29], & Natolia, lochi assai vicini: vi si fa un bel mercato ad un loco chiamato il Baiasso, e vi si vende assai Cottone filato, & lane buonissime per far Matarazzi. L’aria vi è pestifera, & pochi vi stanno che non s’amalino, onde fussimo consigliati partirsi quanto prima, facessimo dunque l’istesso giorno scaricar le nostre robbe, & il Viceconsole ne fece gratia di farne ritrovar Cavalli, & Mule per andar verso Aleppo [30], & ancho ne diede doi Gianiceri per guida: s’accordassimo per li & Cavalli in otto Ducati per uno, & di più ogni sera un quarto per il mangiar de Cavalli, & di dar alli Gianizzeri [31], come è il consueto, vinti Ducati & panno per far una vesta, tra tutti, & fargli le spese.
Hora fatta la provisione per il nostro mangiare, a mezzo il seguente giorno caricate le Mule delle nostre robbe, pigliando congedo da quelli della Nave partimmo. Eravamo dieci passagieri a Cavallo oltra li Gianizzeri, & la sera arrivassimo al Bailan, discosto dal detto Porto da quindeci miglia: ove riposati fin’a mezza notte, rimontati cavalcassimo tutto il resto della notte per monti, & strade malagevoli, & pericolose d’Arabi assasini, che molte volte assaltano & rubbano, & continuassimo fino all’hora di vespero del giorno seguente senza smontare, per passar certi cativi passi.
Smontati alla detta hora all’aria, & ivi cibatici si fermassimo il restante del giorno, & la notte ancora dormendo al sereno sopra la nuda terra, due hore avanti giorno rimontati seguitassimo il viaggio per piani, e colli allogiando al solito, & pasassimo poco discosto alla Città di Antiochia [32], la qual soleva essere si grande, & si nominata, & era Capo di tutto questo paese; in detta Città S. Pietro fece le sue prime prediche, & ridusse quella gente alla vera fede, & molto tempo vi si è conservata la Lancia, con la quale Longino apperse il costato a Giesu Signor nostro. Hora la Citta è distrutta, le mura & Torri cadute, desolata ogn’altra sua parte, gl’habitatori pochissimi, & quella che soleva essere si grande, celebre, e famosa, e fatta miserabile oggetto di compassione. Il terzo giorno arrivassimo alla Citta d’Aleppo sani, & senza haver patito cattivo incontro, & per esser tardo tutti restassimo per quella sera in casa di un mercante, che era venuto con noi; il giorno seguente ogn’uno attese a suoi affari: il mio compagno & io ritrovati alcuni mercanti a quali presentai le lettere di racomandatione, gli pregai che mi facessero havere allogiamento buono, poiche eravamo disposti restar ivi tutto l’Inverno; da questi ricevute prima molte accoglienze, & proferte, fussimo posti in Casa di un Fancese, che teneva Camere locanti, dal quale sempre fossimo ben trattati, presso al quale havessimo compagnia di molti mercanti Francesi, che ivi pure allogiavano, e era la spesa di dieci cecchini per uno al mese.
La Citta d’Aleppo è nella Soria, posta sotto trentanove gradi, è d’aria sanissima e felice, poiché vi si ritrovano molti huomini robusti di età di cento, e più anni, & vi si dorme più di sei mesi dell’anno nelle terrazze sopra le case al discoperto: è situata sopra diverse colline in terreno sassoso, cinta di muraglie giranti circa a sette miglia senza i borghi; sorge più alteramente nel mezzo, con un bellissimo Castello, che pare posto sopra una montagna, & è terreno tutto portaticcio: il Castello nella sommittà è circondato di mura, & Torri munite d’Artegliaria, & attorno ha profonde fosse, con acqua: per entro alla Città corrono in copia grande buonissime acque, e fuori vi passa un corno del Fiume Eufrate; e piena di grandissimi trafichi; che vi concorrono Caravane d’Armenia, di Persia, d’India, di Bagadet, & Ormus, e d’altri infiniti paesi, conducendo molte migliaia di Balle di Seta, Endico, Alacche, Reubarbaro, Canelle, Tele di Cottone in quantita, Muschio, Gioie di piu sorte, & mille altre mercantie, le quali pur sono vendute, overo contracambiate con altre mercantie da Francesi, Italiani, Inglesi, & Fiamenghi, che di continuo vi negotiano: sonovi molti Giudei, che ivi hanno gran trafico, & molti di loro fanno il sensale: parlavisi in tanta diversità di linguaggi, che non credo udirsi tanti in altra città dell’universo. Il gran Turco da Constantinopoli vi manda al governo il Bassa [33], supremo grado per la militia, il Cadi per la ragione in civile, & molti altri Uffitiali, & Gianizzeri. Risiedonvi per governo de Franchi, diffesa, & mantenimento delle loro raggioni, quattro Consoli, uno per il Christianissimo Re di Francia, uno per il Re d’Inghilterra, uno per la Sereniss. Signoria di Vinegia; & uno per gli stati Olandesi, tutti i quali sono in grande riputatione, e molto honorati. Vi è una Chiesa officiata da doi Frati Zoccolanti, mandatigli dalla famiglia di Gierusalemme, ove concorrono tutti i Christiani Catholici, & vi si dice la Santa Messa, la quale si celebra anco quasi ogni giorno in casa de gl’Illustriss. Consoli di Frantia & Venetia da suoi Capellani.
Il paese circonvicino produce assai Cottone, abonda di Lane, ha grano, ma non molto; sonovi assai buone carni, massime de Castrati di smisurata grandezza, diversi frutti, e in particolare Pistacchi in gran copia.
Nella Citta vi sono molti lochi, che si chiamano Cani [34], dove allogiano le Caravane con le sue mercantie, & sono affittati dal portinaio: le contrate dove si vendono le cose per il vitto, & altre mercantie sono coperte di legname e alcune sono fatte a volto: hanno le porte che la notte si chiudono, standovi di continuo un portinaro, chiamato il Boabò, mantenuto da mercanti di quella contrata, acio facia la guardia: vi sono belissime Moschee, & grandi, con Torri, e campanili alti, & fatti con grande architettura in forma per il più rotonda, e alla cima vi e una loggia che atorno atorno infuori si spinge, nella quale mantiensi di continuo gente, che chiamano il moro, che grida tre volte al giorno, & altre tante la notte, cioe due hore avanti il giorno, nel far del giorno, a mezzo giorno, la sera al tramontar del sole, a due hore di notte, & a mezza notte. Questi sono i loro horologgi, & di questi si servono per campane, poiché in tutta Turchia campane non vi si suonano. Hanno per usanza andar alle sue Moschee ad orare; ma prima che vi entrino si lavano le mani, la testa, & i piedi, & lasciano le scarpe fuori, entrati si voltano con la faccia verso mezzo giorno, & inchinati guardando verso il Cielo pregano il grande Iddio, per sua salute, portano, & dicono corone di cento segni, & facendogli passare ad uno per uno dicono, Stasurla, che significa, Iddio mi guardi. Alle sue donne è prohibito l’entrar nelle Moschee, & di loro sentono si bassamente, che dicono esser create solo per la generatione, & le tengono prive d’anima ragionevole. I Mori sepoliscono i morti tutti fuori della Città ne campi, & ogni venerdì vanno le donne sopra le Sepolture a piangerli: e delle donne per moglie, ne pigliano quante ne vogliono, regendosi in questo con la possibiltà di mantenerle. La miglior moneta, che più si stima, e più volentieri si piglia, sono i Reali [35] di Spagna: vi si spendono ancora molti quarti, & mezze Piastre di Francia [36], & i Taleri d’Alemagna [37], che hanno un Lione rampante da una parte, & dall’altra un’arma. Molte volte le valute calano & crescono, ma per lo più vale il Reale di Spagna decisette Saine, & le Saine cinque aspri l’una: quelli di Francia ogni quarto vale quatro Saine, quelli di Alemagna, quindeci Saine, le altre sorti di monete si vendono a peso agli Hebrei: i Cechini di peso vagliono per lo più vinticinque Saine, & gli Ongari vintiquatro, le doppie non fanno per quel paese che perdono troppo, & non si ritrova chi pur voglia cambiarle per tre taleri l’una d’Alemagna. Ogni anno fanno una quadragesima di un Mese, che dura dal farsi fino ai fornirsi della Luna, & in questo tempo non mangiano, ne bevono cosa alcuna dal levar, fino al tramontar del Sole: doppo mangiano, & bevono tutta notte, & per la Citta vi sono molti lochi ove tutti vanno a bevere cert’acqua nera caldissima, che chiamano Cave [38]: vi bevono ancora il tabacco in gran quantità, & mentre in questi lochi concorrono a bere tanti, che sono alle volte più di trecento, suonano diversi stromenti da fiato, Timpani, & Crivelli, essendovi diversi giovinetti, che ballano girando attorno il loco; & altri figliuoli, che vanno per il loco a tutti portando il cave in certe scudellette, fatte di materia simile alla porcellana: vi commettono anco molte cose nefande da farsi, e da riferirsi. Nel uscire ogn’uno lascia qualche moneta al patrone, che sta alla porta & cosi fanno tutta la notte, & quest’usanza è per tutta Turchia. Finito il mese fanno per tre giorni festa, & molti se ubriacano, nel qual tempo è pericolosa cosa l’andar atorno, che potrebbesi ricever qualche offesa. Nelli Bezarri, & lochi più frequentati vi fanno le feste attacando tre corde a certi travi alti, nel fondo appendendo una tavola come un seggio rilevato da due braccia da terra, entro sedendovi una persona alla volta, la quale agitata con funi tal hora vien sospinta fin sotto il coperto, & mentre che si fa questo gioco si sonano Trombe, & Tamburri, & si grida per buona pezza: lo fanno alla fine fermare & smontato dona qualche cortesia, & subito un altro sale nel medesmo loco, l’istesso facendo che’l primo, e cosi di mano in mano, & corre tutto il populo a vedere. Queste feste, & legierezze, si chiamano, Aramadam [39], et ogni anno si tirano indietro una Luna; si che alle volte si fanno d’estate, & alle volte d’Inverno, & passati diece giorni molti si mettono all’ordine huomini, & donne d’ogni sorte per andar in pellegrinaggio alla Meccha, & é incredibile il numero della gente che vi và, altri cavalcando sopra Cameli, & altri sopra Muli, & Afini, & molti a piedi, benché il viaggio sia longo, et faticoso. Fuori della Citta è un borgo chiamato giudaica, dove stanno quasi tutti i Christiani del paese, & vi celebrano alla Caldea, & alla Armena & Greca, & vi è anco un Vescovo Maronita, che vi celebra alla Romana. In questo paese, & in tutta Turchia gli huomini vanno con la testa rasa, fuori che nel mezzo, dove lassano cressere li capelli nella longezza, che ponno venire, ma il circuito è di poco spatio, & li volgono attorno, & coprono con un piciol berettino, si lassiano cressere la barba longa per tutta la faccia, & a molti arriva fina a mezzo il petto, & tengono a grande honore l’haverla bella, folta, longa, & larga. Portano in testa sempre il turbante, fatto di tele di bombace bianchissimo, & quanto sono più di grado lo portano più grande, come il Bassà, & il Cadì, che l’hanno di tanta grandezza, che un huomo no’l può abracciare, se ben fatto di cottone, & tela si sottile che pesa pochissimo.
Vai a Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 2
NOTE
[1] Francescani.
[2] 8 settembre. È da ricordare che nel 1582 la Compagnia dei Corrieri Veneti aveva istituito una linea “ordinaria” (cioè con orari regolari e prestabiliti) di servizio pubblico da Milano a Venezia, passante per Bergamo. Il percorso veniva effettuato in due giorni (partenza il mercoledì da Milano, arrivo il venerdì a Venezia), mentre i corrieri dei mercanti e dei principi impiegavano anche cinque o sei giorni. Com’è noto, nella Compagnia operavano una trentina di famiglie quasi tutte provenienti dalla val Brembana, e tra queste figuravano anche i Pesenti. Non sappiamo però che parentela ci fosse tra i Pesenti corrieri veneti e la famiglia di Gian Paolo. La tratta Bergamo-Venezia comprendeva 15 stazioni di posta: “Bergamo Città, Palazzuolo, Hospitaletto, Bressa Città, Desenzano, Ponte San Marco [ove passa il Menz Fiume], Castelnuovo, Verona Città, Scaldere (ove si passa l’Adige Fiume), Montebello, Vicenza Città, Padova, Liza fusina”, dove avveniva l’imbarco per Venezia. Considerati i tempi dichiarati da Gian Paolo Pesenti, non sembra che si sia servito del servizio prestato dalla Compagnia dei Corrieri Veneti, anche perché il 4 settembre 1612 era un martedì, e il servizio, per quanto ne sappiamo, partiva da Bergamo il mercoledì. Cfr. AA VV. Le Poste dei Tasso, un’impresa in Europa. Contributi in occasione della mostra I Tasso, l’evoluzione delle Poste, Bergamo, ex-chiesa di S. Agostino, 28 aprile – 3 giugno 1984. Comune di Bergamo, Manifestazioni Tassiane, 1984, pp. 81-82; Con i Tasso da Cornello all’Europa, a cura di Vittorio Mora, Bergamo, 1942 (rist. anastatica, Bergamo, Grafica Gutenberg, 1982), p. 72.
[3] Sulle navi lo scrivano era l’incaricato della contabilità delle merci a bordo di una nave da carico. Sui piccoli mercantili era anche secondo ufficiale o un giovane ufficiale diplomato che non aveva ancora compiuto il periodo minimo di navigazione prescritto per la patente. Le navi appartenevano solitamente ai patrizi, ma solo di rado i nobili proprietari ne assumevano il comando diretto che di solito veniva affidato ad un capitano di estrazione popolare. Il capitano e i marinai qualificati che lo accompagnavano, venivano pagati e ricevevano per il loro servizio considerevoli privilegi economici e sociali: ad esempio ognuno di loro poteva imbarcare in franchigia fino ad una tonnellata di merce da vendere a proprio esclusivo profitto. Cfr. ALVISE ZORZI, A Venezia nel ‘500 – il secolo di Tiziano, Milano, Rizzoli, 1990.
[4] Sulle grosse galere da mercanzia dirette in Siria ed Egitto si imbarcavano anche pellegrini diretti in Terrasanta, ma in genere la loro presenza a bordo non era gradita. C’erano per loro galere apposite, di proprietà privata, gestite però sulla base di precise norme emesse dallo stato, che aveva ogni interesse a vigilare su un’attività altamente redditizia. I pellegrini venivano infatti imbarcati su galere o navi tonde e seguivano dei veri e propri circuiti turistici durante i quali visitavano, oltre naturalmente ai luoghi santi, vari porti e città lungo la rotta, riportando a casa vividi ricordi, che non di rado divenivano oggetto di narrazioni più o meno mirabolanti, ai tempi piuttosto diffuse ed apprezzate.(Vedi: A. Zorzi: op. cit.)
[5] Il ducato, moneta d’oro veneziana del peso di 3,55 gr ca (corrispondente nel 1500 al valore di sei lire e quattro soldi), venne coniato per la prima volta dal doge Giovanni Dandolo nel 1284. Al dritto portava l’immagine del doge inginocchiato in atto di ricevere il vessillo da san Marco, e al rovescio era raffigurato il Redentore in una mandorla di stelle. Il ducato mantenne inalterate le proprie caratteristiche di tipo, peso e lega, per più di sette secoli, fino al trattato di Campoformio (1797), allorché Venezia perdette l’indipendenza. Verso la metà del XVI secolo la moneta prese il nome di zecchino. Il ducato ebbe grande diffusione in tutta l’area del Mediterraneo e fu imitato a Roma (dove il senatore e san Pietro sostituivano il doge e san Marco), a Malta, per un breve periodo a Genova e in Oriente fino in India. A partire dal XIV secolo molte monete d’oro coniate in Italia presero il nome di “ducato”.
[6] Se tra i passeggeri vi erano nobili mercanti, nobili balestrieri, un cappellano e/o un medico-chirurgo solitamente sedevano alla tavola del sopracomito appaltatore, “patron”, o “padrone”, come viene chiamato da Pesenti.
[7] Lo scudo era una moneta d’oro o d’argento che doveva il proprio nome al fatto che su una delle due facce era raffigurato lo scudo araldico del sovrano o dello stato emittente. Il primo scudo d’oro venne coniato in Francia al tempo di Luigi IX; importato in Italia all’inizio del 1500, ebbe subito rapida diffusione nei diversi stati italiani, in quanto di minor peso e di lega più bassa rispetto al ducato. Lo scudo d’argento era la moneta d’argento più pesante e venne introdotto in Italia nella seconda metà del ‘500. Lo scudo veneziano veniva anche detto “scudo della croce”. Lo scudo assunse valori diversi a seconda delle epoche, ma il suo peso si aggirava quasi sempre intorno ai 30 gr. Il nome scudo col tempo finì per indicare qualsiasi moneta pesante d’argento.
[8] È proprio a partire dai primi del ‘600 che cominciano a circolare nel Mediterraneo imbarcazioni il cui sistema propulsivo era costituito solo dalle vele, senza quindi la necessità di ricorrere ai vogatori, implicando consistenti cambiamenti nella navigazione, tra cui un notevole risparmio economico e di spazio a bordo (i vogatori occupavano infatti circa i due terzi della superficie disponibile dell’imbarcazione) utilizzabile certamente per le merci, ma anche per incrementare la presenza delle armi a bordo. (cfr. MARCO LENCI, Corsari – guerra, schiavi, rinnegati nel Mediterraneo, Roma, Carocci, 2006). Scrive a questo proposito Franco Cardini: “L’arma da fuoco apparve sulle navi per tempo, si può dire contemporaneamente al suo apparire sui campi di battaglia e nelle fortezze: tuttavia, per tutto il Trecento e si può dire ancora il Quattrocento, i pochi e ingombranti pezzi di artiglieria a palla di pietra montati sul castello di prua o sul cassero di poppa, le colubrine, non furono di grande aiuto. La colubrina era, in fondo, nient’altro che un «mangano a polvere» anziché a contrappeso, e il grosso sasso sferico che lanciava a cento-duecento metri non sempre procurava seri danni al ponte e al fasciame o all’alberatura dell’avversario. Le cose cominciarono a cambiare nel corso del Cinquecento e mutarono decisamente durante il Seicento, allorché le navi presero l’aspetto di vere e proprie fortezze galleggianti dotate d’importanti parchi d’artiglieria. Ma, prima di allora, il remo e l’arrembaggio restarono i signori del mare. Remo e cannone sono concettualmente alternativi: o l’uno o l’altro. I remi occupano entrambe le fiancate, impongono navi basse sul pelo dell’acqua, non consentono il trasporto di masse pesanti di metallo: la nave a remi dev’essere leggera, agile, quindi al massimo avrà due-quattro pezzi, rispettivamente a prua e a poppa. In queste condizioni i duelli d’artiglieria navale si ridurranno a qualche colpo sparato frontalmente prima dell’arrembaggio. Ecco perché la vecchia gloriosa regina delle battaglie marinare fra IX e XVII secolo, la «galea», tramonterà melanconicamente con l’avvento dell’artiglieria di bordo. Essa, comunque, reggerà ancora a lungo, finchè nel corso del Seicento le differenze tra nave da guerra e nave da carico tenderanno a scomparire nella misura in cui tutte le navi dovranno caricare i loro ponti di quanti più cannoni possibile e sarà improponibile mandare in giro per il mare – e soprattutto per l’oceano – una nave mercantile incapace di difendere il suo carico da assalti.” (cfr. FRANCO CARDINI, Quella antica festa crudele – guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Milano, Arnoldo Mondadori, 1995, pp. 288-89.)
[9] Attuale Poreč in Croazia. Vale forse la pena di riportare qui il resoconto della prima parte del viaggio compiuto nel maggio 1575 dal nobile vercellese Carlo Ranzo al seguito della missione diplomatica del procuratore generale di San Marco Giacomo Soranzo a Costantinopoli. Di questa spedizione si è gia brevemente accennato nelle pagine introduttive, ricordando che essa si svolse via mare fino ad Alessio (tra Scutari e Durazzo), per proseguire poi – evidentemente per ragioni di sicurezza – via terra attraverso il Montenegro, la Macedonia e l’attuale Bulgaria. Scrive dunque Carlo Ranzo: “[…] fatta prima una salva bellissima con tiri d’Artiglierie, & archibugiate che si trovavano su tutte quatro le Galere, si allontanassimo da Venetia, un miglio fermandosi poi in Lio, dove si convenne star per tre bore necesitati dal vento, che si haveva contrario. Ma mutatosi in bonaccia, & restando il Mar quieto, & tranquillo si fece vela con il favor del Signor Iddio navigando tutta la notte, all’alba si trovassimo gionti a Parenzo Città d’Istria distante da Venetia 100 miglia dove essendosi fermati per due bore s’inviassimo verso la Città di Pola dove si dismontò per vederla, essendo già statta terra d’Imperio & per ciò si vide in quella delle antichità assai, & in particolare un Culiseo a guisa di quello di Roma, & le vestigie di molti Palazzi, che a quei tempi erano habitati da Imperatori, & da poi per la strage della Guerra, & per la longhezza del tempo, son statti ruvinati, & tra li altri ven’era uno dove habittava Ruggiero Paladino, poi tornando al nostro viaggio si andò a Rovigno Città & poi capo d’Istria, poi a Zara capo di Schiavonia Città bella, & forte fatta di novo con una Cittadella ben presidiata, dove i soldati di quella guarnigione posti tutti alle mura della Città con bel ordine fecero due belle salutationi di Artiglieria, & archibuggiaria appresso anco le Galere, che si trovavano nel porto d’essa Città fecero il medesimo & honororono l’Eccellen. Sorranzo; si passò poi da Lesina di Schiavonia posseduta da Sig. Venetiani bellissima Città con un Castello eminente, & forte che soprastà alla Città, nella quale vi è una minera d’oglio di sasso, lassando Corsola da man destra Città pur di Schiavonia; & seguendo il viaggio si gionse a Treù Città con suo Castello; poi seguendo il camino gionsimo a Sebinico luogo fortissimo, con doi forti in mare serati con due Catene, & ben presidiato; poi si dismontò a Spalatro Città famosa Archiepiscopale con un Castello forte, & eminente seguendo poi il viaggio si gionse a Ragosa Città non men bella, che riccha per le gran mercantie che in essa si fanno, & perche i Cittadini istessi hanno loro il dominio, & si governano a lor modo, & ha nome di ben retta, & ordinata Republica, & ha ancora un bellissimo porto. Questi Ragusei si come son tenuti di presentare alle Galere Venetiane, che alla giornata passano da quella Città o alla principal di esse alcun presente cossi donorono all’Eccellen. Sorranzo alcuni vasi di confettioni, & alquante cere bianche. Lasciata quella Città si passò da Castel novo loco che era de’ Signori Venetiani, & che ultimamente statto preso da Turchi, & entrando per un gran Canale di 18 miglia andò a veder Cattaro Città di detti Signori, diffesa da un Castello molto alto bellissimo, & benissimo situata. & presidiata: ma habitata da pochi Cittadini per caggione della peste grande, che ultimamente vi è statta, & di detta Città si levò cento milla Zechini. Ritornati in dietro per il detto Canale si prese il camino verso Alessio Città de Turchi, lasciando a mano sinistra Dulcigno, & Antivari Città che poco tempo fa erano di detti Signori, & hora sono possedute da Turchi. Gionti che fussimo a tre miglia vicini alla detta Città di Alessio, che con le Galere non si poteva andar più avan¬ti si fermassimo per dismontare, & quivi venne un Chiausso, che appresso di noi vol dire Ambasciatore accompagnato da doi Vaivoda gentilhuomini Turcheschi, è da quatro Gianiceri, & da alquanti servitori, il quale basso la mano all’Eccellen. Sorranzo in la Galera, & li disse, che di ordine dil suo Signore era venuto ad incontrarlo, & riceverlo, & per accompagnarlo fino a Constantinopoli asicurandolo dalle strade malsicure, & facendole anco haver commodità dei Cavalli, & d’ogni altra cosa, che per il viaggio havesse bisognato […]” (Relationi di Carlo Ranzo gentil’huomo di Vercelli d’un viaggio fatto da Venetia in Constantinopoli, Torino, fratelli Cavalieri, 1616, pubblicato in AA. VV. Signorie e Principati. Repubblica di Venezia, Tomo VI, Stato da Mar 1530-1600, Milano, Franco Maria Ricci, 2003, pp. 211-214).
[10] Ossero, in Dalmazia.
[11] I termini “corsaro” e “pirata” sono di solito considerati sinonimi; tuttavia storicamente hanno sempre indicato due personaggi diversi: il pirata agiva per iniziativa propria al solo scopo di fare bottino per il proprio arricchimento personale; era di fatto un brigante di mare pronto ad impadronirsi di ogni nave o a saccheggiare ogni insediamento costiero; egli non conosceva leggi e non si sottometteva a nessuna bandiera. Il corsaro si dedicava alle stesse imprese del pirata (assaltare le navi, catturare uomini e merci), ma la sua attività rientrava nella legalità bellica: si trattava, insomma, di una sorta di guerra lecita per esercitare la quale il corsaro doveva ottenere un’autorizzazione formale da parte di uno Stato. Gli attacchi corsari non potevano essere condotti indiscriminatamente, ma dovevano essere scelti in base alle esigenze belliche e politiche dello Stato committente. Il corsaro è dunque paragonabile al soldato di ventura; egli, grazie ad una speciale patente, o lettera di corsa, era autorizzato ad attaccare le navi dei paesi nemici. La differenza fra pirati e corsari fu quindi sempre netta sul piano etico e giuridico, ma non nei fatti: in certe circostanze i pirati si trasformavano infatti in corsari al servizio di qualche potenza che li utilizzava per i propri fini politici; così come poteva accadere che un corsaro attaccasse navi amiche o neutrali per desiderio di bottino, violando così le consegne ricevute.
A partire dal ‘500 nel Mediterraneo il fenomeno della corsa marittima assunse dimensioni e caratteristiche particolari: in questo periodo, infatti, lungo le coste dell’Africa settentrionale iniziò a costituirsi un insieme di entità statuali, denominate “reggenze barbaresche”, che per quasi tre secoli modellarono proprio attorno alla corsa la loro struttura politica, sociale ed economica (cfr.. M. LENCI, op. cit.).
L’Isola di Santa Maura costituiva da molto tempo un pericoloso scoglio per i navigatori veneziani. Sottomessa alla potente dinastia dei Tocco, signori di Cefalonia e di Zante, Santa Maura fu un’isola contesa tra Venezia e lo spregiudicato Alfonso d’Aragona. Esteso nel 1442 il suo dominio a tutta l’Italia Meridionale, quest’ultimo aveva subito manifestato l’intenzione di installarsi nell’Epiro, secondo la direttrice ch’era stata dei sovrani normanni tre secoli prima, ed aveva appoggiato Scanderbeg nei suoi interessi sia contro i Turchi che contro la veneziana Scutari. Tali motivi di contrasto avevano portato dapprima a una serie di reciproci attacchi navali nel tratto di mare compreso tra Corfù e la Puglia, poi nel 1449 a una vera e propria dichiarazione di guerra tra Napoli e Venezia, accusata appunto di volersi impadronire delle isole Ionie (Santa Maura, Cefalonia e Zante). Venezia non era riuscita nell’intento, e Santa Maura era rimasta indipendente (ma tributaria del sultano) fino al 1479, quando Leonardo Tocco la abbandonò senza opporre resistenza agli attacchi di Mesih Pascià. Nel corso delle guerre contro i Turchi, Venezia era riuscita a conquistarla nel 1501, ma l’aveva nuovamente persa con le trattative di una pace ingloriosa siglata il 20 maggio 1503. (Cfr. GIUSEPPE GULLINO, Le frontiere navali, in Storia di Venezia dalle Origini alla caduta della Serenissima, vol. IV, Roma, Treccani, 1996, pp. 47 e 95).
[12] Battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571).
[13] L’isola di Zante, come quella di Cefalonia, con la citata pace del 1503 era rimasta sotto il dominio veneziano e aveva conservato libertà di commercio, ma solo dietro versamento di un tributo annuo di 500 ducati. Si notino i tempi di navigazione: per raggiungere Zante da Venezia, nel 1612 Pesenti impiegò 12 giorni; nel 1384 Leonardo Frescobaldi raggiunse la stessa meta in otto giorni.
[14] Il Peloponneso.
[15] Anche Modone (l’attuale Methoni) e Corone, nel Peloponneso, erano state cedute da Venezia ai Turchi nel 1503 e per questo erano da tempo ritenute pericoloso covo di corsari. Era stata una perdita significativa, perché Modone era un’importante base militare e commerciale della Repubblica Veneta. Come avamposto fortificato era considerato uno degli “occhi della Repubblica”, che osservavano i movimenti nemici, pirati o turchi che fossero. Come stazione di transito sulla via del Levante riceveva spezie, seta grezza, tinture e cera, importate da mercantili privati; le galee dello Stato provvedevano poi al trasporto delle merci da Modone a Venezia. Si notino ancora i tempi di navigazione: 15 giorni per raggiungere l’isola da Venezia nel 1384 (diario di Frescobaldi), 16 giorni nel 1612.
[16] Attuale isola di Kythera.
[17] Creta.
[18] Il bertone era un grosso tre alberi da carico a vele quadre, con castelli altissimi.
[19] Fin dall’inizio le armi da fuoco si distinsero in armi portatili e in artiglierie. Quelle portatili erano: pistole, archibugi e moschetti; le artiglierie si distinsero in falconi, falconetti, spingarde, cannoni, colubrine, bombarde, mortai e petriere.(cfr. TOMMASO ARGIOLAS, Armi ed eserciti del rinascimento italiano, ed. Newton & Compton, Roma, 1991, p. 106).
[20] Limassol.
[21] Larnaca.
[22] Cipro rimase sotto il dominio veneziano fino al 1571, quando venne conquistata dai turchi.
[23] Giaffa.
[24] Il caramussale era un bastimento a vela da carico turco, munito di un alto castello a poppa. Il termine veniva dal turco qarāmussāl.
[25] Siria.
[26] In età moderna vi erano mesi in cui era evitata la navigazione: generalmente si navigava da aprile a settembre. In autunno e inverno si prendeva il largo solo per gravi urgenze, soprattutto se si trattava di galere e imbarcazioni simili, più vulnerabili dei velieri alle tempeste. (cfr. M. LENCI, op. cit.)
[27] Famagosta è situata sulla costa orientale dell’isola di Cipro, nella baia di Famagosta. Venne fondata, col nome di Arsinoe, attorno al III sec. a. C. da Tolomeo II Filadelfo che intendeva stabilire nel Mediterraneo orientale l’egemonia egiziana. Essa venne poi distrutta nel 647 d.C. durante l’occupazione araba di Cipro, quindi, nuovamente restaurata, godette di un lungo periodo di fortuna a partire dal 1195, anno di fondazione del regno crociato dell’isola sotto la dinastia dei Lusignano. L’importanza del porto suscitò l’interesse di Genova e Venezia che vi aprirono i loro fondaci finchè nel 1489 Caterina Cornaro, vedova di Giacomo II di Lusignano, cedette l’isola alla Repubblica di Venezia, che fece di Famagosta il centro economico dei propri traffici. L’assedio della città nel 1570-71 segnò il punto culminante della guerra tra turchi e veneziani per il possesso dell’isola, che terminò con la resa del governatore veneziano Bragadin al comandante turco Mustafà Pascià che prese possesso dell’isola. La perdita di Cipro determinarono nella Repubblica di San Marco un riassestamento di ordine finanziario e costituzionale che incise notevolmente sullo sviluppo della società veneziana alla fine del ‘500.
Tra le numerose costruzioni del periodo veneziano ricordiamo l’imponente bastione Martinengo (1558).
[28] Nell’attuale Turchia; fu fondata dai greco-macedoni dopo la battaglia di Isso (333 a.C.).
[29] Attuale Iran sud-orientale.
[30] Aleppo si trova nell’attuale Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia. È una città antichissima, già presente nel II millenio a.C. nella sfera di influenza ittita. Dopo una lunga storia in cui Aleppo conobbe periodi di diverse dominazioni (fu conquistata dai persiani, da Alessandro Magno, dai Seleucidi e dai romani) la città, a lungo contesa tra musulmani e bizantini, venne sottomessa nel 1078 ai Selgiuchidi. Nel 1189 Saladino la trasformò in centro di resistenza ai Crociati facendovi costruire un complesso architettonico tra i maggiori della Siria. Nel 1260 venne gravemente danneggiata dai Mongoli e in seguito venne sottomessa ai mamelucchi d’Egitto. Dal 1520 venne annessa all’impero ottomano. Nel periodo che seguì Aleppo mantenne la propria importanza commerciale e prosperità.
[31] Il termine del deriva dal turco yeniçeri che significa “nuovo soldato” e collettivamente, “nuova milizia”. I giannizzeri formavano le unità di fanteria dell’esercito ottomano. I gianizzeri costituivano un’aristocrazia militare ristretta, il cui numero non superò mai poche migliaia di unità. Al vertice vi era una sorta di consiglio supremo degli ufficiali detto divano. Giannizzeri erano gli alti funzionari governativi, i comandanti militari, i ministri dell’esercito e della marina, i tesorieri, gli ufficiali pagatori e gli effettivi delle guarnigioni stanziate nell’entroterra (cfr. M. LENCI, op. cit.)
[32] Antiochia si trova nell’attuale Turchia. Sorge sul fiume Oronte e il suo nome attuale è Antakya.
Nel 301 a.C. venne fondata da Seleuco I Nicatore, capostipite dei re di Siria, e intitolata al padre Antioco. (Antioco III vi fondò la terza grande biblioteca dell’antichità dopo Alessandria e Pergamo). Nel 64 a.C. divenne parte dell’impero romano come capitale della provincia di Siria, mantenendo però una certa autonomia e, grazie alla sua posizione geografica e strategica divenne un importante centro culturale, militare politico (sede del governatore romano) e commerciale, prosperando al punto da venir definita “regina d’Oriente”. Ai tempi di Erode il Grande Antiochia era ornata da splendidi edifici ed era attraversata da una strada lastricata di marmo a spese di Erode il Grande.
In Antiochia si organizzò presto una fiorente comunità di cristiani di origine giudaica e furono proprio questi fedeli che per primi vennero chiamati “cristiani”.
Dopo un lungo periodo di diverse dominazioni (persiana, araba bizantina e selgiuchide) nel 1098 la città divenne la capitale dell’omonimo principato crociato. Nel 1268 venne saccheggiata ed occupata dai mamelucchi; nel 1517 fu conquistata dagli ottomani.
[33] Nell’impero ottomano il termine pascià indicava un alto titolo onorifico militare o amministrativo. Generalmente veniva posposto al nome proprio.
[34] Il nome deriva da khān, in lingua turca, è il corrispondente del termine di origine persiana caravanserraglio, o “albergo per le carovane”, e di quello arabo funduq, da cui deriva il termine italiano “fondaco”.
Il caravanserraglio è un’istituzione legata alle grandi vie carovaniere e risale all’epoca preislamica, anche se fu in epoca islamica che raggiunse la sua tipologia, rimasta pressochè invariata fino a tempi recenti. Nel medioevo nelle città frequentate da mercanti occidentali vi erano caravanserragli riservati a singole “nazioni” europee (genovesi, veneziani, francesi…) che vi avevano i propri rappresentanti e speciali diritti.
Di solito il cane era formato da una serie di locali, comprendenti anche camere per i viaggiatori, prospicenti un portico e posti attorno ad una corte quadrata. Il portale di entrata doveva essere sufficientemente grande per consentire il passaggio di un cammello a pieno carico. Spesso vi era anche un pozzo e torri angolari di difesa.
[35] Il reale di Spagna era una moneta d’argento coniata a partire dalla metà del XIV secolo in Spagna. Per secoli costituì l’unità di valore del sistema monetario spagnolo; il suo multiplo, o pezzo da otto, nel 1600 fu la moneta più usata nelle colonie spagnole d’America.
[36] “Piastra” era il nome genericamente dato alle grosse monete d’argento dal XVI secolo in poi. Piastra fu detta anche la moneta d’argento usata in Turchia e nei paesi dell’impero ottomano.
[37] Il tallero, grossa moneta d’argento del peso di circa 30 gr, venne coniata nel 1484-86 dall’arciduca Sigismondo del Tirolo. Ben presto il tallero ebbe ampia diffusione in Germania, ove fu introdotto nel sistema monetario da Carlo V, e fuori dall’impero, in Olanda e Italia.
[38] Presumibilmente si tratta di caffè; il caffè è originario dell’Etiopia (regione del Caffà) e venne importato in Europa dagli arabi verso la fine del sec. XVI.
[39] Ramadan, dal nome del nono mese del calendario musulmano.