Pellegrinaggio di Gerusalemme - Parte 4
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Passato il ponte tutti noi dieci, smontati, e per allegrezza di esser giunti alla tanto desiata Terra Santa, prostrati in terra, e bacciatala divotamente con lagrime di tenerezza, cantassimo il Salmo, Te Deum laudamus, indi per divotione, bevuto una volta dell’acqua di detto fiume, tanto per l’universo famoso, rimontati seguitassimo il viaggio per paese, che abbonda de buonissimi pascoli, che in questo tempo apunto mostrava folte et alte l’herbe, la sera essendo in una fiorita pianura, smontati, & rinfrescati per quella notte restassimo all’aria a dormire. La mattina seguente, che fu alli vintisette, due hore avanti giorno, cavalcassimo per colline molto amene, & arrivassimo ad un loco, ove è pozzo di Giacob, & a mezza mattina arrivassimo a Minia, loco in ripa al mare di Galilea, e da quì puoco lontano era Cafarnaum. Quì intorno Nostro Signore raccolse molti de suoi Apostoli, che vi erano pescatori, e sopra questo Mare molte volte caminò a piedi asciutti, e vi fece di grandissimi miracoli. Intorno al quale erano già molte Città, & infiniti Castelli , molto habitati per esser paese delitioso, e abondante. Hora quella riviera è quasi al tutto dishabitata , e’l Mare (che più osto può chiamarsi lago) è fatto dal fiume Giordano, che vi entra, e n’esce, e l’acqua ha cosi poco del salso, che si può anco bere. Qui ne convenne pagar un altro cafarro, & ne fecero fermare più di due hore; e havendo dal nostro servitore fra tanto fatto ricercare se vi era chi havesse pesce, essendone abondantissimo quel mare, e non ne trovando, con la promessa d’una buona mano, in puochissimo tempo vi fù, chi con una piciol rete ne prese una grandissima copia, & ci fu di gran diletto il veder si fortunata tratta; onde dato al pescator alcuni pochi danari, e per noi preso il pesce, seguitassimo la Caravana, che di già era partita, & cavalcando lungo la riva del detto Mare passassimo Magdalò , Castello già di S. Lazaro, hora al tutto distrutto; e qui apresso un’altro capo d’Arabi volse un altro cafarro, trattenendoci più d’un hora. Spediti qui la caravana andava verso Ottochiar, per riposar la sera al solito, noi per desiderio di vedere le rovine della Città Tiberiade, & i famosi bagni vicini, presi doi Arabi, & Gianizeri con noi, lasciata la caravana a rinfrescarsi nel loco, ove si dice, che Giesu N. S. fece il tanto memorando miracolo di satiar con cinque pani e pesci, tante migliaia di persone, cavalcando in riva al detto Mare, in due hore di viaggio pervenessimo alla rovinata, & quasi al tutto distrutta gran Città di Teberiade , hora de puochissimi albergo: & d’indi puoco lontano si trasferissimo a bagni, & smontati vedessimo come detta acqua sorgeva dalla terra, tutta fumante, & si calda, che non la potevano sofferir le mani. Vi erano quì anticamente fabricati diversi luoghi, come sono anco più i bagni, & di vario calore, più, & meno, appropiati a diverse infermità: hora quasi il tutto è rovina. Mappa della Palestina, tratta dall’Atlante nautico e terrestre manoscritto, opera dell’officina del cartografo genovese Battista Agnese, attivo a Venezia nella prima metà del sec. XVI (Bergamo, Biblioteca Civica ‘Angelo Mai’, ms. MA 557, f. 18v-19r). La carta è chiaramente derivata da una tabula nova di un’edizione tolemaica del 1541 Per continuar il nostro viaggio, & unirci alla Caravana, ci convenne ascendere un monte molto faticoso, che nella sommità apriva una bella pianura, benissimo coltivata: cavalcando giungessimo all’imbrunirsi del Cielo ad’Ottochiar, villaggio puoco discosto dal Monte Tabor, & allogiati nel Cane al solito, si facessimo cucinare il pesce, che ci riusci di pretioso gusto. Riposati la notte, la mattina seguente, che fu alli ventiotto, di buon hora, havendo prima detto al Caravan bassi, che ne desse la guida, & gli Arabi, che ne conducessero alla Città di Nazarette, che è lontana, & fuor di strada da quatro hore di camino, egli subito gli fece mettere all’ordine, & noi lasciando li servitori con le robbe dietro alla Caravana, montassimo a cavallo con la guida facendo il viaggio per boschi, & monti senza strada, o sentiero & in spatio di quatro hore in circa, nel calar d’un monte, havessimo sotto gl’occhi la hora quasi distrutta Città di Nazarette al presente habitata dai peggiori huomini del Mondo, la qual e posta sopra una collina: e non fermandoci, giungessimo in una valletta piena di piante antiche d’Olive, quì uno di quelli Arabi, che ci haveva accompagnati, andò nella Città a parlar con li Governatori, acciò potessimo andar sicuramente a visitar il loco Santissimo di Nazarette . Ritornò l’Arabo con uno de prencipali, che ci negò l’andata, se non gli pagavamo il cafarro; & con tutto che gli dicessimo haver pagato al Caravam bassi (d’accordo sorsi con quell’Arabo, che ne condusse) ci sforzò, se volevamo vedere il luogo a donargli altri diece reali tra tutti. A piedi dunque se n’andassimo nella Città al luogo, ove era la Chiesa, & Convento altre volte de Frati Zoccolanti, hora il tutto è rovinato, & a pena ve’n’appare forma alcuna. Arrivati ove era la Chiesa, calati con lumi da quattro scalini, entrassimo per un piciol uscio nel loco Santissimo ove era la casa, che hora si ritrova a Loreto: & si vede chiaramente il miracolo della trasportatione anco da luoghi, restati fabricati dell’istessa materia di calze, & mattoni. S. Elena madre di Costantino Imperatore, la quale fabricò, & adornò di Chiese, & Conventi molti de luoghi ove Giesù Christo Sig. nostro dimorò, patì, & fece miracoli, quì in particolare haveva fatta una bellissima Chiesa & convento, & era la Chiesa sopra il loco vacuo restato, & in memoria vi sono piantate due Colonne di marmore berettino nel mezzo, una nel luogo, ove la Vergine Santissima si ritrovava quando fu salutata, l’altra ove fu annunciata dall’Angelo. Qui ingienochiati, facendo oratione, ringratiassimo il grande Iddio, che ci havesse concessa tanta gratia di puoter arrivar a visitar il loco, ove s’incarnò la Salute dell’Universo, & contemplando le Santissime dimore, attioni & orationi ivi fatte della Regina dei Cieli, & gli operati misteri divini, non vi fu persona di noi che potesse ritener le lagrime: o come era caro a noi il dimorar in quel luogo; ma instandoci quegli Arabi al partire, doppò la troppo breve dimora d’un quarto d’hora, bacciato, & lambito quel sacrosanto suolo, uscissimo fuori, e caminando verso la valle, ove avevamo lasciati i Muli. Havendo inteso che nel circonvicino luogo v’era la Fontana, ove la Vergine Santissima andava a pigliar l’acqua , pregassimo un di quegl’Arabi, che la ci insegnasse: egli doppo molte negative si ridisse a farlo per un donativo di quattro altri reali, ci condusse dunque al luogo, che può esser lontano dalla Citta un quarto di miglio, ove per materia dell’oratione, divota cosa ci fu il considerar le tante volte che a quella fonte per acqua se n’era andata la madre di Dio: & havendone ancora noi devotamente bevuto, molto consolati ritornassimo al viaggio, tirando verso il Monte Tabor, & cavalcando per monticelli in tre hore di viaggio fussimo alle radici di lui. Questo monte sale altissimo : è tutto posto in isola, e mirasi intorno alcuni monticelli, dietro alla costa, del quale per erto calle poggiando noi, havessimo l’intoppo d’un folto bosco, che ci tolse la comodità del cavalcare. Onde smontati lasciando alcuni alla guardia de muli s’inviassimo a piedi alla salita che ci riuscì molto difficile, tanto che prima del giunger alla sommità, ne convenne molte volte riposare. Nel resto del viaggio a piedi vi consumassimo circa due hore. Arrivati cola su stanchi, & molli di sudore, doppò alquanto di riposo, si dessimo a rimirar il sito. Nel sommo suo quel monte spiega una bellissima pianuretta di circuito circa un quarto di miglio, ove vedesi che anticamente sono stati belli edificij; di Chiese, & Monasterij . Hora vi si conservano solo in un luogo alquanto sotterra tre Capellette, ove Giesù Christo alla presenza de’ tre favoriti Apostoli suoi, Pietro, Giacomo, & Giovanni, si transfigurò apparendovi Moisè, & Helia. Quì havendo fatta oratione, & considerato come in quel luogo apunto vi era stato il Redentor del mondo, e vi haveva mostrato in parte i raggi della sua gloria, non mancassimo di pregare humilmente gratia di poter da questo, doppò la vita presente, salir al monte del Paradiso, & ivi goder gli immensi splendori della sua Maestà. Nel riconoscere quella pianuretta ritrovassimo due grandi cisterne piene d’acqua, socorso oportuno all’ardente sete, che penosamente ci affligeva: indi riguardati i paesi circonvicini, che molto da longi si scoprono per esser altissimo il monte, & dimoratici più d’un hora & rinfrescati, ritornassimo giù per li medesimi dirupi al luogo, ove ci aspettavano con li muli, & rimontati, dietro alla guida in poco tempo venessimo ad’una pianura, ove la Caravana era allogiata. Smontati, & riposati ivi restammo all’aria fin all’alba del giorno seguente, che fu alli 29. di Marzo. All’alba dunque inviandoci, & cavalcando per pianure, & colli di molta fertilità a mezzo il camino intorno vedessimo à piedi d’un monte la Città di Nain, ove Giesù Christo Signor nostro resuscitò il figliolo della vedova; se bene non si vede Nain, ma solo le vestigia di quella Città , ch’hora poco più che le vestigia vi restano di lei: & seguitando a mezzo giorno arrivassimo a Gienin Castello , ove riposassimo in una bella pianura, apresso ad un fonte il resto del giorno. Verso la sera venne l’Emir riscotitor del Cafarro, & fece comandamento, che tutta la Caravana si riducesse ad’allogiar al solito nel Cane; s’ubedì, & quì si restò tutta la notte. La matina seguente, che fu alli trenta quando si pensavamo partirsi per tempo, l’Emir che riscoteva il Cafarro, dimandò quasi il doppio del solito, onde vi fu molto che gridare, & poco mancovi, che non si venesse alle mani col Caravam bassi, & gli altri principali della caravana; & se noi non eravamo accordati col detto Caravan bassi, eravamo costretti pagar diece cechini per testa; ma ci fu tanto che dire, & che fare, che passo mezzo giorno prima che fusse composta la cosa. Questo è il peggior luogo che si passi, & il più grosso Cafarro, che si paghi in tutto quello viaggio, essendone patrone un Arabo crudele. Nel riscotersi il danaro tocorno a molti poveri Armeni, & ad altri Christiani del paese molte indegne percosse. Quasi ad’hora di vespro si movessimo al viaggio, e cavalcando poche hore, arrivassimo in una pianura tra due monti, ove di novo fussimo incontrati da un altro Capo d’Arabi, che ne fece fermare la notte in detto luogo; & la matina seguente, che fu l’ultimo del mese ne fece pagare un altro Cafarro. Indi usciti cavalcando, vedessimo puoco giù di strada le vestigie di Sebesten , Citta, & la Chiesa di Santo Gio.Battista eretta, ove il detto Santo fu decollato; & in un prato alcune colonne in piedi, & alcune cadute, & rovinate, et pare esservi stato un bel theatro; & seguendo sin doppo il mezzo giorno arrivassimo alla Città di Napolosa , detta già, Sicar, ove riposassimo tutto il resto del giorno: è assai bella & habitata questa Città; & giace in una valetta, tra due monticelli.
Carta della Palestina, dal Pauli, codice diplomatico del Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano (Roma, 1594)
La mattina seguente, che fu il primo d’Aprile doppo un longo contrasto, & disturbo per l’interesse del Cafarro, inviatisi fuori della porta circa a un miglio, alquanto giu di strada, a man manca, ne fu mostrato il luogo, ove è il pozzo; sopra’l quale assiso Nostro Signore dimandò da bere alla Samaritana, dal quale benché con fatica levati alcuni sassi dalla bocca, cavassimo acqua, & per devotione ne bevessimo. V’era quì anco per memoria del tutto, fatta una bella Chiesa, ma l’insulto del tempo, o degl’huomini l’havea distrutta . Seguitando il viaggio per una bella pianuretta, & per monticelli assai abondanti d’olive, verso sera arrivassimo a Canlate, & allogiassimo alla campagna. La mattina seguente, che fu alli doi d’Aprile, levati all’aurora, & cavalcando, a mezza mattina da un alto colle, vedessimo di lontano la desiata, bramata, sospirara Santa Città di Gierusalemme, onde subito balzati per allegrezza da Cavallo, basciata la terra con giubilo infinito, cantassimo il Te Deum laudamus.
Rimontati, senza aspettar il resto della Caravana, cavalcando di buon passo, per colli, & pianure, che tutte tempestate vedevansi d’infinite roine di Theatri, aquedotti, & Edifitij, quasi tutti spianati fin alli fondamenti, passata l’hora di mezzo giorno, arrivassimo alla Città, & ne fu detto, che andassimo alla porta chiamata, Babel Cali, che di la entraressimo.
Quì dismontati, mandassimo aviso al Convento, al Reverendo Padre Guardiano della nostra venuta, il quale mandò il Truciman maggiore, per la licenza del Sangiacco, & ottenutala, ne venne à ritrovar alla porta, ne fece entrare, & ne condusse al Convento, ove fussimo incontrati da molti di quei Reverendi Padri, & molto accarezzati da tutti, & in particolare da quelli, che erano venuti in nostra compagnia da Vinegia, fino in Cipro. & havendo prima buona pezza discorso delle cose a loro, & a noi avvenute per il viaggio, è doppò presa la refettione, che tra tanto altri ci haveano apprestata, passassimo il restante di quel giorno fino presso a sera, visitando divotamente la desiata Chiesa, & rimirando quel puoco commodo Convento.
NOTE
Il Nilo è effettivamente il fiume più lungo del mondo (6671 km) se si considera come ramo sorgifero il Kagera, ossia il principale immissario del lago Vittoria. Il Kagera nasce poco a est del lago Kivu e raccoglie acque dai rilievi del Burundi, Ruanda e Tanzania settentrionale. All’epoca di Pesenti effettivamente la conoscenza delle sorgenti e dei diversi rami del Nilo non era ancora completa. Fin da epoche remote il Nilo fu oggetto di studi e ricerche: il primo tentativo di localizzarne i rami sorgiferi venne effettuato da due centurioni romani inviati da Nerone. Essi risalirono il fiume fino alle paludi del Bahr el-Ghazal e tornarono riferendo che il fiume sgorgava da due alte montagne (probabilmente le ultime gole del Bahr el Jebel). Nel II secolo d.C. il geografo Marino di Tiro, sulla base di notizie raccolte da mercanti greci, si spinse nell’interno raggiungendo i laghi e i “monti della luna”, nella convinzione di aver scoperto in essi le sorgenti fluviali. Tale ipotesi fu poi accolta anche dagli arabi e fu ritenuta valida per tutto il medievo. Proprio nel 1613, lo stesso anno in cui Pesenti si trovava al Cairo, il missionario gesuita padre X.P. Pàez esplorò e identificò il Nilo Azzurro, considerato fino ad allora come il ramo principale del Nilo. Le esplorazioni si susseguirono negli anni a seguire, finchè l’esplorazione fu completata nel 1864 dall’inglese S.W. Baker che percorse il tratto tra Khartum e il lago Alberto e dal tedesco O. Baumann, che nel 1892 risalì il Kagera, individuando in esso la vera sorgente del Nilo. Gli Europei ignorarono a lungo la storia africana tanto che si diffuse l’idea di una terra di pure barbarie. Unica eccezione a questa ignoranza erano le voci da sempre diffuse in Europa sull’esistenza di un paese cristiano situato oltre i paesi arabi, nelle regioni del Mar Rosso. Ad Aksum, in Etiopia, nel primo millenio a.C. era sorto un regno i cui sovrani sostenevano di essere i successori di re Salomone. Nel 330, anno della fondazione di Costantinopoli, Costantino inviò una lettera al suo “potentissimo fratello Ezanà, re di Aksum” per comunicargli la notizia della fondazione della nuova capitale. Tre anni dopo Ezanà si convertì al cristianesimo. La fama di un regno cristiano situato oltre il Nilo si mantenne durante tutto il medioevo. “Prete Gianni” era il titolo che competeva al re-sacerdote d’Etiopia e frequentemente il suo regno veniva indicato sulle mappe con il nome di “Regno di Prete Gianni”. Secondo una tradizione centenaria, si trattava di un paese cristiano ricco e potente. L’alleanza con tale monarca avrebbe ampliato i mercati e allo stesso tempo stretto in una ferrea morsa cristiana gli odiati musulmani; così almeno pensavano gli europei del Medioevo. La leggenda di Prete Gianni ha origini oscure, ma ebbe grande impulso nel 1165 quando l’imperatore bizantino Manuele Comneno ricevette una misteriosa lettera nella quale il presunto regnante gli prometteva che avrebbe liberato l’Europa dai musulmani che la minacciavano da ogni parte. “Io, Prete Gianni, che regno come suprema autorità”, vi era scritto, “supero per ricchezza, virtù e potere ogni creatura vivente sotto il cielo. Settantadue re mi sono tributari. Sono devoto cristiano e proteggo i cristiani del nostro impero.” La lettera così continuava: “Nel nostro paese il miele scorre a fiumi e il latte è ovunque abbondante”. Secondo la lettera, vi scorreva perfino un fiume ricco di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, crisoliti, onici, berilli, sardoniche e molte altre gemme”. Manuele Comneno non diede alcun seguito alla missiva, ma le copie che ne circolarono per il mondo cristiano infiammarono i cuori, talché il regno di Prete Gianni divenne oggetto di una grande e perenne fascinazione, ma l’idea della sua ubicazione fu anche molto confusa. All’inizio si pensò che quel regno potesse trovarsi in India, poi nell’Asia centrale, ma i viaggi di Marco Polo e di altri all’inizio del Trecento smentirono siffatte ipotesi. Quando poi il missionario Giordano di Severac tornò dall’Oriente con la notizia che il regno di Prete Gianni era in Etiopia, l’attenzione prontamente si volse verso l’Africa. Nel 1493 un agente portoghese di nome Pero da Covimi si spinse fino alla corte del re d’Etiopia, ma poi fu costretto a rimanervi e non si sa se mandò in patria un resoconto delle proprie scoperte. Nel 1527 un altro portoghese, Francisco Alvares, tornato in Portogallo da un viaggio in Etiopia, dichiarò che il re era cristiano e piuttosto ricco: “Porta sul capo un’alta corona d’oro e d’argento”. Ma si trattava di un giovane di 23 anni il cui nome era Lebna Dengel, e non Prete Gianni, e regnava su un popolo nomade e primitivo in una terra inospitale in cui non abbondavano di certo né il latte né il miele, come invece si raccontava. L’Europa non ne fu molto delusa: Colombo aveva da poco scoperto un nuovo mondo, da Gama aveva raggiunto l’India e Magellano aveva circumnavigato un globo che conteneva meraviglie di gran lunga superiori a quelle narrate dalla leggenda del misterioso Prete Gianni. Il Nilometro dell’isola di Roda è uno dei più importanti monumenti dell’Egitto abbàside. Progettato nell’861dal celebre matematico al-Farghani (da noi conosciuto nel medioevo come Alfraganus), è interamente in pietra e conserva una delle più antiche ed eleganti iscrizioni monumentali arabe in caratteri cufici. Oggi la festa per la prima inondazione è quasi del tutto scomparsa; un tempo veniva ufficialmente festeggiata il 17 giugno, data che coincideva con l’inizio dell’anno copto, anche se in realtà la prima inondazione avviene alla fine di agosto. Ancora oggi esistono questi antichi sistemi di sollevamento dell’acqua per mezzo di un congegno a ruota azionato da buoi. Si tratta presumibilmente dei chamsin, o “venti orientali”: sono i venti di scirocco, caldi, secchi forti e turbolenti. Provenienti da sud e sud-est provocano effetti negativi sulle persone, sugli animali e sulla vegetazione, che può andare completamente distrutta se il vento dura troppo a lungo. Possono provocare anche violente tempeste di sabbia che possono persistere per qualche giorno. Soprattutto nel periodo da febbraio a maggio le tempeste (che possono sollevare la sabbia fino a 2000 m di quota) avanzano dal deserto libico, investendo il Cairo e la zona del delta. Gattomammone, o gatto mammone, è il nome antico dato ad una specie di scimmia non identificata. Il nome è composto dalla parola “gatto” e da quella araba “maimūn” che significa “scimmia” e sta quindi ad indicare una “scimmia dalle movenze di gatto”. Non si capisce bene cosa Pesenti intenda dire: pare alquanto improbabile che faccia confusione tra la città di Menfi, Babilonia e il Cairo; forse vuole semplicemente riferire che in passato veniva paragonata a Menfi e Babilonia. Le profezie di Giuseppe riguardanti gli anni di abbondanza e carestia in Egitto sono narrate nella Genesi, cap. 41; tuttavia non vi sono indicazioni che autorizzino a identificare i granai visti da Pesenti al Cairo con i granai fatti costruire da Giuseppe in un’epoca che potrebbe aggirarsi attorno al IV – III sec. a.C. o anche prima. La descrizione dell’autore indica chiaramente il complesso delle piramidi di Giza, le quali però sono tre, Cheope, Chefren e Micerino, e non cinque, come sostiene Pesenti. Probabilmente l’autore si riferisce alle piccole piramidi delle principesse di sangue reale che sorgono accanto alla piramide di Micerino. Si tratta della piramide di Cheope, la più grande e più antica del complesso di Giza. San Macario, detto l’Egiziano, (300 ca – 390 ca) era un cammelliere che a 30 anni si ritirò a vita eremitica nel deserto di Scete, nel Basso Egitto, dove lo seguirono molti discepoli. Macario ebbe contatti con altri famosi rappresentanti del monachesimo antico. Di lui sono stati tramandati vari aneddoti e detti e gli sono stati attribuiti numerose lettere, omelie, preghiere e trattati, ma probabilmente si tratta, almeno in parte, di falsi. Chiaro riferimento alla sfinge di Giza. La piramide di Cheope era alta in origine 146 m e misura 230 m di base. La causa delle deturpamento del volto della sfinge è da attribuirsi ai Mameluchi che la usavano come bersaglio mentre si allenavano al tiro.
Il Cairo è in verità a 30° di latitudine.
Rosetta, Rashid in arabo, si trova sulla riva destra del braccio occidentale del Nilo, a una decina di chilometri dalla foce, e a circa 180 km in linea d’aria dal Cairo. La città sorse nel sec. IX, probabilmente sulle rovine di un antico centro. Nel ‘600 e ‘700 era il principale porto egiziano, ma in seguito perse importanza e decadde a causa delll’espansione del porto di Alessandria. Si riferisce al piccolo braccio di mare che collega la baia di Idku con il famoso golfo di Abu Qir, tra Rosetta e Alessandria. È curioso che Pesenti, molto probabilmente informato dalla gente del posto, creda che i camaleonti vivano d’aria; questi animali infatti si cibano di insetti che catturano con la lingua vischiosa che viene estroflessa con movimento rapidissimo. Questa peculiare modalità di cibarsi può forse aver originato la credenza che il camaleonte viva d’aria. Attualmente è il principale porto egiziano sul Mediterraneo; si trova all’estremità occidentale del delta del Nilo su una stretta lingua di terra compresa tra il Mediterraneo e una laguna (lago Maryù). La distanza da Rosetta ad Alessandria è di una sessantina di km. Alessandria venne fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C. a ovest del delta del Nilo e fu la capitale dell’Egitto ellenistico; punto di incontro più importante per gli scambi culturali e commerciali tra oriente e occidente e quindi con una grandissima tradizione culturale. Dopo secoli ricchi di storia in cui la città occupò una posizione di spicco da un punto di vista sia economico che culturale, nel 642 Alessandria venne occupata dagli arabi e, con la fondazione del Cairo come capitale (sec. X), iniziò il suo declino politico e culturale. Dal 1517 venne a far parte dell’impero ottomano fino all’occupazione napoleonica, vivendo un lungo periodo di abbandono, tant’è che pochi e scarsamente significativi sono i resti del periodo islamico: il forte di Qā’it Bey, costruito sul luogo dell’antico faro, e alcune moschee ottomane del ‘600, che probabilmente Pesenti non vide. Anche i reperti archeologici degli antichi splendori ellenistici sono poveri e dispersi, costituiti essenzialmente da mura, colonne, fondazioni, elementi architettonici e numerose sculture, perché oltre al famoso incendio del 48 a.C. che distrusse la prima biblioteca del mondo antico, la biblioteca del Serapeo, ricca di 700.000 volumi, la città conobbe nei secoli varie devastazioni, le ultime delle quali apportate dalla dominazione araba. La ripresa di Alessandria dovrà attendere fino all’inizio dell’’800 e si consoliderà con il taglio dell’istmo di Suez (1869) e l’occupazione inglese (1882). Il forte di Qā’it Bey (v. nota precedente). La polacca era un veliero da trasporto con due o tre alberi e il bompresso, in uso nel Mediterraneo. Bottarga, ossia uova di muggine presate e seccate sotto sale. In un veliero con o tre o più alberi il trinchetto è il primo albero dal lato di prora. Lo stesso nome viene dato al pennone più basso dell’albero di trinchetto e alla vela inferiore e più ampia inferita a tale pennone. Nei velieri a vele quadre la gabbia è la seconda vela dell’albero di maestra, a partire dal basso. Vento di libeccio; termine che deriva dall’arabo “garbī”, ossia “occidentale”. Per orza si intende il lato dell’imbarcazione verso il quale soffia il vento, cioè il lato sopravvento. Orza è anche il cavo che serve a tesare la vela dal lato di sopravvento. “Navigare di orza”, o orzare, significa quindi navigare con la prora orientata verso la direzione da cui spira il vento. La bolina (meno frequentemente chiamata anche borina, bulina o burina) è il cavo applicato all’orlo di una vela quadra per tesarla e farle così prendere quanto più vento possibile. La navigazione di bolina è la rotta di una nave a vela che stringa al massimo il vento, quasi risalendo contro di esso. Per la precisione il mozzo era un giovane di età inferiore ai diciott’anni, che non avesse ancora compiuto i 24 mesi di navigazione, imbarcato su una nave mercantile per apprendere il mestiere di marinaio e addetto a i servizi secondari di bordo. La peota era una barca veneziana di media grandezza, a più remi o a vela. “Peota” è quindi anche la denominazione veneziana di “pilota”, che un tempo era colui che guidava la nave lungo la rotta stabilita. La botte era un’antica unità di misura di stazza, equivalente ad una tonnellata. Barberia, attuale Maghreb. Corrispondeva al punto più settentrionale della Cirenaica (oggi in Libia). La fusta era una nave strutturalmente analoga alla galea, ma più piccola e quindi più agile e veloce, con 18 o 22 remi per lato e una vela latina, cioè triangolare. Era usata per lo più dai pirati del Mediterraneo tra il XIV e il XVII secolo. “Per potenziare al massimo le capacità di manovra, i barbareschi tesero costantemente a rendere più leggere le loro galere riducendo al minimo indispensabile l’artiglieria di bordo, le munizioni e le scorte idriche e alimentari.” (cfr. M. LENCI, op. cit). La guardia della diana sulle navi era il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino. Per brigantino si intende un veliero con due alberi a vele quadre e bompresso; talora ha una randa alla vela maestra. Questi erano gli inconvenienti delle imbarcarcazioni non dotate di remi e vogatori, senza altro mezzo propulsivo che non fosse il sistema velico. Etna. Il Capo Spartivento si trova all’estremità sud-orientale della Calabria. Le petriere erano armi da fuoco, una sorta di bombardelle che lanciavano in un sol colpo una ventina di palle di pietra di un chilo di peso ognuna (V. T. Argiolas, op. cit). La tartana è una grossa barca da carico e da pesca con un albero a vela latina e uno o più fiocchi. Considerata la situazione di isolamento dei 25 giorni di navigazione, viene risparmiato alla ciurma l’obbligo della quarantena, secondo cui tutti i membri dell’equipaggio provenienti da località sospette avrebbero dovuto sostare lontano dai porti per un periodo determinato di giorni, generalmente 40, per verificare che non fossero portatori di malattie contagiose. Tale provvedimento era stato istituito in seguito alla tremenda epidemia di peste diffusasi in Europa nel 1347 proprio a causa di dodici galere genovesi provenienti da Caffa, colonia genovese sul mar Nero, che portavano inconsapevolmente a bordo i topi portatori del terribile bacillo. La feluca era una nave piccola e lunga, stretta e leggera, con due alberi a vele latine e otto o dodici remi che permettevano all’imbarcazione di viaggiare anche in condizioni di vento sfavorevoli. Tropea. Amantea. Palinuro. Acciaroli, attualmente in Campania. Capri. Banditore, araldo.