Francesco (Franceschino) Lupi (05)
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(n. ca. 1471 † Bergamo, 1512)
Condottiere
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Sposa ??
Figli:
GIOVANNI ANTONIO
Olio su tela, cm 240x156, di anonimo lombardo della seconda metà del XVII secolo, Fondazione Morando-Bolognini.
Il personaggio, di età matura, è raffigurato a figura intera in costume nero con cintola e spada, poggia la mano destra su un elmo posto su di un tavolo, con la sinistra regge la spada. Il tutto è entro uno sfondo architettonico nel quale, nel timpano di un portale con tendaggio si trova lo stemma. Nella fascia inferiore del ritratto si trova la scritta:
FRANCISCVS LVPVS LEVIORIS ARMATURA EQVITVM DVX CIЭICVI
La tela è sporca, allentata, ossidata, con cadute di colore, buchi e nella parte inferiore maldestri restauri.
Figlio di FILIPPO e di Dandola Leoni.
GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 209:
Figlio di Filippo e nipote di Detesalvo, seguendo le orme del padre e dell’avo, si dedicò alla milizia. Nei documenti viene indicato anche come Franceschino. Lo troviamo citato come maggiorenne nel 1489. Si tramanda che abbia partecipato alle guerre contro i Turchi.
Nella milizia fece tanti progressi che in breve ottenne dai Veneziani una compagnia di cavalleggeri, con la quale dopo altre imprese si ritrovò alla famosa battaglia del Taro contro Carlo re di Francia, ove combatté egregiamente il 7 luglio 1495.
In seguito, per un omicidio commesso, fu dalla Repubblica di Venezia bandito da tutti i suoi Stati. Per questo si unì al famoso Giovanni Giacomo Trivulzio che era passato al soldo di Francesco I, re di Francia, con onoratissimo stipendio e combatté nella guerra contro Ludovico Sforza, finché vide che i Francesi preparavano il trattato di Cambrai contro i Veneziani. Benché il Trivulzio gli avesse promesso un onorevolissimo posto con una grande provvisione per combattere contro i Veneti, cioè contro il suo Signore naturale, rifiutò. Quest’atto tanto piacque ai Veneziani, che per la sua fedeltà lo liberarono dal bando nel 1508 e lo impiegarono subito in difficili e nobili imprese. In quello stesso anno fu mandato con una grossa banda d’armati alla custodia di Caravaggio.
Marin Sanudo nel giugno 1510 scrisse Chome è sta fato retenir de lì per debito Francesci di Luppi da Bergamo bon marchescho, qual à perso il suo per questa Signoria, et prega sia cavato, et vene in Colegio sier Zuan Lion quondam sier Francesco narò i fioli del quondam sier Gabriel Morexini l’à fato retenir etc., et fo ordinà per Colegio una lettera ch’el fusse subito liberato di le carzere. Partecipò attivamente alle vicende belliche del 1509-1514.
Morì a Bergamo nel 1512 in seguito alle ferite riportate in battaglia a Brescia. Nel 1515 per i suoi meriti fu premiato il figlio Giovanni Antonio. […]
[p. 146] LE VICENDE BELLICHE DEL 1508-1514
All’inizio del XVI secolo, ai tempi delle guerre d’Italia la Bergamasca fu soggetta a guerre ed invasioni da parte dei Francesi e degli Spagnoli.
I Lupi, in particolare i figli del cavalier Filippo, ebbero una parte importante in queste vicende, che vengono qui riassunte, dato che seguirle per i singoli personaggi porterebbe a ripetizioni e renderebbe meno chiara la visione d’insieme.
Nel 1509 Bergamo fu occupata dai Francesi, nel 1511 venne recuperata dai Veneti e nuovamente dai Francesi, nel 1513-1514 fu occupata dagli Spagnoli e nel 1514 tornò ai Veneti.
Francesco Lupi nel 1508, dopo essere stato riabilitato da una condanna per omicidio, per ordine dei Rettori di Bergamo, a proprie spese cercò di conoscere il momento in cui Lodovico XII re di Francia sarebbe giunto in Milano e li informò. Scoprì unitamente ai fratelli anche il trattato che segretamente facevano i ribelli per dare la città di Bergamo ai Francesi e né lui, né alcuno della sua famiglia si fece coinvolgere in questa cospirazione, benché con grandi promesse e persuasioni vi fossero sollecitati, anzi, con i fratelli, si presentò ai Rettori Alvise Garzoni e Francesco Venier, offrendosi di assalire e passare a fil di spada i ribelli, ma i Rettori glielo proibirono per non danneggiare la città. L’anno seguente 1509 partecipò con una grossa banda d’armati al fatto d’arme di Gera d’Adda e nella disfatta che ebbero le truppe veneziane per la discordia dei loro generali perdette cinque cavalli e fu fatto prigioniero e portato in Milano, ma poco dopo fu riscattato dai fratelli con una grossa taglia. Ritiratosi a Mestre quel che rimaneva dell’esercito veneto, egli con i fratelli a proprie spese mise in ordine 40 uomini d’arme, con i quali si presentò a Treviso da Cristoforo Moro offrendoglieli. Essendo pochi giorni dopo la rotta caduta Bergamo in mani dei Francesi, con un documento che consegnò ad Alvise Sabadino, segretario dei Capi del Consiglio dei X, propose di consegnare ai Veneziani la cittadella, per un’intesa che egli aveva con il castellano Giorgio Foia, ed una porta della città e di sollevare per mezzo dei suoi aderenti le vallate. I fratelli con molti loro uomini combatterono in Val San Martino nello stesso anno 1509.
Nel 1510 Lodovico Suardi e Clemente Vertova, inviati a Milano come ambasciatori con il consenso del governatore Pallavicino e del podestà Agostino Panigarola, proposero di cacciare al confino 40 cittadini, fra i quali Salvo Lupi. Il numero fu poi ridotto a 10 e vi fu inserito Troilo Lupi in sostituzione di Nicola Della Torre; Salvo fu uno dei dieci.
Francesco fu mandato segretamente dai Capi dei X a Milano per sapere e dare immediatamente avviso se il re di Francia fosse partito dall’Italia; vi stette un mese a sue spese ed ottenne la notizia richiesta; ma il messo a Brescia cadde in mano dei Francesi e gli fu trovata la lettera, Francesco corse gran pericolo, le sue case e beni in Bergamo furono saccheggiati e devastati ed egli, dichiarato ribelle ed essendo stata posta una taglia su di lui, dovette fuggire. Per questo anche Troilo e Girardo furono mandati prigionieri a Milano, dove rimasero 7 mesi, e per liberarsi pagarono 300 scudi ciascuno, mentre Giovanni Maria fuggì. Francesco trovò il modo di passare all’esercito veneto, nel quale servì per due anni, tenendo sempre a sue spese 20, 30 e fino a 50 uomini a cavallo e combattendo come se fosse stipendiato. Combatté valorosamente alla difesa di Padova, emulando la virtù di Lattanzio Bonghi suo concittadino. Passò con Paolo Capello di là del Po e quindi per ordine pubblico s’arrischiò a passare in Bergamasca a parlare con fratelli e parenti per concertare l’attacco di sorpresa a Bergamo e vi rimase due giorni in incognito. Dopo la sua partenza furono accusati i fratelli che dovettero pagare 100 ducati ciascuno e furono in pericolo d’essere impiccati ed un loro famiglio ebbe 6 strappate di corda, ma non disse nulla. Qualche tempo dopo Francesco mandò a Bergamo un messo e, organizzata la cosa, si presentò ai Capi del Consiglio dei X ed offrì di consegnare Bergamo, come attestava una deposizione di Tommaso Freschi. Mandò anche un messo a proprie spese agli Svizzeri per sapere come andassero colà le cose ed inviò ai Veneti numerosi avvisi importanti di Lombardia. Ordì così bene il tutto, dandone ragguaglio ai Capi, che dopo pochi mesi, soprattutto per merito dei Lupi, la città fu sorpresa e riacquistata. Il 5 febbraio 1512 Troilo Lupi e Matteo Carrara detto Cagnolo raccolsero truppe ed andarono a Bergamo, si calarono sulle mura e presero la guarnigione. A questo collaborarono attivamente anche i fratelli di Troilo: Girardo e Giovanni Maria che radunarono numerose truppe. Giovanni Maria, intesi gli ordini di Andrea Gritti provveditore generale dell’esercito veneziano, con molti dei suoi famigli ed aderenti uscì dalla città e, postosi in sella, radunata ancor più gente ed unitosi con i suoi parenti e con le altre truppe delle montagne sollecitate dagli stessi Lupi, si spinse alla volta della città che in breve fu presa. Il 15 fu proclamato sul regio che chi avesse voluto militare come fante sarebbe stato ascritto alle truppe del Carrara e di Troilo Lupi e stipendiato.
I Lupi tennero pochi giorni la città, dandosi molto da fare per sorvegliarla, unitamente alle fortezze, giorno e notte con molti uomini a loro spese, come potevano testimoniare il podestà Garzoni e Marin Zorzi Provveditore nell’anno 1509. Dopo che Gaston de la Foix, maresciallo di Francia, ebbe sconfitto entro le mura di Brescia le truppe veneziane, un grosso corpo di Francesi fu inviato a Bergamo per riconquistare la città ed i Lupi furono costretti ad abbandonarla. I Francesi dichiararono ribelle Giovanni Maria come promotore principale dell’invasione, gli confiscarono tutti i beni e saccheggiarono la sua casa. Allo stesso modo i fratelli furono banditi, i loro beni confiscati e saccheggiate le loro case, i loro poderi rovinati. Troilo, che si stava recando a parlare con Andrea Gritti, fu catturato dai Francesi e, con un altro della famiglia e molti dei più cospicui cittadini, fu confinato prigioniero nel Delfinato. Gli altri fratelli con la madre ed i figli dovettero abbandonare Bergamo e si recarono a Venezia, lungo la via furono svaligiati e spogliati dal conte Antonio di Lodron , le case in Bergamo e fuori furono saccheggiate e rovinate, vennero confiscati i beni loro e della madre e posta una taglia sulle loro persone. Giovanni Maria fu Pedrino con le truppe che aveva con sé si portò a Padova ed a proprie spese militò difendendo la città assediata e sciolto l’assedio passò a Crema dove, con parecchi servitori e cavalli, stette presso Gian Paolo da Sant’Angelo, intervenendo a tutti i fatti d’arme ed a tutte le fazioni che si verificavano.
Avendo Andrea Gritti deciso di andare alla riconquista di Brescia, Francesco andò con lui, sempre senza stipendio, con la sua gente d’arme, combatté coraggiosamente e fu uno dei primi ad entrare dalla porta della città ed ebbe una gravissima ferita. Nonostante questa, per ordine del Gritti si trasferì a Bergamo per consultarsi con i fratelli, ma, essendosi affaticato troppo, la ferita si inasprì tanto che in quello stesso anno, dopo aver visto Bergamo restituita al doge, qui spirò.
[p. 151] Nelle divisioni di beni del 1477 il castello di Chiuduno toccò in parte al cavalier Filippo ed in parte a Bernardino. Quest’ultimo non ebbe a quanto pare discendenti. Filippo invece ne ebbe molti, fra i quali i figli ed il nipote che si distinsero ai tempi delle guerre d’Italia dell’inizio del XVI secolo.
Sabato 25 settembre 1501 con atto del notaio Domenico di Matteo Morandi de Cazuloni a Chiuduno nella sala terranea delle case dette ai Croceri, di proprietà di Dandola Leoni in Lupi, Francesco, Troilo, Giovanni Maria fratelli fu Filippo fu Detesalvo, eredi con Girardo loro fratello dei loro fratelli defunti Giovanni Antonio condottiere e Gerolamo, vendettero beni a Detesalvo figlio postumo di Detesalvo. In un atto del 23 maggio 1519 si cita un precedente documento nel quale i fratelli Francesco, Troilo, Giovanni Maria fu Filippo fu Detesalvo, eredi per tre quarti unitamente al fratello Girardo, dei fratelli condottiere Giovanni Antonio e Gerolamo, unitamente a Detesalvo detto Salvo figlio postumo vendettero a quest’ultimo i tre quarti in questione con atto del notaio Giovanni Andrea Agosti.