Ottavio de Carli - Introduzione al "Pellegrinaggio di Gierusalemme" di Gian Paolo Pesenti (parte 1ª): differenze tra le versioni
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Versione delle 20:16, 18 nov 2009
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Al di là delle grandi imprese, che il più delle volte forzano le naturali inclinazioni dell’umana natura, sono spesso i piccoli dettagli, le decisioni sui particolari più insignificanti, ad offrirci il ritratto più autentico delle persone. Il 4 settembre 1612 Gian Paolo Pesenti lasciava Bergamo alla chetichella - “senza farne con alcuno parola”, riferisce testualmente il resoconto qui pubblicato -, facendo così trapelare un carattere forse riservato ed austero che rifuggiva da addii strazianti di amici e parenti, certamente numerosi anche perché la sua doveva essere una figura abbastanza in vista nella vita cittadina di allora.
A quella data Bergamo doveva contare poco meno di 17.000 abitanti [1], e i Pesenti erano da secoli tra le famiglie più in vista della città. Originari della val Brembilla – una valle laterale della val Brembana -, si erano fin dall’epoca comunale messi in mostra come una delle famiglie dominanti della fazione ghibellina. Un Terualdo Pesenti nel 1293 era detto “potens ductor ghibellinorum vallis Brembile”, ma suo padre Uguzzano, ritenuto il capostipite della stirpe era già cives Bergomi, cittadino di Bergamo [2]. Dal ‘400 si erano definitivamente spostati verso la città: nel 1447 un Zannino Pesenti aveva acquistato beni in Sombreno e nel 1473 i suoi figli erano venuti a viverci stabilmente. Nel 1527 Giovanni Pesenti (1471†1554), figlio di uno di questi Pesenti di Sombreno, aveva acquistato casa a Bergamo in via Corsarola (oggi via Colleoni, la principale via di Città Alta), vi aveva insediato una “bottega” e da allora la famiglia poteva dirsi cittadina bergamasca a pieno titolo [3].
Lo spostamento era certamente dettato da esigenze di affari, e non a caso nel blasone figurava una bilancia – più propriamente una stadera [4] -, strumento che la diceva lunga sugli interessi mercantili della famiglia [5]. Giovanni Battista (1528†1604), figlio del citato Giovanni, ricordato come “mercante di drappi”, esercitò la mercatura unitamente al padre finché questi visse, e poi da sé solo, e infine unitamente al suocero Morando Morandi, e ai suoi cognati, tenendo degnamente anche le tesorerie di più Luoghi Pii. Nel 1577 aveva trasferito l’attività sotto la Torre di Gomito, sulla sinistra della salita che dalla torre omonima porta alla Piazza Vecchia [6].
La casata si era nel frattempo notevolmente arricchita, tanto da potersi presto imparentare con i più ricchi partiti della città. Una figlia di Giovanni, Maria, aveva ad esempio sposato Alberto Cassotti de’ Mazzoleni, rampollo di una famiglia che a cavallo tra ‘400 e ‘500 esercitava una mercanzia molto redditizia della seta, con rapporti significativi nelle Marche, nelle Puglie, nel Regno di Napoli e perfino in Egitto.
Gli affari di famiglia si erano via via rafforzati e l’Archivio Pesenti, oggi finito in casa Agliardi, conserva numerosi atti di acquisto di terreni e proprietà, soprattutto nel territorio di Breno (l’attuale Sombreno), risalenti alla seconda metà del ‘500. Ancora nel 1610, un paio d’anni prima che Gian Paolo decidesse di partire, suo padre Francesco aveva comprato la casa dei Rivola presso la Rocca e aveva aumentato i suoi possedimenti di Breno.
Con il censo e il benessere economico, era stata coltivata – altri tempi! – anche la cultura, che non aveva tardato a produrre i suoi frutti: Vincenzo Pesenti, figlio di Giovanni Battista e zio del nostro Gian Paolo, si era fatto frate cappuccino e con il nome di Fra’ Eliseo si metteva in luce come uno dei più eruditi studiosi del suo tempo. Definito da Bortolo Belotti un emulo del Calepino per dottrine e conoscenza di lingue, era un letterato dalla vastissima cultura, annotatore dei classici, grammatico e profondo conoscitore delle lettere greche ed ebraiche.
Di una generazione precedente, ma non molto più vecchio del nostro Gian Paolo – aveva solo una quindicina d’anni in più - dovette senza dubbio avere una certa influenza sulla formazione del giovane nipote, e non è escluso che proprio l’interesse per la Terra Santa sia in qualche modo nato anche dagli studi sull’ebraismo dello zio frate.
Morendo, nel 1637, Fra’ Eliseo lasciò poi un dizionario latino-ebraico di quattro volumi in folio che, in perfetta armonia con lo stile del tempo, prendeva il titolo di Sale (Sal Elisei viri divini studio atque labore F: Elisei Pesenti Bergomatis capuccini teologi confectum, ecc.), mentre una grammatica, sempre di lingua ebraica, si intitolava Favo di miele (Favus mellis exfloribus delibatis Horti clausi lectore et opifice frate Eliseo Pesente Bergomate Capuccino, teologo, oratore aecclesia quasi apis argumentosa, ecc.) [7].
Sarebbe interessante sapere se per tali studi il dotto cappuccino si sia in qualche modo giovato del viaggio in Palestina del nipote, ma ci sembra un’ipotesi più che plausibile. Ci piace in ogni caso pensare che Gian Paolo si sia consultato a lungo con lo zio, prima di prendere la decisione di partire.
Per tornare ai Pesenti, possiamo dire che con il Cinquecento avessero ormai raggiunto una posizione di assoluto rilievo nella vita sociale della città: la galleria degli antenati, commissionata a Carlo Ceresa nel 1650, si apriva proprio con il ritratto – postumo, e per questo “insolitamente insipido e inerte” [8] - di Giovanni Battista Pesenti, nato nel 1528 e morto nel 1604, nonno di Gian Paolo. La scalata sociale si sarebbe poi conclusa, per così dire, nel 1710, quando il pronipote di Gian Paolo, Giuseppe, acquistò con un esborso di 8.500 ducati la contea di Claviano nel Friuli [9].
Gian Paolo doveva però essere un tipo poco propenso a quella prosopopea tronfia e spagnoleggiante che avrebbe tanto segnato il nuovo secolo, e anziché ostentare donchisciottesche avventure, preferiva più concretamente e silenziosamente scendere ai fatti. Nel bellissimo ritratto che poi di lui fece il Ceresa nel 1650 – Gian Paolo aveva ormai settantuno anni -, come anche in quello del fratellastro minore Giovanni, Luisa Vertova [10] ha colto “lo stesso sguardo acuto e combattivo, rivelatore di un temperamento che li avrà certo favoriti nella vita”. Insomma doveva trattarsi di una famiglia di persone decise, e con i piedi solidamente piantati in terra.
Gian Paolo, in più, doveva essere uno spirito libero, perché prima del pellegrinaggio in Terra Santa sembra avesse viaggiato in lungo e in largo anche per le nazioni d’Europa. È lui stesso a darcene informazione, spiegando anche che era stato mosso dalla pura curiosità e dal desiderio di ampliare le proprie conoscenze del mondo: nell’introduzione ai Benigni Lettori, si legge infatti: “Doppò l’haver io fra geli, & ardori con molta spesa di danaio, e di tempo, trascorendo quasi tutta l’Europa, vedute, con le Città, le Provincie, e i Regni di lei, Italia, Alemagna, Ongaria, Transilvania, Polonia, Boemia, Fiandra, Francia, Inghilterra: dopò l’haver praticate quasi tutte le corti maggiori dell’istessa, riconosciute le forze e l’arti di pace, e di guerra, i costumi, le lingue, gl’habiti di tante nationi e tutto ciò mosso da honorata curiosità, e lodevole desiderio di sapere: mi avvidi esser hoggimai tempo, che alla curiosità succedesse la divotione, & al desiderio di sapere il desiderio di piangere…”.
Instancabile viaggiatore per “honorata curiosità, e lodevole desiderio di sapere”, Gian Paolo a poco più di trent’anni di età doveva avere una lunga esperienza di viaggi.
Di lui scrive Bortolo Belotti [11]: “Amante dei viaggi e provvisto di cultura e di mezzi, il Pesenti visitò molti paesi d’Europa e d’Asia, ma non ne pubblicò le relazioni, per quanto le avesse raccolte in un grosso volume, molto probabilmente per ragioni politiche, o, come dice il Calvi, perché esso non era con la pece tinto dell’adulatione, e quindi perché troppo sarebbe sembrato all’offese pupille limpido et chiaro per la verità”.
Non ci è rimasto nulla in verità di questi viaggi in Europa e, allo stato attuale delle nostre conoscenze, nulla sappiamo nemmeno di questo fantomatico volume contenente i relativi resoconti. Peccato, perché da quanto si può intuire, dovrebbe trattarsi di una lettura alquanto piccante. Il viaggio in Terrasanta, semplice e piano nella forma, fu invece pubblicato per la prima volta a Bergamo da Comino Ventura nel 1615, e dedicato “all’Ill.mo e Rev.mo Sig. Monsignor Giovan Battista Milani”, anziano vescovo di Bergamo, ormai in pensione e quasi novantenne, che per due decenni aveva guidato la diocesi della città [12]. Una seconda edizione, appesantita dall’interpolazione di numerose orazioni su cui il Pesenti aveva invece agilmente sorvolato, fu stampata a Brescia da Bartolomeo Fontana nel 1628 [13]. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Fontana nella prefazione alla seconda edizione, quest’ultima venne approntata perché la prima andò esaurita quando ancora il libro era da molti richiesto e ricercato. Sembra fra l’altro di intuire che questa seconda edizione non fosse autorizzata (“Et io per sodisfare alla curiosità universale, hò voluto darlo di novo alle stampe, e donarlo à V. Signoria”, confessa candidamente il Fontana al Pesenti), ma sappiamo che allora quello della tutela dei diritti d’autore non era ancora un diritto riconosciuto.
Anche lo stile di scrittura ci sembra tutto sommato eloquente, e rispondente all’idea che ci siamo fatti del personaggio. In un’epoca tanto prolissa e magniloquente, piena di pompose e spesso incomprensibili circonlocuzioni – non dimentichiamo che sono gli anni dell’Azzeccagarbugli -, Gian Paolo Pesenti scrive con uno stile insolitamente snello e diretto, addirittura asciutto in molte pagine. La Peregrinatio si legge davvero in un fiato – il che è davvero un pregio più unico che raro per un testo scritto nel 1615.
Basti leggere l’introduzione della seconda edizione, firmata da Bartolomeo Fontana, per rendersi immediatamente conto di quale fosse lo stile imperante a quel tempo: questo esordisce prendendola larga, tirando in causa “le Grandezze del Popolo Romano e dell’Egitto”, le Statue d’Oro nel Tempio Delfico e perfino “la camiscia insanguinata di Cesare” nel Senato Romano, laddove il Pesenti entra subito nel vivo, senza inutili e pedanti preamboli.
Al di là di queste supposizioni sul personaggio e sul suo carattere, ben poco altro però ci è dato sapere su Gian Paolo Pesenti.
Non sappiamo che studi avesse fatto – certamente doveva averne fatti – e non sappiamo se dietro alle dichiarate motivazioni di un semplice interesse culturale i suoi viaggi nascondessero altri e più segreti obiettivi. Non sarebbe la prima volta che semplici viaggi di piacere fossero utilizzati come copertura per delicate missioni commerciali o addirittura politico-diplomatiche. D’altra parte, perché mai il Pesenti avrebbe dovuto “praticare quasi tutte le corti maggiori” d’Europa? Non risulta che il giovane avesse incarichi diplomatici ufficiali, e nemmeno poteva fregiarsi dei titoli nobiliari allora pressoché necessari per frequentare degnamente le corti. Sorge anche il dubbio che egli millantasse frequentazioni più ampie e altolocate di quanto in realtà fosse avvenuto.
Non sembra in ogni caso che l’anno trascorso in pellegrinaggio l’abbia privato di tempo prezioso per qualche attività più o meno professionale che lo impegnasse a casa. Se però è vero che i Pesenti avevano ancora una qualche attività commerciale in quegli anni, e se è vero che i loro commerci potevano avere un respiro internazionale, non è escluso che i numerosi viaggi non fossero intrapresi per soli fini “turistici” o, nel caso della Peregrinatio, devozionali.
Le numerose lettere “di favore & credito” che Gian Paolo richiese ed ottenne per potersene servire anche in sedi teoricamente fuori percorso - Aleppo ed Il Cairo, ad esempio -, destano qualche sospetto. Erano precauzioni doverose che tutelavano il viaggiatore per ogni evenienza, naturalmente, ma anche la scelta di preferire una lunga sosta invernale in Siria, anziché avventurarsi in una rischiosa quanto in effetti breve traversata in mare lascia un dubbio sottile. Nel viaggio di ritorno il Pesenti dimostra di non temere il mare, e allora delle due l’una: o era davvero uomo di straordinario senso pratico, con un gran fiuto per le diverse situazioni, capace di cogliere il limite tra il coraggio dell’avventura e la sconsideratezza di imprese a rischio troppo elevato, oppure al di là di tutto la prospettiva di un inverno trascorso in una città commerciale, in mezzo ai mercanti, tutto sommato non esulava troppo dai suoi programmi.
Come giudicare poi un pellegrino che, compiuta la sua lunga e difficile missione di devozione, anziché far vela verso casa, decide di imbarcarsi in un’impresa altrettanto difficile e rischiosa? E non si trattava solo di stare in groppa a un cammello per otto ore al giorno sotto al solleone del deserto: il problema vero erano i predoni, che forse qualche volta erano anche innocui, ma in ben altri casi non avrebbero certo avuto scrupoli a sgozzare delle vittime che per di più erano ai loro occhi solo cani infedeli.
Stupisce davvero questa curiosità disposta a tanto sacrificio. D’altra parte le pagine di questo turista ante litteram che nell’anno del Signore 1613 – quasi due secoli prima dello stesso Napoleone – va a visitare le piramidi (scalandole fino in cima e avventurandosi coraggiosamente nel fitto buio dei cunicoli) e poi, forse primo Occidentale della storia, fa aprire le tombe e svolgere dalle bende le mummie per vedere gli antichi Egizi imbalsamati, sono davvero impagabili [14]; come impagabili sono alcuni riferimenti a dettagli di vita del mondo orientale che davvero rendono gustosa la lettura di questo resoconto: ad esempio la notizia data come curiosa, secondo cui ad Aleppo “vi sono molti lochi ove tutti vanno a bevere cert’acqua nera caldissima, che chiamano Cave”. Notizia, quest’ultima, che dimostra che il caffè ai primi del Seicento non solo non era diffuso in Europa – si diffonderà solo alcuni decenni più tardi - ma nemmeno era conosciuto, almeno dalla gente comune [15].
Vero turista prima del tempo, forse Pesenti aveva in verità intrapreso il viaggio anche per qualche altro intento, magari semplicemente studiare quali possibilità di mercato potesse offrire l’Oriente di quegli anni. Abbiamo detto che i commerci dei Cassotti raggiungevano perfino l’Egitto, e non è escluso che anche i Pesenti volessero intraprendere una qualche attività di ampio respiro, sempre che se ne intravedessero le possibilità.
Sono naturalmente ipotesi non suffragate da alcun indizio documentale; anzi, a onor di verità bisogna ammettere che tra fine ‘500 e inizi ‘600 non risulta che i Pesenti esercitassero rilevanti attività commerciali. Il fatto però che nel resoconto non vi siano chiari accenni ad interessi di tipo commerciale potrebbe anche non essere rilevante. Non bisogna dimenticare che il libretto è dedicato all’anziano vescovo di Bergamo e nel racconto non era certo il caso di mescolare il sacro con il profano. Un pellegrinaggio non poteva in teoria avere secondi fini che non fossero quelli di un’autentica purificazione dell’anima.
Non è detto, d’altra parte, che questo non fosse in realtà l’unico e autentico motivo del viaggio. Se così fosse, ci guadagnerebbe solo la stima per lo spirito intraprendente di questo giovane giramondo incurante dei pericoli, ma anche capace di valutare i rischi eccessivi e di saper rinunciare alle sconsideratezze; un personaggio, insomma, degno di vestire il mantello di Cavaliere del Santo Sepolcro.
Continua a
2 - Il pellegrinaggio in Terra Santa
NOTE
[1] I dati sono tratti da BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo, 3ª Ed., Bergamo, Bolis, 1989, vol. IV, p. 216; cfr. inoltre lo studio di CARLO MARCO BELFANTI, Dalla stagnazione alla crescita: la popolazione di Bergamo dal Cinquecento a Napoleone, in A.A .Vv., Storia economica e sociale di Bergamo, Vol. 4 – Il tempo della Serenissima, tomo I, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, 1995, p. 180. Dei 16781 abitanti indicati per l’anno 1612, 5000 erano residenti in Città Alta, e i rimanenti 11781 nei diversi borghi della città; inoltre questi numeri non comprendevano i religiosi. Fonte di tale censimento è la Relazione dei Rettori Veneti in Terraferma ad annum, la cui precisione può naturalmente essere messa in dubbio (evidenti sono gli arrotondamenti), ma che costituiva comunque un documento ufficiale e complessivamente attendibile.
[2] Sulle origini della famiglia Pesenti riportiamo quanto sintetizzato in CAMILLO FUMAGALLI, La Italcementi. Origini e vicende storiche, Bergamo, per il centenario della Società, 1864-1964, p. 207: “Le ricerche genealogiche fanno risalire l’origine della famiglia Pesenti al capostipite Giovanni (Zanus) de Pesentibus, detto Magada, da Gerosa, nato verso il 1350. Gerosa è un paesello posto in capo alla Valle Brembilla (Bergamo). Questa breve valle, che oggi si percorre in automobile in pochi minuti (dalla confluenza del torrente Brembilla col fiume Brembo, al valico di Bura che segna il displuvio con la Val Taleggio, non sono che 15 Km di strada, in linea d’aria la distanza è assai minore) ed annovera si e no cinquemila abitanti, fu nel Medio Evo una valle bellicosa, e che ha avuto una spaventosa sua storia, abitata da Ghibellini in perenne conflitto con i territori circostanti, già munita per natura e rafforzata per mano dell’uomo da poderose fortezze, quali la rocca dei Carminati a Laxolo, detta «Casa Eminente» ed il castello dei Dalmasano in cima al Monte Ubione. […] Storicamente certo è che nella prima metà del Quattrocento i Brembillesi si mostrarono costantemente fautori dei Visconti (Ghibellini) ed irriducibilmente avversi ai Veneziani (Guelfi), e fra l’altro, costituiti in una banda armata, furon dessi che aiutarono il Piccinino ad infliggere sopra Lecco una sconfitta ai Veneziani il 27 novembre 1432. Così temibili erano gli apprestamenti difensivi della Val Brambilla, che i Veneziani, anche quando pervennero negli anni susseguenti a rassodare il loro dominio sul territorio bergamasco, stimarono impresa troppo arrischiata quella di snidare gli agguerriti Brembillesi dal loro covo e ricorsero all’inganno. Infatti il Senato Veneziano con delibera segreta 19 gennaio 1443 approvò che si procedesse col seguente stratagemma. I Rettori di Bergamo Bartolomeo Venier e Andrea Giuliano con pubbliche grida finsero di addivenire ad una importante divisione del territorio, e quindi invitarono a Bergamo per le opportune comunicazioni i rappresentanti delle varie comunità interessate. E come si presentarono quelli di Brembilla, in numero di diciotto, li arrestarono e tennero prigionieri. Il Governo Veneto ebbe così la Val Brembilla, rimasta priva dei suoi capi, a sua discrezione: e la vendetta che si prese fu spietata. Un bando intimò a tutta la popolazione di sgombrare la valle e di non rimettervi più piede, pena la morte. Quegli sventurati profughi, in condizioni raccapriccianti, andarono dispersi in parte nella Bassa Bergamasca (e così i Gatti (Cati) a Romano ed i Carminati a Bariano) e molti altri nel Milanese, e specialmente a Lodi roccaforte dei Visconti. E furono tutti questi oriundi profughi da Brembilla che moltiplicarono in quelle terre le famiglie che per la loro origine presero il cognome di Brembilla o Brambilla. Fu anche il lignaggio dei Pesenti coinvolto in questa truce vicenda? Stando al Mandelli (Alzano nei secoli - Industrie Grafiche Cattaneo Bergamo 1959, p. 50) sembrerebbe di no: dice infatti che mentre nel secolo precedente (XIV) i Pesenti subirono proscrizioni e confische, nel Quattrocento, nonché subire nuovi guai, ebbero anzi ristoro ed alleviamento dei danni precedentemente subiti. E per verità il nome dei Pesenti non ricorre fra quelli delle famiglie più duramente colpite, e nelle indagini genealogiche abbiamo trovato un solo Pesenti abitante a Lodi. La spiegazione del pericolo in tutto od in gran parte scampato potrebbe trovarsi nella circostanza che quelli di Gerosa non seguirono i Brembillesi nella ribellione, rimanendo invece fedeli alla Serenissima, e perciò appunto ottennero d’essere separati da Brembilla e di costituirsi in comune autonomo (cfr. BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi cit. Vol. III, p. 61).
[3] L’archivio Pesenti-Agliardi conserva ancora il Privilegio fatto al Sig. Gio. Pesenti q.m Pasino, creato Cittadino della Magnifica Città di Bergamo, datato appunto 1527 (Arch. Pesenti-Agliardi, Lett. S – 2 quadris, Doc. 1 – p. 184b).
[4] Lo stemma Pesenti, troncato, portava in capo un’aquila in campo d’oro, eloquente testimonianza di un’antica fede ghibellina. Si noti che tale aquila era rivoltata (guardava cioè verso sinistra), e venne raddrizzata soltanto quando nel 1710 i Pesenti ottennero il titolo comitale. In tale occasione l’aquila acquisì anche la corona. La stadera figurava nella parte inferiore dello stemma, in campo rosso per il ramo trasferitosi ad Alzano e in campo bianco per il ramo di Gian Paolo, poi assunto al titolo comitale.
[5] Lo stemma era analogo a quello ad esempio dei Carminati, solo che questi avevano il carro al posto della pesa. Evidentemente si trattava di famiglie che avevano voluto blasonare lo strumento col quale avevano costruito la loro prima modesta fortuna. Oltre al mercato dei tessuti, sembra che a fine ‘400 i Pesenti commerciassero metalli, ma se ne sa poco. Non sembra inoltre che fossero attivi nell’importante mercato della seta – come lo erano stati i Cassotti, ai quali si accennerà poco più avanti. In questi anni i principali mercanti di seta erano Giacomo Cologno, Alvise Ghirardelli, Stefano Nova, Raffio Olmo, Varisco Fugaccia, Angelo Serughetti, Vincenzo Medolago, Marcello Cavalieri, Rinaldo Valsecchi, Martin Benaglio e Marco Gromo (cfr. BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. IV, p. 206). Dalla fine del ‘500 alla prima metà del ‘600 vi erano dei Pesenti che operavano nella Compagnia dei Corrieri Veneti (un Zuanne, un Bernardo, un Benetto, un Giacomo, un Giovanni Battista), ma non sappiamo se fossero imparentati con i Pesenti di cui stiamo trattando (Cfr. AA VV. Le Poste dei Tasso, un’impresa in Europa. Contributi in occasione della mostra I Tasso, l’evoluzione delle Poste, Bergamo, ex-chiesa di S. Agostino, 28 aprile – 3 giugno 1984. Comune di Bergamo, Manifestazioni Tassiane, 1984, p. 81).
[6] Cfr. ALBERTO AGAZZI, ‘Un poco noto monumento di Città Alta: la Domus Mercatorum’ in Rivista di Bergamo, gennaio 1962, p. 5. L’Agazzi ipotizza che l’edificio fosse adibito a Domus Mercatorum, e cioè a fondaco o magazzino delle merci di cui i Pesenti facevano commercio, e a sostegno di questa asserzione adduce l’argomento che un ramo della detta famiglia aveva per cognome Pesenti Magazzeni. Ancora nell’Ottocento notevoli personalità cittadine comparivano con questo nome, come un G. B. Pesenti Magazzeni assessore del Comune di Bergamo nel 1844; un Giovanni Pesenti Magazzeni, membro del Governo Provvisorio nel 1848; un Alessandro Pesenti Magazzeni scrittore sul finire del sec. XIX su argomenti storici bergamaschi. A questi personaggi che sono menzionati anche da Bortolo Belotti nella Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, ne va aggiunto un altro, il canonico don Alessandro Pesenti Magazzeno, assai noto e popolare sotto il nome dialettale di «Canonech Maganzì», perché essendo ricco e molto benefico, a lui si ricorreva ogni volta che trattavasi di finanziare un’opera di bene.
[7] I volumi sono oggi conservati presso la Civica Biblioteca ‘Angelo Mai’ di Bergamo.
[8] LUISA VERTOVA, scheda relativa al dipinto ne I pittori bergamaschi – Il Seicento II, p. 569 e 681.
[9] Giuseppe (1668-1716) era figlio di Vincenzo, tristemente noto per il terribile delitto perpetrato nei confronti della giovane moglie Maria Brembati. Discendevano costoro dal fratello maggiore di Gian Paolo, Giuseppe (1578-1630), e costituivano il ramo dei cosiddetti “Pisentì”, o Pesenti della Rocca (dalla collocazione della loro dimora nel recinto appunto della Rocca, presso la casa dei marchesi Rota). Dal fratellastro minore di Gian Paolo, Gerolamo (1600 – post 1650) discese invece il ramo dei cosiddetti “Pisentù”. I due rami si riunirono quando negli ultimi anni del ‘700 Giovanni Battista “Pisentù” sposò in seconde nozze la contessa Giovanna dei “Pisentì”. L’unione non fu però propizia ai destini della casata, perché con i loro figli i due rami si estinsero: l’unico maschio, infatti, chiamato Pietro come lo zio noto patriota cisalpino, fu canonico e Parroco di S. Andrea (1800-1842). L’intera sostanza, compresa la villa e le proprietà di Sombreno, passò così ai figli di Marianna, sposata con il conte Paolo Agliardi (1794-1866). I fasti della famiglia Pesenti proseguirono però con il ramo collaterale, evidentemente discendente dallo stesso ceppo della val Brembilla, trasferitosi ad Alzano intorno alla seconda metà del ‘700. Qui fondarono dapprima una cartiera e poi, ad opera degli intraprendenti fratelli Carlo, Cesare e Daniele, una fiorente industria delle calci e dei cementi che nell’arco di pochi decenni si impose sull’intero territorio nazionale. Ancora oggi il nome dei Pesenti è saldamente legato all’impero industriale della Italcementi.
[10] LUISA VERTOVA, scheda relativa al dipinto ne I pittori bergamaschi – Il Seicento II, pp. 502, 503, 570, 682.
[11] BORTOLO BELOTTI, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. VI, p. 46.
[12] Veneto, a 47 anni Giovan Battista Milani decise di abbandonare lo stato secolare per entrare nella Congregazione dei Teatini, di cui divenne superiore generale. L’8 aprile 1592 fu eletto da Clemente VIII vescovo di Bergamo. Secondo gli storici dell’epoca seguì lodevolmente l’esempio e continuò le iniziative del precedente vescovo Girolamo Ragazzoni. Benché già anziano, compì due visite pastorali; solo la terza, iniziatasi nel 1605 fu affidata a delegati, avendo l’illustre presule raggiunto l’età di 78 anni. Tenne tre sinodi. Dei primi due non fece stampare decreti, trattandosi evidentemente di richiami alla legislazione esistente, a differenza del terzo, celebrato il 4 settembre 1603. Dalle deliberazioni ivi prese emerge come, nonostante gli sforzi, fosse ancora incompleta una piena applicazione delle direttive tridentine: tra il clero permanevano ancora abusi e abitudini poco conformi allo stato sacerdotale, mentre tra il popolo continuavano a sussistere pratiche superstiziose. Speciale attenzione fu rivolta alla Scuola della Dottrina Cristiana di cui si promosse una presenza capillare in ogni parrocchia. Durante l’interdetto lanciato da Paolo V sulla Repubblica Veneta, il Milani non poté fare a meno di adeguarsi alle disposizioni delle autorità politiche che ne vietavano l’applicazione, acconsentendo alla celebrazione pubblica dei riti sacri vietata dal papa. Il suo episcopato fu anche contrassegnato da episodi che incrementarono il culto e la pietà mariana dei fedeli ed ebbero grande risonanza in diocesi e fuori: i fenomeni prodigiosi che si manifestarono sulle immagini di Maria a Borgo S. Caterina e ad Ardesio. Dopo aver governato per quasi vent’anni la diocesi, nel 1611 si ritirò, per motivi di età, a vita privata e morì in Bergamo, a 90 anni, nel giugno del 1617 (don Goffredo Zanchi, in AA.VV. Ritratti dei Vescovi di Bergamo, Ed. promossa dal Credito Bergamasco, Bergamo, 1990, p. 150).
[13] Vedi più avanti per le aggiunte testuali di questa seconda edizione.
[14] Converrà qui ricordare che né Leonardo Frescobaldi né Simone Sigoli, dei quali si dirà qui poco più avanti, e che come Pesenti compirono un pellegrinaggio in Egitto e in Terrasanta, pur fermandosi 8 giorni al Cairo, e pur indugiando nei loro resoconti in numerosi dettagli sulla vita e le curiosità della città, non fanno cenno alcuno alle piramidi e alle testimonianze dell’antico Egitto. L’erronea affermazione secondo cui il primo occidentale a scoprire e interessarsi delle mummie sia stato Pietro Della Valle nel dicembre 1615, conferma a questo punto che il primato spetta invece a Gian Paolo Pesenti. Anche di Pietro Della Valle si dirà più avanti in questo saggio.
[15] In realtà quella del caffè era una relativa novità anche per l’Oriente, perché sebbene fosse conosciuto come bevanda nello Yemen almeno fin dal sec. XIV, e dalla fine del ‘400 fossero comparsi i primi caffè pubblici alla Mecca, sembra che l’apertura di luoghi d’incontro espressamente dedicati alla consumazione di tale bevanda (oltre che ad altre attività ricreative come l’ascolto della musica, il gioco degli scacchi, ecc) si sia diffusa solo a Cinquecento inoltrato. I primi caffè di Costantinopoli aprirono nel 1554 (ad opera, pare, di mercanti siriani) e al Cairo essi comparvero solo con l’ultimo decennio del ‘500, circa vent’anni prima del viaggio del Pesenti. In Europa l’uso della bevanda, con la relativa apertura di appositi locali pubblici, risale ad alcuni decenni dopo. A Venezia se ne ha notizia dal 1640, a Marsiglia dal 1654, a Londra dal 1662, a Parigi dal 1680 circa, a Vienna dopo l’assedio degli Ottomani e la vittoria di Sobieski nel 1683, e a Francoforte dal 1689 (cfr. Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, Roma, 1949, sub voce).