I Giselbertini e l’evoluzione dell’autorità comitale

Da EFL - Società Storica Lombarda.

di François Menant

(da Dai Longobardi agli esordi del Comune, in A.A .VV. Storia economica e sociale di Bergamo, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, Vol. 2 – I Primi millenni.* Dalla Preistoria al Medioevo (2007), pp. 715-718.


Fonti e storiografia

È appunto dei Giselbertini che è importante dire a questo punto due parole. Essi occupano in effetti nella storia bergamasca dei secoli X-XI un posto insieme importante e periferico: sin dall’inizio, e in ogni caso a partire dal 978, non esercitano del potere che su di una parte del contado e la loro storia può apparire un lungo declino, caratterizzato da una crescente deprivazione dell’autorità pubblica e da una decadenza patrimoniale. Questa impressione è tuttavia dovuta in gran parte allo stato delle fonti, che è ingannatore: non disponiamo di archivi giselbertini - come del resto accade per quasi tutte le grandi casate dell’Italia di questa epoca -, ma soltanto di informazioni provenienti da enti religiosi con i quali essi avevano rapporti: essenzialmente i monasteri che hanno fondato, e i vescovati di Bergamo e di Cremona con i quali hanno stretto rapporti fondiari o vassallatici e a vantaggio dei quali hanno tenuto dei placiti. Vediamo così le proprietà dei Giselbertini soprattutto nel momento in cui essi le perdono e il loro ruolo politico reale ci sfugge completamente. Questo spiega il posto relativamente ridotto che loro compete nella storiografia bergamasca: le storie di Bergamo, da Lupi a Belotti, parlano certamente di loro, ma sempre in un modo periferico - cosa normale, in studi centrati su di una città da cui essi sono assenti . Una serie di monografie ha in compenso da un mezzo secolo raccolto i documenti che li riguardano e suggerito la loro reale importanza .

Presupposti dell’importanza dei Giselbertini

Questa importanza riposa su basi multiformi, che sono evolute nel corso dei tre secoli (dall’inizio del X al volgere del XIII, forse anche più tardi) in cui i Giselbertini hanno giocato un ruolo politico nel comitato e nelle regioni limitrofe. La loro influenza non è del resto soltanto politica: sono stati al centro di più di un settore dell’evoluzione economica, sociale e religiosa del loro tempo grazie alle loro vaste proprietà, alle loro reti di vassalli, ai monasteri che hanno fondato, all’impulso che hanno dato alla fondazione di Crema. La loro duratura intimità con l’imperatore, anche dopo che hanno abbandonato la corte intorno al 1024, ha d’altra parte certamente conferito loro nella regione un peso politico che non cogliamo interamente; l’esercizio infine di determinate attività giurisdizionali - i placiti in primo luogo - conserva loro una parte almeno della loro autorità pubblica sino all’esordio dei comuni, e taluni fra loro la sanno prolungare divenendo consoli e podestà di Crema e di Cremona . Non è il caso qui di riprendere in dettaglio questi differenti ambiti dell’influenza giselbertina: accontentiamoci di indicarne le grandi linee.

L’influenza politica

I conti di Bergamo sono in primo luogo, sino al primo quarto del secolo XI - grosso modo sino alla distruzione del palazzo regio di Pavia nel 1024 e al declino dell’amministrazione centrale che la accompagna - i conti palatini, vale a dire i primi funzionari della corte, incaricati in particolare delle funzioni giudiziarie per delega del sovrano. Hanno saputo conservare questo posto attraverso i cambiamenti di sovrano, e in particolare l’avvento della dinastia ottoniana, ma la loro stella si è offuscata dopo la disgrazia di Giselberto II nel 978. Le loro alleanze in questa età confermano in ogni caso che appartengono decisamente al primo gruppo delle famiglie del regno. A partire dal secondo quarto dell’XI secolo, i Giselbertini si alleano al contrario con famiglie capitaneali della regione - Soresina, Dovara... -; dalla fine del secolo precedente non tengono più placiti al di fuori della parte meridionale del comitato, che gravita di fatto verso il vescovato di Cremona e nella quale si trovano le loro posizioni più forti. La Chiesa di Bergamo, quanto a lei, ricorre da allora in caso di bisogno a missi regi o ad arbitrati. Nel XII secolo i conti sono ancora riconosciuti come personaggi importanti allorché l’imperatore viene in Italia, si rivolge a loro e si avvale dei loro consigli. Malgrado le divisioni politiche del lignaggio, che vedono una parte dei suoi membri allinearsi nel campo degli avversari dell’Impero, questo ruolo politico di una parte almeno dei conti dura sino al XIII secolo: Egidio da Cortenuova è ancora vicario in Lombardia dell’imperatore Ottone IV nel 1212 . Questo, allo stesso modo dei consolati e delle podestarie esercitati dai conti, indica nettamente il ruolo politico non trascurabile che conservano in piena età comunale. Ma il comune di Bergamo non è quasi toccato da questa influenza, se non in modo marginale (Egidio da Cortenuova ne è console nel 1195) e soprattutto negativo: i conti di Calepio, soprattutto quelli di Cortenuova, sono nemici del comune, che li combatte e che rade al suolo i loro castelli .

I legami con la nobiltà

Altro canale dell’influenza comitale: il loro inserimento nelle reti di alleanze della nobiltà lombarda. Si conoscono pochi loro vassalli, ma è senza dubbio l’orientamento della documentazione a celare questo aspetto: alcuni dei partecipanti ai loro placiti sono molto probabilmente loro vassalli, se si deve prestare fede ai loro nomi, che evocano dei villaggi dominati dai Giselbertini, come Farinate, Vailate, Masano ; alcuni di questi nomi sono del resto portati in seguito da lignaggi di signori di castello, ma il loro legame con i Giselbertini non appare più nelle fonti. Si intravede qua e là, per l’epoca successiva, che i Giselbertini conservano dei vassalli, ma le menzioni sono sempre isolate e le curiae vassallatiche dei diversi rami comitali non hanno certamente che un’ampiezza molto mediocre in rapporto a quelle dei vescovi della regione. I Giselbertini appartengono del resto a loro volta alle corti feudali dei vescovi di Cremona e di Bergamo, dove affiancano la maggior parte dei signori di castello della regione. Essi conservano tuttavia in questo ambiente un primato multiforme, che si legge pur nella casualità della sopravvivenza documentaria, soprattutto a Crema, dove esercitano i diritti signorili e hanno attirato numerose famiglie della nobiltà bergamasca; essi dirigono i destini di questa piccola comunità aristocratica, senza titolo o come consoli, attraverso tutte le drammatiche peripezie del XII secolo.

Le fondazioni monastiche

I Giselbertini restano anche nella storia lombarda come i fondatori di due grandi monasteri, S. Paolo d’Argon (fondato da Giselberto IV nel 1079 e affiliato a Cluny) e S. Benedetto di Crema (fondato nel 1097 da Enrico II, antenato dei conti di Crema, e sottoposto a Monte Cassino); ne hanno creati altri due che non hanno conosciuto lo stesso successo, S. Stefano al Corno (fondato dalla vedova e dai quattro figli di Giselberto II tra il 1000 e il 1010) e S. Fabiano di Farinate (fondato da un gruppo di fratelli e cugini nel 1114 e donato alla Santa Sede). In tutti i casi, si tratta di iniziative religiose dagli sfondi molto precisi - fra cui il principale è il legame, dalle forme variabili, con una riforma moderata della chiesa - ma che hanno anche connotati politici e fondiari: S. Benedetto è un elemento chiave dello sviluppo politico di Crema e delle manovre per fare sfuggire la piccola città all’influenza cremonese, Argon è un modo per Giselberto IV di attenuare il trasferimento dei suoi interessi verso il sud del comitato, e, su di una scala più modesta, la fondazione del monastero di Farinate accompagna il tentativo di un ramo di trovare nuovo slancio risollevando questo castrum in declino. Queste tre fondazioni indicano anche il posto detenuto dai Giselbertini nei grandi rovesciamenti politici e religiosi intorno al 1100: essi sono, di fatto, con qualche sfumatura, in armonia con la tendenza generale di questo ambiente fedele all’Impero e riformatore senza eccessi in materia religiosa, che cerca contemporaneamente di difendere le sue prerogative minacciate dal preannunciarsi delle autonomie comunali.

I patrimoni fondiari

Ultimo fondamento della potenza giselbertina: i loro vasti possedimenti, che ne fanno senza dubbio ancora verso la metà dell’XI secolo i più grandi proprietari laici del comitato, e forse anche i più grandi proprietari in generale, prima del vescovato. Ma le divisioni successorie, praticate con uno strano accanimento, impoveriscono rapidamente i rami che si staccano progressivamente dal tronco iniziale. Alcuni fra loro, come i Calepio, i conti di Crema, quelli di Cortenuova, i Martinengo, conservano o ricostituiscono (soprattutto nella bassa pianura, e grazie ad operazioni come lo sviluppo di Crema o l’ottenimento di feudi ecclesiastici) grandi signorie che li classificano ancora alla fine del XII secolo fra le principali famiglie della regione. Altri rami piombano nella mediocrità. In ogni caso, le terre giselbertine, soprattutto quelle della parte settentrionale del comitato, alimentano a partire dall’ultimo quarto dell’XI secolo un intenso movimento di affari fondiari e di crediti, di cui sembrano approfittare alla fine la Chiesa e i ricchi lignaggi cittadini. I conti del comitato di Bergamo hanno dunque giocato un ruolo importante, ma multiforme e contrastato, nell’evoluzione del loro comitato: la loro antica funzione pubblica non esiste più se non in filigrana nell’XI secolo; in compenso, essi figurano come capi o modelli della nobiltà signorile, animatori (in parte involontari) del trasferimento delle signorie fondiarie verso i nuovi proprietari ecclesiastici e cittadini, e responsabili di grandi iniziative, fra le quali la fondazione di Crema è la più notevole.


segue Le basi fondiarie del potere: l’evoluzione dei grandi complessi patrimoniali