L’affermazione dei grandi lignaggi: differenze tra le versioni

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di '''[[François Menant]]'''
 
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(da '''[[Dai Longobardi agli esordi del Comune]]''', in A.A .VV. ''Storia economica e sociale di Bergamo'', Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, Vol. 2 – I Primi millenni.*  Dalla Preistoria al Medioevo (2007), pp. 719-722.
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(da '''[[Dai Longobardi agli esordi del Comune]]''', in A.A .VV. ''Storia economica e sociale di Bergamo'', Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, Vol. 2 – I Primi millenni.*  Dalla Preistoria al Medioevo (2007), pp. 722-728.
  
  
Il modo più concreto di abbordare la questione è senza dubbio di esporre quel che sappiamo sulle principali famiglie di vassalli e sui loro beni. Due fra esse, i Mozzi e i Martinengo, si situano al più alto rango della nobiltà lombarda; altre due, gli Avvocati e i Terzo, di livello di poco inferiore, sono relativamente ben conosciute; spenderemo qualche parola anche per i Lallio, cui è consacrata la «genealogia d’Astino» e per qualche famiglia di minore rilievo. Lo studio di questi casi permetterà di tracciare un panorama generale dei processi di radicamento di stirpe che sono in corso a quest’epoca nella nobiltà bergamasca .
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Il modo più concreto di abbordare la questione è senza dubbio di esporre quel che sappiamo sulle principali famiglie di vassalli e sui loro beni. Due fra esse, i Mozzi e i Martinengo, si situano al più alto rango della nobiltà lombarda; altre due, gli Avvocati e i Terzo, di livello di poco inferiore, sono relativamente ben conosciute; spenderemo qualche parola anche per i Lallio, cui è consacrata la «genealogia d’Astino» e per qualche famiglia di minore rilievo. Lo studio di questi casi permetterà di tracciare un panorama generale dei processi di radicamento di stirpe che sono in corso a quest’epoca nella nobiltà bergamasca '''[1]'''.
  
 
'''Due famiglie maggiori della Lombardia feudale: i Mozzi e i Martinengo'''
 
'''Due famiglie maggiori della Lombardia feudale: i Mozzi e i Martinengo'''
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Feudi o allodi, i grandi complessi fondiari dei Mozzi che vediamo nell’XI secolo sembrano immensi: si stendono attraverso le Prealpi bergamasche, da Mozzo e dalla bassa Val Brembana sino alle rive del lago d’Iseo, passando per la Val Seriana e la Val Cavallina; le appendici in pianura rimangono minori, e le estensioni nelle diocesi vicine sono scomparse dopo il Mille. L’alta Val Cavallina, tra il lago d’Idro e quello d’Iseo, rappresenta la zona di più forte concentrazione della loro potenza fondiaria, articolata attorno a numerose fortezze strategiche: Monasterolo sul lago d’Idro, Clusane su quello d’Iseo, Pradella nella bassa Valcamonica, tenuto in feudo da S. Giulia, e i famosi tre castelli - pulcherrima castra, dice il Carmen de gesto Frederici - di Volpino, Qualino e Ceretello, feudi del vescovo di Brescia, che dominano lo sbocco della Valcamonica. Tutto questo avrebbe potuto costituire un vero e proprio stato, a cavallo della frontiera fra Bergamo e Brescia in una regione sensibile in cui la grande corrente di scambio della Valcamonica prende la via lacustre e dove si concentrano i preziosi prodotti metallurgici. Ma gli elementi di questo notevole insieme sono tenuti da rami diversi, almeno dopo gli ultimi decenni dell’XI secolo. Il frantumarsi della famiglia e del complesso patrimoniale si rivela a partire dal secondo quarto del XII secolo, con la guerra di Volpino e con la separazione in lignaggi sempre più estranei gli uni agli altri: Mozzi di Bergamo, Brusati di Brescia, capitanei montani di Cene, di Scalve e di Sovere, Federici di Valcamonica; un altro ramo emigra in territorio cremasco: i Mozzi di Romanengo, vassalli di S. Benedetto di Crema; troviamo ancora Mozzi a Cremona e a Soncino.
 
Feudi o allodi, i grandi complessi fondiari dei Mozzi che vediamo nell’XI secolo sembrano immensi: si stendono attraverso le Prealpi bergamasche, da Mozzo e dalla bassa Val Brembana sino alle rive del lago d’Iseo, passando per la Val Seriana e la Val Cavallina; le appendici in pianura rimangono minori, e le estensioni nelle diocesi vicine sono scomparse dopo il Mille. L’alta Val Cavallina, tra il lago d’Idro e quello d’Iseo, rappresenta la zona di più forte concentrazione della loro potenza fondiaria, articolata attorno a numerose fortezze strategiche: Monasterolo sul lago d’Idro, Clusane su quello d’Iseo, Pradella nella bassa Valcamonica, tenuto in feudo da S. Giulia, e i famosi tre castelli - pulcherrima castra, dice il Carmen de gesto Frederici - di Volpino, Qualino e Ceretello, feudi del vescovo di Brescia, che dominano lo sbocco della Valcamonica. Tutto questo avrebbe potuto costituire un vero e proprio stato, a cavallo della frontiera fra Bergamo e Brescia in una regione sensibile in cui la grande corrente di scambio della Valcamonica prende la via lacustre e dove si concentrano i preziosi prodotti metallurgici. Ma gli elementi di questo notevole insieme sono tenuti da rami diversi, almeno dopo gli ultimi decenni dell’XI secolo. Il frantumarsi della famiglia e del complesso patrimoniale si rivela a partire dal secondo quarto del XII secolo, con la guerra di Volpino e con la separazione in lignaggi sempre più estranei gli uni agli altri: Mozzi di Bergamo, Brusati di Brescia, capitanei montani di Cene, di Scalve e di Sovere, Federici di Valcamonica; un altro ramo emigra in territorio cremasco: i Mozzi di Romanengo, vassalli di S. Benedetto di Crema; troviamo ancora Mozzi a Cremona e a Soncino.
  
'''I [[Martinengo]]'''. Seconda grande stirpe: i Martinengo, il cui ruolo fra i grandi signori lombardi è paragonabile a quello dei Mozzi. La «genealogia d’Astino» li dice generati dal secondo figlio di Longumfredus de Hemphymia, Leopardus, che avrebbe «costruito il castrum di Martinengo e molti altri nella diocesi di Brescia»; il testo aggiunge che essi controllano la pieve di Ghisalba. Questi pochi elementi corrispondono in effetti a tratti salienti della storia del lignaggio: il suo emergere dalle fonti pochi dopo il Mille; la sua buona posizione allodiale, di cui il grosso castrum di Martinengo è una delle basi; la ricca dotazione ricevuta dal vescovato, che comprende segnatamene la pieve di Ghisalba; ed il trasferimento a Brescia, dove i Martinengo ricostruiscono la propria potenza nel XII secolo. Gli archivi a loro volta mostrano che il loro primo antenato noto è un conte Lanfranco menzionato tra il 1023 e il 1032. Gli storici lo hanno spesso assimilato ad un Giselbertino, ma questa identificazione ci sembra incerta ; giselbertina o no, la famiglia deve in ogni caso essere ben più antica, tenendo conto della sua influenza all’epoca di Lanfranco, che si traduce in particolare con l’elevazione al soglio episcopale del suo parente Ambrogio (1023-1057). I Martinengo, come i Mozzi, abbandonano il titolo comitale per quello di capitanei, che loro è attribuito correntemente a partire dalla fine dell’XI secolo. L’episcopato di Ambrogio accrescerà sensibilmente la loro potenza: grande distributore di concessioni feudali, il vescovo non ha affatto dimenticato i propri parenti.
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'''I [[Martinengo]]'''. Seconda grande stirpe: i Martinengo, il cui ruolo fra i grandi signori lombardi è paragonabile a quello dei Mozzi. La «genealogia d’Astino» li dice generati dal secondo figlio di Longumfredus de Hemphymia, Leopardus, che avrebbe «costruito il ''castrum'' di Martinengo e molti altri nella diocesi di Brescia»; il testo aggiunge che essi controllano la pieve di Ghisalba. Questi pochi elementi corrispondono in effetti a tratti salienti della storia del lignaggio: il suo emergere dalle fonti pochi dopo il Mille; la sua buona posizione allodiale, di cui il grosso ''castrum'' di Martinengo è una delle basi; la ricca dotazione ricevuta dal vescovato, che comprende segnatamene la pieve di Ghisalba; ed il trasferimento a Brescia, dove i Martinengo ricostruiscono la propria potenza nel XII secolo. Gli archivi a loro volta mostrano che il loro primo antenato noto è un conte Lanfranco menzionato tra il 1023 e il 1032. Gli storici lo hanno spesso assimilato ad un Giselbertino, ma questa identificazione ci sembra incerta '''[2]'''; giselbertina o no, la famiglia deve in ogni caso essere ben più antica, tenendo conto della sua influenza all’epoca di Lanfranco, che si traduce in particolare con l’elevazione al soglio episcopale del suo parente Ambrogio (1023-1057). I Martinengo, come i Mozzi, abbandonano il titolo comitale per quello di capitanei, che loro è attribuito correntemente a partire dalla fine dell’XI secolo. L’episcopato di Ambrogio accrescerà sensibilmente la loro potenza: grande distributore di concessioni feudali, il vescovo non ha affatto dimenticato i propri parenti.
In realtà, si distingue male, nel dettaglio, quali feudi dei Martinengo provengano da Ambrogio, e quali rimontino ai suoi predecessori. In compenso, conosciamo con precisione la composizione di questi feudi - cosa che non accade, l’abbiamo detto, nel caso degli altri lignaggi dotati di feudi episcopali in questa epoca. Essi comprendono la rocca di Clusone, piazzaforte molto ambita, cui sono annessi una pieve, estesi diritti signorili e miniere d’argento; i Martinengo sono del resto i soli grandi vassalli a disporre di ampi feudi in pianura: la pieve di Ghisalba, il castrum, la pieve e la signoria di Telgate, e il feudo di gonfalone del vescovato, che comporta il grosso castrum di Calepio con le rendite della pieve di cui è capoluogo e quelle del ponte sull’Oglio che domina. Un Martinengo esercita in effetti la carica di gonfaloniere, che lo pone alla testa dell’esercito episcopale. Verso la metà dell’XI secolo, prima di essere costretti ad abbandonare una grande parte dei loro possessi, i Martinengo dominano la diocesi grazie all’importanza delle loro funzioni e dei loro possedimenti.
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In realtà, si distingue male, nel dettaglio, quali feudi dei Martinengo provengano da Ambrogio, e quali rimontino ai suoi predecessori. In compenso, conosciamo con precisione la composizione di questi feudi - cosa che non accade, l’abbiamo detto, nel caso degli altri lignaggi dotati di feudi episcopali in questa epoca. Essi comprendono la rocca di Clusone, piazzaforte molto ambita, cui sono annessi una pieve, estesi diritti signorili e miniere d’argento; i Martinengo sono del resto i soli grandi vassalli a disporre di ampi feudi in pianura: la pieve di Ghisalba, il ''castrum'', la pieve e la signoria di Telgate, e il feudo di gonfalone del vescovato, che comporta il grosso ''castrum'' di Calepio con le rendite della pieve di cui è capoluogo e quelle del ponte sull’Oglio che domina. Un Martinengo esercita in effetti la carica di gonfaloniere, che lo pone alla testa dell’esercito episcopale. Verso la metà dell’XI secolo, prima di essere costretti ad abbandonare una grande parte dei loro possessi, i Martinengo dominano la diocesi grazie all’importanza delle loro funzioni e dei loro possedimenti.
  
 
'''L’ascesa sociale in seno alla curia episcopale: Advocati, [[Lallio]], Montico'''
 
'''L’ascesa sociale in seno alla curia episcopale: Advocati, [[Lallio]], Montico'''
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Con i de Suisio-Advocati scopriamo un altro aspetto della feudalizzazione degli ambienti dirigenti: in tutte le grandi curie vassallatiche, si incontra qualche famiglia che ha costruito il proprio successo su di una funzione amministrativa, dapprima assunta in ragione di una competenza particolare, poi divenuta ereditaria e ricompensata con l’attribuzione di un feudo. La cultura necessaria ad esercitare la funzione di avvocato - saper leggere e scrivere, conoscere il diritto - è ancora in quest’epoca condivisa sia da alcuni signori rurali, sia da cittadini. Gli Advocati sono un esempio perfetto dell’evoluzione di queste famiglie colte, che si assimilano all’ambiente dei signori di castello; nel loro caso, importanti risorse finanziarie (in parte senza dubbio acquisite nell’esercizio della loro carica) assicurano loro una preminenza plurisecolare a Bergamo. Il primo de Suisio a occupare l’avvocazia è il giudice e notaio palatino Arderic; la trasmette al figlio Guglielmo, a sua volta giudice e notaio palatino (1058), e questi al proprio figlio Garniero, che sa scrivere ma sembra sprovvisto di cultura giuridica. Il figlio di Garniero, Atto, non si chiama più che Avvocato, ma è anche il primo della famiglia che non sa più scrivere (1107). Dopo di lui, l’avvocazia è tenuta da una consorteria formata da tre fratelli o cugini - senza dubbio i suoi figli - morti prima del 1164, poi dai loro discendenti. Nel 1164-1166, il vescovo riacquista i loro poteri giudiziari, non lasciando loro che qualche prerogativa pressoché simbolica. Gli Advocati continuano tuttavia ad assistere il vescovo, assicurando persine una sorta di reggenza durante le sue assenze; essi restano sino all’epoca veneziana uno dei più ricchi e potenti lignaggi bergamaschi. Forniscono spesso consoli e consoli di giustizia e nel 1281 uno di loro, il canonico Giovanni, viene eletto vescovo, ma muore prima che la sua elezione, molto contestata, venga regolarizzata .
 
Con i de Suisio-Advocati scopriamo un altro aspetto della feudalizzazione degli ambienti dirigenti: in tutte le grandi curie vassallatiche, si incontra qualche famiglia che ha costruito il proprio successo su di una funzione amministrativa, dapprima assunta in ragione di una competenza particolare, poi divenuta ereditaria e ricompensata con l’attribuzione di un feudo. La cultura necessaria ad esercitare la funzione di avvocato - saper leggere e scrivere, conoscere il diritto - è ancora in quest’epoca condivisa sia da alcuni signori rurali, sia da cittadini. Gli Advocati sono un esempio perfetto dell’evoluzione di queste famiglie colte, che si assimilano all’ambiente dei signori di castello; nel loro caso, importanti risorse finanziarie (in parte senza dubbio acquisite nell’esercizio della loro carica) assicurano loro una preminenza plurisecolare a Bergamo. Il primo de Suisio a occupare l’avvocazia è il giudice e notaio palatino Arderic; la trasmette al figlio Guglielmo, a sua volta giudice e notaio palatino (1058), e questi al proprio figlio Garniero, che sa scrivere ma sembra sprovvisto di cultura giuridica. Il figlio di Garniero, Atto, non si chiama più che Avvocato, ma è anche il primo della famiglia che non sa più scrivere (1107). Dopo di lui, l’avvocazia è tenuta da una consorteria formata da tre fratelli o cugini - senza dubbio i suoi figli - morti prima del 1164, poi dai loro discendenti. Nel 1164-1166, il vescovo riacquista i loro poteri giudiziari, non lasciando loro che qualche prerogativa pressoché simbolica. Gli Advocati continuano tuttavia ad assistere il vescovo, assicurando persine una sorta di reggenza durante le sue assenze; essi restano sino all’epoca veneziana uno dei più ricchi e potenti lignaggi bergamaschi. Forniscono spesso consoli e consoli di giustizia e nel 1281 uno di loro, il canonico Giovanni, viene eletto vescovo, ma muore prima che la sua elezione, molto contestata, venga regolarizzata .
  
'''I [[Lallio]]'''. Le fonti d’archivio che riguardano il lignaggio dei Lallio permettono di ricostruire una origine analoga a quella dei de Suisio: lasciano intravedere i loro possedimenti, distribuiti attorno al villaggio omonimo e agli sbocchi della Val Cavallina e della Val Brembana; nel secondo quarto dell’XI secolo, sono vassalli del vescovato e dei Giselbertini, fanno parte del gruppo di signori di castello che partecipa agli esordi del movimento comunale attorno al 1100, ed esercitano in seguito alte funzioni nel comune prima di mescolarsi alla lotta dei partiti nei primi anni del XIII secolo: percorso classico delle famiglie di signori di castelli suburbani che hanno saputo trovare la loro via, attraverso l’entrata nel vassallaggio, l’inurbamento e l’integrazione nella società comunale. Ma disponiamo di una fonte ben più spettacolare sui da Lallio: è per loro desiderio che è stata redatta la «genealogia d’Astino», che racconta che i capitanei da Lallio discendono da Ingefortus, primogenito di Longumfredus de Hemphymia, un ufficiale del re di Ungheria Rolumfredus, installatosi in Lombardia all’epoca dell’invasione ungarica del 1007.1 due altri figli di Longumfredus - l’abbiamo visto - sono gli antenati dei Terzi e dei Martinengo, e da sua figlia discendono i conti di Camisano e di Masano. Longumfredus ha costruito il castello di Mologno in Val Cavallina, Ingefortus ha edificato quello di Lallio e fondato la pieve di Mologno, di cui i suoi discendenti sono capitanei. Il testo si conclude sulla rivendicazione di una esenzione fiscale: «ecco perché i capitanei di Lallio non devono pagare il fodrum, il pontaticum e le taleae; e portano l’insegna imperiale in Lombardia». Abbiamo già notato come questo testo, accanto ad un racconto più che fantasioso delle incursioni ungariche, dei loro protagonisti e della loro data, fornisce degli elementi che sono, questi, del tutto verosimili sulle circostanze, la datazione e i modi - castelli e feudi ecclesiastici - del radicamento dei lignaggi dei signori di castello. Rileviamo semplicemente una coincidenza eloquente a questo proposito: Mologno fa parte dei possedimenti di San Martino di Tours, e due da Lallio partecipano al placito del 1026 nel corso del quale l’acquisizione di questo patrimonio da parte del vescovo viene confermata.
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'''I [[Lallio]]'''. Le fonti d’archivio che riguardano il lignaggio dei Lallio permettono di ricostruire una origine analoga a quella dei de Suisio: lasciano intravedere i loro possedimenti, distribuiti attorno al villaggio omonimo e agli sbocchi della Val Cavallina e della Val Brembana; nel secondo quarto dell’XI secolo, sono vassalli del vescovato e dei Giselbertini, fanno parte del gruppo di signori di castello che partecipa agli esordi del movimento comunale attorno al 1100, ed esercitano in seguito alte funzioni nel comune prima di mescolarsi alla lotta dei partiti nei primi anni del XIII secolo: percorso classico delle famiglie di signori di castelli suburbani che hanno saputo trovare la loro via, attraverso l’entrata nel vassallaggio, l’inurbamento e l’integrazione nella società comunale. Ma disponiamo di una fonte ben più spettacolare sui da Lallio: è per loro desiderio che è stata redatta la «genealogia d’Astino», che racconta che i ''capitanei'' da Lallio discendono da Ingefortus, primogenito di Longumfredus de Hemphymia, un ufficiale del re di Ungheria Rolumfredus, installatosi in Lombardia all’epoca dell’invasione ungarica del 1007.1 due altri figli di Longumfredus - l’abbiamo visto - sono gli antenati dei Terzi e dei Martinengo, e da sua figlia discendono i conti di Camisano e di Masano. Longumfredus ha costruito il castello di Mologno in Val Cavallina, Ingefortus ha edificato quello di Lallio e fondato la pieve di Mologno, di cui i suoi discendenti sono capitanei. Il testo si conclude sulla rivendicazione di una esenzione fiscale: «ecco perché i capitanei di Lallio non devono pagare il ''fodrum'', il ''pontaticum'' e le ''taleae''; e portano l’insegna imperiale in Lombardia». Abbiamo già notato come questo testo, accanto ad un racconto più che fantasioso delle incursioni ungariche, dei loro protagonisti e della loro data, fornisce degli elementi che sono, questi, del tutto verosimili sulle circostanze, la datazione e i modi - castelli e feudi ecclesiastici - del radicamento dei lignaggi dei signori di castello. Rileviamo semplicemente una coincidenza eloquente a questo proposito: Mologno fa parte dei possedimenti di San Martino di Tours, e due da Lallio partecipano al placito del 1026 nel corso del quale l’acquisizione di questo patrimonio da parte del vescovo viene confermata.
  
 
'''I Mornico'''. Andrea da Mornico ha acquistato in piena proprietà decime del vescovo nel 1011. I suoi discendenti dominano il villaggio di cui portano il nome e quello, vicinissimo, di Palosco, e sono integrati al gruppo dirigente cittadino: il figlio di Andrea è canonico della chiesa di Bergamo, e Marchisius da Mornico figura fra i signori di castelli e i cives che assistono nel 1097 all’infeudazione di Telgate e che prefigurano il governo comunale. Numerosi membri della famiglia esercitano il consolato nella seconda metà del XII secolo e uno di essi, Atto da Pagano, conduce, fra il 1183 e il 1211 una notevole carriera politica.
 
'''I Mornico'''. Andrea da Mornico ha acquistato in piena proprietà decime del vescovo nel 1011. I suoi discendenti dominano il villaggio di cui portano il nome e quello, vicinissimo, di Palosco, e sono integrati al gruppo dirigente cittadino: il figlio di Andrea è canonico della chiesa di Bergamo, e Marchisius da Mornico figura fra i signori di castelli e i cives che assistono nel 1097 all’infeudazione di Telgate e che prefigurano il governo comunale. Numerosi membri della famiglia esercitano il consolato nella seconda metà del XII secolo e uno di essi, Atto da Pagano, conduce, fra il 1183 e il 1211 una notevole carriera politica.
  
'''Destini divergenti dei signori rurali di castello: Terzo, Salto, Calusco'''
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'''Destini divergenti dei signori rurali di castello: [[Terzi| Terzo]], Solto, Calusco'''
  
 
Fra le cinque famiglie che abbiamo presentato, le prime due, [[Mozzi]] e [[Martinengo]], sono begli esempi di questi grandissimi lignaggi che dominano la storia della Lombardia precomunale e conservano un’influenza ancora nel XII secolo per i loro vasti possedimenti e il loro peso nella società urbana (a Bergamo, per i Mozzi, a Brescia per i Martinengo); gli Avvocati, i [[Lallio]] e i Mornico, che abbiamo scelto soprattutto per la ricchezza della documentazione che li riguarda, compongono, quanto a loro, il modello dell’ascesa sociale delle stirpi dei signori di castello poco lontani dalla città, che approfittano delle concessioni di feudi episcopali per sviluppare una base allodiale più o meno importante. Volgiamoci ora, più brevemente, all’altro versante della nobiltà precomunale: i signori rurali di castello. Tre casi - scelti in funzione delle fonti, in seno ad un ambiente che conosciamo male nel suo complesso - ci serviranno a illustrare le vie divergenti che prendono nell’XI secolo, in funzione delle loro possibilità, queste famiglie per le quali la distanza dalla città costituisce un handicap: adattamento alle forme di potere dell’epoca comunale, mediocre sopravvivenza su di un feudo episcopale, o crisi su di un allodio divenuto insufficiente.
 
Fra le cinque famiglie che abbiamo presentato, le prime due, [[Mozzi]] e [[Martinengo]], sono begli esempi di questi grandissimi lignaggi che dominano la storia della Lombardia precomunale e conservano un’influenza ancora nel XII secolo per i loro vasti possedimenti e il loro peso nella società urbana (a Bergamo, per i Mozzi, a Brescia per i Martinengo); gli Avvocati, i [[Lallio]] e i Mornico, che abbiamo scelto soprattutto per la ricchezza della documentazione che li riguarda, compongono, quanto a loro, il modello dell’ascesa sociale delle stirpi dei signori di castello poco lontani dalla città, che approfittano delle concessioni di feudi episcopali per sviluppare una base allodiale più o meno importante. Volgiamoci ora, più brevemente, all’altro versante della nobiltà precomunale: i signori rurali di castello. Tre casi - scelti in funzione delle fonti, in seno ad un ambiente che conosciamo male nel suo complesso - ci serviranno a illustrare le vie divergenti che prendono nell’XI secolo, in funzione delle loro possibilità, queste famiglie per le quali la distanza dalla città costituisce un handicap: adattamento alle forme di potere dell’epoca comunale, mediocre sopravvivenza su di un feudo episcopale, o crisi su di un allodio divenuto insufficiente.
  
'''I [[Terzi| Terzo]]'''. Abbiamo visto il loro antenato Adelgisus, in una posizione sufficientemente elevata per potersi pretendere missus regio, cercare di impadronirsi del complesso episcopale di Almenno e costruirvi un castello. Sappiamo anche che a quest’epoca un vassallo episcopale si chiama Atto da Terzo e che nel 1091 un feudo - probabilmente la rocca di Clusone - è restituito al vescovo da Alberto del fu Algisius e da Algisius del fu Atto da Terzo: la parentela fra tutti questi personaggi si deduce senza difficoltà dai loro nomi. Nel 1097 un altro Terzo assiste all’investitura di Telgate, di cui abbiamo già rilevato l’importanza come luogo di coagulazione del gruppo dirigente. La «genealogia d’Astino» offre un altro approccio agli esordi della potenza dei Terzo, poiché inventa loro un antenato eponimo, Tercius, che sarebbe il terzo figlio di Longumfredus de Hemphymia: la leggenda non riporta che egli abbia, come i suoi fratelli, fondato un castrum, ma ipotizza soltanto un parallelo con l’origine dei Lallio e quella dei Martinengo. Dal confronto fra queste fonti, deriva chiaramente che i Terzo hanno costruito il loro potere attorno al Mille, a partire sicuramente dall’allodio fortificato che identifichiamo più tardi a Terzo e da una posizione sociale che già non è indifferente; e che l’allargamento del loro dominio si produce contemporaneamente grazie al vassallaggio nei confronti del vescovato e all’usurpazione dei beni di quest’ultimo. Conosciamo bene nel XII secolo i signori di Terzo, che discendono verosimilmente dai loro omonimi del secolo precedente. Siamo informati su di loro dagli archivi del monastero di S. Pietro di Terzo, creato nel 1108 da Eirardus (Girardus?) da Terzo, qualificato come conte da un regesto moderno. Questa fondazione, che è una tappa importante nella vita di un lignaggio, deve essere ricollocata all’interno del moto di fondazioni monastiche che caratterizza all’inizio del secolo numerose di queste famiglie. Ma essa coincide anche con il riorientamento dei Terzo, che abbandonano i loro ambiziosi propositi del secolo precedente e si integrano al gruppo dirigente cittadino, al quale forniscono numerosi consoli e un vescovo. I Terzo hanno riconvertito dunque in termini di influenza locale e di potere in città la forte situazione manifestata dalle loro iniziative d’età precomunale.
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'''I [[Terzi| Terzo]]'''. Abbiamo visto il loro antenato Adelgisus, in una posizione sufficientemente elevata per potersi pretendere ''missus'' regio, cercare di impadronirsi del complesso episcopale di Almenno e costruirvi un castello. Sappiamo anche che a quest’epoca un vassallo episcopale si chiama Atto da Terzo e che nel 1091 un feudo - probabilmente la rocca di Clusone - è restituito al vescovo da Alberto del fu Algisius e da Algisius del fu Atto da Terzo: la parentela fra tutti questi personaggi si deduce senza difficoltà dai loro nomi. Nel 1097 un altro Terzo assiste all’investitura di Telgate, di cui abbiamo già rilevato l’importanza come luogo di coagulazione del gruppo dirigente. La «genealogia d’Astino» offre un altro approccio agli esordi della potenza dei Terzo, poiché inventa loro un antenato eponimo, Tercius, che sarebbe il terzo figlio di Longumfredus de Hemphymia: la leggenda non riporta che egli abbia, come i suoi fratelli, fondato un ''castrum'', ma ipotizza soltanto un parallelo con l’origine dei Lallio e quella dei Martinengo. Dal confronto fra queste fonti, deriva chiaramente che i Terzo hanno costruito il loro potere attorno al Mille, a partire sicuramente dall’allodio fortificato che identifichiamo più tardi a Terzo e da una posizione sociale che già non è indifferente; e che l’allargamento del loro dominio si produce contemporaneamente grazie al vassallaggio nei confronti del vescovato e all’usurpazione dei beni di quest’ultimo. Conosciamo bene nel XII secolo i signori di Terzo, che discendono verosimilmente dai loro omonimi del secolo precedente. Siamo informati su di loro dagli archivi del monastero di S. Pietro di Terzo, creato nel 1108 da Eirardus (Girardus?) da Terzo, qualificato come conte da un regesto moderno. Questa fondazione, che è una tappa importante nella vita di un lignaggio, deve essere ricollocata all’interno del moto di fondazioni monastiche che caratterizza all’inizio del secolo numerose di queste famiglie. Ma essa coincide anche con il riorientamento dei Terzo, che abbandonano i loro ambiziosi propositi del secolo precedente e si integrano al gruppo dirigente cittadino, al quale forniscono numerosi consoli e un vescovo. I Terzo hanno riconvertito dunque in termini di influenza locale e di potere in città la forte situazione manifestata dalle loro iniziative d’età precomunale.
  
 
'''I Solto'''. Giovanni da Sumate da Solto ha ricevuto nel 1056 in feudo a sette generazioni una parte del castrum montano di Solto, vicino al lago d’Iseo, al quale i vescovi successivi aggiungono vaste concessioni nei dintorni. Giovanni non sembra avere beni se non in Solto, vale a dire molto lontano dalla città, e si noterà che la data della concessione è un poco tardiva rispetto a quelle che abbiamo evocato precedentemente. Giunti tardi nella curia episcopale, i da Solto non vi fanno che una fortuna effimera: il figlio di Giovanni avvia nel 1118 una serie di restituzioni di feudi che si prolunga per un secolo; i suoi discendenti, proliferando in rami multipli, non conservano che la rocca di Solto. Mentre nell’XI secolo si alleavano con signori di castello della pianura, come i Soresina o gli Isione, nel XII non sembrano quasi più uscire dalla loro valle e non danno alla città personaggi notevole, al di fuori di due dignitari del capitolo.
 
'''I Solto'''. Giovanni da Sumate da Solto ha ricevuto nel 1056 in feudo a sette generazioni una parte del castrum montano di Solto, vicino al lago d’Iseo, al quale i vescovi successivi aggiungono vaste concessioni nei dintorni. Giovanni non sembra avere beni se non in Solto, vale a dire molto lontano dalla città, e si noterà che la data della concessione è un poco tardiva rispetto a quelle che abbiamo evocato precedentemente. Giunti tardi nella curia episcopale, i da Solto non vi fanno che una fortuna effimera: il figlio di Giovanni avvia nel 1118 una serie di restituzioni di feudi che si prolunga per un secolo; i suoi discendenti, proliferando in rami multipli, non conservano che la rocca di Solto. Mentre nell’XI secolo si alleavano con signori di castello della pianura, come i Soresina o gli Isione, nel XII non sembrano quasi più uscire dalla loro valle e non danno alla città personaggi notevole, al di fuori di due dignitari del capitolo.
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segue '''[[Evoluzione della nobiltà feudale]]'''
 
segue '''[[Evoluzione della nobiltà feudale]]'''
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'''NOTE'''
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'''[1]''' Per le citazioni non precisate in nota, ci permettiamo di rinviare a F. Menant, ''Campagnes lombardes cit.'', p. 633 segg.
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'''[2]''' F. Menant, ''Lombardia feudale cit.'', p. 46-47.

Versione attuale delle 16:12, 13 ago 2008

di François Menant

(da Dai Longobardi agli esordi del Comune, in A.A .VV. Storia economica e sociale di Bergamo, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, Vol. 2 – I Primi millenni.* Dalla Preistoria al Medioevo (2007), pp. 722-728.


Il modo più concreto di abbordare la questione è senza dubbio di esporre quel che sappiamo sulle principali famiglie di vassalli e sui loro beni. Due fra esse, i Mozzi e i Martinengo, si situano al più alto rango della nobiltà lombarda; altre due, gli Avvocati e i Terzo, di livello di poco inferiore, sono relativamente ben conosciute; spenderemo qualche parola anche per i Lallio, cui è consacrata la «genealogia d’Astino» e per qualche famiglia di minore rilievo. Lo studio di questi casi permetterà di tracciare un panorama generale dei processi di radicamento di stirpe che sono in corso a quest’epoca nella nobiltà bergamasca [1].

Due famiglie maggiori della Lombardia feudale: i Mozzi e i Martinengo

I Mozzi. I Mozzi (da Mozzo), solidamente impiantati al momento della loro comparsa nel pieno X secolo, sono membri influenti del gruppo dirigente all’interno della curia feudale e del capitolo di S. Vincenzo, poi del comune. Uno di essi, Ambrogio, si distingue come brillante vescovo riformatore agli esordi del comune (1111-1133), altri sono consoli, e la loro perfetta integrazione nella città è confermata, se ce ne fosse bisogno, dall’esito della disputa che scoppia verso il 1125 fra i rami bergamaschi e bresciani della famiglia a proposito della cosignoria sul castello di Volpino: questo conflitto interno degenera in una guerra lunga e sanguinosa fra le due città. I Mozzi sono noti soprattutto come grandi proprietari fondiari, signori di castelli e vassalli episcopali di alto rango. Il castello di Mozzo in sé non sembra di grande importanza, malgrado l’entusiastica descrizione che ne traccia Mosè del Brolo, panegirista della stirpe; la chiesa del luogo non è sede di una pieve, anche se una dedicazione a San Giovanni Battista suggerisce una pretesa in questa direzione. Ma i Mozzi sono signori molto potenti: assistono ai placiti imperiali con gli altri grandi capitanei lombardi, partecipano al movimento di donazioni a Cluny che caratterizza alla fine dell’XI secolo questa piccola oligarchia, donano in moglie una delle loro figlie ai Cotta di Milano (1155) e pongono uno dei loro figli nel capitolo cattedrale della metropoli (1086). Le origini dei Mozzi li situano del resto in una posizione a parte in seno alla curia bergamasca per la loro antichità e il lustro del loro primo antenato noto. Questi, Appo, vive alla metà del X secolo e porta un titolo comitale che i suoi figli abbandonano (insieme alla cultura scritta che possedeva il padre: altra evoluzione classica in questo gruppo sociale) e dispone di possedimenti non soltanto nella diocesi di Bergamo, ma in quelle di Milano, di Como e di Cremona. Mosè del Brolo indica in Appo il fondatore del lignaggio e gli attribuisce una ascendenza reale e una origine franca; queste non hanno niente di impossibile (le ritroviamo anche presso i conti di Sospiro, che hanno un rango sociale paragonabile), ma potrebbero essere anche uno di quegli abbellimenti dì cui molte famiglie ben presto orneranno le loro origini. Il titolo comitale, l’insediamento alla metà del X secolo nel castrum di cui la famiglia conserverà il nome, la dispersione dei possedimenti in numerose diocesi, la fondazione di un priorato cluniacense: sono altrettanti caratteri classici delle principali stirpi feudali lombarde, con cui i Mozzi condividono anche l’origine della potenza, i grandi feudi episcopali. Non sappiamo malauguratamente nel loro caso le condizioni in cui questi feudi sono stati ottenuti, né l’epoca della loro concessione, e non possiamo neppure distinguerli con sicurezza dagli allodi nel complesso dei loro possessi. Feudi o allodi, i grandi complessi fondiari dei Mozzi che vediamo nell’XI secolo sembrano immensi: si stendono attraverso le Prealpi bergamasche, da Mozzo e dalla bassa Val Brembana sino alle rive del lago d’Iseo, passando per la Val Seriana e la Val Cavallina; le appendici in pianura rimangono minori, e le estensioni nelle diocesi vicine sono scomparse dopo il Mille. L’alta Val Cavallina, tra il lago d’Idro e quello d’Iseo, rappresenta la zona di più forte concentrazione della loro potenza fondiaria, articolata attorno a numerose fortezze strategiche: Monasterolo sul lago d’Idro, Clusane su quello d’Iseo, Pradella nella bassa Valcamonica, tenuto in feudo da S. Giulia, e i famosi tre castelli - pulcherrima castra, dice il Carmen de gesto Frederici - di Volpino, Qualino e Ceretello, feudi del vescovo di Brescia, che dominano lo sbocco della Valcamonica. Tutto questo avrebbe potuto costituire un vero e proprio stato, a cavallo della frontiera fra Bergamo e Brescia in una regione sensibile in cui la grande corrente di scambio della Valcamonica prende la via lacustre e dove si concentrano i preziosi prodotti metallurgici. Ma gli elementi di questo notevole insieme sono tenuti da rami diversi, almeno dopo gli ultimi decenni dell’XI secolo. Il frantumarsi della famiglia e del complesso patrimoniale si rivela a partire dal secondo quarto del XII secolo, con la guerra di Volpino e con la separazione in lignaggi sempre più estranei gli uni agli altri: Mozzi di Bergamo, Brusati di Brescia, capitanei montani di Cene, di Scalve e di Sovere, Federici di Valcamonica; un altro ramo emigra in territorio cremasco: i Mozzi di Romanengo, vassalli di S. Benedetto di Crema; troviamo ancora Mozzi a Cremona e a Soncino.

I Martinengo. Seconda grande stirpe: i Martinengo, il cui ruolo fra i grandi signori lombardi è paragonabile a quello dei Mozzi. La «genealogia d’Astino» li dice generati dal secondo figlio di Longumfredus de Hemphymia, Leopardus, che avrebbe «costruito il castrum di Martinengo e molti altri nella diocesi di Brescia»; il testo aggiunge che essi controllano la pieve di Ghisalba. Questi pochi elementi corrispondono in effetti a tratti salienti della storia del lignaggio: il suo emergere dalle fonti pochi dopo il Mille; la sua buona posizione allodiale, di cui il grosso castrum di Martinengo è una delle basi; la ricca dotazione ricevuta dal vescovato, che comprende segnatamene la pieve di Ghisalba; ed il trasferimento a Brescia, dove i Martinengo ricostruiscono la propria potenza nel XII secolo. Gli archivi a loro volta mostrano che il loro primo antenato noto è un conte Lanfranco menzionato tra il 1023 e il 1032. Gli storici lo hanno spesso assimilato ad un Giselbertino, ma questa identificazione ci sembra incerta [2]; giselbertina o no, la famiglia deve in ogni caso essere ben più antica, tenendo conto della sua influenza all’epoca di Lanfranco, che si traduce in particolare con l’elevazione al soglio episcopale del suo parente Ambrogio (1023-1057). I Martinengo, come i Mozzi, abbandonano il titolo comitale per quello di capitanei, che loro è attribuito correntemente a partire dalla fine dell’XI secolo. L’episcopato di Ambrogio accrescerà sensibilmente la loro potenza: grande distributore di concessioni feudali, il vescovo non ha affatto dimenticato i propri parenti.

In realtà, si distingue male, nel dettaglio, quali feudi dei Martinengo provengano da Ambrogio, e quali rimontino ai suoi predecessori. In compenso, conosciamo con precisione la composizione di questi feudi - cosa che non accade, l’abbiamo detto, nel caso degli altri lignaggi dotati di feudi episcopali in questa epoca. Essi comprendono la rocca di Clusone, piazzaforte molto ambita, cui sono annessi una pieve, estesi diritti signorili e miniere d’argento; i Martinengo sono del resto i soli grandi vassalli a disporre di ampi feudi in pianura: la pieve di Ghisalba, il castrum, la pieve e la signoria di Telgate, e il feudo di gonfalone del vescovato, che comporta il grosso castrum di Calepio con le rendite della pieve di cui è capoluogo e quelle del ponte sull’Oglio che domina. Un Martinengo esercita in effetti la carica di gonfaloniere, che lo pone alla testa dell’esercito episcopale. Verso la metà dell’XI secolo, prima di essere costretti ad abbandonare una grande parte dei loro possessi, i Martinengo dominano la diocesi grazie all’importanza delle loro funzioni e dei loro possedimenti.

L’ascesa sociale in seno alla curia episcopale: Advocati, Lallio, Montico

Gli Advocati. Con gli Advocati, abbandoniamo il primo rango della nobiltà lombarda, ma restiamo al più alto livello di quella diocesana: le origini sono meno antiche e meno brillanti, i possedimenti meno estesi. Gli Advocati prendono questo nome alla fine dell’XI secolo abbandonando quello del castrum di Suisio, che portavano sino ad allora. Questo nuovo patronimico manifesta l’ereditarietà della carica di avvocato episcopale, attestata nella loro famiglia dal 1026. Il vescovato di Bergamo ha acquistato a Suisio dei beni del patriarca di Aquileia nel 926, e gli avvocati hanno probabilmente fondato la loro fortuna su di una concessione episcopale risalente agli anni intorno al Mille, se non precedente. Nel 980 il villaggio è fortificato e vi abitano un notaio e un giudice palatino - sono titoli, questi, che esprimono la alta qualificazione e l’importanza sociale dei personaggi - fra i quali va senza dubbio cercato l’antenato degli Advocati. Dalla seconda metà dell’XI secolo, il lignaggio si installa a Bergamo e i suoi beni di Suisio non sono più ormai che una parte di un vasto patrimonio che si estende in particolare nelle valli. Numerose operazioni finanziarie di grande rilievo attestano la sua ricchezza nel corso del XII secolo. Con i de Suisio-Advocati scopriamo un altro aspetto della feudalizzazione degli ambienti dirigenti: in tutte le grandi curie vassallatiche, si incontra qualche famiglia che ha costruito il proprio successo su di una funzione amministrativa, dapprima assunta in ragione di una competenza particolare, poi divenuta ereditaria e ricompensata con l’attribuzione di un feudo. La cultura necessaria ad esercitare la funzione di avvocato - saper leggere e scrivere, conoscere il diritto - è ancora in quest’epoca condivisa sia da alcuni signori rurali, sia da cittadini. Gli Advocati sono un esempio perfetto dell’evoluzione di queste famiglie colte, che si assimilano all’ambiente dei signori di castello; nel loro caso, importanti risorse finanziarie (in parte senza dubbio acquisite nell’esercizio della loro carica) assicurano loro una preminenza plurisecolare a Bergamo. Il primo de Suisio a occupare l’avvocazia è il giudice e notaio palatino Arderic; la trasmette al figlio Guglielmo, a sua volta giudice e notaio palatino (1058), e questi al proprio figlio Garniero, che sa scrivere ma sembra sprovvisto di cultura giuridica. Il figlio di Garniero, Atto, non si chiama più che Avvocato, ma è anche il primo della famiglia che non sa più scrivere (1107). Dopo di lui, l’avvocazia è tenuta da una consorteria formata da tre fratelli o cugini - senza dubbio i suoi figli - morti prima del 1164, poi dai loro discendenti. Nel 1164-1166, il vescovo riacquista i loro poteri giudiziari, non lasciando loro che qualche prerogativa pressoché simbolica. Gli Advocati continuano tuttavia ad assistere il vescovo, assicurando persine una sorta di reggenza durante le sue assenze; essi restano sino all’epoca veneziana uno dei più ricchi e potenti lignaggi bergamaschi. Forniscono spesso consoli e consoli di giustizia e nel 1281 uno di loro, il canonico Giovanni, viene eletto vescovo, ma muore prima che la sua elezione, molto contestata, venga regolarizzata .

I Lallio. Le fonti d’archivio che riguardano il lignaggio dei Lallio permettono di ricostruire una origine analoga a quella dei de Suisio: lasciano intravedere i loro possedimenti, distribuiti attorno al villaggio omonimo e agli sbocchi della Val Cavallina e della Val Brembana; nel secondo quarto dell’XI secolo, sono vassalli del vescovato e dei Giselbertini, fanno parte del gruppo di signori di castello che partecipa agli esordi del movimento comunale attorno al 1100, ed esercitano in seguito alte funzioni nel comune prima di mescolarsi alla lotta dei partiti nei primi anni del XIII secolo: percorso classico delle famiglie di signori di castelli suburbani che hanno saputo trovare la loro via, attraverso l’entrata nel vassallaggio, l’inurbamento e l’integrazione nella società comunale. Ma disponiamo di una fonte ben più spettacolare sui da Lallio: è per loro desiderio che è stata redatta la «genealogia d’Astino», che racconta che i capitanei da Lallio discendono da Ingefortus, primogenito di Longumfredus de Hemphymia, un ufficiale del re di Ungheria Rolumfredus, installatosi in Lombardia all’epoca dell’invasione ungarica del 1007.1 due altri figli di Longumfredus - l’abbiamo visto - sono gli antenati dei Terzi e dei Martinengo, e da sua figlia discendono i conti di Camisano e di Masano. Longumfredus ha costruito il castello di Mologno in Val Cavallina, Ingefortus ha edificato quello di Lallio e fondato la pieve di Mologno, di cui i suoi discendenti sono capitanei. Il testo si conclude sulla rivendicazione di una esenzione fiscale: «ecco perché i capitanei di Lallio non devono pagare il fodrum, il pontaticum e le taleae; e portano l’insegna imperiale in Lombardia». Abbiamo già notato come questo testo, accanto ad un racconto più che fantasioso delle incursioni ungariche, dei loro protagonisti e della loro data, fornisce degli elementi che sono, questi, del tutto verosimili sulle circostanze, la datazione e i modi - castelli e feudi ecclesiastici - del radicamento dei lignaggi dei signori di castello. Rileviamo semplicemente una coincidenza eloquente a questo proposito: Mologno fa parte dei possedimenti di San Martino di Tours, e due da Lallio partecipano al placito del 1026 nel corso del quale l’acquisizione di questo patrimonio da parte del vescovo viene confermata.

I Mornico. Andrea da Mornico ha acquistato in piena proprietà decime del vescovo nel 1011. I suoi discendenti dominano il villaggio di cui portano il nome e quello, vicinissimo, di Palosco, e sono integrati al gruppo dirigente cittadino: il figlio di Andrea è canonico della chiesa di Bergamo, e Marchisius da Mornico figura fra i signori di castelli e i cives che assistono nel 1097 all’infeudazione di Telgate e che prefigurano il governo comunale. Numerosi membri della famiglia esercitano il consolato nella seconda metà del XII secolo e uno di essi, Atto da Pagano, conduce, fra il 1183 e il 1211 una notevole carriera politica.

Destini divergenti dei signori rurali di castello: Terzo, Solto, Calusco

Fra le cinque famiglie che abbiamo presentato, le prime due, Mozzi e Martinengo, sono begli esempi di questi grandissimi lignaggi che dominano la storia della Lombardia precomunale e conservano un’influenza ancora nel XII secolo per i loro vasti possedimenti e il loro peso nella società urbana (a Bergamo, per i Mozzi, a Brescia per i Martinengo); gli Avvocati, i Lallio e i Mornico, che abbiamo scelto soprattutto per la ricchezza della documentazione che li riguarda, compongono, quanto a loro, il modello dell’ascesa sociale delle stirpi dei signori di castello poco lontani dalla città, che approfittano delle concessioni di feudi episcopali per sviluppare una base allodiale più o meno importante. Volgiamoci ora, più brevemente, all’altro versante della nobiltà precomunale: i signori rurali di castello. Tre casi - scelti in funzione delle fonti, in seno ad un ambiente che conosciamo male nel suo complesso - ci serviranno a illustrare le vie divergenti che prendono nell’XI secolo, in funzione delle loro possibilità, queste famiglie per le quali la distanza dalla città costituisce un handicap: adattamento alle forme di potere dell’epoca comunale, mediocre sopravvivenza su di un feudo episcopale, o crisi su di un allodio divenuto insufficiente.

I Terzo. Abbiamo visto il loro antenato Adelgisus, in una posizione sufficientemente elevata per potersi pretendere missus regio, cercare di impadronirsi del complesso episcopale di Almenno e costruirvi un castello. Sappiamo anche che a quest’epoca un vassallo episcopale si chiama Atto da Terzo e che nel 1091 un feudo - probabilmente la rocca di Clusone - è restituito al vescovo da Alberto del fu Algisius e da Algisius del fu Atto da Terzo: la parentela fra tutti questi personaggi si deduce senza difficoltà dai loro nomi. Nel 1097 un altro Terzo assiste all’investitura di Telgate, di cui abbiamo già rilevato l’importanza come luogo di coagulazione del gruppo dirigente. La «genealogia d’Astino» offre un altro approccio agli esordi della potenza dei Terzo, poiché inventa loro un antenato eponimo, Tercius, che sarebbe il terzo figlio di Longumfredus de Hemphymia: la leggenda non riporta che egli abbia, come i suoi fratelli, fondato un castrum, ma ipotizza soltanto un parallelo con l’origine dei Lallio e quella dei Martinengo. Dal confronto fra queste fonti, deriva chiaramente che i Terzo hanno costruito il loro potere attorno al Mille, a partire sicuramente dall’allodio fortificato che identifichiamo più tardi a Terzo e da una posizione sociale che già non è indifferente; e che l’allargamento del loro dominio si produce contemporaneamente grazie al vassallaggio nei confronti del vescovato e all’usurpazione dei beni di quest’ultimo. Conosciamo bene nel XII secolo i signori di Terzo, che discendono verosimilmente dai loro omonimi del secolo precedente. Siamo informati su di loro dagli archivi del monastero di S. Pietro di Terzo, creato nel 1108 da Eirardus (Girardus?) da Terzo, qualificato come conte da un regesto moderno. Questa fondazione, che è una tappa importante nella vita di un lignaggio, deve essere ricollocata all’interno del moto di fondazioni monastiche che caratterizza all’inizio del secolo numerose di queste famiglie. Ma essa coincide anche con il riorientamento dei Terzo, che abbandonano i loro ambiziosi propositi del secolo precedente e si integrano al gruppo dirigente cittadino, al quale forniscono numerosi consoli e un vescovo. I Terzo hanno riconvertito dunque in termini di influenza locale e di potere in città la forte situazione manifestata dalle loro iniziative d’età precomunale.

I Solto. Giovanni da Sumate da Solto ha ricevuto nel 1056 in feudo a sette generazioni una parte del castrum montano di Solto, vicino al lago d’Iseo, al quale i vescovi successivi aggiungono vaste concessioni nei dintorni. Giovanni non sembra avere beni se non in Solto, vale a dire molto lontano dalla città, e si noterà che la data della concessione è un poco tardiva rispetto a quelle che abbiamo evocato precedentemente. Giunti tardi nella curia episcopale, i da Solto non vi fanno che una fortuna effimera: il figlio di Giovanni avvia nel 1118 una serie di restituzioni di feudi che si prolunga per un secolo; i suoi discendenti, proliferando in rami multipli, non conservano che la rocca di Solto. Mentre nell’XI secolo si alleavano con signori di castello della pianura, come i Soresina o gli Isione, nel XII non sembrano quasi più uscire dalla loro valle e non danno alla città personaggi notevole, al di fuori di due dignitari del capitolo.

I Calusco-Carvico. Il caso dei signori di Calusco-Carvico illustra il destino dei signori allodieri di castello, senza dubbio molto più diffuso di quanto non indichi la documentazione. La famiglia appare nell’ultimo quarto dell’XI secolo, nel momento esatto in cui si divide: i tre castra che possedeva il padre, Calusco, Carvico e Sombreno, vanno ciascuno ad uno degli eredi . Nello spazio di un secolo, i due rami che possiamo seguire, Calusco e Carvico, sono ridotti a vendere il loro patrimonio polverizzato dalla divisione successoria, troppo distante dalla città e apparentemente male gestito (dal momento che l’acquirente di Calusco, il capitolo di S. Alessandro, ne farà al contrario un possedimento redditizio). I da Calusco - da Carvico non hanno accesso, se non marginalmente, ai feudi ecclesiastici: si sono impadroniti di una terra che tenevano da S. Ambrogio di Milano dei lontani vassalli milanesi, e sono legati da un legame vassallatico con S. Alessandro; non sono neppure riusciti a prendere piede in città, malgrado l’accenno a qualche legame. Come i Terzo (e molti altri lignaggi rurali) hanno fondato un monastero, la Trinità di Verghi (poco prima del 1099), ma questo è rapidamente entrato in crisi, e dunque non hanno potuto servirsene per frenare il loro declino. Il loro destino illustra così la sorte delle famiglie della nobiltà rurale che si limitano alle loro proprie risorse, assottigliate dal diritto successorio della divisione eguale fra fratelli. Il loro lungo contenzioso con il capitolo di S. Alessandro, che finisce per sostituirli nei loro possedimenti, accentua ancora il contrasto che la loro storia rivela tra il dinamismo cittadino e le deficienze dei signori rurali.

Lignaggi rurali, lignaggi in difficoltà? Come i da Solto, i da Calusco sono in effetti distanti dalla città e dalle sue fonti di guadagno e di influenza. Il loro fallimento - che non è certamente condiviso dai Terzo, apparentemente più vicini già nell’XI secolo alle fonti cittadine ed eccle-siastiche del potere - sottolinea, per contrasto, che le stirpi che abbiamo visto costruire solidi successi provengono da località poco lontane dalla città, nelle quali hanno conservato la loro base, e si sono presto integrate ai luoghi del potere e del profitto cittadino, dai capitoli cattedrali alla curia episcopale e all’ambiente conso¬lare del secolo successivo. Il milieu che è al potere, tanto politico quanto finanziario, nell’XI come nel XII-XIII secolo si definisce innanzitutto per la sua vicinanza alla città. Questo milieu, o piuttosto questi milieux - signori di castello della curia dell’XI secolo e grandi famiglie cittadine che li raggiungeranno o succederanno loro - sono del resto i soli che conosciamo, grazie agli archivi degli enti ecclesiastici ai quali si appoggiano, capitoli e vescovato. Al contrario, non sappiamo quasi nulla dei lignaggi della nobiltà rurale distante dalla città ; non conosciamo, per una eccezione, i da Calusco che tramite gli archivi del capitolo di S. Alessandro che ha acquistato i loro beni. Intravediamo il destino di qualche altro gruppo signorile, vicino a monasteri i cui archivi hanno conservato briciole della loro memoria: così i da Prezzate e altre famiglie della Valle San Martino e dell’Isola d’Adda, benefattori di Pontida; ma non possiamo affatto ricostruire in modo coerente la loro storia. Numerose altre famiglie, insediate sulla frangia meridionale del territorio bergamasco, sono state attratte da Cremona dalla fine del XII secolo e hanno finito in generale per perdere i propri castra a vantaggio della città: così i Gabbiano e i Visconti di Bergamo, signori di Ricengo, che pure sembravano, gli uni e gli altri, avere solidi contatti con Bergamo . Rusticus da Cologno si pone in una analoga traiettoria collettiva: cerca nel 1079 di usurpare a Gabbiano i beni del vescovato di Cremona, di cui uno dei suoi antenati era già vassallo nel 998; ma appare fra i nobili bergamaschi riuniti nel 1092 e vende ad un cittadino diritti signorili vicini alla città; i suoi discendenti non si integrano nel gruppo dirigente comunale . Altri ancora, come i da Lurano o i Pazo da Villa, sono poco più che nomi: rimasti lontani dalla città, sono sfuggiti ai suoi archivi . Alcuni di loro hanno potuto giocare un certo ruolo nell’XI secolo, allorché il potere si disperde in molteplici centri ; ma si può dire con una buona sicurezza che non hanno saputo integrarsi alle reti maggiori, quelle che convergevano sulla città; la rarità dei loro nomi negli archivi d’età comunale attesta la loro emarginazione.

segue Evoluzione della nobiltà feudale


NOTE

[1] Per le citazioni non precisate in nota, ci permettiamo di rinviare a F. Menant, Campagnes lombardes cit., p. 633 segg.

[2] F. Menant, Lombardia feudale cit., p. 46-47.