Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo: differenze tra le versioni
| Riga 13: | Riga 13: | ||
'''LA NASCITA E LA FAMIGLIA''' | '''LA NASCITA E LA FAMIGLIA''' | ||
| − | Nacque dal nobile Cesare Filippo Lupi, figlio di Mario Giuseppe e di Maria Franchetti, e dalla contessa Marianna o Maria, figlia del conte Francesco Roncalli e della contessa Anna Vimercati San Severino di Crema, il 14 marzo 1720 nel territorio della parrocchia di San Salvatore in Bergamo alta, nel palazzo posto di fronte al Monastero di Rosate, da un ramo della famiglia detto appunto dei Lupi di Rosate. Venne battezzato il 16 dal parroco Don Guarino Benaglio (1718-1724), padrino fu Torquato Bacigalupi Canonico della cattedrale (-1739). Si firmò sempre Mario. | + | Nacque dal nobile Cesare Filippo Lupi, figlio di Mario Giuseppe e di Maria Franchetti, e dalla contessa Marianna o Maria, figlia del conte Francesco Roncalli e della contessa Anna Vimercati San Severino di Crema, il 14 marzo 1720 nel territorio della parrocchia di San Salvatore in Bergamo alta, nel palazzo posto di fronte al Monastero di Rosate, da un ramo della famiglia detto appunto dei Lupi di Rosate. Venne battezzato il 16 dal parroco Don Guarino Benaglio (1718-1724), padrino fu Torquato Bacigalupi Canonico della cattedrale (-1739). Si firmò sempre Mario ['''1256''']. |
La sua famiglia e lui stesso erano spesso a Cenate. Egli, nelle note ad un documento dell’anno 830 circa, parlando della Val Cavallina scrisse: ''Hæc quidem paulo fusius persecutus sum, quoniam agebatur de illustranda regione, cujus incolæ jam a nonnullis sæculis nunc usque Lupæ gentis, ex qua egomet ortum duxi, tributarii, & vectigales perpetui sunt'', che in italiano suona: “Su queste cose dunque mi sono dilungato a trattare poiché si trattava di illustrare la regione, gli abitanti della quale già da alcuni secoli sino ad ora sono perpetui tributari e vettigali della Famiglia Lupa, dalla quale io stesso trassi origine.” | La sua famiglia e lui stesso erano spesso a Cenate. Egli, nelle note ad un documento dell’anno 830 circa, parlando della Val Cavallina scrisse: ''Hæc quidem paulo fusius persecutus sum, quoniam agebatur de illustranda regione, cujus incolæ jam a nonnullis sæculis nunc usque Lupæ gentis, ex qua egomet ortum duxi, tributarii, & vectigales perpetui sunt'', che in italiano suona: “Su queste cose dunque mi sono dilungato a trattare poiché si trattava di illustrare la regione, gli abitanti della quale già da alcuni secoli sino ad ora sono perpetui tributari e vettigali della Famiglia Lupa, dalla quale io stesso trassi origine.” | ||
| Riga 94: | Riga 94: | ||
Era caritatevole verso i poveri, non contento di soccorrerli con abbondanti sovvenzioni, intercedeva presso altri grandi e nobili in loro favore. | Era caritatevole verso i poveri, non contento di soccorrerli con abbondanti sovvenzioni, intercedeva presso altri grandi e nobili in loro favore. | ||
Nelle varie vicende umane fu sempre rassegnato ai divini voleri. Già da qualche tempo vedeva la morte vicina, né mai sperò di guarire, anche se, riavutosi dalla polmonite, a chi si congratulava con lui perché aveva recuperato la salute rispondeva che i medici lo dicevano, per cui il colpo fatale fu improvviso per gli altri, non per lui. | Nelle varie vicende umane fu sempre rassegnato ai divini voleri. Già da qualche tempo vedeva la morte vicina, né mai sperò di guarire, anche se, riavutosi dalla polmonite, a chi si congratulava con lui perché aveva recuperato la salute rispondeva che i medici lo dicevano, per cui il colpo fatale fu improvviso per gli altri, non per lui. | ||
| + | |||
| + | |||
| + | '''NOTE''': | ||
| + | |||
| + | ['''1256'''] Di lui stese una biografia il RonchBiogr , tracciò un sintetico profilo il Belotti “Gli illustri…” III, 135-145 e Belotti “Storia…” V, 87-90, oltre a Don Dentella “I Vescovi…” 440-447. Brevi cenni si trovano anche in Dandolo “La caduta…” appendice pag. 197-198 ed in Vismara “Pantheon… IV dispensa” 61-62 ed in Vistalli “Il Cardinal Cavagnis…” 33-34. | ||
Versione delle 23:38, 20 dic 2007
[Torna a Mario Lupo]
GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 227-268:
Monsignor Canonico dottor MARIO GIUSEPPE LUPI
Nello stendere la sua biografia, divideremo l’esposizione in capitoletti: dopo aver dato in breve il sommario della sua vita, continueremo con le sue varie attività e le relative opere, stampate e manoscritte, dividendole in specifici capitoli, anziché in ordine cronologico.
Vai a Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Incarichi e onori
LA NASCITA E LA FAMIGLIA
Nacque dal nobile Cesare Filippo Lupi, figlio di Mario Giuseppe e di Maria Franchetti, e dalla contessa Marianna o Maria, figlia del conte Francesco Roncalli e della contessa Anna Vimercati San Severino di Crema, il 14 marzo 1720 nel territorio della parrocchia di San Salvatore in Bergamo alta, nel palazzo posto di fronte al Monastero di Rosate, da un ramo della famiglia detto appunto dei Lupi di Rosate. Venne battezzato il 16 dal parroco Don Guarino Benaglio (1718-1724), padrino fu Torquato Bacigalupi Canonico della cattedrale (-1739). Si firmò sempre Mario [1256]. La sua famiglia e lui stesso erano spesso a Cenate. Egli, nelle note ad un documento dell’anno 830 circa, parlando della Val Cavallina scrisse: Hæc quidem paulo fusius persecutus sum, quoniam agebatur de illustranda regione, cujus incolæ jam a nonnullis sæculis nunc usque Lupæ gentis, ex qua egomet ortum duxi, tributarii, & vectigales perpetui sunt, che in italiano suona: “Su queste cose dunque mi sono dilungato a trattare poiché si trattava di illustrare la regione, gli abitanti della quale già da alcuni secoli sino ad ora sono perpetui tributari e vettigali della Famiglia Lupa, dalla quale io stesso trassi origine.”
I PRIMI STUDI A BERGAMO ED A ROMA
Studiò grammatica nel Collegio mariano di Bergamo sotto la direzione di Don Francesco Bianchi, quindi retorica in Seminario con Don Carlo Chiappati. Studiò gli autori italiani e latini ed i poeti e scrisse alcuni componimenti. Al sedicesimo anno d’età, essendo avanzato nello studio del latino e dell’italiano ed avendo dimostrato insolita vivezza d’ingegno, facilità nell’apprendere e desiderio di primeggiare, nell’ottobre 1736 fu dal padre mandato a Roma. Si fermò otto giorni a Ravenna presso il teatino Don Franchetti, suo prozio, e fu ben accolto dal cardinal Legato Giulio Alberoni (1664-1752) e da monsignor Nicola Farsetti (1677-1741) arcivescovo ravennate (1727-1741). A Roma entrò come convittore del Collegio Cerasoli, aperto nel 1735, di cui fu alunno sino al settembre 1743. Frequentò l’Accademia Gregoriana dei Padri Gesuiti nel Collegio romano, studiando per tre anni filosofia sotto Padre Gerolamo Pichi e teologia per altri quattro sotto Padre Carlo Nocetti, Padre Andrea Reynes e Padre Lorenzo Ricci. Il 31 agosto 1743 venne esaminato da Padre Domenico Casotti rettore del Collegio Romano e dai professori Reynes e Ricci, deputati da Padre Giuseppe Carpani, prefetto generale degli Studi. Ottenne quindi la laurea in teologia da Padre Francesco Retz, prevosto generale dei Gesuiti. Dato che presso l’Accademia si insegnava l’aristotelismo a lui non troppo confacente si provvide di alcuni libri filosofici per conoscere altre dottrine. Studiò anche il greco per il quale mostrò sempre particolare attitudine, il francese e, su consiglio di altri, la geometria. Passato in teologia, iniziò lo studio della storia ecclesiastica, che dovette lasciare per due anni per applicarsi seriamente al Diritto canonico e civile, in particolare al primo. Durante gli ultimi anni della sua permanenza nel Collegio Cerasoli si distinse per due dialoghi, l’uno su Dante e la filosofia e l’altro di critica al metodo dell’insegnamento dei primi studi ai giovinetti, che gli procurarono fama e contribuirono a farlo nominare Canonico della cattedrale di Bergamo ancora giovanissimo. cioè nel 1743, quando non era ancora stato consacrato sacerdote. Il 5 aprile, già Canonico, da Roma nominò il marchese Girolamo Terzi suo procuratore per l’accettazione del patrimonio ecclesiastico, che il 30 il padre gli costituì con una terra aratoria e moronata detta Chioso Molino nel territorio di Colognola al Piano. Appena uscito dal Collegio andò in villeggiatura a Tivoli ove conobbe il marchese Girolamo Teodoli da Forlì e, tornato questi a Roma in novembre, iniziò a frequentarne la casa specialmente di giovedì quando vi si ritrovavano letterati e professori e si legò con lui di grande amicizia, tanto che questi avrebbe voluto rimanesse con lui. Qui strinse amicizia con P. M. Macchi e con Padre Giuseppe Agostino Orsi (1692-1761) O.P., che divenne poi cardinale nel 1756, e conobbe anche il conte Carlo di Firmian. Interveniva anche alle lezioni dell’erudita accademia che si radunava da monsignor Antonio Maria Erba Odescalchi (1716-1762) nella quale si parlava di storia ecclesiastica e vi recitò due dissertazioni, che ancora si conservano, nel 1744 e 1745 e due ordinarie lezioni. Frequentando il ritrovo dell’abate Asdenti ove si discuteva di storia ecclesiastica, parlò più volte e lesse due dissertazioni sui sentimenti di Aristotele sul cristianesimo. Fu fra i promotori di un’altra accademia di filosofia che si radunava in Campidoglio. Iniziò pure lo studio delle antichità aiutato dall’avvocato Cecchini, suo grande amico e poi auditore del bergamasco cardinal Giuseppe Alessandro Furietti (1684-1763). Fu in familiarità anche con molti altri letterati e prelati. A Roma il 1° settembre 1743 venne ordinato subdiacono, il 21 settembre diacono, il 4 aprile 1744, sabato santo, sacerdote. In quello stesso anno, dopo l’uscita dal Collegio, pubblicò le sue dissertazioni cronologiche “De notis chronologicis…”. Nel febbraio 1745 si recò a Napoli ove rimase 15 o 16 giorni, conobbe il Canonico Mazzocchi cui presentò le sue dissertazioni ed intervenne ad alcune accademie. Tornò poi a Roma il 1° maggio e vi rimase solo il tempo per congedarsi dagli amici. Partito per Bergamo si fermò a Firenze dove conobbe il prevosto Gori, il dottor abate Giovanni Lami, l’abate Mehus ed altri letterati. Sostò pure a Bologna e qui conobbe Gian Pietro Zanotti, Manfredi, Padre abate Giovanni Grisostomo Trombelli e Laura Bassi. A Modena si trattenne con Lodovico Antonio Muratori (1672-1750) che lo avviò alla diplomatica ed alle antichità del medio evo ed ebbe per lui parole di stima e d’incoraggiamento. Ritornò a Bergamo prima del 19 luglio.
IL RITORNO A BERGAMO E GLI STUDI DIPLOMATICI E STORICI
A Bergamo conobbe l’abate Pietro Antonio Serassi (1721-1791) e venne introdotto in una compagnia che recitava componimenti poetici ed anch’egli ne lesse. In una lettera del 24 agosto 1745 il Muratori lo ringraziò del dono del “De notis chronologicis”, si complimentò per i suoi studi e, dopo averlo esortato a produrre ancora per onorare l’Italia, ricordò che forse a Bergamo avrebbe trovato meno libri rispetto a Roma, ma che il conte Boselli tenente generale aveva messo insieme una ragguardevole biblioteca. Si tratta probabilmente del conte Scipione Boselli, la cui ricca biblioteca fu nel 1748 ceduta al Monastero di Santa Giustina di Padova. Il Lupi l’8 settembre rispose dicendo che a Bergamo i buoni libri, soprattutto di materie ecclesiastiche, erano scarsi, ma che il conte Boselli ed altri cavalieri e religiosi ne avevano discretamente. All’epoca non erano state ancora fondate la Biblioteca Civica e quella Capitolare. Dopo la sua nomina fra i prefetti dell’Archivio capitolare, avvenuta nel 1746, il Lupi ebbe modo di conoscere il Canonico Antonio Maria Adelasio (1686-1759), primicerio della cattedrale (1734-1759) ed iniziatore del riordinamento dello stesso, del quale avrebbe poi scritto un’elegante orazione funebre e Giuseppe Gerolamo Ercole Capitani di Mozzo, più comunemente chiamato Mozzi (1697-1777). Entrambi contribuirono ad avviarlo a studi storici e lo indirizzarono al Codice. Non solo per dovere d’ufficio, ma anche per propria inclinazione, decise di ricercare e leggere tutti gli antichi documenti e di prenderne nota e trascrivere e registrare in grandi quaderni le carte più interessanti od i loro regesti. Non sapendo allora leggere i documenti, fu assistito dal Mozzi, che lo guidò nella lettura dei caratteri più difficili e poco leggibili e che egli venerò sempre come suo primo maestro. Fu anche assistito dall’Adelasio fra il 1746 ed il 1759. Oltre che alla diplomatica, decise di dedicarsi allo studio della storia ecclesiastica e civile, per illustrare le antichità del medio evo italiano ed in particolare quelle riguardanti la provincia di Bergamo, per prima cosa consultò tutti i diplomi, manoscritti, istrumenti e protocolli di notai dell’Archivio della cattedrale. Nel seguente anno 1747 iniziò a copiare in toto od in parte gli antichi documenti, disponendoli in ordine cronologico, costituendo così, a poco a poco, il primo nucleo del futuro Codice diplomatico. Passò poi agli altri archivi della città e del territorio: l’Archivio vescovile, quello delle monache di Santa Grata, del Monastero di Astino, dei Frati Predicatori e degli altri cenobi e xenodochi, della Misericordia Maggiore. Consultò l’Archivio dell’ex-abbazia di Vall’Alta, allora commenda, le poche carte che restavano presso i monaci di San Paolo d’Argon, quelle del Monastero di Pontida ed anche i pochi documenti civici rimasti in città e nel territorio, compresi gli statuti e gli Archivi delle vicinie cittadine. Nel 1748-1749 fu fra i rifondatori dell’Accademia degli Eccitati di Bergamo. Nel 1754 si portò a Venezia, Bologna, Firenze, Siena, Livorno, Pisa, Lucca, Genova e Torino con il suo amico marchese Antonio Terzi. Fu più volte a Padova dove conobbe vari letterati con i quali strinse amicizia. Nel 1755, 1758, 1759 e 1760 si recò per alcuni mesi a Milano, dato che si credeva vi fossero stati portati gli antichi atti del Comune di Bergamo, ma non trovò molto. Qui fu spesso ospite gradito del principe Trivulzio, consultò l’Archivio del Monastero di Sant’Ambrogio ed altri documenti gli furono trasmessi da Padre Pio d’Adda, monaco di quel cenobio e professore di diplomatica, suo amico, che gli consegnò anche note cronologiche. Nel 1759 divenne cantore e viceprimicerio della Cattedrale di Bergamo. Nel giugno 1760 fu a Cremona con Pietro dei conti di Calepio per trovare negli archivi notizie su Bergamo e sui Conti di Bergamo dai quali avevano tratto origine i Caleppio. Trovò l’Archivio capitolare in totale confusione, esaminò pergamene conservate in due casse ed in alcuni sacchi, mentre in quello civico non poté vedere quanto voleva. Rinvenne però alcuni documenti che gli servirono soprattutto nel secondo volume del codice per parlare dell’origine dei Caleppio e per tracciarne l’albero genealogico. Fu in contatto con molti dotti ed eruditi dell’epoca, come ad esempio l’abate Anton-Tommaso Volpi (1721-1797), che, nella prefazione alla sua opera sulle reliquie dei Santi Fermo e Rustico, edita nel 1761, afferma di aver ricevuto molte notizie dal “Canonico archivista della cattedrale Mario Lupi che nel rovistare quell’Archivio e molti altri della città” non aveva trascurato di raccogliere quanto gli era capitato sott’occhio relativo ai due santi e glielo aveva comunicato. Il Lupi poi citò quest’opera nel Codex. Nel 1761 fu eletto patrono del Consorzio della Mîa e stese un progetto di riforma delle scuole tenute da questa pia istituzione. Nel seguente 1762 fu eletto primicerio ed in quello stesso anno, dopo esser stato per molti mesi occupato per le celebrazioni del Barbarigo e dei Santi della Chiesa bergamasca, decise sul finire di settembre di portarsi a Brescia per ricopiarvi i documenti riguardanti Bergamo e tra gli altri trascrisse quelli del “Liber Potheris”, conservato nella Cancelleria di quella città. Assistette in quest’occasione alle feste solenni per la promozione del cardinal Lodovico Calini (1696-1782), già vescovo di Crema (1731-1751), allora commendatore di Santo Spirito, e poi ritornò a Bergamo con il principe Trivulzi. Ebbe documenti pontifici dagli archivi romani ed altri da molte città. Raccolse anche documenti già editi da Fra Celestino Colleoni, da Fernando Ughelli, dal Muratori nelle “Antiquitates Italiæ” e vi aggiunse alcune note che sarebbero anch’esse poi confluite nel “Codex”. Utilizzò anche manoscritti già citati da altri scrittori bergamaschi ed ai suoi tempi persi ed altri dispersi, alcuni dei quali aveva trovato presso l’abate Trombelli. Sembra abbia utilizzato i manoscritti del Mozzi, almeno nel 1755 per la vita di Detesalvo e nel 1764 per la “Genealogia Suardi”. Infatti molti atti notarili da lui citati si trovano nei manoscritti delle “Antiquitates Bergomi” sui quali il Lupi appose il nome del Mozzi. Non va dimenticato però che molti furono visti anche da lui stesso, come talvolta si trova annotato sulle imbreviature. Nel maggio del 1767 si recò a Venezia per godervi la fiera dell’Ascensione e lo spettacolo della Regata per la venuta del Principe di Wirtemberg. Dopo essersi trattenuto circa un mese nel ritorno si fermò parecchi giorni a Padova incontrandovi letterati, specialmente il Facciolati e l’abate Giovanni Brunacci (1711-1772) grande antiquario medioevale, che ebbero di lui un’ottima impressione. Ebbe come discepoli il Canonico Agliardi e Don Ronchetti, l’uno infaticabile raccoglitore di notizie bergamasche, purtroppo poco citato, benché i suoi manoscritti siano utilissimi, l’altro noto per le sue “Memorie istoriche” e per aver pubblicato il secondo tomo del “Codex”. L’Agliardi fu ascritto al Capitolo nel 1773 e deputato all’Archivio nel 1775, quando il Lupi era ancora in buona salute, divenuto espertissimo in diplomatica con incredibile celerità aiutò fra l’altro il Lupi nella lettura di due antichi papiri. Mentre fra il 1775 ed il 1779 il Lupi lavorava al Prodromo del Codice diplomatico, avendo trovato l’Archivio segreto del Vescovado tutto rimescolato e confuso, cosa che era successa durante gli ultimi anni di monsignor Antonio Redetti (1731-1773), propose a monsignor Molin di riordinarlo, ma, essendo questi morto quasi improvvisamente il 2 marzo 1777, il lavoro non fu portato a termine. Il Lupi non si occupò di una storia letteraria di Bergamo, lavoro che voleva intraprendere l’amico abate Serassi, ma che poi, preso questi da altri impegni, venne iniziata da Padre Barnaba Vaerini O.P. (1743-1810) e portata a termine in quattro tomi di cui purtroppo fu stampato solo il primo nel 1788. Fu in stretto rapporto con il cavalier abate Girolamo Tiraboschi (1731-1793), bibliotecario del Duca di Modena, con il quale ebbe frequente carteggio riguardante per lo più il miglioramento del Codice e che gli inviò alcuni documenti. Fra le altre è interessante una lettera del 14 luglio 1764 con la quale il Lupi, fra l’altro, gli trasmise copia di documenti del 1464 tratti dall’Archivio della città sulla Casa del Comune degli umiliati e discorse di cronache relative a fatti bergamaschi. Diede la ricetta per ravvivare gli antichi caratteri sbiaditi: prendere cinque o sei grani di galla della migliore, romperli, metterli in una chicchera di caffè piena d’acqua comune e lasciarveli 24 ore; colare l’acqua con un panno o farla passare nella carta, poi con un panno o con la bambagia o con il dito bagnare la pergamena nel punto dello sbiadimento per due o tre volte; con questo metodo però la pergamena si annerisce e bisogna quindi stare attenti. Concluse chiedendo di interessarsi presso Sormani ed Oltrocchi, dottori dell’Ambrosiana, per avere qualche documento. Anche in una lettera del 1° giugno 1787 sempre al Tiraboschi parlò dell’infusione di gala passata per carta sughera. Il Tiraboschi, nel V tomo della sua Storia letteraria, ricordò di esser stato informato dal Lupi e da Giovanni Battista Rota (1722-1786) di un’imbreviatura di Bartolomeo Osa del 1304-1325, che si conservava, come ancora oggi, nell’Archivio della cattedrale. Menzionò il Lupi anche nelle aggiunte della sua “Storia dell’Augusta Badia di San Silvestro di Nonantola Aggiuntovi il Codice Diplomatico della medesima” edita nel 1784, che servì molto al Lupi per il secondo tomo del Codice. In una lettera del 17 maggio 1775 il Lupi lo ringraziò per la citazione, parlò di Bartolomeo Osa, di Don Bartolomeo Pellegrini, del carme di Giacomo Tiraboschi, oltre che di libri dei quali chiese dove si potesse trovar copia, disse che il Tiraboschi aveva contribuito più d’ogni altro al suo Codice Diplomatico, fornendo documenti, discusse poi della composizione della carta con lino o bambasina in rapporto a protocolli notarili del XIII e XIV secolo, sui quali aveva consultato esperti cartai. Fu sempre disponibile verso chi gli chiedeva notizie storiche o genealogiche. Rivide e corresse opere e dissertazioni altrui e stese varie osservazioni su di esse, come la “Brixia sacra” del Padre Gerolamo Gradenigo, edita nel 1755, saggi sull’esistenza dei santi Fermo e Rustico (probabilmente quelli dell’abate Volpi), la “Storia della Lombardia Austriaca” del conte milanese Gabriel Verri, senatore reggente, il quale lo pregò di scrivergli diffusamente il suo parere intorno ad essa ed al quale egli fece molte annotazioni. Soleva dire che se aveva tratto profitto negli studi era soprattutto perché, avendo sempre avuto pochi libri, aveva dovuto chiederli agli amici o trovarli nelle biblioteche, come la ricca biblioteca dei marchesi Terzi e quelle dei Padri Cappuccini e Minori Osservanti delle quali aveva sempre potuto usufruire, e questo lo aveva costretto a trascrivere tutto ciò che riteneva potesse servirgli, facendone grossi zibaldoni, cosa che credeva necessaria, come asserito dal Padre Jean Mabillon nell’opera “De studiis monasticis”, e che perciò gli era restato meglio impresso. Quando stava bene di salute, tanto in città, quanto in campagna era solito dedicarsi agli studi per sette od otto ore, senza fatica. Fu in corrispondenza con numerosissimi letterati e dotti, in particolare storici e diplomatisti, dai quali fu molto stimato. Padre M. Pietro Maria Gazzaniga O.P. (1720-1799), insigne teologo bergamasco, nelle note del V tomo della sua Teologia stampata in Bologna ne fece onorevole memoria e così il conte milanese Giorgio Giulini (1717-1780) nella quarta parte della sua opera storica su Milano. Joseph Jérôme La Lande (1732-1807) gli inviò gentili lettere e ne fece menzione nel “Journal des Savans” 1784 numeri 35 e 41 del 1° settembre e 15 ottobre, nella sua Enciclopedia alla voce Bergamo e nella nuova edizione del suo “Voyage en Italie” 1786. Ebbe contatti anche con Padre Alessandro Viscardi O.F.M. Cap., che gli fece conoscere un manoscritto di Fra Celestino Colleoni, e con la Biblioteca Ambrosiana.
L’INFERMITÀ
Il 17 dicembre 1764 venne preso da dolori acuti e febbre molto forte, fu creduto in pericolo di vita e gli si scoprì un “tumore nel ventre” (forse si trattava di un volvolo). Per qualche mese fu costretto a restare in casa e non sembrava gli giovasse alcuna cura o medicina, ma alla fine il male scomparve, anche se la sua salute ne risentì a lungo. Quando si fu ripreso lo volle con sé a Milano il principe Trivulzi, che da parecchi anni godeva della sua compagnia quando passava alcuni mesi della primavera e dell’autunno a Bergamo nel casino di casa Aracieli in Sudorno, e restò parecchi giorni presso di lui, che si prodigò per procurargli piacevoli conversazioni, che lo aiutarono a rimettersi in salute, così che ritornato a Bergamo poté riprendere le sue solite occupazioni. Tornò a Milano in casa del principe anche all’inizio del 1766, dopo che nel dicembre dell’anno precedente aveva avuto febbre ed un grave raffreddore, forse perché affaticato dai suoi incarichi di primicerio. Il 29 era morto il Capitano di Bergamo Paolo Spinelli, che era stato sepolto in Duomo, per il quale aveva fatto le iscrizioni sia del funerale fatto nella cattedrale, che di quello celebrato dalla Città in Santa Maria Maggiore. Il settimo giorno dal suo arrivo a Milano ricevette la notizia della gravissima malattia del suo unico fratello Francesco e partì subito, ma non giunse in tempo perché questi morì il 26 gennaio di un male che i medici non seppero diagnosticare. Il seguente martedì 28 sua madre, contessa Marianna Roncalli Lupi, si ammalò per male di pontura, cioè di polmonite, e dopo un’affannosa agonia, dopo aver perduta la parola il sabato, spirò lunedì 3 febbraio. Il Lupi rimase quasi sconvolto per vari giorni. Il principe Trivulzi per distrarlo dai suoi pensieri verso la fine di aprile volle di nuovo condurlo a Milano, col pretesto delle magnifiche feste per gli sponsali ‘de futuro’ tra Maria Beatrice d’Este e l’arciduca Ferdinando ed egli vi si trattenne sino alla fine di maggio, frequentando anche il conte di Firmian plenipotenziario della Lombardia austriaca per la Regina d’Ungheria e l’arcivescovo cardinal Giuseppe Pozzobonelli. Nell’agosto del 1767 gli si ulcerarono dall’angolo sinistro il labbro e tutte le gengive, gli si gonfiarono la gola e la testa e gli si ricoprì tutto il corpo di pustole, a causa di una malattia per la quale sembra di poter parlare di grave stomatite aftosa complicata da laringite fibrinosa con adenopatie nucali satelliti. Due insigni chirurghi e due medici non sapevano che fare, ma, grazie alla robusta complessione ed alla diligente cura, dopo un mese e mezzo la malattia cominciò a regredire e dopo altrettanto tempo egli poté uscire di casa, anche se per i tre anni successivi, malgrado una vita scrupolosamente regolata, non poté ristabilirsi del tutto. Negli ultimi giorni di quello stesso anno provò un grande dolore per la morte del principe Trivulzi. Durante la malattia, in parte per necessità ed in parte per consiglio dei medici, dovette tralasciare i suoi studi, ma non sopportando di stare in ozio ed essendogli stato consigliato di recarsi in campagna, cominciò a restaurare la sua casa nel castello di Cenate, nella quale si trattenne gran parte della primavera e parte dell’estate per seguire i lavori e che fece decorare dai pittori Galliari. All’inizio di luglio si recò a Brescia per far visita al cardinal Calini. Tornato, lo prese un’erisipola in capo che lo tormentò per due giorni e forse per questo o per un salasso, che accettò gli fosse fatto dopo 32 anni dalla volta precedente, dice Don Ronchetti, gli si indebolì notevolmente la vista. Ristabilitosi un po’, si recò a San Pellegrino per la cura delle acque minerali, che andavano allora acquistando rinomanza. La cura ebbe successo ed egli vi tornò anche l’anno seguente, in cui ebbe tre attacchi di erispola in faccia, e ne trasse ancor maggior giovamento. Nel 1769 fu richiamato a lavorare per il Capitolo. Nel 1770, terminati gli affari capitolari e la biografia del conte Francesco Locatelli Lanzi (1687-1770), si recò a Milano, ove si trattenne 15 o 20 giorni, frequentando i nobili milanesi e stringendo nuove amicizie con cavalieri e letterati, con i quali si consigliò per i punti più importanti del suo Codice. Rientrato a Bergamo, tornò in campagna e nell’estate fu di nuovo a San Pellegrino. Abbandonati i rimedi ed i medici, scrive Don Ronchetti, la sua salute cominciò a ristabilirsi. Nello stesso anno ebbe di nuovo a Cenate i Galliari ed un altro pittore. In ottobre e novembre contrasse a poco a poco una notevole sordità d’ambedue gli orecchi, per la quale tentò invano rimedi. L’orecchio destro, che si era ammalato prima dell’altro, divenne quasi completamente sordo. Fu così privato del piacere di viaggiare e rinunciò alle riunioni ed alle conversazioni conducendo una vita ritirata con pochi amici. A parte la sordità, che sembra esser stata causata da aposteme ed otiti catarrali seguite da perforazione bilaterale del timpano, ricuperò però la salute. All’inizio del maggio 1773 morì il vescovo monsignor Antonio Redetti ed al Lupi, in quanto primicerio, toccò tutta la cura dei funerali, dell’apparato lugubre della Chiesa, del sontuoso catafalco e la funzione riuscì ottimamente. Nel 1775, mentre si scavava la terra troppo alta in un’edicola sacra vicina alla chiesa plebana di Ghisalba, in un piccolo loculo costituito da tegole unite furono trovati pezzetti di ossa, che dal popolo furono credute di Sant’Amando o di un altro santo e furono rimosse e poste in una cassetta. Il vescovo monsignor Molin, informato, inviò il Lupi, riluttante, insieme con il cancelliere vescovile, per la ricognizione delle ossa e la visita del loculo. Secondo i sacri canoni, in particolare i Concili provinciali ed i precetti di San Carlo, egli raccolse documenti idonei a far fede e, visto che nulla portava a pensare che si trattasse di ossa di santi, ordinò che fossero riposte nel luogo in cui erano state trovate e coperte da terra, fu poi fatto un regolare atto e venne riferito al vescovo. Fu in molta familiarità con il vescovo monsignor Molin che nell’estate 1776 fu suo ospite nella villa di Cenate. Anche il successore monsignor Giampaolo Dolfin lo teneva in grande considerazione ed amava la sua compagnia e quasi ogni anno si trattenne alcuni giorni a Cenate. Quando nel 1778 monsignor Dolfin volle intraprendere la Visita Pastorale della Città e Diocesi, argomento sul quale nei primi anni di monsignor Redetti vi erano stati vari punti di contrasto con il Capitolo, alcuni dei quali non ancora interamente decisi, grazie al Lupi tutto fu sistemato, il vescovo accettò i covisitatori datigli dal Capitolo ed il Lupi come primicerio fu invitato ad assistere come il solito alle congregazioni preparatorie alla Visita. Il 5 aprile 1780 spirò suo padre Cesare, cosa che gli causò grandissimo cordoglio. Inoltre questi, nonostante l’età, accudiva a tutti gli affari di casa ed il Lupi, che non aveva mai voluto occuparsene e ne era quasi totalmente all’oscuro, dovette impiegare qualche mese per informarsene, sottraendolo ai suoi studi. Rimasto l’unico della sua famiglia, amò ancor più circondarsi di amici, anche in villeggiatura. Nel 1781 sistemò la sua casa in città. Ebbe però problemi di salute e fu costretto a lasciare per qualche tempo qualunque applicazione.
GLI ULTIMI ANNI: IL TESTAMENTO E LA MORTE
Negli anni seguenti portò a termine il primo volume del Codex, dato alle stampe nel 1784, e le Dissertazioni sulle parrocchie, pubblicate nel 1788. Nel 1785 il cardinal Carrara, che sin dalla più tenera età era stato legato a lui da vera amicizia e che si trovava per alcuni mesi a Bergamo, fu a casa sua a pranzo per il ferragosto, con il vescovo e con uno scelto numero di persone ed andò poi a villeggiare con lui per cinque giorni nel castello di Cenate. La giubilazione, ovvero il pensionamento, da Canonico, decisa il 6 settembre, gli diede maggior tempo per studiare, ma spesso si lamentava che avanzando in età diventava sempre più pigro nel comporre, forse per mancanza della vivacità e rapidità di pensieri dell’età più giovane o perché, maturando sempre più il giudizio, più difficilmente era pago delle sue riflessioni e dei suoi scritti e spesso rifaceva la stessa cosa e non sapeva mai togliere la penna dallo scritto. Nel 1786 fu nominato Cameriere d’onore di Sua Santità. Il 26 settembre, nelle sue case situate nella parrocchia di San Salvatore, dettò al notaio Pietro Antonio di Gaetano Longaretti il suo testamento nel quale si definiva, oltre che Canonico, primicerio, Cameriere d’onore di Sua Santità, ultimo superstite della sua famiglia. Fra le altre cose ordinò di essere sepolto in cattedrale, che gli esecutori testamentari chiedessero al Capitolo di porlo in un sepolcro singolo, nella cappella di San Carlo, già di iuspatronato della sua famiglia, accanto a quello di questa, coperto da una decorosa lapide marmorea con una conveniente breve iscrizione. Ordinò anche di esser funerato con 24 torce: 12 grosse ed altrettante mezzane, con l’intervento del Capitolo. Prescrisse che entro un anno fossero celebrate 400 Messe, soprattutto in Duomo, al funerale e nei giorni successivi, e che fosse ricordato dai residenti minori della cattedrale il suo anniversario. Lasciò eredi i conti Marco e Lanfranco Benaglio, figli del fu conte Giacinto, ed in caso di loro morte il conte Giacinto di Marco. Lasciò un legato ai cugini conte Francesco e Ludovico fratelli fu conte Antonio Roncalli, 12 esemplari del “Codex” e di qualsiasi altra opera già stampata o che si sarebbe stampata dopo la sua morte al cugino Abate Padre Dom Michele Francesco Benaglio O.S.B. e due quadri del Cavagna rappresentanti Rotari con la madre e Sant’Antonio all’amico Giovanni Terzi, dei quali non si ha più traccia nel catalogo recentemente redatto delle opere di Giovanni Paolo Cavagna (1556?-1627) e del figlio Francesco (1580ca-1630?). Lasciò all’amico Canonico monsignor Giuseppe Caleppio, suo sostituto nel primicerato, la sua croce canonicale e al dottor Francesco Pagani l’orologio d’oro, un legato a Lucia Rossi di Cenate per il suo servizio ed un altro ai Canonici e sagristi. Pregò i suoi parenti di assegnare a titolo di patrimonio la cappellania di loro iuspatronato a Marco, figlio del suo cameriere Giuseppe Rossoni, qualora avesse voluto farsi chierico. Poiché tanti ragazzi vagavano per le strade tutto il giorno senza alcun impiego, “con pregiudizio spirituale e temporale loro e della pubblica economia”, lasciò un Legato di 2˙000 lire per collocarne alcuni della città e dei borghi, minori di 14 anni, presso un probo ed onorato artigiano per imparare l’arte. Affinché fossero decorosamente pubblicate le sue opere, lasciò un deposito di 5˙000 o di 10˙000 lire a seconda che fosse o no già stato stampato il secondo volume del “Codex”. Ordinò che i suoi commissari raccogliessero e conservassero diligentemente tutti i suoi manoscritti, carte, note, che potessero aver qualche relazione con i suoi studi. Avendo gran fiducia nell’amore, abilità ed assistenza di Don Locatelli Zuccala, stabilì che in caso di stampa gli fossero consegnati per ordinarli, confrontarli, far copiare quelli che da lui fossero stati giudicati degni di pubblicazione, con l’assistenza dell’Agliardi per ciò che concerneva il confronto dei manoscritti, gli venissero versati i fondi per la stampa e potesse scegliere la forma tipografica, anche se quella del “Codex” avrebbe dovuto essere simile a quella del primo volume, e che venisse retribuito. Lasciò come Legato tutti i libri della sua biblioteca tranne le sue opere stampate allo Zuccala, raccomandando di rendere quelli ricevuti in prestito. Nel caso in cui alla sua morte fosse stata già avviata qualche pubblicazione, i commissari avrebbero dovuto continuare con i fondi stabiliti. Stabilì che, nel caso in cui Don Zuccala non volesse o potesse assumere l’incarico o lo lasciasse, recuperassero i manoscritti e scegliessero qualcuno per continuare l’opera. Nel legato dei libri gli sarebbe subentrata la Biblioteca pubblica. I commissari sarebbero durati in carica due anni dopo la fine della stampa e sino a che fosse stato esaurito il lascito per il collocamento dei fanciulli. Ordinò che di ogni opera prendessero 5 esemplari ciascuno ed altrettanti lo Zuccala od il suo sostituto e 10 restassero in mano degli eredi. Se fosse stato stampato il secondo tomo del Codice 5 esemplari avrebbero dovuto essere assegnati all’Archivio della cattedrale di Bergamo e 2 copie di ogni altra opera, oltre a una copia del Codice, al Territorio. Di ogni opera una copia era destinata all’Accademia degli Eccitati ed una “politamente legata” all’Accademia di Padova, cui egli era ascritto. I commissari avrebbero potuto donarne copie a letterati suoi amici e corrispondenti ed avrebbero dovuto curare per due anni dopo la stampa la vendita delle opere e supplire ad eventuali maggiori spese di stampa. Passati i due anni, il ricavato dalla vendita avrebbe dovuto venire usato per la stampa di opere o per i fanciulli. Le copie invendute sarebbero state consegnate alla Biblioteca della Città per accrescerla a pubblico beneficio vendendoli o scambiandoli, mai però vendendoli a peso di carta. Anche delle opere già stampate in vita i commissari avrebbero dovuto curare la vendita per due anni, usare i soldi per i ragazzi e poi consegnare il rimanente dei volumi alla Biblioteca. Dice poi che le copie delle opere stampate in vita sarebbero rimaste presso i commissari, mentre il primo tomo del Codice sarebbe stato consegnato alla Biblioteca pubblica, alla quale doveva esser data subito una copia delle opere stampate postume, come pure gli esemplari invenduti dopo due anni. Alla Biblioteca lasciò pure il proprio ritratto dipinto dal pittore Madonna di Gandino, cioè quello dorato. Ordinò che, nel caso in cui entro due anni non fosse stata iniziata la stampa di nessuna opera, i suoi manoscritti fossero consegnati all’Archivio della cattedrale con la metà dei fondi depositati, pregando il Capitolo di eleggere dei deputati per far stampare le opere, l’altra metà sarebbe stata usata per i fanciulli, per i quali si sarebbe dovuto usare il tutto se il Capitolo non avesse stampato alcuna opera. Se qualche stampatore di Bergamo avesse voluto prendere in carico la stampa di alcune opere, i commissari, in accordo con Don Zuccala, avrebbero potuto fare il contratto, tenendo fede ai Legati. L’avanzo dei depositi sarebbe stato usato per i fanciulli. In segno di ossequio al vescovo Dolfin, gli donò, pregandolo di suffragare la sua anima, la medaglia fatta coniare dal Territorio ed a questo lasciò 1˙500 lire, a compenso della spesa per la stessa. Avendo obbligo di pagare alle monache di Rosate, ai Minori osservanti riformati ed ai Cappuccini alcuni Legati lasciati da Giovanni Battista Lupi con testamento del 1611, ordinò di reinvestire il capitale per far corrispondere direttamente i frutti ai suddetti istituti e di fare lo stesso per alcuni capitali di ragione della cappellania in Duomo fondata da Giovanni Battista, di iuspatronato della famiglia. Dispose che gli eredi non potessero rivendicare, sotto pena pecuniaria, i beni venduti con atto di Gaetano Longaretti al dottor Giacomo Mazzocchi in Val del Fico con carico di Messe, forse soggetti ad antico fidecommesso voluto da Oldrado Guarneri (suo antenato per linea femminile), ai quali aveva sostituito nel fedecommesso un campo detto di Bergamo sulla strada di Osio, e diede la possibilità di surrogare ad esso beni in Cenate. Dato che la sua casa di Cenate nel Castello non era suscettibile di divisione, ordinò che fosse posta in una parte sola, nel caso in cui l’erede l’avesse voluta vendere si sarebbero dovuti preferire fra gli acquirenti i conti Vittorio e Paolo Lupi od i loro discendenti. Volle che le pergamene e le carte concernenti gli onori degli antenati e della famiglia Lupi in generale fossero consegnate a Vittorio e Paolo od ai rispettivi discendenti e fossero conservate dal primogenito. Nominò commissari ed esecutori i conti Francesco e Ludovico Roncalli ed il conte Nicola Angelini, suoi cugini, liberandoli dall’obbligo di inventari, fidandosi di loro. Essi avrebbero amministrato tutta la sua eredità per un anno senza ingerenza degli eredi. In caso di morte o di mancanza di tutti i commissari gli obblighi sarebbero stati degli eredi. Se vi fossero state contestazioni i beni sarebbero passati all’Ospedale maggiore di San Marco. Il 20 settembre 1787, essendo morto il conte Francesco Roncalli, gli sostituì il nobile Giovanni Giacomo fu Giulio Terzi, suo amico. Precisò che voleva fossero dapprima stampate le sue dissertazioni sulle Parrocchie o che la loro stampa fosse portata a termine, poi il secondo tomo del Codex e successivamente tutte le altre opere. Ordinò poi che il suo ritratto in abito paonazzo fosse consegnato a Vittorio e Paolo Lupi od al primogenito della famiglia. Nel 1788 diede alle stampe le dissertazioni sulle parrocchie. Nell’anno 1789, sebbene fosse stato molto occupato a scrivere ai tanti che lo ringraziavano e si congratulavano per la sua ultima opera, intraprese la revisione del secondo tomo del Codice e ne fece preparare le copie per la stampa. Compose anche una breve allegazione per il vescovo sull’Abbazia di Vall’Alta, che probabilmente fu la sua ultima opera. Durante tutto l’anno fu amareggiato da brighe domestiche e soggetto ad una ostinata influenza di catarro che aveva infestato il paese, si lamentava di sentire più che mai il peso degli anni, che erano quasi 70, essendoglisi molto indebolite le gambe, anche se la testa si manteneva lucida ed egli continuava senza difficoltà ad applicarsi 7 od 8 ore al giorno. Alla fine di settembre, com’era sua abitudine, si recò nel suo castello di Cenate per riposarsi e riprendere forza e volle che anche Don Ronchetti fosse con lui, ma dopo pochi giorni, l’8 ottobre, alla debolezza delle gambe si aggiunsero un reuma ed una notevole mancanza di forze, oltre ad una totale inappetenza. Egli ritenne si trattasse di un aumento della debolezza di cui soffriva da quasi un anno e non si preoccupò nemmeno quando subentrò una leggera febbre. Il medico, che il Ronchetti fece segretamente avvisare, avrebbe voluto che se ne stesse a letto e prendesse qualche medicina, ma egli, per non interrompere i passatempi dell’autunno che riteneva gli giovassero molto ed anche perché aveva molta avversione verso i medicamenti, non lo fece. Il 12, giorno in cui stava alquanto meglio, vennero a fargli visita la contessa Tomini con il marito, monsignor dottor Luigi Bossi-Visconti (1758-1835), Canonico ordinario della chiesa metropolitana di Milano, il Canonico Agliardi. La notte successiva però peggiorò di nuovo, con febbre che si mantenne anche la mattina, un dolore quasi continuo alle gambe, totale inappetenza, orine scarse e molto cariche. In una lettera al Ronchetti, che si trovava allora in città per prestare assistenza al conte Giacomo Suardo figlio del conte Zaccaria e della contessa Grandiglia dei conti di Calepio, malato gravemente, scrisse La testa sola finora resiste. Tuttavia continuava a stare in piedi, per timore di ridursi a dover restare a letto. Decise poi di tornare in città la domenica od il lunedì successivi. La sera del 16 poteva appena reggersi sulle gambe ed il giorno seguente, cresciuta la febbre e comparso uno sputo sanguigno, si manifestò il male di pontura, o polmonite, per cui gli furono fatte due emissioni di sangue ed applicati i vescicanti. Continuò a peggiorare sino a martedì 20. Quel giorno si confessò e comunicò ed alla sera fu preso da febbre così forte, che si temette per la sua vita. Il Ronchetti ricorda come alla notizia del pericolo di perderlo la città tutta si commosse e molti signori e soprattutto i Canonici mandavano sino alla sua villa per avere notizie. Essendo poi iniziata una copiosa crisi di sudore, crisi caratteristica della risoluzione del male al settimo giorno della malattia, il giorno seguente stette meglio e continuò a migliorare sino al 26 quando fu visitato, presente il Ronchetti, dal celebre dottor Giuseppe Pasta, che, trovatolo senza febbre, gli permise di alzarsi a prender cibo e di restare in piedi per un po’ due volte al giorno ed anche di tornare a Bergamo, come egli desiderava, il 1° od il 2 novembre. Nel frattempo ricevette molte visite dei Canonici, dei suoi parenti e di amici letterati, come i conti Giovanni Battista Bressani e Marco e Giacomo Greppi, di Giovanni Antonio Giovanelli, insigne poeta, e di Girolamo Adelasio, ed alcune lettere di congratulazione. Il 3 novembre partì e verso sera giunse alla casa in città senza aver sentito danno alcuno, accompagnato dal medico dottor Pietro Locatelli, suo grande amico, che lo aveva assistito tutto il tempo della malattia con grande attenzione e da suoi familiari diligenti e fedeli. Aveva un così buon colore, che appena si capiva che era stato ammalato, solo si lamentava di avere le gambe gonfie, cosa che si credeva “effetto della deposizion del male”. Nei successivi tre giorni stette in piedi ricevendo le congratulazioni di quanti lo visitavano e pranzando a tavola in compagnia dei suoi soliti amici e venerdì 6 il Ronchetti lo vide cibarsi normalmente, ma dopo il pranzo, essendo aumentata la gonfiezza, preso da uno svenimento, fu costretto a mettersi a letto. Il Ronchetti la sera trovò che gli erano sopravvenuti la febbre, ma molto leggera, e qualche affanno al petto, tornò verso le 5 ed egli, appena lo vide, lo pregò di restare presso di lui, poiché era in grave pericolo, l’amico replicò che non gli sembrava vi fosse di che temere e che confidava che la Divina bontà lo avrebbe conservato, ma egli rispose: la cosa va così male che io credo di dover morire. Il Ronchetti fece chiamare il dottor Pasta e lo pregò di dirgli chiaramente in che condizioni monsignor Lupi si trovasse, riferendogli quanto egli aveva detto, ma il medico, che era venuto prontamente e lo aveva visitato, rimandò il giudizio alla mattina seguente, poiché al momento non aveva elementi per formulare alcun sicuro pronostico. Il Ronchetti andò a dormire senza alcun sospetto che vi fosse pericolo. La mattina fu chiamato alle 11 e mezza, perché il male incalzava e, recatosi presso il Lupi, questi gli disse che peggiorava sempre più, senza possibilità di rimedi umani, perciò desiderava ardentemente ricevere i Sacramenti mentre era in uso perfetto di ragione ed in grado di trarne profitto. Fece la sua fervente confessione e con gran devozione e sentimento, rispondendo a tutte le orazioni, ricevette il Viatico e l’estrema Unzione, somministratigli da Don Ronchetti, su licenza di Don Antonio Ignazio Baldis, parroco di San Salvatore (1785-1806). Informò il Ronchetti di aver ottenuto dal Pontefice la grazia della Plenaria Indulgenza ‘in articulo mortis’ e soggiunse che avrebbe pregato Dio che il governo di sua Santità prosperasse a beneficio della Chiesa. Gli fu amministrata la Benedizione apostolica dal parroco Baldis. Poi chiamò il Ronchetti più vicino a sé ed ansando gli raccomandò di dare subito avviso della sua morte al cardinal Carrara raccomandandolo ai suoi suffragi e così anche ad alcuni altri suoi amici. Il Ronchetti dice anche che, in estremo segno d’affetto nei suoi confronti, gli lasciò in eredità i suoi manoscritti e la sua biblioteca. Seguì un ascesso polmonare con pleurite complicante ed alle ore 13 e mezza di sabato 7 novembre 1789, nel sessantanovesimo anno di vita, in casa sua a Bergamo, nella parrocchia di San Salvatore, “fra le rime e le preghiere” dei suoi amici e familiari, chiuse il corso della sua vita mortale.
I FUNERALI E LE ONORANZE POSTUME
I commissari testamentari Angelini e Terzi affidarono a Don Ronchetti la cura dei suoi funerali, che furono magnifici, come richiedevano i suoi meriti. Domenica 8 dopo i vespri il corpo, coperto degli ornamenti sacerdotali e delle insegne prelatizie, venne solennemente trasferito tra una grande folla con luminarie dalla sua casa alla cattedrale, accompagnato da numerosissime confraternite, da tutto il clero cittadino e dal Capitolo. Il giorno seguente furono celebrate dal vescovo solennissime esequie con l’intervento di molti nobili e letterati, alcuni dei quali furono visti piangere. Dopo le consuete cerimonie fu sepolto ai piedi dell’altare di San Carlo, in un sepolcro proprio, a lato di quello della sua famiglia, come da suo testamento. Purtroppo non ci è rimasta la sua epigrafe, nemmeno fra quelle del cortile dei Canonici. Ne scrisse un necrologio Don Maffeo Maria Rocchi (1732-1804), segretario dell’Accademia degli Eccitati, se ne trova anche uno nel libro dei morti della cattedrale ed uno in quello di San Salvatore scritto dal parroco Don Baldis. Il 15 novembre 1789 l’abate Mascheroni chiese al Canonico Agliardi notizie per l’elogio da pubblicarsi nei fogli letterari dell’abate Bertola ed il Canonico il 28 gennaio 1790 rispose che l’avrebbe preparata, chiedendo però tempo, ed il 30 novembre, dopo aver superato difficoltà poste dai commissari testamentari, disse di aver già raccolto molte notizie, eccetto alcune sulla nascita ed altro, e promise di fornirgliele a Pavia. Il 6 luglio l’abate Giovanni Luigi Magri nell’Accademia degli Eccitati recitò un suo elogio. Il cardinal Carrara, rispondendo da Roma il 21 novembre 1789 ad una lettera del Ronchetti che gliene comunicava la morte, ne tessé un elogio nel quale fra l’altro diceva che a nessun bergamasco più che a lui dispiaceva la sua scomparsa. Bergamo, antecedentemente al 1891, gli dedicò la via che porta dalla torre del Gombito al cisternone, passando dietro al duomo, già denominata via delle Beccarie.
L’ASPETTO ED IL CARATTERE
L’arciprete Ronchetti nella sua biografia, scritta probabilmente subito dopo la morte del Lupi, ci ha lasciato una interessante ed entusiastica descrizione del suo aspetto e del suo carattere. Era di buona costituzione, di statura molto alta, di buon colorito, con il capo grande, la fronte ampia e spaziosa, gli occhi celesti, grandi e rotondi, il naso grande e così la bocca con denti bianchi e forti, quasi tutti ben conservati, la voce chiara e sonora, la lingua spedita, il petto e le spalle larghi, le braccia lunghe e nervose e le mani molto grandi, il volto maestoso, abitualmente composto in aspetto grave e raccolto, che spesso però prendeva un’espressione di amorevolezza e dava squisite dimostrazioni d’affetto. Il suo aspetto si poteva fedelmente vedere nei suoi quattro ritratti, eseguiti dal Picenardi, dal Gualdo, dal Roncalli e dal Della Madonna, che aveva realizzato quello ritenuto il più somigliante. Era di natura aperta, sincera, amorevole e generosa e si doleva di non essere ricco perché ciò gli impediva di essere generoso come desiderava. Fu sempre un fedele e sicuro amico, non mostrò mai indifferenza per gli interessi o insensibilità per le disavventure degli amici, né mai gli sfuggì un segreto che gli fosse stato confidato. Fu di temperamento focoso, ma tollerante e pacifico e faceva prevalere lo spirito e la ragione, era sempre affabile e non troppo amante della propria opinione. Non volle mai impegnarsi in alcuna fazioni sia civile che letteraria. Dopo aver espresso il proprio giudizio, lasciava che fosse contestato senza riscaldarsi e preferì sempre che gli fosse dato torto che perdere l’amicizia. Nei travagli che talora gli si presentavano si mostrava tranquillo e cercava di dileguarli con ragionamenti fra amici. Sopportò alcune ostinate persecuzioni senza darsene gran pena e per principio non voleva giustificarsi delle cose delle quali veniva a torto accusato, lasciando che altri lo difendessero. Quando veniva offeso perdonava facilmente. Si guardò sempre dal trattare con persone di cattiva fama o di carattere contenzioso e con i seccatori. Non aveva mai potuto sopportare coloro che con sofismi e fallaci argomenti tentavano di sorprenderlo. Fuggì sempre gli adulatori e molte volte li rimproverò, sebbene fosse desideroso di gloria, di onore e di fama e non potesse sopportare l’avvilimento ed il disprezzo e, conoscendo i propri meriti, compisse qualche moderato atto di ambizione. Effetto della correttezza dell’animo era quella del parlare, non solo non usava parole che sapessero di dispregio o d’offesa a qualcuno, ma qualunque cosa riferisse, fosse semplicemente per raccontarla o per persuadere con essa, non la riferiva che come era, tanto che, ripetendo talora una cosa molti anni dopo averla già raccontata, usava il medesimo ordine e le stesse parole della prima volta. Prometteva solo ciò che poteva mantenere; nel discutere di fatti altrui, anche pubblici, era contenuto, nel lodare era parco. Era anche modesto nell’abito e, benché prelato, vestiva quasi sempre di nero e meno nobilmente di quello che sarebbe convenuto al suo grado ed alla sua condizione. Voleva che la tavola fosse sempre ben provvista più per gli altri che per sé, dato che gli piacque sempre avere alla sua mensa un buon numero di amici dotti e dabbene. Fu sobrio nel bere e mescolava abitualmente il vino con l’acqua, anche se amava che gli altri gustassero i suoi eccellenti vini, che, avendo egli le vigne in una delle migliori posizioni, erano potenti e generosi. Quando l’occasione lo richiedeva e soprattutto quando si trovava in amichevoli compagnie ed in allegre conversazioni, scherzava piacevolmente. Era così penetrato dai principi religiosi che ne parlava sovente e con tale partecipazione che non di rado nel fervore del discorso arrivava alle lacrime. Fu sempre grandissimo il suo attaccamento alla Sede Romana e condannava i libri e le massime ad essa sfavorevoli. Si accendeva contro i corruttori della morale e gli autori di libri empi, declamava contro le loro massime con grande calore e si infiammava tutto in volto. Nonostante le molte occupazioni, trovava il tempo di intervenire ogni mattina ai divini uffici in coro, dando sempre esempi di devozione e di esattezza nei sacri riti, anche dopo che nel 1785 era stato giubilato. Era caritatevole verso i poveri, non contento di soccorrerli con abbondanti sovvenzioni, intercedeva presso altri grandi e nobili in loro favore. Nelle varie vicende umane fu sempre rassegnato ai divini voleri. Già da qualche tempo vedeva la morte vicina, né mai sperò di guarire, anche se, riavutosi dalla polmonite, a chi si congratulava con lui perché aveva recuperato la salute rispondeva che i medici lo dicevano, per cui il colpo fatale fu improvviso per gli altri, non per lui.
NOTE:
[1256] Di lui stese una biografia il RonchBiogr , tracciò un sintetico profilo il Belotti “Gli illustri…” III, 135-145 e Belotti “Storia…” V, 87-90, oltre a Don Dentella “I Vescovi…” 440-447. Brevi cenni si trovano anche in Dandolo “La caduta…” appendice pag. 197-198 ed in Vismara “Pantheon… IV dispensa” 61-62 ed in Vistalli “Il Cardinal Cavagnis…” 33-34.