Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 227-231:

Monsignor Canonico dottor MARIO GIUSEPPE LUPI

Nello stendere la sua biografia, divideremo l’esposizione in capitoletti: dopo aver dato in breve il sommario della sua vita, continueremo con le sue varie attività e le relative opere, stampate e manoscritte, dividendole in specifici capitoli, anziché in ordine cronologico.

Vedi anche:

Parte 2ª Gli ultimi anni e la morte

Parte 3ª Incarichi e onori

Parte 4ª Incarichi vari

Parte 5ª Opere

Parte 6ª Opere: la genealogia Suardi

Parte 7ª Genealogie e biografie

Parte 8ª Vita di Detesalvo Lupi

Parte 9ª Scritti vari

Parte 10ª Studi di storia bergamasca

Parte 11ª Epistolario

Parte 12ª Il Codex Diplomaticus

Parte 13ª Il Codex Diplomaticus, Critiche e onori

Parte 14ª Il Codex Diplomaticus, Secondo Volume


LA NASCITA E LA FAMIGLIA

Nacque dal nobile Cesare Filippo Lupi, figlio di Mario Giuseppe e di Maria Franchetti, e dalla contessa Marianna o Maria, figlia del conte Francesco Roncalli e della contessa Anna Vimercati San Severino di Crema, il 14 marzo 1720 nel territorio della parrocchia di San Salvatore in Bergamo alta, nel palazzo posto di fronte al Monastero di Rosate, da un ramo della famiglia detto appunto dei Lupi di Rosate. Venne battezzato il 16 dal parroco Don Guarino Benaglio (1718-1724), padrino fu Torquato Bacigalupi Canonico della cattedrale (-1739). Si firmò sempre Mario [1256].

La sua famiglia e lui stesso erano spesso a Cenate. Egli, nelle note ad un documento dell’anno 830 circa, parlando della Val Cavallina scrisse: Hæc quidem paulo fusius persecutus sum, quoniam agebatur de illustranda regione, cujus incolæ jam a nonnullis sæculis nunc usque Lupæ gentis, ex qua egomet ortum duxi, tributarii, & vectigales perpetui sunt, che in italiano suona: “Su queste cose dunque mi sono dilungato a trattare poiché si trattava di illustrare la regione, gli abitanti della quale già da alcuni secoli sino ad ora sono perpetui tributari e vettigali della Famiglia Lupa, dalla quale io stesso trassi origine.”

I PRIMI STUDI A BERGAMO ED A ROMA

Studiò grammatica nel Collegio mariano di Bergamo sotto la direzione di Don Francesco Bianchi, quindi retorica in Seminario con Don Carlo Chiappati. Studiò gli autori italiani e latini ed i poeti e scrisse alcuni componimenti. Al sedicesimo anno d’età, essendo avanzato nello studio del latino e dell’italiano ed avendo dimostrato insolita vivezza d’ingegno, facilità nell’apprendere e desiderio di primeggiare, nell’ottobre 1736 fu dal padre mandato a Roma. Si fermò otto giorni a Ravenna presso il teatino Don Franchetti, suo prozio, e fu ben accolto dal cardinal Legato Giulio Alberoni (1664-1752) e da monsignor Nicola Farsetti (1677-1741) arcivescovo ravennate (1727-1741).

A Roma entrò come convittore del Collegio Cerasoli, aperto nel 1735, di cui fu alunno sino al settembre 1743. Frequentò l’Accademia Gregoriana dei Padri Gesuiti nel Collegio romano, studiando per tre anni filosofia sotto Padre Gerolamo Pichi e teologia per altri quattro sotto Padre Carlo Nocetti, Padre Andrea Reynes e Padre Lorenzo Ricci. Il 31 agosto 1743 venne esaminato da Padre Domenico Casotti rettore del Collegio Romano e dai professori Reynes e Ricci, deputati da Padre Giuseppe Carpani, prefetto generale degli Studi. Ottenne quindi la laurea in teologia da Padre Francesco Retz, prevosto generale dei Gesuiti. Dato che presso l’Accademia si insegnava l’aristotelismo a lui non troppo confacente si provvide di alcuni libri filosofici per conoscere altre dottrine. Studiò anche il greco per il quale mostrò sempre particolare attitudine, il francese e, su consiglio di altri, la geometria. Passato in teologia, iniziò lo studio della storia ecclesiastica, che dovette lasciare per due anni per applicarsi seriamente al Diritto canonico e civile, in particolare al primo.

Durante gli ultimi anni della sua permanenza nel Collegio Cerasoli si distinse per due dialoghi, l’uno su Dante e la filosofia e l’altro di critica al metodo dell’insegnamento dei primi studi ai giovinetti, che gli procurarono fama e contribuirono a farlo nominare Canonico della cattedrale di Bergamo ancora giovanissimo. cioè nel 1743, quando non era ancora stato consacrato sacerdote. Il 5 aprile, già Canonico, da Roma nominò il marchese Girolamo Terzi suo procuratore per l’accettazione del patrimonio ecclesiastico, che il 30 il padre gli costituì con una terra aratoria e moronata detta Chioso Molino nel territorio di Colognola al Piano.

Appena uscito dal Collegio andò in villeggiatura a Tivoli ove conobbe il marchese Girolamo Teodoli da Forlì e, tornato questi a Roma in novembre, iniziò a frequentarne la casa specialmente di giovedì quando vi si ritrovavano letterati e professori e si legò con lui di grande amicizia, tanto che questi avrebbe voluto rimanesse con lui. Qui strinse amicizia con P. M. Macchi e con Padre Giuseppe Agostino Orsi (1692-1761) O.P., che divenne poi cardinale nel 1756, e conobbe anche il conte Carlo di Firmian. Interveniva anche alle lezioni dell’erudita accademia che si radunava da monsignor Antonio Maria Erba Odescalchi (1716-1762) nella quale si parlava di storia ecclesiastica e vi recitò due dissertazioni, che ancora si conservano, nel 1744 e 1745 e due ordinarie lezioni. Frequentando il ritrovo dell’abate Asdenti ove si discuteva di storia ecclesiastica, parlò più volte e lesse due dissertazioni sui sentimenti di Aristotele sul cristianesimo. Fu fra i promotori di un’altra accademia di filosofia che si radunava in Campidoglio. Iniziò pure lo studio delle antichità aiutato dall’avvocato Cecchini, suo grande amico e poi auditore del bergamasco cardinal Giuseppe Alessandro Furietti (1684-1763). Fu in familiarità anche con molti altri letterati e prelati [1266].

A Roma il 1° settembre 1743 venne ordinato subdiacono, il 21 settembre diacono, il 4 aprile 1744, sabato santo, sacerdote. In quello stesso anno, dopo l’uscita dal Collegio, pubblicò le sue dissertazioni cronologiche “De notis chronologicis…”.

Nel febbraio 1745 si recò a Napoli ove rimase 15 o 16 giorni, conobbe il Canonico Mazzocchi cui presentò le sue dissertazioni ed intervenne ad alcune accademie. Tornò poi a Roma il 1° maggio e vi rimase solo il tempo per congedarsi dagli amici. Partito per Bergamo si fermò a Firenze dove conobbe il prevosto Gori, il dottor abate Giovanni Lami, l’abate Mehus ed altri letterati. Sostò pure a Bologna e qui conobbe Gian Pietro Zanotti, Manfredi, Padre abate Giovanni Grisostomo Trombelli e Laura Bassi. A Modena si trattenne con Lodovico Antonio Muratori (1672-1750) che lo avviò alla diplomatica ed alle antichità del medio evo ed ebbe per lui parole di stima e d’incoraggiamento. Ritornò a Bergamo prima del 19 luglio.


IL RITORNO A BERGAMO E GLI STUDI DIPLOMATICI E STORICI

A Bergamo conobbe l’abate Pietro Antonio Serassi (1721-1791) e venne introdotto in una compagnia che recitava componimenti poetici ed anch’egli ne lesse.

In una lettera del 24 agosto 1745 il Muratori lo ringraziò del dono del “De notis chronologicis”, si complimentò per i suoi studi e, dopo averlo esortato a produrre ancora per onorare l’Italia, ricordò che forse a Bergamo avrebbe trovato meno libri rispetto a Roma, ma che il conte Boselli tenente generale aveva messo insieme una ragguardevole biblioteca. Si tratta probabilmente del conte Scipione Boselli, la cui ricca biblioteca fu nel 1748 ceduta al Monastero di Santa Giustina di Padova. Il Lupi l’8 settembre rispose dicendo che a Bergamo i buoni libri, soprattutto di materie ecclesiastiche, erano scarsi, ma che il conte Boselli ed altri cavalieri e religiosi ne avevano discretamente. All’epoca non erano state ancora fondate la Biblioteca Civica e quella Capitolare.

Dopo la sua nomina fra i prefetti dell’Archivio capitolare, avvenuta nel 1746, il Lupi ebbe modo di conoscere il Canonico Antonio Maria Adelasio (1686-1759), primicerio della cattedrale (1734-1759) ed iniziatore del riordinamento dello stesso, del quale avrebbe poi scritto un’elegante orazione funebre e Giuseppe Gerolamo Ercole Capitani di Mozzo, più comunemente chiamato Mozzi (1697-1777). Entrambi contribuirono ad avviarlo a studi storici e lo indirizzarono al Codice.

Non solo per dovere d’ufficio, ma anche per propria inclinazione, decise di ricercare e leggere tutti gli antichi documenti e di prenderne nota e trascrivere e registrare in grandi quaderni le carte più interessanti od i loro regesti. Non sapendo allora leggere i documenti, fu assistito dal Mozzi, che lo guidò nella lettura dei caratteri più difficili e poco leggibili e che egli venerò sempre come suo primo maestro. Fu anche assistito dall’Adelasio fra il 1746 ed il 1759. Oltre che alla diplomatica, decise di dedicarsi allo studio della storia ecclesiastica e civile, per illustrare le antichità del medio evo italiano ed in particolare quelle riguardanti la provincia di Bergamo, per prima cosa consultò tutti i diplomi, manoscritti, istrumenti e protocolli di notai dell’Archivio della cattedrale. Nel seguente anno 1747 iniziò a copiare in toto od in parte gli antichi documenti, disponendoli in ordine cronologico, costituendo così, a poco a poco, il primo nucleo del futuro Codice diplomatico. Passò poi agli altri archivi della città e del territorio: l’Archivio vescovile, quello delle monache di Santa Grata, del Monastero di Astino, dei Frati Predicatori e degli altri cenobi e xenodochi, della Misericordia Maggiore. Consultò l’Archivio dell’ex-abbazia di Vall’Alta, allora commenda, le poche carte che restavano presso i monaci di San Paolo d’Argon, quelle del Monastero di Pontida ed anche i pochi documenti civici rimasti in città e nel territorio, compresi gli statuti e gli Archivi delle vicinie cittadine.

Nel 1748-1749 fu fra i rifondatori dell’Accademia degli Eccitati di Bergamo.

Nel 1754 si portò a Venezia, Bologna, Firenze, Siena, Livorno, Pisa, Lucca, Genova e Torino con il suo amico marchese Antonio Terzi. Fu più volte a Padova dove conobbe vari letterati con i quali strinse amicizia. Nel 1755, 1758, 1759 e 1760 si recò per alcuni mesi a Milano, dato che si credeva vi fossero stati portati gli antichi atti del Comune di Bergamo, ma non trovò molto. Qui fu spesso ospite gradito del principe Trivulzio, consultò l’Archivio del Monastero di Sant’Ambrogio ed altri documenti gli furono trasmessi da Padre Pio d’Adda, monaco di quel cenobio e professore di diplomatica, suo amico, che gli consegnò anche note cronologiche.

Nel 1759 divenne cantore e viceprimicerio della Cattedrale di Bergamo.

Nel giugno 1760 fu a Cremona con Pietro dei conti di Calepio per trovare negli archivi notizie su Bergamo e sui Conti di Bergamo dai quali avevano tratto origine i Caleppio. Trovò l’Archivio capitolare in totale confusione, esaminò pergamene conservate in due casse ed in alcuni sacchi, mentre in quello civico non poté vedere quanto voleva. Rinvenne però alcuni documenti che gli servirono soprattutto nel secondo volume del codice per parlare dell’origine dei Caleppio e per tracciarne l’albero genealogico. Fu in contatto con molti dotti ed eruditi dell’epoca, come ad esempio l’abate Anton-Tommaso Volpi (1721-1797), che, nella prefazione alla sua opera sulle reliquie dei Santi Fermo e Rustico, edita nel 1761, afferma di aver ricevuto molte notizie dal “Canonico archivista della cattedrale Mario Lupi che nel rovistare quell’Archivio e molti altri della città” non aveva trascurato di raccogliere quanto gli era capitato sott’occhio relativo ai due santi e glielo aveva comunicato. Il Lupi poi citò quest’opera nel Codex.

Nel 1761 fu eletto patrono del Consorzio della Mîa e stese un progetto di riforma delle scuole tenute da questa pia istituzione. Nel seguente 1762 fu eletto primicerio ed in quello stesso anno, dopo esser stato per molti mesi occupato per le celebrazioni del Barbarigo e dei Santi della Chiesa bergamasca, decise sul finire di settembre di portarsi a Brescia per ricopiarvi i documenti riguardanti Bergamo e tra gli altri trascrisse quelli del “Liber Potheris”, conservato nella Cancelleria di quella città. Assistette in quest’occasione alle feste solenni per la promozione del cardinal Lodovico Calini (1696-1782), già vescovo di Crema (1731-1751), allora commendatore di Santo Spirito, e poi ritornò a Bergamo con il principe Trivulzi.

Ebbe documenti pontifici dagli archivi romani ed altri da molte città.

Raccolse anche documenti già editi da Fra Celestino Colleoni, da Fernando Ughelli, dal Muratori nelle “Antiquitates Italiæ” e vi aggiunse alcune note che sarebbero anch’esse poi confluite nel “Codex”. Utilizzò anche manoscritti già citati da altri scrittori bergamaschi ed ai suoi tempi persi ed altri dispersi, alcuni dei quali aveva trovato presso l’abate Trombelli.

Sembra abbia utilizzato i manoscritti del Mozzi, almeno nel 1755 per la vita di Detesalvo e nel 1764 per la “Genealogia Suardi”. Infatti molti atti notarili da lui citati si trovano nei manoscritti delle “Antiquitates Bergomi” sui quali il Lupi appose il nome del Mozzi. Non va dimenticato però che molti furono visti anche da lui stesso, come talvolta si trova annotato sulle imbreviature.

Nel maggio del 1767 si recò a Venezia per godervi la fiera dell’Ascensione e lo spettacolo della Regata per la venuta del Principe di Wirtemberg. Dopo essersi trattenuto circa un mese nel ritorno si fermò parecchi giorni a Padova incontrandovi letterati, specialmente il Facciolati e l’abate Giovanni Brunacci (1711-1772) grande antiquario medioevale, che ebbero di lui un’ottima impressione.

Ebbe come discepoli il Canonico Agliardi e Don Ronchetti, l’uno infaticabile raccoglitore di notizie bergamasche, purtroppo poco citato, benché i suoi manoscritti siano utilissimi, l’altro noto per le sue “Memorie istoriche” e per aver pubblicato il secondo tomo del “Codex”.

L’Agliardi fu ascritto al Capitolo nel 1773 e deputato all’Archivio nel 1775, quando il Lupi era ancora in buona salute, divenuto espertissimo in diplomatica con incredibile celerità aiutò fra l’altro il Lupi nella lettura di due antichi papiri.

Mentre fra il 1775 ed il 1779 il Lupi lavorava al Prodromo del Codice diplomatico, avendo trovato l’Archivio segreto del Vescovado tutto rimescolato e confuso, cosa che era successa durante gli ultimi anni di monsignor Antonio Redetti (1731-1773), propose a monsignor Molin di riordinarlo, ma, essendo questi morto quasi improvvisamente il 2 marzo 1777, il lavoro non fu portato a termine.

Il Lupi non si occupò di una storia letteraria di Bergamo, lavoro che voleva intraprendere l’amico abate Serassi, ma che poi, preso questi da altri impegni, venne iniziata da Padre Barnaba Vaerini O.P. (1743-1810) e portata a termine in quattro tomi di cui purtroppo fu stampato solo il primo nel 1788.

Fu in stretto rapporto con il cavalier abate Girolamo Tiraboschi (1731-1793), bibliotecario del Duca di Modena, con il quale ebbe frequente carteggio riguardante per lo più il miglioramento del Codice e che gli inviò alcuni documenti. Fra le altre è interessante una lettera del 14 luglio 1764 con la quale il Lupi, fra l’altro, gli trasmise copia di documenti del 1464 tratti dall’Archivio della città sulla Casa del Comune degli umiliati e discorse di cronache relative a fatti bergamaschi. Diede la ricetta per ravvivare gli antichi caratteri sbiaditi: prendere cinque o sei grani di galla della migliore, romperli, metterli in una chicchera di caffè piena d’acqua comune e lasciarveli 24 ore; colare l’acqua con un panno o farla passare nella carta, poi con un panno o con la bambagia o con il dito bagnare la pergamena nel punto dello sbiadimento per due o tre volte; con questo metodo però la pergamena si annerisce e bisogna quindi stare attenti. Concluse chiedendo di interessarsi presso Sormani ed Oltrocchi, dottori dell’Ambrosiana, per avere qualche documento. Anche in una lettera del 1° giugno 1787 sempre al Tiraboschi parlò dell’infusione di gala passata per carta sughera.

Il Tiraboschi, nel V tomo della sua Storia letteraria, ricordò di esser stato informato dal Lupi e da Giovanni Battista Rota (1722-1786) di un’imbreviatura di Bartolomeo Osa del 1304-1325, che si conservava, come ancora oggi, nell’Archivio della cattedrale. Menzionò il Lupi anche nelle aggiunte della sua “Storia dell’Augusta Badia di San Silvestro di Nonantola Aggiuntovi il Codice Diplomatico della medesima” edita nel 1784, che servì molto al Lupi per il secondo tomo del Codice. In una lettera del 17 maggio 1775 il Lupi lo ringraziò per la citazione, parlò di Bartolomeo Osa, di Don Bartolomeo Pellegrini, del carme di Giacomo Tiraboschi, oltre che di libri dei quali chiese dove si potesse trovar copia, disse che il Tiraboschi aveva contribuito più d’ogni altro al suo Codice Diplomatico, fornendo documenti, discusse poi della composizione della carta con lino o bambasina in rapporto a protocolli notarili del XIII e XIV secolo, sui quali aveva consultato esperti cartai.

Fu sempre disponibile verso chi gli chiedeva notizie storiche o genealogiche. Rivide e corresse opere e dissertazioni altrui e stese varie osservazioni su di esse, come la “Brixia sacra” del Padre Gerolamo Gradenigo, edita nel 1755, saggi sull’esistenza dei santi Fermo e Rustico (probabilmente quelli dell’abate Volpi), la “Storia della Lombardia Austriaca” del conte milanese Gabriel Verri, senatore reggente, il quale lo pregò di scrivergli diffusamente il suo parere intorno ad essa ed al quale egli fece molte annotazioni.

Soleva dire che se aveva tratto profitto negli studi era soprattutto perché, avendo sempre avuto pochi libri, aveva dovuto chiederli agli amici o trovarli nelle biblioteche, come la ricca biblioteca dei marchesi Terzi e quelle dei Padri Cappuccini e Minori Osservanti delle quali aveva sempre potuto usufruire, e questo lo aveva costretto a trascrivere tutto ciò che riteneva potesse servirgli, facendone grossi zibaldoni, cosa che credeva necessaria, come asserito dal Padre Jean Mabillon nell’opera “De studiis monasticis”, e che perciò gli era restato meglio impresso. Quando stava bene di salute, tanto in città, quanto in campagna era solito dedicarsi agli studi per sette od otto ore, senza fatica.

Fu in corrispondenza con numerosissimi letterati e dotti, in particolare storici e diplomatisti [1304], dai quali fu molto stimato. Padre M. Pietro Maria Gazzaniga O.P. (1720-1799), insigne teologo bergamasco, nelle note del V tomo della sua Teologia stampata in Bologna ne fece onorevole memoria e così il conte milanese Giorgio Giulini (1717-1780) nella quarta parte della sua opera storica su Milano. Joseph Jérôme La Lande (1732-1807) gli inviò gentili lettere e ne fece menzione nel “Journal des Savans” 1784 numeri 35 e 41 del 1° settembre e 15 ottobre, nella sua Enciclopedia alla voce Bergamo e nella nuova edizione del suo “Voyage en Italie” 1786.

Ebbe contatti anche con Padre Alessandro Viscardi O.F.M. Cap., che gli fece conoscere un manoscritto di Fra Celestino Colleoni, e con la Biblioteca Ambrosiana.


L’INFERMITÀ

Il 17 dicembre 1764 venne preso da dolori acuti e febbre molto forte, fu creduto in pericolo di vita e gli si scoprì un “tumore nel ventre” (forse si trattava di un volvolo) [1309]. Per qualche mese fu costretto a restare in casa e non sembrava gli giovasse alcuna cura o medicina, ma alla fine il male scomparve, anche se la sua salute ne risentì a lungo. Quando si fu ripreso lo volle con sé a Milano il principe Trivulzi, che da parecchi anni godeva della sua compagnia quando passava alcuni mesi della primavera e dell’autunno a Bergamo nel casino di casa Aracieli in Sudorno, e restò parecchi giorni presso di lui, che si prodigò per procurargli piacevoli conversazioni, che lo aiutarono a rimettersi in salute, così che ritornato a Bergamo poté riprendere le sue solite occupazioni. Tornò a Milano in casa del principe anche all’inizio del 1766, dopo che nel dicembre dell’anno precedente aveva avuto febbre ed un grave raffreddore, forse perché affaticato dai suoi incarichi di primicerio. Il 29 era morto il Capitano di Bergamo Paolo Spinelli, che era stato sepolto in Duomo, per il quale aveva fatto le iscrizioni sia del funerale fatto nella cattedrale, che di quello celebrato dalla Città in Santa Maria Maggiore. Il settimo giorno dal suo arrivo a Milano ricevette la notizia della gravissima malattia del suo unico fratello Francesco e partì subito, ma non giunse in tempo perché questi morì il 26 gennaio di un male che i medici non seppero diagnosticare. Il seguente martedì 28 sua madre, contessa Marianna Roncalli Lupi, si ammalò per male di pontura, cioè di polmonite, e dopo un’affannosa agonia, dopo aver perduta la parola il sabato, spirò lunedì 3 febbraio.

Il Lupi rimase quasi sconvolto per vari giorni. Il principe Trivulzi per distrarlo dai suoi pensieri verso la fine di aprile volle di nuovo condurlo a Milano, col pretesto delle magnifiche feste per gli sponsali ‘de futuro’ tra Maria Beatrice d’Este e l’arciduca Ferdinando ed egli vi si trattenne sino alla fine di maggio, frequentando anche il conte di Firmian plenipotenziario della Lombardia austriaca per la Regina d’Ungheria e l’arcivescovo cardinal Giuseppe Pozzobonelli.

Nell’agosto del 1767 gli si ulcerarono dall’angolo sinistro il labbro e tutte le gengive, gli si gonfiarono la gola e la testa e gli si ricoprì tutto il corpo di pustole, a causa di una malattia per la quale sembra di poter parlare di grave stomatite aftosa complicata da laringite fibrinosa con adenopatie nucali satelliti. Due insigni chirurghi e due medici non sapevano che fare, ma, grazie alla robusta complessione ed alla diligente cura, dopo un mese e mezzo la malattia cominciò a regredire e dopo altrettanto tempo egli poté uscire di casa, anche se per i tre anni successivi, malgrado una vita scrupolosamente regolata, non poté ristabilirsi del tutto. Negli ultimi giorni di quello stesso anno provò un grande dolore per la morte del principe Trivulzi. Durante la malattia, in parte per necessità ed in parte per consiglio dei medici, dovette tralasciare i suoi studi, ma non sopportando di stare in ozio ed essendogli stato consigliato di recarsi in campagna, cominciò a restaurare la sua casa nel castello di Cenate, nella quale si trattenne gran parte della primavera e parte dell’estate per seguire i lavori e che fece decorare dai pittori Galliari. All’inizio di luglio si recò a Brescia per far visita al cardinal Calini. Tornato, lo prese un’erisipola in capo che lo tormentò per due giorni e forse per questo o per un salasso, che accettò gli fosse fatto dopo 32 anni dalla volta precedente, dice Don Ronchetti, gli si indebolì notevolmente la vista. Ristabilitosi un po’, si recò a San Pellegrino per la cura delle acque minerali, che andavano allora acquistando rinomanza. La cura ebbe successo ed egli vi tornò anche l’anno seguente, in cui ebbe tre attacchi di erispola in faccia, e ne trasse ancor maggior giovamento. Nel 1769 fu richiamato a lavorare per il Capitolo.

Nel 1770, terminati gli affari capitolari e la biografia del conte Francesco Locatelli Lanzi (1687-1770), si recò a Milano, ove si trattenne 15 o 20 giorni, frequentando i nobili milanesi e stringendo nuove amicizie con cavalieri e letterati, con i quali si consigliò per i punti più importanti del suo Codice. Rientrato a Bergamo, tornò in campagna e nell’estate fu di nuovo a San Pellegrino. Abbandonati i rimedi ed i medici, scrive Don Ronchetti, la sua salute cominciò a ristabilirsi. Nello stesso anno ebbe di nuovo a Cenate i Galliari ed un altro pittore. In ottobre e novembre contrasse a poco a poco una notevole sordità d’ambedue gli orecchi, per la quale tentò invano rimedi. L’orecchio destro, che si era ammalato prima dell’altro, divenne quasi completamente sordo. Fu così privato del piacere di viaggiare e rinunciò alle riunioni ed alle conversazioni conducendo una vita ritirata con pochi amici. A parte la sordità, che sembra esser stata causata da aposteme ed otiti catarrali seguite da perforazione bilaterale del timpano, ricuperò però la salute.

All’inizio del maggio 1773 morì il vescovo monsignor Antonio Redetti ed al Lupi, in quanto primicerio, toccò tutta la cura dei funerali, dell’apparato lugubre della Chiesa, del sontuoso catafalco e la funzione riuscì ottimamente.

Nel 1775, mentre si scavava la terra troppo alta in un’edicola sacra vicina alla chiesa plebana di Ghisalba, in un piccolo loculo costituito da tegole unite furono trovati pezzetti di ossa, che dal popolo furono credute di Sant’Amando o di un altro santo e furono rimosse e poste in una cassetta. Il vescovo monsignor Molin, informato, inviò il Lupi, riluttante, insieme con il cancelliere vescovile, per la ricognizione delle ossa e la visita del loculo. Secondo i sacri canoni, in particolare i Concili provinciali ed i precetti di San Carlo, egli raccolse documenti idonei a far fede e, visto che nulla portava a pensare che si trattasse di ossa di santi, ordinò che fossero riposte nel luogo in cui erano state trovate e coperte da terra, fu poi fatto un regolare atto e venne riferito al vescovo [1315].

Fu in molta familiarità con il vescovo monsignor Molin che nell’estate 1776 fu suo ospite nella villa di Cenate. Anche il successore monsignor Giampaolo Dolfin lo teneva in grande considerazione ed amava la sua compagnia e quasi ogni anno si trattenne alcuni giorni a Cenate. Quando nel 1778 monsignor Dolfin volle intraprendere la Visita Pastorale della Città e Diocesi, argomento sul quale nei primi anni di monsignor Redetti vi erano stati vari punti di contrasto con il Capitolo, alcuni dei quali non ancora interamente decisi, grazie al Lupi tutto fu sistemato, il vescovo accettò i covisitatori datigli dal Capitolo ed il Lupi come primicerio fu invitato ad assistere come il solito alle congregazioni preparatorie alla Visita.

Il 5 aprile 1780 spirò suo padre Cesare, cosa che gli causò grandissimo cordoglio. Inoltre questi, nonostante l’età, accudiva a tutti gli affari di casa ed il Lupi, che non aveva mai voluto occuparsene e ne era quasi totalmente all’oscuro, dovette impiegare qualche mese per informarsene, sottraendolo ai suoi studi. Rimasto l’unico della sua famiglia, amò ancor più circondarsi di amici, anche in villeggiatura. Nel 1781 sistemò la sua casa in città. Ebbe però problemi di salute e fu costretto a lasciare per qualche tempo qualunque applicazione.

Segue Parte 2ª Gli ultimi anni e la morte


NOTE:

[1256] Di lui stese una biografia il RonchBiogr , tracciò un sintetico profilo il Belotti “Gli illustri…” III, 135-145 e Belotti “Storia…” V, 87-90, oltre a Don Dentella “I Vescovi…” 440-447. Brevi cenni si trovano anche in Dandolo “La caduta…” appendice pag. 197-198 ed in Vismara “Pantheon… IV dispensa” 61-62 ed in Vistalli “Il Cardinal Cavagnis…” 33-34.

[1266] RonchBiogr 15-16 ricorda come fu in familiarità con Lorenzini, Marci ed altri dell’Arcadia. Padre Baldini, l’abate Luca Nicola Recchi (1687-1765) poi vesc. di Ripatransona (1747-1765), Padre Bianchini, l’abate Foggini, Padre Vezzosi, l’abate Teoli, l’abate Bernazza, l’abate Buonamici, Padre Jeqier e Padre Le Seur, entrambi dei Minimi, e molti altri furono suoi amici. Fu in amicizia anche con molti prelati fra i quali mons. Emaldi, mons. Boschi e mons. Guarnacci, frequentò le conversazioni dei cardinali Gerolamo (1708-1763) e Prospero (1707-1765) Sciarra Colonna, Gioachino Ferdinando Portocarrero (-1760) e Domenico Orsini d’Aragona (1719-1789), della co: Flavia Bolognetti, ritrovo di letterati. Frequentava anche molti bergamaschi; il co: Lanfranco Benaglia suo parente, il co: Gius. Benaglia (-1792) poi arciprete della cattedrale, il co: Can. Ant. Passi, il Can. Franc. Ginammi (-1794) già vicario generale di Cagli, di Recanati, Città di Castello e Iesi, Gian Ant. Colleoni (-1784) prevosto della cattedrale e vicario generale della diocesi, il co: Gianforte Suardi. Fu in contatto con il cardinal Fortunato Tamburrini (1683-1761), col cardinal Domenico Passionei (-1761), con il cardinal Angelo Maria Querini (-1755) che gli spedì vari opuscoli e lettere.

[1304] Fra gli altri ricordiamo padre Paciandi, P. Ireneo Affò Bibliotecario del Duca di Parma, i co: Nicolò Visconti Canonico teologo ed Ant. Franc. Frisi, il Can. Paolo Paruta e P. Pio d’Adda, l’abate Gaetano Marini di Roma, Padre abate Trombelli, i co: senatore Ferdinando Marescalchi e Lodovico Serioli di Bologna, il co: Can. Rambaldo degli Azzoni, Avogadro di Trevigi, l’abate Ferdinando Fossi di Firenze, Padre Domenico Pellegrini di Venezia, il cav. Luigi Arici, il dott. Maggi di Brescia e l’arciprete Don Gio: Batt. Guadagnini (1723-1807) (RonchBiogr 126).

[1309] Tutte le epicrisi, realizzate sulla base del racconto del Ronchetti, sono state fatte dal dott. Arveno Sala, che ringraziamo.

[1315] Lupi I, 690. Nulla si trova nella cartella parrocchiale di Ghisalba. Nulla di questo ritrovamento si trova nella “Carta archeologica…” 87-88, sembra difficile identificarla nel ritrovamento di un’epigrafe cristiana in località ignota avvenuta a metà del XVIII secolo, infatti il Lupi non parla di epigrafe.