Genesi dei rapporti feudali
(da Dai Longobardi agli esordi del Comune, in A.A .VV. Storia economica e sociale di Bergamo, Bergamo, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo. Istituto di Studi e Ricerche, Vol. 2 – I Primi millenni.* Dalla Preistoria al Medioevo (2007), pp. 719-722.
Tracce di istituti vassallatici all’epoca carolingia
L’istituzione vassallatica appare a Bergamo con la dominazione franca , ma non riguarda, sino al Mille, che un pugno di persone e non ha ripercussioni importanti sulla distribuzione del potere né della proprietà. I vassalli di questa epoca sono sia dei vassalli regi, alti personaggi, sia dei vassalli episcopali o comitali che sono di ben minore livello. I vassalli regi sono lo stesso Giselberto I (che si definisce così nel 919, prima di diventare conte) e tre altri uomini che si indovinano potenti : un certo Benedetto che nell’847 riveste le funzioni di missus imperatori in uno scambio tra il vescovato e un ricco laico , il fratello del vescovo Garibaldo, Autprando da Valtrighe, e Ariberto da Chieve, proprietario a Trescore Balneario nel 900. Il loro legame diretto con il sovrano rappresenta per quest’ultimo un modo per intervenire nella situazione politica bergamasca, e questi uomini di fiducia sono i primi beneficiari di beni fiscali. Ma l’istituzione dei vassalli regi non è più menzionata nel bergamasco dopo il 919; sappiamo soltanto che i Giselbertini hanno conservato un legame di fedeltà personale con l’imperatore, di cui si ribadisce la priorità quando il conte Arduino diventa vassallo del vescovo di Cremona nel 1036 . Quanto ai vassalli del vescovo, non se ne conoscono che due, Audolfus da Salò e Agevertus da Lemene (886) : questa unica menzione di una clientela vassallatica del vescovato si pone dunque nel momento in cui quest’ultimo acquisisce il potere regalistico, e coincide anche pressappoco con le menzioni di vassalli regi e comitali . In mancanza di informazioni dirette su questi primi vassalli episcopali, la documentazione che concerne altri vassalli di vescovi, di abati o di conti lombardi mostra che si tratta di personaggi socialmente modesti, del resto poco numerosi, e che il loro reclutamento non si accompagna alla devoluzione di parti importanti dei beni temporali ecclesiastici; il vescovo dispone d’altronde ancora di un patrimonio assai limitato a quest’epoca, e gli sarebbe davvero difficile distribuire grandi feudi. Anche la formulazione della concessione beneficiale non è tutto sommato ben definita: le poche concessioni di terre o di chiese attuate dai vescovi prima dell’XI secolo prendono la forma di donazioni pure e semplici (seguendo l’esempio di molte donazioni regie) o di precarie oblate, che permettono ad un proprietario di donare un bene al vescovato e di riprenderlo in usufrutto, accresciuto di un bene concesso dal vescovo. L’inventario dei massari del vescovato (primo X secolo), recentemente rinvenuto, comporta tuttavia una lunga lista di tenute date in beneficium, una ad una o per piccoli gruppi, a personaggi di cui si fornisce solo un unico nome; la presenza fra loro dell’orafo Garibaldo e del calzolaio Madrevertus40 suggerisce che ambienti abbastanza modesti, probabilmente urbani, si legano già in questo modo alla chiesa diocesana, come si constata con maggior chiarezza dopo il Mille. Quanto alle cariche amministrative che formeranno più tardi l’ossatura della clientela vassallatica, esse si limitano sino a dopo il Mille a quella di avvocato; questo personaggio indispensabile, che rappresenta il vescovato nei tribunali e rende giustizia sulle sue terre , viene scelto alternativamente entro famiglie di giuristi, Albegno o Pedrengo, senza che la carica diventi ereditaria . La giustizia comitale, ancora ben viva, non gli lascia del resto quasi spazio. In definitiva, si può concludere da una documentazione poco abbondante che sino alla fine del X secolo i vassalli appaiono ben poco numerosi, le istituzioni che li inquadrano ancora balbettanti, e che d’altro canto i beni che potrebbero essere loro concessi fanno difetto al vescovato. I nomi dei pochi vassalli che conosciamo tra IX e X secolo - quelli dei conti, del resto, prima ancora che quelli dei vescovi - a malapena evocano un possibile radicamento di famiglie di signori di castello, senza che nulla permetta di affermarlo con sicurezza.
Dopo il Mille: il mutamento feudale
Tutto cambia intorno all’anno Mille, come nel resto della Lombardia, e con maggiore chiarezza qui forse che altrove. Delle testimonianze, tanto più preziose quanto più episodiche, gettano qualche luce sul modo in cui si è costituita questa rete che resta determinante negli assetti del potere sino alla piena età comunale: in occasione del processo del 1187 che oppone i due capitoli cattedrali sulla questione della precedenza (de matricitate) si pone ad uno dei testimoni la domanda, esplicita di per se stessa, «ha disposto un vescovo dei beni patrimoniali delle chiese di Bergamo per donarne una parte in feudo ai milites?»; la risposta: «ha dato feudi ai conti, ai capitanei, ai valvassori e alle chiese e alle masnade» . Non si saprebbe essere più espliciti sul processo di nascita della feudalità episcopale, come confermano numerosi atti di concessione, di restituzione e di rinnovo di feudi. Altri testi di grande rilievo permettono di precisare le modalità della feudalizzazione. Il primo è l’acquisizione da parte del vescovato, nel 1026, delle curtes di Val Seriana, Val Cavallina e Val di Scalve che Carlomagno aveva donato a San Martino di Tours; probabilmente ridotti da facili usurpazioni, questi beni costituiscono ancora un insieme imponente, ed è a questa riserva che il vescovo attinge per dotare di beni l’aristocrazia bergamasca: le concessioni di feudi si moltiplicano ormai e la grande maggioranza di esse è localizzata sugli antichi possedimenti di San Martino. Secondo testo importante: la leggenda genealogica detta «dei capitanei» o «d’Astino», redatta molto più tardi - forse verso il 1300 - che fornisce un’origine ad alcune famiglie dell’aristocrazia rurale e fa eco con una stupefacente precisione a taluni dettagli dell’instaurarsi del reticolo feudale44: gli antenati di queste famiglie si sarebbero installati nel 1007, fondando castelli su terre delle quali alcune fanno effettivamente parte dei possessi di San Martino. Citiamo infine un ultimo testo che evoca le condizioni nelle quali sono state gettate le basi della potenza castrense: una lettera scritta al vescovo Reginfredo (996-1012) lo avverte che Adelgisus de Terzo (vedremo che si tratta di un membro di una delle grandi famiglie del tempo), pretendendosi investito di un missaticum regio, vale a dire di poteri eccezionali, si è impadronito di Almenno, uno dei principali complessi fondiari del vescovato, e ne ha investito un certo Vurbertus, che vi ha innalzato edifici provvisori (tetendit papiliones et edificia) e intende costruirvi un castello . L’intersezione di queste fonti di provenienza tanto diversa definisce i grandi tratti della messa in opera del reticolo feudale del vescovato: un certo numero di famiglie fondano o accrescono più o meno durevolmente la loro fortuna poco dopo il Mille grazie a generose distribuzioni di beni episcopali, particolarmente sulle terre riacquistate da San Martino di Tours nel 1026; la costruzione di fortezze è un elemento importante in questa corsa al potere, e la lettera indirizzata al vescovo Reginfredo ce ne restituisce il clima, nel quale contano molto la violenza e l’usurpazione: le concessioni del vescovo puntano a vincolare al vescovato dei difensori, a conciliarsi dei potenziali avversari e senza dubbio anche talora a giungere ad un accordo con degli usurpatori come Adelgisus da Terzo. Notiamo infine che queste concessioni sono ancora ben lontane, nelle loro forme - per quanto ne sappiamo - dalle istituzioni feudali, ma iniziano ad avvicinarvisi. Un ultimo testo pone le basi di questo inquadramento delle relazioni clientelari da parte di istituzioni che vengono affinandosi poco a poco: è la legge sui feudi promulgata nel 1037 dall’imperatore Corrado II sotto le mura di Milano, in seguito ad un intervento destinato a ristabilire l’ordine e l’armonia tra i signori ecclesiastici, i loro vassalli e i loro retrovassalli. La legge ordina che le liti tra signore e vassallo debbano essere giudicate dai pari di quest’ultimo, e in appello dall’imperatore; gli eredi di un vassallo - figli, nipoti o fratelli - hanno il diritto di succedergli nel beneficio; il beneficio non può essere ritirato al vassallo senza il suo consenso. I rapporti fra signori e vassalli trovano dunque un quadro legale, che verrà affinato dalla giurisprudenza delle corti feudali - raccolta nei libri delle consuetudini, le Consuetudines feudorum, messe per iscritto a partire dalla fine del secolo -; è necessario tenere presenti questi principi nello studiare la formazione del reticolo vassallatico bergamasco: è grazie all’ereditarietà e all’autonomia che loro accorda la consuetudine che le famiglie aristocratiche installate su feudi episcopali poco dopo l’anno Mille vi si manterranno, e vi radicheranno la loro potenza. È tuttavia necessario riconoscere che durante tutto il resto dell’XI secolo i rapporti fra il vescovo e i suoi vassalli, e fra questi ultimi, saranno spesso regolati dalla violenza e non dalla legge.
Le reti feudali
Il feudalesimo bergamasco è di fatto fondato sulle grandi istituzioni ecclesiastiche, che distribuiscono alle famiglie dell’aristocrazia una parte del loro patrimonio : la principale di queste reti è di gran lunga quella che ha alla sua testa il vescovo, e i cui membri, detentori di grandi feudi, assistono anche il loro signore nella direzione degli affari della città di cui ha la cura; da Garibaldo da Valtrighe (867-888) a Ambrogio da Mozzo (1111-1133), la maggior parte dei vescovi di questa epoca è del resto a sua volta uscita da famiglie dell’aristocrazia feudale, per lo più bergamasche, talvolta milanesi. Le clientele dei capitoli cattedrali e quella di S. Grata, appoggiate a qualche grande feudo, sono molto meno numerose e non giocano lo stesso ruolo di centri di potere; le istituzioni esterne, come S. Giulia di Brescia, non hanno che qualche squadra di vassalli installata su quanto rimane dei loro possedimenti bergamaschi, che attraversa i secoli in una oscurità pressoché completa. Quanto ai Giselbertini, entrano soprattutto nelle reti vassallatiche come beneficiari di grandi concessioni da parte dei vescovi di Cremona e di Bergamo e del capitolo cattedrale di questa città. In compenso, si vede raramente la loro influenza, comunque forte, sulle altre famiglie aristocratiche prendere delle forme connotate in senso feudale; è probabile che la documentazione di cui disponiamo sia poco adatta allo studio di questo problema, e che ci conduca a sottostimare la clientela vassallatica dei Giselbertini; sta di fatto che essa ci mostra prevalentemente i legami matrimoniali che li uniscono alle altre famiglie signorili della regione, il raccogliersi attorno ai monasteri o al seguito dell’imperatore, e la singolare comunanza di destini politici che condividono tutte queste famiglie installate a Crema e nei suoi dintorni attorno ai Giselbertini. Riassumendo, il feudalesimo bergamasco è soprattutto incentrato sul vescovato, e costituisce un elemento cruciale nella ripartizione del potere: potere signorile nelle campagne, in gran parte esercitato nel quadro dei feudi ecclesiastici, e potere politico alla curia del vescovo.
segue L’affermazione dei grandi lignaggi
NOTE
40 Può trattarsi di un soprannome, ma che rinvia quasi sicuramente ad una attività professionale decisamente reale nella generazione precedente. Il beneficium può anche essere una prebenda ecclesiastica, come quella del prevosto di S. Alessandro nel 968 (PAB, I, n. 118).
44 Sulla trasmissione della genealogia, F. Menant, Campagnes lombardes cit., p. 635. Proponiamo qui una traduzione del testo copiato nel manoscritto conservato alla Biblioteca A. Mai (XV secolo; edizione Menant op. cit.): «Genealogia dei nobili signori capitanei, scritta e trovata nei libri dei nobili, redatti in altri tempi, che sono al monastero del S. Sepolcro d’Astino. L’anno di incarnazione del signore Gesù Cristo 1007, il re Rolumfardus di Ungheria e di Boemia, signore della Slavonia, venne in Lombardia e nelle Marche con un grande esercito e riportò la vittoria. Vi lasciò numerosi nobili, di cui non do i nomi per adesso, eccezion fatta per la parentela e le origini dei capitanei di Lallio. Un uomo di qualità (probus), cavaliere e consigliere del detto re Rolumfardus, chiamato Longumfredus de Hemphymia, venne nel vescovato di Bergamo, in una valle chiamata Valle Cavallina, nel luogo detto ad molinium, e vi costruì numerosi castelli, tanto in questo luogo, quanto nei dintorni. Da questo nobile Longumfredus nacquero tre figli e una figlia, che ebbe da una donna della marca di Treviso, della famiglia dei da Camposampiero. Il suo nome era Honestas. Per amore di questa dama, il re si fece battezzare. Ecco i nomi dei figli: il primo si chiamava Ingefortus e costruì il castrum di Lallio e molti altri castra nella pianura e in montagna, e la pieve di Mologno. Il secondo si chiamava Leopardus e costruì il castrum di Martinengo e molti altri castra nella diocesi di Brescia. Da lui sono originati i capitanei di Martinengo e la loro pieve è Ghisalba. Questa è la ragione per cui sono capitanei. Il nome del terzo era Tercius, e da lui vengono i nobili (gentiles) de Terzo. La figlia si chiamava Flors de Monte, sposò un nobile franco. Egli era signore di Crema e di Lodi. Il suo nome era Masanus, era un uomo di qualità e da lui sono originati i conti di Camisano e di Masano. Da una figlia di questa dama Flors de Monte sono nati i marchesi di Malaspinis e di Palavesinis. E i signori capitanei di Lallio non dovevano pagare i fodra né il pontaticum né le taglie. Ed essi portavano la bandiera dell’imperatore in Lombardia».