Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Epistolario
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GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, p. 227-268:
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Vai a Parte 3ª Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Incarichi e onori
Vai a Parte 4ª Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Incarichi vari
Vai a Parte 5ª Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Opere
Vai a Parte 6ª Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Opere: la genealogia Suardi
Vai a Parte 7ª Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Genealogie e biografie
Vai a Parte 8ª Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Vita di Detesalvo Lupi
Vai a Parte 9ª Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - Scritti vari
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Epistolario
Si conservano diversi gruppi di lettere a lui dirette o da lui inviate, che in parte sono state pubblicate: Ci resta il suo carteggio con il Muratori. Si conservano due lettere del Lupi (Biblioteca Estense nell’Archivio Muratoriano, filza 69, fascicolo 19) in data del 18 gennaio ed 8 settembre 1745 con l’allegato foglio di trascrizioni epigrafiche e tre del Muratori in data 24 agosto, 22 dicembre 1745 e 3 febbraio 1746 (Lodovico Antonio Muratori “Lettere autografe” Biblioteca civica di Bergamo MMB 142, già Psi III, 25).
Ci rimane una lettera del Serassi del 18 settembre 1751 con la quale presenta ad un amico di Milano il Lupi ed una minuta allo stesso Lupi del 27 dicembre 1754.
Si conserva una lettera del Lupi del 13 giugno 1753 a monsignor Furietti, poi cardinale, per ringraziarlo del dono della sua opera “De musivis”, stampata a Roma dal tipografo Salvioni nel 1752 [1607].
In una raccolta di lettere scritte da Bergamaschi all’abate Girolamo Tiraboschi dal 1764 al 1789, conservata presso la Biblioteca Estense di Modena, manoscritti XI CDE 21, se ne trovavano varie del Lupi in XI D 17. Una copia della raccolta, eseguita nel 1890, si trova nella Civica Biblioteca di Bergamo ed alcune furono pubblicate nel 1892 dal conte Carlo Lochis (1843-1899) nelle «Notizie Patrie», con note del professor Pasino Locatelli (1822-1894).
Alcune lettere a lui dirette da Girolamo Tiraboschi dal 25 ottobre 1763 al 9 settembre 1789 furono pubblicate nel 1894 in PRIMO CENTENARIO DELLA MORTE | DELL’ABBATE | CAV. GIROLAMO TIRABOSCHI | LETTERE INEDITE | AL CAN. MARIO LUPO | BERGAMO | Stab. TIPO-LITOGRAFICO BOLIS | 1894 a cura di Giuseppe Ravelli.
“Lettere al Capitolo” varie minute fatte da primicerio, probabilmente nel 1773 o poco lontane, ACBg 980 Alcune sue lettere sono trascritte nella biografia stesa dal Ronchetti: quella al pontefice ed una al Ronchetti stesso.
Una lettera del cugino Padre Dom Benaglio a lui diretta da Venezia il 18 settembre 1779 si trova in ACBg 1040 f. 12
Molte corrispondenze sono conservate presso la Biblioteca civica di Bergamo.
Una lettera autografa a Giovanni Battista Rota in data 23 settembre 1775 si conserva in Specola epistolari 499.
Ci restano anche, nell’Epistolario VI, 224 una lettera del 15 settembre 1757 a Padre Sala O.P., professore di Teologia a Torino in cui parla di Ercole Mozzi, del Beato Guala e di Astino, una pare al Tiraboschi senza data, una senza specifica di destinatario in data 7 giugno 1777, una ad un amico carissimo il 1° giugno 1785.
Si trovano alcune lettere scambiate con il Canonico Paolo Paruta di Chiavenna, in copia fatta dal Canonico Agliardi in MMB 486, già Lambda II, 26 (23), f. 276 - degli anni 1787-1788 in MMB 731, già Lambda IV, 1 (1), rimangono alcune minute di lettere del Lupi, una del 13 luglio 1772 ad un consigliere, nella quale parla di Don Antonio Rubbi, parroco di Sorisole, un’altra senza destinatario, una al papa del 5 gennaio 1785 per il Codex ed una del 7 febbraio 1786, lettere di Giovanni Battista Rodella di Brescia del 1782, copie dei decreti del Molin ed una lettera del 27 agosto 1784 del Lalande al Lupi.
Numerose lettere a lui dirette si trovano nella “Raccolta di Lettere a Mario Lupi” MMB 489, già Lambda II, 58 e nella miscellanea di “Autografi di Personaggi e Scrittori illustri” MMB 530, già Lambda IV, 12 [1611].
Sue lettere al Mascheroni si conservano in MMB 666-667, già Fi I sopra 25 22/2-3, lettere di quest’ultimo a lui in MMB 461, già Lambda I sopra 42 (4).
Nella Collezione di autografi e notizie, faldone III (65 R 8), proveniente dalla raccolta di Giuseppe Ravelli, si trovano alcune lettere e documenti del Lupi: nell’interno 51 una lettera ad un amico datata da Cenate 21 novembre 1749, una senza data all’abate Gaetano Marini di Roma ed una risposta di questi in data 25 febbraio 1786; nell’interno 52 si trovano invece una lettera di Alessandro Alessandri da Parma del 5 febbraio 1785, copie di pugno del Ravelli delle lettere del Muratori al Lupi, brani di due lettere del Tiraboschi trascritte dal Ravelli, alcuni fogli in parte autografi ed in parte non con bibliografia ed un elenco dei libri stampati da Pietro Lancellotti e non posseduti (dal Lupi?), oltre ad una copia ed una traduzione del Breve di Pio VI del 1785, trascrizioni di un articolo del giornale letterario del 31 marzo 1786 edito dalla stamperia di Francesco Poliani e di altri fogli letterari. Vi si trova altresì un foglio per così dire pubblicitario dell’edizione del “De Parochiis…”.
Alcune lettere si trovano anche nella miscellanea MMB 731, già Lambda IV 1: 14 del Lupi, 2 di Giovanni Battista Rodella, 3 del vescovo Molin, una copia del Lupi, una del Molin in doppia copia.
Altre lettere ancora dell’abate Serassi del 24 maggio 1783 e dell’abate Gaetano Marini del 19 agosto 1784 relative a Bolle pontifice, si trovano in Lambda VI, 1 (3), MMB 556.
Sette sue lettere a Don Giovanni Battista Locatelli Zuccala si conservano nel fascicolo “Zuccala”, manoscritto 240 della Biblioteca del Clero di Sant’Alessandro in Colonna. In esse parla di Giovanni Battista Rota, di Don Giuseppe Valoti e di vari argomenti fra i quali le opere del Gradenigo e la storia di Milano del Verri. In quel fascicolo si trovano anche estratti di varii Archivi di pugno dello Zuccala.
Fu a lungo in corrispondenza anche con l’amico dottor Quarenghi.
NOTE
[1607] "Lettere al Cardinale…” 211; Gallizioli “Memorie…” 114. Queste lettere vennero donate alla Civica dal nob. dott. Vincenzo Barca nel 1879 (Tiraboschi “Notizie intorno…” pag. 33.
[1611] Luca Fanciulli Can. di Osimo, Pierantonio Albrici da Roma, Rambaldo degli Azzoni Avogadro da Treviso, Pio d’Adda da Sant’Ambrogio maggiore, Ireneo Affrò da Parma, Gio: Lami da Firenze, La Lande, Luigi Mozzi da Sottoriva, Ant. Medici da Brescia, Gius. Maria Pujati da Padova, Pier Mia Gazzaniga O.P. da S. Domenico Bologna, Aless. Barca da Padova, Niccolò Visconti, Lodovico Ricci da Chiari, Gio: Giacomo Dionisi da Verona, Giambattista Rodella da Brescia, Paolo Paruta, Gio: Batt. Rota, Antonfrancesco Frisi Can. da Milano, Giambattista Guadagnini da Cividate, Gaetano Marini da Roma, Vittorio Maria Lupi dal Collegio Cerasoli, abate co: Angelo Nuzzi da Modena, Gio: Andrea Rizzini da S. Gallo, Fra Cherubino da Cenate minor riformato dalle Grazie, Fra Modesto da Bergamo dalle Grazie, Costantino Rotigni da Brescia, Pierantonio Albrici da Roma, Giannantonio della Beretta, Domenico Maria Pellegrini da Venezia, Angelo Mazzoleni, Ferdinando Fossi da Firenze, Jacopo Alberti da Venezia, Andrea Memmo da Venezia, Pietro Lazzeri da Roma, Andrea Mazza da Parma, Ferdinando Marescalchi, Frieder Loesch di Franconia, Tommaso Riccardi O.P. priore di S. Corona di Venezia, Gius. Pavesio del Collegio di Teologia e delle arti custode della biblioteca dell’università di Torino, Gio: Alberto Campolongo da S. Giorgio Maggiore e Giambattista Mazzi-Amadei, queste ultime senza destinatario, Gius. Maria Trentini (“Autografi…”; Lettere a M. Lupi).
Il Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiæ Bergomatis L’opera principale e più nota del Lupi è certamente il Codice diplomatico, l’idea del quale gli venne sin dai primi momenti in cui mise piede nell’Archivio capitolare e per la cui realizzazione si recò anche nelle città vicine per trovare documenti. L’abate Volpi nel 1761 dice che tutti desideravano e speravano di vedere presto alla luce il Codice, che certo sarebbe stato di lustro all’autore ed a Bergamo. L’attesa per quest’opera era infatti grande ed il Lupi era da più parti sollecitato a portarla a termine ed a pubblicarla, come fece ad esempio l’abate Tiraboschi in una lettera del 16 luglio 1766. Il 22 aprile 1775 il Capitolo, ritenendo che l’Index diplomaticus Bergomatis Ecclesiæ, al quale il Lupi lavorava da molti anni, ma che per l’infermità e per l’età non era ancora riuscito a condurre a termine, potesse essere di grande beneficio per la cattedrale, per permettergli di condurlo a termine, oltre che per riconoscere in certo modo le sue benemerenze, decise all’unanimità che mentre era impegnato in questo lavoro, che rientrava nelle sue competenze di archivista, fosse ritenuto presente in coro anche se assente, con la possibilità di lucrare delle distribuzioni. Ultimati alcuni affari e godendo infine di buona salute, a parte la sordità, il Lupi riprese i suoi studi per terminare l’opera. Ottenne alcuni documenti dai registri dei Pontefici romani, grazie al cugino Abate Benaglio. Quando il primo volume dell’opera si poteva dir pronto ed era già in procinto di farlo copiare per darlo finalmente alle stampe, gli venne l’idea di farlo precedere da un Prodromo storico-critico dal declino dell’Impero Romano verso l’anno 400 sino al secolo VIII in cui iniziavano i documenti bergamaschi. Questo lavoro durò quattro anni, nei quali egli compose lo squarcio di storia bergamasca, che precede il Codice, in classica forma latina, trattando della provincia veneta di cui Bergamo era parte, dei suoi confini, dell’origine della Chiesa e del nome della città, delle invasioni barbariche ed in particolar modo dei longobardi e delle loro istituzioni in rapporto a Bergamo, fino alla morte di Cuniberto. Poiché durante questo lungo lavoro gli si presentarono alcuni punti e momenti di storia bergamasca degni di particolare trattazione, li approfondì in sei dissertazioni. Mise molta cura anche nello stabilire le vere lezioni, le date e gli errori cronologici, spiegando spesso e chiarendo epoche e date che prima erano state oggetto di controversia fra gli storici.. Solo nell’anno 1782 si mise infine a sistemare il primo tomo ed a riempire i vuoti che aveva lasciati qua e là nei commenti ai documenti. In alcune parti del codice vi sono elementi per la datazione della stesura delle singole parti. La struttura dell’opera ricorda le Antiquitates del Muratori. Il Lupi scelse la disposizione cronologica. Nella prefazione al primo volume dice di prevedere due volumi sino al XIII secolo. Inizia con il prodromo composto da sedici capitoli, vi sono poi sei dissertazioni e trentadue animadversioni su alcuni punti essenziali per la comprensione dell’opera. Ciascun documento è accompagnato da note che ne illustrano il significato e l’importanza e spesso cancellano favole e leggende o risolvono questioni annose e di fondamentale importanza. L’opera destò subito grande interesse e ad esempio il conte Giacomo Carrara scrisse alcune memorie relative ad affermazioni contestate del Lupi. Fu per molto tempo e per molti l’unica fonte dalla quale si potevano conoscere le antiche pergamene bergamasche, sia per la non accessibilità dell’Archivio capitolare per lungo tempo, sia perché molti non sapevano decifrare le antiche scritture ed essa le rendeva disponibili anche per chi non avesse un’adeguata preparazione paleografica. Questo indiscusso primato rimase a lungo, infatti i documenti sino all’anno 1000 vennero riediti solamente con la pubblicazione avvenuta a Torino nel 1873 del “Codex Diplomaticus Langobardiæ”, XIII della collana “Historiæ Patriæ Monumenta”, e nuovamente nel 1988, quando furono date alle stampe le carte altomedioevali bergamasche degli anni 740-1000; seguirono poi edizioni di quelle del periodo dal 1002 al 1058 nel 1995 e dal 1059 al 110 nel 2000, purtroppo però omettendo quelle bergamasche, ma non più conservate in Archivi bergamaschi. Per le pergamene successive sovente si fa ancora ricorso all’opera del Lupi ed il Codex è comunque ancora molto utilizzato per le intelligenti note ed animadversioni che vi si trovano. All’inizio degli anni ‘80 del XX secolo si pensò di realizzare, in occasione del secondo centenario della pubblicazione del primo volume del Codex, un indice toponomastico degli atti riportati nel Codex per integrare quanto scritto dal Mazzi nella Corografia bergomense del 1880 e per estendere il lavoro di questi all’XI ed a gran parte del XII secolo, ma a causa di inesattezze e lacune presenti nel Codex, che rimane però un’opera fondamentale, si abbandonò il progetto iniziale e si ricorse anche ad altre fonti e ad un riscontro paleografico sulle pergamene originali.
La pubblicazione del primo volume Il Lupi concluse il primo volume nel 1782 e cominciò a farlo trascrivere, in gran parte aiutato in questo dagli abati Don Giuseppe Bottagisi e Don Giuseppe Valoti, e si preoccupò molto di rivedere le copie e cambiare varie cose, mandando una parte dell’opera da rivedere anche a Venezia In ottobre contrattò la stampa con Vincenzo Antoine che aveva sede dal 1776 nella contrada di Prato numero 1058, l’attuale via XX settembre 50, e bottega in piazza Vecchia all’angolo con via Colleoni. La stampa cominciò nel 1783 e proseguì nel 1784. L’opera ebbe l’approvazione di Fra Serafino Bonaldi, inquisitore generale di Bergamo, e di Andrea Quarini, Nicolò Barbarigo ed Alvise Contarini, riformatori dello Studio di Padova, l’11 dicembre 1782, dopo che ebbero visto l’approvazione dell’inquisitore, e ne fu prescritta la consegna alle pubbliche biblioteche di Venezia e Padova. Il Lupi ordinò vari disegni su rame per il frontespizio ed il principio dei libri in cui il codice era diviso ed alcune lettere iniziali che furono realizzati dal pittore Vincenzo Angelo Orelli (1751-1813) e furono mandati a Milano ad incidere su rame da Domenico Cagnoni (..1754-1797) insieme con i disegni iconografici delle due antichissime Chiese di Santa Giulia di Bonate e di San Tomè d’Almenno, fatti dagli architetti Luca (1720ca-1791) e Giovanni Francesco Luchini (1755-1826). Altri disegni di testate furono realizzati da Domenico Cagnoni, Aspar, pseudonimo di Domenico Aspari e dal milanese Gerolamo Cattaneo. Il Lupi fu assistito nella stampa da Don Locatelli Zuccala, allora teologo episcopale ed arciprete di Lallio (1789-1796) e poi prevosto di Sant’Alessandro in Colonna (1796-1825), e da Don Valoti e rivide egli stesso con diligenza tutti i fogli. Il 10 maggio 1783 il Serassi gli scrisse a proposito di documenti che gli avrebbe inviato da Roma e si rallegrò di aver saputo che era iniziata la stampa del Codex. Nel 1784 per accelerare la stampa fece venire da Parma (probabilmente dalla stamperia Bodoniana) spendendo 2˙000 lire alcuni bei caratteri e finalmente nell’agosto la stampa terminò. Nel Capitolo del 22 giugno, dopo aver letto un libello nel quale il Lupi chiedeva di poter intitolare la propria opera “Codex Diplomaticus Civitatis, & Ecclesiæ Bergomatis”, molti Canonici attestarono che si trattava di un’opera valida e frutto di gran lavoro. Il Capitolo diede il permesso e decise di nominare due deputati per ringraziarlo e vennero scelti l’arcidiacono Marco Celio Passi (-1829) ed il prevosto Ulisse Caleppio (1716-1801). Poco prima che l’edizione fosse terminata fu stampato un prospetto dell’opera, probabilmente quello che oggi chiameremmo uno specimen, che fu spedito in varie parti secondo di consueto. L’opera costò all’autore, oltre la fatica, la spesa di quasi 9˙000 lire, per quei tempi oltremodo rilevante, ma riuscì bella ed abbastanza corretta e riscosse la comune approvazione e, benché egli fosse di diverso parere, scrive il Ronchetti, ne furono stampate 500 copie, oltre ad alcune in carta reale. Il 31 luglio 1784 l’abate Serassi si rallegrò fosse vicina l’uscita dell’opera, della quale aveva ricevuto il prospetto stampato e disse di averlo dato ai migliori librai ed a monsignor Borgia che l’avrebbe spedito a monsignor Garampi nunzio a Vienna e bibliomane. Il Tiraboschi in una lettera al Lupi del 18 agosto si dice felice che questi gli avesse comunicato con lettera del 9 che si stava pubblicando il primo tomo del Codex. La lettera dedicatoria ai presuli e Canonici della Chiesa di Bergamo è datata 23 agosto 1784. Il volume si presenta in elegante formato in folio di 425x265 millimetri, con segnatura tipografica: [*]4, a-d4, A-Aaaa4 e paginazione: [4 pag.], I-XXXII pag., [2 pag.], 1-1096 col, 2 pag. con il testo su due colonne, alcune aggiunte alle colonne 1093-1096 ed un’errata corrige. Fu intitolata: CODEX | DIPLOMATICUS | CIVITATIS, ET ECCLESIÆ BERGOMATIS | A CANONICO | MARIO LUPO | EJUSDEM ECCLESIÆ PRIMICERIO | DIGESTUS NOTIS, ET ANIMADVERSIONIBUS ILLUSTRATUS; | VOLUMEN PRIMUM. | PRÆCEDIT | PRODRUMUS HISTORICO-CRITICUS | DE REBUS BERGOMATIUM | A DECLINATIONE ROMANI IMPERII | AD SÆCULUM OCTAVUM. | BERGOMI MDCCLXXXIV. | EX TYPOGRAPHIA VINCENTII ANTOINE | SUPERIORUM PERMISSU. L’opera è impreziosita dalle pregevoli incisioni su rame fatte realizzare appositamente dal Lupi. Il frontespizio è ornato da una vignetta a bulino 11.4x19.5 cm, disegnata dall’Orelli ed incisa da Domenico Cagnoni, raffigurante il Lupi in abiti da antico scrittore, con ai piedi alcune lapidi, che consegna alla Città di Bergamo (od all’Italia turrita) un fascio di pergamene e diplomi su di uno sfondo di paesaggio con sulla destra una città murata ed in altro un cartiglio con il motto tratto dalle opere di Ennio (Scipio I, 13) NAMQUE TIBI MONUMENTA MEI PEPERERE LABORES. Enius. Vi sono poi alcune tavole, di 435x530 mm, disegnate da Giovanni Francesco Luchini ed incise dal Cattaneo: Tavola I Iconographia, et rudera, que ab una parte supersunt Templi S. Iuliæ de Bonate col. 204 Tavola II Prospectus interior ed exterior Nobilioris partis Templi S. Iuliæ col. 204 Tavola III Prospectus Ecclesiæ S. Tomæ a Latere Septentrionali, col. 209 (Sullo stesso foglio della seguente, in alto) Tavola IV Diagramma partis, et ruderum, quæ extant Pontis Leminis et ejusdem Iconographia, col. 208 (Sullo stesso foglio della precedente, in basso) Tavola V Iconographia Templi S. Tomæ de Lemine col. 209 Tavola VI Iconographia Templi interioris S. Tomæ col. 209 Una tavola non numerata, con riproduzione di papiri, senza titolo, disegnatore ed incisore, col. 405 Interessanti sono anche le iniziali figurate (dedicatoria a pag. V, prefazione pag. I, col. 1-2, 369, 633) ed in particolare le testate: una con Sant’Alessandro, incisa dal Cattaneo (pag. V) una alla prefazione pag. I con angioletti che giocano con pergamene, diplomi e sigilli disegnata ed incisa da Aspar col. 1-2 Prodromi, bulino 13.2x20.2 cm Incontro fra Aureolo ed il messo dell’imperatore Gallieno sull’Adda nel III secolo col. 369-370 Libro primo, bulino 13.1x20 Rotari Duca di Bergamo si proclama re con il consenso degli altri duchi nel 700 col. 633-634 Libro secondo, bulino 13.2x20 le truppe di Arnolfo penetrano in Bergamo per una breccia nelle mura, nonostante la strenua difesa dei cittadini nell’894 Le ultime tre furono disegnate dall’Orelli ed incise dal Cagnoni. Interessante è poi un ricco finalino da questi disegnato ed inciso (col. 631-632). Vi sono poi riproduzioni di caratteri, monogrammi, sigilli. Il Ronchetti ricorda che da alcune note di un libro di cassa risultava che il Lupi aveva regalato un buon numero di copie, cioè da 70 e più, a vari letterati ed amici e a chi lo aveva in qualche modo aiutato. Ne furono poi spedite a Roma, a Milano, a Venezia, in Francia, in Germania. In una lettera al Tiraboschi del 24 settembre il Lupi scrive che nel primo incontro che avrebbero avuto gli avrebbe fatto avere il primo tomo del Codice finalmente uscito, lo ringrazia per quanto ha fatto per il Codice e per aver con lettera del 18 agosto detto che l’avrebbe accreditato presso i letterati e per i saluti da parte del Canonico Mozzi che a Bologna aveva parlato con eruditi del Codice, esprime la speranza di venderne qualche esemplare colà e dice che a questo scopo ne saranno mandate 6 od 8 copie ad un libraio, dice che il prezzo del tomo sciolto era fissato a Bergamo in 33 paoli, compresa la provvisione del 10% al libraio. Lo prega di segnalare qualche “massiccio errore”, benché non abbia avuto la temerarietà di pubblicarlo senza farlo esaminare a più d’uno, pur non avendo trovato in città nessuno pienamente versato a cui affidarsi. Si compiace per l’uscita dei due tomi dell’opera del Tiraboschi sul Monastero di Nonantola dove spera di trovare cose interessanti di cronologia e diplomatica, visto che di Bergamo non si trovava nulla. Il Tiraboschi in una lettera al Lupi 24 novembre disse che solo il venerdì precedente sulla via di Parma aveva avuto la copia del Codice inviatagli con una lettera il 24 settembre, l’aveva subito fatta legare e, riavutala dal legatore domenica, nei giorni successivi l’aveva scorsa tutta e letta qua e la. Lodò moltissimo l’opera e si rallegra che l’Agliardi, come scritto nel Codex, si fosse applicato agli studi diplomatici sotto la guida del Lupi. Aggiunse che la carta topografica del Bergamasco promessa nel testo mancava nella copia inviatagli e chiese di inviargliela, nel caso in cui fosse stata effettivamente realizzata. Lo esortò poi nuovamente a concludere l’opera con il secondo. Il 6 dicembre il Lupi rispose che avrebbe voluto fargli avere il libro per i primi di ottobre per mano dell’abate Placido Soldati ed aggiunse che quando si stampavano le pagine nelle quali parlava della carta topografica sperava ancora che essa potesse essere pronta entro la conclusione della stampa, ma la difficoltà di identificare i nomi ed il fatto che il finirla non dipendeva da lui non avevano permesso fosse allegata al Codex, pensava però di inserirla nel secondo tomo. Questa carta purtroppo non fu poi realizzata. Nonostante le molte critiche positive la vendita del libro andò a rilento, come appare anche da una lettera del Serassi del 19 marzo 1785. L’abate Giovanni Battista Schioppalalba in una lettera al Lupi scrisse che Quanto alla scarsezza dello spaccio del primo Tomo conveniva pazientare un disastro che è comune alle più insigni opere che a’ giorni nostri scrivonsi in latino, e in materie serie e gravi che non sono del gusto generale del secolo. Ma la di lei opera rendesi necessaria a tutte quante le biblioteche, e quindi conviene dar tempo, affinché rendasi nota in ogni parte del mondo.
Il titolo È interessante anche l’evoluzione del titolo dell’opera. L’abate Volpi nel 1761 parla di Codice Diplomatico della Chiesa di Bergamo, il 22 aprile 1775 il Capitolo lo chiama Index diplomaticus Bergomatis Ecclesiæ. Nell’approvazione dei riformatori dello Studio di Padova dell’11 dicembre 1782 si riporta il titolo di Codex Diplomaticus Urbis, & Ecclesiæ Bergomatis &c. e nella prefazione il Lupi scrive Codicem Diplomaticum Urbis, & Ecclesiæ Bergomatis. Però quando chiese l’approvazione del titolo al Capitolo, ottenuta il 22 giugno 1784, il Lupi chiese di poter intitolare la propria opera Codex Diplomaticus Civitatis, & Ecclesiæ Bergomatis. Sembra di vedere l’opera pensata inizialmente come raccolta delle memorie della Chiesa di Bergamo, poi allargatasi alla città ed infine alla cittadinanza. La modificazione del titolo da Urbis in Civitatis probabilmente volle significare la spettanza delle memorie non tanto alla città come insieme di edifici, quanto alla cittadinanza ed alla chiesa come comunità e non solo istituzione.
Le critiche del Verri Nel marzo 1786 in un Giornale letterario di Milano stampato da Francesco Pogliani, nel cui primo tometto era stata data una relazione del Codice diplomatico, definendo valentissimo l’autore, che con la sua opera non aveva portato solo onore alla Patria, ma anche luce a tutta la storia civile ed ecclesiastica, prendendo occasione dal fatto che il Lupi aveva disapprovato un parere di un famoso scrittore milanese, fu inserito un articolo in cui si metteva in ridicolo non solo il Codex, ma tutta la diplomatica, “senza saper trovare nell’opera se non un errore di stampa, cioè citato l’anno 840 invece del 740, ed un altro supposto sulla data di incoronazione di re Astolfo”, che era invece esatta. In una lettera al Tiraboschi del 24 aprile il Lupi segnalò l’infondatezza e l’inconsistenza delle critiche e gli chiese di rispondere dal Giornale di Modena, se l’avesse ritenuto opportuno, non tanto a riguardo del Codice, quanto della diplomatica. Venne anche informato da Milano che l’articolo era opera del conte Pietro Verri, che l’anno precedente, venuto a Bergamo per la fiera, l’aveva voluto conoscere e gli aveva fatto grandissimi elogi per la sua opera. L’articolo fu criticato da molti letterati che lodarono il Lupi per non averlo degnato di risposta. L’abate Tiraboschi contestò le critiche del Verri già in una lettera del 3 maggio al Lupi, al quale scrisse anche che, benché avesse avuto notizia del Giornale milanese, non si era mai curato di averlo, sia perché ne aveva già molti altri, sia perché gli autori non gli eran parsi tali da averne grande premura. Definì poi insolente e incivile critica quella rivolta alla dottissima opera del Lupi e gli confermò il poco favorevole giudizio che se ne era fatto e la decisione di non sprecar denaro a comprarlo. Consigliò di non considerare questa sciocca censura e di non onorarla troppo con il crederla degna di qualche risposta. Un altro rinomato letterato amico del Lupi gli scrisse da Padova che non si sarebbe mai aspettato una critica di questo tipo e tanto meno da un filosofo e consigliò di non rispondere, come Socrate faceva con le comiche derisioni d’Aristofane. Il Serassi in una lettera del 13 maggio disse di non aver saputo nulla del giornale di Milano e di volerne copia per “castigare l’autore delle villane sciocchezze”. In una lettera al Tiraboschi del 14 il Lupi riprese il discorso dicendo di essersi risentito della cosa, ma di aver inizialmente pensato di non farne parola. Poi, per altrui sollecitazione, gliene aveva scritto, ma conveniva con lui che non meritasse risposta ed aveva dissuaso alcuni suoi amici dal fare qualsiasi confutazione. Concluse di attendere con ansia l’uscita dell’opera su Nonantola che avrebbe confutato quanto detto della diplomatica. Con un post scriptum ringraziò per il ritratto in rame del Tiraboschi che l’abate Francesco Bonesi gli aveva portato e che aveva collocato nel proprio studiolo, accanto ad altri degli uomini più illustri della Patria per lettere. Della questione parlò ancora in una lettera del 30 luglio con la quale trasmise copia del giornale al Tiraboschi, che il 6 agosto gli scrisse di aver ricevuto e letto con indignazione l’articolo. Il 31 maggio 1787 il Lupi scrivendo al Mascheroni accennò all’articolo con il quale il Verri l’aveva “villanamente strapazzato” e disse che però poi lo aveva elogiato. In una lettera del 1° giugno al Tiraboschi parlò ancora delle affermazioni del Verri, contro le quali il Tiraboschi aveva parlato velatamente nella prefazione al primo tomo della storia dell’abbazia di Nonantola, aggiungendo che in un elogio dell’abate Frisi a pag. 62 del giornale milanese il Verri aveva elogiato lui ed il Codex, ma che egli non si curava né delle sue villanie né delle sue lodi. In una lettera dell’11 febbraio 1788 al Tiraboschi disse di aver saputo che vi era chi si accingeva a censurare la Storia di Milano del Verri, lavoro pieno zeppo non di abbagli solo, ma di massicci errori e gli chiese di informarlo appena la critica fosse comparsa dicendogli di chi fosse opera, aggiunse che aveva pensato di inserire le segnalazioni di tali errori contenuti nei frammenti istorici del secondo tomo. In un’altra lettera del 21 aprile lo ringraziò per il consiglio datogli di non contestare la storia del Verri, al quale si era attenuto, e dissertò poi di cronologia
Onori La pubblicazione del primo volume del Codex destò ammirazione ed entusiasmo fra i concittadini ed anche fra i dotti d’Europa e procurò al Lupi molti onori e riconoscimenti. I Canonici, nel Capitolo del 30 luglio 1784, già prima che la stampa venisse terminata, decisero di far eseguire in suo onore un simulacro marmoreo con iscrizione. Rallegrandosene con il Lupi monsignor Giovanni Girolamo Gradenigo (1708-1786), arcivescovo di Udine (1736-1786) affermò che era giusto che egli avesse un attestato di gradimento pubblico e distinto e non potesse facilmente essere cancellato dal tempo. Nell’autunno il Lupi inviò in omaggio copia del primo volume del Codex a Giovan Battista Cucchi, presidente dell’Accademia degli Eccitati, per la stessa, ma questi non la poté portare che il 27 gennaio 1785. L’Accademia affidò al segretario Don Maffeo Maria Rocchi l’incarico di ringraziarlo e diede ordine che fosse fatto eseguire a qualche valente pittore un suo ritratto, da collocarsi fra quelli dei più insigni letterati che ornavano la sua sede in Sant’Agostino. Il 20 ottobre il Mascheroni ringraziò per il dono del Codex il Lupi, del quale elogiò l’erudizione ed il giudizio, riferendo lodi espresse anche da altri. Il 18 dicembre il Serassi scrisse che da due giorni era arrivata la balla di 19 copie e che avrebbe fatto legare solo quelle per il papa, al quale sarebbe stata presentata da monsignor Carrara, e per il cardinal Francesco Saverio Zelada (-1801), mentre agli altri avrebbe dato l’opera sciolta. Lo stesso giorno da Parigi il La Lande scrisse complimentandosi per il Codice che aveva ricevuto. Con deliberazione del 17 gennaio 1785 il Territorio decretò per il Lupi il premio di una medaglia espressamente coniata per lui. Il 27 venne aggregato all’Accademia di Padova. Il 23 febbraio il pontefice Pio VI gli fece scrivere congratulandosi per l’opera fattagli pervenire, unitamente ad una lettera, per mano del cardinal Carrara e dicendo che la sua opera dava lustro non solo a Bergamo, ma a tutta la storia ecclesiastica e civile dell’Italia medioevale. Il 26 il Serassi scrisse che nello stesso plico della sua lettera ne avrebbe trovata anche una del cardinal Carrara che, prima della sua promozione a cardinale, aveva presentato al papa la copia del Codex che egli aveva fatto legare in vitello rosso, con il taglio dorato, fregi d’oro e stemmi del papa sostituendo l’ultimo foglio mancante in quella copia in carta grande con uno di quelle in carta piccola fenestrato, e la risposta di Sua Santità, che aveva molto gradito il dono. Comunicò altresì che aveva fatto legare anche le copie per il cardinal Zelada e per l’abate Lazzari ed aggiunse che l’opera era lodevole e bellissima, ma che nonostante questo vi erano problemi nella vendita. Un estratto del codice fu pubblicato nel giornale di Modena ed il Tiraboschi in una lettera del 30 marzo si rallegrò che il Lupi lo avesse apprezzato . In lode del Lupi furono composte varie dotte poesie che vennero stampate in Bergamo, tra le quali un’elegia latina del prevosto Don Giuseppe Rota con la traduzione in versi italiani del protofisico dottor Giuseppe Pasta: AD MARIVM LVPVM BERGOMATIS ECCLESIÆ CANONICVM PRIMICERIVM OB EXIMIVM CODICEM DIPLOMATICVM HOSEPHI ROTÆ SANCTISSIMI SALVATORIS PAROCHI GRATVLATIO. Gli fu dedicato anche un sonetto dalla contessa Paolina Secco Suardo in Grismondi (1746-1801), in Arcadia Lesbia Cidonia, fra l’altro sua cugina di quarto grado. In una lettera del 9 aprile il Serassi scrisse che copie dell’opera sarebbero state date il giorno successivo al cardinale Giacinto Sigismondo Gerdil (-1802) ed all’ambasciatore Memmo ed il 21 maggio comunicò che entrambi avevano molto apprezzato l’opera. Parla di un’iscrizione che aveva mandato il cardinal Carrara e del sonetto di Lesbia Cidonia inviatogli dal Lupi, cui in cambio allegò una canzone inedita del Tasso. L’11 giugno il Consiglio del Comune di Bergamo lodò il lavoro e decise di accettarne in dono una copia e di farla porre nella Biblioteca pubblica. Nel registro delle delibere del Consiglio una nota del bibliotecario Don Giovanni Ceroni ne segnala l’acquisizione. Venne altresì deciso di far realizzare da un valente pittore, a spese pubbliche, un ritratto del Lupi da collocarsi nella sala del Maggior Consiglio con adeguata iscrizione e di fargli consegnare, in segno di stima, copia della delibera. Il tutto venne approvato con 59 contro 9 voti. In quello stesso 1785 offrì tre conviti, uno ai Canonici, al quale intervenne anche il vescovo, l’altro ai principali Signori del Consiglio della Città, il terzo ai componenti il Consiglio del Territorio, per ringraziarli degli onori ricevuti. Gli fu anche dedicata, alla presenza di gran parte dei Canonici, una pubblica conclusione di teologia nel Seminario dall’abate Don Vincenzo Bana, che vi premise una colta ed elegante lettera latina, con un breve compendio della sua vita e grandi elogi. Il cardinal Carrara giudicò il “Codex”, che aveva ricevuto per mano del Serassi, corredato di notizie singolari ed interessanti non solo per la storia particolare di Bergamo, ma per quella d’Italia, si rallegrò di veder Bergamo onorata da valenti uomini quali Tiraboschi, Serassi, Lupi, a cui si doveva l’aver tratto a luce tanti rari documenti medioevali lasciati sino allora sepolti. Anche i cardinali Zelada e Gerdil ebbero espressioni onorevoli e esaltarono l’opera. Il 24 settembre il Serassi comunicò al Lupi che la pubblicazione del Codex sarebbe stata annunciata nelle Effemeridi e nella Gazzetta ecclesiastica di Roma e l’11 febbraio 1787 scrisse che il cardinal Carrara aveva affermato che era comune opinione che dopo il Muratori nessuno avesse trattato meglio e più dottamente le antichità medioevali. Il 19 agosto 1787 si tenne una riunione dell’Accademia degli Eccitati nella quale, su tema dato dal vescovo, si recitarono le sue lodi con ampia partecipazione e sentito plauso. L’abate Mascheroni declamò un sonetto, il carmelitano Padre Tomaso Rivellini recitò un elogio latino, il vescovo Dolfin un sonetto, elogiandolo per aver egli tessuto la storia di Bergamo, quasi tutti gli altri accademici poesie italiane e latine di cui gli fu poi consegnata copia. Ne trattarono con ammirazione gli studiosi e Bergamo e la sua Chiesa furono oggetto “di nobile invidia” per il magnifico dono fatto loro dal suo cittadino. Molti letterati d’Italia si congratularono con lui e lo lodarono. L’opera ricevette ottime recensioni in svariate effemeridi letterarie di Francia e Germania, nei diari di Parigi, Amsterdam e Lipsia, a Roma, Bologna, Vicenza ed altre città. Nel Giornale ecclesiastico di Roma N.° 28 il 5 gennaio 1786 venne pubblicato un elogio che si concludeva con le parole: Felice ogni Città e felice ogni Chiesa, se vantasse un dotto e laborioso Canonico Lupi, che sapesse trarre dalle tenebre tanti preziosi monumenti ecclesiastici, che giacciono per anco sepolti. Ne parlarono onorificamente anche il Giornale letterario ossia Progressi dello spirito umano dei confini d’Italia 1784 N.° 53 e 41, il Giornale enciclopedico stampato in Bologna da Giuseppe Longhi 1785 numeri 7, 9, 17 e 20, il Giornale enciclopedico di Vicenza nel novembre 1784. Il «Journal des Savants» di Parigi e quello di Buglione che diceva che il Codice, frutto di grandi ricerche e di una vasta erudizione, riportava importanti scoperte non solo sulla storia civile ed ecclesiastica di Bergamo, ma anche sulle antichità d’Italia in generale e su diversi punti di diplomatica. Fra le varie recensioni si distinse la Gazzetta generale di letteratura stampata in Lipsia numero 86-87-88 del 10-11-12 aprile 1787, che, essendo in tedesco, fu tradotta al Lupi dal nobile studioso Girolamo Adelasio. In essa si diceva che opere simili di rado si davano alla luce e che fra gli archivisti stessi erano pochi quelli che erano dotati di così sano giudizio, di così estesa dottrina e di tanta assiduità. Da varie parti della Germania arrivarono richieste di più esemplari e parecchie lettere scritte da Lipsia e, fra le altre, una latina di Giovanni Federico Loesch, segretario del Margravio di Brandeburgo Anspach, in cui si lodava altamente il Codice, del quale veniva richiesta una copia per la biblioteca pubblica.
Si congratulò anche l’abate Giuseppe Pavesio del Collegio di teologia e delle arti, Custode della Biblioteca della reale università di Torino. Il Tiraboschi scrisse che il Codice aveva superato le sue aspettative, dato che non credeva che il Capitolo fosse così ricco di carte anteriori all’XI secolo, tanto da superare quello di Nonantola e si complimentò per l’esattezza con la quale erano illustrati i documenti e tanti punti di storia patria ed universale, aggiungendo di credere che erano poche le opere che potevano stare a confronto del Codex.
Nelle carte del Lupi si trovano alcune trascrizioni di sua mano di giudizi sul Codice, una quartina di Baltasar Pelandino, un componimento di Antonio Tironi, uno di Giovanni Battista Zonca dell’11 luglio 1752, uno di Antonio Rovetta, un’elegia per il codice non sottoscritta, una sua risposta ai foglii 40 4, 4, 3, 4 che sembra allo Zonca. Il 12 febbraio 1786 da Parma Alessandro Alessandri inviò un’iscrizione in sua lode. Il cardinal Garampi, in una sua lettera scritta all’abate di Venezia da Vienna, dove era nunzio, espresse il suo rincrescimento perché tornando in Italia era stato costretto a tenere il cammino più breve e non aveva potuto recarsi a Bergamo a trovare il Canonico Lupi. Il porporato ricevette con grande piacere la medaglia, come scrive l’abate Serassi che gliela presentò, felice di vedere il ritratto di un letterato e, scrivendo da Montefiascone il 12 luglio 1786 al cardinale Carrara che si trovava a Bergamo, lo pregò di riverire il Lupi ed il Canonico Mozzi. Aggiunse che non aveva potuto leggere che una parte della sua opera, ma che la riservava fra le prime che voleva riprendere e concluse invitando ad incoraggiarlo a continuare l’impresa. Anche in un’altra scritta direttamente al Lupi lodò il Codex.
La pubblicazione del secondo volume Il Lupi predispose anche il materiale per il secondo volume, nel quale, con lo stesso metodo, proseguendo la pubblicazione e la illustrazione di documenti della storia ecclesiastica e civile, fino verso la fine dei XII secolo, affrontava altri dibattuti problemi. Il Tiraboschi in una lettera al Lupi dell’8 febbraio 1786 si compiacque di vederlo avanzato nel lavoro del secondo tomo. In una lettera del 1° giugno 1787 al Tiraboschi il Lupi scrisse di aver ricevuto per mano di Giovanni Maironi da Ponte la Storia di Nonantola con il Codice diplomatico annesso, del quale si sarebbe giovato per il secondo tomo del proprio Codex, alla cui edizione stava per accingersi, avendo concluso le dissertazioni sulle parrocchie, e nel quale avrebbe seguito il suo esempio troncando le formule comuni dei documenti, pubblicando solo l’essenziale per gran numero degli stessi. Il Tiraboschi rispose il 13 esortandolo alla continuazione del Codex. Nel 1787 e 1788 si fece inviare da Pavia dal Mascheroni copie di documenti là conservati. Con un codicillo al suo testamento del 20 settembre 1787 precisò che voleva fossero dapprima stampate le sue dissertazioni delle Parrocchie o che la loro stampa fosse portata a termine, che fosse poi stampato il secondo tomo del Codex e poi tutte le altre opere. In una lettera al Mascheroni del 16 novembre 1787 asserì di aver cominciato a rivedere il “Codex” per stampare il secondo tomo, discorse delle sue nuove dissertazioni che vi avrebbe inserito e chiese di procurargli copia di due diplomi dell’Imperatore Ludovico III conservati a Pavia. In una del 14 dicembre gli confermò la prosecuzione dei lavori per il “Codex” ed il 4 febbraio 1788 lo ringraziò per le ricerche fatte, facendo molte osservazioni sui documenti e complimentandosi con lui per la notevole abilità diplomatica acquisita in poco tempo. Chiese poi di copiare le note cronologiche dei documenti degli archivi pavesi dal 900 sino al 1000 od almeno al 970. Anche in una lettera dell’11 febbraio al Tiraboschi disse che da qualche mese si era messo a rivedere le note del secondo tomo per darlo alle stampe, ‘vita comite’, cioè ancora in vita, e che aveva preferito abbandonare l’idea di inserire nei frammenti istorici le segnalazioni degli errori contenuti nella storia del Verri. Il Serassi in una lettera del 12 aprile si rallegrò di sentire che il Lupi lavorava al secondo volume del codice e disse che sperava lo potesse finire. e l’abate Rocchi in un’opera che ebbe l’imprimatur il 13 maggio scrisse che il Lupi stava preparando la pubblicazione del secondo volume del Codex. Ancora in una lettera al Tiraboschi del 22 dicembre il Lupi scrisse di star lavorando al codice che si stava copiando. Nell’anno 1789, sebbene la quantità delle lettere che dovette scrivere soprattutto ai tanti che lo ringraziavano e si congratulavano per la sua opera lo avesse tenuto molto occupato, intraprese la revisione del secondo tomo del Codice ritoccandone, anzi rifacendo quasi interamente, molte annotazioni ed osservazioni. Alla fine, dice il Ronchetti, se ne incominciarono le copie per la stampa. Il Tiraboschi in una lettera del 9 settembre si rallegrò con lui che si stesse per iniziare l’edizione del secondo tomo. Questo lavoro venne però interrotto dalla morte del Lupi, avvenuta il 7 novembre 1789. L’abate Rocchi nel necrologio del Lupi scrisse che quanto prima sarebbe uscito il secondo tomo e si sarebbero pubblicate altre opere e che il Lupi aveva legato all’abate Ronchetti, suo amanuense e sagrista del duomo, 10˙000 lire venete per la pubblicazione. Monsignor Pietro Rusca di Nembro (1797-1870), arciprete della cattedrale (1841-1870), nell’elogio funebre del Ronchetti, disse che da semplice amamuense era diventato un collaboratore e che il Lupi lo aveva incaricato anche di ricerche. Si ha l’impressione che al Ronchetti sia stato affidato il coordinamento dell’edizione del secondo volume, avvalendosi della collaborazione dello Zuccala per l’ordinamento, il confronto e la correzione dei manoscritti e di quella dell’Agliardi per il confronto dei documenti, come il Lupi stesso scrisse nel proprio testamento. L’opera di edizione sembra quindi essere stata portata avanti a tre sotto il coordinamento del Ronchetti. È stato ipotizzato che il Lupi si aspettasse dal Ronchetti solamente la pubblicazione del secondo volume che era ormai quasi pronto e dall’Agliardi la continuazione del Codice diplomatico dalla fine del XII a tutto il XIV secolo. Il Ronchetti, nella prefazione al secondo tomo, dice che il Lupi morente, in estremo segno d’affetto, aveva lasciato in eredità a lui, unitamente alla sua biblioteca, i suoi scritti ed il rimanente di questo codice che, non ancora del tutto terminato, attendeva la stampa, per curarne l’edizione con l’assegnazione di una sufficiente somma per le spese. Altrove dice di aver impiegato grande e lunga fatica per pubblicarlo, visto che era stato lasciato dal Lupi in gran parte imperfetto. Per finire il Codice l’Agliardi, che sin dall’uscita del primo volume aveva iniziato a postillarlo, stese gli “Excerpta ex Archivio cathedralis” e postillò gli appunti del Lupi rivedendo gli originali. Presto però si presentò il primo ostacolo alla pubblicazione del “Codex”: la causa fidecommissaria intentata da alcuni cugini del Lupi, come disse l’Agliardi scrivendo al Mascheroni l’8 marzo 1790 asserendo che il deposito affidato ai commissari per la pubblicazione delle opere era fermo per questa causa. Il Tiraboschi in una lettera del 19 giugno 1791 al Ronchetti, non sentendo più parlare del Codex e non volendo che restasse incompiuto, ne chiese notizie. Il Ronchetti in una lettera del 17 luglio 1793 al Tiraboschi disse di aver moltissimo a cuore l’opera del Lupi alla quale stava lavorando e che era incerto l’esito della causa a Venezia, ma che gli era stato da poco assicurato che il denaro lasciato per testamento sarebbe stato disponibile per la stampa e che per l’anno successivo pensava di pubblicarla. Il 6 dicembre l’Agliardi scrisse che sperava che il Codex avrebbe visto la luce nel seguente anno. Nel 1794 vennero datate ed incise da Gaspare Cagnoni a Milano le testate disegnate dall’Orelli. La contestazione con relativa causa sull’eredità del Lupi si concluse solo all’inizio dell’anno 1795, con l’aiuto dei commissari dell’eredità Angelini e Terzi ed il lascito fu disponibile. Poco dopo, il 22 maggio, l’Agliardi spirò a Venezia. L’abate Lodovico Ricci di Chiari, che era intimo dell’Agliardi, in un sonetto in morte dello stesso, scrisse che, morto il Lupi, l’opera che lui aveva imbastito doveva venir terminata dall’Agliardi, ma che l’invidia gli aveva contrastato il lavoro, sino a che anche lui non fu colto dalla morte e conclude auspicando che anime impudenti e disoneste non potessero ornarsi con il suo lavoro e c’è chi ha visto in queste anime il Ronchetti, che avrebbe ostacolato l’Agliardi e poi fatto suo molto del lavoro di questi, senza mai citarlo. Nel 1795-1796 il lavoro di revisione del testo, o forse già delle bozze, era piuttosto avanzato. Su questo argomento ci resta parte della corrispondenza fra lo Zuccala ed il Ronchetti. Lo Zuccala in una lettera da Lallio 31 agosto 1795 scrisse al Ronchetti che finalmente aveva finito il primo cartolare del secondo tomo con osservazioni. Il Ronchetti in una da Bergamo del 1° settembre scrisse di averlo ricevuto, dopo che egli lo aveva esaminato e vi aveva annesso le sue osservazioni ed allegò alla lettera il secondo cartolare affinché lo Zuccala potesse leggerlo e “considerarlo”. Con successiva lettera da Nese del 12 ottobre scrisse di aver ricevuto in campagna la lettera con unito il secondo cartolario esaminato e le note e ringraziò. Aggiunse che avrebbe spedito il terzo cartolare la settimana successiva ed asserì che al primo incontro avrebbe fatto rimarcare al conte Angelini il giustissimo di Lei riflesso intorno alla stampa, quale a me pure era venuto in mente, e al Sig. Antoine comunicato. Con altra lettera da Bergamo del 5 febbraio 1796 definì carissime, giuste e sensate le annotazioni fatte al cartolario. In tutte le lettere ripete che avrebbe mostrato all’Angelini la diligenza dello Zuccala. Il Ronchetti portò avanti la pubblicazione del volume, rivedendo i documenti scritti dal Lupi e ed aggiungendovi commentari e documenti da amici e da lui stesso raccolti e finalmente poté venir predisposto per la stampa, probabilmente nel 1798. Il titolo ricalcò quello del primo, eliminando ovviamente il riferimento al prodromo, segnalando che si trattava di opera postuma edita ed aumentata di documenti e commentari dal sacerdote Giuseppe Ronchetti e togliendo il permesso dei superiori essendo ormai avvenuta la rivoluzione: CODEX | DIPLOMATICUS | CIVITATIS, ET ECCLESIÆ BERGOMATIS | A CANONICO | MARIO LUPO | EJUSDEM ECCLESIÆ PRIMICERIO | DIGESTUS NOTIS, ET ANIMADVERSIONIBUS ILLUSTRATUS; | VOLUMEN SECUNDUM. | OPUS POSTHUMUM | EDITUM, | AC MONUMENTIS, ET COMMENTARIIS AUCTUM A PRESBITERO | JOSEPHO RONCHETTI. | BERGOMI | EX TYPOGRAPHIA VINCENTII ANTOINE | MDCCIC. Nel frontespizio venne ripresa la vignetta del precedente, nel testo furono inserite iniziali figurate (pag. V, col. 1, 433, 829) ed una semplice testatina a pag. V, oltre a tre disegnate dall’Orelli ed incise da Gaspare Cagnoni, datate Milano 1794. col. 1-2 Testata libro III, bulino 13x20.3 cm, il messo di re Berengario consegna il diploma di giurisdizione cittadina al vescovo nel 904 col. 433-434 Testata libro IV, bulino 13x19.7 ingresso in Bergamo di re Corrado II nel 1026 col. 829-830 Testata libro V, bulino 13.5x20.3, assedio ed incendio del castello di Trezzo contro gli imperiali da parte di Bergamaschi e Milanesi nel 1167. Un’unica tavola arricchisce questo tomo, di 518x392 mm, raffigurante, sulla stessa carta, il Sepolcro del Beato Alberto Fondatore del Monistero di Pontida da un lato ed il Sepolcro del Beato Alberto Fondatore del Monistero di Pontida da un altro lato, citato a colonna 791. Ricordiamo che a Pontida era stato abate Padre Dom Benaglio, cugino del Lupi. Questa tavola però non è altro che la ristampa di due distinte tavole edite nel IV volume delle Memorie del Giulini, ove in alto a destra vi era la scritta 332. p IV e probabilmente realizzate da Bianchi. Forse il volume fu pronto prima della seconda metà di maggio 1799. Infatti si ha una lode al Ronchetti per l’edizione del “Codex”, datata Bergamo 29 maggio 1799, dei seviri presidenti alla provincia di Bergamo, reggenti a nome dell’Imperatore d’Austria. Infatti al momento Bergamo era sotto la dominazione austriaca, dato che nel frattempo vi erano state le vicende della rivoluzione francese, la rivoluzione bergamasca del 1797 e la caduta della Serenissima, avvenimenti che forse contribuirono a rallentare i lavori, ma nella primavera del 1799 gli austro-russi avevano sconfitto l’esercito francese, i cosacchi erano entrati in Bergamo il 24 aprile, gli alleati avevano battuto ancora i Francesi il 28 nella battaglia di Cassano ed erano divenuti padroni della Lombardia, sino a quando Napoleone il 14 giugno 1800 vinse la famosa battaglia di Marengo e gli Austriaci dovettero sgomberare il Piemonte, la Lombardia e la Liguria. Nella Biblioteca civica di Bergamo si conserva il manoscritto autografo del secondo volume: “Volumen secundum codicis diplomatici civitatis et ecclesiae bergomensis,” 320x210 mm, 583 carte. MMB 521, già Lambda IV, 3. Da carta 1 a 517 segue un ordine filato, mentre da questo punto in poi non è portato a termine, seguono dei fogli volanti con trascrizioni di documenti confluiti nel secondo volume e cioè: 518, 645, 520, 213, 523, 285, 534, 715, 536, 723, 542, 769, 544, 781, 546, 783, 549, 2359, a carte 552-583 varie di diversi archivi, senza indicazione del riferimento al Codex. Documenti ed annotazioni per il secondo tomo, relative a documenti degli anni 1040-1100 si trovano in un volumetto di 130 carte, dal titolo “Lupo Mario Bosso Codice diplom ms”, tutto autografo del Lupi, sempre presso la Biblioteca civica, dono del conte Paolo Vimercati Sozzi (1801-1883) nel 1868, Salone Cassapanca I, I, IV 25. Un raffronto filologico dei manoscritti, oltre che di tutti i materiali preparatori, con il volume stampato sarebbe senza dubbio interessante. La tiratura fu limitata, dato che il primo tomo non veniva certo venduto velocemente, come pare si lamentasse il Lupi stesso, cosa che non dovette incoraggiare la pubblicazione di molte copie del secondo. Dato poi che, a quanto pare, gli eredi bruciarono molte copie di quest’ultimo quanto tornarono in onore gli studi, come scriveva il Mazzi, il primo volume trovavasi quasi ad ogni passo, mentre riusciva assai difficile completarlo col secondo. Oggi, essendo aumentato non solo il numero delle persone interessate alla storia, ma anche quello dei collezionisti, la situazione è ancora peggiorata, è difficile trovare il primo volume ed è quasi impossibile trovare il secondo e peggio ancora i due volumi insieme e colui al quale capita questa fortuna deve dolersi del prezzo che viene richiesto, dato che i due volumi hanno raggiunto quotazioni molto alte.
Il progettato terzo volume Probabilmente all’inizio, forse già nel 1746 con i suoi primi incontri con l’Archivio capitolare, il Lupi pensava di realizzare un codice diplomatico con documenti sino al XV secolo. Con il passare del tempo però il lavoro avanzava lentamente e la salute cominciava a dar segni d’instabilità, facendogli dubitare di poter portare a compimento l’opera. Nel 1773 venne cooptato fra i canonici di Bergamo il giovane Agliardi, che nel 1775 fu nominato fra gli archivisti capitolari. Il Lupi lo istruì nella ricerca e nella diplomatica ed egli lo aiutò nella raccolta di documenti per il codex ed il Lupi vide in lui la persona adatta a continuare la sua opera. Vedendo che il lavoro per illustrare i documenti era troppo gravoso per lui, ormai invecchiato, mentre si accingeva a pubblicare il primo tomo del Codice, limitato al X secolo, decise di restringere il proprio campo d’azione per il secondo volume alla fine del XII secolo e di affidare la continuazione per i secoli XIV e XV all’Agliardi, Canonico della cattedrale, membro di una delle nobili famiglie, erudito ed esperto in diplomatica, consegnandogli i documenti da lui raccolti, sperando che li avrebbe dati alla luce corredati d’illuminanti animadversioni. Come scrive l’abate Rocchi, nel 1788 l’Agliardi stava preparando la continuazione del Codice diplomatico, mentre il Lupi preparava la pubblicazione del secondo volume. L’Agliardi però mancò prima di poter fare tutto ciò che il Lupi sperava.
Memorie Sembra che il successo del primo tomo del Codice avesse indotto il Lupi a progettare e forse anche ad avviare la stesura di un compendio in italiano sino al secolo XV, per rendere accessibili le notizie anche a chi ignorasse il latino, seguendo lo stesso ordine cronologico e riportando le notizie ricavate dai documenti senza appesantire con essi la narrazione, ma riportandone solamente, quando opportuno, brani trascritti con tutta fedeltà in italiano. Il Ronchetti scrive che egli riteneva che a questo lavoro il Lupi mettesse mano dopo aver pubblicato il primo tomo del Codice, ma questi ne aveva interrotto la continuazione per compilare l’opera sulle parrocchie e dice che se avesse continuato ne sarebbe senza dubbio derivata una storia patria che sarebbe stata universalmente gradita, non essendo il Codice alla portata della maggior parte delle persone, in quanto sembra un’opera indirizzata più a chi volesse accingersi a scrivere la storia della Patria, che a chi volesse leggerla, anche perché composto in lingua latina oggimai da pochi intesa, e dalla maggior parte di questi stessi amasi meglio leggere cose italiane che latine. All’epoca le storie patrie o erano brevissimi compendi, che fornivano poche notizie, od erano meramente agiografiche, cioè vite di Santi o semplici elogi d’uomini illustri. L’idea venne poi ripresa dal Ronchetti, almeno dal 1799 e diede vita alle sue famose “Memorie istoriche” edite fra il 1805 ed il 1838.
I manoscritti ed i materiali preparatori del Codex e delle Memorie Oltre a quelli già citati ci restano anche numerosi altri suoi manoscritti. Il Ronchetti, spirato il 21 febbraio 1838, lasciò al cugino Don Luigi Femi i suoi libri, scritti e carte con testamento del 14 aprile 1837. Alcuni manoscritti passarono al Finazzi ed all’Archivio capitolare. Il Femi spirò il 7 aprile 1856 e quasi tutti i document confluirono alla Civica Biblioteca, per acquisto dagli eredi, ove ora si conservano. Fra questi materiali vi furono anche 140 pergamene, dette Ronchetti-Femi, degli anni 923-1790. Non appartengono al fondo le 31 pergamene dette Lupo, degli anni 774-1753, che sono così chiamate semplicemente perché da lui edite. Numerosi documenti sono raccolti in “Documenti e vari materiali preparatori per il Codice” MMB 523, già Lambda IV, 4/2, che contiene estratti dal Mozzi, da archivi di Cremona, della Val di Scalve, dal Mazzoleni, da notai, molte di mano estranea, alcune dell’Agliardi ed una di mano del Mozzi con albero genealogico dei Fini. All’interno 34 si trova “1260. Carta degli antichi censi che si pagavano dalle Chiese della Diocesi, e da Canonici di Bergamo alla Chiesa Romana” censo del 1260, edita da Monsignor Luigi Chiodi “Chiese di Bergamo sottoposte a censo circa il 1260”, traendola dalla pergamena originale, ed un documento visconteo a favore delle elemosine alla basilica di Sant’Alessandro. Si conservano alcune LETTERE PONTIFICIE | RICEVUTE | DAL CAN. LUPO | PER CURA | DEL CH. TIRABOSCHI MMB 819, già Lambda I, 15. Nella Specola manoscritti 197, si trovano alcuni estratti e note di documenti antichi, composto da 33 carte di cui alcuni fogli sono di mano del Lupi, alcuni dell’Agliardi ed altri di altra mano. Alcuni appunti sono tratti da documenti dei fratelli conti Ludovico e Marco Suardi, altri mandati da Cremona, altri ancora dagli Archivi della Misericordia Maggiore e del Vescovado. Vi è anche un vaticinio del cistercense Fra Ermanno, monaco Lhenimense del 1300 circa. EXCERPTA | EX | ACTIS NOTARIORUM | BERGOMI. AB 399, già Lambda V, 8 contiene anche alcuni fascicoli di notizie tolte dagli appunti del defunto abate Mazzoleni, dagli archivi di Astino, della Mîa, del vescovado e da altri, da note dell’Agliardi e dalla cronaca di Castello Castelli. EXCERPTA | EX | L. A. MURATORIO. C. SIGONIO | ET | SCRIPTORIBUS RERUM | BOHEMICARUM. AB 400, già Lambda V, 9, contiene anche appunti dell’Agliardi. Nell’Istoria della Badia d’Astino fra le pag. 442 e 443 è incollato un foglio di pugno del Lupi. La “Miscellanea” AB 398, già Lambda V, 7, contiene diversi documenti, in gran parte trascrizioni, soprattutto dei secoli XV-XVIII, del Lupi e di mani varie, alcuni autografi dell’abate Mazzoleni, dell’abate Angelini e del Canonico Agliardi. Si conserva anche un manoscritto dal titolo: “Bibliotheca Ecclesiastica”, a quanto sembra un catalogo della sua o di qualche biblioteca, di 92 carte MMB 731, già Lambda IV N.°1 (2). Vi sono inoltre alcune “Memorie cavate da un MS. del Can.° Mario Lupo che le trasse da altro MS. di Casa Beretta esistente presso il Sig.r Giuseppe Mozzi”, trascrizione di un suo manoscritto relativo agli anni 1268-1567 MAB 36, già Delta II sopra 14/10. Il Lupi diede istruzioni relative ai suoi manoscritti nel suo testamento del 26 settembre 1786 e nel codicillo del 20 settembre 1787, di cui abbiamo parlato. Alcune copie di Diplomi e Bolle pontifice, in parte arrivate da Roma, in parte copiate dal Canonico Agliardi, si trovano in Lambda V, 6 (1-2) MMB 556.
[p. 158] Ultimo dei discendenti di Cesare fu il Canonico monsignor Mario. Questi il 26 settembre 1786 con atto del notaio Pietro Antonio di Gaetano Longaretti fece il suo testamento con il quale lasciò eredi i conti Marco e Lanfranco Benaglio figli del fu conte Giacinto ed in caso di morte sostituì loro il conte Giacinto di Marco e nominò commissari ed esecutori i conti Francesco e Ludovico Roncalli ed il conte Nicola Angelini, suoi cugini. Il 20 settembre 1787 fece un codicillo ed, essendo morto il conte Francesco Roncalli, gli sostituì il nobile Giovanni Giacomo Terzi suo amico. Il Lupi spirò il 7 novembre 1789.
Busto di Mario Lupo in arenaria di Sarnico, collocato da Bortolo Belotti nel giardino della sua villa patrizia di Zogno .
DANIELE ROTA Mario Lupo e il suo tempo e la Misericordia Maggiore. Con manoscritto inedito e Regola Antica Bergamo, MIA, 2003, pp. 127-166
MARIO LUPO, IL MURATORI BERGAMASCO “L’opera del lupo è di quelle poche che nel loro genere, fanno onore all’Italia. sarebbe desiderabile che tutte le cattedrali avessero un canonico simile.” (Abate Gennari, Università di Padova, a. 1785).
“[...] una schiera di dotti ecclesiastici bergamaschi, che comincia, ben si può dire, coll’abate Giovanni Battista Angelini, e prosegue col Lupi, coll’Agliardi, col Mazzoleni, e cui vanno congiunti insigni studiosi laici, come, ad esempio, Ercole Mozzi e Giovan Battista Rota, conducendo anche a Bergamo quelle ricerche erudite che sono gloriosa caratteristica del secolo, e quindi rinnovando completamente metodi e forme, penetra nell’antichità e nelle storie bergamasche, attraverso una diligente e paziente disamina di vecchi documenti di archivio.” (Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959, vol V, p. 52).
CONTRIBUTI STORICI DEL CODEX DI NOTEVOLE INTERESSE LOCALE E NAZIONALE
Canonico Mario Lupo Litografia da “Bergamo Illustrata”, Biblioteca Civica, faldone n. 13 È interessante e doveroso accennare, oltre a quelli già riferiti in precedenza, anche altri contributi inediti, particolarmente importanti e interessanti, che l’opera del Lupo e dei suoi continuatori ha fornito per una sempre più completa e veridica storia di Bergamo e d’Italia. A motivo di brevità, ne saranno indicati solo alcuni, tra i più significativi, a titolo esemplificativo e in ordine cronologico per facilitarne la collocazione storica.
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In questa breve elencazione relativa ai più interessanti e originali apporti storici dell’opera del Lupo, si può partire dal nome stesso della sua città: Bergamo: egli, con acute osservazioni fa la genesi della corruzione della pronuncia, e, conseguentemente dell’ortografia della discussa denominazione, annotando che nella storia di Paolo Diacono , la città si chiama Pergamum, ma in tutti gli scritti anteriori a Paolo, e nelle lapidi ed iscrizioni si ha Bergomum. Né il deterioramento deve imputarsi allo stesso Paolo, giacché in altri passi della sua storia si legge Bergomum od anche Bergamum, per la naturale predisposizione dei Germani ed antichi Franchi a mutare la lettera B in P: infatti, conchiude il Lupo, la scorretta pronuncia appare varie volte nei diplomi dei re e imperatori d’oltr’alpe (cfr. Codex, I, 10).
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Dopo il nome della città, il Lupo prende in considerazione anche il suo patrono: S. Alessandro che il B. Pinamonte, fondatore della Misericordia Maggiore, in un suo discorso chiama Hic urbis nostrae primis Antistite, gli attribuisce, quindi, dignità vescovile. Il nostro Primicerio commenta:
Medaglia d’oro (spessore mm. 40), commemorativa dell’edizione del primo volume del Codex, fatta coniare dal Territorio di Bergamo con decisione unanime del 17 gennaio 1785. Reca sul recto il profilo dell’autore, con ai bordi la dicitura “Mario Lupo Primicerio Bergomati Histor. et Antìquar.” Sul verso, uno sfondo di monti lontani con una figura eretta, che tiene spiegata con la destra, la carta topografica del territorio di Bergamo; ai bordi la dicitura: “Bergami assertis antiqui finibus agri”. Dalla parte sinistra vi corrisponde un masso di minor dimensione, con la scritta: “Devota Venetia Collocavit”. Ai piedi si legge: “ Curatorum D. S. MDCCLXXXV”.
«Io non oserei affermare che S. Alessandro fosse veramente vescovo di Bergamo perché di ciò si tace in tutti gli atti antichi e nei martirologi» (Cfr. Codex, I, 62, 63). Egli affronta preliminarmente anche la questione antica e dibattuta della chiesa cittadina di S. Vincenzo concattedrale, affrontando un contrasto secolare che, come si vedrà pure in seguito, è stato motivo di tante divisioni e contrapposizioni tra il clero diocesano e, in particolare, cittadino, personificato dai canonici delle due basiliche. Il dibattito si mostra complicato e incerto per carenza di testimonianze documentarie apodittiche. Gli storici locali unanimemente ritenevano che l’antica chiesa di S. Vincenzo fosse stata costruita dal Vescovo Adalberto nel 908, sul luogo stesso ove sorgeva anteriormente una basilica dedicata alla martire S. Agnese, caduta in rovina, ed edificata dietro insistenze del re Berengario . Il Lupo non giudica degna di considerazione questa tradizione e, riportando numerosi documenti degli anni 774, 871, 881, mostra che la chiesa di S. Vincenzo esisteva già da almeno due secoli. Nelle frequenti liti tra i canonici di S. Vincenzo e di S. Alessandro, i primi, in particolare, asserivano che la loro chiesa era la sola cattedrale e quindi Matrice di tutte le chiese della Diocesi. Il Lupo tenta di capire e poi di spiegare come questo convincimento avesse potuto farsi strada e prendere consistenza. La sua ipotesi non è suffragata da documentazione scritta, ma, in assenza appunto di ogni altra testimonianza archivistica, appare non priva di attendibilità. Così argomenta il Canonico Primicerio: i Longobardi erano ariani, anche gli ariani avevano il loro vescovo, il quale, ovviamente, teneva una chiesa e un’abitazione. Come in ogni altra città, anche a Bergamo i cattolici si stringevano attorno al loro vescovo nella basilica di S. Alessandro, la quale, essendo stata eretta sul sepolcro del Santo Martire, dovette costruirsi fuori delle mura cittadine, ove, per legge, si dovevano seppellire i cadaveri. I Longobardi, a loro volta, che si erano impossessati del territorio cittadino e l’avevano, almeno in parte, anche popolato, da dominatori, edificarono la loro chiesa nel centro della città, ponendovi a dimora e a difesa il proprio vescovo. Poi, come precedentemente s’è narrato, i Longobardi, per opera del santo vescovo Giovanni si convertirono alla fede cattolica nella quasi totalità; al vescovo ariano non rimasero che due alternative: abbracciare anch’egli la fede cattolica, o eclissarsi dalla vita religiosa della città. S’impose allora il problema di un adeguato e corretto utilizzo del tempio già degli ariani, nel cuore della città, dedicato a S. Vincenzo, rimasto vuoto. Il vescovo Giovanni procedette allora alla purificazione della cattedrale ariana per potervi celebrare i riti cattolici. Trovandosi poi essa nel maggior centro cittadino, e quindi di più facile accesso di ogni altra chiesa limitrofa, lo stesso vescovo Giovanni, conclusa la purificazione, vi accedeva spesso, con tutto il clero, soprattutto per la catechesi ai neoconvertiti dall’arianesimo, onde consolidarli nella fede cattolica. Fu così che quel tempio divenne “cattedrale”, perché effettivamente in essa il vescovo aveva posto la sua “cattedra” di maestro nella fede, e così si affiancò alla già esistente, dedicata a S. Alessandro, con pari dignità. Presso la chiesa di S. Vincenzo vi era pure il fonte battesimale, situato in una cappella congiunta alla chiesa di S. Maria Maggiore, di cui si ha memoria già nel 774, fonte che dal secolo X in poi fu l’unico per tutta la città e suburbio sino a quattro miglia di distanza e probabilmente serviva da fonte battesimale agli ariani rimasti in città. I cattolici mantennero però anche il proprio presso la basilica di S. Alessandro, il primo, il più antico, eretto, probabilmente nella piccola chiesa di S. Pietro, di antichissima memoria. Prima di questi avvenimenti, il Lupo sostiene, inoltre, che la sola cattedrale fu quella di S. Alessandro, e non soltanto fu l’unica cattedrale, ma fu anche l’unica parrocchia esistente in città e sul territorio. Per alcuni secoli, infatti, nota il nostro storico, oltre alla cattedrale, non vi erano chiese, né parroci che in alcun altro luogo amministrassero i sacramenti, le parrocchie furono lentamente costituite dopo il Mille. Tutte le celebrazioni avvenivano in cattedrale ed erano presiedute dal vescovo o dall’arciprete, ovvero, dietro autorizzazione del vescovo, dai sacerdoti che prestavano il loro servizio in cattedrale, con l’aiuto dei diaconi. Gli ecclesiastici addetti alla cattedrale che più tardi e ancora oggi si chiamano Canonici, anticamente vengono citati come Bergomensis ecclesiae presbiteri, Diaconive Ordinarii, più tardi, invece: Presbiteri, Diaconive de ordine Bergomensis ecclesiae. Dagli stessi antichi documenti il Lupo ci fa poi conoscere anche i nomi di coloro che al tempo ricoprivano i vari uffici in cattedrale, come, ad esempio, Ioannis fui Lupus archidiaconus, Abel presbiter, Benedictus primicerius, ecc.
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Nota è la devastazione operata a Bergamo e nel Bergamasco dagli Unni, guidati da Attila negli anni immediatamente successivi al 450; il Lupo, tuttavia, nega che la città, in tale rovina, sia stata anche incendiata. Osserva che le antiche storie e la relativa documentazione parlano di distruzione per Aquileia, Concordia, Altino e Padova; che, invece, a proposito di Vicenza, di Verona e di Bergamo, parlano solo di occupazione. Quindi egli ritiene che Bergamo sia stata occupata e spogliata dagli Unni, ma non abbattuta, né tanto meno incendiata e che i cittadini non siano stati né uccisi, né condotti in schiavitù; e che poi molti di essi si siano salvati, rifugiandosi tempestivamente nelle montagne, ridimensiona cioè notevolmente il pur doloroso e funesto episodio (cfr. Codex, I, 33). E mentre altri storici sostengono che, durante il devastante assalto alla città, sarebbe stata incendiata e rasa al suolo anche la chiesa-cattedrale di S. Alessandro perché, essendo vicinissima alle mura, serviva da ottimo punto d’appoggio per le macchine d’assalto a lanciare mezzi offensivi, il Lupo sostiene che il sacro edificio fu rovinato solo in parte. Per cui, l’antico tempio, quando fu raso al suolo dai Veneti nel 1561 per far posto alle nuove mura cittadine, dette appunto venete, mostrava ancora il suo primitivo splendore, caratterizzato da romana magnificenza; conclude con intimo rammarico: coloro che ebbero grazia di ammirarla, testimoniano che l’antica basilica di S. Alessandro era copia pressoché identica della basilica costantiniana di Roma: il grande vescovo Adalberto l’ha quindi restaurata, non costruita di nuovo. (Cfr. Codex, I, 1036-1037). Il quale antichissimo edificio sacro per il culto, il Lupo sostiene che s’iniziò a costruire poco dopo il 324, epoca del decreto di Costantino Magno per l’edificazione delle chiese, e venne terminato prima del 340. Riporta quindi quanto P. Pinemonte, fondatore della Misericordia Maggiore, asserisce nella storia di S. Grata, come cioè, questa illustre matrona, raccolse il corpo decapitato del glorioso martire Alessandro e lo seppellì in un suo podere presso le mura della città, in località Borgo Canale, concesse poi quel fondo ai cristiani per costruirvi un tempio in onore del santo martire e vi contribuì generosamente (cfr. Codex, I, 55). Il Lupo aggiunge pure l’ipotesi che il tempio sia stato portato a pieno compimento dal vescovo S. Narno , primo vescovo di Bergamo nel IV secolo, anche per assecondare i voleri dell’imperatore Costantino il quale aveva raccomandato che con sommo impegno venissero edificate chiese per i fedeli, anzi alcune colonne di marmi preziosi e rari adornanti la basilica, ritiene il Primicerio che fossero dono dello stesso imperatore (cfr. Codex, I, 56 e ss.).
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Passando poi alla determinazione e definizione del territorio bergamasco, si osserva che gli antichi confini ad occidente sono sempre stati aspramente discussi da geografi, storici e antropologi: il Lupo sembra superare definitivamente la questione mostrando che tutta la riva orientale di Lecco, compresa la Val Sassina, doveva essere ascritta al nostro territorio (cfr. Codex, I, 183).
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In argomenti ove i dati a disposizione non sono ancora del tutto certi, anche se di comune credenza, egli prudentemente, non prende posizione: tipico il caso della collocazione dell’anfiteatro romano in città: si sa di certo che anche Bergamo, divenuta città di Roma imperiale, ebbe il suo, per i tradizionali spettacoli delle corse, dei gladiatori, della caccia alle belve. Comunemente si ritiene che esso fosse collocato più o meno nel luogo in cui ora sorge il Seminario diocesano, cui ancor oggi si accede da Via Arena.. Così avevano scritto i maggiori ricercatori di storia locale, il più antico dei quali Gregorio Morelli, aveva indicato anche l’anno in cui l’anfiteatro sarebbe crollato a causa di un noto terremoto, il 30 aprile 793. Il Lupo, dopo aver asserito che il nome “Arena” negli antichi documenti serviva ad indicare un anfiteatro, non aggiunge alcuna indicazione di luogo.
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In altre realtà, pure controverse, invece, giunge a fornire dati di estrema precisione: è il caso del mitico ponte della Regina in Almenno di cui ci ha tramandato un disegno idealmente ricostruito, indicandone le dimensioni in piedi parigini e cubiti bergamaschi: sappiamo così che la sua altezza doveva essere di circa m. 23,65 e la larghezza di m. 5,91 (cfr. Codex, tra le col. 208-209). Notizie che vennero poi contestate dai successivi ricercatori del manufatto, in particolare, dall’architetto Elia Fornoni, secondo cui, non solo i dati, ma anche il disegno del ponte, conservatoci dal Lupo, conterrebbero gravi errori, come, ad esempio, quello che per sostenere le arcate esterne, il ponte avesse alle testate due mezze pile o spalle sporgenti nel fiume (cfr. Elia Fornoni, L’Antica Corte di Lemine, al ponte sul Brembo, “Atti dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti, Vili, 1884-1886).
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Ma dove il Lupo fornisce elementi di particolare interesse è la ricostruzione delle origini e dello sviluppo della Chiesa di Bergamo. A partire dal suo primo vescovo, che, come è noto, fu il martire S. Narno (secolo IV), attorno al quale, le prime notizie risalgono al frate francescano Branca da Gandino (sec. XIII), e si leggono nel suo Leggendario; il Lupo riferisce integralmente il brano della narrazione, da cui deduce che ai tempi del frate, si reputava che S. Narno fosse vissuto dopo la persecuzione di Diocleziano del 303 (era dei martiri), e che al tempo di questo santo vescovo, e con il suo aiuto, venne costruita la basilica di S. Alessandro, di cui sarebbe stata promotrice principale la stessa S. Grata che al saldato martire, patrono di Bergamo, avrebbe dato sepoltura. Dissente poi dall’opinione comune secondo cui S. Narno e i primi vescovi di Bergamo sarebbero stati sepolti nella piccola chiesa, dedicata a S. Pietro, che sorgeva presso quella basilica di S. Alessandro.
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Secondo vescovo di Bergamo, fu S. Viatore (... 343 ... 344 ...), che il Lupo identifica nel vescovo ricordato da S. Atanasio, fra quelli che approvarono i decreti del concilio di Sardica (343-344), antica città della Dacia inferiore, al quale parteciparono 170 presuli (di cui 94 cattolici e 76 ariani), presieduto da Osio, vescovo di Cordova. Vi fu confermata la fede nel Simbolo Niceno e venne proclamata l’innocenza dei vescovi esiliati per la loro fedeltà al dogma cattolico, fra cui S. Atanasio e S. Ilario. (cfr. Codex, I, 26 e ss.).
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Fra le chiese più antiche di Bergamo, è comunemente annoverata quella di S. Giulia di Bonate Sotto, che il Lupo riproduce anche nel frontespizio del suo volume e che viene fatta risalire ai tempi e forse anche all’iniziativa della regina Teodolinda (sovrana dei Longobardi, pia e benefica, che morì nel 628), anche di questo antichissimo tempio il Lupo riproduce il primitivo disegno (cfr. Codex, I, 204-205). Come già precedentemente esposto, molto documentata appare anche la ricostruzione della presenza sul territorio delle diverse confessioni religiose: il Lupo, ad esempio, crede ed espone come ai tempi del re Rotari (sovrano dei Longobardi dal 636 al 652, celebre per il codice da lui promulgato nel 643, noto quale Editto di Rotari), potessero coesistesse in Bergamo un vescovo ariano accanto al vescovo cattolico e come la cattedrale di S. Vincenzo, accanto a quella di S. Alessandro, fosse stata edificata dai Longobardi per il culto ariano e per la residenza di tale vescovo (cfr. Codex, I, 305 e 502-503).
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Tra i documenti relativi a rapporti di carattere privato del periodo longobardo, che il Lupo pubblica, vi è sicuramente il testamento di Taido del fu Teuderolfo di Bergamo, gasindo (cioè consigliere) del re il quale lascia i beni che possiede nel Bergamasco, Veronese, Pavese e altrove, a diverse chiese, oltre che al fratello: alla moglie lascia l’usufrutto di tutti i beni. I servi di casa, dopo la sua morte e quella della moglie, dovranno essere resi liberi dal vescovo. Quanto resterà non aggiudicato, sarà venduto dal vescovo: il ricavato andrà ai sacerdoti e ai poveri. Il testamento reca la data del maggio 774, è conservato in originale nella Civica Biblioteca di Bergamo, e risulta particolarmente interessante non soltanto per le disposizione che contiene, per le persone, i beni, le procedure in esso richiamate, ma soprattutto per l’animo da cui è dettato e costituisce uno spaccato sulla mentalità e sulle credenze bergamasche verso la fine del dominio longobardo. Per quanto riguarda le vicissitudini di Teodorico, re degli Ostrogoti dal 475, poi d’Italia dal 493 al 526, il Lupo ritiene che, allorquando fu chiuso da Odoacre in Pavia, Bergamo, come Milano, sia tornata sotto il dominio del re e che la battaglia all’Adda sia stata guerreggiata, almeno in parte, sul Bergamasco, per la necessità del movimento degli eserciti, che avevano come punto di riferimento, Cremona. (cfr. Codex, I, 76-77).
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Parimenti interessante anche il testamento del vescovo Garibaldo del marzo 870 contenente larga donazione di beni ad alcuni monasteri ed ospedali milanesi; donazione che ragionevolmente si può ritenere fiduciaria, trattandosi di proprietà che al vescovo erano stati venduti pochi mesi prima da certo Antelmo di Inzago (cfr. Codex, I, 839, 840, 847). Altro testamento pure importante è quello del prete Giovanni, figlio di Pietro, da Bergamo, che offre alla chiesa di S. Vincenzo i beni che egli possiede in città, nei sobborghi e altrove, in suffragio dell’anima sua e dell’arcidiacono Vulverado. L’atto, datato Bergamo, anno 1000, quarto dell’imperatore Ottone III (996-1002), è conservato nell’Archivio Capitolare di Bergamo, presso la Civica Biblioteca (cfr. Codex, II, 423 e ss.). I lasciti alle varie chiesa, ospedali, ospizi, case di salute sembra che siano andati intensificandosi sul finire del millennio, con intendimenti oltre che benefici, anche salvifici per i testatori. Tipico l’atto di Iglerio, che, appunto l’anno 1000, donando alla chiesa di Bergamo parte della basilica dei S.S. Ambrogio e Sempliciano in Zanica, scriveva che «[...] melius est enim hominem metu mortis vivere quam spe vivendi morte subitanea preveniri» (cfr. Codex, II, 429-430).
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L’attività mineraria nei nostri territori è indirettamente documentata nell’epoca franca, da un documento del notaio Rodolfo, il quale racconta che, essendo intorno all’881 governatore di Brescia il conte Suppone, e facendo egli lavorare le miniere di Val Trompia con metodi particolarmente esosi, senza affrancare gli schiavi e senza pagare alcuna mercede, i valligiani si ribellarono e uccisero suo figlio e i suoi satelliti, perciò Suppone, indignato e infuriato, penetrò nelle valli, mettendole a ferro e fuoco e rendendole deserte, (cfr. Codex, I, 693, 694).
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Accanto all’attività mineraria, molto più sviluppata, si riflette nella documentazione del Lupo, quella agricola, nelle sue diverse fasi. Le popolazioni delle campagne, attorno all’anno Mille, prendono lentamente, ma progressivamente coscienza delle proprie potenzialità lavorative e produttive, aspirano a condurre più liberamente i beni loro affidati e a godere di una parte maggiore dei raccolti (cfr. Codex, II, 647 e ss.). Incomincia così a delinearsi la contrapposizione tra la minore contro la maggiore aristocrazia feudale e contro la parte del clero solidale con essa e accompagnata da un seguito impressionante di funzionari investigatori (cfr. Codex, II, 719-720). Su tutti e su tutto vigilava il potere regio: forse mai come durante l’impero dei sovrani salici, non solo era stato esercitato il dominio su chiese e abbazie, ma, specialmente sotto Enrico III, lo stesso pontificato era stato nelle mani degli imperatori, quindi quasi un dominio tedesco (cfr. Codex, II, 789-790). Nel vario gioco degli interessi, i conflitti territoriali si traducono in alleanze, si estendono con le inimicizie e contrapposizioni tra le diverse città: così Milano entra in conflitto con Lodi, Pavia, Como, Cremona e Novara; Bergamo, con Brescia e Milano, ecc. (cfr. Codex, II, 453).
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Lo stretto dominio imperiale sembra allentarsi dopo il Mille, a partire, infatti, dal 1057 nelle intestazione degli atti ufficiali d’archivio non compare più alcun nome di re o imperatore (cfr. Codex, II, 647 e ss.).
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Emergono anche situazioni di particolare disagio, che il Lupo riferisce non senza qualche evidente imbarazzo, parlando, ad esempio di Arnolfo, arcivescovo di Milano, che fu eletto poco dopo la morte di Anselmo (dicembre 1093), narra come questi non venisse consacrato dai vescovi suffraganei, perché scomunicati dal papa come scismatici (cfr. Codex, II, 785-786). Fra questi egli pone anche il vescovo di Bergamo Adolfo. Che tale presule fosse in effetti non in piena sintonia con Roma, lo si riscontra in diverse circostanze, come in occasione della consacrazione della chiesa di Pontida, in cui il papa Urbano II, poi beatificato, quando si trovava a Piacenza per il celebre concilio in cui fu decisa la prima crociata (marzo 1095), invece di designare per quel rito nella nostra diocesi, l’ordinario locale, delegò Oddone, vescovo di Imola (cfr. Codex, II, 789-790). Non meraviglia pertanto che nel concilio di Milano del 1098, svoltosi sotto il medesimo pontefice Urbano II, in cui vennero rimossi i vescovi scismatici, che, parteggiando per l’imperatore, avevano contrastato le riforme della Chiesa, anche il vescovo di Bergamo venisse deposto (cfr. Codex, II, 809). Il discusso vescovo Arnolfo, che secondo alcuni sarebbe morto nel 1089, secondo altri sarebbe stato ancora in vita nel 1106-1107, venne da Roma sconfessato anche molti anni dopo la sua scomparsa, come si evince da una bolla di Innocenzo II (1130-1143), del 1138, in cui venivano annullate le «venditiones, donationes, etc. de bonis Bergomensis ecclesiae ab Arnulpho intruso vel eius tempore factae». I rapporti con il Pontefice torneranno ottimali pochi decenni dopo con il vescovo Guala (1168-1186), bergamasco di origine, nativo, secondo il Lupo, di Telate (cfr. Codex, II, 1246), già canonico di S. Alessandro, consacrato vescovo di Bergamo da S. Caldino, arcivescovo di Milano, nel 1168. Nell’anno successivo alla sua elezione, cioè nel 1169, in segno di benevolenza e di auspicio di grazia, il Papa Alessandro III (1159-1181), grande pontefice e illuminata guida di popoli, gli concesse la piena giurisdizione di alcune chiese poste nella diocesi di Bergamo, ma soggette alla chiesa romana, come S. Maria della Torre in Severe e S. Giuliano di Suisio (cfr. Codex, II, 1257-1258).
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L’attività intellettuale bergamasca e, in particolare, lo sviluppo del dialetto nei secoli prima del Mille è rilevabile in diversi documenti, come quello stilato il 27 aprile 840 in cui Sigilberga, figlia di Odone, essendosi fatta monaca, donava cinque suoi poderi, tre dei quali esistenti a Floriana, Scanzo e Lariano, a Garibaldo arciprete e Lamberto, figli di Solone. Dell’atto relativo è caratteristico il fatto che rogato in Ghisalba, la quale allora era chiamata «Ecclesia Alba», con l’espressione : “Acto Glealba feliciter”, da cui si desume che il dialetto bergamasco già aveva trasformato in «glesia» il nome latino (cfr. Codex, I, 685-686).
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Anche a Bergamo, con il dominio longobardo prende, si può dire, definitiva configurazione e consistenza l’istituzione della pieve, già sorta verso il quarto secolo con il nome di “ecclesia”. Con lunga ed acuta dissertazione, il Lupo dimostra come la diocesi di Bergamo corrispondesse al suo territorio politico, come Fara d’Adda e la Ghiera d’Adda appartenessero al territorio e quindi alla diocesi di Bergamo, come pure la pieve di Pontirolo (cfr. Codex, I, 281-282). La figura e l’opera di Carlo Magno, tiene ovviamente un posto preminente, di lui il Lupo tratta a lungo e ne dà indicazioni non prive di singolare valore, come ad esempio, che egli non distrusse il regno dei Longobardi e ciò appare da taluni documenti bergamaschi, come l’atto di pagamento del 725 fatto da Arialdo a Guidobaldo per l’acquisto di una vigna, sotto le mura della città, presso la basilica di S. Andrea (cfr. Codex, I, 599-600) . Il Lupo documenta poi che Carlo Magno confermò in modo speciale alla chiesa di Bergamo la proprietà di Fara, mentre non è accertato che abbia concesso domini in valle Seriana o in Valle Brembana, come alcuni storici asseriscono, tratti in inganno, forse, da documentazioni posteriori (cfr. Codex, I, 577-579).
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Il tema delle donazioni ritorna in una carta dell’archivio della cattedrale, datata 18 luglio 816, con cui Audelinda, vedova del conte di Bergamo, il cui nome sembra essere Auteramo, cedeva ai custodi della chiesa di S. Alessandro l’intera proprietà e l’usufrutto di un immobile chiamata “curte de Pateringo”. Il documento è di particolare interesse anche perché vi è detto che la basilica di S. Alessandro era vicina alle mura della città di Bergamo, confermando, dunque, che era però all’esterno delle stesse: «prope murra civitatis Bergamo» (cfr. Codex, I, 657-658).
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Anche i successori di Carlo Magno trovano ampio spazio nella documentazione del Lupo, come, ad esempio, Carlomanno, morto nell’880, re d’Italia, figlio di Lodovico il Germanico, che transitò sul nostro territorio, come appare dal diploma spedito il 19 ottobre 877, da Cortenova, sostenuto sia dal vescovo come dal conte di Bergamo (Codex, I, 833-834); mentre del suo riconoscimento a re d’Italia da parte dei Bergamaschi, viene esibita la prova in un atto di permuta tra il vescovo Garibaldo (867-888) e il chierico Tagimpaldo (cfr. Codex, I, 892-892).
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La più grande rovina nella storia di Bergamo fu, a parere di molti, quella subita nell’894, per mano di Berengario e Arnolfo, figlio di Carlomanno, re dei Franchi orientali, che venne eletto re di Germania nell’887; nell’896, espugnata Roma, fu incoronato imperatore da papa Formoso. Bergamo era allora tenuta dal duca Ambrogio, che, parteggiando per Guido, duca di Spoleto, si dispose a difendere la città. Il modo feroce con cui il re tedesco la trattò, è la prova che i Bergamaschi, guidati da Ambrogio, pure di sangue bergamasco, con tutte le loro forze si opposero alla nuova conquista (cfr. Codex, I, 1028). Il Lupo descrive l’evento con estrema puntualità, desumendone gli sviluppi dalla documentazione agli atti. Con un poderoso esercito, Arnolfo, dalla Baviera discese verso l’Italia per la valle dell’Adige. Da Verona marciò alla volta di Brescia, vinta la quale, accompagnato da Berengario, si volse verso Bergamo. Quindi, dopo avere avuto Brescia, che gli si diede spontaneamente, e dopo di aver devastato il nostro territorio, uccidendone e imprigionandone gli abitanti, il 1 febbraio dell’894, Arnolfo era sotto le mura della città e aveva già occupato il castello di S. Vigilio, nonostante la strenua difesa del chierico Gotefrido, valoroso veronese, che fu preso, spogliato dei suoi beni e barbaramente massacrato, forse anche perché, essendo veronese, cioè di una terra in cui Berengario esercitava incontrollata la sua autorità regale, si considerava reo di gravissima ribellione. Infatti, con un decreto «Actum Bergomensi castello» lo stesso I febbraio 894 (cfr. Codex, I, 1017-1018), Arnolfo concedeva al clero della chiesa di S. Vincenzo tutti i beni di Gotefredo. Il Lupo commenta: «... cruentum utique et abominandum donum...». Evidentemente il gesto era volto a catturare la benevolenza del clero bergamasco, forse anche dietro suggerimento di amici e fautori di Berengario, indubbiamente esistenti anche nella nostra città. Nonostante l’occupazione di Arnolfo, Guido, Duca di Spoleto, ancora nell’aprile dello stesso anno, faceva donazione alla moglie Agertruda della regia corte Morula, in Borgo Palazzo (cfr. Codex, I, 1041-1042). Bergamo, invece, riconosceva re Berengario solo nell’898, come appare da atti di permuta, fatti dal vescovo Adalberto (894-929) figlio di Azzone da Carimalo, e che hanno in intestazione: «In nomine Domini, regnante dominus noster Berengarius rex hic Italia...» (cfr. Codex, I, 1077-1080).
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Quando Lamberto, figlio del già ricordato Guido, duca di Spoleto e dall’anno 892, re d’Italia e imperatore, che era stato associato all’impero dal padre nell’891, alla cui morte - 894 - si trovò come competitori appunto Arnolfo e Berengario e ebbe il sopravvento su quest’ultimo, anche Bergamo passò sotto il nuovo principe. Berengario, tuttavia, tornò tre anni dopo, assediò, prese e nuovamente saccheggiò la città. Il vescovo però, che era ancora Adalberto, coraggiosamente lo riprese non senza qualche buon effetto, tanto che alla successiva traslazione del corpo di S. Alessandro, il re fu presente in atteggiamento remissivo e, in riparazione dell’incendio della chiesa precedentemente perpetrato, concesse sempre al vescovo Adalberto la già nominata corte Morula e i proventi della fiera di S. Alessandro, come appare dall’atto di donazione, riprodotto dal Lupo, che di questi proventi lo stesso vescovo fece poi dono ai canonici della cattedrale di S. Vincenzo nel 908 (cfr. Codex, II, 61-62).
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Ancor più importante il diploma di Berengario che concede al vescovo Adalberto ed ai cittadini di Bergamo la riedificazione delle mura dopo l’incursione degli Ungari del 902 che le avevano atterrate, spianando porte e torri. Berengario ne concedeva la ricostruzione con il concorso del vescovo, dei cittadini e di coloro che si erano rifugiati in città; anzi concedeva di ricostruire torri e difesa dovunque si fosse ritenuto necessario dal vescovo e dai cittadini. Il documento è comunemente ritenuto di fondamentale importanza. Reca la data di Monza, il 26 giugno 903 ed è su pergamena di formato grande, ora conservata presso la Biblioteca Civica di Bergamo, con altre copie di epoca posteriore (cfr. Codex, II, 23 e ss.).
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I migliorati rapporti tra il dominatore e la città, si desumono anche dalla benevola concessione che lo stesso re fece al vescovo di riedificare in Pavia la casa che vi possedeva dall’epoca longobarda (cfr. Codex, II, 93-94).
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Essendo noto l’atteggiamento del conte di Bergamo Gisalberto nei confronti di Berengario, è facile supporre che venisse ben accettato anche il successivo dominio di Rodolfo II, re di Borgogna dalla morte (912) del padre, Rodolfo I, celebre, il figlio, per la sua pietà. Da lui, sempre il vescovo Adalberto, nel 923, ottenne un diploma che, confermando quello pre¬cedente di Berengario, concedeva di continuare e terminare la non ancora compiuta costruzione delle mura, delle torri e della parte alta della città (cfr. Codex, II, 125-126).
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Venuto in Italia nel 926 Ugo di Provenza, re d’Italia dal 924 al 947, Bergamo lo accolse favorevolmente e fu onorata dalla considerazione del nuovo sovrano per il vescovo Adalberto, e della elevazione che egli fece di Gisalberto, conte della città, alla dignità ben superiore di conte del sacro palazzo. Così pure Bergamo obbedì anche a Lotario, da Ugo associato nel regno ai primi di maggio del 931. Il Lupo ci da anche l’elenco delle carte d’archivio della cattedrale con i nomi di Ugo e di Lotario (cfr. Codex, II, 151-152).
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La documentazione che il Lupo puntualmente riporta serve anche a stabilire la complessa successione dei dominatori di Bergamo, così, ad esempio, un atto di vendita, fatto in Medolago nel 953, si intesta ancora con i nomi di Berengario e di Adalberto, e sempre Berengario e Adalberto sono indicati come re in carte bergamasche dal 954 al 957 (cfr. Codex, II, 223-224, 227, 228 e ss.). Tra l’aprile e il giugno del 957, Ottone ebbe nuovamente il dominio di Bergamo, il suo nome, infatti, compare in capo all’atto di acquisto di metà della torre esistente avanti la porta di Palosco, fatto da Attone, conte di Lecco (cfr. Codex, II, 239-240). Altri documenti del 962 attestano che in quell’anno Bergamo era soggetta a Ottone I imperatore e a suo figlio Ottone II re. Nello stesso anno e nel successivo, Ottone I assegnava al vescovo di Bergamo i beni già posseduti da Berengario e da sua moglie Villa, di Brembate Sotto, Caprino, Boltiere, Gorlago, Morengo e Albano (cfr. Codex, II, 273-274).
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Non è raro il caso in cui il Lupo metta in evidenza anche la dubbia attendibilità e quindi l’autenticità di documenti che presentino incongruenze o incertezze. È, ad esempio, il caso del diploma di incerta data, forse del 974, con il quale sarebbe stata concessa al vescovo di Bergamo la giurisdizione sopra Albano, Seriate e altre terre. Ne vengono rilevate tali e tante contraddizioni che la falsità dello scritto risulta evidente (cfr. Codex, II, 315 e ss.).
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Altro luogo in cui il Lupo prende apertamente posizione contro la comune credenza, dimostrandola infondata e insussistente è a proposito del titolo di cardinale che, secondo alcuni, il vescovo Adalberto (894-929), con apposito viaggio a Roma, avrebbe ottenuto, per le sue note virtù apostoliche, dal Pontefice (cfr. Codex, I, 1014).
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Vi trovano pure adeguata collocazione eventi e avvenimenti di eccezionale grandiosità, come l’accoglienza che Bergamo ha riservato ad Enrico II, il Santo, detto anche lo Zoppo, duca di Baviera, eletto re di Germania nel 1002 e coronato imperatore da papa Benedetto VIII. Gli furono riservati in città grandi onori e venne accolto dall’arcivescovo di Milano, Arnolfo II, il quale appunto qui in Bergamo gli prestò giuramento di fedeltà (cfr. Codex, II, 441). Il re, da parte sua, contraccambiò con gesti di particolare considerazione e benevolenza: si possono ricordare, in particolare, il diploma del 1013 con il quale restituiva ai canonici di S. Vincenzo alcune possessioni e le rendite di due mercati, di cui il vescovo li aveva spogliati (cfr. Codex, 455-456) e l’altro diploma dell’anno seguente 1014 con cui confermò al vescovo di Bergamo l’investitura della corte e del castello di Almenno, secondo la volontà del conte Attone di Lecco e di sua moglie Ferlinda (cfr. Codex, 469-470).
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Ad Enrico II successe Corrado II, il Salico che fu imperatore di Germania dal 1024 al 1039 e coronato re d’Italia a Milano dal grande arcivescovo Ariberto nel 1026. Il Lupo lo rivela presente in Bergamo nello stesso anno 1026 con un diploma in cui si confermano le immunità e i privilegi sul castello di Calcinate ai canonici di S. Vincenzo e in cui nell’incipit si legge: «[...] dum quodam tempore Pergameam civitatem et beati Vincenti martyris ecclesiam fiussemus ingressi...» (cfr. Codex, II, 527-528).
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Anche diverse consuetudini e prassi ricorrenti nel tempo cui afferiscono i documenti riportati, vengono opportunamente evidenziate, come nel diploma concesso al vescovo Ambrogio in Ravenna dallo stesso Corrado, in data, I maggio 1027, nel quale si confermano tutti i privilegi, i diritti e i possedimenti della Chiesa di Bergamo. Nel documento si fa, in particolare, menzione dell’esenzione dal fodro, dal mansionatico e dalla parata, che, secondo le più documentate verifiche, erano tre specie di tributi, corrispondenti ai tre ordini di cittadini: nobili, religiosi e plebei. I nobili pagavano il fodro (dal tedesco futher, che significa foraggio) e serviva per le spese sostenute dall’imperatore nei suoi viaggi in Italia. I religiosi pagavano il mansionatico per mantenere l’alloggiamento dei soldati nei presidi e per le altre Decorrenze dell’esercito. La parata, infine, era pagata dalla plebe per la manutenzione dei ponti, delle strade e dei manufatti pubblici; dal termine parata derivò, in seguito, paratici, che indica le tasse pagate nei secoli successivi dagli artigiani.
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I giacimenti minerari bergamaschi e la loro estrazione, come beni di notevole profitto, ricorrono di frequente negli atti riferiti, come nel diploma di Enrico III, il Nero, figlio e successore di Corrado II, imperatore di Germania dal 1039 al 1056, che dopo una guerra vittoriosa contro i Boemi e gli Ungheresi (1042-1043), venne in Italia e in un diploma del 1047, datato da Mantova, riconosce agli abitanti della Valle di Scalve il libero commercio del ferro che estraevano dai loro giacimenti (cfr. Codex, II, 621-622).
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La successione genealogica dei conti di Bergamo immediatamente prima e dopo il mille, è sempre stata di incerta scansione: il Lupo, entro certi limiti, ne chiarisce alcuni passaggi importanti; seguendone la traccia, si riesce a supporre che la città, dopo il conte Ambrogio, allontanato da Arnolfo, sia stata governata da quel Goffredo, duca del Friuli, che insieme a Maginfredo, si sarebbe divisa l’Alta Italia e avrebbe esteso la sua giurisdizione fino all’Adda. A lui sarebbe succeduto un Liutolfo, come si può congetturare dalle lettere “Liuto” che non senza difficoltà, si riescono a leggere su una carta corrosa del 925, relativa al conte Suppone (cfr. Codex, II, 115).
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Sempre in questo ambito si giunge a stabilire che il conte Arduino I (1019-1021), secondogenito di Gisalberto II, creato conte palatino nel 993, revocato da Ottone III, per aver favorito l’avo materno Arduino d’Ivrea, ma poi da Enrico II restituito nella dignità, il quale sposò Wilia o Giulia, figlia del conte Rodolfo, fu l’ultimo dei Gisalbertini conti di palazzo bergamaschi. A lui successe Arduino II, che nel 1026 teneva in Grumello un placito solenne per accertare la condizione giuridica di beni permutati dal vescovo di Bergamo con i canonici di S. Martino di Tours, i quali erano stati da Carlo Magno beneficiati di alcune proprietà in Valle Seriana, di Scalve e a Canonica al di qua dell’Oglio (cfr. Codex, II, 535-536).
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I Ghisalbertini, lasciata Bergamo, si ritirarono a Crema ove, unendosi a Cremona, tenevano adunanze e placiti, a riprova del radicale mutamento sopravvenuto nella giurisdizione del territorio bergamasco (cfr. Codex, II, 665-666).
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Attorno all’anno Mille, il potere dei vescovi a Bergamo andò estendendosi e consolidandosi: dal diploma di Berengario del 904, da quello di Corrado del 1027, a quello di Enrico III del 1041, risulta che aveva assunto i caratteri propri del regime feudale, dalla sua derivazione dall’imperatore, alla sua espressione in atti propri, che caratterizzano tutti i relativi documenti, riportati dal Lupo, tra i quali è di particolare importanza e significato la convenzione del 1068, con cui si regolavano i rapporti feudali tra gli abitanti di Calusco e i signori di quel castello, che probabilmente erano allora i monaci di S. Ambrogio di Milano, ai quali successero poi i canonici di S. Alessandro.
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I vari governi che si alternarono alla guida della città, vengono pure, direttamente o indirettamente indicati, togliendo al riguardo incertezze durate secoli. A titolo esemplificativo, si può ricordare che il Lupo cita anche un’operetta intitolata Breve recordationis de Ardicio de Aimonibus et de Alghisio de Gambara, in cui, sotto l’anno 1109, si narra che certo Alboino di Valcamonica, alla testa di una banda devastatrice, invase il territorio di Bergamo, e che ne fu poi scacciato da Ripaldo dei Capitani di Scalve, che era console di Bergamo; si può quindi dedurre che già nel 1109 la nostra città era retta da consoli (cfr. Codex, II, 863). Certo i consoli erano in funzione a Bergamo nel 1117, perché appunto in quell’anno essi fecero due donazioni ai monasteri della città (cfr. Codex, II, 891-892). Quanto al modo con cui i consoli venivano eletti, si può ritenere che fossero designati con le modalità in uso per l’elezione dei vescovi, la quale avveniva con la forma del doppio grado, così appare, infatti, dalle nomine dei vescovi Arnolfo, Ambrogio, Gregorio e Girardo di cui il Lupo ci conserva parzialmente gli atti (cfr. Codex, II, 701-702, 875-876, 977-978, 1067-1068). Non sempre, tuttavia, tali elezioni di vescovi e consoli avvenivano pacificamente, come, ad esempio, quando nel 1146, al vescovo Gregorio successe Gerardo, in cui le modalità seguite diedero luogo ad accese dispute (cfr. Codex, II, 1070).
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La vita religiosa di Bergamo e le relative consuetudini trovano, ovviamente, particolare attenzione e vengono, talora, descritte in ogni loro passaggio, sempre inserite nel contesto di usi e tradizioni cittadine. Un esempio è quello del vescovo Adalberto che, confermando le disposizioni dei suoi predecessori, concede le decime delle zone collinari, limitrofe alla città, da Borgo Canale a Lunguelo, da Valtesse a Sorisole e a Breno, al prevosto della chiesa di S. Alessandro, con l’onere di tenere lumi sempre accesi davanti alla confessione di S. Alessandro, che lui stesso aveva fatto erigere. Il documento è conservato nell’Archivio Capitolare di Bergamo, presso la Biblioteca Civica, in sei diverse copie. La sua autenticità non è, tuttavia, assolutamente certa: una copia del tempo di Enrico III (1039-1056) è firmata da notai che attestano d’aver sotto gli occhi il documento autentico, l’atto, però, vien fatto risalire agli anni di Ugo di Provenza e quindi sarebbe da collocarsi tra il 927 e il 929, anno di morte del vescovo (cfr. Codex, II, 171 e ss.).
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Le complesse vicissitudini di talune località bergamasche di singolare interesse storico e fondiario appaiono ricorrenti e sarebbe veramente arduo seguirne lo svolgimento in maniera continuativa, insieme ai correlati accadimenti; fra le tante, si segnalano le vicissitudini dello storico feudo di Almenno, spesso al centro di dispute e contese che diedero luogo ad una notevole produzioni di documenti ufficiali e officiosi, di singolare interesse non solo locale, distribuiti nel corso di diversi secoli.
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Anche in assenza di dati certi, per realtà ed avvenimenti di importanza storica, il Lupo avanza proposte consequenziali e logiche, tali da ben sopperire ai vuoti d’archivio. È noto, ad esempio, che manca l’atto con cui fu costituita la canonica di S. Alessandro, egli, tuttavia, mostra, con ragionevoli argomenti come non possa aver avuto origine che all’epoca del vescovo Recone, bergamasco, (938-953) e sottolinea che la prima memoria scritta di tale canonica si ha nella donazione di una masseria di Sabio ad essa fatta dal vescovo Odorico nel 954 (cfr. Codex, II, 230).
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La stessa data di morte del vescovo Ambrogio II, pure incerta e discussa, il Lupo la fissa al 20 settembre 1057, ponendola a conclusione di una vita esemplare, illustrata anche da opere di edificante erudizione, come un commento ai Salmi, che al tempo del canonico Benaglio, ancora esisteva presso i Francescani di S. Maria delle Grazie (cfr. Codex, II, 647 e ss.).
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La testimonianza del Lupo appare determinante anche in merito alla seconda visita che, in base ad una testimonianza di ser Francesco Pipino, pubblicata dal Muratori, il Barbarossa avrebbe fatta a Bergamo. Egli, non ne dubita e la colloca ai primi di maggio del 1185 (cfr. Codex, II, 1352). Gli storici a lui successivi, tra cui Bortolo Belotti, sono, invece del parere che tale secondo viaggio del Barbarossa a Bergamo sia avvenuto nel successivo 1186, e abbia avuto come scopo la riedificazione di Crema e la rassicurazione dei bergamaschi, forse scontenti e allarmati per le concessioni di molti possedi¬menti al di qua dell’Adda, fatte dall’imperatore ai milanesi.
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La forma, le dimensioni, gli annessi agli edifici, specie di quelli sacri, vengono spesso indicati con molta esattezza e ricchezza di dati, così, ad esempio, sappiamo che il vescovo Adalberto restaurò la chiesa di S. Vincenzo, danneggiata dai barbari invasori: nella narrazione, il tempio risulta, allora, di modeste proporzioni, con un portico sul fronte, e un semplice protiro, come tutte le chiese dell’epoca (cfr. Codex, II, 230).
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Più in generale, notevoli indicazioni sull’antica topografia cittadina sono, in particolare, contenute in un atto di permuta del 938 ad Adalberto, prevosto e arcidiacono dell’epoca, da parte del vescovo Recone (cfr. Codex, II, 195-196). A tal proposito è pure da richiamare il diploma in pergamena dell’anno 1041, conservato presso la Biblioteca Civica, con il quale Re Enrico III (che divenne imperatore solo nel 1046), da al vescovo di Bergamo conferma di tutti i privilegi già concessi da re e imperatori precedenti. Al vescovo sono riconosciuti i diritti sul Comitato, del quale vengono indicati gli estremi confini: Valtellina, Adda, Casalbuttano e Oglio (cfr. Codex, II, 609 e ss.).
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Le testimonianze del Codex si rivelano risolutive anche in questioni controverse da tempo, come nel caso dell’identificazione dell’autore di Pergamus, un poemetto di notevole interesse letterario, risalente al primo periodo comunale di Bergamo. La tradizione lo attribuiva a certo Muzio, segretario dell’imperatore Giustiniano. Il Muratori provò, invece, che l’autore non era un Muzio e stabilì che la composizione dell’opera era avvenuta attorno all’anno 1120; il Tiraboschi poi, ne identificò l’autore in quel Mosè bergamasco che fu interprete tra greci e latini nella conferenza tenutasi a Costantinopoli nei 1136. L’identificazione sicura dell’autore, tuttavia, si ebbe solo dalla documentazione prodotta dal Lupo, dalla quale si evince che il già indicato Mosè, scrivendo nell’anno 1130, da Costantinopoli al fratello Pietro, prevosto della cattedrale di S. Alessandro in Bergamo, narra le traversie della sua vita, manifesta il proposito di rientrare in patria per rivederlo, ma di esserne momentaneamente impedito da un incarico ricevuto dall’imperatore. Soggiunge che nel frattempo era stato colpito da due disgrazie: la morte del nipote Andrea, avvenuta in Tessalonica e un incendio che gli aveva distrutto molti testi, soprattutto in greco, raccolti con grandi sacrificio e di notevole valore (non meno di tre libre d’oro). Richiede, infine, l’aiuto di un giovane bergamasco per assolvere le molte incombenze di corte che gli sono affidate. Il Lupo avanza poi come data di composizione del discusso poemetto, l’anno 1110 circa, asserendo che l’autore, nell’esaltare l’amico Ambrogio dei Mozzi, eletto vescovo di Bergamo nel 1112, non accenna a questa sua dignità. Occorre, tuttavia, rilevare che il Lupo non identificò esattamente la famiglia di provenienza di Mosè, ritenendolo un Albani, mentre si trattava evidentemente di Mosè del Brolo (cfr. Codex, II, 949 e ss.).
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Il ricorso all’imperatore era frequente e anche per questioni, talvolta, puramente di principio, soprattutto in ambito ecclesiale: significativo a tal proposito il diploma di Lotario III (1125-1138) emesso nel dodicesimo anno del suo impero, in cui si accoglie la richiesta d’una rappresentanza dei canonici della basilica di S. Vincenzo e si conferma a quel capitolo e a quella chiesa, identificata come “matrice”, il mercato di S. Alessandro e i benefici in Calcinate, con le pertinenze e con la giurisdizione sopra questo stesso luogo e sugli abitanti di Sforzatica, aggiungendo severissimo divieto a chiunque di recar molestia a detto capitolo, ove il riflesso dell’accesa controversia in corso con l’altra basilica, quella di S. Alessandro, emerge evidente, (cfr. Codex, II, 993 e ss.). Quasi contemporaneamente, cioè nel 1130, i consoli di Milano confermavano una sentenza del vescovo di Bergamo, che riconosceva i diritti feudali dei canonici di S. Alessandro sul territorio di Calusco, specificandoli dettagliatamente (cfr. Codex, II, 945-946). Le controversie giurisdizionali fra le due cattedrali in Bergamo, ebbero, forse, il loro momento più aspro nel 1132, nel quale, a motivo della discussa precedenza fra i canonici delle due chiese, le cronache del tempo, parlano di violenti contrasti (cfr. Codex, II, 937-938, 939-940). Gli interventi pontifici intesi a placare gli animi e a stabilire giusti equilibri fra le prerogative delle due cattedrali, non si contano, tra quelli più autorevoli ed espliciti riportati dal Lupo, si possono citare: - La Bolla maggiore, redatta in scrittura beneventana e datata da Roma, in Laterano, 15 marzo 1101, con la quale Papa Pasquale II (1099-1118), scrivendo all’arciprete di S. Vincenzo di Bergamo e al capitolo intero, accetta sotto la sua protezione, possedimenti e diritti, presenti e futuri di tale chiesa (cfr. Codex, II, 829 e ss.). - La Bolla maggiore datata Roma, Laterano, I dicembre 1143, in cui Papa Celestino II (1143-1144), continuando l’opera del suo predecessore Innocenzo II (1130-1143), per comporre la controversia tra i canonici di S. Vincenzo e di S. Alessandro, si rivolge a questi ultimi e al loro prevosto Oberto, comunicando loro minuti particolari nei comportamenti ufficiali, come, ad esempio, in funzioni comuni, il prevosto di S. Alessandro avrà sempre il primo posto, le reliquie di S. Alessandro saranno portate da quattro sacerdoti, due di S. Alessandro, due di S. Vincenzo, ecc. (cfr. Codex, II, 1043 e ss.) Anche Federico Barbarossa (1121-1190), imperatore di Germania, che sempre mostrò per i bergamaschi qualche non comune benevolenza, nelle sue cinque storiche spedizioni in Italia per sottomettere i comuni lombardi, ebbe ripetutamente ad occuparsi della questione; in particolare, con un diploma emesso in Roncaglia il 23 novembre 1158, confermava i diritti dei canonici di S. Vincenzo e con un altro, emesso in Vercelli nel febbraio del successivo 1159, riconosceva quelli dei canonici di S. Alessandro (cfr. Codex, II, 1161-1162 e 1165-1166)
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Assai magnanimo appare il Barbarossa verso il vescovo di Bergamo Gerardo, il quale fu tra gli ecclesiastici che assistettero al suo matrimonio con Beatrice di Borgogna: nel diploma del 17 giugno 1156 gli confermò tutti i benefici in suo possesso, aggiungendone di nuovi (cfr. Codex, II, 1143-1144). Ciò premesso è comprensibile che nella lotta tra l’imperatore e la chie¬sa, il vescovo di Bergamo Gerardo, abbia patteggiato per l’antipapa Vittore V, e sia stato tra i pochi vescovi che lo approvarono in Pavia nel 1159. Con il vescovo, si schierò l’intera diocesi e il 29 dicembre 1160, Vittore V, come segno di riconoscenza, su istanza dell’arcidiacono Adelardo, inviava una bolla di protezione ai canonici di S. Vincenzo (cfr. Codex, II, 1179).
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Ciò non impedì a Bergamo di schierarsi con decisione nella Lega Lombarda delle venti città, contro il Barbarossa. Il Pupo, anzi ritiene che Bergamo sia stata tra le prime città che, ispirandosi all’esempio delle venete, pensassero a un accordo molto esteso e afferma come certo che la nostra città, con Brescia, Cremona, aderì alla Lega veronese sul finire del 1165 o l’inizio del 1166, per quanto non risulti chiaro se le due città lombarde abbiano scacciato i rettori tedeschi, proclamandosi libere, o si siano limitate a qualche agitazione o a segrete cospirazioni (cfr. Codex, II, 1217).
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Leggendo qua e là, non è raro il caso di imbattersi in episodi curiosi di vita quotidiana. È il caso, ad esempio, della contesa nata nel 1151 fra i canonici di S. Alessandro e i loro cucinieri, la quale si concluse con una precisa convenzione scritta, in cui era previsto che i cuochi erano tenuti a prestare il loro servizio in cucina, ma non erano più obbligati a cuocere anche il pane. I canonici dovevano fare le spese per quattro persone, le quali, in tempo di quaresima, avrebbero dovuto mondare le fave. Venivano poi stabilite le qualità e le quantità spettanti ai cuochi degli agnelli, capre, maiali e vacche, che essi dovevano scorticare per la cucina; facevano eccezioni le lepri donate ai canonici, delle quali ai cucinieri non spettava che la pelle (cfr. Codex, II, 1105-1106). Altro contratto pure riguardante le vettovaglie dei canonici bergamaschi è quello concluso nel 1172 con i decani e rappresentanti del comune di Zogno in virtù del quale questi si obbligavano a dare ogni anno al sacerdote officiante nella parrocchiale di S. Lorenzo, di giurisdizione del capitolo di S. Alessandro, uno staio di frumento per ogni fuoco e un denaro di antica moneta, e i canonici, a loro volta, si obbligavano a somministrare allo stesso prete un maggio di frumento in occasione della festa patronale di S. Lorenzo e uno di panico a S. Martino, oltre la decima del loro vino di Zogno (cfr. Codex, II, pp. 1193-1194).
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Pure singolare la disputa tra gli abitanti di Almè e i canonici della cattedrale di S. Alessandro, i quali per togliere a quei fedeli il diritto di battesimo nella locale chiesa di S. Michele, avevano fatto tregua e si erano accordati con quelli di S. Vincenzo. Il caso procurò una delle tante controversie di diritto canonico di cui tracima il Codex. La causa venne discussa a Bergamo, nel brolo vescovile, alla presenza del bergamasco e saggio vescovo Guala (1168-1186). I rappresentanti di Almè sostenevano il proprio diritto di battesimo in loco sia perché tale privilegio era stato ottenuto dai conti di Almè, sia perché essi ne usufruivano ab immemorabili. I canonici, invece, negavano il diritto di battesimo alla locale chiesa di S. Michele perché non era pieve, né poteva vantare alcun altro titolo di tal genere. Il vescovo avocò a sé la causa e, in considerazione del disagio che gli abitanti di quella località periferica avrebbero dovuto affrontare per il battesimo in cattedrale, concedette all’antica chiesa di S. Michele in Almè di battezzare, catechizzare, esorcizzare, con tutte quelle cerimonie e riti che spettavano all’amministrazione del battesimo, con il solo limite che tale privilegio fosse riservato ai soli abitanti del luogo. Né volle, tuttavia, scontentare i canonici e quindi stabilì che la chiesa di S. Michele in Almè fosse soggetta alla cattedrale di Bergamo e come segno di tale sudditanza, la obbligò a dare ogni anno, in perpetuo, dodici libre di cera, delle quali, otto dovevano spettare alla cattedrale di S. Vincenzo e quattro a S. Alessandro. I canonici, a loro volta, s’impegnavano a dare una qualche remunerazione ai due uomini che avrebbero portato la cera (cfr. Codex, II, 1281).
PROPOSTE DI INTEGRAZIONI ED AGGIUNTE AL CODEX DIPLOMATICUS Si deve alla preparazione, alla solerzia, alla sensibilità e allo spiccato senso critico e diplomatico del dotto canonico Giovanni Finazzi da Bottanuco, di poco posteriore al Lupo, una delle prime e più attente riletture e rifiniture del Codex. Le sue considerazioni, proposte e conclusioni sono esposte in volume di non molte pagine, ma di notevole interesse: Del / Codice Diplomatico Bergomense / Pubblicato in due volumi / Dal C. M. Lupo e dall’Ar. Ronchetti / e dei / Materiali che si avrebbero a compirlo / con un terzo volume / Memoria del Can. Giovanni Finazzi (Milano, presso la Società per la Pubblicazione degli Annali Universali delle Scienze e dell’Industria, nella Galleria De-Cristoforis, 1857) . Non risulta che finora sia stata scritto commento più approfondito alla maggiore opera del Lupo, della quale ne è, nell’insieme, il completamento, con l’auspicio ripetutamente espresso, di una doverosa prosecuzione nella pubblicazione dei documenti in esame, per ogni più utile conoscenza della realtà storica di Bergamo. Già in apertura di testo è possibile comprendere il tenore dell’opera: «Quando nel 1841, in una Memoria, che noi leggemmo nel patrio Ateneo, e che più tardi fu pubblicata per le stampe, Intorno agli antichi Scrittori delle cose di Bergamo, accennando alla pubblicazione del Codice Diplomatico, ideata ed eseguita con tanto applauso dal nostro celebre canonico Mario Lupo, non senza fondamento di buoni ragioni ci venne detto, come a noi pure alcuna cosa si richiedesse, di custodire cioè gelosamente, e di riparare, come meglio sappiamo, da ogni pericolo di rovina quanto ancora resta de’ genuini autografi di codesti diplomi ed istromenti. Perocché, o sieno essi per la stampa già fatti di pubblica ragione, giova pur sempre conservare gli autografi, non fosse altro per soddisfare alla erudita curiosità de’posteri, che ne fossero studiosi. Che se ancora, qual che ne sia il motivo, non furono pubblicati, è manifesta con quanta maggiore sollecitudine si debban guardare, perché al tutto non perdansene la memoria, e venga anzi tempo, se tanto giova sperare, che altri si accinga a porli pur finalmente nella pubblica luce. Imperocché, come è noto, il canonico Lupo non poté pubblicare che il primo volume del suo Codice, nel quale non sono scritture che passino oltre il secolo nono. Ne avea ben egli già in pronto per le stampe un altro volume, che sulla fine della sua vita affidò al suo valente discepolo il Ronchetti, perché lo pubblicasse, come fece poco appresso con ogni lodevole accuratezza. Ma anche questo secondo volume non arriva che verso la fine del dodicesimo secolo; mentre sappiamo pure di certo dalle parole del medesimo Lupo che egli avea allestito documenti anche pei secoli decimoterzo e decimoquarto, coi quali compiesi ad un dipresso l’opera del medio evo. [...]. E che veramente il giovane canonico Conte Camillo Agliardi si ponesse con lena a giovare ed a compiere i sudati lavori del Lupo, lo abbiamo anche da altro luogo, ove il leale maestro tributa al prediletto discepolo chiarissima lode: eruditissimo et carissimo sodali meo […].
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Postosi l’Agliardi con lena al lavoro, venne meno all’impresa, e i suoi manoscritti, dopo diverse vicissitudini, passarono sostanzialmente completi alla civica Biblioteca, ove si trova abbondante documentazione, che si riconosce parte di sua scrittura e parte dello stesso Lupo, dalla qual trasse il Ronchetti il materiale per sue pubblicazioni. Per cui prosegue il Finazzi:
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«Che se al bravo Agliardi mancò più presto, che non si avesse a temere, la lena di poter compiere tutto, che di lui si prometteva il Lupo, tantoché anche il secondo volume dello stesso Codice venne, come si è detto, raccomandato al Ronchetti; non è però a credere che molti brani degli incominciati lavori non rimanessero fra le sue carte. Certo che fra i manoscritti esistenti nella pubblica Biblioteca, ove passarono i libri del canonico Agliardi, trovansi parecchie scritture che si riconoscono parte di suo carattere e parte di quello del medesimo Lupo; le quali sicuramente dovettero appartenere ai sopradetti studi, e all’indicato compimento del sullodato Codice. Tali tra gli altri parrebbero da doversi tenere alcuni scartafacci e pieghi [...] Dai quali estratti il Ronchetti tolse in gran parte, come è facile rilevare dai confronti, i documenti per continuare le sue memorie storielle, dopo gli anni, in cui finisce il Codice Diplomatico. Oltre ai quali documenti però egli stesso il paziente Istoriografo poté trovarne alcuni altri, che, come ingenuamente dichiara nella Prefazione al secondo volume di esso Codice da lui dato alla luce, teneva in serbo per farli a tempo di comune diritto, compendiandoli se non altro nelle suddette sue Memorie storiche. [...] E forse (soggiungevamo nella sopradetta Memoria) chi cercasse fra le carte dello stesso Ronchetti con amorosa cura conservate dall’erede dei suoi libri, il sacerdote Luigi Fermi, si troveranno alcuni di questi documenti, che, aggiunti a quelli già raccolti dal Lupo e dall’Agliardi, potrebbero porgere a qualche valente amatore delle patrie cose conveniente materia, da poter porre quando che sia l’ultima mano all’opera poco men che perfetta del nostro Codice Diplomatico. Or, ciò che quindici anni fa credevamo di poter arrischiare per semplici congetture, possiamo ora formalmente asserire, che il colto e giudizioso erede delle carte, che furono del Lupo e del Ronchetti, ne seppe tenere quel conto che si meritavano, e a chi ebbe vaghezza di conoscerne il tenore non si rifiutò, gentile com’era, di venirle mostrando. E, se a noi pure per somma cortesia non tenne nulla nascosto di quel prezioso archivio, abbiamo potuto conoscere, che, oltre alle pergamene originali e copie autografe del Lupo e dell’Agliardi delle carte e diplomi, che hanno servito alla pubblicazione del primo e secondo volume del Codice Diplomatico, eranvi altre non poche originali pergamene o copie dello stesso Lupo o del Ronchetti o del Fermi medesimo, che amoroso di questi studi avea pur egli non volgare perizia di leggere così fatte scritture. Le quali ultime carte, tutte affatto inedite, cominciano appunto dove termina il secondo volume di esso Codice, e si riferiscono al secoli XIII, XIV e XV, a cui, giusta la mente dello stesso Lupo, avrebbe potuto estendersi un terzo volume, che venisse a compiere l’opera del nostro Codice Diplomatico. E poiché per il desiderio di pur conoscere quella preziosa suppellettile, di cui volentieri ci saremmo anche valuti, se o soli o con altri più valenti di noi avessimo come che sia potuto dar mano all’importante lavoro, prima che il Fermi ci mancasse, ci siamo messi più d’una volta a ripassar quelle carte, e ci venne fatto di poter raccogliere il contenuto delle principali: noi non credemmo di defraudarne i nostri concittadini, perché gli amatori di così fatti studi e delle patrie tradizioni facciano quanto è da loro, che non si lasci per avventura sperdere e dissipare questa dovizia di documenti per la nostra Storia, frutto di tanti onorati sudori, e la cui perdita sarebbe quasi irreparabile. Non è piccola infatti la raccolta di queste carte, come apparirà dall’elenco dei sommarii di esse che ne recheremo, se nove ne abbiamo riunite del decimoterzo secolo, ventiquattro del decimoquarto, trentasei del decimoquinto. La più parte delle quali sono affatto inedite o tutto al più citate in qualche piccolo frammento dal Ronchetti, quando gli occorse valersene, come egli stesso qui sopra accenna, nella compilazione delle sue Memorie storiche, secondoché verremo annotando con alcune postille che porremo a pie pagina delle singole carte che si riferiranno. Che se a queste carte e ad altre per avventura che tuttavia si potessero rinvenire nello stesso Archivio che fu del Fermi, si aggiungessero altre non poche, che, o in originale o copiate dal Lupo o dall’Agliardi, trovansi nell’Archivio capitolare o nella civica Biblioteca; se vi si potessero aggiungere delle altre, che dagli archivi dei nostri monasteri furono nei trambusti della rivoluzione francese accumulati nel comune Archivio detto di S. Fedele in Milano, ora specialmente che si provvede con alacrità e intelligenza a darvi quell’ordine che ne renda possibili le ricerche; se con più accurate indagini si facesse di aggiungervi ciò, che a questi anni si è potuto trovare negli Archivi di altre città nostre affini, che lo stesso Lupo non aveva ben potuto frugare, e che ora si sa contenere non poche di queste nostre carte, come per modo d’esempio non ha guari ci venia fatto credere dal chiarissimo Odorici e dal reverendissimo monsignor Dragoni dell’Archivio capitolare di Cremona; se per ultimo a tutte queste carte, di bolle, diplomi, istromenti, contratti, secondo la mente dello stesso Lupo, si aggiungessero altri più lunghi documenti, o civili come di Istrumenti di pace e vecchi Statuti, o ecclesiastici come di Calendarii e di Sinodi, che pur si appartengono a questi secoli, e che o in originale o in copie ed estratti preparati dallo stesso Lupo e dall’Agliardi potrebbero i più diligenti studiosi di queste Memorie rinvenire o nel civico Archivio o nel capitolare o nella pubblica Biblioteca: si avrebbe facilmente riunita una sì ricca e svariate suppellettile; da fornire più che abbastante materia per un terzo volume, che verrebbe lodevolmente a compiere l’opera del nostro Codice Diplomatico. E nella ferma fiducia che alcuni dei nostri si accingano di proposito alla bella impresa, secondo le nostre deboli forze abbiamo già tolto a darne qualche piccolo saggio, pubblicando non ha guari un nostro antico Sinodo tratto da un Codice Pergamene di Bartolomeo Ossa; come intenderemmo di pur pubblicare alcuni antichi Calendarii, de’ quali il Fermi appunto ci regalava copia autografa dello stesso Lupo, a questo oggetto da lui preparata perché gli servisse a tempo per la continuazione di esso Codice Diplomatico. E, poiché anche questo scritto non sia del tutto vuoto di qualche utile pubblicazioncella, ci piace cogliere l’occasione di qui produrre un brandello di un nostro antichissimo Statuto, che per caso ci venne a mano rovistando in un falcone di carte esistente nella pubblica Biblioteca, intitolato Notariorum excerpta, fatto appunto dal Lupo e dall’Agliardi per servire alla completa compilazione del Codice Diplomatico. Il brandello è di mano del canonico Agliardi, e precede i fogli, che hanno per titolo Memorie ed estratti dello Statuto vecchio; ed è uno strumento copiato non so da quale dei nostri antichi Notai, in cui viene prodotto un capitolo dello Stato vecchio della città di Bergamo, anteriore alle antiche Collezioni esistenti nella cancelleria della nostra città [...]”. Nell’ampia e articolata Postilla posta in calce all’elencazione dei documenti da lui riportati in numero di 56, alla successiva pagina 23 del suo commento al Codice, il Finazzi continua la sua interessante esposizione e disamina, asserendo: “[...] E primieramente abbiamo detto, che, chi volesse dar mano alla continuazione e compimento del nostro Codice Diplomatico, gli converrebbe innanzi tutto di frugare e conoscere l’Archivio capitolare. Né questo vogliamo intendersi per una semplice formalità, quasi che in detto Archivio non fosse più che a racimolare qualche nuovo documento sfuggito per avventura alle ricerche del nostro Archeologo, che ne trasse la massima parte dei materiali del primo e secondo volume del già pubblicato nostro Codice. Chi sa quanta ricchezza di documenti solesse adunarsi negli Archivi dei Capitoli cattedrali, a cui, secondo le norme dei canoni del pubblico diritto del medioevo, facea capo tanta parte del governo ecclesiastico e civile, comprenderà facilmente che così fatti depositi, ove non sieno stati spogliati o manomessi, devono naturalmente fornire doviziose miniere di sempre nuove materie e investigazioni. Il nostro poi, che fu dei più antichi, dei più numerosi, dei più ricchi e più privilegiati Capitoli: che fino all’epoca di Bonifacio VIII ebbe l’esclusivo diritto di nominare il Vescovo dio¬cesano, che fino agli ultimi rivolgimenti politici del prossimo passato secolo si mantenne nel pieno ed assoluto diritto di nominare e di investire i suoi membri, Dignitari, Canonici e cappellani; a cui i parroci non meno che i sacerdoti di tutte le chiese urbane giuravano come al Vescovo fedeltà e obbedienza; che di proprio diritto conferiva assai benefizi con alcune parrocchie della Diocesi; che aveva due Cattedrali fornite l’una e l’altra di Dignità e di buon numero di Canonici, che, riuniti poi nell’unica Cattedrale di S. Alessandro, presentavano l’imponente collegiata di 44 canonici; che avea per conseguenza possessi estesissimi e diritti di decime e di livelli per tutta la provincia, ed esenzioni e privilegi amplissimi di Papi e di Imperatori e per sé e per tutte le proprie cattedrali; senza il cui consenso ed intervento non poteva il Vescovo fare lunghe investiture, né alienare, né permutar benefìzi, né disporre dei beni di alcun luogo pio, né fare visita pastorale alla Diocesi, né adunare e tenere Sinodi diocesani: un tal Capitolo, ripetiamo, non poteva non fornire grande e diversa materia per un Archivio, che nelle sue carte e pergamene potesse stare a solenne documento di tutti questi diritti e privilegi. Solo avrebbe potuto sperdersi per non curanza; ma questo pure non doveva avvenire pel Capitolo della chiesa di Bergamo; poiché, costando esso, come sai è detto, delle due cattedrali di S. Vincenzo e di S. Alessandro, dovevano naturalmente i due Capitoli essere gelosissimi di conservare i documenti dei rispettivi diritti; e, anche dopo avvenuta l’unione nell’unico Capitolo di S. Alessandro, le stesse condizioni di reciproca riverenza e riguardo, con cui furon dettati i punti d’unione, dovevano contribuire al conservamento dei reciprochi documenti, perché all’una cattedrale non venisse mai fatto di sopraffar l’altra, ma l’una coll’altra affratellata si abbracciasse nella rispettosa concordia dei proprii particolari diritti e privilegi. Piuttosto era da temere che l’antico e ricco Archivio delle riunite cattedrali del Capitolo di Bergamo fosse messo a soqquadro e spogliato per sempre de’ suoi più rari e solenni documenti diplomatici, quando nei trambusti dei già accennati rivolgimenti, che finirono a sopprimere e spogliare d’ogni suo bene lo stesso Capitolo, uomini poco amici di vecchie ed ecclesiastiche tradizioni furono licenziati di porre liberamente le mani in quei depositi, che la religione degli avi guardava con occhio di venerazione. Ma tale infortunio non ebbe ad accadere, quale almeno si poteva presumere, al nostro Archivio capitolare. Perché, o fosse riverenza a quelle vecchie carte, che la prevalente autorità dell’insigne paleografo, che ci fu Ercole Mozzi, non che del dotto Primicerio canonico Antonio Adelasio, e del più illustre suo successore canonico Mario Lupo, aveva imparato a rispettare se non ad apprezzare; o fosse anche (che questo pure si può presumere) non curanza e quasi disprezzo, che gli uomini amanti di novità avessero di quel vecchiume di carte e di diplomi: il fatto si fu che le pergamene, che si custodivano nei bassi cancelli del vecchio Archivio, meno poche eccezioni di confusione o di disperdimento, si rimasero pressoché negli stessi rotoli, in cui le avvolgevano, come ci è dato di poter raccogliere, classificandole e annotandole, prima il già lodato Adelasio e appresso più accuratamente lo stesso Lupo; e coperte dalla loro polvere se ne passarono pressoché incolumi fino ai nostri tempi, nei quali, per la mutata condizione delle cose, e per la nuova direzione che presero gli studi di patria antichità, è sperabile che possano essere avute nella conveniente considerazione e gelosamente conservate, se non fosse anche dottamente illustrate e pubblicate. Ne duole di non poter qui dare l’elenco almeno delle più importanti di queste carte; ma oltreché il limite che ci siamo prescritti in questa scrittura non lo consentirebbe, ci sarebbe anche per ora di non lieve difficoltà il doverci porre a ripassare tutte codeste carte per poterne offrire comecché sia i sommi capi di ciò ch’esse recano di patrii documenti. Poiché, come abbiamo trovate ben custodite e conservate le stesse pergamene, non ci fu dato insino ad ora di trovar qualche elenco o descrizione delle medesime, che certo, come s’è accennato, ne dee aver fatto il Primicerio Adelasio, e più ancora il Lupo, quando, dietro l’esempio dell’Adelasio e colla direzione del Mozzi, frugò una ad una tutte queste carte, leggendole per intero, onde averne non solo gli argomenti ma ogni notizia ecclesiastica o civile, che allo scopo dell’ideato Codice potesse servire; dicendoci egli apertamente nella Prefazione ad esso Codice: Ut id praestare aliquando possem, eruditorum virorum, qui haec studia excoluerunt, exemplo permotus, antiquas chartas excribere et in meas inferre schedas decrevi, ut quodcumque opus esset, earum exempla in promtu haberem. E difatti da un foglietto volante, che noi trovavamo tra le carte riposte nel cassetto N, scritto come pare di mano del canonico Adelasio, si ha, che in questo stesso cancello si conservano tre libri contenenti l’Indice ossia Catalogo di tutte le carte esistenti nei fasci dei cancelli del primo piano a terra dell’Archivio medesimo, ove appunto eran riposte e si trovano pur ora tutte le pergamene. Ma di quest’Indice o Catalogo non ci fu fatto di averne traccia, massime perché il cancello N, dove è indicato che si conservasse, è uno dei pochi cancelli, che furono, per non so quali accidenti, più confusi e manomessi. Un compendio forse di quest’indice, o almeno un ristretto fatto al proprio uso, delle principali pergamene dell’Archivio capitolare aveva anche il Ronchetti, che, passato al Fermi, sappiamo tuttavia esistere fra le carte, che di lui ci sono rimaste, e che, venendo a mano di chi avesse agio di valersene per l’ispezione ed esame che volesse fare delle stesse pergamene, potrebbe porgere qualche ajuto, non fosse altro, per discernere fra i molti di minor rilievo i più importanti documenti del medesimo Archivio. Come di non leggiero ajuto a questo scopo di raccogliere le più importanti carte, che debbon fornire materia alla continuazione del Codice diplomatico, tornerà l’attenta considerazione delle Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo raccolte dallo stesso Ronchetti; dove a margine si trovano continuamente citati i documenti, colla indicazione dei luoghi ove si conservano, per chi gli volesse riscontrare. E sul conto dei documenti avuti dall’Archivio capitolare, che sono come è da credere, senza confronto i più numerosi, il Ronchetti, come il Lupo avea fatto nel primo volume del Codice, ed egli stesso coi materiali forniti dal Lupo avea continuato a fare nel secondo volume, pur seguita collo stesso tenore anche nelle sovralodate sue Memorie, citando i documenti secondo che erano nell’Archivio stesso distribuiti, e come anche al presente si possono, siccome è detto, vedere colla medesima segnatura di rotoli e cancelli. E, perché almeno in grosso si abbia il numero delle antiche carte e diplomi, che formano l’attuale ricchezza dell’Archivio capitolare, e da cui, come si è tratta la principale materia del primo e del secondo volume del nostro Codice, così s’avrebbe a trarre la massima parte del materiale di un terzo volume che lo compisse, accenneremo che tutto il vecchio Archivio, per ciò che riguarda diplomi e pergamene, risulta dei cancelli inferiori del primo e secondo piano, dalla lettera A fino alla lettera M. [...] da cui si potrebbero scegliere i documenti per la completa compilazione del desiderato volume. Ricca e forse insospettata suppellettile di documenti, che ben mostra come non sia sperabile di poter venire all’atto di compiere il Codice diplomatico della nostra Chiesa, senza rifarci ai fonti, da cui fu tratta la principale materia per incominciarlo. E sarebbe glorioso per l’attuale Capitolo, se, come fu primo a porsi all’opera, così potesse farsi innanzi a darvi l’ultima mano. Ma ad ogni modo avrà merito e diritto alla pubblica estimazione, se, come ha fatto finora, serberà geloso questa dovizia di patrii documenti, per affidarli a tempo a chi avrà data prova di sapersene degnamente valere all’uopo di compiere il desiderato volume del nostro Codice diplomatico. Né vuolsi dimenticare l’Archivio episcopale, che, come fornì al Lupo preziose carte per compilare il Codice dei primi secoli, può fornirne di egualmente preziose per continuarlo nei secoli susseguenti. Non bisogna però aspettarsi che l’Archivio episcopale presenti quella ricchezza di pergamene, di cui abbiam veduto fornito l’Archivio capitolare; poiché le cose riguardanti il possesso e l’amministrazione dei benefìzi o d’altri beni di chiesa o luoghi pii, non potendo il Vescovo, secondo il diritto canonico a quei tempi in pieno vigore, far nulla senza il Capitolo, anche gli atti doveasi mettere nell’Archivio capitolare; e così delle cose concernenti l’andamento e la disciplina dell’intera Diocesi, doveasi, secondo il decreto di Alessandro III, passato nel corpo del diritto canonico, farsi sempre e in tutto col consiglio e spesso anche col consenso del Capitolo, seguitava che tutti anche gli altri atti relativi dovessero pure riporsi nell’Archivio capitolare, che potea dirsi per questo lato ed era quasi comune ai Canonici, che erano membri di esso Capitolo ed al Vescovo, che ne era il capo. Però alcune carte poteano essere peculiarissime e di esclusiva importanza del Vescovo, come quelle riguardanti i suoi proprii privilegi, i suoi feudi, i suoi diritti di livelli, di decime, di miniere, nel che il Vescovo di Bergamo avea diritti e privilegi singolarissimi. Di che si vede che le carte di questo Archivio, comecché più scarse, non doveano essere di minor rilievo; e se vuolsi giudicare da quelle già pubblicate, ce ne doveano essere d’importantissime. E comunque sappiamo che il Lupo ne avea trascritto alcune delle principali anche dei secoli XIII e XVI, come abbiam potuto rilevare dagli autografi di esso Lupo, già notati fra le carte che il Ronchetti legava al Fermi; pure sarebbe stato un gran donno anche se ne fossero dissipati gli originali [...] Fra i quali diversi documenti sarebbe di speciale importanza il continuare la serie già incominciata dal Lupo di tutti gli atti di investiture, di compre, di vendite, di permute fatte dai Vescovi di Bergamo degli speciali diritti di miniere d’argento, che avevano in vari luoghi della provincia e massime nei monti di Ardesio e di Gromo. [...] La serie dei quali documenti, che, cominciata dall’XI, si continua per tutto il XIV e XV secolo, indica come, massime nel XII e XIII secolo, queste vene di argento fossero nelle nostre valli di ragguardevole considerazione; come già notava il Lupo, pubblicando le prime carte, che accennano a questi feudali diritti del Vescovo di Bergamo sullo scavo e lavoriero di queste preziose vene [...]. Ma, oltre alla non comune ricchezza di antiche pergamene, si può trovare nell’Archivio medesimo del Capitolo un’altra messe di antiche carte, che alla continuazione del Codice Diplomatico, massime per ciò che spetta i secoli XIII e XIV, posson moltissimo contribuire, che sono gli Atti e Imbreviature, come le dicono, de’ pubblici Notai [...]. Fra le carte, che dovrebbero necessariamente aver luogo nella continuazione del Codice Diplomatico, sono i Brevi e le Bolle, che per questi secoli molti Pontefici mandarono alla nostra Chiesa. Né al Lupo era sfuggito il pensiero di procurarsi copia di questi importantissimi documenti; ma, come avea avuti quelli che gli servissero pel primo e secondo volume, avea provveduto di averne anche per il terzo dei volumi, che verrebbe e compiere lo stesso Codice Diplomatico. E, come abbiamo da due lettere autografe, una del nostro abate Pier Antonio Serassi, l’altra del celebre monsignor Gaetano Marini avea fatto cercare, che cosa si potesse estrarre dagli Archivi segreti del Vaticano riferibile alla Chiesa di Bergamo, onde arricchirne le pagine del ben augurato suo Codice [...]. E colla lettera mandava al Lupo copia autentica delle infrascritte Bolle Pontificie, che si conservano fra gli scartafacci dello stesso Lupo, ora esistenti nella Civica Biblioteca [...]. Quanto alla messe, che si potrebbe cogliere negli Archivii dei nostri Monasteri, non avremo che a seguirne le tracce, che ci ha segnato il canonico Lupo, che, con molte carte e diplomi cavate dagli Archivii del Monastero di Astino, dell’Abbazia di Vall’Alta, e de’ Padri Predicatori, arricchì notevolmente il primo e secondo volume del Codice già pubblicato, accennando così qual corredo di utili documenti si potrebbe avere in questi stessi Archivii per la sua continuazione e compimento [...]. Né possiam qui dispensarci dall’accennare più avanti con qualche particolarità, come si trovino documenti importantissimi pel nostro Codice Diplomatico, e che si posson rinvenire negli Archivi Bresciani, per la più parte affatto inediti per non dir sconosciuti allo stesso solertissimo indagatore delle nostre cose il Canonico Mario Lupo. Poiché, come espressamente ci venia indicato dal chiarissimo Odorici con sue lettere del 18 e 22 settembre dello scorso anno, questi tra gli altri vi sono, che non saranno trovati di leggera importanza. [...]. Ma ci sarebbe sembrato di lasciare incompleta l’indicazione dei materiali, che si potrebbero riunire per la continuazione del nostro Codice Diplomatico, ove non avessimo fatto di rintracciare qualche notizia anche dagli Archivi di Venezia, che tenne sì lunga e sì parziale signoria di Bergamo. E per procurarcele pessimamente curate, ne scrivevamo al quel chiarissimo raccoglitore ed illustratore di antiche memorie il Cav. Emanuele Cicogna; il quale, non senza averne prima interpellato anche il chiar. Cav. Mulinelli e Prof. Foncard, ce ne riscriveva, col 10 del passato maggio, la dotta e gentile lettera, che qui pubblichiamo [...]. ATTESTAZIONI DI STIMA Il plauso che l’opera del Lupo ebbe, fu straordinario in qualità e quantità: gli pervennero innumerevoli messaggi di congratulazione e di ammirazione, i quali vanno ben oltre i comuni convenevoli di cortesia e di amicizia che abitualmente ricorrono in simili circostanze. Anche a questo proposito ci si limita alla citazione di alcuni più significativi esempi. a) In versi Ecco l’Eliso: qui di Lauro ornati Degli Orobj scrittor spirano i voti Nell’alma luce delle muse avvolti, Ombre illustri di saggi, ombre di vati. Ecco le dotte Albani, e le Brembati; Questi i Bernardi son facondi e colti: Veggo i Zanchi e i Fontana insieme accolti, Veggo i Maffei, veggo i divin Torquati. Ma questa ombra non è: Mario tu vivi. Qual Sibilla, qual Dio sull’onda avara Seco ti trasse oltre li stigi rivi? Que’ prischi genii t’impetrar tal gloria, Ch’eran bramosi di lor Patria cara Da un vivo udir la più remota storia. Lorenzo Mascheroni Il sonetto venne letto nell’Accademia degli Eccitati, che aveva sede presso il convento dei padri agostiniani e della quale lo stesso Lupo era stato uno degli animatori più attivi, in occasione della collocazione in sede di un suo ritratto, commissionato appositamente con delibera del 17gennaio 1785.
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Signor, che di tua Patria il grido estolli Con sì degne del cedro elette carte, E dell’atre tenèbre ond’eran sparte Le vetuste sue glorie, il vel ne tolli; Godi pur nel veder spiranti e molli Bronzi e marmi a tua lode; e plauso forte D’Europa tutta ogni più colta parte, Non che questi a te grati orobici colli. Non isdegnar però tra gli onor tuoi, Se di mia man sulla vicina sponda Volli un tenero allor sacrarti anch’io. Segnato ei del tuo Nome i rami suoi Metterà altero, il bacierà seconda L’aura a’ miei voti, e nudrirallo il rio. Paolina Suardo Grismondi - Lesbia Cidonia Sonetto composto a seguito della pubblicazione del Codex, in occasione della presentazione in Bergamo del primo volume.
b) In prosa Illustrissimo Sig. Sig. e Padron Colendissimo Non ho voluto portare a V. S. Illustrissima i miei più devoti ringraziamenti, che ora sen vengo pel dono del suo libro, senza averlo prima letto; né ho potuto leggerlo, se non dappoiché mi son portato alla villeggiatura. Vengo ora a lei, e dico aver ella preso a trattare uno dei più scabrosi argomenti che s’abbia l’ecclesiastica erudizione, e intorno al quale tanti han già faticato, ma con restar tutti in fine nelle tenebre. Ho osservato aver ella messo in chiaro tutti i suoi gruppi, e tutti i mezzi adoperati fin qui per iscioglierli, contenendosi poi, con molta modestia, e riducendo lo scioglimento a quel che può sembrare il men lontano dal vero, ossia il più verisimile. Ingegnosa m’è sembrata la proposta differenza delle ferie, che pare non improbabile per la diversità dei passi. Ma sopra tutto, quel che ho ammirato in lei si è la giudiziosa sua critica in tanti e tanti luoghi adoperata, e col dovuto rispetto nell’esame di varie sentenze di molti autori anche dei più accreditati. Questa è la pietra del paragone degl’ ingegni sodi. E per cui specialmente mi rallegro con lei. E pur questo è poco, perché quel che più è a stimare, consiste nell’essere ella giunta in età sì giovane a formare un’opera, che uno dei più veterani nel mestiere si potrebbe gloriare d’aver composta colla giunta di un purgato stile, e coll’aver consultato chiunque mai ha trattato di tali materie, e con altre lodevoli scappate fuori dall’argomento stesso. La conclusione dunque si è, che io sommamente mi congratulo con lei per l’insigne profitto da lei fatto nella scuola di Roma, e passo a dire, che ella renderà gran conto a Dio e al Pubblico, se non continuerà ad esercitare il felice suo talento, e a produrre altri frutti per onor suo, e dell’Italia . Potrebbe esser che Bergamo non somministrasse a lei quella gran copia di libri, de’ quali cotanto abbonda la gran città di Roma. Tuttavia sapendo io fin dove sia arrivato il bel genio del tenente generale signor conte Borselli, con aver egli a quest’ora messa insieme una ragguardevol Biblioteca, non veggo che a lei possano mancare gli ajuti necessarii per seguitare il viaggio nel paese della letteratura. Resta ora, che avendo V. S. Illustrissima per somma sua gentilezza dato a conoscere a me la riverita sua persona, e il suo ingegno, mi conservi anche in avvenire quel benigno amore, di cui mi ha fatto degno, assicurandola, che finché avrò vita, non verrà meno in me la vera stima che ho concepito di lei, e il singolare ossequio, con cui passo a protestarmi. Di V. S. Illustrissima - Devotissimo ed obbligatissimo servitore Lodovico Antonio Muratori Il Lupo aveva conosciuto personalmente il Muratori allorché, lasciata Roma, nel viaggio di ritorno a Bergamo, volle appositamente fermarsi a Modena per incontrarlo: nacque tra i due una immediata stima e amicizia, destinata a durare nel tempo, che trova riscontro nella abbondante corrispondenza intercorsa poi, lungo gli anni, fra i due abati. Rientrato a Bergamo il giovane studioso, in segno di devozione e gratitudine, immediatamente inviò al Muratori i suoi primi studi romani sull’anno di nascita e di morte di Cristo e ne ricevette la lettera sopra riportata. L’incontro suscitò nel Lupo un singolare fervore per quell’arte diplomatica e per le antichità del Medioevo, che diverranno poi la sua grande passione di ricercatore e di erudito. Particolare interesse, ad esempio, nel Muratori suscitò la copia delle iscrizioni di Bergamo, antiche e recenti, che il Lupo gli fece pervenire: in data 22 dicembre 1745, gli rispose, infatti: “Oggi per cura del gentilissimo P. Benaglio ho ricevuto copia delle iscrizioni Bergomati così leggiadramente fatta, che ho dubitato un pezzo se siano stampate [ ...] Io mi protesto infinitamente tenuto alla bontà di V. S. Illustrissima per questo a me carissimo dono, e desidero l’occasione di farne merito a lei presso il pubblico. Ho intanto ravvisato anche in questo il di lei bel genio: laonde sempre più spero, che ella, ritornato al riposo della Patria, non lascerà in riposo l’ingegno suo, cercando qualche nuovo argomento, che accresca l’onore del nome suo.” “ [...] Per mezzo del signor abbate Serassi d’ordine di V.S. Illustrissima ho ricevuto il Codice Diplomatico della Città e della Chiesa della nostra Patria raccolto e corredato di notizie singolari ed interessanti non solo la storia particolare della medesima, ma quella d’Italia, lo che gli accresce pregio e merito. Mi rallegro seco e godo vedendo onorata la comune detta nostra Patria in questa età da parecchi valenti uomini quali sono Tiraboschi, Serassi, V.S. Illustrissima, a cui si deve l’obbligazione d’aver tratti a luce tanti rari monumenti di tempi medii lasciati sepolti fino a questo giorno, i quali sarebbero rimasti più lungamente negletti ed avrebbero forse sofferto danno dai tempi futuri, se non gli avesse posti in salvo l’adiutrice e dotta sua mano. Mi congratulo con il reverendissimo Capitolo perché si conosceranno i meriti, i pregi e le prerogative di cui fanno testimonianza i documenti in detto codice raccolti. La supplico di rassegnare il mio ossequio al medesimo, e compir con esso in nome mio un dovere di stima verso questo illustre corpo [...] Card. Francesco Carrara In occasione della morte del canonico Primicerio, lo stesso cardinale, in data 21 novembre 1789, scrive al Ronchetti, che gli aveva trasmesso la luttuosa notizia: “A niuno de’ nostri concittadini può dispiacere più che a me la morte del fu monsignor Mario Lupo Primicerio della Cattedrale, perché niuno può aver avuta più stima del suo merito, della sua dottrina, e dell’ottimo ed affettuoso suo cuore. Della sua scienza nelle materie ecclesiastiche, oltre quanto congetturo ch’abbia lasciato inedito, preparato per la stampa, saranno sempre presso la posterità due gloriosi monumenti la dissertazione de Anno natali et emortuali Christi, pubblicata nella sua età giovanile, ed il cronico della Chiesa e Diocesi nostra, in cui concorrono del pari, e la diligenza, giudizio critico, ed instancabile industria nel disseppellire documenti antichi ignoti, e nel discifrare le forme de’ caratteri senza la consumata perizia inestricabili, ed inintelligibili. Del suo cuore poi nato fatto per diffondere in altri gli affetti, quanti l’hanno conosciuto e trattato, ne devono esser testimoni, ed io lo devo esser, perché lontano e vicino l’ho provato affettuoso e benefico. La sua saviezza, e i suoi sentimenti corrispondenti al carattere e dignità ecclesiastica corrispondevano alla sua condizione, e mirabilmente questa a quelli dava risalto. Se a Dio è piaciuto di richiamarlo a sé e toglierlo a noi, dobbiamo venerare gli adorabili suoi giudizii, e consolarci per la giusta fiducia, che sia passato a godere il frutto dell’ecclesiastiche e benemerite sue fatiche, delle quali resterà indelebile la memoria. Io vivamente penetrato della premura da lui avuta negli ultimi periodi, quasi codicillo della tenera nostra amicizia, mai non mi dimenticherò all’altare di lui, e non cesserò infin che viva di umilmente supplicare il Signore che si degni di riceverlo nell’eterna Beatitudine, sicuro che là giunto non mancherà d’intercedermi la grazia di raggiungerlo, e seco eternamente convivere felice in Dio. Quest’è quella consolazione, che può sola temperare l’amarezza della perdita che giornalmente dobbiamo andar tollerando per la condizione umana de’ nostri amici. Io poi rendo grazie sincere [...] ”.