Gabriele Medolago. Biografia del Canonico Mario Lupo - il Codex Diplomaticus

Da EFL - Società Storica Lombarda.
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Vedi anche:

Parte 1ª Biografia del Canonico Mario Lupo

Parte 2ª Gli ultimi anni e la morte

Parte 3ª Incarichi e onori

Parte 4ª Incarichi vari

Parte 5ª Opere

Parte 6ª Opere: la genealogia Suardi

Parte 7ª Genealogie e biografie

Parte 8ª Vita di Detesalvo Lupi

Parte 9ª Scritti vari

Parte 10ª Studi di storia bergamasca

Parte 11ª Epistolario

Parte 13ª Il Codex Diplomaticus, Critiche e onori

Parte 14ª Il Codex Diplomaticus, Secondo Volume


GABRIELE MEDOLAGO, Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 256-260:


Il Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiæ Bergomatis

L’opera principale e più nota del Lupi è certamente il Codice diplomatico, l’idea del quale gli venne sin dai primi momenti in cui mise piede nell’Archivio capitolare e per la cui realizzazione si recò anche nelle città vicine per trovare documenti.

L’abate Volpi nel 1761 dice che tutti desideravano e speravano di vedere presto alla luce il Codice, che certo sarebbe stato di lustro all’autore ed a Bergamo. L’attesa per quest’opera era infatti grande ed il Lupi era da più parti sollecitato a portarla a termine ed a pubblicarla, come fece ad esempio l’abate Tiraboschi in una lettera del 16 luglio 1766.

Il 22 aprile 1775 il Capitolo, ritenendo che l’Index diplomaticus Bergomatis Ecclesiæ, al quale il Lupi lavorava da molti anni, ma che per l’infermità e per l’età non era ancora riuscito a condurre a termine, potesse essere di grande beneficio per la cattedrale, per permettergli di condurlo a termine, oltre che per riconoscere in certo modo le sue benemerenze, decise all’unanimità che mentre era impegnato in questo lavoro, che rientrava nelle sue competenze di archivista, fosse ritenuto presente in coro anche se assente, con la possibilità di lucrare delle distribuzioni. Ultimati alcuni affari e godendo infine di buona salute, a parte la sordità, il Lupi riprese i suoi studi per terminare l’opera. Ottenne alcuni documenti dai registri dei Pontefici romani, grazie al cugino Abate Benaglio. Quando il primo volume dell’opera si poteva dir pronto ed era già in procinto di farlo copiare per darlo finalmente alle stampe, gli venne l’idea di farlo precedere da un Prodromo storico-critico dal declino dell’Impero Romano verso l’anno 400 sino al secolo VIII in cui iniziavano i documenti bergamaschi. Questo lavoro durò quattro anni, nei quali egli compose lo squarcio di storia bergamasca, che precede il Codice, in classica forma latina, trattando della provincia veneta di cui Bergamo era parte, dei suoi confini, dell’origine della Chiesa e del nome della città, delle invasioni barbariche ed in particolar modo dei longobardi e delle loro istituzioni in rapporto a Bergamo, fino alla morte di Cuniberto. Poiché durante questo lungo lavoro gli si presentarono alcuni punti e momenti di storia bergamasca degni di particolare trattazione, li approfondì in sei dissertazioni. Mise molta cura anche nello stabilire le vere lezioni, le date e gli errori cronologici, spiegando spesso e chiarendo epoche e date che prima erano state oggetto di controversia fra gli storici.

Solo nell’anno 1782 si mise infine a sistemare il primo tomo ed a riempire i vuoti che aveva lasciati qua e là nei commenti ai documenti.

In alcune parti del codice vi sono elementi per la datazione della stesura delle singole parti [1619].

La struttura dell’opera ricorda le Antiquitates del Muratori. Il Lupi scelse la disposizione cronologica. Nella prefazione al primo volume dice di prevedere due volumi sino al XIII secolo. Inizia con il prodromo composto da sedici capitoli, vi sono poi sei dissertazioni e trentadue animadversioni su alcuni punti essenziali per la comprensione dell’opera. Ciascun documento è accompagnato da note che ne illustrano il significato e l’importanza e spesso cancellano favole e leggende o risolvono questioni annose e di fondamentale importanza.

L’opera destò subito grande interesse e ad esempio il conte Giacomo Carrara scrisse alcune memorie relative ad affermazioni contestate del Lupi.

Fu per molto tempo e per molti l’unica fonte dalla quale si potevano conoscere le antiche pergamene bergamasche, sia per la non accessibilità dell’Archivio capitolare per lungo tempo, sia perché molti non sapevano decifrare le antiche scritture ed essa le rendeva disponibili anche per chi non avesse un’adeguata preparazione paleografica. Questo indiscusso primato rimase a lungo, infatti i documenti sino all’anno 1000 vennero riediti solamente con la pubblicazione avvenuta a Torino nel 1873 del “Codex Diplomaticus Langobardiæ”, XIII della collana “Historiæ Patriæ Monumenta”, e nuovamente nel 1988, quando furono date alle stampe le carte altomedioevali bergamasche degli anni 740-1000; seguirono poi edizioni di quelle del periodo dal 1002 al 1058 nel 1995 e dal 1059 al 110 nel 2000, purtroppo però omettendo quelle bergamasche, ma non più conservate in Archivi bergamaschi. Per le pergamene successive sovente si fa ancora ricorso all’opera del Lupi ed il Codex è comunque ancora molto utilizzato per le intelligenti note ed animadversioni che vi si trovano.

All’inizio degli anni ‘80 del XX secolo si pensò di realizzare, in occasione del secondo centenario della pubblicazione del primo volume del Codex, un indice toponomastico degli atti riportati nel Codex per integrare quanto scritto dal Mazzi nella Corografia bergomense del 1880 e per estendere il lavoro di questi all’XI ed a gran parte del XII secolo, ma a causa di inesattezze e lacune presenti nel Codex, che rimane però un’opera fondamentale, si abbandonò il progetto iniziale e si ricorse anche ad altre fonti e ad un riscontro paleografico sulle pergamene originali.


La pubblicazione del primo volume

Il Lupi concluse il primo volume nel 1782 e cominciò a farlo trascrivere, in gran parte aiutato in questo dagli abati Don Giuseppe Bottagisi e Don Giuseppe Valoti [1624], e si preoccupò molto di rivedere le copie e cambiare varie cose, mandando una parte dell’opera da rivedere anche a Venezia In ottobre contrattò la stampa con Vincenzo Antoine che aveva sede dal 1776 nella contrada di Prato numero 1058, l’attuale via XX settembre 50, e bottega in piazza Vecchia all’angolo con via Colleoni. La stampa cominciò nel 1783 e proseguì nel 1784.

L’opera ebbe l’approvazione di Fra Serafino Bonaldi, inquisitore generale di Bergamo, e di Andrea Quarini, Nicolò Barbarigo ed Alvise Contarini, riformatori dello Studio di Padova, l’11 dicembre 1782, dopo che ebbero visto l’approvazione dell’inquisitore, e ne fu prescritta la consegna alle pubbliche biblioteche di Venezia e Padova.

Il Lupi ordinò vari disegni su rame per il frontespizio ed il principio dei libri in cui il codice era diviso ed alcune lettere iniziali che furono realizzati dal pittore Vincenzo Angelo Orelli (1751-1813) e furono mandati a Milano ad incidere su rame da Domenico Cagnoni (..1754-1797) insieme con i disegni iconografici delle due antichissime Chiese di Santa Giulia di Bonate e di San Tomè d’Almenno, fatti dagli architetti Luca (1720 ca - 1791) [1629] e Giovanni Francesco Luchini (1755-1826) [1630]. Altri disegni di testate furono realizzati da Domenico Cagnoni, Aspar, pseudonimo di Domenico Aspari e dal milanese Gerolamo Cattaneo.

Il Lupi fu assistito nella stampa da Don Locatelli Zuccala, allora teologo episcopale ed arciprete di Lallio (1789-1796) e poi prevosto di Sant’Alessandro in Colonna (1796-1825), e da Don Valoti e rivide egli stesso con diligenza tutti i fogli.

Il 10 maggio 1783 il Serassi gli scrisse a proposito di documenti che gli avrebbe inviato da Roma e si rallegrò di aver saputo che era iniziata la stampa del Codex.

Nel 1784 per accelerare la stampa fece venire da Parma (probabilmente dalla stamperia Bodoniana) spendendo 2˙000 lire alcuni bei caratteri e finalmente nell’agosto la stampa terminò [1634].

Nel Capitolo del 22 giugno, dopo aver letto un libello nel quale il Lupi chiedeva di poter intitolare la propria opera “Codex Diplomaticus Civitatis, & Ecclesiæ Bergomatis”, molti Canonici attestarono che si trattava di un’opera valida e frutto di gran lavoro. Il Capitolo diede il permesso e decise di nominare due deputati per ringraziarlo e vennero scelti l’arcidiacono Marco Celio Passi (-1829) ed il prevosto Ulisse Caleppio (1716-1801).

Poco prima che l’edizione fosse terminata fu stampato un prospetto dell’opera, probabilmente quello che oggi chiameremmo uno specimen, che fu spedito in varie parti secondo di consueto. L’opera costò all’autore, oltre la fatica, la spesa di quasi 9˙000 lire, per quei tempi oltremodo rilevante, ma riuscì bella ed abbastanza corretta e riscosse la comune approvazione e, benché egli fosse di diverso parere, scrive il Ronchetti, ne furono stampate 500 copie, oltre ad alcune in carta reale. Il 31 luglio 1784 l’abate Serassi si rallegrò fosse vicina l’uscita dell’opera, della quale aveva ricevuto il prospetto stampato e disse di averlo dato ai migliori librai ed a monsignor Borgia che l’avrebbe spedito a monsignor Garampi nunzio a Vienna e bibliomane [1637]. Il Tiraboschi in una lettera al Lupi del 18 agosto si dice felice che questi gli avesse comunicato con lettera del 9 che si stava pubblicando il primo tomo del Codex.

La lettera dedicatoria ai presuli e Canonici della Chiesa di Bergamo è datata 23 agosto 1784.

Il volume si presenta in elegante formato in folio di 425x265 millimetri, con segnatura tipografica: [*]4, a-d4, A-Aaaa4 e paginazione: [4 pag.], I-XXXII pag., [2 pag.], 1-1096 col, 2 pag. con il testo su due colonne, alcune aggiunte alle colonne 1093-1096 ed un’errata corrige. Fu intitolata: CODEX | DIPLOMATICUS | CIVITATIS, ET ECCLESIÆ BERGOMATIS | A CANONICO | MARIO LUPO | EJUSDEM ECCLESIÆ PRIMICERIO | DIGESTUS NOTIS, ET ANIMADVERSIONIBUS ILLUSTRATUS; | VOLUMEN PRIMUM. | PRÆCEDIT | PRODRUMUS HISTORICO-CRITICUS | DE REBUS BERGOMATIUM | A DECLINATIONE ROMANI IMPERII | AD SÆCULUM OCTAVUM. | BERGOMI MDCCLXXXIV. | EX TYPOGRAPHIA VINCENTII ANTOINE | SUPERIORUM PERMISSU.

L’opera è impreziosita dalle pregevoli incisioni su rame fatte realizzare appositamente dal Lupi [1640].

Il frontespizio è ornato da una vignetta a bulino 11.4x19.5 cm, disegnata dall’Orelli ed incisa da Domenico Cagnoni, raffigurante il Lupi in abiti da antico scrittore, con ai piedi alcune lapidi, che consegna alla Città di Bergamo (od all’Italia turrita) un fascio di pergamene e diplomi su di uno sfondo di paesaggio con sulla destra una città murata ed in altro un cartiglio con il motto tratto dalle opere di Ennio (Scipio I, 13) NAMQUE TIBI MONUMENTA MEI PEPERERE LABORES. Enius.

Vi sono poi alcune tavole, di 435x530 mm, disegnate da Giovanni Francesco Luchini ed incise dal Cattaneo:

Tavola I Iconographia, et rudera, que ab una parte supersunt Templi S. Iuliæ de Bonate col. 204

Tavola II Prospectus interior ed exterior Nobilioris partis Templi S. Iuliæ col. 204

Tavola III Prospectus Ecclesiæ S. Tomæ a Latere Septentrionali, col. 209 (Sullo stesso foglio della seguente, in alto) Tavola IV Diagramma partis, et ruderum, quæ extant Pontis Leminis et ejusdem Iconographia, col. 208 (Sullo stesso foglio della precedente, in basso)

Tavola V Iconographia Templi S. Tomæ de Lemine col. 209

Tavola VI Iconographia Templi interioris S. Tomæ col. 209

Una tavola non numerata, con riproduzione di papiri, senza titolo, disegnatore ed incisore, col. 405

Interessanti sono anche le iniziali figurate (dedicatoria a pag. V, prefazione pag. I, col. 1-2, 369, 633) ed in particolare le testate:

una con Sant’Alessandro, incisa dal Cattaneo (pag. V)

una alla prefazione pag. I con angioletti che giocano con pergamene, diplomi e sigilli disegnata ed incisa da Aspar

col. 1-2 Prodromi, bulino 13.2x20.2 cm Incontro fra Aureolo ed il messo dell’imperatore Gallieno sull’Adda nel III secolo

col. 369-370 Libro primo, bulino 13.1x20 Rotari Duca di Bergamo si proclama re con il consenso degli altri duchi nel 700

col. 633-634 Libro secondo, bulino 13.2x20 le truppe di Arnolfo penetrano in Bergamo per una breccia nelle mura, nonostante la strenua difesa dei cittadini nell’894

Le ultime tre furono disegnate dall’Orelli ed incise dal Cagnoni.

Interessante è poi un ricco finalino da questi disegnato ed inciso (col. 631-632).

Vi sono poi riproduzioni di caratteri, monogrammi, sigilli.

Il Ronchetti ricorda che da alcune note di un libro di cassa risultava che il Lupi aveva regalato un buon numero di copie, cioè da 70 e più, a vari letterati ed amici e a chi lo aveva in qualche modo aiutato. Ne furono poi spedite a Roma, a Milano, a Venezia, in Francia, in Germania.

In una lettera al Tiraboschi del 24 settembre il Lupi scrive che nel primo incontro che avrebbero avuto gli avrebbe fatto avere il primo tomo del Codice finalmente uscito, lo ringrazia per quanto ha fatto per il Codice e per aver con lettera del 18 agosto detto che l’avrebbe accreditato presso i letterati e per i saluti da parte del Canonico Mozzi che a Bologna aveva parlato con eruditi del Codice, esprime la speranza di venderne qualche esemplare colà e dice che a questo scopo ne saranno mandate 6 od 8 copie ad un libraio, dice che il prezzo del tomo sciolto era fissato a Bergamo in 33 paoli, compresa la provvisione del 10% al libraio. Lo prega di segnalare qualche “massiccio errore”, benché non abbia avuto la temerarietà di pubblicarlo senza farlo esaminare a più d’uno, pur non avendo trovato in città nessuno pienamente versato a cui affidarsi. Si compiace per l’uscita dei due tomi dell’opera del Tiraboschi sul Monastero di Nonantola dove spera di trovare cose interessanti di cronologia e diplomatica, visto che di Bergamo non si trovava nulla [1642].

Il Tiraboschi in una lettera al Lupi 24 novembre disse che solo il venerdì precedente sulla via di Parma aveva avuto la copia del Codice inviatagli con una lettera il 24 settembre, l’aveva subito fatta legare e, riavutala dal legatore domenica, nei giorni successivi l’aveva scorsa tutta e letta qua e la. Lodò moltissimo l’opera e si rallegra che l’Agliardi, come scritto nel Codex, si fosse applicato agli studi diplomatici sotto la guida del Lupi. Aggiunse che la carta topografica del Bergamasco promessa nel testo mancava nella copia inviatagli e chiese di inviargliela, nel caso in cui fosse stata effettivamente realizzata. Lo esortò poi nuovamente a concludere l’opera con il secondo.

Il 6 dicembre il Lupi rispose che avrebbe voluto fargli avere il libro per i primi di ottobre per mano dell’abate Placido Soldati ed aggiunse che quando si stampavano le pagine nelle quali parlava della carta topografica sperava ancora che essa potesse essere pronta entro la conclusione della stampa, ma la difficoltà di identificare i nomi ed il fatto che il finirla non dipendeva da lui non avevano permesso fosse allegata al Codex, pensava però di inserirla nel secondo tomo. Questa carta purtroppo non fu poi realizzata.

Nonostante le molte critiche positive la vendita del libro andò a rilento, come appare anche da una lettera del Serassi del 19 marzo 1785.

L’abate Giovanni Battista Schioppalalba in una lettera al Lupi scrisse che Quanto alla scarsezza dello spaccio del primo Tomo conveniva pazientare un disastro che è comune alle più insigni opere che a’ giorni nostri scrivonsi in latino, e in materie serie e gravi che non sono del gusto generale del secolo. Ma la di lei opera rendesi necessaria a tutte quante le biblioteche, e quindi conviene dar tempo, affinché rendasi nota in ogni parte del mondo.


Il titolo

È interessante anche l’evoluzione del titolo dell’opera.

L’abate Volpi nel 1761 parla di Codice Diplomatico della Chiesa di Bergamo, il 22 aprile 1775 il Capitolo lo chiama Index diplomaticus Bergomatis Ecclesiæ.

Nell’approvazione dei riformatori dello Studio di Padova dell’11 dicembre 1782 si riporta il titolo di Codex Diplomaticus Urbis, & Ecclesiæ Bergomatis &c. e nella prefazione il Lupi scrive Codicem Diplomaticum Urbis, & Ecclesiæ Bergomatis. Però quando chiese l’approvazione del titolo al Capitolo, ottenuta il 22 giugno 1784, il Lupi chiese di poter intitolare la propria opera Codex Diplomaticus Civitatis, & Ecclesiæ Bergomatis.

Sembra di vedere l’opera pensata inizialmente come raccolta delle memorie della Chiesa di Bergamo, poi allargatasi alla città ed infine alla cittadinanza. La modificazione del titolo da Urbis in Civitatis probabilmente volle significare la spettanza delle memorie non tanto alla città come insieme di edifici, quanto alla cittadinanza ed alla chiesa come comunità e non solo istituzione.


Segue parte 13ª Il Codex Diplomaticus, Critiche e onori


NOTE

[1619] Per chi volesse studiare la redazione del Codice diplomatico, ecco alcuni elementi relativi alla datazione delle sue parti. Sono citati fatti del 1745 (Lupi I, 205). parla del 1772 come l’anno in corso Verum hac hætate, anno scilicet 1772 (Lupi I, 435), parla al passato del vesc. Molino ed a proposito del 1775 scrive paucis ab hinc annis (Lupi I, 690), un passo sembra scritto nel 1781 (Lupi I, 392), nuperrime, id est anno 1781. (Lupi I, 550), altero ab hinc anno, nempe 1781. (Lupi I, 827), Parlando di un arco del ponte d’Almenno crollato, dice: At superiori anno 1783. XVIII Kal. Julii (Lupi I, 208). Quest’arco è rappresentato nella tavola come in essere, ma segnalato con la lettera C. Altri elementi di datazione posson venire dalle citazioni di opere: ad esempio un’opera stampata nel 1773 a Venezia (Lupi I, 395). cita poi un’edizione di Ratisbona del 1777 (Lupi I, 609). Cita poi (Lupi I, 378) Padre Gio: Gerolamo Gradenigo C.R. teatino modo Utinensis archiepiscopus (1788-1792), nominato il 10/3/1788. Anche nel II volume troviamo note che consentono la datazione: II, 1207-1208 parla dei decreti veneti 1761 e dell’ospedale maggiore; II, 226 cita opera del 1768; II, 955, 957 tomo III della letteratura del Tiraboschi del 1773; II, 798 cita il patriarca di Venezia Federico Giovanelli (1776-1800) ed il suo pronipote co: Gius.; II, 1217 opuscolo del 1778; II 653 Padre Gerolamo Gradenigo poi arciv Udine morto nel 1786; II, 258 scritto nel 1787; II, 745, 786 cita il De Parochiis del 1788; II, 8-9 cita gli anni 1784 e 1796 ed il passaggio di diocesi; II, 1006 cita Vall’Alta che fu commendata per ultimo al card. Cornaro morto nel 1789 e per diritti del vesc. allora Dolfin; II, 107 si parla del Can. Agliardi, putrppo defunto (1795) con gran danno, e di Lucio Doglioni decano cattedrale di Belluno. cita Padre Capsoni “Memorie… di Pavia…” 1782-1788 (II, 536), cita la storia di Nonantola del Tiraboschi, edita nel 1784 (II, 136 e 152, 447-448, 450), la biblioteca della cattedrale (II, 921-924), il co: Carlo de Firmian plenipotenziario di Maria Teresa (II, 1073), la “Brixia sacra” del Gradenigo (II, 1138).

[1624] Don Bottagisi fu membro dell’Accademia degli Eccitati nel 1775-1796 e socio onorario dell’Ateneo nel 1819 (Tironi 233). Fu autore di varie poesie ed opere poi pubblicate. Don Valoti fu socio attivo dell’Ateneo dal 24/3/1821 ed onorario dal 1828 al 1835 (Tironi 326). Anch’egli pubblicò varie poesie ed opere, fra le quali una vita di Don Antonio Sibella (Zuccala 45), edita anonima, il cui manoscritto si conserva in BCSACol, ove si trova anche una sua miscellanea. In essa a pag. 117 parla della storia di Bergamo in 2 tomi dell’abate Angelini, quando dice che P. Vaerini credeva che fosse stata data alle fiamme, mentre un non meglio specificato suo dotto amico gli aveva confidato d averla vista e letta in gran parte. Del Valoti si parla anche in una lettera del Lupi allo Zuccala.

[1629] Su di lui vedasi Medolago “La chiesa prepositurale di … Mapello” 176. Da aggiungere a questo che un Franc. Luchini architetto e protomastro luganese, che consigliò di demolire la vecchia chiesa di S. Pellegrino e di costruirne una nuova la cui prima pietra fu posta il 16/5/1715, forse è il padre di Luca, Luca inoltre progettò palazzo Mosconi a Strada di Trescore. Egli il 9/3/1774 a Bergamo si accordò con il co: Gio: Mosconi affinché questi assistesse e soprintendesse ai lavori con “buon ordine e sicura Architettura e Costruzione”. Egli avrebbe dovuto essere presente personalmente sul cantiere 3 o 4 volte al mese o di più, se ve ne fosse stata necessità, dimorandovi quanto avesse ritenuto necessario, non avrebbe potuto a nessun titolo ricavare pagamento alcuno dai muratori e manovali, sarebbe stato retribuito 80 £ al mese nei mesi nei quali avrebbe fatto lavorare i muratori. La costruzione della casa sarebbe dovuta iniziare ad aprile e durare sino a tutto ottobre. Per la diligente assistenza del Luchini, il co: Mosconi gli avrebbe riconosciuto “per mera cortesia”, senza obbligo alcuno, un regalo che gli fosse apparso opportuno. Il doc. è firmato dall’architetto, dal co: e da Gio: Batt. Rottigni quale testimone (AIC, “Disegni de stabili e relative misure”). Non si parla esplicitamente di progettazione, ma solo di assistenza ai lavori. Questo fatto è comune a molti doc. analoghi: il direttore dei lavori è anche progettista, ma non si trova esplicitamente indicato come tale. Sono conservate anche 2 disegni a penna ed acquarellate: uno con due sezioni del palazzo in senso N-S viste da E e da O, l’altra il prospetto di un cancello tipo della villa. I disegni non sono firmati, ma probabilmente sono opera dello stesso Luchini. La villa era stata studiata in passato, ma questi doc. non erano mai emersi sino al nostro rinvenimento nel 2000 durante le ricerche per una mostra. Il Luchini progettò anche la parrocchiale di S. Bart. d’Almenno, sino ad ora assegnata al figlio Girolamo Salvatore. Il 25/3/1781 i capi famiglia, riuiniti in chiesa, visto che il nob. Carlo Quarenghi e Simone Adami deputati ai disegni per il rinnovo della chiesa, avevano presentato al popolo i disegni di rifacimento, vennero messi ai voti: quello di Luca Luchini ebbe 95-3 voti, quello di Giovanni Moroni 18-90, quello di Angelo Lazzari 24-84, quello di un capo mastro bresciano 16-92, restò quindi scelto quello del Luchini (“Concili parrocchiali…” f. 12-12v). Il 25/10 venne retribuito 137:10 lire per aver fatto un disegno per il restauramento della chiesa (“Libro cassa…” 1775-1810). Il 31/8/1783 dopo le funzioni del vespro, venne posta la prima pietra del coro dal prevosto Don Giuseppe Ghilardi di Serina, presente tutto il popolo, il nob. Francesco Quarenghi, padrino ed assistente il Luchini capomastro. I muratori e tagliapietra, diedero inizio alla fabbrica il giorno dopo (“Libro delli dinari…”). Il Luchini venne retribuito per la sua assistenza prestata alla fabbrica in varie rate: 10/10/1783 73 £, 14/7/1784 5 £, 24/10/1784 110 £, 1/2/1785 55 £, 2/8/1786 18 £, poco dopo 22:10, 11/9/1786 54 £, 6/10/1786 146 £ a saldo di 2 mesi d’assistenza, 25/111787 100 £, 1788 41 £, queste due ultime volte indicato genericamente come capo Luchini (“Libro delli dinari…”). Nella direzione dei lavori gli subentrò il figlio Girolamo Salvatore, che forse operò anche nella Canonica (“Libro cassa…” 1775-1810). Egli nel 1784 progettò due nuove camerate nel palazzo del Collegio mariano a Bergamo, per cui venne pagato 138 lire (Giornale della Mîa 1783-1788, 107; Mazzariol pag. 45); nel 1785 progettò un ampliamento per la parrocchiale di Ghisalbe (Rossoni pag. 10; 15), nel 1787, elaborando un’idea di P. Celestino Piatti, Bibliotecario dei Cappuccini, progettò la sede della Biblioteca del Clero di S. Alessandro in Colonna. Si conserva un suo disegno datato 15/5/1778 del confine fra la casa di Franc. fu Camillo Quarenghi e di Eleonora fu Lodovico Mazzoleni moglie di Giuseppe Lupati ed erede di Anna Maria Caiselli Mazzoleni a Caprino B.sco (Not. Gaetano Longaretti, reg. 1777-1778 ASBg. 12603 atto 45).

[1630] RonchBiogr 75 segnala anche l’attività del padre Luca, che non si trova però nelle firme delle tavole. Su Gio: Franc. vedasi Schiavini “Un architetto…” e Bellinelli, Delasa, Patera “Giovanni Francesco…”.

[1634] RonchBiogr 75-76. Si trova anche un abbozzo su questa materia di pugno del Can. Agliardi (Lettere a M. Lupi).

[1637] Serassi “Minute…”. Nella lettera del 18/12/1784 si accenna al fatto che mons. Albani non aveva accettato la nomina a nunzio di Vienna.

[1640] L’identificazione dei soggetti, soprattutto delle testate dei libri, è stata oggetto recentemente di uno studio del dott. Bravi (“Omaggio a Vincenzo Angelo…”), al quale ci rifacciamo.

[1642] “Lettere a Tiraboschi”; ; “Lettere di Bergamaschi…” 55-57. Nella copia manoscritta e nella stampa si trova la data di dicembre, che però sembra incongruente con la lettera seguente. Sul manoscritto si trova una correzione a matita novembre?, cancellato e cambiato in settembre. Segue lettera del 6/12 ed è preceduta da una del 9/8.